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21 luglio 2022

Survival of the dead (G. Romero, 2009)

Survival of the dead - L'isola dei sopravvissuti (Survival of the dead)
di George A. Romero – USA/Canada 2009
con Kenneth Welsh, Alan van Sprang
**

Visto in divx.

Per sfuggire all'apocalisse zombie che ormai impazza per il mondo, un gruppo di militari della Guardia Nazionale (Alan van Sprang, Eric Woolfe, Stefano Di Matteo e Athena Karkanis), insieme a un ragazzo (Devon Bostick), si rifugiano su Plum, isola nell'Atlantico al largo delle coste del Delaware. Qui scoprono però che è in atto una faida fra le due famiglie che da sempre popolano l'isola, guidate dai rispettivi patriarchi: Patrick O'Flynn (Kenneth Welsh), che dà la caccia alle "teste morte" (così vengono soprannominati i morti viventi) per eliminarli una volta per tutte, e Seamus Muldoon (Richard Fitzpatrick), che, spinto anche da motivi religiosi, vuole tenerli con sé, prigionieri, in attesa di una cura o perlomeno che imparino a mangiare anche carne non umana. Ispirato al classico western di William Wyler del 1958 "Il grande paese", il sesto film della saga ufficiale dei morti viventi è un onesto film zombesco, forse non spettacolare ma con tutti i crismi del genere, inserito nella continuity riavviata dal precedente "Le cronache dei morti viventi" (di cui rivediamo all'inizio i protagonisti in un breve inserto). Come ormai al solito, gli zombie non sono i veri nemici e non fanno paura (sono lenti e si uccidono facilmente con un colpo alla testa: al limite si soffre nel farlo se si trattava dei propri cari, amici o parenti). Il conflitto è semmai quello fra i gruppi contrapposti di sopravvissuti, che qui è letto in chiave di faida famigliare, con sottotesti tribali e religiosi. Niente di originale, ma nemmeno di sbagliato o di fastidioso. Nel cast anche Kathleen Munroe (in un doppio ruolo, quello delle due figlie di O'Flynn, una diventata zombie e l'altra no) e Joris Jarsky. Si tratta dell'ultimo film di Romero, che morirà nel 2017.

28 maggio 2021

Army of the dead (Zack Snyder, 2021)

Army of the dead (id.)
di Zack Snyder – USA 2021
con Dave Bautista, Ella Purnell
**

Visto in TV (Netflix).

In una Las Vegas invasa dagli zombie e isolata dal resto della nazione, un gruppo di superstiti e mercenari che era riuscito a fuggire dalla città progetta di introdurvisi di nuovo per raggiungere il caveau sotterraneo di un casinò e impadronirsi dei milioni di dollari in esso contenuti. Snyder fonde insieme due generi ben distinti e codificati del cinema action/horror/thriller americano, vale a dire lo zombie movie alla Romero (con alcune varianti che ricordano "Resident Evil") e l'heist movie (il "cinema di rapine", meglio se tecnologiche alla "Mission: Impossibile"), per produrre uno spettacolone che possa soddisfare un'ampia fetta di pubblico. E nonostante i suoi limiti, in fondo ci riesce: a parte le goffe battutine nei dialoghi e i personaggi stereotipati (su tutti la figlia del protagonista), la tensione e l'azione si mantengono alte per tutta la durata, forse eccessiva (due ore e mezza), della pellicola, e i colpi di scena non mancano (anche se non giungono certo inattesi, come in ogni film da "totomorti" che si rispetti). Peccato che l'ambientazione, Las Vegas appunto, sia solo un pretesto per scenari e situazioni più da videogioco che da film, e non sfruttata fino in fondo (almeno non quanto aveva fatto John Carpenter in una pellicola per certi versi analoga a questa, "1997: Fuga da New York": c'è anche il conto alla rovescia per portare a termine la missione, in questo caso perché una bomba nucleare sta per arrivare a distruggere la città). Il roster dei personaggi è ricco, ma si tratta di figure fumettistiche o costruite a tavolino, da dividere fra buoni e cattivi, e fra comici e drammatici, in pochi però capaci di lasciare qualcosa allo spettatore, a partire dall'anonimo protagonista interpretato da un Dave Bautista col pilota automatico. Da segnalare invece in positivo il tedesco Matthias Schweighöfer (Dieter, lo scassinatore, che lavora sulle note del "Crepuscolo degli dei" di Wagner), Nora Arnezeder (Lily "Coyote", la guida, uno dei personaggi più ambigui) e Raúl Castillo (Guzman, la testa calda caciarona e amante dei social media). Memorabile anche la tigre zombie. Molto belli i titoli di testa, quasi un film nel film, che raccontano gli antefatti della storia (e in questo ricordano il "Watchmen" sempre di Snyder). Curiosità: Tig Notaro, che interpreta il pilota dell'elicottero, è stata sostituita digitalmente all'attore inizialmente scritturato per la parte, Chris D'Elia, dopo che questi aveva già girato le sue scene.

20 febbraio 2021

Punto di non ritorno (Paul W.S. Anderson, 1997)

Punto di non ritorno (Event Horizon)
di Paul W. S. Anderson – USA 1997
con Laurence Fishburne, Sam Neill
**

Visto in TV (Netflix).

Sette anni dopo essere misteriosamente scomparsa mentre si dirigeva verso i confini del sistema solare, l'astronave Event Horizon (che doveva sperimentare un innovativo motore a propulsione più veloce della luce, grazie a un buco nero artificiale al suo interno che le avrebbe permesso di piegare lo spazio-tempo) riappare nei pressi del pianeta Nettuno. Ma quando una navicella militare la raggiunge, i membri della squadra di soccorso – guidata dal capitano Miller (Fishburne) e copmprendente anche il dottor Weir (Neill), ovvero il progettista originale della nave – scoprono che l'Event Horizon è tornata nella nostra realtà dopo aver attraversato un'altra dimensione, oscura e infernale, portandosi il "male" dietro di sé. Horror soprannaturale/fantascientifico che mescola evidenti suggestioni da "Alien" al tema della casa infestata in stile "Shining" ma ambientata nello spazio. L'idea di base (la sceneggiatura è di Philip Eisner, ispirata al gioco "Warhammer 40.000") aveva certamente le sue potenzialità, con echi persino di "Solaris" (la nave, divenuta un organismo vivente oltre che malvagio, "materializza" sogni, paure e rimpianti dell'equipaggio), e tutto sommato anche la confezione appare all'altezza (dalle scenografie "sporche" agli effetti speciali, dalla regia alla recitazione). Purtroppo non si riesce a fare il salto oltre al prodotto di puro intrattenimento, gore e fracassone, con parecchie ingenuità sia a livello drammaturgico che (pseudo)scientifico. Il regista lamentò ingerenze della produzione, che ridusse contro la sua volontà il girato da 130 a 96 minuti, salvo pentirsene dopo il buon successo del film nel mercato dell'home video: a quel punto si scoprì che il materiale tagliato era andato probabilmente perduto, e che dunque non era più possibile recuperarlo per realizzare una "director's cut". Nel cast anche Joely Richardson, Richard T. Jones, Kathleen Quinlan, Jack Noseworthy e Jason Isaacs.

