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4 aprile 2023

Il sud (Victor Erice, 1983)

Il sud (El sur)
di Victor Erice – Spagna 1983
con Omero Antonutti, Icíar Bollaín
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nella Spagna degli anni cinquanta, la quindicenne Estrella (Icíar Bollaín) ripensa con affetto al suo rapporto con il padre Agustín (Omero Antonutti), medico che aveva scelto di abbandonare il sud del paese, dov'era nato, per trasferirsi con la famiglia al nord, in una casa di campagna ("La gabiota", ovvero "Il gabbiano") appena fuori dalle mura di una grande città. Sin da bambina (Sonsoles Aranguren), Estrella era sempre stata affascinata da questo padre gentile e severo, capace di svolgere un lavoro serio e importante ma anche di scherzare con lei e di compiere prodigi (come trovare l'acqua per i contadini dei campi, grazie alla rabdomanzia e alla divinazione con il pendolino). Un padre con un passato misterioso (perché ha lasciato il suo paese natale? scopriremo che c'entra la guerra civile) e con dolorosi segreti che tiene nascosti al resto della sua famiglia, a partire dall'amore infelice per una misteriosa donna, che la bambina identifica in Irene Ríos (Aurore Clément), un'attrice cinematografica i cui film vengono proiettati nel cinema della città. Il secondo lungometraggio di finzione di Victor Erice (nonché l'ultimo: il suo terzo lungometraggio sarà un documentario), a dieci anni di distanza dal fenomenale "Lo spirito dell'alveare", è tratto da un racconto della scrittrice Adelaida García Morales, compagna del regista. Il "sud" del titolo è un luogo dell'immaginazione, che la piccola Estrella trasfigura attraverso i sogni, il mistero e la "magia" di una figura paterna vicina e distante allo stesso tempo, di cui riconosce la solitudine e l'infelicità soltanto man mano che la stessa Estrella cresce. Forse meno affascinante del lavoro precedente (lo stesso Erice lo ha definito "un film incompiuto"), resta comunque un film delicato e sensibile, con una bella atmosfera e una suggestiva fotografia (di José Luis Alcaine).

9 marzo 2023

Il coltello di ghiaccio (Umberto Lenzi, 1972)

Il coltello di ghiaccio
di Umberto Lenzi – Italia/Spagna 1972
con Carroll Baker, Alan Scott
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

La giovane inglese Martha Caldwell (Carroll Baker), diventata muta a tredici anni per un trauma in seguito all'incidente ferroviario in cui sono morti i suoi genitori, è ospite nella villa fra i Pirenei dello zio Ralph (George Rigaud), anziano professore esperto di occultismo. Quando nella zona cominciano a verificarsi strani omicidi, apparentemente opera di una setta satanica e le cui vittime sono ragazze come lei, il suo medico curante Laurent (Alan Scott) inizia a preoccuparsi della sua incolumità... Giallo-thriller con evidente ispirazione a "La scala a chiocciola" di Siodmak (vedi l'handicap della protagonista). Ma l'ambientazione, un villaggio nella Spagna settentrionale avvolto nella nebbia, e il nutrito numero di personaggi da sospettare – in primis proprio il medico, il dottor Laurent, ma anche l'autista dello zio, l'ambiguo Marcos (Eduardo Fajardo), per non parlare dell'ispettore Duran (Franco Fantasia), del sindaco, del prete del villaggio, e naturalmente dello stesso zio – fanno sì che la pellicola, nonostante alcuni difetti (l'abuso di zoom, o la recitazione sopra le righe, per esempio), funzioni bene proprio come giallo. Lo sviluppo lascia infatti lo spettatore sulle spine riguardo l'identità del colpevole fino alla fine, fra evidenti red herring (il giovane hippie satanista che si accampa nel cimitero) e indizi più sottili, rendendo impossibile fissarsi su un solo sospetto. E la risoluzione finale coglie in effetti di sorpresa, ricontestualizzando comunque immagini e flashback visti in precedenza (a partire dal ricordo ricorrente di una cruenta corrida). Si tratta della quarta e ultima collaborazione fra Lenzi e la Baker. Nel cast anche Evelyn Stewart (la cugina di Martha, prima vittima dell'assassino), Mario Pardo (il giovane drogato), Lorenzo Robledo (il vice ispettore), Silvia Monelli (la governante), Rosa Marìa Rodriguez (Christina, la nipote del prete). Il titolo proviene da una frase attribuita ad Edgar Allan Poe (ma in realtà apocrifa): "La paura è un coltello di ghiaccio che lacera i sensi fino al fondo della coscienza".

17 settembre 2022

Finale a sorpresa (Cohn, Duprat, 2021)

Finale a sorpresa - Official Competition (Competencia oficial)
di Mariano Cohn, Gastón Duprat – Spagna/Argentina 2021
con Antonio Banderas, Oscar Martínez, Penélope Cruz
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Giunto alla soglia degli ottant'anni, il ricco imprenditore Humberto Suárez (José Luis Gómez) ambisce a lasciare al mondo qualcosa di prestigioso per essere ricordato, e decide di finanziare un film di successo. Assume così l'eccentrica regista Lola Cuevas (Penélope Cruz) affinché diriga un'ambiziosa pellicola d'autore, tratta dal romanzo di un premio Nobel incentrato sulla rivalità fra due fratelli, con gli acclamati attori Iván Torres (Oscar Martínez) e Félix Rivero (Antonio Banderas) come protagonisti. Ma già durante le prove, lo scontro fra personalità così spigolose e diverse fra loro non depone a favore del risultato... Iván e Félix, infatti, impersonano rispettivamente il cinema colto e quello commerciale: il primo è un anziano "maestro di recitazione", attore di teatro intellettuale e impegnato, che ama calarsi nel personaggio e disprezza la superficialità e la volgarità del secondo, "celebrità" devota allo spettacolo e ai gusti del pubblico. In più ci si mette la regista, con i suoi vezzi autoriali e anticonformisti, a intorbidire le acque, sottoponendo i due attori a prove ed esperimenti sempre più bizzarri... Dopo "L'artista", "Il cittadino illustre" e "Il mio capolavoro", la coppia argentina Cohn/Duprat continua a riflettere sul mondo della creatività e dell'arte con una nuova commedia dai toni grotteschi e astratti come l'ambientazione in cui si svolge la vicenda (l'enorme villa di Humberto, con ampi e spazi vuoti di cemento, vetro e marmo, in cui hanno luogo le prove). La rivalità tra i due fratelli della sceneggiatura del film si riflette in quella fra i due interpreti, mentre il loro contrasto rispecchia quello, sempre più tenue e confuso, fra il cinema d'autore e quello rivolto al pubblico, fra la creatività fine a sé stessa e all'espressione artistica e quella che mira soltanto a riscuotere plausi e vincere premi. Forse il tutto mostra un po' la corda, si ride meno di quanto ci si aspetterebbe e non si raggiungono le profondità de "Il cittadino illustre", ma la confezione è comunque ottima, così come i dialoghi e le prove (molto autoironiche) degli interpreti. Colonna sonora a base di brani per pianoforte di Chopin, Satie e Beethoven.

