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29 novembre 2018

Il tè nel deserto (B. Bertolucci, 1990)

Il tè nel deserto (The sheltering sky)
di Bernardo Bertolucci – Italia/GB 1990
con Debra Winger, John Malkovich
**1/2

Rivisto in divx.

Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, tre viaggiatori americani giungono sulle coste del Nordafrica: si tratta dei coniugi Port e Kit Moresby (Malkovich e Winger), artisti annoiati e in cerca di nuovi stimoli (anche per rinsaldare il proprio rapporto coniugale), e del loro giovane amico George Tunner (Campbell Scott). L'avventura, però, si rivela meno piacevole del previsto, fra compagni di viaggio sgradevoli, come il grassoccio Eric Lyle (Timonthy Spall) e sua madre (Jill Bennett), difficoltà logistiche con mezzi di trasporto improvvisati, imprevisti e malattie (Port si ammala di tifo). E i personaggi si smarriscono e si addentrano sempre più nel Sahara e nei suoi misteri. Tratto dal romanzo di Paul Bowles (che compare nel film nei panni del vecchio gentiluomo nel bar, testimone e narratore dell'intera vicenda), sceneggiato da Bertolucci insieme al cognato Mark Peploe e prodotto da Jeremy Thomas (come il precedente "L'ultimo imperatore"), un film difficile da gustare appieno se non ci si adagia nel suo ritmo e non si partecipa, insieme ai protagonisti, al viaggio con i tempi giusti. Caratterizzato, prima ancora che dalla regia di Bertolucci (e da un estetismo e una sensualità un po' melensi e noiosi), dalla fotografia dorata e crepuscolare di Vittorio Storaro, che rende reali e suggestivi gli scenari del deserto (compresa la sabbia e le mosche), sembra procedere a lungo senza una vera trama: in realtà la trama è sotto la superficie, e viene pienamente alla luce soltanto nell'ultima mezz'ora, la parte più bella e suggestiva della pellicola, quando Kit – rimasta sola – si unisce a una carovana di tuareg ed entra per un breve periodo a far parte della loro vita, diventando anche l'amante del berbero Belqassim. Allora dal film spariscono i dialoghi (visto che la donna non parla la lingua dei nomadi), sostituiti da canti e da silenzi, e anche la fotografia muta i propri toni, facendosi lunare (il sole è associato a Port, la luna a Kit). Celebre il tema musicale di Ryuichi Sakamoto.

27 novembre 2018

L'ultimo imperatore (B. Bertolucci, 1987)

L'ultimo imperatore (The Last Emperor)
di Bernardo Bertolucci – Italia/GB 1987
con John Lone, Joan Chen
***

Rivisto in DVD, per ricordare Bernardo Bertolucci.

Salito al trono nel 1908 a soli 3 anni, Pu Yi è stato l'ultimo imperatore della Cina: la sua abdicazione forzata, alla nascita della Repubblica Popolare Cinese, ha posto fine a una tradizione bimillenaria. Questo kolossal storico-epico di enorme successo (conquistò, fra le altre cose, ben 9 premi Oscar, fra cui quelli per la miglior pellicola e il miglior regista) si basa sulla sua autobiografia, scritta in tarda età, e racconta – attraverso le vicende personali del protagonista – le immense trasformazioni che il paese ha vissuto nel corso del Novecento, dopo secoli (millenni?) di immobilismo. E sotto questo aspetto, nonostante l'ambientazione esotica (la Cina può sembrare quanto di più lontano dalla provincia emiliana o dai confini europei), non mancano i punti in comune con gli altri capolavori di Bernardo Bertolucci, "Novecento" appunto, ma anche "Il conformista" (con la sua ragnatela di passioni e intrighi politici, rievocati in particolare nelle sequenze in cui Pu Yi diventa il sovrano dello stato fantoccio del Manchukuo). Strutturata come una serie di flashback, la sceneggiatura segue la prigionia di Pu Yi bambino all'interno della sua stessa corte, dalla quale non può uscire né quando è il divino "figlio del cielo" né quando rimane solo un simbolo mentre all'esterno il mondo sta cambiando rapidamente. In fondo non è dissimile dal topolino, dal grillo o dagli altri animaletti di corte. Dal carattere aperto, riformista ed esterofilo (anche per merito del precettore britannico Reginald Johnston), per tutta la vita Pu Yi rimane suo malgrado una pedina in mano ad altri: prima ai nazionalisti cinesi, e poi ai giapponesi che lo mettono a capo della Manciuria occupata. Infine, a guerra terminata, è accusato di collaborazionismo dal Partito Comunista e rinchiuso in un "campo di rieducazione", dal quale uscirà dopo dieci anni, nel 1959, per vivere gli ultimi suoi giorni da cittadino comune. Le ultime sequenze (forse immaginarie) ce lo mostrano mentre visita il suo palazzo, ormai diventato un'attrazione turistica. Per la prima volta una troupe cinematografica occidentale ebbe il permesso, da parte delle autorità cinesi, di girare all'interno della Città Proibita, la vasta cittadella che fu sede della corte imperiale. Bertolucci ebbe totale libertà d'azione, e il risultato è sontuoso, grazie anche alla fotografia di Vittorio Storaro. Nella sua lunghezza (due ore e quaranta minuti), il film attraversa molteplici fasi e atmosfere: dallo splendore formale dei riti e dei cerimoniali di corte, al progressivo svuotamento del palazzo man mano che il sovrano cresce, dal trasferimento a Tianjin ai venti di guerra, dagli interrogatori nella prigione all'avvento della rivoluzione culturale di Mao (con gli inesorabili contrappassi che genera ogni svolta di potere). La produzione richiese quasi 20.000 comparse, molte delle quali fornite dall'esercito cinese. Nel ruolo di Pu Yi si alternano quattro attori: John Lone è l'imperatore da adulto, mentre tre bambini o ragazzini lo interpretano a varie età (a 3, a 8 e a 15 anni). Joan Chen è Wanrong/Elizabeth, l'imperatrice, mentre Wu Junmei è Wenxiu, la seconda moglie. Peter O'Toole è il precettore scozzese, Ying Ruocheng il governatore della prigione, Ryuichi Sakamoto (autore anche delle musiche) il giapponese Amakasu. Nel cast anche Victor Wong (il gran tutore), Dennis Dun, Maggie Han (la spia "Gioiello d'oriente"), Cary-Hiroyuki Tagawa e il regista Chen Kaige (il capo delle guardie). Al vasto successo di critica non sono estranei la cura dei costumi, delle scenografie e del montaggio. E il film rimane forse l'esempio per eccellenza del respiro vasto e internazionale che il cinema italiano un tempo poteva vantare (anche attraverso le co-produzioni, come in questo caso).