10 maggio 2020

La terra dei morti viventi (G. Romero, 2005)

La terra dei morti viventi (Land of the dead)
di George A. Romero – Canada/USA 2005
con Simon Baker, John Leguizamo
**

Visto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

Vent'anni dopo "Il giorno degli zombi", George Romero realizza un nuovo capitolo (il quarto) della saga horror che lo ha reso celebre. Gli zombi hanno ormai conquistato quasi tutto il pianeta, costringendo gli umani sopravvissuti a rifugiarsi in piccole "oasi" isolate e protette. Ma alcune di queste sono gestite in maniera feudale, con un nucleo di lusso circondato da ampi ghetti, dove la corruzione e l'avidità di pochi privilegiati ha la meglio sul benessere degli altri. Più che contro gli "appestati" (come vengono chiamati i morti viventi), dunque, i protagonisti del film lottano soprattutto fra di loro, mentre gli zombi appaiono quasi una forza (esterna) della natura, o addirittura riscuotono la simpatia dello spettatore. Anche perché (come suggeriva già il terzo film) stanno lentamente cominciando a "pensare", hanno imparato a comunicare, a usare le armi e a sfuggire agli agguati delle bande di esseri umani che li attaccano per rubare provviste o medicine dai negozi lasciati abbandonati. In un film da totomorti ben fatto ma che soffre per una caratterizzazione dei personaggi poco interessante (quando non stereotipata), Romero non rinuncia dunque alla sua solita lettura politica e ad attaccare ferocemente la società dei consumi, come aveva fatto con ben maggior efficacia in "Zombi", ma gli manca il guizzo necessario per far sì che il film non sembri solo l'ennesima variazione su un tema diventato ormai ubiquo e popolare nell'immaginario horror. Fra gli attori (quasi tutti di stampo televisivo) ci sono anche Asia Argento e Dennis Hopper, oltre che – in un breve cameo – Simon Pegg ed Edgar Wright, rispettivamente protagonista e regista della parodia "L'alba dei morti dementi". Cameo anche per Tom Savini.

23 aprile 2020

Severance - Tagli al personale (C. Smith, 2006)

Severance - Tagli al personale (Severance)
di Christopher Smith – GB/Germania 2006
con Danny Dyer, Laura Harris
**

Visto in divx.

Sette manager e impiegati di un'industria di armi, in trasferta per lavoro nell'Est Europa, devono trascorrere una vacanza di alcuni giorni in un lodge isolato nella foresta ungherese per imparare a "fare squadra". Ma saranno presi di mira da alcuni misteriosi assassini psicopatici. Il canovaccio classico della "casa nel bosco" (valido sin dai tempi delle fiabe, passando per "La casa" di Sam Raimi fino agli horror più estremi) al servizio di una pellicola che mescola gli stilemi del genere con una spruzzatina di commedia (i personaggi scanzonati, l'ironia tutta british sui rapporti fra colleghi di lavoro), senza parlare della satira sull'industria degli armamenti (i protagonisti producono mine antiuomo e armi di ogni tipo, eppure si divertono infantilmente a giocare a paintball o si ritrovano vittima di trappole con le stesse armi che escono dalla loro fabbrica; per non parlare degli addetti al marketing che discutono della loro vendita come se si trattasse di un prodotto come un altro). Nel complesso, un survival horror onesto (niente contorsionismi o metaletture post-moderne!) e simpatico, anche se non particolarmente originale: il titolo (anzi, il sottotitolo) italiano, francamente, prometteva molto di più. Da notare l'inserto muto che cita il "Nosferatu" di Murnau.

17 giugno 2019

I morti non muoiono (Jim Jarmusch, 2019)

I morti non muoiono (The Dead Don't Die)
di Jim Jarmusch – USA 2019
con Bill Murray, Adam Driver
*1/2

Visto al cinema Colosseo.

Per via dello spostamento dell'asse terrestre, causato da tecniche di trivellazione ai poli, i morti si risvegliano ed escono dalle tombe. Nella cittadina di Centerville, a fronteggiare la minaccia, ci sono lo sceriffo Cliff (Bill Murray), i suoi aiutanti Ronnie (Adam Driver) e Mindy (Chloë Sevigny), e la misteriosa straniera Zelda (Tilda Swinton), che gestisce la locale impresa di pompe funebri. Dopo i vampiri ("Solo gli amanti sopravvivono"), Jarmusch affronta alla sua maniera un altro caposaldo del genere horror, gli zombie alla George Romero. Peccato che la pellicola sia blanda e insipida, poco divertente, priva di originalità, di ritmo e di senso ultimo. A parte un paio di colpi di scena nel finale, peraltro ampiamente preannunciati (la natura "aliena" di Zelda e la metacinematograficità della vicenda, con battute come "Come sai che finirà male?" "Ho letto il copione"), c'è ben poco di originale o di accattivante, nemmeno il tentativo di una rilettura "filosofica" come quella del suddetto film sui vampiri. A tratti non si capisce nemmeno se la pellicola vuole essere una parodia, un omaggio o una riproposizione post-moderna del genere (anche perché c'è un fastidioso "scarto" comunicativo fra i personaggi, alcuni dei quali prendono sul serio la situazione mentre altri agiscono come se si trovassero in una commedia). Le battute non fanno ridere, e sono spesso ripetute più volte allo sfinimento; i messaggi sociali (l'apocalisse zombie come una satira del materialismo) sono riciclati da film precedenti (quelli di Romero in primis); quelli drammatici o pseudo-scientifici lasciano il tempo che trovano; e i tanti personaggi escono di scena in maniera del tutto random, lasciando lo spettatore a chiedersi che ruolo avessero nella storia e perché fossero stati introdotti (si pensi, per esempio, ai tre ragazzi di città, o ai giovani detenuti nel carcere minorile). Sprecato, dunque, il buon cast: Steve Buscemi è il fattore razzista, Caleb Landry Jones il gestore della pompa di benzina nonché appassionato di film horror, Danny Glover il commesso del negozio di ferramenta, Selena Gomez la ragazza in viaggio con gli amici, Tom Waits l'eremita Bob, Iggy Pop uno degli zombie. A peggiorare il tutto c'è il mediocrissimo doppiaggio italiano, che fa apparire ancora più svogliati personaggi che parlano quasi al rallentatore (vedi Cliff). Forse il peggior film di Jarmusch. Il titolo è lo stesso di una canzone country (di Sturgill Simpson) che i personaggi ascoltano ripetutamente alla radio (ogni volta citandone per esteso titolo e autore).

17 febbraio 2019

La pattuglia sperduta (John Ford, 1934)

La pattuglia sperduta (The Lost Patrol)
di John Ford – USA 1934
con Victor McLaglen, Boris Karloff
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Durante la prima guerra mondiale, una pattuglia di soldati inglesi a cavallo, smarriti nel deserto della Mesopotamia, si rifugia presso un'oasi. Qui vengono presi di mira da cecchini arabi che li uccidono uno a uno. Da un romanzo di Philip MacDonald (già adattato in un film muto britannico del 1929: questo è tecnicamente un remake), una pellicola bellica del tutto particolare, visto che – tranne per una breve scena nel finale – i nemici non appaiono praticamente mai: sono delle presenze minacciose ma invisibili, incombenti forze del destino o della natura come gli indiani di "Ombre rosse": ogni tanto uno dei loro colpi di fucile abbatte uno dei soldati della pattuglia, nel frattempo resi progressivamente più ansiosi (se non addirittura pazzi) dall'assedio, dall'attesa, dal caldo e dai propri fantasmi. Nei tempi morti, il cameratismo, le chiacchiere, il confronto fra le diverse filosofie di vita ci aiutano a conoscere meglio i vari componenti del gruppo, fra cui (oltre al sergente interpretato da Victor McLaglen) spicca Sanders (Boris Karloff), ossessionato dalla religione. Fra gli altri interpreti ci sono Wallace Ford, Reginald Denny, J.M. Kerrigan, Billy Bevan e Alan Hale. Curiosità: il protagonista del film del 1929 era Cyril McLaglen, fratello di Victor. La stessa storia ispirerà il film sovietico "Sangue sulla sabbia", il bellico "Sahara" e il western "Nuvola nera". La colonna sonora di Max Steiner fu candidata all'Oscar.

