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10 marzo 2022

Intervento divino (Elia Suleiman, 2002)

Intervento divino (Yadon ilaheyya)
di Elia Suleiman – Palestina/Francia 2002
con Elia Suleiman, Manal Khader
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Un uomo vestito da Babbo Natale scappa per le colline attorno a Nazareth, inseguito da un gruppo di ragazzi. Un nocciolo di albicocca, gettato dal finestrino di un'automobile, fa esplodere un carro armato. Un palloncino rosso con il volto di Yasser Arafat cerca di passare attraverso un posto di blocco sulla strada fra Ramallah e Gerusalemme. Una ninja (!) palestinese sgomina con i suoi poteri magici un plotone di soldati israeliani. Sono alcune delle vignette più memorabili di un film surreale e sorprendente, un insieme di gag che raccontano a modo loro le tensioni fra israeliani e palestinesi. Lo stile ricorda quello di alcuni registi "nordici" (come Roy Andersson, soprattutto, o Aki Kaurismäki): comicità deadpan, basata sulla ripetizione, sugli sguardi inespressivi, sul ritmo lento e sulla scarsità di parole. Nella prima parte assistiamo ai litigi, ai dispetti, ai problemi di vicinato fra gli abitanti di una strada di Nazareth. Fra questi c'è il padre (Nayef Fahoum Daher) del protagonista (il regista Elia Suleiman, che di fatto interpreta sé stesso: spesso lo vediamo organizzare i post-it attaccati a un muro, con l'ordine delle sequenze e degli sketch del film, a volte introdotti da un breve titoletto, il primo dei quali – "Una cronaca d'amore e di dolore" – può essere applicato all'intera pellicola), padre che a un certo punto verrà ricoverato in ospedale per un malore. Oltre a recarsi spesso a trovarlo, Suleiman si incontra di frequente con la sua fidanzata (Manal Khader) nel parcheggio dietro il suddetto posto di blocco, dove i due rimangono immobili in macchina (solo le loro mani si toccano e si accarezzano), osservando le "prepotenze" dei soldati israeliani nei confronti degli autisti palestinesi. E forse molte delle sequenze più assurde sono frutto soltanto della loro immaginazione, come quella in cui il semplice passaggio di una bella donna (sempre Khader) fa crollare la torretta. Si percepisce tutta l'assurdità della guerra e della situazione in Medio Oriente, dove le tensioni si riflettono nei litigi fra i vicini (chi battibecca per la larghezza di una strada secondaria; chi perché il vicino getta la spazzatura nel proprio cortile), in comportamenti assurdi (chi aspetta l'autobus dove non passa mai), in paradossi (una turista che continua a perdersi chiede indicazioni a un poliziotto, che la rimanda al prigioniero nella sua vettura). E l'ultima inquadratura è quella di una pentola a pressione, sul fornello: che stia per scoppiare? In questa situazione, due amanti (o anche due estranei) non possono che dirsi "Sono pazzo perché ti amo". Vincitore del premio della giuria a Cannes, il film – che Suleiman ha dedicato alla memoria del padre – è stato il primo candidato della Palestina all'Oscar per il film straniero.

27 giugno 2019

Il paradiso probabilmente (Elia Suleiman, 2019)

Il paradiso probabilmente (It must be heaven)
di Elia Suleiman – Francia/Canada 2019
con Elia Suleiman
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il regista palestinese Elia Suleiman (sé stesso) osserva in silenzio le piccole e grandi cose assurde della vita che gli capitano intorno: dapprima a Nazareth, dove vive; poi a Parigi, dove si reca in cerca di un produttore per il suo film; e infine a New York, per lo stesso motivo. Il quarto lungometraggio dell'autore di "Intervento divino" è una successione di scenette di varia ambientazine in cui il protagonista si ritrova faccia a faccia con situazioni bizzarre e curiose: si va da piccoli episodi di vita quotidiana, incontri nei bar o per la strada, con i vicini di casa o con perfetti sconosciuti, a scambi "culturali" con gli abitanti di città dall'altro capo del mondo. I segmenti a Parigi e a New York giocano anche con gli stereotipi con cui gli stranieri vedono queste città e i loro abitanti: Parigi è popolata da modelle e da ragazze disinibite, a New York tutti portano con sé un'arma (alcune di queste scene potrebbero essere solo un sogno o il frutto dell'immaginazione del protagonista). Naturalmente dietro il mondo assurdo e surreale (che alcuni critici hanno paragonato variamente a quelli di Samuel Beckett, Buster Keaton o Jacques Tati) non mancano le letture a sfondo sociale o politico, anche al di là dei riferimenti alla Palestina (la battuta migliore è quella della produttrice che, alla notizia che Suleiman vorrebbe girare una commedia sulla pace in Medio Oriente, risponde: "Fa già ridere così"): si pensi agli spazzini che giocano a golf con le lattine per strada o alla donna delle pulizie nel grande magazzino della moda. Molte anche le interazioni con i poliziotti o in generale i tutori dell'ordine (soldati, guardie, vigili urbani), spesso osservati da Suleiman nello svolgimento delle loro mansioni. Il silenzio assoluto del protagonista-spettatore (pronuncia solo un paio di parole, quando è nel taxi a New York) catalizza tutta l'attenzione su quello che avviene al di fuori di lui, mostrando gli aspetti più strani o paradossali della vita circostante, a volte esagerandoli o enfatizzandoli, altre volte con la semplice svagatezza di chi racconta una barzelletta. E così abbiamo il ladro che si prende cura dell'albero di limoni di cui poi ruberà i frutti; l'uccellino che – accudito come un animale domestico – si comporta proprio come un gattino e finge di non saper volare per non dover lasciare l'appartamento; una Parigi deserta per via della parata militare nel giorno della festa nazionale; la visita a un cartomante per scoprire se la Palestina troverà mai l'indipendenza; per non parlare dell'incipit in cui un prete ortodosso perde le staffe di fronte a un imprevisto. C'è spazio anche per qualche momento metafisico o surreale (l'attivista palestinese con le ali da angelo che svanisce nel nulla per sfuggire alla polizia), oltre a diverse situazioni autobiografiche e metacinematografiche ricolme di ironia (di fatto la pellicola racconta il tentativo di Suleiman di cercare finanziamenti per il film stesso, con i produttori che lo rifiutano perché "non sembra abbastanza palestinese"). Fra i pochi volti noti, quello di Gael García Bernal che interpreta sé stesso.