22 maggio 2022

Mare dentro (Alejandro Amenábar, 2004)

Mare dentro (Mar adentro)
di Alejandro Amenábar – Spagna 2004
con Javier Bardem, Belén Rueda
***

Rivisto in divx.

Dopo venticinque anni trascorsi da tetraplegico, rimasto paralizzato in seguito a un tuffo in quel mare che ama tanto, l'ex pescatore galiziano Ramón Sampedro (uno straordinario Bardem) ha deciso di morire. E con l'aiuto di parenti, amici, e dell'avvocatessa Julia (Belén Rueda), che soffre a sua volta per una malattia degenerativa, porta avanti in tribunale una lunga battaglia legale per vedersi riconosciuto il diritto al suicidio assistito, mentre nel contempo dà alle stampe un suo libro di memorie. Tratto da una storia vera che era a forte rischio di retorica (ma la regia di Amenábar, anche sceneggiatore insieme a Mateo Gil, riesce a trascendere l'argomento), un film sincero e commovente su un tema – l'eutanasia – che ovviamente non può che dividere l'opinione pubblica, così come le stesse persone che circondano e amano Ramón: si va dall'attivista umanitaria Gené (Clara Segura), sempre al suo fianco, all'amica Rosa (Lola Dueñas), che pur cercando di dissuadere Ramon sarà colei che lo aiuterà alla fine a morire; dal fratello José (Celso Bugallo) e dal padre Joaquin (Joan Dalmau), che disapprovano la sua decisione, alla cognata Manuela (Mabel Rivera) e al nipote Javier (Tamar Novas), con cui stringe un particolare legame; e naturalmente ci sono le influenze esterne, da parte della società, del sistema legale e della religione, impersonate quest'ultime da padre Francisco (José María Pou), prete anch'esso tetraplegico, che discute inutilmente con Ramón di teologia. A parte alcuni flashback che lo mostrano da giovane, Bardem recita per l'intero film immobile (e "invecchiato") nel suo letto: fa eccezione la sequenza con cui "vola" letteralmente con l'immaginazione, fuori dalla finestra di casa, sorvolando il paesaggio fino a raggiungere il mare e incontrarsi con l'amata Julia, sulle note del "Nessun dorma" dalla Turandot di Puccini. Gran premio della giuria al festival di Venezia e Oscar per il miglior film straniero.

2 aprile 2022

Terra senza pane (Luis Buñuel, 1933)

Terra senza pane (Las Hurdes: Tierra sin pan)
di Luis Buñuel – Spagna 1933
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Dopo i due film surrealisti degli esordi ("Un chien andalou" e "L'age d'or") e la rottura con Salvador Dalì, Buñuel fu invitato a Hollywood dal produttore Irving Thalberg, ma rimase in America solo pochi mesi prima di fare ritorno in Europa. Ispirato dalla lettura di un saggio accademico di Maurice Legende, decise di realizzare un documentario di "geografia umana" sulle difficili condizioni di vita nelle Hurdes, una regione montuosa della Spagna (a un centinaio di chilometri dalla "civilizzata" Salamanca) caratterizzata da estrema povertà e arretratezza. Finanziato da un amico anarchico, Ramón Acín, che aveva vinto centomila pesetas alla lotteria, il film segna solo apparentemente un forte distacco rispetto ai due lavori precedenti (le assurdità e bizzarrie oniriche cedono il passo a un realismo spinto e melodrammatico): in realtà lo sguardo del regista è sempre lo stesso, rivolto a 360 gradi verso tutto ciò che lo circonda: gli esseri umani, gli animali, il paesaggio, le usanze, la cultura, l'amore, la malattia e la morte. L'impianto è quello del documentario di viaggio: Buñuel e i suoi collaboratori partono dal villaggio di La Alberca, dove assistono a una cerimonia popolare (abbastanza cruenta: i partecipanti devono staccare la testa a un gallo appeso sulla strada), per poi attraversare la valle di Las Batuecas (dove si trova un antico monastero) e giungere infine nelle Hurdes vere e proprie, un insieme di villaggi di case di pietra diroccate e primitive, in mezzo a un territorio spoglio, inospitale e selvaggio. Qui i cineasti hanno soggiornato un paio di mesi, riprendendo lo stile di vita, la desolazione, le malattie e le sofferenze dei suoi abitanti. Un paio d'anni dopo le riprese, nel 1935, Buñuel completò il film con una narrazione in francese (la voce è quella di Abel Jacquin), che sottolinea con insistenza gli aspetti più pietosi e miseri di ciò che viene mostrato, e una colonna sonora (con estratti della quarta sinfonia di Brahms). L'insieme è senza dubbio provocatorio, con intenti sovversivi (Buñuel era un forte oppositore del governo conservatore): alcuni momenti sembrano esagerati (le sofferenze dei bambini), altri sono stati probabilmente inscenati dai cineasti (la caduta della capra dalle rocce), altri ancora ricordano sequenze dei lavori surrealisti (l'asino attaccato dalle api); ma nel complesso il film lascia un'impressione profonda e contribuì a rendere il mondo consapevole del fatto che in alcune regioni della Spagna, già allora sull'orlo della guerra civile, si viveva in maniera così incredibilmente arretrata. Il commento finale invita a uno sforzo collettivo per migliorare le condizioni sociali degli abitanti: tuttavia il film venne vietato dalla censura spagnola. Un film d'animazione del 2018 (tratto da una graphic novel), "Buñuel nel labirinto delle tartarughe", racconta il making of di "Las Hurdes". Nei quindici anni successivi, Buñuel soggiornò in Francia (dove si occupò di doppiaggio), in Spagna (dove lavorò come produttore) e infine (dal 1938) in America: solo nel 1947, dopo essersi stabilito in Messico, tornerà definitivamente alla regia.