16 dicembre 2013

La tragedia di un uomo ridicolo (B. Bertolucci, 1981)

La tragedia di un uomo ridicolo
di Bernardo Bertolucci – Italia 1981
con Ugo Tognazzi, Anouk Aimée
*1/2

Visto in divx, con Marisa.

Una misteriosa banda di rapitori sequestra Giovanni, unico figlio dell'industriale parmense Primo Spaggiari. Quando l'uomo si convince che il figlio sia stato ormai ucciso, progetta di utilizzare i soldi del riscatto (ottenuti attraverso prestiti particolarmente favorevoli) per salvare il proprio caseificio dal fallimento. Un film confuso e non troppo riuscito, che da un lato vorrebbe far riflettere sul rapporto fra padri e figli (tema cardine di tutto il cinema di Bertolucci) e dall'altro offrire un amaro ritratto dei piccoli imprenditori in un'Italia che aveva ormai passato il momento del boom economico ed era scossa dalle contestazioni giovanili e dal terrorismo (evidente il distacco fra le vecchie e le nuove generazioni, incapaci di capirsi o di parlarsi). Il tutto attraverso lo sguardo e la voce (spesso fuori campo, rivolgendosi direttamente agli spettatori) di un personaggio consapevole di essere inadeguato, o meglio – come recita il titolo – "ridicolo", e che cerca disperatamente di tenersi a galla pur trovandosi inviluppato in una ragnatela di misteri (portati avanti anche dagli evasivi personaggi interpretati da Laura Morante e Victor Cavallo, rispettivamente la ragazza di Giovanni e il "prete operaio" suo amico) la cui matassa viene lasciata da sbrogliare allo spettatore (il film si conclude con le parole "Il compito di svelare l'enigma lo lascio a voi": eh no, Bertolucci, così è troppo facile!). La pellicola, che punta le sue carte sull'ambiguità e su un'impalpabilità quasi metafisica, risulta al tempo stesso semplicistica e contraddittoria, e soffre – oltre che per il finale onirico e appicicaticcio – per una malriuscita e ondivaga fusione fra dramma e satira (si pensi alla presenza di macchiette sopra le righe, se non grottesche, come il commissario di polizia o gli usurai; per non parlare di scene del tutto fuori contesto, come Laura Morante che si denuda o l'inciampo del suddetto commissario). Non riescono purtroppo a salvarla né la buona interpretazione degli attori (Tognazzi vinse a Cannes) né la consueta ambientazione tanto cara al regista (la "Bassa", con i suoi argini e le sue fattorie, i formaggi, i prosciutti, la musica di Verdi). Volendo, il film potrebbe essere considerato "speculare" a "Strategia del ragno": a parte il setting simile, lì c'era un figlio che indagava i segreti del padre, qui è il contrario (Primo scopre per esempio che Giovanni frequentava e proteggeva estremisti di sinistra). Per una volta Bertolucci (autore anche del soggetto e della sceneggiatura) non si affida a Vittorio Storaro per la fotografia ma a Carlo Di Palma. Colonna sonora di Ennio Morricone. Giovanni è interpretato da Ricky Tognazzi, figlio di Ugo anche nella realtà.

27 ottobre 2012

Io e te (Bernardo Bertolucci, 2012)

Io e te
di Bernardo Bertolucci – Italia 2012
con Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Anziché partire per una settimana bianca con la scuola, come ha fatto credere alla madre, il quattordicenne Lorenzo – un ragazzo problematico che non ama la compagnia e non ha amici – si nasconde per una settimana nella cantina di casa, dopo essersi ben organizzato con le dovute provviste, il computer, musica e libri. I suoi piani di stare da solo vengono però stravolti dall'arrivo imprevisto della sorellastra Olivia, di qualche anno più grande di lui e tossicodipendente in fuga, con la quale sarà costretto a condividere i sette giorni in cantina. Per il suo ritorno al cinema a quasi dieci anni di distanza da "The Dreamers" (e a oltre trent'anni dal suo ultimo film di produzione italiana), Bertolucci sceglie di adattare un romanzo di Niccolò Ammanniti che sin dal titolo suggerisce quale sarà il tema trattato (le difficoltà di socializzazione) e che offre parecchi spunti in linea con i suoi lungometraggi precedenti: il giovane Lorenzo, con la sua introversione, i rapporti irrisolti con i genitori e le fantasie incestuose, può ricordare il protagonista de "La luna"; i ragazzi che si isolano dal resto del mondo e mettono in moto dinamiche personali all'interno di quattro mura fanno venire in mente lo stesso "The Dreamers"; mentre Olivia, che sogna di andare a vivere nella campagna toscana, ha velleità artistiche ed è l'oggetto dell'attenzione di uomini più anziani di lei, ha diversi punti in comune con la giovane protagonista di "Io ballo da sola". Simbolico l'interesse di Lorenzo per animali e insetti in grado di "mimetizzarsi" (il camaleonte, gli insetti stecco) o di vivere in maniera organizzata e autosufficiente (le formiche: nel suo rifugio il ragazzo si porta appunto un formicaio sotto vetro, che osserva con attenzione grazie alla stessa lente d'ingrandimento che poi utilizzerà per scrutare il volto della sorellastra mentre dorme). La sua analisi da entomologo è però sempre rivolta al mondo fuori da sé, mentre rifiuta o ignora ogni tentativo (quello dello psicanalista, quello della madre, quello della stessa Olivia) di rivolgere tale attenzione verso sé stesso. Rispetto al romanzo, Bertolucci ha scelto di eliminare il controfinale ambientato dieci anni più tardi. Ottima la prova dei due giovani attori, che reggono l'intera pellicola quasi da soli (in più ci sono Sonia Bergamasco, la madre; Veronica Lazar, la nonna; Pippo Delbono, lo psicanalista; e Tommaso Ragno, l'amico di Olivia). Nella colonna sonora spicca il folk psichedelico di David Bowie ("Ragazzo solo, ragazza sola", cantato in italiano su testi di Mogol, e la sua versione originale, "Space Oddity"). La regia rende vivo anche il polveroso scantinato che ospita i due personaggi, quasi come se fosse il terzo protagonista della vicenda.

