Visualizzazione post con etichetta Seidl. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Seidl. Mostra tutti i post

10 maggio 2015

Paradise: Hope (Ulrich Seidl, 2013)

Paradise: Hope (Paradies: Hoffnung)
di Ulrich Seidl – Austria 2013
con Melanie Lenz, Joseph Lorenz
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Terzo film dell'ottima trilogia "Paradiso" di Seidl: questa volta la protagonista è Melanie, figlia tredicenne della Teresa del primo capitolo e nipote dell'Anna Maria del secondo. Mentre la madre è in vacanza in Kenya e la zia è impegnata nelle sue attività apostoliche, la ragazzina viene inviata a trascorrere l'estate in un campo per dimagrire, fra le montagne, insieme ad altri 15 adolescenti sovrappeso come lei. Qui è sottoposta a sedute di ginnastica, passeggiate nei boschi, alimentazione controllata e soprattutto tanta disciplina... ma i risultati si vedranno poco. Costruito su una trama semplice che si dipana in una serie di scene che mostrano la vita quotidiana nell'edificio, il film è solo apparentemente meno profondo e incisivo dei due precedenti: in realtà riflette l'esteriore superficialità dei suoi protagonisti, adolescenti normalissimi che trascorrono il tempo parlando di banalità, delle prime esperienze sessuali, del cattivo rapporto con i genitori (quasi sempre separati). Si tratta di ragazzi costretti ad andare da soli alla scoperta di sé e dei propri sentimenti, non aiutati in questo da adulti che non li comprendono, sono assenti o pensano soltanto a impartire regole da seguire. La sottotrama principale vede Melanie prendersi una cotta per il medico della struttura, un uomo molto più anziano di lei che, dopo averla incoraggiata con il suo comportamento affabile, non può far altro che rifiutarla, aumentandone la bassa autostima e l'infelicità. Bella e geometrica (quasi kubrickiana) la regia, che si sofferma con precisione statica e minimalista sugli spazi della struttura in cui risiedono i ragazzi: le sale, le palestre, i cortili, i corridoi, le stanzette con i letti a castello nei quali, a sera tarda (dopo il "coprifuoco") Melanie e le compagne danno vita a piccole festicciole. Nonostante il militaresco istruttore di ginnastica tenti di tenerle a bada, infatti, le ragazze si concedono talvolta piccole trasgressioni: che si tratti di introdursi nottetempo in cucina per sgraffignare qualcosa da mangiare, o di mettere in atto una vera e propria evasione per visitare un locale notturno in paese. Il realismo di fondo è favorito da una certa improvvisazione nei dialoghi (evidente, per esempio, nella scena del gioco della bottiglia) e dall'ottima prova degli interpreti. La trilogia si conclude insistendo sui temi dell'insoddisfazione e dell'inutile ricerca della felicità: se nei primi film questo avveniva tramite il turismo sessuale ("Paradise: Love") e la vocazione missionaria ("Paradise: Faith"), qui siamo di fronte al primo amore e all'accettazione di sé e del proprio corpo. La scena finale, in cui Melanie non riesce a mettersi in contatto via telefono con la madre, suggerisce che dovrà compiere da sola il suo difficile percorso.

20 settembre 2012

Paradise: Faith (Ulrich Seidl, 2012)