10 gennaio 2022

Origini segrete (D. Galán Galindo, 2020)

Origini segrete (Orígenes secretos)
di David Galán Galindo – Spagna 2020
con Javier Rey, Brays Efe
**

Visto in TV (Netflix).

Per indagare su un serial killer che uccide le sue vittime "ricreando" le origini dei più celebri supereroi americani (da Hulk a Iron Man, da Batman all'Uomo Ragno), il detective madrileno David (Javier Rey) è costretto a chiedere l'aiuto di Jorge Elías (Brays Efe), appassionato cultore di comics e proprietario di un negozio di fumetti, nonché figlio del suo predecessore Cosme (Antonio Resines). Simpatica pellicola spagnola che da un lato ricorda i polizieschi alla "Seven" (con il killer che segue una particolare ossessione e semina indizi), dall'altro si iscrive al filone che cala gli elementi supereroistici nella realtà (alla "Unbreakable", con cui ha molto in comune). Nonostante evidenti limiti di scrittura e di respiro, si lascia guardare con interesse. Fra le tematiche: il riscatto e l'orgoglio dei nerd (anche il capo della sezione omicidi, la bella Norma (Verónica Echegui), è patita di manga e fa la cosplayer) e il concetto di eroe in un mondo dove non tutto è bianco o nero.

3 novembre 2021

Madres paralelas (Pedro Almodóvar, 2021)

Madres paralelas (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2021
con Penélope Cruz, Milena Smit
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

La quarantenne Janis (Penélope Cruz), fotografa di moda, e la minorenne Ana (Milena Smit), entrambe single, partoriscono lo stesso giorno, nello stesso ospedale. Ma a loro insaputa le neonate vengono scambiate. Quando Janis se ne accorge, e dopo aver saputo che la bambina affidata ad Ana è morta in culla, sarà tentata di non rivelare la verità a nessuno... Due storie "parallele", appunto (almeno fino a un certo punto, visto che le esistenze delle due donne finiscono inevitabilmente per incrociarsi di nuovo), di maternità molto diverse fra loro: se per Ana è stato un "incidente" non voluto, per Janis, vista l'età, è forse l'ultima occasione per coronare un sogno (il che spiega la sua esitazione a rivelare la verità, nel timore di non avere un'altra possibilità). Il che porta a un altro "parallelo", quello fra Janis e Teresa (Aitana Sánchez-Gijón), la madre di Ana, che a sua volta ha l'ultima occasione per coronare un sogno in tarda età, ovvero diventare attrice teatrale, anche a costo di lasciare la figlia da sola in una situazione difficile. Se lo spunto di partenza (lo scambio di neonati) può ricordare "Father and son" di Hirokazu Koreeda, gli sviluppi e l'approccio scelto da Almodóvar sono diversi: innanzitutto perché la vicenda è letta in chiave esclusivamente femminile (e femminista, tanto che la Cruz sfoggia a un certo punto una maglietta con su scritto "We should all be feminist"), con donne/madri/figlie/nipoti che vivono da sole, per scelta o per obbligo, e persino con un condimento lesbico (che forse era superfluo, ma è di Almodóvar che stiamo parlando...). Ma poi c'è altro: se i bambini rappresentano il futuro, anche il passato torna a fare capolino attraverso la sottotrama della fossa comune, con le vittime della guerra civile (parenti e antenati) che l'antropologo forense Arturo (Israel Elejalde), il padre della figlia di Janis, è incaricato di riesumare. Parentele future e passate (nonché vissuto privato e pubblico/politico) si toccano e si influenzano a vicenda, dunque, con numerosi "paralleli" anche in questo caso (donne costrette a restare da sole; il conflitto fra il bisogno di sapere e l'innocenza del vivere nell'ignoranza; lo stesso test del DNA che viene usato con obiettivi diversi: per chiarire i dubbi sulla maternità in un caso, per identificare i corpi dei parenti nel secondo). Penélope Cruz ha vinto a Venezia la Coppa Volpi come miglior attrice. Il cast comprende anche habitué almodovariane come Rossy de Palma (l'amica caporedattrice) e Julieta Serrano (la vecchia zia). Tipici del regista spagnolo (che si sbizzarrisce in un paio di scene, come quella del flashback che parte nel momento in cui Janis va ad aprire la porta ad Arturo) anche i colori della fotografia e delle scenografie. Nella colonna sonora spicca "Summertime" (una ninna nanna, simbolo del legame fra una madre e il suo bambino!) cantata da Janis Joplin (a cui il personaggio interpretato dalla Cruz deve il suo nome).

27 luglio 2021

Superstizione andalusa (S. de Chomón, 1912)

Superstizione andalusa (Superstition andalouse)
aka Soñar despierto (Rêver réveille)
di Segundo de Chomón – Spagna/Francia 1912
***

Visto su YouTube.