6 ottobre 2012

Io ballo da sola (B. Bertolucci, 1996)

Io ballo da sola
di Bernardo Bertolucci – Italia/GB 1996
con Liv Tyler, Jeremy Irons
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora, Benedetta e Francesca.

La diciannovenne americana Lucy Harmon (una Liv Tyler agli esordi, nel ruolo che l’ha fatta conoscere) giunge in Toscana per trascorrere una breve vacanza, ospite in una bella villa sulle colline senesi. I padroni di casa erano amici di sua madre, poetessa da poco defunta, e la ragazza ha ragione di credere di essere stata concepita proprio in quei luoghi: uno dei motivi del suo viaggio – oltre a fare da modella per una scultura – è proprio quello di scoprire la vera identità del padre. Nella villa, affollata da bizzarri personaggi dai costumi piuttosto liberi (in gran parte artisti, poeti e scultori), Lucy diventa ben presto l’attrazione di tutti. Lei vorrebbe rivedere un giovane italiano di cui, nella sua visita precedente, si era innamorata, e magari perdere con lui la propria verginità; ma alla fine colui al quale si concederà sarà un altro. I temi della crescita, della scoperta della sessualità e dell’ingresso nell’età adulta si fondono con quelli dell’arte (anche la ragazza compone estemporanee poesie, i cui versi – che appaiono scritti in sovrimpressione sullo schermo, alla Greenaway – vengono affidati a fogliettini e frammenti di pagine dispersi poi qua e là), della vita, della morte (indimenticabile lo scrittore malato terminale, interpretato da Jeremy Irons), sullo sfondo di uno scenario assai suggestivo: le campagne e le colline toscane, i campi di grano e i filari di ulivi, i cascinali e le ville antiche, i vasi di terracotta e le insolite sculture, per un’ambientazione che negli anni successivi sarà saccheggiata da altre pellicole (per lo più anglosassoni) o da spot pubblicitari. Anche se a tratti il film sembra girare un po’ a vuoto, con la sua andatura lenta e l’assenza di una trama ben definita, riesce comunque a catturare la complicità dello spettatore, facendolo sentire a sua volta come se fosse un ospite in vacanza insieme a Lucy e agli altri personaggi. Non manca una certa dose di ambiguità, anche a livello sessuale (si pensi alla coppia formata da Richard e Miranda), che pure non sfocia mai nel torbido, anche se alcuni critici – soprattutto statunitensi – hanno manifestato un certo disagio. Eccellente la prova della bellissima Tyler (all’epoca nota soltanto in quanto “figlia di Steven Tyler”, il leader degli Aerosmith), spontanea e radiosa nel ruolo di una ragazza innocente e romantica, all’interno di un cast comunque ricco e vario, che comprende fra gli altri Joseph Fiennes, Jean Marais, Carlo Cecchi, Rachel Weisz, Stefania Sandrelli e Sinéad Cusack.

10 marzo 2012

La luna (Bernardo Bertolucci, 1979)

La luna
di Bernardo Bertolucci – Italia/USA 1979
con Jill Clayburgh, Matthew Barry
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

In seguito all'improvvisa morte del marito, la cantante lirica americana Caterina ritorna in Italia – dove aveva vissuto e studiato in gioventù – portando con sé il figlio quindicenne Joe. Troppo presa da sé stessa e dal proprio lavoro, non si accorge dell'enorme solitudine in cui versa il ragazzo, che si aggira da solo o in compagnia di amici occasionali per le strade di una Roma pasoliniana ed esotica. Ma quando scopre che il figlio è diventato un tossicomane, cercherà disperatamente di riallacciare un rapporto con lui e di dargli finalmente quell'affetto che gli aveva negato o centellinato: dapprima procurandogli la droga di cui ha bisogno, poi coinvolgendolo in un viaggio attraverso i luoghi delle sue stesse radici (ovvero la campagna parmigiana in cui è cresciuto anche Bertolucci: vediamo la villa di Verdi, una trattoria dove Pippo Campanini fa assaporare il culatello a Joe – proprio come aveva fatto con Giulio Brogi in "Strategia del ragno" – e a un certo punto persino la corte dove si svolgono alcune scene di "Novecento", con la protagonista che commenta "So dove siamo!"), e infine addirittura "accompagnandone" la prima sessualità, in un crescendo di scene ai limiti dell'incesto (che fecero scandalo in America). Sarà invece proprio Joe a capire che cosa manca sia a lui che alla madre, e a ricomporre – in un finale catartico – l'unità familiare, facendo rincontrare dopo molti anni, con uno stratagemma, Caterina e Giuseppe, l'uomo che ha scoperto essere il suo vero padre.

Dopo la lunghissima lavorazione di un film storico, politico, corale e collettivo come "Novecento", Bertolucci sentiva la necessità di realizzare una pellicola più intimista e personale (un'alternanza, questa fra kolossal e film più "piccoli", che contraddistingue tutta la sua produzione). Lo spunto glielo fornisce un ricordo d'infanzia, un'immagine di quando – da bambino ancora molto piccolo – veniva portato in bicicletta da sua madre: la scena sulla quale scorrono i titoli di testa, magistralmente resa dalla fotografia di Vittorio Storaro, non è altro che la rappresentazione di questo ricordo, in cui il volto della madre e il disco della luna piena che si staglia nel cielo notturno dietro di lei si confondono e si identificano (la luna, oltre a dare il titolo al film, tornerà più volte nel corso della pellicola: suggestiva, per esempio, la sua inattesa comparsa quando – per fare entrare l'aria fresca – viene aperto il soffitto mobile del cinema in cui si sono rifugiati Joe e la sua fidanzatina Arianna e in cui si proietta "Niagara" con Marilyn Monroe). Per la prima volta il cinema di Bertolucci, fino ad allora sempre attraversato dalla figura del padre (ricordiamo che Bernardo era figlio di Attilio, stimato poeta e "ingombrante" punto di riferimento), si rivolge invece a quella della madre. Sempre nell'incipit del film, vediamo la giovane mamma dare del miele al bambino neonato, che reagisce con qualche colpo di tosse: il miele, così dolce ma anche causa di soffocamento, è proprio l'affetto della madre che Joe, quando se ne sente privo, cercherà di sostituire con un altro "veleno" altrettanto seducente e letale (l'eroina).

