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20 marzo 2022

Una notte all'opera (Sam Wood, 1935)

Una notte all'opera (A night at the opera)
di Sam Wood – USA 1935
con Groucho, Chico e Harpo Marx
***1/2

Rivisto in DVD.

L'impresario squattrinato Otis B. Driftwood (Groucho), il pianista Fiorello (Chico) e il trovarobe Tommaso (Harpo, "Tomasso" nell'originale inglese) uniscono le forze per aiutare il giovane tenore Riccardo Baroni (Allan Jones) e la ragazza da lui amata, la soprano Rosa (Kitty Carlisle), a trionfare in una recita del "Trovatore" al teatro dell'opera di New York, ai danni dell'antipatico rivale di Riccardo, lo sbruffone Rodolfo Lasparri (Walter Woolf King). Il primo film girato dai fratelli Marx per la Metro-Goldwyn-Mayer, dopo aver lasciato la Paramount, è forse il loro capolavoro insieme al precedente "La guerra lampo". Ma segna anche un certo cambio di registro nella loro cifra comica: l'anarchia folle e assoluta dei film precedenti, rivolta indifferentemente a 360°, lascia il posto a una maggiore organizzazione della materia trattata, dove le gag si appoggiano a una trama ben precisa e più convenzionale. Il produttore Irving Thalberg insistette infatti su una sceneggiatura più organica e calibrata, che rendesse chiaro come i tre fratelli (è il primo film senza il quarto, Zeppo, che peraltro aveva sempre avuto ruoli "minori") fossero i protagonisti positivi della vicenda. Anche se i loro sberleffi, come sempre, si prendono gioco di un ambiente sociale ben codificato (stavolta è il turno del pomposo mondo dell'opera lirica, in cui portano scompiglio e confusione), a farne le spese sono soprattutto un pugno di personaggi "negativi", i cattivi della storia, mentre le battute e gli sketch comici punteggiano una vicenda romantica a lieto fine (a suo modo persino prevedibile e in fondo non così interessante) che vede protagonisti i due giovani cantanti innamorati. Anche gli interludi musicali (Jones e Carlisle cantano "Alone" e "Così-cosà", Chico suona il piano e Harpo l'arpa a bordo del transatlantico che li sta portando dall'Europa in America, in una scena che ricorda quella analoga di "Monkey business") sembrano più integrati nella storia.

Ciò detto, il film può contare su alcune sequenze fra le più divertenti e le meglio costruite di tutta la filmografia dei Marx. Innanzitutto quella – scritta dal gagman Al Boasberg – della minuscola cabina della nave (già praticamente tutta occupata dal letto e da un baule) in cui viene assiepato un numero incredibile di persone: Driftwood, i tre clandestini Fiorello, Tommaso e Riccardo, due cameriere per rifare il letto, l'idraulico, la manicure, l'assistente dell'idraulico, un'altra passeggera che cerca "la zia Minnie" e vuole usare il telefono, la donna delle pulizie, e infine quattro steward con una montagna di cibo ordinato in precedenza ("e due uova molto sode!"), prima che l'arrivo della signora Claypool (Margaret Dumont), la ricca vedova corteggiata come sempre da Groucho, faccia rovesciare fuori tutti in maniera torrenziale. Poi c'è il surreale discorso dei tre finti aviatori barbuti davanti al municipio di New York ("Sentite come siamo arrivati con l'aereo in America: siamo partiti ed eravamo già a metà strada quando ci è finito il carburante e siamo tornati indietro. Abbiamo messo il doppio di carburante e stavolta stavamo per atterrare: mancava sì e no un metro quando ci siamo accorti che eravamo senza carburante, così siamo tornati di nuovo a prenderlo a casa. Poi certo che questa volta abbiamo fatto il pieno... e a metà strada non ci siamo accorti che per la fretta avevamo lasciato a casa l'aeroplano? Allora ci siamo seduti e ne abbiamo parlato un po'..."). E ancora: la lettura e la firma del contratto fra Groucho e Chico, durante la quale stralciano tutte le clausole, compresa la clausola sanitaria ("There ain't no Sanity Clause", commenta un disincantato Chico, contraddicendo il celebre editoriale del New York Sun, "Yes, Virginia, there is a Santa Claus"); la perquisizione del poliziotto Henderson (Robert Emmett O'Connor) in casa di Groucho, durante la quale i fratelli spostano alle sue spalle i mobili da una stanza all'altra; e naturalmente lo scompiglio durante la prima del "Trovatore", ai danni di Lasparri e del direttore del teatro Herman Gottlieb (Sig Ruman): dapprima i Marx sostituiscono lo spartito di Verdi con quello dell'inno del baseball "Take me out to the ball game", poi si introducono nella buca dell'orchestra, quindi sul palco (vestiti da gitani) e infine dietro le quinte, manipolando comicamente i fondali. Un remake (!) nel 1992, "Gli sgangheroni".

