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19 luglio 2016

La sposa in nero (François Truffaut, 1968)

La sposa in nero (La mariée était en noir)
di François Truffaut – Francia 1968
con Jeanne Moreau, Jean-Claude Brialy
***

Rivisto in DVD.

Per vendicarsi dei cinque uomini responsabili della morte del marito, colpito per disgrazia da un colpo di fucile sulle scale della chiesa nel giorno del loro matrimonio, una giovane donna (Moreau) li rintraccia e li uccide uno a uno. Da un romanzo di Cornell Woolrich (che si firma come William Irish), un thriller nerissimo e atipico nella filmografia di Truffaut, che pure – come Godard e gli altri colleghi della Nouvelle Vague – non ha mai nascosto l'amore per la narrativa e il cinema di genere americano. Attraverso alcuni elementi ricorrenti (l'anello, il disco), la pellicola svela le sue carte poco a poco: dopo ogni delitto, lo spettatore viene a conoscenza di un pezzo in più del background e delle motivazioni del personaggio. Narrativamente il film può essere diviso in cinque parti, più un prologo e un epilogo, in ciascuna dei quali Julie rintraccia, avvicina e infine elimina (in modi sempre diversi e fantasiosi) i suoi bersagli, quasi sempre affascinandoli con il proprio charme e giocando con il fatto che loro non la conoscono. E infine si farà arrestare volontariamente, pur di raggiungere il quinto uomo che si trova chiuso in prigione. Secondo film a colori di Truffaut, ma il primo girato in Francia e con il suo direttore della fotografia di fiducia (Raoul Coutard): eppure nella memoria dello spettatore resta un film in bianco e nero, non solo per gli abiti della protagonista (che indossa quasi sempre il bianco nuziale – o virginale, quando si veste da Diana cacciatrice – o il nero della vedovanza) ma per i toni della vicenda, dove apparentemente non c'è spazio per il grigio o le sfumature cromatiche. Le "vittime" sono interpretate da Claude Rich (il rubacuori), Michel Bouquet (il solitario), Michel Lonsdale (il politico), Daniel Boulanger (il pregiudicato) e Charles Denner (il pittore). Per la colonna sonora, che ingloba una versione "drammatica" della classica marcia nuziale di Mendelssohn, Truffaut ricorre per la seconda volta di fila (dopo "Fahrenheit 451") a Bernard Herrmann, il compositore di fiducia di Hitchcock, quando mai adatto alle atmosfere della pellicola. Quentin Tarantino ha negato l'ispirazione, ma le similitudini con "Kill Bill" sono numerose ed evidenti (dalla struttura generale fino a piccoli particolari, come la scena in cui la sposa, dopo ogni vendetta, cancella con una riga il nome della vittima dal suo taccuino).

31 agosto 2015

Jules e Jim (François Truffaut, 1962)

Jules e Jim (Jules et Jim)
di François Truffaut – Francia 1962
con Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre
****

Rivisto in DVD, con Sabrina.