Anche se i personaggi principali del film sono solo due, il cast di contorno è di notevole interesse. Tomas Milian è Giuseppe, il vero padre di Joe, che lavora come maestro elementare; Alida Valli, che aveva già recitato con Bertolucci in "Stategia del ragno" e "Novecento", è la madre dello stesso Giuseppe (anche questi, come il figlio, sembra infatti soffrire di un complesso di Edipo: a un certo punto Caterina dice che lo aveva lasciato perchè "era innamorato di sua madre"); Veronica Lazar è Marina, l'amica (lesbica?) della protagonista; Fred Gwynne (il Frankenstein della serie tv "I mostri"!) è Douglas, il marito di Caterina all'inizio del film; Franco Citti è l'uomo che approccia Joe nel bar, nella scena più "pasoliniana" del film (un omaggio del regista all'amico, per il quale aveva lavorato come aiuto regista proprio in "Accattone" e che era morto da poco: l'intenzione originale era quella di inserire nel locale un televisore che dava la notizia del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ma la scena fu eliminata perché "troppo dolorosa"); Renato Salvatori è il comunista che dà un passaggio in auto a Caterina; Roberto Benigni ("scoperto" proprio dal fratello di Bertolucci, Giuseppe, che lo aveva diretto nel suo primo film, "Berlinguer ti voglio bene") è l'operaio che monta le tende in casa di Caterina; Carlo Verdone è il regista, nel finale, delle prove di "Un ballo in maschera", quando la protagonista – che per dedicarsi completamente al figlio ha deciso persino di smettere di cantare, e difatti la vediamo recitare i versi dell'opera senza intonarli – riacquista immediatamente il sorriso e la voce dopo che si trova di fronte l'uomo che aveva amato quindici anni prima. Fondamentale l'utilizzo della musica lirica, che vista l'ambientazione è ovviamente quasi del tutto verdiana (se si eccettua il breve momento in cui il vecchio maestro di Caterina le fa ascoltare il terzetto "Soave sia il vento" da "Così fan tutte" di Mozart, scelto – come ha precisato lo stesso Bertolucci – "per rompere la verdianità e il melodramma" che permeano l'intera pellicola). A teatro Caterina interpreta "Il trovatore" (volteggiando su un fondale che raffigura il cielo stellato e naturalmente la luna, proprio come l'affresco disegnato dagli scolari della classe in cui insegna Tomas Milian: in quel caso la luna sarà aggiunta da Joe), una sequenza è accompagnata dal preludio del terzo atto de "La traviata", mentre – come già detto – la pellicola si conclude con le note de "Un ballo in maschera", allestito in pompa magna alle Terme di Caracalla.

17 febbraio 2012

Partner (Bernardo Bertolucci, 1968)

Partner (aka Il sosia)
di Bernardo Bertolucci – Italia 1968
con Pierre Clementi, Stefania Sandrelli
**

Visto in divx.

Giacobbe, timido e nevrotico insegnante di teatro che dalla vita riceve solo umiliazioni, incontra un sosia che si chiama come lui ma che, a differenza sua, è spregiudicato e trasgressivo. Ne diventa amico e lo ospita nella propria casa, a Roma: e questi comincia a sostituirlo nella vita reale, conquistando la ragazza che ama (la Sandrelli), commettendo misteriosi omicidi e progettando azioni sovversive con i ragazzi dell’accademia teatrale. Nel finale, il protagonista si rivolgerà in prima persona agli spettatori, invitandoli ad accogliere anch'essi la propria parte nascosta: “Ciascuno di voi ha il proprio sosia: cercatelo! E liberate la belva!”. Ispirato al tema del doppio e naturalmente a “Il sosia” di Dostoevskij, che rilegge all'insegna di una “esposizione teorica antirealistica”, il film “riflette su teatro, cinema, politica e vita, per dimostrare come nulla di tutto ciò sia vero e naturale ma solo rappresentazione”. Al suo terzo lungometraggio, Bertolucci sembra però ancora in cerca di una propria strada. Dopo le influenze pasoliniane (“La commare secca”), è ora succube di quelle godardiane, già evidenti in “Prima della rivoluzione” ma che qui esplodono in maniera netta: si veda la decostruzione narrativa, l’uso e abuso di cartelli e di slogan (“Vietato vietare”, “Buttiamo via le maschere”), lo studio della gioventù e dei suoi rapporti con il mondo esterno, i temi politici del momento (la bandiera del “Vietnam libero”, presente sin dai titoli di testa con lo schermo diviso in due metà, una rossa e una blu). Il risultato è altalenante, confuso e purtroppo assai datato, anche per le eccessive ambizioni (fra i numerosi temi affrontati ci sono attacchi al consumismo e alla pubblicità, riflessioni sull’arte e sul libero arbitrio, la descrizione dell’ambiguità esistenziale, e una percezione della crisi sociale e culturale dell’Italia alla vigilia delle rivolte del 1968). Stilisticamente non mancano comunque le scene notevoli (la lotta fra le ombre, per esempio), mentre la regia non prova nemmeno a fingere di nascondere i trucchi ottici necessari a far apparire due Pierre Clementi nella stessa inquadratura. Spudorate alcune citazioni cinematografiche (“Nosferatu”, “La corazzata Pokemkin”). Esordio di Stefania Sandrelli in un film di Bertolucci (la ritroveremo ne “Il conformista” e “Novecento”), mentre Tina Aumont è la giovane venditrice di detersivi con gli occhi dipinti sulle palpebre e Sergio Tofano è il “maggiordomo” Petrushka. Fra gli studenti di teatro si riconosce Ninetto Davoli. La colonna sonora è di Ennio Morricone, le scenografie di Altan.