5 giugno 2021

Il re degli straccioni (Sam Taylor, 1926)

Il re degli straccioni (For Heaven's Sake)
di Sam Taylor – USA 1926
con Harold Lloyd, Jobyna Ralston
**1/2

Visto su YouTube.

Innamorato della bella Hope (Ralston), il giovane J. Harold Manners (Lloyd), ricco sfondato e perdigiorno, finanzia il padre di lei (Paul Weigel), aiutandolo a istituire una missione nei bassifondi per dare conforto ai poveri e un'educazione religiosa ai malviventi. Saranno proprio straccioni e gangster, che hanno imparato ad apprezzarlo, a "salvarlo" quando i suoi amici milionari vorranno impedirgli di sposare la ragazza. Fra commedia degli equivoci (tutta la prima parte, incentrata sul filantropismo involontario del protagonista), satira e gag slapstick (le sequenze finali, con sketch acrobatici e corse sfrenate su vari mezzi di trasporto, come il bus scoperto che viaggia impazzito e senza conducente per le strade della città), uno dei maggiori successi al botteghino per Harold Lloyd, nonostante il comico non fosse soddisfatto del girato finale e abbia pensato più volte di rinviare il film (parte del materiale scartato verrà riciclato nel successivo "A rotta di collo").

11 febbraio 2021

La guerra lampo dei fratelli Marx (Leo McCarey, 1933)

La guerra lampo dei fratelli Marx (Duck soup)
di Leo McCarey – USA 1933
con Groucho, Chico e Harpo Marx
****

Rivisto in DVD.

In cambio del suo sostegno finanziario alle disastrate casse di Freedonia, la ricca vedova Gloria Teasdale (Margaret Dumont) ottiene che il primo ministro venga esautorato e che a capo del governo venga posto un "uomo forte", vale a dire il suo protetto Rufus T. Firefly (Groucho Marx). Ma l'ambasciatore Trentino (Louis Calhern) del vicino stato di Sylvania, che progetta di annettere Freedonia, cerca di screditarlo, mettendogli due spie alle calcagna, gli inaffidabili Chicolini (Chico) e Pinky (Harpo). E le frizioni personali fra Firefly e Trentino porteranno i due paesi alla guerra... Forse il capolavoro dei fratelli Marx, insieme al successivo "Una notte all'opera": come nei lavori precedenti, la loro comicità anarchica, irriverente e spiazzante prende di mira (ridicolizzandoli) ambienti istituzionali caratterizzati da formalismo, seriosità e (apparente) integrità. Questa volta è il turno del mondo della politica e della diplomazia, in un setting da operetta che allude ai governi autoritari (con tutto il contorno di retorica patriottistica, pericolosamente propedeutica alla guerra) che in quegli anni stavano prendendo piede in Europa e nel mondo (motivo per cui la pellicola venne proibita o censurata in stati come la Germania e l'Italia). La guerra vera e propria occupa invece soltanto gli ultimi dieci minuti del film (nonostante il titolo italiano la faccia salire in primo piano; quello originale, "Zuppa d'anatra", è un termine gergale americano per indicare un compito facile da eseguire, e prosegue il trend di riferimenti "animali" nei titoli dei film dei fratelli Marx dopo "Monkey business" e "Horse feathers"; da notare che il titolo "Duck soup" era già stato usato nel 1927 per un cortometraggio muto con Laurel e Hardy che proprio il regista Leo McCarey – qui alla sua unica collaborazione con i Marx – aveva supervisionato).

