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5 dicembre 2023

Assassinio a Venezia (Kenneth Branagh, 2023)

Assassinio a Venezia (A Haunting in Venice)
di Kenneth Branagh – USA 2023
con Kenneth Branagh, Tina Fey
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Nella Venezia del dopoguerra, dove Hercule Poirot (Branagh) si è ritirato a vita privata, deluso dall'umanità intera, il grande detective viene convinto dall'amica Ariadne Oliver (Tina Fey), scrittrice di gialli in cerca di ispirazione, a partecipare a una seduta spiritica che si terrà la notte di Halloween nel decadente palazzo della cantante lirica Rowena Drake (Kelly Reilly). Questa ha infatti ingaggiato una sedicente medium (Michelle Yeoh) per evocare l'anima di sua figlia Alicia, morta suicida da poco. Ma quando la sensitiva verrà assassinata, Poirot dovrà indagare per scoprire se il colpevole è un fantasma o un assassino in carne e ossa. Il terzo film di Branagh sul personaggio di Agatha Christie, (molto) liberamente tratto dal romanzo "Poirot e la strage degli innocenti", è forse il più riuscito dei tre, anche perché gioca su piccola scala, con un cast di volti meno noti e un'ambientazione parecchio circoscritta. In effetti proprio l'atmosfera è la cosa migliore, con il fascino decadente e spettrale di una Venezia decrepita e maledetta. La vicenda si svolge quasi tutta in un palazzo dai muri scrostati, ricolmo di vecchi oggetti, fra spifferi e leggende di bambini fantasma che si vogliono vendicare dei soprusi subiti in passato, il che dona alla vicenda toni quasi da horror soprannaturale più che da giallo classico. Nel cast, oltre a Branagh e Yeoh, il volto più noto per noi italiani è quello di Riccardo Scamarcio nei panni dell'ex poliziotto e guardia del corpo di Poirot. Ci sono poi Kyle Allen, Camille Cottin, Jamie Dornan, Emma Laird e Ali Khan.

12 dicembre 2020

Amen (Kim Ki-duk, 2011)

Amen (id.)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2011
con Kim Ye-na, Kim Ki-duk
**1/2

Visto su YouTube, per ricordare Kim Ki-duk.

Una ragazza coreana (Kim Ye-na) sbarca a Parigi in cerca di qualcuno (forse il suo innamorato?). La giovane vaga per la città, citofona inutilmente ai recapiti di cui dispone, grida il nome dell'uomo che sta cercando in mezzo alla folla, prende treni per Venezia prima e per Avignone poi, ma invano. Nello scompartimento di uno di questi treni, viene addormentata, derubata e violentata da uno sconosciuto in tuta mimetica e maschera antigas, che in seguito comincia a pedinarla di nascosto. Quando la ragazza scopre di essere rimasta incinta, lo sconosciuto la approccia, chiedendole di tenere il bambino... Forse il film più esile e minimalista di Kim, girato "in trasferta" con la camera a mano, senza dialoghi (il rumore di fondo è in presa diretta) e con una sola attrice (anzi due: il regista stesso, oltre a reggere la videocamera, interpreta l'uomo con la maschera antigas). In questo estremo artigianalismo non è molto diverso dal precedente "Arirang": ma se quello era una confessione a cuore aperto, qui Kim sembra quasi volersi imporre una sorta di invisibilità, cancellando persino il proprio volto, continuando però ad espiare i propri peccati. E perciò, anche se la prima impressione è che la trama sia stata improvvisata sul momento, non si può negare che non manchino l'interesse e l'intensità: si partecipa al viaggio e alle vicende della protagonista senza nome, sola in terra straniera, e si rimane stranamente avvinti dal suo volto irregolare, dalle sue lacrime, dalle notti trascorse sulle panchine, e dal mistero dell'uomo che la segue (spesso l'inquadratura corrisponte alla soggettiva di questi) donandole denaro o abiti, sentendosi in colpa per ciò che ha fatto. Espliciti anche alcuni sottotesti religiosi, a partire dal titolo e dalle sequenze ambientate in chiesa o presso luoghi di culto, quasi a voler leggere la vicenda come quella di una novella Maria di fronte al mistero dell'annunciazione. Musica di Schubert (l'Andantino D. 959).