L'amicizia (e il triangolo amoroso) più famosa della storia del cinema, ambientata negli anni che precedono e che seguono la prima guerra mondiale. Il francese Jim (Henri Serre) e l'austriaco Jules (Oskar Werner), giovani scrittori squattrinati e innamorati della vita, si conoscono per caso nella Parigi del 1912 e si scoprono uniti da una notevole affinità sotto tutti i punti di vista. La loro amicizia attraverserà gli anni della grande guerra (che li vedrà combattere su fronti opposti, nel continuo timore di uccidersi a vicenda) e non sarà scalfitta nemmeno dalla passione che entrambi proveranno per la stessa donna, Catherine (Jeanne Moreau), inafferabile, inquieta e dallo spirito libero. Questa si concederà ora all'uno e ora all'altro (dapprima sposando Jules e poi diventando, con l'approvazione del primo, l'amante di Jim), dando vita a un insolito e scandaloso ménage à trois. "Scandaloso" non tanto nell'ambito della pellicola, che al contrario affronta l'argomento con una leggerezza più innocente che irriverente, quanto per gli spettatori e la società dei primi anni sessanta, fortemente scossa da un film che mostra un amore che andava oltre gli stereotipi e gli stretti confini convenzionali. Oggi è considerato uno dei capisaldi della filmografia di Truffaut così come dell'intera Nouvelle Vague, un movimento che fra le altre cose si proponeva proprio di infrangere il conformismo cinematografico e di esplorare nuove direzioni. Merito di una sceneggiatura dinamica e spigliata, tratta dal romanzo semi-autobiografico di Henri-Pierre Roché, che sin dalle prime battute accompagna le immagini sullo schermo con una narrazione fuori campo "letteraria", schietta e ironica (in grado di condensare in pochi secondi intere sequenze che avrebbero comportato difficoltà o richiesto troppi compromessi per essere girate); della regia fluida e multiforme di un Truffaut che occasionalmente sperimenta con riquadri, fermo immagine, panoramiche, carrelli e spezzoni di cinegiornali; e dell'interpretazione, su tutti, di una Jeanne Moreau indimenticabile, enigmatica e solare al tempo stesso, sfuggente e sensuale, oggetto del desiderio ma anche motore primo della vicenda. La quale è raccontata sì con linearità ma anche punteggiata da cruciali snodi narrativi che sembrano quasi delle sliding doors (il mancato appuntamento al caffé, lo scambio di lettere "sfasato", la gita nel bosco). Ma non bisogna dimenticare la lunga ed elaborata colonna sonora di Georges Delerue, impreziosita dalla canzone "Le tourbillon", che la stessa Moreau canta in una delle scene più celebri, accompagnata alla chitarra dall'autore Serge Rezvani (alias Cyrus Bassiak).

La pellicola si apre con i versi "M’hai detto 'ti amo', ti dissi 'aspetta'. Stavo per dirti 'eccomi', tu m’hai detto 'vattene'...", che mettono subito in chiaro come non si tratterà di una storia d'amore tradizionale, e prosegue illustrando l'amicizia fra Jules e Jim, rappresentanti di due grandi paesi europei che a breve si sarebbero rivolti l'uno contro l'altro con le armi. I due giovani, invece, si scoprono in piena sintonia (la comparsa a più riprese, in seguito, del libro di Goethe "Le affinità elettive" sottolinea il concetto, includendo anche Catherine nel rapporto). Uniti dall'amore per la letteratura e la musica, e "dall'avversione per il denaro", ma anche diversi fra loro sotto molti punti di vista, a partire dai rapporti con le donne (e le contraddizioni, paraddossalmente, non fanno altro che esaltarne l'armonia), fra una partita a domino e un incontro di boxe francese discutono di amore, arte, amicizia, guerra e morte. La comparsa di Catherine non mette a repentaglio la loro amicizia, anzi la allarga. Sin dalla prima uscita in tre, ci si accorge che insieme possono dar vita a momenti memorabili (la sequenza in cui la ragazza si "traveste" da uomo, con coppola e baffi finti, prima di sfidare i due amici a una gara di corsa sulla passerella; e poi, quella dell'improvviso tuffo nella Senna, che naturalmente preannuncia l'altro tuffo, nel finale). Se il titolo del film rende omaggio ai due uomini, è in realtà Catherine il centro nevralgico della pellicola. Non a caso, proprio dalla bocca della ragazza escono le frasi che illustrano la filosofia e l'evoluzione del loro rapporto: dapprima afferma che "in una coppia in fondo basta che solo uno dei due sia fedele", e più tardi addirittura che "in amore la coppia non è affatto l'ideale". Una filosofia di cui il film celebra la libertà ma anche il fallimento, visto come ogni momento di felicità è destinato a durare per poco. Catherine è infatti perennemente insoddisfatta, incapace di fermarsi e di godersi quello che ha. Forse a ragione: man mano che gli anni passano, se l'amicizia fra Jules e Jim non ha cedimenti, quella fra i paesi che rappresentano comincia a vacillare: nei cinegiornali si mostrano i primi roghi di libri, e si comincia a respirare l'odore di una nuova guerra. E allora, meglio farla finita prima che cominci un nuovo e più pesante conflitto. Il finale tragico, che può sembrare improvviso, era in fondo inevitabile, oltre che prefigurato più volte (oltre al primo tuffo, si pensi anche alla scena con la pistola). Nonostante gli scandali, la pellicola riscosse grande successo e cementò la fama dell'allora giovane cineasta (Truffaut era solo al terzo film) e della protagonista femminile.