Dopo aver cacciato via in malo modo una zingara che voleva leggere la mano al suo fidanzato Pedro, la giovane Juanita si immagina la vendetta della donna (tutto il film è di fatto un suo sogno a occhi aperti), che manda tre banditi a rapire l'uomo e a condurlo nel proprio antro, per poi terrorizzarlo con apparizioni magiche e infine conquistarne l'amore. Terminato il sogno, Juanita richiama a sé la zingara e si riconcilia con lei. Eccezionale "canto del cigno" per Chomón, un film che secondo alcuni storici del cinema potrebbe aver ispirato addirittura Luis Buñuel e Salvador Dalì (che ne scimmiotteranno il titolo nel loro celebre "Un chien andalou"). Pur rimanendo sotto contratto con la Pathé, nel 1910 il regista spagnolo era tornato in patria e aveva dato vita a una casa di produzione indipendente a Barcellona, la Ibérico Films, le cui pellicole venivano poi mandate in Francia per il montaggio finale e la colorazione a mano. La Ibérico avrà però vita breve: questa "Superstizione andalusa" è l'ultima sua produzione, prima che Chomón si trasferisse in Italia dal 1912, dove si occuperà per lo più di effetti speciali (anche in colossal quali "Cabiria"). Nonostante qualche ingenuità residua del cinema dei primordi (l'influenza di Méliès ha contraddistinto tutta la carriera di Chomón), il cortometraggio brilla tecnicamente nella fusione fra la narrazione e gli effetti ottici (che produce un mix di concretezza e oniricità), nell'ottimo uso dei colori (in particolare nella copia restaurata, dove appaiono assai realistici, sicuramente più della media dei lavori dell'epoca), degli ambienti e della profondità di campo. E se a livello di montaggio e di movimenti di macchina non offre particolari innovazioni (se lo paragoniamo ai coevi lavori di Griffith e della nuova generazione di cineasti che stava nascendo), sono però da segnalare gli zoom sul volto della protagonista Juanita (in avanti all'inizio, indietro alla fine) rispettivamente quando comincia e termina il sogno a occhi aperti. Interessante anche il soggetto, con Juanita che in preda ai sensi di colpa, in un certo senso, si "punisce da sola" (la vendetta della zingara non mira a farle del male direttamente, ma a sottrarle l'innamorato). La vicenda immaginata si divide in una prima parte "avventurosa" (il rapimento di Pedro, l'inseguimento a cavallo nel bosco e al guado, la sparatoria) che sembra un western (!), e una seconda che si rifà più propriamente al "cinema delle attrazioni" con le varie stregonerie della zingara realizzate attraverso trucchi ottici (sovrimpressioni e simili): dai fantasmi che si materializzano alle creature mostruose contenute negli alambicchi.

26 maggio 2021

Buñuel nel labirinto delle tartarughe (S. Simó, 2018)

Buñuel nel labirinto delle tartarughe
(Buñuel en el laberinto de las tortugas)
di Salvador Simó – Spagna/Ola/Ger 2018
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Prime Video).

Nel 1930, dopo lo scandalo suscitato a Parigi da "L'age d'or", Luis Buñuel fatica a trovare finanziamenti per altri film. Gli giunge in aiuto l'amico Ramón Acín, scultore anarchico che si offre di produrgli una nuova pellicola grazie a una vincita alla lotteria. Su suggerimento di un antropologo, decide così di girare un documentario su Las Hurdes, nella regione dell'Estremadura in Spagna, una delle zone più povere e arretrate del paese. Insieme a Ramón e a una troupe di due uomini, Buñuel si reca dunque sul posto per effettuare le riprese di quello che diventerà il suo terzo film, "Terra senza pane", uscito nel 1933. Tratto da una graphic novel di Fermín Solís, questo biopic sceglie curiosamente di raccontare la lavorazione della pellicola attraverso il cinema d'animazione: il tratto stilizzato ma realistico è perfettamente al servizio di personaggi e ambientazioni, con occasionali inserti di sequenze del film di Buñuel, di cui è a tutti gli effetti un making of e di cui mostra i retroscena delle sequenze più crudeli e d'impatto (animali morti, bambini malati, riti e cerimonie ancestrali). Il regista appare tormentato da sogni e visioni, da ricordi d'infanzia e confronti con la morte, da paure irrazionali ed eccentricità (il terrore dei galli, il vestito da suora), da un rapporto irrisolto con il padre (che ricorre nei suoi incubi) e con Salvador Dalì (con cui aveva condiviso l'esperienza surrealista). Nel finale la pellicola rende giustizia anche a Ramón, ucciso dai franchisti nel 1936, il cui nome nei titoli di testa del film venne reintegrato soltanto nel 1960.

27 febbraio 2021

Il mistero del conte Lobos (S. Hung, 1984)

Il mistero del conte Lobos, aka Cena a sorpresa (Wheels on meals)
di Sammo Hung – Hong Kong 1984
con Jackie Chan, Yuen Biao, Sammo Hung
***

Rivisto in DVD.

I "cugini" Thomas (Jackie Chan) e David (Yuen Biao), cuochi cinesi – e artisti marziali! – che gestiscono un furgoncino di street food a Barcellona, insieme all'amico Moby Dick (Sammo Hung), scalcinato investigatore privato, rimangono coinvolti nel rapimento della bella e giovane ladruncola Sylvia (Lola Forner) da parte di un perfido zio (José Sancho) che vuole derubarla della sua eredità: a sua insaputa, infatti, la ragazza è la figlia illegittima di un nobile recentemente deceduto (il conte Lobos del titolo). I tre amici dovranno così introdursi nel castello del conte per salvarla... Insolita trasferta spagnola per il trio Chan/Yuen/Hung, già protagonisti l'anno prima di "Winners and sinners" e soprattutto di "Project A" (da cui tornano i nomi italiani dei personaggi): l'alchimia fra i tre è evidente, con siparietti comici e simpatiche e goffe interazioni di ogni genere, anche senza contare le scene d'azione e i combattimenti, che peraltro in questo film sono un po' meno numerosi del solito. Ma nel finale c'è uno degli scontri più duri e spettacolari di tutta la filmografia di Jackie Chan, quello nel castello contro uno degli sgherri del conte, interpretato dal kickboxer americano (qui con un bizzarro accento russo) Benny "The Jet" Urquidez, che pare che sul set non si trattenesse dall'affondare i colpi, riempiendo il povero Jackie di lividi. Per il resto, si punta più sulla trama (che sfrutta numerose location della città catalana: Hung volle girare il più possibile in esterni) e sui momenti comici, con gag slapstick e che devono molto al cinema muto, alle commedie romantiche e alle farse demenziali. Nel complesso, è un film decisamente divertente sotto ogni punto di vista. Nelle scene ambientate all'istituto psichiatrico dove sono ricoverati il padre di David (Paul Chang) e la madre di Sylvia (Susanna Sentís), si riconoscono fra i pazzi alcuni attori che torneranno nella serie delle "Lucky Stars", come Richard Ng, John Shum e il veterano Wu Ma. Lola Forner (ex miss Spagna) e Benny Urquidez si rivedranno al fianco di Jackie Chan rispettivamente in "Armour of God" e "Dragons Forever". Nel cast anche Herb Edelman, Josep Lluís Fonoll, Keith Vitali e Blackie Ko. Il tema musicale è di Keith Morrison. Curiosità: il titolo internazionale del film avrebbe dovuto essere il più corretto "Meals on wheels", ma i produttori vollero cambiarlo per superstizione, avendo registrato di recente alcuni flop con film che iniziavano con la "M". In certi paesi (come il Giappone) è noto anche come "Spartan X", e ha dato origine ad alcuni videogiochi.