Ultimo film girato dal gruppo di comici con la Paramount, prima di passare alla MGM, è anche l'ultimo in cui appare Zeppo, il quarto fratello (il quinto se contiamo Gummo, che non ha mai recitato in nessun film), con un ruolo decisamente minore rispetto agli altri tre (è il segretario personale di Groucho, come già era in "Animal crackers", ma scompare per quasi tutto il film prima di riapparire nelle sequenze finali). Le trovate paradossali e le gag surreali non si contano: attorniati da personaggi irresistibilmente "seri" e perennemente vittima delle loro irriverenti trovate, i nostri eroi sono buffoni che si prendono gioco di tutti. Groucho è come sempre una fucina di battute: "Prenda una carta... Può tenerla, ne ho altre 51"; "Faccia finta di niente, ma c'è un uomo di troppo in questa stanza e penso che sia lei"; "C'è una risposta a quel messaggio?" – "No signore" – "Bene, in questo caso non lo mandare"; e la celeberrima "Guardate quest'uomo... Parla come un idiota e sembra un idiota, ma non lasciatevi ingannare: è veramente un idiota" (senza contare quelle rivolte specificatamente alla Dumont, come "Devono averla vaccinata con una puntina di grammofono", peraltro ripresa da una vecchia striscia di Topolino; oppure "La vedo già in cucina, piegata sul forno... ma non riesco a vedere il forno"). E non dimentichiamo l'assurdo indovinello "Cos'è quella cosa che ha quattro paia di pantaloni, abita a Filadelfia e non piove ma diluvia?". Chico ribatte a tratti da par suo ("Se vi trovano, siete perduti" – "Ma che dici, se ci trovano come ci perdono?"): da ricordare il suo rapporto sull'attività di spionaggio ("Martedì andiamo alla partita ma lui ci inganna: non viene... Mercoledì lui va alla partita ma l'inganniamo noi: non ci andiamo...").

Harpo, infine, nei panni del suo solito personaggio muto, punta su una comicità fisica e slapstick. A parte le innumerevoli gag sugli oggetti che tira fuori dalle tasche (fra cui una forbice con cui taglia sigari, vestiti e piumaggi troppo lunghi, e la vasta gamma di trombette con cui "comunica"), è protagonista di svariati siparietti che sembrano uscire dalle comiche mute (come gli "scontri" a base di dispetti reciproci con il venditore ambulante di limonate (Edgar Kennedy), degni degli short di Stanlio e Ollio), senza dimenticare le scene in cui guida il sidecar e quella (surreale nel vero senso della parola) in cui un cane esce dalla casetta tatuata sul suo petto. Sono assenti stavolta numeri musicali, a parte alcune canzoni: ma l'unica veramente memorabile è l'inno di Freedonia ("Hail, hail Freedonia, land of the brave and free"). Detto ciò, è quando i tre fratelli sono in scena contemporaneamente che si raggiungono vette elevatissime. La sequenza più leggendaria è quella dello specchio rotto, dopo che Chico e Harpo si sono travestiti da Groucho (in fondo bastano occhiali, sigaro e baffi finti!) per rubare i piani di guerra. Si tratta di una delle scene più esilaranti e celebri della filmografia dei Marx, anche se l'idea era già stata usata in passato da Harold Lloyd e da Max Linder (e sarà riproposta più volte in seguito, per esempio in un cartoon di Bugs Bunny o nel film "Affari d'oro" con Bette Midler e Lily Tomlin). Quanto alla "guerra lampo" che conclude la pellicola, essa è ovviamente confusa, catastrofica, nonsense e ridicola, e con un epilogo improvviso con tanto di sberleffo finale. Raquel Torres è Vera Marcal, la seducente ballerina che a sua volta è una spia al servizio di Sylvania. La sceneggiatura è opera di Bert Kalmar e Harry Ruby, ma diversi dialoghi provengono dal repertorio dei Marx (come quelli scritti da Arthur Sheekman e Nat Perrin per la trasmissione radiofonica di Groucho e Chico "Flywheel, Shyster and Flywheel").

21 novembre 2017

Preferisco l'ascensore (Newmeyer, Taylor, 1923)

Preferisco l'ascensore (Safety last!)
di Fred C. Newmeyer, Sam Taylor – USA 1923
con Harold Lloyd, Mildred Davis
***1/2

Visto su YouTube.