12 agosto 2020

Anima persa (Dino Risi, 1977)

Anima persa
di Dino Risi – Italia/Francia 1977
con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve
***

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane Tino (Danilo Mattei), aspirante pittore, si trasferisce a Venezia nella ricca ma fatiscente villa degli zii Fabio (Vittorio Gassman) ed Elisa Stolz (Catherine Deneuve). L'uomo, ingegnere che trascorre gran parte delle proprie giornate al lavoro, è rigido e all'antica, e comanda a bacchetto una moglie sottomessa e che evidentemente non ama più da tempo. Ma ad inquietare Tino sono soprattutto i misteri della grande casa, un antico palazzo diroccato con un'ala ancora da restaurare, da cui provengono strani suoni durante la notte. Il ragazzo scopre infatti che nella soffitta è recluso il fratello dello zio, impazzito (forse) per amore. E anche che la zia soffre per la perdita della figlioletta di primo letto, scomparsa misteriosamente tempo prima all'età di dieci anni. Eppure, non tutto è come sembra... Da un romanzo di Giovanni Arpino, un thriller psicologico con finale a sorpresa (benché non del tutto imprevedibile), che mette insieme molti ingredienti interessanti: una Venezia antica e decadente, dai palazzi scrostati e malsani, dove ancora si respira aria da "vecchio impero" nonostante il nuovo che avanza, e due attori sublimi, Gassman e la Deneuve, che danno vita a personaggi nevrotici e disfunzionali. A fare loro da contraltare c'è la giovinezza curiosa e spensierata del protagonista, che ancora non sa cosa fare della propria vita, e della sua amica Lucia (Anicée Alvina), giovane modella di nudo. La fotografia è di Tonino Delli Colli, le musiche (morriconiane) di Francis Lai. Il romanzo originale era ambientato a Torino, anziché a Venezia, e raccontava la storia di una sorta di Jekyll e Hyde. Curiosità: a un certo punto Gassman dice che "le donne hanno un profumo particolare", citando dunque "Profumo di donna" (da lui interpretato tre anni prima, diretto sempre da Risi e tratto come questo da un romanzo di Arpino).

3 marzo 2020

La vittima designata (M. Lucidi, 1971)

La vittima designata
di Maurizio Lucidi – Italia 1971
con Tomas Milian, Pierre Clémenti
**

Visto in divx.

Il fotografo pubblicitario Stefano Augenti (Tomas Milian) conosce per caso l'ambiguo conte Matteo Tiepolo (Pierre Clémenti), che gli propone un patto: il conte ucciderà la moglie di Stefano, Luisa, lasciandolo libero di vendere le quote della società intestate alla consorte (che si oppone) e di rifarsi una vita con la sua amante, la modella Fabiane (Katia Christine); in cambio lui dovrà uccidere il fratello del conte. Stefano rifiuta, ma Matteo commette comunque l'omicidio ("Ho fatto tutto ciò che tu sognavi di fare e non ne avevi il coraggio"). Sospettato dalla polizia come autore del delitto, essendo l'unico ad avere un movente, Stefano non avrà altra scelta che portare a termine la propria parte del patto (in cambio della quale il conte ha promesso di procurargli un alibi di ferro)... Ambientato a Milano, a Venezia e sul lago di Como, un thriller chiaramente ispirato al classico di Hitchcock "L'altro uomo", alias "Delitto per delitto" (ma un personaggio, all'inizio del film, sembra quasi giustificare la cosa: "Ormai si è fatto tutto... Le idee ormai non servono più. È lo stile che conta"). Pur artificioso e implausibile in alcuni sviluppi, è salvato da discrete interpretazioni (con un Milian che, oltre a cantare il brano "My shadows in the dark", si doppia anche da sé: per questo motivo si dice che il personaggio è di origine venezuelana), che danno vita a interessanti caratterizzazioni (il protagonista è il classico borghese che di fronte alle difficoltà finisce sempre con lo scendere a compromessi, il conte è una figura morbosa, ambigua e fuori dal tempo, tanto che pare quasi appartenere a un altro film) e soprattutto dalla colonna sonora baroccheggiante firmata da Luis Bacalov insieme ai New Trolls, che qui fanno le prove per il "Concerto grosso".

3 agosto 2019

Panorama du Grand Canal (A. Promio, 1896)

Panorama du Grand Canal pris d'un bateau
(aka Vue du Grand Canal)
di Alexandre Promio – Francia 1896

Visto su YouTube.