17 settembre 2012

Gebo e l'ombra (M. de Oliveira, 2012)

Gebo e l'ombra (Gebo et l'ombre, aka O Gebo e a sombra)
di Manoel de Oliveira – Francia/Portogallo 2012
con Michael Lonsdale, Claudia Cardinale
**

Visto al cinema Mexico, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Gli anziani coniugi Gebo (Michael Lonsdale) e Doroteia (Claudia Cardinale) abitano in povertà insieme alla nuora Sofia (Leonor Silveira) e attendono inutilmente notizie del figlio (e marito) João, partito otto anni prima in cerca di fortuna. Tutti e tre, malgrado l’età e la stanchezza, continuano a vivere in funzione di un “ombra”, quella di João appunto, che si manifesta continuamente nei loro pensieri e nelle loro esistenze: la stessa ombra che spinge Gebo a mentire alla moglie, dicendole di aver ricevuto di tanto in tanto sue notizie. Ma quando João fa finalmente ritorno a casa, si rivela molto diverso da come era partito: quasi un estraneo, insofferente all’onesta vita del padre, ne deride la morale e spiega di essere diventato un ladro e di vivere di espedienti. Di notte fugge nuovamente, non prima di essersi impossessato del denaro che il genitore – che lavora come contabile – custodiva nella sua cassaforte. Per proteggerlo, sarà proprio Gebo ad assumersi la colpa del furto. Liberamente ispirato a una pièce teatrale teatrale di Raul Brandão (che il regista ha descritto come un'anticipazione di "Aspettando Godot"), ambientato nel tardo diciannovesimo secolo e interpretato da un nugolo di vecchi mostri sacri (c’è anche una strepitosa Jeanne Moreau, che a 84 anni illumina ancora la scena con la sua presenza), è l’ultimo film realizzato dall’ormai 103enne (!) De Oliveira. Certo, è un tipo di cinema decrepito e soporifero, ai limiti del teatro filmato: quasi tutta la pellicola consiste in inquadrature fisse su personaggi seduti attorno a un tavolo, in una stanza a malapena illuminata dalle candele o da deboli lampade, che senza nemmeno guardarsi fra di loro (lo sguardo è spesso rivolto allo spettatore) discutono a lungo su temi come il senso della vita, la menzogna, l’etica e la società. Ma in fondo il film è da apprezzare più per quello che lascia dentro che per quello che comunica durante la visione, e poi la qualità pittorica della fotografia (l’utilizzo della luce è strepitoso), il valore degli interpreti e le implicazioni morali dei lunghi dialoghi (che mettono in evidenza la psicologia di personaggi “condannati all’infelicità e alla povertà” come Gebo, che nonostante la sua onestà non può far altro che ricorrere alla menzogna per “erigere un muro di abitudini e di illusioni” in grado di proteggere la propria famiglia) possono aiutare a tenere desta l’attenzione.

26 gennaio 2012

Il passo sospeso della cicogna (T. Angelopoulos, 1991)

Il passo sospeso della cicogna (To meteoro vima tou pelargou)
di Theodoros Angelopoulos – Grecia/Francia/Italia 1991
con Gregory Karr, Marcello Mastroianni
**

Visto in divx, con Marisa.

La recente scomparsa del regista greco Theo Angelopoulos, di cui praticamente non ho mai visto nulla (tranne qualche cortometraggio all’interno di film a episodi), mi ha spinto a recuperare una delle sue pellicole meno note, una meditazione sul tema dell’identità, dei confini e dell’immigrazione (il film si apre con l’immagine di alcuni clandestini dispersi in mare). Il giornalista televisivo Alexandre, inviato a realizzare un servizio in una città innevata presso il confine fra Grecia e Albania dove si ammassano orde di profughi e di immigrati (albanesi, turchi, curdi, iraniani) in attesa dei documenti per entrare nel paese, crede di riconoscere in uno dei disperati un celebre uomo politico e scrittore (Mastroianni) la cui misteriosa e volontaria sparizione, anni prima, aveva suscitato scalpore. Per confermare la sua identificazione, farà giungere fin lì la moglie dell’uomo (Jeanne Moreau, che recita in inglese), ma il mistero rimarrà. In parte profetico (la guerra nei Balcani era ancora da venire, ma la paralisi e l'incapacità della politica di far fronte ai problemi sociali e all'immigrazione era già evidente), pericolosamente vicino alle atmosfere di Antonioni e Tarkovskij (la “colpa” è di Tonino Guerra, co-sceneggiatore), pieno di metafore e di simboli, il film indaga con estrema lentezza "le frontiere politiche e quelle dell’anima", ma il risultato è spesso poeticista, pretenzioso e confuso, soprattutto nelle scene parlate. Meglio, molto meglio, quelle mute, che sprigionano un fascino particolare: su tutte, la carrellata sulle carrozze del treno usato come rifugio dagli immigrati, il piano sequenza della sala da ballo e soprattutto la scena del matrimonio sulle sponde del fiume, con gli sposi che si trovano sulle rive opposte e sono separati dall'acqua e dalla frontiera. Fondamentale la colonna sonora di Eleni Karaindrou. Il titolo fa riferimento alla posizione che il protagonista assume, con un piede sollevato, sulla linea che delimita il confine.