23 settembre 2017

Longing (Savi Gabizon, 2017)

Longing (Ga'agua)
di Savi Gabizon – Israele 2017
con Shai Avivi, Assi Levi
***

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ariel (Avivi), dirigente d'azienda scapolo e di mezza età, scopre all'improvviso che da una sua relazione di vent'anni prima è nato un figlio, Adam, e che il ragazzo è appena morto in un incidente stradale. Pur non avendolo mai conosciuto, si reca nel paese dove vive la madre per partecipare al funerale. E, incuriosito, comincia a incontrare gli amici del figlio, i compagni di classe e tutti coloro che possono descriverglielo. Forse in cerca di una possibilità di redenzione (Ariel non ha mai voluto un figlio, per paura di non essere un padre all'altezza: e adesso vorrebbe imparare a fare il genitore fuori tempo massimo), l'uomo indaga nella personalità di Adam, scoprendone con soddisfazione e orgoglio i pregi e le qualità artistiche, e con perplessità i difetti. Si immedesima in lui e nella sua storia d'amore per l'insegnante di francese, Yael, per poi fare marcia indietro quando scopre che questa passione non era ricambiata. Si intestardisce nella folle idea di organizzare un "matrimonio fra defunti", facendo "sposare" il figlio con un'altra ragazza morta di recente. E rimane sconvolto dal sapere che Adam ha lasciato una fidanzata incinta, e fa di tutto per convincere la famiglia di lei a non farla abortire... Non tutte queste tante (forse troppe) occasioni di riscatto andranno a buon fine, ma Ariel avrà la possibilità di ripensare alla propria vita e rimettere in discussione le proprie scelte. Curioso film che procede per accumulo, passando da una situazione all'altra come se volesse offrire delle variazioni (a volte malinconiche, a volte paradossali) sul tema del lutto e del rapporto fra un padre e un figlio che non sapeva di avere, e che ormai è troppo tardi per conoscere. In mezzo, anche una scena onirica e surreale quasi felliniana. Decisamente interessante e a tratti spiazzante, il che – in questo caso, visto che i temi trattati erano a rischio di banalità – è un notevole pregio.

21 settembre 2017

Foxtrot (Samuel Maoz, 2017)

Foxtrot - La danza del destino (Foxtrot)
di Samuel Maoz – Israele/Germania/Francia 2017
con Lior Ashkenazi, Sarah Adler
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

I coniugi Michael (Ashkenazi) e Daphna Feldman (Adler) ricevono all'improvviso la tremenda notizia che loro figlio Jonathan (Yonaton Shiray), soldato di leva, è morto in circostanze non precisate. Naturalmente ne sono distrutti, l'uomo soprattutto... Ma non tutto è come sembra. Con questa "tragedia in tre atti", girata con uno stile personale e interessantissimo, Maoz (già vincitore del Leone d'Oro nel 2008 con "Lebanon", e le cui esperienze passate di soldato hanno evidentemente influenzato fortemente i lavori fin qui realizzati) ha conquistato a Venezia il Gran Premio della Giuria. La pellicola è divisa in tre parti, con la prima e l'ultima – dai toni drammatici e realisti – che mostrano le reazioni dei genitori, e quella intermedia – con un carattere surreale e sospeso, quasi alla Kaurismäki (o addirittura alla Fellini) – ambientata invece presso il posto di blocco nel deserto dove Jonathan svolge il suo lavoro di soldato. Qui, in mezzo al nulla, il ragazzo è protagonista di un segmento quasi da teatro dell'assurdo: il container dove dorme sprofonda nel fango, inclinandosi ogni giorno di più, mentre le poche auto e i cammelli di passaggio rappresentano gli unici momenti di fuga da una routine quasi alienante. Il posto di blocco è chiamato in codice "Foxtrot": ma proprio come il ballo da cui prende il nome, i personaggi e le loro vicende girano fino a tornare al punto di partenza. Emozioni, desideri, dolori e gioie si rincorrono lasciando l'una il posto alle altre, e il passato del padre si rispecchia in quello del figlio e viceversa. Un film sicuramente strano, a più facce, che mescola il dramma alla parabola filosofica, correndo il rischio di scontentare lo spettatore ma offrendogli in cambio una notevole qualità nella messa in scena (la regia è impeccabile e geometrica), nella recitazione (esaltata dai primissimi piani dei volti) e nella sceneggiatura (con un approccio originale e personale ai temi del lutto, della guerra, del rapporto fra padri e figli).