Pur avendo inventato la più innovativa macchina da presa e da proiezione fino ad allora realizzata, il cinématographe, e aver dato vita al cinema come lo conosciamo oggi, ovvero come rito di fruizione collettiva, pare che i fratelli Lumière nutrissero poca fiducia nel suo avvenire (celebre è rimasta la frase attribuita a Louis: "Il cinema è un'invenzione senza futuro") e – a differenza di altri pionieri dell'epoca – nel giro di pochi anni persero l'entusiasmo e tornarono ad occuparsi semplicemente di fotografia. In ogni caso, attenti anche agli aspetti tecnici e commerciali oltre che a quelli artistici, per lungo tempo rifiutarono di vendere i loro apparecchi ad altri cineasti, preferendo semplicemente noleggiarli. In altri casi, per far fronte alla crescente domanda del pubblico di vedere pellicole sempre nuove, cominciarono ad addestrare operatori da inviare ai quattro angoli del globo con il compito di arricchire il catalogo riprendendo scene, vedute e paesaggi (il cinema era ancora prevalentemente concepito in funzione di documentario, più che in senso narrativo). Il loro arrivo in diversi paesi, fra l'altro, contribuì a ispirare e a far nascere le rispettive cinematografie nazionali. Fra questi operatori giramondo, che si ingegnarono nell'inventare nuove e originali tecniche di ripresa per rendere particolari e accattivanti i propri film, spicca Alexandre Promio (di origine italiana): è a lui che si deve l'ideazione (con consapevolezza teorica) del primo "carrello", quando a Venezia collocò la macchina da presa su una gondola in movimento. anziché sul solito treppiede stabile sulla terraferma. Queste le sue parole: "Pensavo che se il cinema, restando immobile, permette di riprodurre oggetti in movimento, forse si poteva, rovesciando le parti, tentare di riprodurre oggetti immobili con il cinema in movimento". Ho scritto "consapevolezza teorica" perché pare che un altro inviato dei fratelli Lumière, Constant Girel, lo abbia preceduto di pochi giorni con una ripresa a bordo di un battello sul Reno, a Colonia, effettuata però in maniera estemporanea e, soprattutto, senza essere stato autorizzato da Louis Lumière (Promio invece gli inviò un telegramma per chiedere il permesso di "disobbedire" alle raccomandazioni ufficiali previste per mantenere stabile l'immagine). Nel corso dei suoi viaggi, Promio raggiunse anche gli Stati Uniti, la Spagna, la Palestina e l'Egitto. Fra gli altri operatori dei Lumière vanno ricordati Gabriel Veyre, Francis Doublier, Marius Chapuis e soprattutto Felix Mesguich, che oltre a realizzare il primo film pubblicitario (nel 1898 per la marca di vernici Ripolin), a immortalare su pellicola la Bella Otero e l'inizio della rivoluzione russa, effettuerà nel 1908 anche la prima ripresa aerea (a bordo dell'aeroplano dei fratelli Wright!).

18 luglio 2019

Spider-Man: Far from home (Jon Watts, 2019)