4 febbraio 2011

Querelle (R. W. Fassbinder, 1982)

Querelle (id.)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania/Francia 1982
con Brad Davis, Franco Nero
***1/2

Visto in DVD.

L'ultimo film di Fassbinder, uscito postumo (il regista morì qualche mese prima della sua distribuzione, a soli 37 anni), è un passionale adattamento del radicale e controverso romanzo di Jean Genet "Querelle de Brest", reso vivido dalla messinscena surreale e teatrale (l'irrealtà dell'ambientazione va di pari passo con le riflessioni filosofiche dei personaggi e le citazioni letterarie a tutto schermo) e dalla fotografia astratta e colorata (le immagini sono ammantate di rosso e di giallo, come se ci si trovasse immersi in un tramonto perenne: "i colori del fuoco e della passione"). Presentato al Festival di Venezia, non vinse alcun premio ma spinse il direttore della giuria Marcel Carné a rilasciare una celebre dichiarazione nella quale si rammaricava di essere stato "l'unico a difendere un film" che, per quanto controverso, un giorno avrebbe avuto "un suo posto nella storia del cinema". La trama segue da vicino quella del romanzo originale: il marinaio Querelle (Brad Davis) sbarca al porto di Brest, dove ritrova il fratello Robert (con il quale ha una relazione d'amore e d'odio) presso la Feria, locale-postribolo gestito dall'ambiguo Nono (Günther Kaufmann), la cui moglie Lysiane (Jeanne Moreau) è l'amante proprio di Robert. Oggetto delle attenzioni morbose del complessato tenente Seblon (Franco Nero), comandante della nave su cui è imbarcato, Querelle si concede invece al sodomizzatore Nono, al quale vende anche una partita di oppio (dopo aver assassinato un altro marinaio che lo aveva aiutato a contrabbandarla). Per sfuggire alle indagini della polizia, fa cadere la responsabilità dell'omicidio su Gil (Hanno Pöschl, che interpreta anche la parte di Robert), un operaio che si è nascosto in un edificio abbandonato presso il porto dopo aver ucciso un collega di lavoro. Nella storia, condita da dialoghi espliciti e da meditazioni esistenziali, vengono coinvolti diversi altri personaggi, legati fra loro da rapporti di amicizia, di complicità e di sesso, come il timido Roger (amico di Gil) o il poliziotto corrotto Mario. Da notare come il look di molti personaggi rimandi a icone dell'immaginario omosessuale, le stesse rese celebri da gruppi musicali come i Village People: il marinaio (in divisa), l'operaio (in canottiera e casco), il poliziotto (con giubbotto di pelle), e così via. Bollato da alcuni come osceno e pornografico e da altri come un caposaldo della cultura gay, caratterizzato da uno stile classicheggiante e quasi artificioso nel suo acceso intellettualismo, il film è essenzialmente un melodramma a sfondo erotico che fonde in un unico personaggio (ossia nel protagonista) l'eroe e il cattivo, il vincente e lo sconfitto, una figura fragile e inerme e un subdolo manipolatore.

1 giugno 2010

Grisbi (Jacques Becker, 1954)

Grisbi (Touchez pas au grisbi)
di Jacques Becker – Francia/Italia 1954
con Jean Gabin, Lino Ventura
***1/2

Rivisto in VHS, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra e Isacco.