13 aprile 2017

Libere, disobbedienti, innamorate (M. Hamoud, 2016)

Libere, disobbedienti, innamorate (In between, aka Bar Bahar)
di Maysaloun Hamoud – Israele 2016
con Sana Jammelieh, Mouna Hawa
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina e Sabine.

Tre ragazze palestinesi condividono un appartamento a Tel Aviv e cercano di mantenere la propria autonomia di fronte a una società maschilista che ne disapprova le scelte fuori dalle regole. L'emancipata Leila (Mouna Hawa) è un'avvocatessa che trascorre le serate tra feste con gli amici, alcol, fumo e droghe. Disincantata, sembra infine aver trovato l'amore: ma l'infatuazione finirà quando verrà alla luce l'ipocrisia del ragazzo nei confronti del suo stile di vita. La più giovane Nour (Shaden Kanboura), che invece è mussulmana praticante, sta terminando gli studi di informatica all'università, mentre la sua famiglia le ha già trovato un futuro marito: quando questi la violenterà, Nour troverà il coraggio di rompere il fidanzamento e di andare avanti per la sua strada da sola. L'anticonformista Salma (Sana Jammelieh) proviene invece da una famiglia cristiana, ama la musica (fa la DJ) e per mantenersi lavora come barista: quando i suoi genitori scopriranno che è lesbica, sarà costretta a fuggire. Le loro storie hanno in comune il desiderio di vivere, divertirsi, ma soprattutto autodeterminarsi come farebbe qualsiasi ragazza in altre parti del mondo. E si ritrovano dunque schiacciate ("In between", come recita il titolo internazionale) fra il peso di una tradizione che vuole le donne sottomesse e umiliate, e la spinta a ribellarsi, a evadere, o semplicemente a restare sé stesse, magari sostenendosi a vicenda con la solidarietà femminile. Opera prima di una giovane regista dallo stile ancora poco personale, il film ha il pregio di offrire uno sguardo non convenzionale sulla gioventù palestinese e, per una volta, di non soffermarsi sul conflitto fra arabi e israeliani (cui è dedicato, di sfuggita, solo un breve dialogo al ristorante). Anche se il tono è diverso, può ricordare i lavori della libanese Nadine Labaki (anche per l'incipit, che mostra una ceretta con il caramello, come in "Caramel"). Brave le attrici.

1 ottobre 2016

Sopralluoghi in Palestina (P. P. Pasolini, 1964)

Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo secondo Matteo
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1964
con Pier Paolo Pasolini, Andrea Carraro
**1/2

Visto in DVD.

Documentario sul viaggio che Pasolini, insieme all'amico prete Don Andrea, ha compiuto nel 1963 in Israele in cerca delle location e delle scenografie più adatte per girare il suo film "Il vangelo secondo Matteo". Il sopralluogo si rivelerà però deludente: da un lato la modernità del nuovo stato (i grattacieli di Nazareth, le casette "come in Svizzera", le strade e i capannoni, i paesaggi troppo contemporanei) e dall'altro le ridotte "dimensioni" dei luoghi della Bibbia (il Giordano è un umile fiumiciattolo, le colline sono aride, brulle e spelacchiate, le distanze in generale sono minuscole rispetto al significato che evocano) lo porteranno a decidere di girare il suo film invece in Italia. E in effetti, le poche volte che si trova di fronte a paesaggi e scenari che non soffrono dei difetti succitati, il suo commento è spesso che "assomigliano" a certi luoghi dell'Italia meridionale, come le campagne della Calabria o della Puglia. Pasolini, in cerca di un mondo arcaico che semplicemente non esiste più, comprende pian piano che i veri luoghi biblici non sono quelli reali ma quelli trasfigurati, nel corso dei secoli, dall'arte e dalla fede. Sono luoghi dello spirito e dell'immaginario, e in quanto tali è perfettamente lecito "ricostruirli" altrove, superando così le difficoltà di carattere logistico (compresa quella di trovare comparse locali con i volti adatti). "Devo trovare una Betlemme che sia un surrogato di Betlemme", commenta quando, alla fine del suo viaggio, raggiunge il luogo dove tutto ha avuto inizio. Il documentario (con la voce narrante di Pasolini che dà del tu allo spettatore: o forse si rivolgeva al produttore Alfredo Bini?) non è dunque la cronaca di un sostanziale fallimento, ma dell'acquisizione di una nuova consapevolezza. Per brevi momenti, forse scoraggiato dagli scarsi risultati della sua ricerca, il regista si lascia "distrarre" dalla sua vena di indagatore delle tendenze sociali (vedi l'intervista agli abitanti del kibbutz). Come colonna sonora, anticipando le scelte effettuate per il film vero e proprio, si odono alcune cantate di Bach.