Spider-Man: Far from home (id.)
di Jon Watts – USA 2019
con Tom Holland, Jake Gyllenhaal
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Nel corso di una gita scolastica in Europa con la propria classe, Peter Parker/Spider-Man (Holland) deve vedersela con la minaccia di Quentin Beck/Mysterio (Gyllenhaal), ex dipendente di Tony Stark che sfrutta droni e tecnologie illusorie per far credere di essere un super-eroe. Il secondo film di questa nuova incarnazione dell'Uomo Ragno, nonché primo film Marvel dopo il gran finale di "Avengers: Endgame", è praticamente la versione supereroistica di film come "National Lampoon's European Vacation" ("Ma guarda un po' 'sti americani") o "Se è martedì deve essere il Belgio": le disavventure di un gruppo di sprovveduti americani in tour per le nazioni e le città del Vecchio Continente. Le varie tappe prevedono, fra le altre, Venezia, Praga e Londra (oltre alla Germania e all'Olanda, con vari gradi di sterotipazione). Si prosegue inoltre con il taglio da teen movie che già aveva caratterizzato il precedente "Homecoming", in ossequio alle prime storie di Stan Lee e Steve Ditko, in cui il personaggio era un liceale alle prese con problemi scolastici, rapporti con i compagni di classe e vicende sentimentali (qui il tentativo di dichiararsi all'amata MJ (Zendaya), mentre di converso il suo miglior amico Ned "fila" con la biondina Betty Brant). A parte alcuni accenni agli eventi cataclismatici dei film degli Avengers, liquidati peraltro con eleganza (il "Blip" che ha fatto sparire per cinque anni metà degli abitanti della Terra), la pellicola scorre leggera mescolando diversi filoni, il teen movie con i ragazzi in gita e l'azione supereroistica. Peccato che chi conosce già il personaggio di Mysterio dai fumetti presagirà sin dalla sua apparizione la verità sul suo conto: in ogni caso, in epoca di fake news e di effetti speciali digitali, le sue capacità illusorie si vestono di nuovi e interessanti significati. Qualche passaggio a vuoto nella trama (perché Beck desidera tanto la tecnologia di Stark se di fatto vi aveva già accesso?) e qualche battuta di troppo (specialmente nella prima parte: ma bisogna ammettere che nessuno come la Marvel fonde così bene l'azione e la comicità) impediscono alla pellicola di volare al di sopra del semplice intrattenimento, anche perché le scene di combattimento sono come al solito la parte più noiosa (belle, invece, le sequenze delle illusioni). E sono convinto che l'Uomo Ragno, fuori dal suo ambiente urbano e lontano da New York, funzioni meno bene. Ma se si cerca solo il divertimento questo non manca di certo, Holland si conferma il miglior Peter Parker di sempre, e il cast di comprimari è azzeccato, con parecchi ritorni più o meno attesi: Jon Favreau torna a ritagliarsi un ruolo importante nei panni di Happy Hogan (qui "fidanzato" con zia May), Samuel L. Jackson è un redivivo Nick Fury (ma nelle scene post-credits si rivela che lui e Maria Hill sono stati impersonati per tutta la pellicola da due alieni Skrull, già visti in "Captain Marvel"). E nel finale, il cliffhanger per il film successivo è dato dall'apparizione di J.K. Simmons nei panni di J. Jonah Jameson (che aveva già interpretato nella trilogia di Sam Raimi), che rivela al pubblico l'identità di Spider-Man. Nella colonna sonora, alcune imbarazzanti canzoni italiane (come "Stella stai" di Umberto Tozzi).

18 febbraio 2019

Pane e tulipani (Silvio Soldini, 2000)

Pane e tulipani
di Silvio Soldini – Italia 2000
con Licia Maglietta, Bruno Ganz
***

Rivisto in DVD, per ricordare Bruno Ganz.

La casalinga pescarese Rosalba (Licia Maglietta) viene dimenticata dal pullman (e dalla famiglia, il marito e due figli adolescenti) all'Autogrill durante una gita turistica a Paestum. Ne approfitta per seguire per una volta l'impulso del momento, facendo l'autostop fino a Venezia, città dove non è mai stata, intenzionata a trascorrervi qualche giorno da sola. Qui incontrerà una serie di personaggi eccentrici, a cominciare da Fernando (Bruno Ganz), attempato cameriere di origini islandesi, dai modi gentili e dal linguaggio forbito (ha imparato a memoria l'"Orlando Furioso"), e imparerà a essere sé stessa. Il miglior film di Soldini, un gioiellino che quasi non sembra neanche un film italiano (ricorda semmai l'umorismo finlandese alla Kaurismäki o un certo surrealismo giapponese alla Murakami). Sotto l'aspetto di commedia leggera e simpatica, da cui è facile lasciarsi catturare, mette al centro della scena un personaggio di mezza età che trova un'opportunità di "rifiorire" quando ormai non ci pensava più (come i tulipani che infatti perderanno i petali quando lei partirà). La Maglietta è perfetta nel ruolo della casalinga "media" (un po' goffa, insicura, incompresa e non apprezzata da familiari che la trascurano: e infatti la dimenticano in autostrada), in cerca di una pausa e di qualche giorno di indipendenza, che riesce a reinventarsi e a riscoprire il proprio lato bohémienne in un contesto diverso e romantico (la Venezia dei canali e degli scorci non turistici), fra negozietti di fiori, vecchie canzoni e fisarmoniche. Non è da meno Ganz, con la sua recitazione attenuata, nel dare vita a una figura con un passato tragico (all'inizio Rosalba, senza saperlo, lo salva dalle incombenti idee di suicidio) e con un fascino particolare. Ma in generale tutti i personaggi, anche quelli minori – dalla vicina di casa Grazia Reginella (Marina Massironi), "massaggiatrice olistica", al vecchio e burbero anarchico Fermo (Felice Andreasi), proprietario del negozio di fiori dove Rosalba trova lavoro; dal grossolano marito Mimmo (Antonio Catania), all'idraulico (Giuseppe Battiston) che questi assume come investigatore per rintracciare la moglie – pur sfiorando spesso la macchietta, sono originali e vivi, entrano nella storia quasi casualmente (per poi rimanerci) e sono immersi in un'atmosfera romantica e realistica al tempo stesso, fra la favola (con Rosalba nei panni di Cenerentola: a un certo punto perde persino la scarpetta) e la ricostruzione di un Nord-Est d'altri tempi o forse fuori dal tempo, una strana commistione fra un passato ricco di fascino e di cultura e un presente kitsch o in decadenza. Molte i momenti divertenti (il bambino con il cartello "Cercasi nuovi genitori") o surreali (i "sogni lucidi" della protagonista) e le frasi cult ("Mi duole contraddirla, signora, ma i cinesi sono i piu grandi ristoratori del mondo", "Venezia è una città con grossissimi problemi idraulici"). Tatiana Lepore è Adele, la madre del piccolo Eliseo. Il cantante nella balera dove Rosalba e Fernando vanno a ballare è Don Backy (che canta "Frasi d'amore").