4 febbraio 2012

Prima della rivoluzione (B. Bertolucci, 1964)

Prima della rivoluzione
di Bernardo Bertolucci – Italia 1964
con Francesco Barilli, Adriana Asti
***

Visto in divx, con Marisa.

Ambientato a Parma all’inizio degli anni sessanta, il secondo lungometraggio di Bertolucci – all’epoca ventitrenne – è il suo primo film veramente “personale” (la pellicola precedente, “La commare secca”, era ancora troppo pasoliniana): non solo perché si svolge nella sua terra, ma anche e soprattutto perché fonde e mescola – come accadrà in tutta la filmografia successiva del regista emiliano – il tema dell’impegno e dell’ideologia politica con quello dell’esistenzialismo, del cambiamento, dei sentimenti e delle relazioni personali e individuali. Il titolo proviene da una citazione di Tayllerand: “Chi non ha conosciuto la vita prima della rivoluzione non sa cos’è la dolcezza del vivere”. Il giovane Fabrizio (Francesco Barilli), di famiglia borghese ma di idee comuniste, vive la contraddizione di far parte di una comunità dove persino i proletari aspirano a integrarsi nel sistema anziché, come un tempo, a "rompere le catene". Scosso dalla morte improvvisa dell’amico Agostino, annegato nel Po, si innamora della sua giovane zia Gina (Adriana Asti), con la quale stringe un’intensa e segreta relazione. Anche la donna è in fuga (da sé stessa, da Milano) e in cerca di qualcosa che non riesce ad afferrare (scopriremo più avanti che è in cura da uno psicanalista, probabilmente Cesare Musatti, con cui proprio la Asti era in analisi: “lei ha la febbre dei nervi, io la febbre del presente”, dirà il ragazzo) ma la sua storia "rivoluzionaria" con il nipote non è destinata a durare. Quando Fabrizio si renderà conto che è impossibile conciliare le idee che gli stanno a cuore con il tessuto sociale in cui vive, abbandonerà l’impegno politico e tornerà nell’alveo della “normalità", accettando di sposare la ragazza cattolica e di buona famiglia che fin dall’inizio gli era stata predestinata (“Per me l'ideologia è stata una vacanza, una villeggiatura. Credevo di vivere gli anni della rivoluzione, e invece vivevo gli anni prima della rivoluzione”). Oltre che per i contenuti (che per certi versi sembrano anticipare le inquietudini de "I pugni in tasca" di Bellocchio), il film si differenzia da Pasolini anche per lo stile, chiaramente debitore verso i maestri della nouvelle vague: debito che viene riconosciuto nella scena in cui l’amico cinefilo di Fabrizio (interpretato da Gianni Amico, co-sceneggiatore del film) afferma – dopo aver visto “La donna è donna” di Godard – che “lo stile è un fatto morale” (e che “non si può vivere senza Rossellini”). Un altro omaggio metacinematografico è dato dalla sequenza della "camera ottica", dove il mondo esterno è osservato attraverso il riflesso in uno specchio, l'unica a colori in un film per il resto in bianco e nero. Da notare che i nomi dei personaggi sono gli stessi dei protagonisti de “La certosa di Parma” di Stendhal. La colonna sonora di Ennio Morricone è integrata dal jazz di Gato Barbieri, da un paio di canzoni di Gino Paoli e, nel finale, dal Macbeth di Verdi in scena al Teatro Regio, cui Fabrizio assiste dal palco di famiglia della sua fidanzata. Nel cast, diversi attori non professionisti: Cesare, l’ideologo comunista che fa anche il maestro elementare (e che nel finale legge ai suoi alunni “Moby Dick”, simbolo di una ricerca eterna e impossibile) è interpretato dal critico cinematografico Morando Morandini; Puck, il proprietario terriero che rimpiange i tempi andati, è Cecrope Barilli, curiosamente omonimo di un pittore parmense dell'ottocento di cui Francesco Barilli, il protagonista del film, è il nipote. Ma Puck è un nome shakespeariano, e Shakespeare fa subito venire in mente un parallelo fra Fabrizio ed Enrico V...

29 dicembre 2011

Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976)

Novecento
di Bernardo Bertolucci – Italia 1976
con Robert De Niro, Gérard Depardieu
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni e Rachele.

Alfredo Berlinghieri (De Niro), figlio dei proprietari di una grande azienda agricola, e Olmo Dalcò (Depardieu), figlio dei braccianti che ci lavorano, nascono lo stesso giorno, il 27 gennaio 1901 (la data della morte di Giuseppe Verdi: il film è ambientato proprio nei luoghi verdiani, in una fattoria nel comune di Busseto e nella "Bassa", fra le province di Parma, Cremona, Reggio Emilia e Mantova). Nonostante le differenze di classe sociale, i due ragazzi diventeranno grandi amici e cresceranno insieme. Ma il loro rapporto sarà messo a dura prova dagli eventi storici che segneranno l'Italia nella prima metà del secolo: dall'avvento del fascismo alle tragedie della seconda guerra mondiale (la pellicola si conclude – a parte un breve controfinale – proprio nel giorno della liberazione, il 25 aprile 1945). Per tutta la vita Olmo porterà avanti le proprie idee socialiste, mentre Alfredo – che pure in gioventù le guardava con una certa simpatia – lascerà che le prepotenze e la violenza dei fascisti si facciano strada anche nel microcosmo della tenuta di famiglia. Se non il capolavoro, di certo il film più celebre, ambizioso e personale di Bertolucci, una pellicola epica e lunghissima (dura oltre cinque ore, divise in due parti che uscirono separatamente al cinema – proprio come farà Marco Tullio Giordana con quello che può essere considerato un suo seguito ideale, "La meglio gioventù") che conquista lo spettatore per la sua natura di grande affresco corale, per la maestria tecnica (la fotografia è di Vittorio Storaro, il montaggio di Franco Arcalli, le scenografie di Ezio Frigerio e Gianni Quaranta, la musica di Ennio Morricone), per il realismo e l'attenzione ai particolari (nella messa in scena della vita contadina – dal lavoro nei campi ai riti e ai canti popolari – ma anche di quella borghese, come nelle sequenze che mostrano la vita "oziosa" di Alfredo in compagnia dello zio Ottavio) e soprattutto per l'ampio respiro storico della vicenda, abbinato però a uno sguardo che rimane sempre focalizzato su un piccolo territorio (i grandi eventi della storia del ventesimo secolo – da cui il titolo della pellicola – sono filtrati da una prospettiva intima e locale, in maniera non dissimile da quello che farà il tedesco Edgar Reitz nell'ancora più monumentale "Heimat").