L'anziano e rispettato gangster Max, stanco e disilluso, è sempre pronto ad aiutare e a proteggere gli amici, verso i quali ha un atteggiamento quasi paterno. Dopo aver portato a termine un grosso colpo, impadronendosi di preziosi lingotti d'oro insieme al complice di sempre, Henri "Riton" (René Dary), medita di ritirarsi finalmente a vita privata. Ma l'incauto Riton spiattella tutto alla sua donna, la ballerina Josy (Jeanne Moreau), che se l'intende con il capobanda Angelo (Lino Ventura, al suo esordio), il quale farà di tutto per mettere le mani sulla refurtiva, arrivando a rapire Riton e a chiedere un riscatto. Tratto da un romanzo di Albert Simonin, "Grisbi" (termine gergale che significa "bottino") non è solo un film che ha contribuito a fondare un genere e a rilanciare la carriera del protagonista: è anche un noir teso e crepuscolare, dominato dai temi dell'amicizia maschile, con un grande Gabin che tratteggia magnificamente un personaggio carismatico e misogino, disposto a rinunciare a tutto pur di non abbandonare il compare in difficoltà. Di fronte a giovani rivali disonesti e traditori e a donne infedeli e portatrici di guai, Max si erge come l'ultimo baluardo di un mondo ormai in via d'estinzione, basato su valori in declino come il rispetto dell'amicizia e della fedeltà. L'atmosfera decadente e malinconica è sottolineata dalla colonna sonora di Jean Wiener e dalla fotografia notturna e urbana di Pierre Montazel. Nell'ottimo cast ci sono anche Paul Frankeur (Pierrot, il proprietario del night club), Delia Scala (la segretaria dello zio ricettatore) e Marilyn Buferd (la raffinata amante di Max).

29 ottobre 2008

La grande peccatrice (Jacques Demy, 1963)

La grande peccatrice (La baie des anges)
di Jacques Demy – Francia 1963
con Claude Mann, Jeanne Moreau
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Contagiato da un amico con la passione per il gioco d'azzardo, un giovane impiegato di banca si reca a Nizza per frequentarne il casinò. Qui conosce un'accanita giocatrice che ha abbandonato il marito e la famiglia per seguire la sua irrefrenabile compulsione per la roulette. Uniti dal comune amore per il gioco e da un'attrazione reciproca, i due trascorreranno insieme alcuni giorni: ma la loro relazione sarà destinata a durare? A differenza del precedente "Lola", il secondo lungometraggio di Demy è praticamente incentrato su due soli personaggi: Jean, affascinato da uno stile di vita lussuoso e opulento (che "sembra uscito da un romanzo americano") ma con i piedi per terra e capace di fermarsi al momento giusto, quando sa che sta per cominciare a perdere; e Jacqueline, che non gioca per il denaro ma per l'emozione dell'azzardo, apparentemente incapace di amare qualcuno. Sullo sfondo si vedono scorci della Promenade des Anglais di Nizza (su cui si apre la "baia degli angeli" del titolo originale), gli alberghi di Montecarlo, i locali della Costa Azzurra. Bravi gli attori (la Moreau è particolarmente sexy). Ma la pellicola, seppur intrigante, è forse un po' monotona, con lunghe e ripetute scene tutte uguali in cui i due protagonisti giocano alla roulette, vincendo somme enormi per poi perderle rapidamente, a seconda di come vuole un imperscrutabile destino.

12 dicembre 2007

Fuoco fatuo (Louis Malle, 1963)

Fuoco fatuo (Le feu follet)
di Louis Malle – Francia 1963
con Maurice Ronet, Alexandra Stewart
**1/2

Visto in DVD.