17 gennaio 2019

The tourist (F. Henckel von Donnersmarck, 2010)

The tourist (id.)
di Florian Henckel von Donnersmarck – USA/GB/Fra/Ita 2010
con Johnny Depp, Angelina Jolie
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In vacanza a Venezia, un insegnante americano (Depp) viene scambiato per un criminale che da anni ha fatto perdere le proprie tracce. Ed è coinvolto da una misteriosa donna (Jolie) in una pericolosa avventura, inseguito sia dalla polizia inglese che dai gangster ai quali l'uomo ha sottratto milioni di dollari. Remake del film francese "Anthony Zimmer" di Jérôme Salle, il secondo lungometraggio del regista de "Le vite degli altri" è un deludente e frivolo spy movie senza troppa originalità, che mescola un canovaccio hitchcockiano con ingredienti noti (lo scenario "esotico", la femme fatale, i cattivi russi) puntando le sue carte – oltre che sulle location della città lagunare – su due soli (teorici) punti di forza: gli interpreti e il colpo di scena conclusivo. Peccato che Depp e Jolie recitino con il freno a mano tirato, con una sola espressione per tutto il film (sperduto lui, sorniona lei), e che il finale sia ampiamente prevedibile almeno da metà pellicola (preannunciato anche dal simbolismo legato al dio Giano bifronte). Resta straniante vedere attori (spesso comici) italiani come Christian De Sica, Neri Marcoré, Nino Frassica e Raoul Bova in un baraccone hollywoodiano a fianco dei suddetti e degli altri nomi noti del cast (Paul Bettany, Timothy Dalton).

16 agosto 2013

Don Giovanni (Joseph Losey, 1979)