Detto questo, il film – forse in parte ispirato a "Il mulino del Po" – è tutt'altro che equilibrato e ha anche i suoi bravi difetti: in particolare il manicheismo che – in nome dell'antifascismo e dell'apologia del socialismo – porta a idealizzare il popolo contadino e a demonizzare i borghesi e i "padroni", conducendo a sequenze un po' troppo sopra le righe (come quelle legate ai personaggi di Attila e di Regina, per esempio quando uccidono un bambino senza motivo). Poco convincente anche il trattamento riservato ai due protagonisti principali, Alfredo e Olmo, che man mano che la trama procede perdono importanza e restano sempre più ai margini degli eventi. Nella seconda metà del film, più che a narrare la loro storia, il regista sembra interessato soprattutto a mettere in scena una vicenda collettiva: significativa la lunghezza che viene riservata alla sequenza finale della liberazione nel cortile della fattoria. Grandioso il cast: erano anni in cui il nostro cinema poteva permettersi di ricorrere a grandi attori stranieri anche per i ruoli principali (e non per semplici comparsate), e poco importa se dovevano interpretare personaggi così permeati di italianità. Certo, nel 1976 De Niro e Depardieu – che appaiono anche in una scena di nudo frontale – erano giovani e a inizio carriera, ancora lontani dalla fama che avrebbero conquistato in seguito, ma tutto ciò non fa che valorizzare l'intuizione di Bertolucci e la sua decisione di scritturarli per il film. E comunque, anche il resto del cast non scherza: nei panni delle due donne amate da Olmo e Alfredo ci sono Stefania Sandrelli e Dominique Sanda (che avevano recitato già insieme ne "Il conformista"), in quelli dei nonni ci sono mostri sacri come Burt Lancaster e Sterling Hayden, per non parlare poi della coppia di cattivi formata da Donald Sutherland (Attila) e Laura Betti (Regina), di Romolo Valli (il padre di Alfredo), di Werner Bruhns (lo zio Ottavio), di Alida Valli (la vedova Pioppi) e dei tanti altri comprimari (fra cui vorrei ricordare Stefania Casini, la prostituta epilettica, e Pippo Campanini, il prete del paese). Nota di merito, infine, per i giovanissimi Roberto Maccanti e Paolo Pavesi che interpretano rispettivamente Olmo e Alfredo da bambini nella prima ora di film. Il film si apre con un'immagine de "Il quarto stato" di Pellizza da Volpedo, dipinto realizzato nel 1901 e dunque anch'esso un simbolo del ventesimo secolo: non a caso era stato collocato all'ingresso del Museo del Novecento recentemente inaugurato a Milano.

13 dicembre 2011

La commare secca (B. Bertolucci, 1962)

La commare secca
di Bernardo Bertolucci – Italia 1962
con Francesco Ruiu, Alfredo Leggi
**

Visto in divx, con Marisa.

L'esordio di Bernardo Bertolucci alla regia (a soli 22 anni!) è tutto nel segno di Pasolini: dopo aver già collaborato ad "Accattone" come aiuto regista, l'autore emiliano porta qui sullo schermo un soggetto originale di PPP, sceneggiato insieme a Franco Citti, che in un primo momento avrebbe dovuto essere diretto dallo stesso Pasolini. Un maresciallo di polizia (che non vediamo mai sullo schermo: ne sentiamo soltanto la voce fuori campo, come in "Rashomon" di Kurosawa) indaga sull'omicidio di una prostituta, il cui corpo è stato trovato sotto un ponte del Tevere, e interroga diverse persone che la sera prima sono passate dal parco dove la donna lavorava, ricostruendone la giornata (tutti i sospettati mentono, per un motivo o per l'altro, ma sullo schermo vediamo quello che è successo realmente): un giovane ladruncolo che si guadagna da vivere derubando le coppiette; un ex galeotto che ha appena lasciato l'amante che lo manteneva; un militare che ha trascorso la giornata girovagando per la città dietro alle ragazze; un eccentrico friulano (come PPP!) che va in giro in zoccoli e che ha qualcosa da nascondere; due adolescenti che, per trovare il denaro necessario a offrire il pranzo alle loro fidanzatine, derubano l'omosessuale che li aveva adescati; sarà proprio quest'ultimo, testimone oculare del delitto, a rivelare alla polizia chi è il vero colpevole. Se la ricostruzione di una Roma che non ha ancora compiuto la transizione verso la modernità è piuttosto convincente, e la descrizione di un'umanità emarginata, povera e variopinta è coerente con la visione pasoliniana (molti personaggi e ambienti ricordano quelli di "Accattone" e "Mamma Roma"), rispetto ai lavori di PPP il film soffre per uno stile troppo ricercato (vedi alcuni inutili movimenti di macchina) e per una struttura narrativa piuttosto sfilacciata (le varie storie scorrono in parallelo ma senza un reale legame che le metta in relazione, e il ricorso a inquadrature delle stesse situazioni da diversi punti di vista sembra un esercizio fine a sé stesso, benché trovate come l'improvviso scroscio di pioggia – cui segue immancabilmente una scena che mostra la prostituta che si prepara a uscire di casa – siano efficaci per collocare le diverse sequenze sugli stessi binari cronologici). E anche la trama "gialla", la cui risoluzione è calata dal nulla, lascia un po' il tempo che trova. Nonostante tutto, però, il talento visivo del regista è già evidente da numerosi squarci e inquadrature. Il titolo, che si riferisce alla morte, proviene da un verso di Gioacchino Belli: "... e già la commaraccia secca de strada Giulia arza er rampino". Le due canzoni della colonna sonora, di Claudio Villa e di Nico Fidenco, sono successi dell'epoca.

8 novembre 2011

Ultimo tango a Parigi (B. Bertolucci, 1972)

Ultimo tango a Parigi
di Bernardo Bertolucci – Italia/Francia 1972
con Marlon Brando, Maria Schneider
***

Visto in DVD, con Giovanni, Rachele e Paola.