25 novembre 2018

Identità (James Mangold, 2003)

Identità (Identity)
di James Mangold – USA 2003
con John Cusack, Ray Liotta, Amanda Peet
***

Rivisto in TV.

In una notte di pioggia forte e incessante, undici persone rimangono bloccate in un motel nel deserto del Nevada, impossibilitate a comunicare con l'esterno. Ben presto si rendono conto che uno di loro è un assassino psicopatico, che intende uccidere gli altri dieci uno a uno. Nel frattempo, in città, un giudice, un avvocato e uno psichiatra discutono sulla possibile infermità mentale di un condannato alla sedia elettrica che deve essere giustiziato la mattina seguente... Un plot che inizialmente ricorda "Dieci piccoli indiani" (come nel classico di Agatha Christie, i personaggi scoprono di avere tutti dei segreti e, soprattutto, qualcosa in comune...) si trasforma, a metà strada, in un thriller psicologico con un notevole colpo di scena (che a differenza di pellicole come "Il sesto senso" o "Fight club", non giunge alla fine ma appunto a due terzi di film, e non del tutto imprevedibile: è sì il fulcro della vicenda ma non impedisce di provare suspense anche dopo la sua rivelazione). Alcune analogie, meno evidenti, anche con "Ombre rosse", per via del gruppo di personaggi costretti a stare insieme in una situazione di pericolo, e che comprende, fra gli altri, un criminale, un poliziotto, una prostituta, una famiglia... Pur essendo costruito su un'ipotesi che richiede la piena disponibilità dello spettatore ad accettarne premesse e conseguenze, come puro thriller non è pretenzioso, ma solido e ben girato (con un diffuso utilizzo del "multiplo punto di vista" all'inizio, nella presentazione dei personaggi), e regge anche a una seconda visione: forse il miglior film di Mangold fra quelli che ho visto. Ottimo il cast: fra gli occupanti del motel ci sono John Cusack, Ray Liotta, Amanda Peet, Rebecca De Mornay, Clea DuVall e Jake Busey, mentre Alfred Molina è lo psichiatra. Buona la fotografia notturna e piovosa.

18 luglio 2017

La notte dei morti viventi (G. Romero, 1968)

La notte dei morti viventi (Night of the living dead)
di George A. Romero – USA 1968
con Duane Jones, Judith O'Dea
***

Rivisto in divx, per ricordare George Romero.

Una misteriosa epidemia fa risorgere i cadaveri sotto forma di "morti viventi", affamati di carne umana. Un gruppo di sopravvissuti, barricati in una casa isolata presso un cimitero in Pennsylvania, cerca di resistere per tutta la notte al loro assedio. George Romero (anche direttore della fotografia e, con John A. Russo, sceneggiatore e montatore), fino ad allora filmmaker per la pubblicità e la tv, esordisce alla regia con un B-movie autoprodotto che non soltanto diventerà un film di culto, capace di influenzare il cinema horror e l'intera cultura occidentale con le sue inquietudini e i suoi sottotesti, ma darà vita a un nuovo e fortunato filone dell'immaginario fantastico, ancora frequentatissimo ai giorni nostri (anche in tv, nei fumetti e nei videogiochi: si pensi alle serie di "Resident Evil" o "The Walking Dead"). In questo primo film, la parola zombi (o zombie, all'inglese) in realtà non compare mai: ma è evidente che l'ispirazione – oltre che dal romanzo "Io solo leggenda" di Richard Matheson e dal film "L'ultimo uomo della Terra" che quattro anni prima ne era stato tratto – nasca dalle leggendarie creature della tradizione folkloristica di Haiti (fino ad allora relegate al setting caraibico ma già protagoniste di pellicole come "Ho camminato con uno zombi" e nei fumetti con personaggi come il "Gongoro" di Carl Barks). Romero però rivisita il mito a modo suo, innanzitutto spogliandolo dalle radici dei riti voodoo (qui una possibile spiegazione del fenomeno che riporta in vita i morti è fornita sotto forma delle radiazioni emesse da una sonda spaziale inviata dalla NASA verso Venere) e poi caratterizzando i mostri in maniera originale e terrificante: la camminata lenta e strascicata, l'insaziabile appetito, l'apatia e il comportamento meccanico sono tutti fattori che contribuiranno a plasmare l'idea di zombi nell'immaginario collettivo (tanto che la parola stessa entrerà a far parte del linguaggio comune con il significato di persona apatica o assente).

Gli zombi di Romero, privi di intelligenza e mossi solo da istinto animale e fame atavica, rappresentano forze primarie e istintuali, di cui è fin troppo facile aver paura, anche perché espongono o infrangono quasi tutti i più temuti tabù della nostra società (il cannibalismo, la morte, i legami familiari: scene come quella della bambina che uccide la madre fecero scalpore). Questi mostri temono solo il fuoco, e possono essere definitivamente uccisi soltanto da esso (o da un colpo in testa, visto che la riattivazione del cervello è ciò che li fa risorgere). La loro minaccia è fisica e concreta, sono assenti significati soprannaturali. Ma naturalmente non mancano le metafore, a tratti persino sovversive: se alcuni critici ci hanno visto riferimenti alla guerra fredda o al conflitto in Vietnam, altri ci hanno letto una critica al razzismo (significativo che "l'eroe" del film sia nero, ma ancora più significativo che nei dialoghi non vi si faccia mai riferimento) o in generale ai rapporti umani. Girato in bianco e nero, con attori sconosciuti (molti erano amici di Romero o addirittura co-finanziatori della pellicola) e con pochi mezzi a disposizione, il film riesce a costruire una tensione palpabile e inquietante grazie non solo alla violenza esplicita (che scatenò forti polemiche all'epoca) ma anche alla maestria del regista, che si rifà agli stilemi del muto (in particolare dell'espressionismo tedesco) con le sue immagini sghembe, le soggettive, i giochi di ombre e i primi piani. Le atmosfere, fra gli altri, ispireranno Sam Raimi e Dylan Dog. Memorabile il finale shockante e a sorpresa, beffarda risoluzione di una vicenda cupa e progressivamente più disperata. L'enorme successo al botteghino genererà cinque sequel "ufficiali" diretti dallo stesso Romero (a partire dal mitico "Zombi" del 1978, il migliore), una serie "parallela" (da "Il ritorno dei morti viventi" di Dan O'Bannon del 1985) e svariati remake (fra cui quello di Tom Savini nel 1990). Curiosità: il film doveva inizialmente uscire con il titolo "Night of the Flesh Eaters". Quando questo fu cambiato, per errore venne eliminata anche la didascalia del copyright, rendendo così i diritti della pellicola di dominio pubblico.