Alain, ex alcolizzato, fatica a tornare alla sua vita precedente, si sente fuori posto nell'attiva e gaudente società parigina e preferirebbe quasi non dover lasciare la clinica di Versailles dove è stato disintossicato. Medita così di suicidarsi dopo essere passato per l'ultima volta a salutare gli amici di un tempo. Tratto da un romanzo di Drieu de la Rochelle ispirato alla storia vera del suo amico Jacques Rigaut, il bel film di Malle è freddo ma intenso, disperato ma lucido, costruito tutto intorno a un personaggio angosciato, sperso e spaesato che preferisce "fermarsi" piuttosto che andare avanti e invecchiare. "Non ho voglia di tornare alla vita", dice al medico ottimista che lo aveva in cura. Pessimista e inerte, non riesce a essere scosso neppure dagli amici (un egittologo borghese con una splendida moglie; un gruppo di poeti squattrinati, suoi ex compagni di bagordi, fra i quali c'è anche Jeanne Moreau; un paio di attivisti politici clandestini). Ogni cosa sembra sfuggirgli dalle mani: non riesce più a desiderare nulla e addirittura le donne gli fanno paura, a lui che un tempo era tanto piacente. Che abbia programmato da tempo e con freddezza il suicidio è evidente da tanti piccoli particolari: la data segnata sullo specchio, i molti accenni alla sua "partenza", lo scarso interesse a riallacciare una relazione con la moglie o con le altre donne della sua vita, i tentativi di tracciare un bilancio della propria esistenza ("Non ho fatto altro che aspettare che succedesse qualcosa"). Le frasi del protagonista (che rendono evidente l'origine letteraria della pellicola) si fanno via via più indicative man mano che il film procede verso la conclusione, fino al biglietto che lascia prima di compiere l'ultimo gesto: "I nostri legami sono diventati deboli, mi uccido per renderli più forti".

22 settembre 2007

La notte (M. Antonioni, 1961)

La notte
di Michelangelo Antonioni – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau
***1/2

Rivisto in DVD.

Lo scrittore Giovanni e sua moglie Lidia sono una coppia in crisi, il cui amore è ormai evaporato per l'abitudine e la noia. Dopo aver fatto visita a un amico in ospedale e aver vagato senza meta per le strade di una Milano moderna e desolata, si accingono a trascorrere la notte nella villa di un industriale brianzolo che li ha invitati alla sua festa. Qui lui cerca di sedurre la giovane e malinconica figlia del padrone di casa (una splendida Monica Vitti, con i capelli neri), mentre lei prende finalmente coscienza della propria solitudine e del fatto di non amare più il marito. All'alba, però, insieme al sole sembra spuntare anche uno spiraglio di speranza. Il secondo film della cosiddetta trilogia dell'alienazione è un'eccellente rappresentazione del vuoto esistenziale degli intellettuali e dell'alta borghesia milanese, narrato da Antonioni con una serie di sequenze da antologia (dagli incontri all'ospedale alla rissa in periferia, dal ballo nel cabaret alla pioggia e ai tuffi in piscina). Il personaggio interpretato da Mastroianni sembra accettare con indifferenza la crisi che sta attraversando ("non ho più idee, soltanto ricordi"), giungendo addirittura al punto di ingabbiare la propria arte al servizio dell'industriale (non a caso alla scena in cui questi propone di "comprarlo" segue l'immagine di una gabbia per uccellini), mentre la Moreau, inquieta e disperata, non attende che la morte. Il personaggio della Vitti si introduce fra i due con la propria tristezza e in qualche modo riesce a scuoterli e a renderli consapevoli della crisi che stanno attraversando. Un film fra i migliori dell'Antonioni "esistenzialista", che in origine doveva raccontare le storie di molti altri personaggi (il regista aveva pensato addirittura a sette coppie, che si scomponevano e ricomponevano nell'arco di una sola notte) e che poi è stato sfrondato rendendolo più compatto, lucido e incisivo. Ottimi gli attori, la musica (di Giorgio Gaslini), la fotografia (di Gianni Di Venanzo). Nella scena della presentazione del libro appaiono, non accreditati, Salvatore Quasimodo ("il nostro premio Nobel"), Umberto Eco e Valentino Bompiani. Orso d'oro al festival di Berlino, il film ha conquistato con il tempo l'aura di pellicola intellettuale per antonomasia, tanto da essere citato nei titoli di coda di "Brian di Nazareth" dei Monty Python ("Se vi è piaciuto questo film, perché non andate a vedere 'La notte'?").

26 giugno 2007

Les amants (Louis Malle, 1958)

Les amants (id.)
di Louis Malle – Francia 1958
con Jeanne Moreau, Jean-Marc Bory
***

Visto in DVD.