Una delle immagini più iconiche nella storia del cinema, in particolare del cinema muto, è quella che mostra Harold Lloyd aggrappato alle lancette di un orologio e sospeso nel vuoto. È stata ripresa e omaggiata più volte, per esempio in "Ritorno al futuro" (con un altro Lloyd, Christopher, nella stessa situazione), in "Hugo Cabret", e da Jackie Chan in "Project A" (il funambolo cinese ha sempre indicato in Lloyd uno dei suoi modelli di riferimento). L'attore americano, noto per il suo "personaggio con gli occhiali" (chiamato semplicemente "The boy" nei titoli dei suoi film) è da considerare il terzo grande comico dell'epoca del muto insieme a Charlie Chaplin e Buster Keaton, con i quali negli anni venti rivaleggiava in popolarità, anche se oggi è assai meno conosciuto di loro. Questo film, per via della scena dell'orologio (e in generale di tutta la sequenza conclusiva) ma non solo, è senza dubbio il suo lavoro più famoso. La trama vede il protagonista lasciare il suo paesino di provincia per andare in cerca di fortuna a New York, dove non troverà che un modesto impiego da commesso nel reparto tessuti di un grande magazzino. Quando sente che il proprietario intende elargire una lauta ricompensa a chi troverà il modo di attirare più clienti, decide di organizzare un grande evento pubblicitario: il suo coinquilino, un agile operaio edile abituato a lavorare a grandi altezze (interpretato dallo stuntman Bill Strother, celebre all'epoca come "mosca umana"), dovrà scalare a mani nude la facciata del palazzo di fronte al negozio. Per una serie di sfortunati eventi, però, al posto dell'amico sarà proprio lui a dover eseguire l'arrampicata! L'impresa, già difficile di suo, sarà resa ancora più ardua da (comicissime) disavventure che si succederanno piano dopo piano. L'eccezionale sequenza, girata in maniera magistrale, è davvero da brividi, e combina l'umorismo con la suspense e le vertigini, grazie anche agli "effetti ottici" che sfruttano la profondità di campo nelle varie inquadrature, mostrando le strade, i passanti e il traffico sotto lo sventurato ragazzo. Ma il resto del film non è da meno, zeppo di gag slapstick in cui il protagonista – ambizioso e intraprendente – si mette nei guai e cerca ingegnosamente di uscirne, realizzate con un perfetto uso dei tempi e gestione degli spazi. Mildred Davis è la fidanzata alla quale Harold fa credere di essere il direttore del negozio. Prodotto da Hal Roach (co-autore anche del soggetto).

6 dicembre 2016

I due cugini (Jackie Chan, 1982)

I due cugini (Long xiao ye, aka Dragon Lord)
di Jackie Chan – Hong Kong 1982
con Jackie Chan, Mars
**1/2

Rivisto in DVD.

Dragon (Jackie Chan), studente scansafatiche e indisciplinato della scuola di arti marziali diretta da suo padre (Tien Feng), quando non è impegnato in assurde competizioni sportive passa il tempo a bighellonare in compagnia dell'amico Cowboy (Mars), del quale è anche rivale per conquistare il cuore della bella ma riottosa Alice (Suet Lei). Quando la sua strada incrocia casualmente quella di una banda di contrabbandieri di reperti archeologici (finirà infatti nel loro covo nel tentativo di recuperare un aquilone sul quale aveva scritto un messaggio d'amore per la ragazza), sarà costretto ad affrontarne il capo (Hwang In-shik). Originariamente pensato come sequel de "Il ventaglio bianco" (Young Master), al punto da essere messo in lavorazione con il titolo "Young Master in Love", il film non ha riferimenti diretti o legami con il precedente, anche se il personaggio principale e l'ambientazione sono praticamente identici. Qui, però, si spinge ancora di più sul pedale della comicità, in particolar modo quella slapstick o legata alle comiche del muto (si pensi, per esempio, alla gag del fucile o a quella del cannone che conclude la storia). Se Dragon mette in mostra le sue abilità marziali e fisiche nelle competizioni sportive che vedono la sua scuola in lizza contro quelle rivali (il bizzarro incontro di rugby che apre la pellicola, quello di jianzi – una sorta di calcio-volano – a metà film), il combattimento finale nel fienile con il cattivo, orbo da un occhio, è invece nel segno della confusione e dell'improvvisazione: il protagonista ha la meglio non perché più forte, ma perché nel suo impeto finisce col sovrastare – e magari col prendere per stanchezza – persino un avversario tecnicamente più esperto e più abile di lui. Mars (alias Cheung Wing Fat), per una volta eletto a co-protagonista, è un caratterista e stuntman che si vedrà di frequente, in ruoli minori, nei film di Jackie di tutti gli anni ottanta. Il titolo italiano (e il doppiaggio) presentano i due come "cugini", ma in realtà non c'è alcun rapporto di parentela: semplicemente i loro padri sono amici, e in estremo oriente è consuetudine chiamare "zio" le persone con la stessa età dei propri genitori. Anche se un po' sconclusionata, la pellicola nel complesso è divertente e piena di energia, ed è importante perché è di fatto l'ultimo gongfupian più o meno "classico" di Jackie, ormai pronto a fare il salto verso i film di ambientazione contemporanea. È anche il suo primo film a mostrare, durante i titoli di coda, i cosiddetti bloopers (gli errori commessi durante le riprese, in particolare gli stunt sbagliati): Jackie prese l'idea dal regista Hal Needham, che l'anno prima lo aveva diretto in una piccola parte ne "La corsa più pazza d'America".