12 aprile 2016

Alien: la clonazione (J.P. Jeunet, 1997)

Alien: la clonazione (Alien: Resurrection)
di Jean-Pierre Jeunet – USA 1997
con Sigourney Weaver, Winona Ryder
**1/2

Rivisto in DVD.

Sembrava che "Alien³" avesse messo la parola fine alla saga cominciata con il leggendario film di Ridley Scott, ma – miracoli della fantascienza – Ripley è tornata ed è pronta a combattere nuovamente gli xenomorfi. Duecento anni dopo la sua morte, viene infatti riportata in vita da un gruppo di scienziati al servizio dell'esercito, che l'hanno clonata per poter ricreare anche la regina aliena che ospitava dentro di sé. L'esperimento ha successo, ma Ripley stessa scopre di essere mutata in una sorta di ibrido fra uomo e alieno: oltre a forza e agilità incrementate, ha acquisito una sorta di legame empatico con gli extraterrestri. Tuttavia, quando i mostri sfuggono al controllo degli scienziati, la donna si allea con un gruppo di pirati e trafficanti spaziali per fermarli prima che la stazione spaziale, guidata dal pilota automatico, raggiunga la Terra. Del gruppo fa parte anche Call (Winona Ryder), androide di ultima generazione, dotata della capacità di agire in autonomia (un personaggio giovane che nelle intenzioni doveva "svecchiare" la franchise e che avrebbe potuto sostituire la Weaver, o affiancarsi ad essa, nelle successive pellicole). Scritto da un Joss Whedon alle prime armi (che si dichiarò insoddisfatto del risultato finale), il quarto film della saga è diretto dal francese Jean-Pierre Jeunet, reduce da un paio di pellicole interessanti soprattutto per il loro stile visivo ("Delicatessen" e "La città dei bambini perduti", girate insieme all'artista concettuale Marc Caro: ma il sodalizio fra i due si rompe con questo film). Scelto dopo che i produttori avevano inizialmente pensato a Danny Boyle, Peter Jackson e Bryan Singer, Jeunet – che per la prima volta non firma la sceneggiatura di un suo lavoro – porta a bordo molti dei suoi soliti collaboratori, sia tecnici (il responsabile degli effetti speciali Pitof, il direttore della fotografia Darius Khondji) che attori (Ron Perlman, Dominique Pinon). Nel cast ci sono anche Dan Hedaya (il generale) e Brad Dourif (uno degli scienziati).

Se dal punto di vista dell'intrattenimento il film rappresenta un passo avanti rispetto all'infelice terzo capitolo, di sicuro "La clonazione" è però quello più derivativo e meno originale, oltre che il meno "necessario" della franchise, che avrebbe potuto benissimo ritenersi conclusa con il lungometraggio precedente. Il target è decisamente più basso: nonostante occasionali scene "forti" (come quella in cui Ripley incontra i cloni che l'hanno preceduta, tentativi andati male e risultati in creature deformi che mostrano anche fisicamente la loro natura ibrida), la pellicola è più leggera e divertente delle precedenti e si prende meno sul serio, come dimostrano gag, battutine ("Con chi devo scopare per volare via da questa navetta?") e personaggi da fumetto (i pirati, ma non solo). Riguardo alle scene d'azione, sono interessanti quelle che si svolgono nei compartimenti allagati della stazione: guardando gli alieni muoversi sott'acqua, eleganti, agili e veloci nel nuoto, viene da pensare che forse il loro habitat naturale è proprio quello acquatico. Naturalmente non mancano i soliti riferimenti alla maternità ("Sono la madre del mostro", dice Ripley), esplicitati qui da immagini di tessuto biologico, materia uterina (e la stessa acqua citata prima) e dal parto "in diretta" della regina aliena. Anche Ripley, infatti, ha donato a sua volta qualcosa al mostro: un sistema riproduttivo umano. Ne nasce una creatura completamente ibrida, che riconosce sua madre in Ripley (e non nella regina), e che nei bozzetti originari di Jeunet avrebbe dovuto esibire anche genitali umani (sia maschili che femminili: naturalmente la censura hollywoodiana si oppose). Nel finale, Ripley e i pochi sopravvissuti giungono finalmente sulla Terra (la donna commenta: "Anch'io sono una straniera qui"). Si pensava infatti a realizzare un quinto film, ambientato sul nostro pianeta, ma poi (nonostante un possibile coinvolgimento di James Cameron) non se ne fece nulla. In ogni caso, nel 2004 uscirà il crossover "Alien vs. Predator" (non un granché, ma sempre meglio del suo pessimo sequel), e infine Ridley Scott tornerà alle radici della saga con i prequel non richiesti "Prometheus" e "Alien: Covenant".

2 marzo 2016

Alien (Ridley Scott, 1979)

Alien (id.)
di Ridley Scott – USA/GB 1979
con Tom Skerritt, Sigourney Weaver
****

Rivisto in DVD.

Il cargo spaziale Nostromo, in viaggio verso la Terra con sette membri di equipaggio (più un gatto) in ibernazione, riceve un misterioso messaggio in radiofrequenza emesso da un satellite roccioso. Come da regolamento, il computer della nave, Mother, sveglia gli uomini a bordo affinché indaghino sull'origine del segnale. Questo risulterà provenire da un'astronave extraterrestre, naufragata da anni, al cui interno si cela una minacciosa presenza... Il secondo lungometraggio di Ridley Scott, ideato e sceneggiato da Dan O'Bannon (già autore del soggetto di "Dark Star" di John Carpenter), è un'accattivante commistione fra fantascienza e horror, una delle pellicole più significative e influenti del genere, pur non scevra da riferimenti a lavori precedenti (da "La cosa da un altro mondo", di cui proprio Carpenter avrebbe girato a breve un nuovo adattamento cinematografico, a "Lo squalo" di Steven Spielberg, di cui lo stesso O'Bannon affermò che era una versione fantascientifica, passando per "Il mostro dell'astronave" di Edward Cahn e "Terrore nello spazio" di Mario Bava). Oltre a stabilire definitivamente il nome di Ridley Scott (preferito a Walter Hill e a Robert Aldrich) nell'olimpo dei registi emergenti di Hollywood, il film lanciò anche la carriera della protagonista Sigourney Weaver, allora attrice teatrale semisconosciuta e nemmeno accreditata come primo nome nei titoli di testa (anche per depistare gli spettatori su chi sarebbe sopravvissuto e chi no). Oltre alla Weaver (che interpreta Ripley, terzo ufficiale a bordo dell'astronave), il cast comprende Tom Skerritt (Dallas, il comandante), John Hurt (Kane, il secondo ufficiale, il primo a essere "infettato"), Ian Holm (Ash, l'ufficiale scientifico), Veronica Cartwright (Lambert, il navigatore), Yaphet Kotto (il nero Parker) e Harry Dean Stanton (Brett), i due tecnici della sala macchine. I "panni" del mostro, nella sua versione adulta (gli stadi precedenti consistono in modellini realizzati da Carlo Rambaldi), sono occasionalmente vestiti da Bolaji Badejo, oltre che da alcuni stuntmen.