24 settembre 2014

Villa Touma (Suha Arraf, 2014)

Villa Touma
di Suha Arraf – Israele 2014
con Maria Zreik, Cherien Dabis
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Marisa, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Uscita dall'orfanotrofio al compimento dei diciotto anni, la giovane Badia viene accolta dalle zie nella ricca e decadente Villa Touma, al centro della città palestinese di Ramallah. Le tre donne, ultime superstiti di un'aristocratica famiglia cristiana, vivono praticamente da recluse, imprigionate nei ricordi di un passato che non intendono abbandonare. Dopo aver provato a educare la nipote secondo regole e dettami di un tempo ormai superato (insegnandole a parlare francese, a suonare il pianoforte, a vestirsi in maniera vetustamente elegante), ben presto la loro unica occupazione diventa quella di cercarle un marito, naturalmente da scegliere fra i pochi cristiani di buona famiglia rimasti in città. Badia, invece, si innamora di un giovane profugo palestinese, scatenando la riprovazione delle zie... Pellicola tutta al femminile, che guarda con un filo di sottile ironia – velato da nostalgia, amarezza e rimpianto – a un mondo ormai scomparso e i cui ultimi rappresentanti cercano ostinatamente di sopravvivere in un contesto ormai irrimediabilmente mutato. Che la storia si svolga nella Palestina post-intifada, in fondo, è solo un dettaglio, per quanto significativo: la vicenda avrebbe potuto essere ambientata in ogni parte del mondo, visto che riguarda prima di tutto il percorso umano dei personaggi. Le tre zie – Juliette (Nisreen Faour), Violette (Ula Tabari) e Antoinette (Cherien Dabis) – hanno da tempo rinunciato all'amore: la prima per scelta, la seconda per caso, la terza per imposizione; e l'arrivo di Badia nelle loro vite finirà per sconvolgerne lo status quo nella maniera più impensata, come mostra lo spiazzante colpo di scena nel finale. Quello della regista Suha Arraf (al primo lungometraggio di finzione dopo un documentario, ma già sceneggiatrice di pellicole di una certa notorietà come "La sposa siriana" e "Il giardino dei limoni") è un film originale, intimo e garbato, forse non rivoluzionario come altre pellicole che oggi arrivano dal Medio Oriente, ma comunque da non sottovalutare. "I palestinesi che si vedono al cinema sono vittime oppure eroi, non sono persone come tutti, con i loro lati buoni o cattivi", ha dichiarato la regista. "Con Villa Touma voglio raccontare i palestinesi solo come esseri umani".

21 giugno 2014

Next to her (Asaf Korman, 2014)

Next to her (At li Layla)
di Asaf Korman – Israele 2014
con Liron Ben-Shlush, Dana Ivgy, Jacob Daniel
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La ventisettenne Chelli vive insieme alla sorella minore Gabby, che soffre di ritardo mentale sin dalla nascita e della quale si prende cura con amore e pazienza. Nonostante le molte difficoltà quotidiane, Chelli non intende far ricoverare Gabby, anche se talvolta è costretta – pur di potersi recare al lavoro – a lasciarla per brevi periodi in un centro diurno di sostegno. Quando la ragazza si innamora di un collega, Zohar, e l'uomo si trasferisce nella loro casa, il legame simbiotico fra le due sorelle viene messo a dura prova. Un soggetto non certo nuovo (basti pensare – ma quella era una storia vera – al documentario "Elle s'appelle Sabine" di Sandrine Bonnaire) e a forte rischio di stereotipi: ma Korman è bravo a tenersi lontano dalla retorica e a mettere al centro della pellicola i contrasti che nascono nell'animo della protagonista, da un lato desiderosa d'affetto e con un forte bisogno di riprendersi la propria vita, ma dall'altro poco propensa a "condividere" il suo fardello con il resto del mondo (si veda la durezza con cui tratta gli operatori del centro di sostegno, o l'esitazione che prova nell'accogliere Zohar nella propria routine). Il tono è naturalista, a tratti claustrofobico, comunque sempre rigoroso e controllato. Eccellente la prova dei tre interpreti, che contribuiscono alla buona riuscita di un film in fondo semplice ma capace di raggiungere vette di notevole intensità, specialmente nel finale. La protagonista Liron Ben-Shlush, anche sceneggiatrice (il plot è ispirato a esperienze di vita reale), è la moglie del regista.

24 settembre 2013

Ana arabia (Amos Gitaï, 2013)

Ana arabia (id.)
di Amos Gitaï – Israele 2013
con Yuval Scharf, Yussuf Abu Warda
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Una giovane giornalista si reca in una zona periferica di Jaffa, dove è da poco morta una donna con un'interessante storia alle spalle: sopravvissuta ad Auschwitz e all'Olocausto, si è poi convertita all'Islam per sposare un arabo. Aggirandosi nei cortili della casa dove abitava, la giornalista incontra il marito, la figlia, la nuora, parenti, vicini e amici della defunta, che le parlano di lei e di mille altre cose... Girato in un unico piano sequenza (come "Arca russa", ma con meno maestria tecnica) e in tempo reale, è un film che scava nella vita di una comunità di arabi ed ebrei che convivono pacificamente in una "terra di confine", quasi invisibile al resto del mondo: un insieme di case, di baracche e di orti alla periferia della città, come rivela l'ultima inquadratura in cui finalmente la macchina da presa, all'imbrunire e sulle note della prima sinfonia di Mahler, si innalza per mostrarci una visuale a 360 gradi dell'ambiente circostante. Come capita spesso con il cinema di Gitaï, mi è parso un lavoro che nasce più da uno sfoggio di stile che dal sincero desiderio di raccontare qualcosa. Le conversazioni e i dialoghi si susseguono senza sosta, attraversando i più diversi argomenti (la vita, il lavoro, l'amore), mentre la giornalista annota diligentemente sul suo taccuino gli spunti più interessanti; ma alla pellicola manca un centro nevralgico e sembra più tenuta insieme dall'aspetto tecnico (il piano sequenza, appunto) che non dai personaggi o dalle esigenze narrative. E alla fine, ci si annoia pure un bel po'.