19 febbraio 2021

Le streghe son tornate (A. de la Iglesia, 2013)

Le streghe son tornate (Las brujas de Zugarramurdi)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2013
con Hugo Silva, Carmen Maura
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

José (Hugo Silva), padre di Sergio (Gabriel Delgado) e separato dalla moglie Silvia (Macarena Gómez), dopo aver rapinato un "Compro oro" nel centro di Madrid in compagnia del figlioletto, fugge verso il confine insieme a lui, al complice Antonio (Mario Casas) e al tassista Manuel (Jaime Ordóñez), con i quali condivide odio e risentimento verso tutto il genere femminile. Inseguiti dall'ex moglie e da due poliziotti (Secun de la Rosa e Pepón Nieto), finiranno tutti nel villaggio di Zugarramurdi, "infestato" da una congrega di streghe (fra cui Terele Pávez, Carmen Maura e Carolina Bang, rispettivamente nonna, madre e figlia), che intendono sacrificare il bambino alla "grande madre" per restituire alle donne la supremazia sull'intero creato. Black comedy horror dai toni grotteschi e sopra le righe, in purissimo stile de la Iglesia (prendere o lasciare): non mancano momenti geniali (come la scena iniziale della rapina, con i ladri vestiti da artisti da strada e un'irresistibile dissonanza culturale nel vedere statue di Gesù Cristo o personaggi quali Spongebob e Minnie comportarsi da criminali) o sequenze disgustosamente gore, ma il tono è sempre ironico quando non pseudo-tarantiniano nel suo mix di generi (il paragone più azzeccato è quello con "Dal tramonto all'alba"). In ogni caso, da non prendere troppo sul serio, soprattutto quando affronta – in chiave di divertimento provocatorio – il tema dei rapporti con le donne e i tanti luoghi comuni "maschilisti" sull'argomento (dai discorsi in auto sulle rispettive ex, alla "litigata" fra José ed Eva durante la fuga, con inconciliabili differenze di vedute). Proprio queste aggiunte rendono la pellicola qualcosa di più di un semplice intrattenimento post-moderno. Buoni gli effetti speciali.

14 settembre 2020

Contrattempo (Oriol Paulo, 2016)

Contrattempo (Contratiempo)
di Oriol Paulo – Spagna 2016
con Mario Casas, Blanca Martínez
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Adrián Doria (Mario Casas), giovane imprenditore di successo, è accusato di aver ucciso la sua amante Laura (Bárbara Lennie) in una camera d'albergo chiusa a chiave dall'interno, ma lui sostiene di essere stato incastrato da un misterioso ricattatore che li aveva convocati lì con la minaccia di rendere pubblica la loro relazione. Davanti all'avvocato penalista Virginia Goodman (Blanca Martínez), che lo deve preparare per l'interrogatorio in tribunale, rievoca in una serie di flashback tutti gli eventi e le verità segrete che hanno preceduto quel tragico giorno, compreso un incidente che lui e Laura avevano avuto tre mesi prima, in una strada isolata nel bosco, provocando la morte accidentale di un ragazzo del luogo, il cui cadavere avevano deciso di nascondere: e se dietro tutto ci fosse proprio il padre del ragazzo (José Coronado), in cerca di vendetta? Thriller di produzione spagnola, ricco di colpi di scena e ben architettato: l'azione mostrata sullo schermo illustra il racconto dei personaggi o le loro ipotesi, contraddicendo così sé stessa più di una volta (anche perché potremmo essere di fronte a narratori inaffidabili), una tecnica ben collaudata sin dai tempi di "Rashomon". E naturalmente i tanti twist che si accumulano (non tutti imprevedibili) cambiano continuamente la direzione della vicenda e il ruolo dei personaggi coinvolti. Peccato solo che quasi tutto il peso del film si regga appunto sui suddetti twist, rendendo la pellicola un po' troppo costruita a tavolino. Molto buoni gli attori. Diversi i remake in altre lingue, fra cui anche uno italiano ("Il testimone invisibile" di Stefano Bordini con Riccardo Scamarcio).

1 luglio 2020

La comunidad (Álex de la Iglesia, 2000)

La comunidad - Intrigo all'ultimo piano (La comunidad)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2000
con Carmen Maura, Emilio Gutiérrez Caba
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Quando rinviene per caso un'enorme somma di denaro in contanti, nascosta nell'appartamento di un anziano da poco defunto in un fatiscente palazzo a Madrid, l'agente immobiliare Julia (Carmen Maura) rimane coinvolta negli intrighi degli altri inquilini, che da anni attendevano la morte del vecchio per impadronirsi dei suoi soldi, e che adesso non intendono lasciarla andare via con il bottino. Black comedy "condominiale" che si dipana all'insegna di un curioso mix fra il cinema sopra le righe di Almodóvar (anche per la presenza di Carmen Maura come protagonista e alcune atmosfere hitchcockiane, compresi i titoli di testa) e quello di Polanski (impossibile non pensare a "L'inquilino del terzo piano": ma i toni sono più comici e grotteschi che paranoici). Divertente all'inizio, il film perde però forza man mano che si appiattisce sul tema dell'avidità (con anziani che si accapigliano per una valigia piena di soldi) e procede verso un finale piuttosto scontato, attraverso alcune svolte un po' forzate. Attorno alla Maura, mattatrice assoluta, spicca un cast di comprimari (per lo più in età avanzata) che comprende Jesús Bonilla, Terele Pávez ed Emilio Gutiérrez Caba. Mitico il "bambinone" Eduardo Antuña vestito da Darth Fener. La sceneggiatura è firmata dallo stesso regista con il suo collaboratore abituale Jorge Guerricaechevarría.