L'inizio è lento, teso e pieno d'atmosfera. Dopo i bellissimi titoli di testa (disegnati da Richard Greenberg), la musica di Jerry Goldsmith risuona mentre la macchina da presa esplora i locali dell'astronave, vuoti perché i membri dell'equipaggio sono tutti in ibernazione. Un monitor si accende, con lo schermo che si riflette sulle visiere degli scafandri, dando inizio alla procedura del risveglio. È l'avvio di una vicenda caratterizzata da enorme tensione, da un impianto che mescola l'esplorazione dell'ignoto alla lotta per la sopravvivenza, e costruita su quella tipica struttura che negli anni a venire sarà confidenzialmente denominata "totomorti" (un gruppo di persone, in un luogo chiuso o isolato, alle prese con una minaccia che li elimina uno a uno). I vari personaggi sono introdotti a grandi linee (sappiamo poco o niente del loro passato), attraverso basilari dinamiche di gruppo (vedi i due tecnici, Parker e Brett, che nutrono una certa acrimonia verso gli altri perché il loro stipendio è inferiore). Non si tratta di figure standard o idealizzate, rispondenti agli stereotipi del film di fantascienza: e anche se i ruoli sono i soliti (comandante, ufficiale scientifico, ecc.), la distanza da "Star Trek" non potrebbe essere maggiore. L'arrivo dell'alieno a bordo dà vita a tutta una serie di momenti di genuino terrore, privi dell'ingenuità che permeava analoghi film negli anni cinquanta (fra i tanti, cito la scena in cui il mostro fuoriesce sanguinosamente dallo stomaco di Kane, una scena che si fa fatica a dimenticare e che terrorizzò, sul set, gli stessi attori: John Hurt era stato infatti l'unico a essere avvisato in anticipo di cosa sarebbe accaduto). Il resto della pellicola alterna sequenze ad alta suspense (l'esplorazione della nave alla ricerca del mostro), sussulti (gli improvvisi attacchi ai vari membri dell'equipaggio) e alcune sorprese (la rivelazione che Ash è un robot, cui segue la sua distruzione, con l'impressionante liquido bianco che gli fuoriesce dalla bocca al posto del sangue). E poi c'è tutta la coda finale, che anticipa "Terminator" (quando sembra che il mostro sia stato ormai sconfitto, ecco che ritorna e costringe Ripley a un ulteriore scontro).

Che la sola sopravvissuta, e dunque l'eroina della storia, sia una donna (per quanto "tosta"), fu di certo innovativo per l'epoca, anche se i tempi erano ormai pronti per una serie di protagoniste femminili anche in generi cinematografici tradizionalmente riservati agli uomini (l'anno prima c'era stato "Halloween" di Carpenter, a breve sarebbero arrivati "Nightmare", "Terminator 2", e tanti altri). In effetti, il sesso dei personaggi non ha alcuna importanza nell'economia della vicenda (ne avrà molto di più nel sequel, con il parallelo fra Ripley e la regina aliena nei loro duplici ruoli di madri): fra i sette membri dell'equipaggio (cinque uomini e due donne) non sembra contare nulla, né nel determinare la gerarchia di comando, né nel partecipare ad azioni pericolose (a esplorare il pianeta vanno in tre, fra cui una donna). E l'unico istante in cui la femminilità di Ripley viene messa in evidenza davanti allo spettatore è proprio nel finale, quando – rimasta da sola – si appresta a tornare nella capsula per l'ibernazione spogliandosi e restando in mutandine e canottiera. Per il resto la pellicola è neutra, tanto che pure l'alieno non pare avere un sesso (anche se, nel suo design, le allusioni sessuali non mancano). Il suo ciclo di vita si svolge attraverso una serie di stadi ben precisi: si parte dalle uova che Kane rinviene nell'astronave extraterrestre, dalle quali fuoriesce il cosiddetto "face-hugger", creatura artropode che si attacca come un parassita al volto della vittima, infettandola e usandola come veicolo per la successiva nascita dell'alieno vero e proprio. Fondamentale, per l'estetica del film, il memorabile e terrificante design del mostro, opera dell'artista svizzero H.R. Giger, che fonde suggestioni biologiche e meccaniche (in particolare per la seconda fila di mandibole che fuoriesce dalla prima). In generale, del mostruoso xenomorfo – sulla cui origine in questo primo film non si viene a sapere nulla – sono le caratteristiche fisiche a fare più paura: chi non ricorda l'acido che ha al posto del sangue, e che lo rende una creatura quasi impossibile da distruggere? Di fatto è un guerriero perfetto, apparentemente senza punti deboli: "Ne ammiro la purezza", spiega Ash.

Lo scontro fra gli uomini e l'alieno ha luogo in un'astronave diversa da tutte quelle che fino ad allora erano comparse nei film di fantascienza. Corridoi bui, pareti arruginite, tubi, condotte e griglie di ventilazione in bella vista: si tratta di una fantascienza "sporca", che mette in chiaro come l'astronava sia "usata" e si corrompa con il tempo, agli antipodi dunque di quegli ambienti perfetti, puliti e asettici che per molti anni avevano caratterizzato l'immagine del futuro. Questo realismo si trasmette anche ai personaggi (tutti "normali" lavoratori, con cui dunque il pubblico si poteva facilmente identificare), dando l'impressione che qualsiasi cosa possa accadere e soprattutto che nessuno è al sicuro. Man mano che la storia procede e che l'alieno elimina i vari membri dell'equipaggio, si comincia a sospettare che, forse, nessuno ne uscirà vivo. Persino la mascotte di bordo, il gatto Jones, diventa sospetto! La lavorazione potè contare su una grande quantità di disegni preparatori, di studi di costumi, ambienti, scenari e atmosfere, e il risultato si vede: la Nostromo sembra reale, e tutto questo contribuisce a rendere il senso di pericolo ancora più palpabile (il che è uno dei segreti della buona riuscita di un film horror). Claustrofobia, angoscia e terrore ne conseguono in maniera naturale. Il doppiaggio italiano, pur di alto livello, scivola qui e lì in fase di adattamento: il nome di Ripley è sempre pronunciato "Raiplei" (tornerà "Ripli" dal secondo capitolo), mentre qua e là fanno capolino i famigerati "nitrogeno" e "silicone" al posto di "azoto" e "silicio" (errori comuni per chi traduce dall'inglese "ad orecchio"). Il successo del film darà il via a una lunga e celebrata franchise, fra sequel ("Aliens", "Alien³", "Alien: La clonazione"), crossover (i due "Aliens vs. Predator") e prequel ("Prometheus", l'imminente "Alien: Covenant"), per non parlare di fumetti, romanzi, videogiochi e via dicendo.

7 febbraio 2016

Mimic (Guillermo del Toro, 1997)

Mimic (id.)
di Guillermo del Toro – USA 1997
con Mira Sorvino, Jeremy Northam
*1/2

Visto in divx.