Senza conoscere nulla l’uno dell’altra, nemmeno il nome, un uomo e una ragazza si incontrano in un appartamento sfitto di Parigi e imbastiscono una relazione basata puramente sul sesso. Lui fugge dal passato (il tragico suicidio della moglie, una vita di fallimenti), lei dal futuro (l’imminente matrimonio, i lacci della piccola borghesia). Ma quando il primo si illude che il rapporto possa trasformarsi in qualcosa di più stabile e duraturo, finirà in tragedia. Etichettato, a seconda dei punti di vista, come romantico, malinconico, selvaggio o decadente, nato da una fantasia dello stesso Bertolucci (che immaginava di fare l’amore con una sconosciuta incontrata per caso in strada), è stato uno dei “casi” più celebri e scandalosi della cinematografia italiana, vero fenomeno di costume, al tempo stesso film proibito e maledetto (per via delle traversie con la censura) e popolare e di massa (aggiustando i dati in base all’inflazione, rimane tuttora la seconda pellicola italiana con il maggior incasso al botteghino, dietro a "Continuavano a chiamarlo Trinità"). Per la critica americana Pauline Kael, che lo difese sin dal primo momento contribuendo a farlo accettare come opera artistica, si tratta del "più importante film erotico mai realizzato", dotato di una straordinaria valenza liberatoria. In anni di cinema politico, di tensione e di impegno collettivo (una tendenza cui lo stesso Bertolucci aveva contribuito con i suoi lavori precedenti), il film racconta una storia che si svolge invece in una dimensione esclusivamente individuale e personale: e se agli spettatori non viene nascosto il background dei due personaggi, con i loro drammi e le vite private, i protagonisti condividono invece – attraverso i loro corpi – soltanto il presente; persino i ricordi d’infanzia appaiono trasfigurati e ammantati da una patina di sogno e di irrealtà. Straordinaria la fotografia di Vittorio Storaro, interamente giocata sui toni caldi (giallo, ocra, rosso), così come la musica di Gato Barbieri. È passata alla storia, in particolare, la scena della sodomizzazione con il panetto di burro (la Schneider, all’epoca ventenne e sconosciuta, raccontò in seguito che non era prevista nella sceneggiatura e che Brando e Bertolucci le dissero cosa avrebbe dovuto fare soltanto poco prima di girarla). Sotto certi aspetti, comunque, la pellicola appare un po’ datata, soprattutto per alcuni dialoghi o monologhi un po’ intellettualistici e per un eccesso di turpiloquio che a volte sembra fin troppo provocatorio e gratuito (molte cose vennero comunque improvvisate). Le controversie sulle scene di sesso fecero passare in secondo piano altre sequenze altrettanto "scandalose", come quella degli insulti di Paul alla salma della moglie (che mi ha ricordato una scena de "I pugni in tasca" di Bellocchio). Per il ruolo femminile Bertolucci aveva pensato inizialmente a Dominique Sanda (che rifiutò perché era incinta) e a Catherine Deneuve. Il fidanzato di Jeanne (interpretato da Jean-Pierre Léaud), che gira cinema-verità per le strade alla ricerca di spunti sociali e vuole chiamare i suoi figli Fidel (come Castro) e Rosa (come Luxembourg), è un chiaro omaggio a Godard, a Truffaut e alla cultura della nouvelle vague (ma le citazioni investono un po’ tutto il cinema francese: si pensi al salvagente con il nome de "L’Atalante").

Ancora più celebri del film stesso, però, sono le clamorose vicende giudiziarie che ne seguirono l’uscita e che rappresentano una delle pagine più vergognose nella storia della censura italiana. Già per far arrivare il film nelle sale, Bertolucci era stato costretto a tagliare una sequenza (i famosi "otto secondi" del primo amplesso fra Brando e la Schneider nella casa vuota) pur di ottenere il nulla osta dalla commissione di censura. Denunciata per oscenità (per la precisione, per un "esasperato pansessualismo fine a sé stesso”), la pellicola venne poi sequestrata (ma Bertolucci, che se lo aspettava, aveva messo in salvo il negativo inviandolo all’estero). Dopo l’assoluzione in primo grado, Bertolucci, Brando e il produttore Alberto Grimaldi – che era subentrato alla Paramount quando questa aveva rifiutato di finanziare il film – furono condannati a due mesi di carcere con la condizionale. In Cassazione, il film venne poi condannato a essere distrutto, e Bertolucci addirittura privato dei diritti civili per cinque anni (lo scoprì per caso, quando nel 1976 non gli arrivò a casa il certificato elettorale). Soltanto nel 1982, dopo che un gruppo di cinefili lo proiettò clandestinamente in una rassegna a Roma (dicendo alle forze dell’ordine che la copia gli era stata fornita da Rainer Werner Fassbinder, morto di recente!), la questione venne riesaminata: e nel 1987, alla luce dei mutamenti ormai intervenuti nella società italiana, il film fu infine "riabilitato".

2 agosto 2010

Il conformista (B. Bertolucci, 1970)