Don Giovanni (id.)
di Joseph Losey – Francia/Italia 1979
con Ruggero Raimondi, José van Dam
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il nobile libertino Don Giovanni (Ruggero Raimondi) tenta di insidiare Donna Anna (Edda Moser), ne uccide il padre in duello, si fa beffe dell'ex amante Donna Elvira (Kiri Te Kanawa), prova a sedurre la contadina Zerlina (Teresa Berganza), suscitando l'ira del suo promesso sposo Masetto (Malcolm King), si scambia d'abito con il servitore Leporello (José van Dam) e infine irride la statua funebre del Commendatore (John Macurdy), invitandola a cena: ma il "convitato di pietra" si presenterà davvero, per punirlo dei suoi misfatti – là dove la giustizia degli uomini, impersonificata da Don Ottavio (Kenneth Riegel), si era dimostrata impotente – e portarlo con sé all'inferno. Adattando per il grande schermo l'opera immortale di Mozart e Da Ponte, Losey non azzarda una lettura personale, si attiene piuttosto fedelmente al materiale di partenza e fa ricorso, anziché ad attori cinematografici, a veri cantanti lirici, anche a scapito dell'espressività e dell'intensità recitativa (spicca comunque Raimondi, che dà vita a un Don Giovanni più che mai arrogante e carismatico; ma una menzione speciale – e la mia personale preferenza – va all'eccezionale Kiri Te Kanawa nei panni di Donna Elvira). Come tocco in più, però, vi aggiunge la presenza inquietante di un giovane e pallido valletto (Eric Adjani), muto e onnipresente testimone degli eventi. Se dal lato musicale la confezione è di ottimo livello (a dirigere c'è Lorin Maazel), il vero punto di forza sono le scenografie (curate da un "mostro sacro" come Alexander Trauner). La vicenda, anziché in Spagna come da tradizione, è ambientata nel Veneto, fra i canali di Venezia (che suggeriscono un accattivante parallelo con Giacomo Casanova) e le ville palladiane di Vicenza: in particolare sullo schermo si riconoscono la Villa Almerico Capra, detta "Villa Rotonda" (che diventa la residenza di Don Giovanni), la Basilica Palladiana (casa di Donna Anna, tanto che il duello fra Don Giovanni e il Commendatore avviene nell'antistante Piazza dei Signori) e il Teatro Olimpico. Tutto attorno, uno scenario a volte agreste e a volte lagunoso, tipico della costa veneta. Unico difetto: la non sempre eccellente qualità dell'audio (i critici lamentano un'acustica dall'eccessivo riverbero), il che è paradossale e naturalmente un peccato, visto la natura musicale della pellicola.

19 settembre 2009

Dieci inverni (Valerio Mieli, 2009)

Dieci inverni
di Valerio Mieli – Italia 2009
con Michele Riondino, Isabella Ragonese
**

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia)

Camilla e Silvestro si incontrano a Venezia, sul vaporetto, nel giorno in cui arrivano entrambi in città per iscriversi all'università. Nell'arco di dieci anni assistiamo al loro tira e molla sentimentale, attraverso alti e bassi, fino a quando l'amicizia finalmente sfocerà nell'amore. Filmetto italiano senza infamia e con poca lode, tutto costruito a tavolino eppure superficiale e decisamente prevedibile, visto che il finale non poteva essere più scontato. Il personaggio maschile è di rara antipatia, quello femminile piuttosto insulso. Per fortuna nell'opera prima di Mieli ci sono anche alcune cose da salvare: su tutte l'ambientazione, con una Venezia grigia, fredda e priva di turisti (ma alcune scene si svolgono anche a Mosca, dove Camilla è andata a specializzarsi in letteratura e teatro russo): in questo senso la scelta di raccontare la storia dei due personaggi soltanto attraverso gli inverni (dal 1999 al 2009, ma si sa che nel nostro paese la matematica è un'opinione) aiuta a costruire una certa atmosfera.

3 febbraio 2008

Morte a Venezia (L. Visconti, 1971)

Morte a Venezia (Death in Venice)
di Luchino Visconti – Italia 1971
con Dirk Bogarde, Björn Andrésen
***

Rivisto in DVD.

L'avevo visto per la prima volta al liceo, su iniziativa della professoressa di tedesco (insieme al "Danton" di Wajda, i soli due film che ricordo di aver visto a scuola!) ma allora non mi aveva fatto alcuna impressione, né positiva né negativa. Forse non avevo l'età per apprezzarlo, come invece adesso.
Il maturo professor Gustav von Aschenbach giunge al Lido di Venezia, nel 1911, per un periodo di riposo. Mentre in città soffia lo scirocco e si diffonde un'epidemia di colera, sulla quale le autorità tacciono perché "Venezia vive di turismo", Aschenbach rimane affascinato dal giovane polacco Tadzio, che alloggia con la famiglia nel suo stesso albergo. Non si tratta di un amore omosessuale, ma di un'infatuazione per quella bellezza ideale che proprio lui, per tutta la vita, ha cercato di far sorgere dallo spirito con la propria opera di artista anziché ricercarla, con i sensi, nella natura che lo circonda. Aggiungendovi anche alcuni flashback "proustiani" dei momenti lieti e tristi della vita del protagonista, Visconti realizza un film di impronta decisamente mitteleuropea, lento e decadente, freddo e disperato, fatto di sguardi e di silenzi (i due personaggi principali non si scambiano mai nemmeno una parola), con una messinscena affascinante e una scenografia che riporta in vita lo splendore di un'epoca in cui gli alberghi del Lido rappresentavano un microcosmo dell'alta borghesia internazionale, in crisi alla vigilia della prima guerra mondiale. La regia, elegante e raffinata, indugia forse su qualche zoom di troppo. Nel romanzo di Thomas Mann il protagonista era uno scrittore: Visconti lo ha trasformato in musicista perché convinto che l'intenzione originaria di Mann fosse quella di far riferimento a Gustav Mahler, del quale non a caso vengono utilizzati brani della terza e della quinta sinfonia come efficace colonna sonora.