Tre anni dopo aver debellato una terribile epidemia portata dagli scarafaggi grazie a una specie di insetto modificata geneticamente e utilizzata come agente biologico, l'immunologo Jeremy Northam e l'entomologa Mira Sorvino scoprono che alcuni individui di quella specie sono sopravvissuti (nonostante fossero stati programmati come sterili) e sono mutati in maniera mostruosa e inquietante. Il metabolismo accelerato degli insetti, infatti, ne ha velocizzato l'evoluzione. E la capacità di "mimare" i loro predatori, in questo caso l'uomo, li ha trasformati in un gigantesco ibrido uomo-insetto che ora infesta i sotterranei e i tunnel in disuso della metropolitana di New York. Il secondo lungometraggio di Guillermo Del Toro, al suo primo lavoro negli Stati Uniti, è un fanta-horror a tinte cronenberghiane e che richiama a tratti il mix fra azione e claustrofobia di "Alien", ma che dopo un promettente inizio non sfugge alle trite logiche del film da totomorti (il gruppo di persone in pericolo in un luogo chiuso: assieme ai due protagonisti ci sono l'immancabile poliziotto nero, due piccoli ladruncoli, e un anziano ciabattino con figlio autistico). Buoni gli spunti di partenza (la passione del regista per gli insetti era evidente sin dal suo film d'esordio, il messicano "Cronos") e il focus sui bambini, per non parlare dell'aspetto visivo, ma per lunghi tratti ci si annoia e di brutto. A onor del vero, Del Toro ha lamentato di non aver potuto gestire il montaggio finale, dichiarandosi insoddisfatto del risultato (nel 2011 è comunque uscita una "Director's Cut"). Nel cast anche Josh Brolin, Giancarlo Giannini e F. Murray Abraham. Con due seguiti direct-to-video (non di Del Toro).

29 marzo 2015

Europa report (Sebastián Cordero, 2013)

Europa Report (id.)
di Sebastián Cordero – USA 2013
con Anamaria Marinca, Michael Nyqvist
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Girata con la tecnica del found footage (ovvero fingendo che il materiale mostrato sia il montaggio di registrazioni video ritrovate dopo gli eventi, come in "Cannibal Holocaust" e "The Blair Witch Project", per intenderci), una pellicola di fantascienza indipendente che racconta la prima missione spaziale a inviare esseri umani verso Europa, la luna di Giove, alla ricerca di possibili forme di vita. Durante il viaggio, una tempesta solare danneggia i sistemi di comunicazione della navicella (a bordo della quale si trovano in tutto sei membri dell'equipaggio: quattro uomini e due donne). E così soltanto al termine della missione, quando i video ripresi dalle numerose camere a bordo della nave saranno trasmessi tutti insieme alla Terra, si saprà cosa è accaduto. Le videocamere sono fisse, dunque non c'è una vera e propria "regia", se non attraverso il montaggio: che non è cronologico, in modo da aumentare la suspense mentre vengono mostrati i vari eventi in cui incorrono gli astronauti, fra incidenti, primi segni di squilibri, segnali di misteriose "presenze". Pur essendo una produzione indipendente e a basso costo (nessun attore di grido, dunque), il film è molto curato nei dettagli, soprattutto dal punto di vista tecnico-scientifico: la sensazione di assistere a un vero documento sui viaggi spaziali è alta. Lo stile narrativo, a metà fra il documentario e la testimonianza in diretta, consente di passare sopra a certi cliché dei film horror (il gruppo di persone in un ambito ristretto, eliminate a uno a uno nel corso degli eventi), e alcune immagini, come quelle della superficie ghiacciata di Europa, rimangono impresse nella memoria dello spettatore. Forse non originalissimo, dunque, ma meritevole di visione: insieme a "Moon", dimostra che la fantascienza di qualità può ancora prescindere da budget elevati, effetti speciali e spropositate dosi di azione.

9 giugno 2013

La cosa (John Carpenter, 1982)

La cosa (The Thing)
di John Carpenter – USA 1982
con Kurt Russell, Wilford Brimley
***

Rivisto in TV.

In una stazione di ricerca fra i ghiacci dell'Antartide, alcuni scienziati americani si ritrovano ad affrontare un mostro extraterrestre, precipitato con la sua astronave sulla Terra centomila anni prima e rimasto fino a ora congelato. Le cellule dell'alieno hanno la capacità di assimilare e imitare quelle di altri organismi viventi, e così il mostro può trasformarsi perfettamente, fino nei minimi dettagli, in cani o addirittura esseri umani, prendendone il posto. In un clima di tensione e di paranoia (chiunque di loro potrebbe essere "la cosa", e dunque non ci si può più fidare di nessuno), gli scienziati cercheranno di impedire al parassita – che può essere distrutto solo con il fuoco – di abbandonare la base e di raggiungere un centro abitato, da dove potrebbe "contagiare" il resto del mondo. John Carpenter (al primo film girato per una major, la Universal) e lo sceneggiatore Bill Lancaster (figlio di Burt) rifanno il classico di Howard Hawks del 1951 "La cosa da un altro mondo" (tratto dal racconto "Who goes there?" di John W. Campbell Jr.: alla resa dei conti si tratta di un adattamento assai più fedele del prototipo) dopo aver assimilato la lezione degli Zombi di Romero (non sempre i buoni possono sopravvivere) e dell'Alien di Ridley Scott (di cui di fatto è quasi una copia, con la base nell'Antartide al posto dell'astronave nello spazio), e realizzano un caposaldo del cinema di fantascienza/horror dei primi anni ottanta, anche se permane tutta l'inquietudine tipica dei b-movie di SF degli anni cinquanta (spesso metafora della Guerra Fredda: i vari "baccelloni" omologatori, così come l'alieno imitatore di questo film, non rappresentavano altro che il pericolo comunista!). Per una volta privo della consueta ironia e degli sberleffi tipici di altri lavori del regista, è un film solido, rigoroso e coerente con la propria ambientazione, senza personaggi fuori dalle righe (come avrebbero potuto essere ragazzini o donne: l'unica presenza femminile è la voce del computer che batte Kurt a scacchi, in originale la voce di Adrienne Barbeau, allora moglie del regista) o inutilmente caratterizzati per svettare sugli altri: tanto che l'unico che resta impresso è quello interpretato da Kurt Russell, indiscusso protagonista: gli altri attori potrebbero anche non essere nemmeno citati, sono solo carne da macello buona per il "totomorti". Curiosamente, il film di Hawks (e Nyby) si svolgeva nell'Artico, mentre questo (come il racconto di Campbell) è ambientato agli antipodi. Ottimi, per l'epoca, gli effetti speciali e le sequenze che mostrano la creatura aliena durante le sue trasformazioni (opera degli esperti Rob Bottin e Stan Winston), un ammasso di carne fusa e mutante. Colonna sonora, anch'essa fredda e inquietante, di Ennio Morricone: è uno dei rari casi in cui Carpenter non ha scritto la musica di un suo film. Nel 2011 è uscito un prequel, sempre intitolato "La cosa" (di Matthijs van Heijningen Jr.), che racconta gli eventi accaduti alla base dei norvegesi che per primi avevano scoperto e "scongelato" il mostro.

21 febbraio 2011

Aliens vs. Predator 2 (Brothers Strause, 2007)

Aliens vs. Predator 2 (Aliens vs. Predator: Requiem)
di The Brothers Strause – USA 2007
con Steven Pasquale, John Ortiz
*

Visto in DVD, con Martin.

L'astronave dei Predator, che al termine del film precedente decollava dall'Antartide portando con sé un guerriero infettato a sua insaputa da uno xenomorfo, precipita nei pressi di una cittadina del Colorado. I numerosi Aliens che trasportava, rimasti liberi, seminano morte e panico fra i residenti. Ben presto tutti gli abitanti della zona rimangono coinvolti nella lotta senza esclusione di colpi fra i feroci alieni e un Predator giunto appositamente per sterminarli. Privo di idee originali e di qualsiasi spunto di interesse, il film è essenzialmente un susseguirsi di scene d'azione frenetiche e confuse (perennemente al buio) e carneficine assortite di cui restano vittima personaggi stereotipati e senza alcuno spessore, interpretati da attori anonimi. Se già un confronto con il primo "Alien vs. Predator" (con il quale non ha quasi nulla a che vedere) è impietoso, figuriamo quanto sia impensabile azzardarne uno con i prototipi. I registi, i due fratelli Colin e Greg Strause, sono al loro esordio nel mondo del cinema e provengono dai videoclip e dagli effetti speciali.