11 giugno 2020

El cochecito (Marco Ferreri, 1960)

El cochecito - La vetturetta (El cochecito)
di Marco Ferreri – Spagna 1960
con José Isbert, Pedro Porcel
***

Visto in divx.

L'anziano vedovo Don Anselmo (José Isbert) rimane talmente entusiasta dalla nuova carrozzina motorizzata dell'amico Luca, invalido alle gambe, da volerne acquistare una anche per sé, pur non essendo affatto paralitico. Le "scampagnate" fuori città insieme a Luca e a un gruppo di altri amici disabili rappresentano infatti l'unica via di fuga dalla solitudine e da una famiglia per la quale è ormai diventato solo un peso. Ma nonostante la compiacenza del venditore di carrozzine ("Se le si paralizzano le gambe, tanto meglio. Nell'anno duemila nessuno farà più uso delle gambe"), il figlio avvocato si oppone decisamente alla sua "pazzia"... Terzo – e ultimo – dei film girati in Spagna da Marco Ferreri agli esordi, insieme allo sceneggiatore di fiducia Rafael Azcona (da un romanzo di quest'ultimo), su uno spunto assolutamente geniale che fa riflettere su come percepiamo la vita degli invalidi dall'esterno. Manca però ogni traccia di retorica o di buoni sentimenti, e siamo più dalle parti della parabola grottesca: nel suo egoismo, Anselmo non si accorge delle reali sofferenze degli amici malati, nemmeno quando le ha davanti agli occhi; d'altro canto, per il protagonista sono proprio la solitudine e la mancanza di autonomia le invalidità cui deve fare fronte, e riuscire a disporre di un veicolo motorizzato è l'unico modo per porvi rimedio. La vicenda avrebbe potuto essere sviluppata in molte direzioni differenti: Azcona e Ferreri scelgono la via della black comedy, abbandonando proprio nel finale la riflessione sulla malattia per puntare a quella satira sociale e antiborghese che diventerà il (sovversivo) marchio di fabbrica delle loro collaborazioni successive. Per certi versi il film sembra quasi una parodia di "Umberto D." e del cinema neorealista italiano. Ben caratterizzati i personaggi di contorno, dai vari parenti agli invalidi con cui Anselmo stringe amicizia. Nella Spagna franchista la censura costrinse i cineasti ad ammorbidire il finale, ritenuto troppo "nero", conservato invece nella versione giunta in Italia una ventina d'anni più tardi.

29 maggio 2020

Il ricatto (Eugenio Mira, 2013)

Il ricatto (Grand Piano)
di Eugenio Mira – Spagna 2013
con Elijah Wood, Kerry Bishé
*1/2

Visto in divx.

Giovane e brillante pianista che soffre di ansia da palcoscenico, Tom Selznick (Elijah Wood) si è ritirato dalle scene dopo essersi "bloccato" durante un concerto. Ma viene convinto dalla moglie Emma (Kerry Bishé), attrice e cantante di successo, a tornare a esibirsi in un'occasione particolare: potrà infatti suonare sul pianoforte appartenuto al suo antico maestro e mentore Patrick Godureaux, scomparso da poco. Durante le prime battute del concerto, però, Tom nota una scritta in inchiostro rosso sullo spartito, che dice: "Sbaglia una nota, e morirai". E scopre di avere addosso il puntatore di un fucile di precisione... Scritto da un Damien Chazelle non ancora regista (avrebbe esordito l'anno successivo con un'altra pellicola a tema musicale, "Whiplash"), un thriller di stampo hitchcockiano potenzialmente intrigante, ma alla resa dei conti poco riuscito. Lo spunto può ricordare quello della cabina telefonica di "In linea con l'assassino", ma la vicenda è davvero troppo inverosimile per poter essere presa sul serio: basti pensare che Tom, pur avendo gli occhi di tutto il pubblico puntati addosso, parla e discute in continuazione con il killer attraverso un auricolare, abbandona lo strumento e torna più volte al suo posto mentre il resto dell'orchestra continua a suonare, e fa persino telefonate o invia messaggi durante la sua esibizione! Per non parlare delle scene d'azione e dei combattimenti dietro le quinte o sopra il teatro, o del fatto che apparentemente l'intero pubblico non si accorge se un pianista sbaglia l'ultima nota – sì, l'ultima! – di un brano. Tutto questo non può che andare a discapito della sospensione dell'incredulità e finisce per ridurre o addirittura azzerare la suspense, nonostante gli sforzi degli interpreti (i "cattivi" sono John Cusack e un redivivo Alex "Bill S. Preston" Winter). Altro punto a demerito, il fatto che i brani suonati (un concerto per pianoforte e orchestra e un pezzo per piano solo) siano originali (di Víctor Reyes), e neanche granché belli: avrebbero potuto usare almeno della vera musica classica!

11 aprile 2020

Parla con lei (Pedro Almodóvar, 2002)

Parla con lei (Hable con ella)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2002
con Darío Grandinetti, Javier Cámara
***1/2

Rivisto in DVD.