Il conformista
di Bernardo Bertolucci – Italia/Francia 1970
con Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Marcello Clerici (Trintignant) cerca continuamente di omologarsi alla massa ("Tutti vorrebbero sembrare diversi dagli altri, e tu invece vuoi somigliare a tutti", gli dice l'amico Italo): per questo motivo ha deciso di sposarsi con Giulia (Sandrelli), una ragazza mediocre e borghese che in realtà non ama, e per lo stesso motivo aderisce al partito fascista, entrando addirittura a far parte della polizia segreta ("La gente collabora con noi per paura, per soldi o per fede fascista: voi, invece, per nessuno di questi motivi"). La sua missione lo porterà a Parigi – con la copertura del viaggio di nozze – per riallacciare i contatti con il professor Quadri, un suo vecchio docente che ora vive in esilio ed è membro di un movimento di resistenza antifascista. L'ordine è quello di eliminarlo: ma innamoratosi di Anna, la giovane moglie del professore (una seducente e ambigua Dominique Sanda), alla resa dei conti si rivelerà incapace sia di uccidere Quadri (ci dovranno pensare altri agenti dell'Ovra) sia di salvare la donna. Nei film di Bertolucci i temi politici e sociali si intrecciano spesso con quelli individuali e psicologici, e anzi i primi dipendono da questi ultimi. "Il conformista" ne è un perfetto esempio, con il suo spietato ritratto di un personaggio privo di ideali, che aderisce al fascismo e a valori a lui estranei (la religione, la famiglia) soltanto perché mosso da un'ostinata "ricerca della normalità" che affonda le sue radici nei traumi sessuali subiti nell'infanzia e nel rifiuto di una famiglia decadente (un padre malato di mente, una madre dissoluta e morfinomane). Il protagonista è l'emblema dei molti italiani che si professarono fascisti durante il ventennio, per poi passare dall'altra parte della barricata alla caduta del regime. L'omonimo romanzo di Alberto Moravia è adattato cinematograficamente in maniera sontuosa, grazie anche alla fotografia di Vittorio Storaro (che sfrutta in maniera magistrale luci, ombre, colori e tonalità calde o fredde), alle imponenti scenografie di Ferdinando Scarfiotti (che ricostruisce i marmorei palazzoni del potere, i manicomi, le ville borghesi, le strade di Parigi), della musica di Georges Delerue e delle intepretazioni di un ottimo cast (ci sono anche Gastone Moschin, nei panni dell'agente fascista Manganiello; Enzo Tarascio, in quelli del professor Quadri; José Quaglio, l'intellettuale cieco Italo; Pierre Clementi, il vetturino pederasta Lino; e Yvonne Samson, la madre di Giulia). La complessa sceneggiatura è temporalmente destrutturata: si inizia in media res, a Parigi, e gli antefatti vengono narrati attraverso una serie di flashback.

1 agosto 2010

Strategia del ragno (B. Bertolucci, 1970)

Strategia del ragno
di Bernardo Bertolucci – Italia 1970
con Giulio Brogi, Alida Valli
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

In un'assolata estate, il giovane Athos Magnani fa ritorno a Tara, il paesino della "Bassa" padana dove suo padre (che portava il suo stesso nome) è morto da eroe antifascista prima che lui nascesse, ucciso a tradimento nel 1936 da un sicario di cui l'identità è sempre rimasta ignota. Il borgo, isolato dal mondo, vive su ritmi tutti suoi e nel ricordo del suo unico eroe, cui sono intitolate strade e monumenti; ma Draifa, la sua vecchia amante, è convinta che l'assassino viva ancora fra la gente del posto e chiede ad Athos di indagare, a costo di togliere la polvere dagli scheletri del passato e di scoprire che la verità ha anche un lato oscuro e ambiguo. Liberamente tratto da un racconto di Borges ("Tema del traditore e dell'eroe", da "L'aleph"), questo affascinante lungometraggio ha sicuramente come punto di forza l'ambientazione: un paese pigro e vuoto, reso ancor più desolato dalla calura estiva, che vive nel passato ("Ma non ci sono giovani in questo paese?", si chiede Athos) e nella memoria, dove ognuno custodisce gelosamente segreti e misteri, fra sagre rurali, l'onnipresente musica di Verdi, il culatello e la trippa, il vino, le biciclette, i giochi dei bambini: è lo stesso scenario che in seguito, spogliandolo in parte dall'atmosfera sospesa e surreale, Pupi Avati virerà in chiave horror con "La casa delle finestre che ridono", ma che qui – dietro la patina del giallo – prefigura in parte "Novecento", benché su scala ridotta (l'insignificanza di Tara all'interno delle dinamiche globali si rivela tutta nel finale, quando le erbacce sui binari del treno suggeriscono la scarsa frequenza con cui il paese è collegato al resto del mondo). Il cast comprende anche Pippo Campanini, Franco Giovannelli e Tino Scotti nei panni dei tre vecchi amici del padre di Athos: il loro piano di assassinare Mussolini mentre si trova a teatro ad assistere al "Rigoletto" mi ha fatto pensare alla scena clou di "Bastardi senza gloria" di Tarantino, in cui si progetta di uccidere Hitler mentre è al cinema. In ogni caso, il film è visivamente splendido: notevole, in particolare, la qualità pittorica delle scenografie (gli scorci delle vie e delle case rimandano a De Chirico, mentre i titoli di testa scorrono su immagini di opere di Ligabue). Il film è stato girato a Sabbioneta: Tara, nome di fantasia, era quello della piantagione di Rossella O'Hara in "Via col vento".

22 dicembre 2007

Piccolo Buddha (B. Bertolucci, 1993)

Piccolo Buddha (Little Buddha)
di Bernardo Bertolucci – GB 2003
con Keanu Reeves, Alex Wiesendanger
**1/2

Visto in DVD.

Due monaci tibetani sono convinti che un bambino americano di otto anni sia la reincarnazione del loro maestro spirituale. Per metterlo alla prova lo condurranno in Bhutan, insieme ad altri due candidati: alla sua storia si intreccia quella del giovane Siddharta, interpretato da Keanu Reeves, il principe che scoprì l'esistenza della sofferenza nel mondo e che attraverso la meditazione raggiungerà l'illuminazione, diventando Buddha. Film stranissimo, completamente privo di tensione, che procede leggero come un sogno o una favola e che riesce a raccontare la religione buddista, le sue basi storiche e i suoi concetti fondamentali senza essere pedante, didascalico, intrusivo o troppo "filosofico". Nonostante la durata (quasi due ore e mezza), scorre via che è un piacere: però non lascia molto, se non a chi è particolarmente ricettivo o già interessato all'argomento. Notevole la fotografia di Vittorio Storaro, che usa colori caldi (rossi e gialli) per le scene ambientate in India, in Tibet o in Bhutan, mentre si affida a colori freddissimi (blu e bianchi) per quelle girate negli Stati Uniti. Il risultato è sontuoso e patinato. Bertolucci, che torna a raccontare l'Estremo Oriente dopo i fasti (e gli Oscar) de "L'ultimo imperatore", si affida ai suoi soliti collaboratori (Pietro Scalia al montaggio, Ryuichi Sakamoto alle musiche) e usa anche qualche effetto speciale. La madre del bambino è un'affascinante Bridget Fonda.