19 giugno 2013

The congress (Ari Folman, 2013)

The congress (id.)
di Ari Folman – Israele/Fra/Ger/Pol 2013
con Robin Wright, Harvey Keitel
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Robin Wright, attrice in declino, viene convinta dall'agente Al (Keitel) a lasciare che gli studi Miramount digitalizzino la sua immagine per creare una "interprete virtuale" da usare a proprio piacimento nei futuri film: in cambio di una grossa somma di denaro (che le servirà per tentare di curare la grave malattia degenerativa che ha colpito suo figlio Aaron), dovrà anche promettere di non recitare mai più dal vivo. Vent'anni dopo, la donna – in quanto simbolo degli studios – è invitata a partecipare a un "congresso futurista" nel corso del quale viene a sapere che la Miramount è pronta ad andare persino oltre il cinema: ha infatti sviluppato una sostanza chimica e allucinogena che permette a chi la inala di sperimentare direttamente le illusioni generate dalla propria mente. Quando l'albergo dove si svolge il congresso viene preso d'assalto durante una rivolta, la sostanza viene liberata nell'aria e dà vita a un mondo completamente dominato dalle allucinazioni. Ispirandosi liberamente al romanzo "Il congresso di futurologia" di Stanislaw Lem, Folman (già regista di "Valzer con Bashir") realizza un film surreale, stratificato e ambizioso, che mescola più piani di verità. Metacinematografico, lisergico, fantascientifico, esistenzialista, colmo di riferimenti cross-culturali che fondono la realtà con la fiction (la Wright recita di fatto nel ruolo di una versione fittizia di sé stessa, di cui comunque condivide la carriera, la famiglia – anche nella realtà è divorziata con due figli – e parecchi tratti caratteriali: curiosamente all'inizio afferma di non amare la fantascienza, e poi si ritrova protagonista proprio di un film di questo genere), può lasciare disorientati ma anche affascinare per la sua ricchezza tematica e (soprattutto) visiva. Se la prima parte della pellicola è recitata dal vivo, infatti, la seconda (quella che deriva direttamente dal romanzo di Lem) è tutta in animazione, con disegni retrò e underground e una straordinaria inventiva grafica, dalla fantasia sfrenata e colma di rimandi pop (da notare che, trattandosi di allucinazioni generate dalla mente, è naturale che quelle di Robin siano in linea con l'immaginario di un'attrice nata e cresciuta negli anni settanta: icone hollywoodiane, simboli della controcultura "seventies" e un pizzico di religione; nel finale, invece, quando la donna si focalizzerà sull'obiettivo di ritrovare il figlio, ne "rivivrà" la vita fino a ricongiungersi con lui). Nel cast anche Danny Huston, il produttore della Miramount, e Paul Giamatti, il medico che visita Aaron. Quest'ultimo è appassionato di volo e di aviazione: e il suo aquilone rosso è come un filo (di Arianna) che guida Robin nella sua odissea e la aiuta a trovare la strada. Bella la colonna sonora di Max Richter. Il nome degli studi Miramount fa riferimento, ovviamente, alla Paramount, mentre nella figura del "guru" Reeve Bobs si riconosce Steve Jobs.

9 aprile 2013

Il responsabile delle risorse umane (Eran Riklis, 2010)

Il responsabile delle risorse umane (The Human Resources Manager)
di Eran Riklis – Israele 2010
con Mark Ivanir, Noah Silver
**

Visto in divx, con Giovanni, Eleonora, Alex e Sabrina.

Una giovane immigrata rumena, che lavorava come operaia in un grande panificio industriale di Gerusalemme, perde la vita in un attentato terroristico. Accusato da un giornalista di non avere a cura le sorti dei propri lavoratori, e nel tentativo di evitare un danno alle publiche relazioni del panificio, il responsabile delle risorse umane dell'azienda accetta di accompagnare la salma fino in patria e di assicurarsi che abbia un degno funerale. Le cose si complicano quando il figlio della donna, un giovane sbandato, pretenderà che il funerale si svolga nello sperduto villaggio di montagna dove vive la nonna, a mille chilometri dalla capitale. Tratto dall'omonimo romanzo di Abraham B. Yehoshua, e diretto dal regista de "La sposa siriana" e "Il giardino di limoni", un film che non mantiene appieno tutte le promesse. Dopo una prima parte incoraggiante, quella ambientata in Israele, con la presentazione dell'interessante protagonista (senza nome, come praticamente tutti i personaggi della pellicola tranne curiosamente la donna morta), delle indagini sull'operaia scomparsa, dei suoi conflitti di coscienza e dei suoi stessi problemi familiari, una volta trasferitisi in Romania il film si trasforma in un road movie surreale come tanti, fra scenari desolati e personaggi eccentrici (vengono alla mente "Ogni cosa è illuminata" e "Silent souls"), con il gruppo che attraversa il paese trasportando la bara prima su un vecchio furgone e poi su un mezzo corazzato, fino allo sperduto villaggio di contadini dove il corpo dovrebbe essere sepolto. Mancano però incisività e un vero motivo d'interesse, e i semi piantati nella prima metà del film non germogliano mai (l'unico spunto nuovo è quello del rapporto del protagonista con il ragazzo ribelle, il cui sviluppo è in ogni caso prevedibile).