19 gennaio 2007

Casino Royale (M. Campbell, 2006)

Casino Royale (id.)
di Martin Campbell – USA 2006
con Daniel Craig, Eva Green
**

Visto al cinema Plinius, con Hiromi.

Devo ammettere che mi aspettavo qualcosa di più dal film che doveva rappresentare un nuovo inizio per James Bond; nuovo non soltanto perché cambia l'attore protagonista, ma anche perché la pellicola è tratta dal primissimo romanzo della serie, quello che introduce il personaggio e che era già stato trasposto al cinema nel 1967 da un nutrito gruppo di registi (fra cui John Huston), con David Niven nella parte di Bond e Orson Welles in quella di Le Chiffre. Il film del 1967 era dissacrante e parodistico (c'erano anche Woody Allen e Peter Sellers!) ed è considerato fuori serie rispetto alle pellicole successive, e dunque questo remake ne va a prendere il posto nella cronologia ufficiale (anche se la presenza di cellulari, computer e tecnologie moderne collocano senza ombra di dubbio la vicenda ai giorni nostri, mettendo di fatto "fuori continuity" i vecchi episodi: seguiranno altri remake, magari dei film con Connery, per gli spettatori più giovani?). La prova di Craig, alla fine, è la cosa migliore del film. Che fosse un bravo attore si sapeva, ma qui è abile a dar vita a un 007 al tempo stesso più debole, fragile e insicuro rispetto a come siamo abituati (si tratta delle sue prime missioni, commette svariati errori ed è persino meno misogino del solito, arrivando addirittura a meditare di sposarsi e di abbandonare i servizi segreti) e più forte, fisico e muscoloso, persino rude e brutale, rispetto agli attori che lo hanno preceduto. Ma anche meno elegante, meno raffinato, meno ironico, meno simpatico: forse, in fin dei conti, avrei preferito un Bond più tradizionale. Nel resto del cast spicca il danese Mads Mikkelsen nei panni del cattivo, mentre Giannini non fa nulla più del dovuto e la Green (come già ne "Le crociate"... ahimè, si sta perdendo!) non lascia alcuna traccia di sé. Il cambiamento di carattere di 007, all'inizio, mi ha un po' infastidito. Bond deve essere Bond, pensavo: se si cambia la sua personalità, tanto vale utilizzare le risorse finanziarie e cinematografiche per fare un "normale" action movie. Ma qui in fondo vengono narrate le origini del personaggio: ed era quasi necessario sacrificare un intero film per spiegare meglio come 007 è diventato quello che era (e sarà, spero) nelle altre avventure. A rendere questo film il meno "bondiano" di sempre contribuiscono anche le assenze di "Q" e Moneypenny. Dal punto di vista tecnico, la regia di Campbell (già autore di "Goldeneye", il miglior 007 degli ultimi vent'anni) non ha nulla di speciale. Tutta la prima mezz'ora è indistinguibile da un qualsiasi moderno film d'azione hollywoodiano e senz'anima. Meglio invece la parte centrale, quella ambientata al casinò da cui il film prende il titolo, dove Bond deve sconfiggere i nemici a poker (si gioca con il "Texas Hold'em", due carte a ciascun giocatore e cinque carte in comune, lo stesso sistema che viene usato negli incontri del World Poker Tour trasmessi anche da noi su Sportitalia – e che, lo ammetto, guardavo spesso con piacere!) e dove per fortuna non c'è il solito abuso di effetti speciali. Il finale, invece, soffre di eccessivi colpi di scena, molti dei quali peraltro prevedibili. E l'affondamento del palazzo a Venezia è francamente ridicolo. Molto belli, invece (come quasi sempre nei film di 007), i titoli di testa.