Alien vs. Predator (Paul W.S. Anderson, 2004)

Alien vs. Predator (AVP: Alien vs. Predator)
di Paul W. S. Anderson – USA 2004
con Sanaa Lathan, Raoul Bova
**

Rivisto in DVD.

Un gruppo di esploratori – di cui fanno parte il magnate Weyland (Lance Henriksen), la guida ambientalista Alexa (Sanaa Lathan) e l'archeologo Sebastian (un Raoul Bova che in quegli anni tentava, senza troppa fortuna, di sfondare a Hollywood) – scopre l'esistenza di un'antica piramide sotto i ghiacci dell'Antartide: l'edificio, che fonde caratteristiche delle culture egiziane, cambogiane e azteche, era stato costruito in tempi remoti per ospitare le battute di caccia di una razza di extraterrestri contro la preda per eccellenza, gli xenomorfi di "Alien", in una sorta di rito di passaggio. L'ingresso degli esseri umani nella piramide risveglia questi ultimi e contemporaneamente richiama i predatori sul pianeta: coinvolti nella sfida fra le due specie di alieni, i protagonisti dovranno scegliere da che parte stare se vorranno sopravvivere. Dalla fusione di due delle più popolari franchise horror/fantascientifiche degli anni ottanta nasce un crossover rivolto ai fan di entrambe le serie e tutto sommato abbastanza godibile, sebbene non certo all'altezza dei capostipiti (in particolare delle classiche pellicole di "Alien", di cui è di fatto un prequel visto che si svolge ai giorni nostri). Il regista è lo stesso del primo "Resident Evil", e si vede: molte trovate (come la mappa digitale della piramide in 3D che mostra i personaggi al suo interno) ricordano quel film, e anche la vicenda è essenzialmente simile, incentrata com'è su un gruppo di esseri umani in un luogo chiuso e sotterraneo e alle prese con mostri letali. Peccato che la caratterizzazione dei personaggi lasci un po' a desiderare: ma nel finale, quando Alexa si allea con il Predator per combattere l'Alien (all'insegna del motto "il nemico del mio nemico è mio amico"), e viene riconosciuta da questi come una degna "compagna di caccia", non mancano alcuni buoni momenti. Curiosa la presenza di Lance Henriksen, già apparso in due film di Alien nei panni di un androide (Bishop) che evidentemente verrà costruito a immagine di questo milionario, il fondatore della Weyland-Yutani Corporation. Era previsto anche un cameo di Arnold Schwarzenegger, ma l'attore ha declinato l'offerta dopo l'elezione a governatore della California. L'idea di unire le franchise di Alien e di Predator risale alla fine degli anni ottanta, quando la casa editrice Dark Horse aveva pubblicato un fumetto intitolato, appunto, "Aliens vs. Predator" (ma la trama era diversa). La febbre del crossover aveva già portato, l'anno precedente, alla realizzazione di un'altra pellicola di questo tipo, "Freddy vs. Jason", incentrata sullo scontro fra gli antagonisti delle saghe horror di "Nightmare" e "Venerdì 13".

17 ottobre 2010

Resident Evil: Afterlife (Paul W.S. Anderson, 2010)

Resident Evil: Afterlife (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/USA/Germania 2010
con Milla Jovovich, Ali Larter
**

Visto al cinema Uci Bicocca (in 3D).

Ebbene sì, sono andato al cinema per guardarlo in 3D, pur avendo espresso più volte le mie perplessità verso questo tipo di tecnologia. Ma l'opportunità di ammirare per una volta Milla in tre dimensioni ha avuto la meglio su ogni altra considerazione! Il quarto episodio della serie, che segna il ritorno di Paul W. S. Anderson alla regia, comincia con una bella scena ambientata a Tokyo – per la precisione al celebre incrocio di Shibuya – in cui Alice e i suoi cloni irrompono nel quartier generale giapponese della malvagia Umbrella Corporation, al termine della quale la nostra protagonista perde i suoi poteri e torna a essere una donna normale: e questo restituisce alla serie un po' di quel fascino da zombie movie classico che si era perduto dopo il primo film. Successivamente, partita in cerca di Arcadia (il misterioso luogo dove si sarebbero rifiugiati gli ultimi sopravvissuti rimasti sulla faccia della terra), Alice si ritrova bloccata in una prigione di Los Angeles insieme a una smemorata Claire Redfield, circondata dalle solite orde di non-morti. Con l'aiuto di un gruppo di pochi compagni (fra cui il fratello di Claire, Chris), riuscirà a venirne fuori e scoprirà che Arcadia non è una città ma una nave che si mantiene al largo della costa; e soprattutto che al suo interno la attendono altre sorprese, non tutte piacevoli. Come i precedenti, il film termina all'improvviso con un cliffhanger che annuncia un ulteriore sequel: finirà mai questa serie? A livello di contenuti la ricetta non cambia, e la pellicola – che si rivolge evidentemente a un pubblico di soli fan – aggiunge ben poco al genere, seguendo con fedeltà le regole del totomorti e presentando personaggi minori caratterizzati appena quanto basta per distinguerli l'uno dall'altro, scene d'azione prese dal videogioco, effetti speciali alla "Matrix", citazioni da Carpenter e dialoghi di basso livello: ma è inutile lamentarsi, in fondo il film non prometteva più di quanto non mantenga, e poi Milla è sempre bellissima (in particolare nella scena iniziale con i cloni, dove appare anche in versione multipla) e i due scontri con il malvagio boss della Umbrella, Wesker (il cui interprete è cambiato dal terzo film), non sono da buttare via. Come già in parte negli episodi precedenti, la stessa Milla ha contribuito a disegnare i propri costumi. Il 3D, nel complesso, è poca cosa e si rivela sostanzialmente inutile.

14 ottobre 2010

Resident Evil (Paul W.S. Anderson, 2002)

Resident Evil (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/Francia/Germania 2002
con Milla Jovovich, Michelle Rodriguez
**1/2

Rivisto in DVD.