11 settembre 2011

11 settembre 2001 (aavv, 2002)

11 settembre 2001 (11'09"01 - September 11)
di registi vari – Francia 2002
film a episodi
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni e Rachele.

Sono passati esattamente dieci anni dall'attentato alle Torri Gemelle di New York. Per ricordarlo, ho rivisto bel questo film a episodi nel quale undici registi di diverse nazionalità (uno solo, Sean Penn, è americano) affrontano l'argomento da molteplici punti di vista e in piena libertà creativa. Ciascuno dei segmenti in cui è divisa la pellicola dura esattamente 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma: ovvero, come recita il titolo originale, 11'09"01. La presenza di filmmaker arabi (l'egiziano Chahine) e del medio oriente (l'israeliano Gitai, l'iraniana Makhmalbaf), oltre che di autori notoriamente critici verso la politica degli Stati Uniti (come il britannico Ken Loach), garantisce una prospettiva globale, rassicurando coloro che temevano un'operazione puramente celebrativa o conciliatoria. Non siamo di fronte né a un instant-movie né a una semplice cronaca dell'evento: molti registi (come Tanovic, Loach o Imamura) hanno anzi sfruttato l'occasione per parlare di altre tragedie che hanno coinvolto vittime innocenti e che rispetto all'attentato dell'11 settembre hanno magari ricevuto una copertura "mediatica" minore; altri (come Lelouch, Penn o Nair) hanno invece raccontato la tragedia da un punto di vista personale o individuale. Anche dal lato tecnico il film offre una grande varietà di stili, con alcuni episodi che spiccano per la sperimentazione formale (su tutti quello di Iñárritu).

1) "Iran", di Samira Makhmalbaf (***), con Maryam Karimi
Un gruppo di bambini afgani, rifugiati in Iran, discutono del crollo delle Torri Gemelle (e della volontà di Dio) mentre la loro maestra cerca inutilmente di far loro osservare un minuto di silenzio in memoria delle vittime. La figlia di Mohsen Makhmalbaf (che qui fa il montatore) sceglie – come è consuetudine del cinema iraniano – di osservare la realtà attraverso lo sguardo innocente dei bambini, apparentemente incapaci di cogliere la reale portata di quello che è accaduto in una città così distante da loro, e realizza un episodio semplice ma commovente.

2) "Francia", di Claude Lelouch (***1/2), con Emmanuelle Laborit e Jérome Horry
Una fotografa sordomuta è giunta alla fine della sua relazione sentimentale con un uomo che fa la guida turistica a New York. Ma il crollo delle torri, di cui lei non si accorge per via della sua sordità, saprà riunire la coppia. Girato tutto dal punto di vista della donna, l'episodio fa a meno dell'audio (è praticamente muto, con sottotitoli) e restituisce il senso di percezione mutilata della realtà da parte di chi soffre di un handicap fisico. Insieme a quello messicano (che invece, in maniera speculare, è quasi tutto incentrato sul sonoro) è uno dei segmenti migliori del film.

3) "Egitto", di Youssef Chahine (*1/2), con Nour El-Sherif e Ahmed Haroun
Rientrato in patria da New York subito dopo l'11 settembre, il regista Chahine incontra il fantasma di un giovane marine americano, morto anni prima in un attentato in Libano. Insieme a lui, riflette insieme sulla spirale di odio, violenza e vendetta che insanguina il mondo. L'episodio meno convincente del lotto: per il regista l'attacco dell'11 settembre è solo un pretesto per parlare delle tensioni in Medio Oriente. Peccato che lo faccia in maniera banale, demagogica e didascalica.

4) "Bosnia-Erzegovina", di Danis Tanović (**), con Dzana Pinjo e Aleksandar Seksan
Come ogni undici del mese, un gruppo di donne bosniache si prepara a scendere in piazza per ricordare i caduti del massacro di Srebrenica (avvenuto l'11 luglio del 1995). La notizia del crollo delle torri a New York non impedirà loro di manifestare lo stesso. Un buono studio dei personaggi e il merito di ricordare una tragedia dimenticata sono i pregi di un episodio che però non rimane particolarmente impresso. A distanza di qualche anno dalla prima visione, lo avevo completamente rimosso.

5) "Burkina Faso", di Idrissa Ouedraogo (**1/2), con Lionel Zizréel Guire
Un gruppo di bambini ritiene di aver avvistato Osama Bin Laden per le strade del mercato di Ouagadougou, e pianifica di catturarlo con armi di fortuna per riscuotere la taglia da 25 milioni di dollari messa su di lui dagli Stati Uniti. Come la Makhmalbaf, anche il regista africano sceglie di guardare l'attualità attraverso gli occhi ingenui e innocenti dei bambini, e realizza l'episodio più leggero e divertente del film, ritraendo al contempo la povera realtà dei paesi dell'Africa occidentale.