Lo scrittore e giornalista Marco (Darío Grandinetti) si innamora della torera Lydia (Rosario Flores), che però finisce in coma dopo una corrida. Nella clinica in cui è ricoverata, Marco stringe amicizia con l'infermiere Benigno (Javier Cámara), che accudisce amorevolmente la giovane ballerina Alicia (Leonor Watling), anch'essa in stato vegetativo, e che gli insegna come prendersi cura di una donna in coma (prima regola: "Parla con lei"). Colmo di riferimenti e rimandi artistici (gli spettacoli di danza di Pina Bausch: è a uno di questi, "Café Müller", che Benigno e Marco, seduti a fianco, si incontrano per la prima volta, con il primo che rimane colpito dalla risposta emotiva del secondo; il cameo di Caetano Veloso che canta una versione particolarmente struggente di "Cucurrucucú paloma"; il cinema muto, grande passione di Alicia, che Almodóvar omaggia nella sequenza surreale in cui un uomo miniaturizzato va all'esplorazione del corpo gigantesco della sua amata (Paz Vega), forse ispirata a "Storie di ordinaria follia" di Charles Bukowski), è uno dei film più stimolanti del regista spagnolo, che nonostante i temi scabrosi si rivela anche commovente e delicato nel portare sullo schermo molteplici storie d'amore. Un amore spesso a senso unico (Marco ama Lydia, che però pensa solo al proprio ex; Benigno ama Alicia, che essendo in coma non può certo ricambiarlo) ma non per questo meno sincero e sofferto, che si manifesta in forma sia astratta che concreta, con tanto di invasione (anche non autorizzata) della sfera più intima di una persona, fino a perdersi in essa (lo spezzone del film muto, ancora una volta, ne è una perfetta rappresentazione). E che investe sia il lato mentale/intellettuale che quello fisico e corporeo (i corpi, specialmente quelli femminili, guidano tutta la storia: non a caso sia Lydia che Alicia sono legate ad attività che richiedono proprio un uso forte e consapevole del proprio corpo, la corrida e la danza classica). La sceneggiatura, che vinse l'Oscar, è strutturata con flashback e inserti che aiutano a vivacizzare la storia, ricostruendo il passato dei personaggi e in particolare di Benigno, raccontando l'origine della sua ossessione per Alicia. Proprio Benigno, nel suo misto di fragilità e ingenuità, di innocenza e "saggezza", resta un personaggio indimenticabile: le scene in cui parla delle proprie inclinazioni (omo)sessuali o dei crimini pedofili dei preti rimanda forse a esperienze autobiografiche del regista che ispireranno poi il successivo "La mala educación". Geraldine Chaplin è l'insegnante di danza di Alicia. La sequenza con Veloso è stata girata nella villa privata dello stesso Almodóvar. La colonna sonora, di Alberto Iglesias, comprende anche "Por toda minha vida" di Antônio Carlos Jobim e un brano di Henry Purcell da "The Fairy Queen".

28 novembre 2019

Ti do i miei occhi (Icíar Bollaín, 2003)

Ti do i miei occhi (Te doy mis ojos)
di Icíar Bollaín – Spagna 2003
con Laia Marull, Luis Tosar
*1/2

Visto in divx.

Scappata via da un marito violento e irascibile, Pilar (Laia Marull) si rifugia dalla sorella Ana con il figlioletto e cerca di rifarsi una vita, lavorando come guida museale. Ma il marito Antonio (Luis Tosar) si rifà vivo, affermando di essere cambiato anche grazie al consulto con uno psicologo per imparare a controllarsi. Sarà vero? Ambientato a Toledo, una fiction melodrammatica e retorica, che affronta il tema delle violenze domestiche in modo diretto e senza sottigliezze. Se è apprezzabile il realismo psicologico (veicolato però più dalle buone interpretazioni che da una sceneggiatura fin troppo costruita), dal punto di vista cinematografico è una visione patetica e sgradevole, con personaggi talmente esagerati e chiusi nei loro ruoli da risultare quasi caricaturali (in particolare Antonio, irrazionalmente geloso e irascibile). E che non imparano mai dai propri errori: che marito e moglie non abbiano nulla in comune (lei sensibile e interessata all'arte, lui un buzzurro senza empatia e sempre arrabbiato) era evidente sin dall'inizio. Trascurabili i personaggi di contorno (compreso il bambino, del tutto inutile ai fini della storia). Più che un film, sembra un documentario educativo da proiettare nei centri sociali o di assistenza. Pluripremiato ai Goya.

24 maggio 2019

Dolor y gloria (Pedro Almodóvar, 2019)

Dolor y gloria (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2019
con Antonio Banderas, Penélope Cruz
***

Visto al cinema Colosseo.

Il regista e scrittore Salvador Mallo (Antonio Banderas), che convive con la depressione e con dolori e malattie croniche, fatica a uscire dal guscio in cui si è rinchiuso negli ultimi anni. Un'opportunità gliela offre il restauro di una sua pellicola di 32 anni prima, "Sabor", alla cui presentazione viene invitato insieme all'attore protagonista, Alberto Crespo (Asier Etxeandía), con il quale non si parla da allora dopo aver litigato per divergenze sulla sua interpretazione. Riallacciare i rapporti con Alberto lo porta a ritrovare anche l'amante di un tempo, Federico (Leonardo Sbaraglia), di passaggio a Madrid da Buenos Aires, che assiste alla recita di un monologo incentrato proprio sulla loro vita insieme. E nel frattempo, mentre sperimenta pericolosamente con l'eroina nel tentativo di sopportare il dolore che lo attanaglia (cosa curiosa, visto che i rapporti con Alberto e con Federico furono messi a repentaglio proprio dalle loro tossicodipendenze), rivive la propria infanzia in una serie di sogni o di ricordi a occhi aperti: i momenti trascorsi insieme alla madre, il trasferimento con la famiglia in una "grotta" a Paterna, le prime pulsioni omosessuali verso il giovane imbianchino Eduardo (César Vicente)... Siamo di fronte all'"Otto e mezzo" (o "Lo specchio") di Almodóvar: un film praticamente autobiografico (il regista ha detto: "il tasso di autobiografia sul fronte dei fatti è del 40 per cento, ma per quello che riguarda un livello più profondo, si tratta del 100 per cento. In tutti i posti dove il personaggio di Antonio è stato, ci sono stato anche io, la casa di Salvador è una copia della mia, ci sono i miei mobili, i miei quadri, tutto quello che nel film non ho vissuto potrei però averlo vissuto"). E dunque c'è tutto quello che avevamo visto (o intravisto) nei precedenti film: l'amore per l'arte (che si fonde con la vita), o meglio la potenza salvifica dell'espressione artistica (il cinema, la scrittura, il teatro, il disegno), che permea non solo Salvador ma un po' tutti i personaggi; il fascino del cinema, in particolare quello della Hollywood classica (Natalie Wood in "Splendore sull'erba", Marilyn Monroe in "Niagara"); e ancora, le esperienze infantili e formative, la povertà, la scuola dai preti, la sofferenza della malattia. Non a caso Almodóvar fa ricorso ai suoi attori feticcio: un Banderas barbuto, mai così sofferto e misurato (all'ottavo film con il regista), una splendida Penélope Cruz nel ruolo della madre Jacinta da giovane (o forse, come ci rivela l'ultima inquadratura, è soltanto l'attrice che la interpreta nel nuovo film di Salvador: si spiegherebbe così la mancata somiglianza con Julieta Serrano, che interpreta invece Jacinta da anziana), e Cecilia Roth nel breve ruolo di Zulema. Nora Navas è la manager tuttofare Mercedes, Asier Flores è Salvador bambino. A livello di perfezione la regia, grazie anche a una fotografia che dona una concretezza eterea e iperrealista ai colori, ai materiali, alle scenografie, agli oggetti di scena.