Ispirato a una popolare collana di videogiochi, il film – vagamente carpenteriano e primo di una serie che a oggi conta quattro pellicole (ma altre sono già in programma) – aggiorna il filone dei classici zombie movie alla Romero con un'ambientazione moderna, asettica e fantascientifica, e ha contribuito a trasformare Milla – sexy e aggressiva come non mai – in un'icona del genere action/horror. A parte l'incipit nella sontuosa villa neoclassica in cui la protagonista si risveglia senza alcun ricordo del proprio passato (una tipica situazione da videogioco, appunto, come una nascita) e la bella inquadratura finale in cui si scopre che il contagio ha ormai invaso l'intera Raccoon City, quasi tutto il film è ambientato nelle stanze e nei corridoi di un complesso sotterraneo chiamato "l'Alveare", un sofisticato laboratorio di ricerca di proprietà della potente e corrotta Umbrella Corporation dove vengono sperimentate armi virali e batteriologiche. Proprio una di queste, il Virus T, in grado di trasformare gli esseri viventi in non-morti affamati di carne umana, ha contaminato l'intera struttura: e il computer centrale, la Regina Rossa (riferimenti ad "Alice nel paese delle meraviglie" sono sparsi un po' ovunque, a partire dal nome della protagonista), l'ha isolata dall'esterno per impedire che l'epidemia si diffonda. A una prima parte fredda e piena di tensione, con Alice e un gruppo di soldati che cercano di penetrare nell'Alveare per scoprire che cosa è successo e devono vedersela con il computer (una versione femminile dello HAL 9000 di "2001: Odissea nello spazio") e le trappole in stile "The cube" (come il laser che taglia a fettine) che questi ha disseminato attorno a sé, ne segue una seconda più concitata e ricca invece di azione, in cui i personaggi devono fuggire dall'assalto dei non-morti, fra i quali – oltre a uomini – ci sono anche animali (memorabile la scena in cui Alice lotta contro i cani: a proposito, Milla ha effettuato tutti gli stunt in prima persona, senza controfigure!) e mostri vari (il cosiddetto "licker"). Fra i comprimari si segnalano Michelle Rodriguez (la tosta soldatessa Rain, un classico personaggio "alla Vasquez"), Eric Mabius (Matt, attivista contro le multinazionali) e James Purefoy (Spence, il misterioso "marito" di Alice). Tranne che nella scena iniziale, in cui si sveglia nuda nella doccia, e in quella finale, in cui indossa soltanto un telo da ospedale, Milla veste per tutta la pellicola un costume molto essenziale, che comprende stivaletti neri e un leggero abito da sera rosso. Il regista Paul W.S. Anderson – che aveva già sfornato l'adattamento cinematografico di un videogioco con "Mortal Kombat" – si limiterà a scrivere e a produrre il secondo e il terzo film della serie ("Resident Evil: Apocalypse" e "Resident Evil: Extinction"), tornando dietro la macchina da presa soltanto con il quarto episodio ("Resident Evil: Afterlife"). Nel frattempo è diventato il fortunato marito di Milla, nonché il padre di sua figlia Ever (il cui padrino è Wim Wenders!).

17 aprile 2010

Blu profondo (Renny Harlin, 1999)

Blu profondo (Deep Blue Sea)
di Renny Harlin – USA 1999
con Thomas Jane, LL Cool J
**

Visto in DVD.

Per trovare una cura contro l'Alzheimer, un gruppo di scienziati effettua esperimenti sul cervello degli squali presso una piattaforma petrolifera isolata al largo della costa, rendendoli super intelligenti e ancora più feroci (ma che bella idea: cosa potrà mai andare storto?). Quando gli animali si libereranno, favoriti da una tempesta, faranno una strage. Onesta pellicola da "totomorti" e di puro intrattenimento, dai presupposti del tutto implausibili e dagli sviluppi poco originali ma realizzata con una certa professionalità e con una bella ambientazione: vista nelle giuste condizioni, può divertire. Il ritmo e la tensione non mancano, e in ruoli minori compaiono anche Samuel L. Jackson (il milionario che ha finanziato le ricerche) e Stellan Skarsgård. L'incipit rimanda – e non poteva essere altrimenti – a "Lo squalo" di Steven Spielberg, al quale ci sono svariati riferimenti (come la targa automobilistica in bocca a uno dei pescioni). A un certo punto, il rapper LL Cool J esclama "Non ho mai visto un nero cavarsela in una situazione del genere", ironizzando sul classico destino dei personaggi di colore nei film di questo tipo.

29 marzo 2010

Cloverfield (Matt Reeves, 2008)

Cloverfield (id.)
di Matt Reeves – USA 2008
con Michael Stahl-David, Mike Vogel
**1/2

Visto in DVD.

Dopo "The Blair Witch Project" (e "Cannibal Holocaust"), ecco un altro film che sfrutta l'idea del video amatoriale come testimonianza "dal vivo" di un evento straordinario e terrorifico. Alcuni ragazzi si riuniscono in un appartamento di Manhattan per un party, ma il grattacielo e l'intera New York vengono attaccati da una creatura mostruosa e misteriosa, forse extraterrestre oppure proveniente dalle profondità marine (come "Godzilla", al quale è probabilmente ispirata). Durante la fuga attraverso la città evacuata e semidistrutta (non mancano sequenze che ricordano le tragiche scene degli attentati dell'11 settembre), mentre l'esercito cerca inutilmente di arrestare l'avanzata del mostro, i protagonisti riprenderanno ogni cosa con la loro videocamera digitale. A giudicarlo strettamente dal punto di vista dei contenuti, "Cloverfield" sarebbe un fallimento totale: come horror non fa paura, come thriller non coinvolge né appassiona, come action fantascientifico non offre nulla di nuovo rispetto a centinaia di monster movie già visti in precedenza, e il suo presunto "realismo" non inganna nemmeno per un momento uno spettatore abbastanza smaliziato da riconoscerne la finzione (e i milioni di dollari spesi in effetti speciali). I suoi pregi sono dunque a livello puramente teorico. Gli eventi di sette ore (concentrati in settanta minuti, gli unici in cui la videocamera viene tenuta accesa) vengono mostrati "in tempo reale" e attraverso lo sguardo in soggettiva dell'apparecchio. Quello che lo spettatore vede è esattamente quello che vedono e scoprono man mano i personaggi, che sono contemporaneamente protagonisti e registi (montatori, operatori, ecc.) del film stesso, nonché gli unici a fornire un punto di vista sugli eventi: se loro muoiono, anche il film finisce. Naturalmente sembra del tutto improbabile che da un girato casuale (teoricamente privo anche di sceneggiatura), possa venir fuori una storia con un senso, completa di sviluppi e caratterizzazioni, sottotrame sentimentali, colpi di scena, assenza di tempi morti, risoluzioni drammatiche, e persino un finale: e già questo rischia di minare la credibilità dell'intera operazione. In realtà, come sempre, la sospensione dell'incredulità fa miracoli, e soprattutto il montaggio fatto "direttamente in camera" finisce col costituire il vero punto di forza del film, oltre a regalare la trovata più felice: il nastro utilizzato dai ragazzi, infatti, era già stato usato in precedenza; e a tratti, quando la registrazione viene arrestata, prima che riparta possiamo osservare i frammenti di una giornata precedente, più solare, che fanno da contraltare emotivo alle devastazioni e all'attacco del mostro, come in una sorta di flashback. Lo stile di regia, naturalmente, è confuso e con la camera a mano in perenne movimento, tanto da risultare quasi fastidioso (o noioso, a seconda dei punti di vista). Dopo i primi venti minuti, che servono soltanto a introdurre i personaggi, l'aspetto del mostro viene "bruciato" quasi subito (sarebbe stato meglio lasciarlo più a lungo nell'ombra), ma almeno la sua natura – così come quella delle altre piccole creature che lo accompagnano, quasi più spaventose di lui – rimane avvolta nel mistero, com'è giusto che sia. Fino a quando non arriverà l'inevitabile sequel, naturalmente, visto il successo riscontrato dalla pellicola. La scena in cui la statua della libertà viene decapitata dal mostro è stata ispirata dal manifesto originale di "1997 Fuga da New York". Il produttore, nonché la mente dell'intera operazione, è il furbo J. J. Abrams, quello di "Lost", un vero maestro nell'ammantare di una veste nuova (e accattivante, ammettiamolo) qualcosa che di originale ha ben poco.