6) "Regno Unito", di Ken Loach (***), con Vladimir Vega
Il musicista Vega, esule cileno che ora vive a Londra, scrive una lettera ai genitori e ai parenti dei morti delle Torri Gemelle, partecipando al loro dolore ma ricordando come anche il Cile abbia avuto il suo 11 settembre: nello stesso giorno del 1973, infatti, il colpo di stato del generale Pinochet abbatteva il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Attraverso una voce narrante e l'utilizzo di immagini di repertorio, Loach coglie l'occasione per denunciare la complicità degli Stati Uniti nell'accaduto. Un po' fuori tema, ma d'impatto.

7) "Messico", di Alejandro González Iñárritu (***1/2)
Mentre il nero dello schermo è interrotto da flash luminosi che illustrano i momenti più tragici del giorno dell'attentato (le persone che si gettano dalle torri, il crollo degli edifici), l'audio fonde insieme le voci dei testimoni e dei sopravvissuti, i rumori ambientali, i notiziari televisivi e radiofonici di tutto il mondo, i messaggi inviati via cellulare ai propri cari da coloro che erano rimasti intrappolati nelle torri o dagli aerei dirottati, e così via, in una cacofonia di suoni, rumori e musica che rendono questo video-messaggio l'episodio artisticamente più significativo. Al termine, una domanda: la luce di Dio ci guida o ci acceca?

8) "Israele", di Amos Gitaï (**), con Keren Mor e Liron Levo
Una giornalista televisiva sta tentando di fare un servizio in diretta da una strada di Tel Aviv dove si è appena verificato un attentato, intralciando anche il lavoro dei soccorritori. Ma scopre di non essere in onda perché contemporaneamente c'è stato il disastro delle Torri Gemelle. Girato in un unico piano sequenza (ma senza particolare maestria tecnica), si tratta di un episodio caotico e confuso che sembra trascinarsi troppo a lungo, non aiutato dalla scarsa simpatia di personaggi petulanti, isterici, esageratamente macchiettistici.

9) "India", di Mira Nair (**), con Tanvi Azmi e Kapil Bawa
Una donna pakistana, immigrata da tempo con la famiglia a New York, piange il figlio, musulmano ma nato negli Usa, scomparso da casa dal giorno dell'attentato delle Torri. Inizialmente il ragazzo è addirittura accusato di essere un complice dei terroristi: ma sei mesi più tardi, quando il suo corpo viene ritrovato, si scoprirà che invece aveva eroicamente tentato di salvare altre vite. Ispirato a una storia vera, è un episodio che si focalizza sul sentimenti anti-islamici nell'America del post-11 settembre. Peccato però che sia raccontato in maniera non troppo brillante.

10) "Stati Uniti d'America", di Sean Penn (***), con Ernest Borgnine
Un anziano vedovo trascorre le giornate da solo nel suo appartamento, imprigionato insieme ai ricordi della moglie scomparsa. Sul davanzale c'è un vaso di fiori avvizziti, che sbocceranno nuovamente soltanto quando il crollo delle torri permetterà ai raggi del sole, che in precedenza era sempre oscurato dal WTC, di raggiungere la finestra. Episodio malinconico e bizzarro, dal finale un po' surreale e al limite dello sberleffo (anche se c'è chi ha parlato di "poesia del dolore"), girato in maniera assai curata e con grande attenzione ai dettagli. Strepitoso l'interprete, l'ottantacinquenne Borgnine.

11) "Giappone", di Shohei Imamura (**1/2), con Tomorowo Taguchi, Kumiko Aso
Siamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Disgustato dall'umanità dopo aver assistito agli orrori del conflitto, un soldato giapponese torna a casa convinto di essere un serpente, strisciando per terra per la disperazione della sua famiglia. Girato da Imamura con la consueta commistione fra stile realistico e contenuto allegorico, il segmento che conclude il film è anche l'unico a non fare un riferimento diretto alla tragedia dell'11 settembre. Ma la scritta finale in sovrimpressione ("Non esistono guerre sante") lascia ben pochi margini all'interpretazione.

20 settembre 2009

Lebanon (Samuel Maoz, 2009)

Lebanon (id.)
di Samuel Maoz – Israele 2009
con Itay Tiran, Yoav Donat
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Uno dei film più claustrofobici che mi sia mai capitato di vedere. A parte la prima e l'ultima inquadratura, si svolge infatti completamente all'interno della torretta di un carro armato: e anche quando osserviamo il mondo esterno, questo viene mostrato soltanto attraverso il mirino del veicolo. La pellicola racconta il primo giorno della prima guerra del Libano (giugno 1982) seguendo un gruppo di giovani militari israeliani impegnati in quella che avrebbe dovuto essere una missione di routine in un villaggio appena bombardato. Ma si ritroveranno intrappolati in una zona sotto il controllo siriano e dovranno attraversare una notte da incubo per tornare tra le fila amiche. Gli orrori della guerra, il sangue e la morte sono descritti con rara efficacia e crudo realismo, e i quattro protagonisti esibiscono tutte le debolezze e le paure di ragazzi che si sono trovati coinvolti in qualcosa di orribile e di più grande di loro. Il mirino del tank diventa una sorta di occhio puntato sugli scenari di un mondo assurdo e disumano: e per fortuna l'antispettacolarità evita il rischio di generare l'effetto della soggettiva di un videogioco. All'interno del veicolo corazzato, una scritta recita "L'uomo è d'acciaio, il carro armato è solo ferraglia", ma lo svolgersi degli eventi sembra contraddirla e il carro si rivela l'unica protezione e l'unica speranza di sopravvivenza per quattro ragazzi deboli e terrorizzati. Il film ha vinto il Leone d'Oro, premio in fondo meritato per l'idea alla base della pellicola e per l'ottima realizzazione, anche se forse sarebbe bastato un riconoscimento minore.