Paradise: Faith (Paradies: Glaube)
di Ulrich Seidl – Austria 2012
con Maria Hofstätter, Nabil Saleh
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Secondo episodio della trilogia “Paradise” di Ulrich Seidl, dedicata alle insolite vacanze dei membri di una famiglia austriaca: dopo il capitolo sull’amore (“Paradise: Love”), che era incentrato sul turismo sessuale, ecco quello sulla fede, che parla invece del fanatismo e del proselitismo religioso. La protagonista è Anna Maria, sorella della precedente Teresa. Fervida credente, approfitta del tempo concessole per le ferie (è un medico che lavora in un centro diagnostico) per girare di casa in casa nelle desolate periferie di Vienna, portando con sé una statua della Madonna, nel tentativo di convertire stranieri e protestanti al cattolicesimo. Frequenta inoltre un gruppo di preghiera (“Siamo le truppe d’assalto della chiesa!”) e, in privato, giunge addirittura a fustigarsi per espiare i propri e gli altrui peccati. Ma anche la devota Anna ha un segreto, una sorta di scheletro nell’armadio: prima di trovare la fede ha infatti sposato un musulmano, Nabil, paralizzato e costretto a stare sulla sedia a rotelle in seguito a un incidente. La presenza di Nabil in casa, ora che Gesù è tutta la sua vita (sostituendo di fatto il marito), diventa per lei un tormento e una prova forse troppo difficile da superare. Se da un lato il fanatismo religioso di Anna è comunque sempre vissuto in maniera sincera, all’insegna della coerenza e non dell’ipocrisia (tanto che non si può non provare per lei una certa compassione: esilaranti o tragiche – a seconda dei casi – le sequenze in cui visita le case dei personaggi più vari e improbabili, dalla coppia di divorziati che “convivono nel peccato” agli immigrati che non capiscono che cosa lei voglia da loro, dalla giovane prostituta russa dedita all’alcolismo al grassone trasandato che vive nel disordine), dall’altro la pellicola mostra come in nome di quello stesso fanatismo si possa passare da un estremo all’altro: affidarsi completamente a Dio e vivere solo in funzione della fede può condurre senza troppe difficoltà dal dichiarare “Ti amo” al Cristo, quando tutto va bene, al dirgli “Ti odio”, quando le difficoltà si fanno insormontabili. Lo stile sobrio di Seidl si esprime anche attraverso le scenografie (come la casa di Anna, spoglia e decorata da crocifissi in ogni stanza). Non mancano alcune scene shock, come quella in cui la protagonista si masturba sotto le coperte con un crocifisso, o quella in cui assiste a un’orgia notturna in un parco pubblico. Il regista ha dichiarato di non voler mandare nessun messaggio, ma solo di far riflettere lo spettatore: ed è proprio quello che il film – interessante come il precedente e vincitore del premio speciale della giuria a Venezia – riesce a fare. Restiamo ora in attesa del terzo capitolo della trilogia, che sarà dedicato alla speranza (“Paradise: Hope”) e sarà incentrato sui campi per dimagrire.

23 giugno 2012

Paradise: Love (Ulrich Seidl, 2012)

Paradise: Love (Paradies: Liebe)
di Ulrich Seidl – Austria 2012
con Margarethe Tiesel, Peter Kazungu
***

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Teresa, viennese di mezza età, parte per una breve vacanza esotica sulle spiagge del Kenya. Le amiche conosciute durante il soggiorno, ben più "navigate" di lei, la introducono alla pratica del turismo sessuale, incitandola a prendersi come amante uno dei numerosi giovani e aitanti indigeni che si offrono alle villeggianti straniere in cambio di denaro. Dapprima incerta e titubante, vittima di aspiranti "gigolò" che intendono solo approfittare del suo portafoglio, si farà lentamente prendere la mano e da sfruttata (patetica e in cerca di amore e tenerezza) diventerà sfruttatrice senza scrupoli (adescando anche chi, come il timido impiegato dell'albergo, non vorrebbe concedersi a certe pratiche ma essendo in condizioni di inferiorità non può opporre un netto rifiuto). Primo capitolo di una trilogia incentrata sulle vacanze dei vari membri di una stessa famiglia in luoghi "paradisiaci" (gli episodi successivi saranno "Paradise: Faith" e "Paradise: Hope", dedicati rispettivamente alle missioni religiose e ai campi per dimagrire), il film affronta un tema finora poco frequentato dal cinema, quello appunto del turismo sessuale al femminile. Lo sfruttamento (in atto da ambedue le parti, a dire il vero), il razzismo strisciante e il substrato colonialista vengono portati efficacemente sullo schermo attraverso una serie di scene difficili da dimenticare (le file di sdraio con i turisti bianchi a prendere il sole, separati da un cordino – e da uno spiegamento di poliziotti – dal resto della spiaggia dove i neri sono in piedi e in attesa che qualcuno dei visitatori si azzardi a fare un passo verso di loro; le spoglie stanze in case dei quartieri poveri, dedicate esclusivamente agli incontri occasionali fra i rappresentanti di due mondi mai così distanti; le ipocrite frasi "d'amore" che le anziane donne e i giovani neri si scambiano per ammantare di un fasullo romanticismo la cruda realtà). La regia di Seidl mette il tutto in risalto lasciando che la sua camera voyeuristica si soffermi sui corpi vecchi e grassi delle turiste (durante le sue passeggiate Teresa è quasi sempre ripresa impietosamente da dietro), sull'imbarazzo o l'audacità dei vari approcci, sulla stupidità degli spettacoli di ballo e danza messi in scena dagli animatori dell'albergo. E il forte equilibrio nella descrizione del fenomeno, di cui si mostrano tutte le sfaccettature, fa paragonare il film a un'altra recente pellicola "turistica" austriaca ("Lourdes" di Jessica Hausner).