20 aprile 2019

Orbita 9 (Hatem Khraiche, 2017)

Orbita 9 (Órbita 9)
di Hatem Khraiche – Spagna/Colombia 2017
con Clara Lago, Álex González
**

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Helena (Clara Lago) è nata e ha trascorso tutta la vita su un'astronave, in viaggio da vent'anni verso un nuovo pianeta da colonizzare. Rimasta sola a bordo dopo la morte dei suoi genitori, incontra per la prima volta un altro essere umano quando il giovane ingegnere Alex (Álex González) attracca con una navetta per effettuare alcune riparazioni. O almeno questo è quello che lei crede... In realtà, Helena si trova in un simulatore, ancora sulla Terra: è una dei dieci individui che vengono monitorati per studiare le reazioni dell'organismo umano a un viaggio spaziale di lunga durata, nell'attesa di abbandonare davvero un pianeta ormai irrimediabilmente inquinato. Un piccolo film di science fiction spagnolo, basato su un buono spunto di partenza (il colpo di scena viene rivelato dopo una ventina di minuti), che anche dopo aver abbandonato il setting spaziale in favore di quello urbano non è privo di alcune intuizioni interessanti (le psicoterapeute "virtuali" che vengono incontrate in una sorta di peep show), anche di natura etica: peccato però che si sfilacci progressivamente, con qualche forzatura di troppo nella trama (perché introdurre i cloni?) e che proceda verso un finale un po' così, non aiutato da una regia anonima e da interpreti poco espressivi.

5 ottobre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte (T. Gilliam, 2018)

L'uomo che uccise Don Chisciotte (The man who killed Don Quixote)
di Terry Gilliam – GB/Spa/Fra/Por/Bel 2018
con Adam Driver, Jonathan Pryce
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Mentre si trova in Spagna per la lavorazione di uno spot pubblicitario, il cinico e disilluso regista Toby Grisoni (Adam Driver) scopre che Javier (Jonathan Pryce), l'anziano ciabattino che dieci anni prima aveva interpretato per lui il ruolo di Don Chisciotte in un film studentesco girato in quegli stessi luoghi, è impazzito e crede di essere davvero il leggendario personaggio di Cervantes. Convinto che Toby sia Sancho Panza, il vecchio lo coinvolgerà nelle proprie illusioni, trascinandolo con sé in una serie di disavventure picaresche in una campagna arcaica e religiosa, a metà strada fra il sogno e la realtà, fino a una folle serata in una festa in costume nel castello di un oligarca russo. Testamento della creatività e della forza di volontà di Gilliam, nonché summa di tutto il suo cinema (per dirne alcune: la (con)fusione fra immaginazione e realtà viene da "La leggenda del re pescatore", la serie di peripezie fantastiche ed esagerate da "Le avventure del barone di Munchausen", il medioevo grottesco e parodistico da "Monty Python e il sacro Graal"), il film esce finalmente nelle sale dopo una lunghissima gestazione, grane finanziarie e legali e una ventina d'anni di tentativi, problemi e incidenti di ogni genere (raccontati con dovizia di particolari nel documentario "Lost in La Mancha", che mostra il dietro le quinte delle riprese del 2000, quando gli attori protagonisti avrebbero dovuto essere Johnny Depp e Jean Rochefort). Ed è curioso ricordare come anche un altro celebre regista visionario e indipendente, Orson Welles, abbia lavorato per anni a un "Don Chisciotte", nel suo caso rimasto incompiuto. Caotico, diseguale, confusionario, colorato, sopra le righe, con una messinscena elaborata e barocca, il film tocca i temi da sempre cari al cineasta americano, su tutti la potenza della fantasia e dell'immaginazione: è evidente come per Gilliam fosse irresistibile la fascinazione per un personaggio come Don Chisciotte, che viene qui visto come un archetipo immortale, che si reincarna continuamente per continuare a vivere sulla faccia della Terra, anche a distanza di secoli. D'altronde, le avventure di Chisciotte erano sin dall'inizio il prodotto della sua folle fantasia, il desiderio di mantenere in vita l'epopea cavalleresca anche in tempi moderni, in un mondo cambiato e dove le antiche regole della cortesia e dell'onore non esistono più (siamo ora in un mondo che vive nel timore dei terroristi musulmani, o dove i ricchi, con i loro abusi e le loro prepotenze, fanno il bello e il cattivo tempo, "giocando" a ricostruire un medioevo farlocco e stereotipato). Che proprio un regista, ovvero un uomo che per mestiere crea fantasie e illusioni, sia destinato a rinverdire i fasti di Don Chisciotte è dunque assolutamente coerente. Adam Driver si cala nella parte che avrebbe dovuto essere di Johnny Depp imitandone il modo di recitare, tanto che in numerose scene è difficile non pensare proprio a lui. L'ottimo Pryce è un habituè di Gilliam, avendo recitato già in "Brazil", "Munchausen" e "I fratelli Grimm". Nel resto del cast si riconoscono Stellan Skarsgård (il produttore), Olga Kurylenko (la moglie del capo) e Rossy de Palma (una contadina). Joana Ribeiro è Angelica, la "Dulcinea" del caso, Óscar Jaenada il misterioso gitano.