13 giugno 2009

Ajami (S. Copti, Y. Shani, 2009)

Ajami
di Scandar Copti, Yaron Shani – Israele 2009
con Shahir Kabaha, Ibrahim Frege
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Storie di israeliani e di palestinesi, criminali o poliziotti, integrati o clandestini, che si intrecciano a Jaffa (Ajami è il nome di un quartiere della città, vero e proprio incrocio di culture, etnie e religioni) e che il regista mette in scena rompendo il corretto ordine cronologico, mostrando in anticipo il destino di alcuni personaggi e ribaltandolo poi completamente nel finale. Diviso in cinque capitoli (i primi quattro dedicati ad altrettanti personaggi, l'ultimo che tira le fila di tutta la narrazione), racconta le vicende di Omar, coinvolto in una faida familiare con una banda di taglieggiatori beduini e costretto a chiedere aiuto a un ricco cristiano, della cui figlia si innamora; di Malek, rifugiato palestinese che entra clandestinamente in città, alla disperata ricerca di denaro per far operare la propria madre malata; di Dando, un poliziotto israeliano in cerca del fratello scomparso, un soldato probabilmente ucciso dai palestinesi; di Binj, che sogna di sposarsi con la sua fidanzata e nel frattempo entra in possesso di un grande quantitativo di eroina... Grande importanza ha l'ambiente in cui si svolgono le loro storie, case, vicoli e strade dove la violenza e la criminalità arrivano a contaminare anche i più innocenti (come il fratellino di Omar, Nasri, adolescente sensibile che disegna fumetti e ha foschi presagi del futuro), dove si può essere uccisi o accoltellati per qualsiasi motivo, dove il nome di Dio (di qualunque religione si tratti) viene nominato centinaia di volte al giorno, dove famiglie e clan si riuniscono per trattare tregue, dove il denaro sembra in grado di comprare ogni cosa, dove si vive nella paura o nella speranza, dove le barriere etniche e sociali si rivelano ogni giorno più insormontabili. Il film ha l'indubbio merito di mostrare le tensioni del conflitto israeliano-palestinese spogliandolo di ogni aspetto politico (e, in un certo senso, anche religioso) e riducendolo al rapporto fra i singoli individui, ai loro desideri e alle loro esigenze. Gli manca però un collante emotivo: le svolte narrative si succedono stancamente e si perde presto la voglia di seguirle, anche se l'interesse viene ravvivato nel finale dai colpi di scena.

16 giugno 2008

Valzer con Bashir (Ari Folman, 2008)

Valzer con Bashir (Waltz with Bashir)
di Ari Folman – Israele 2008
animazione tradizionale
**1/2

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il Bashir del titolo è Bashir Gemayel, presidente del Libano assassinato nel 1982 durante la guerra civile. Per vendicarlo, i falangisti cristiani massacrarono centinaia (o migliaia) di profughi palestinesi nei campi di Sabra e Shatila, con la complicità involontaria dei soldati israeliani che li lasciarono fare e addirittura facilitarono loro il compito illuminando la notte con i bengala. Folman, che all'epoca aveva vent'anni e faceva parte delle truppe che avevano circondato gli insediamenti, ha completamente rimosso dalla propria mente quegli eventi. Stupito perché non ricorda nulla di quel periodo, si mette in viaggio per intervistare i suoi antichi commilitoni e altri protagonisti di quelle vicende, nella speranza di ricostruire cosa accadde realmente e di spiegare le strane visioni che appaiono nei suoi sogni. Da allucinazioni e scene oniriche (come quella che apre il film, nel quale un branco di feroci lupi attraversa la città), la pellicola passa gradualmente a ricostruire, con un tono documentaristico, tragici eventi che non solo il regista ma un intero popolo ha cercato di dimenticare. Ma se l'argomento del film è potente, lo stile scelto per raccontarlo non è sempre convincente. I disegni, cupi e ombrosi (in stile Alex Toth), sono belli, ma l'animazione tende a essere troppo statica, soprattutto nei volti poco espressivi dei personaggi. In ogni caso, si tratta di un film coraggioso che – se ce ne fosse ancora bisogno (non dimentichiamo che l'anno scorso c'era già stato "Persepolis") – dimostra come i disegni animati possano coincidere con l'impegno civile, con i temi politici e persino con il genere documentario. Che l'operazione non sia completamente riuscita lo dimostra però il fatto che per smuovere del tutto le coscienze il regista sia stato costretto a inserire alcune sequenze riprese dal vivo.