Jeanne (la coincidenza fra i nomi della protagonista e dell'attrice non è forse casuale), annoiata dalla vita in provincia e stufa di un marito che la trascura, comincia a frequentare assiduamente l'alta società parigina e intreccia una relazione con un fascinoso giocatore spagnolo di polo. Ma sarà soltanto un casuale incontro con un giovane archeologo, completamente al di fuori della sua abituale cerchia di conoscenze, a farle scoprire l'amore, consumato al chiaro di luna in una notte intensa e sensuale, e a spingerla ad abbandonare d'impulso il marito, la casa e la famiglia. Film liberatorio e "scandaloso" (in Italia venne ovviamente censurato, senza contare il fatto di aver lasciato il titolo in originale, cosa all'epoca senza dubbio più unica che rara; negli Stati Uniti fu accusato addirittura di pornografia e soltanto la Corte Suprema dichiarò innocente il proprietario di un cinema che aveva osato proiettarlo), incorniciato dalla bella musica da camera di Brahms e da una voce fuori campo dal tono letterario e forse un po' superflua, ha messo in scena secondo Truffaut "la prima notte d'amore mai vista nel cinema francese", in cui la Moreau interpreta senza remore una novella madame Bovary che lotta (anche inconsapevolmente) contro le costrizioni sociali, borghesi e di facciata.

27 febbraio 2007

Ascensore per il patibolo (L. Malle, 1958)

Ascensore per il patibolo (Ascenseur pour l'echafaud)
di Louis Malle – Francia 1958
con Jeanne Moreau, Maurice Ronet
***

Visto in DVD, con Hiromi.

La moglie di un industriale convince l'amante ad assassinare il marito: ma l'uomo, dopo aver commesso il delitto, rimane imprigionato nell'ascensore mentre sta fuggendo, mettendo in moto tutta una serie di tragici eventi. Un noir disperato, teso e avvincente, modernissimo tanto nella narrazione quanto nella messa in scena. Alcuni snodi della vicenda appaiono forse un po' forzati, ma è il prezzo da pagare per rendere l'idea che il caso e il destino governino le sorti di tutti i personaggi. Per molti versi anticipa la stagione della nouvelle vague ("À bout de souffle" di Godard uscirà soltanto due anni dopo). Ovviamente è anche il film d'esordio di Malle (aveva solo 24 anni), nonché quello che ha reso celebre l'allora giovanissima Jeanne Moreau, grande e indimenticabile nella sua passeggiata notturna e disperata per le strade e i locali (mi ha ricordato quella della Totter in "Stasera ho vinto anch'io" di Wise), mentre Lino Ventura è il poliziotto che indaga nella seconda parte del film. Gran parte del fascino è anche dovuto alla colonna sonora jazz di Miles Davis, realizzata espressamente per la pellicola.

16 giugno 2006

Il tempo che resta (F. Ozon, 2005)

Il tempo che resta (Le temps qui reste)
di François Ozon – Francia 2005
con Melvil Poupaud
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Cannes).

Romain (Melvil Poupaud), un giovane fotografo di moda gay, scopre di avere un tumore allo stato avanzato e che gli restano pochi mesi di vita. Anziché disperarsi o rassegnarsi, preferisce tagliare i ponti con il presente (non comunica la notizia a nessuno, nemmeno ai parenti) e rivolgersi invece al passato e al futuro: recuperà così il rapporto con la sorella e soprattutto con il sé stesso bambino, e accetterà di essere il padre del figlio di una coppia di sconosciuti il cui marito è sterile. Il poliedrico Ozon firma stavolta un film semplice ed essenziale, forse fin troppo distaccato: una di quelle pellicole che funzionano solo se si riesce a simpatizzare con il protagonista, cosa a dire il vero non sempre facile visto che il personaggio tende a chiudersi in sé stesso e ad isolarsi dal resto del mondo. La parte centrale mi è sembrata un po' debole, ma il finale mi è piaciuto. Per fortuna Ozon non scivola nel patetico e il tono non diventa mai consolatorio o, peggio, ricattatorio (e in questo ci sono similarità con il bel film coreano "Christmas in august", che parte da presupposti identici). Bravo il protagonista, ci sono piccole parti per Jeanne Moreau (nel ruolo della nonna Laura) e Valeria Bruni-Tedeschi (la cameriera con il marito sterile).