24 luglio 2016

Il ventaglio bianco (Jackie Chan, 1980)

Il ventaglio bianco (Shi di chu ma, aka The Young Master)
di Jackie Chan – Hong Kong 1980
con Jackie Chan, Yuen Biao
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Alla ricerca del fratello Tiger (Wei Pai), espulso dalla scuola di arti marziali dopo aver tradito la fiducia del maestro e aver gareggiato per una scuola rivale, l'orfano Dragon (Jackie Chan) viene scambiato per lui, che nel frattempo è diventato un criminale noto come "Ventaglio bianco". Dovrà così vedersela con il capo della polizia (Shih Kien), sua figlia (Lily Li) e suo figlio (Yuen Biao), prima di dimostrare la propria innocenza e ottenere la grazia per il fratello sconfiggendo Kam (Hwang In-shik), il leader della gang di banditi. Alla sua seconda regia (dopo "Fearless Hyena"), Jackie continua il suo percorso di ibridazione del gongfupian con la commedia slapstick. Se l'incipit è ancora abbastanza tradizionale (il solito setting con le scuole rivali, i temi del tradimento e della vendetta), pur abbellito dall'insolita sequenza del combattimento fra i due leoni che danzano, dopo una quarantina di minuti la pellicola cambia decisamente registro, dimenticando persino momentaneamente la trama principale per virare su una serie di sequenze comiche che garantiscono un divertimento senza freni. Il mutamento, forse non a caso, avviene nel momento in cui Dragon incontra il personaggio interpretato da Yuen Biao: questi, compagno di allenamento di Jackie all'Opera di Pechino sin dall'infanzia, e fino ad allora confinato a ruoli marginali o come stuntman e controfigura (anche per Bruce Lee!), appare qui per la prima volta in una parte degna di nota a fianco dell'amico, con il quale continuerà a collaborare per tutti gli anni ottanta (e quando ai due si unirà anche Sammo Hung, avremo un terzetto che entrerà nella storia del cinema di arti marziali). Alle tante gag, più o meno sconclusionate (le sabbie mobili, la scena della doccia, quella del pesce rosso), si alternano combattimenti pieni di inventiva, con i personaggi che utilizzano le armi più particolari: il ventaglio per Jackie, la panchetta per Yuen Biao, la gonna (!) per Lily Li, che sarà imitata dallo stesso protagonista nella scena al mercato (con tanto di musica spagnoleggiante). Si nota sempre di più la propensione dell'attore a sfruttare gli ambienti e gli oggetti a portata di mano per dar vita a coreografie originali e sorprendenti. Memorabile il finale, quando Dragon riesce ad avere la meglio sul rivale (più forte di lui) soltanto dopo aver bevuto per sbaglio dell'olio combustibile, che gli dona momentaneamente una super resistenza. Insieme al suo pseudo-seguito "I due cugini" (ovvero "Dragon Lord"), il film rappresenta il canto del cigno del periodo "classico" di Jackie, prima di spostare l'ambientazione delle sue pellicole in epoca contemporanea e moderna. Segna inoltre l'inizio della sua collaborazione con la casa di produzione Golden Harvest di Raymond Chow e Leonard Ho, per la quale usciranno tutti i suoi lavori successivi.

4 dicembre 2008

Play time (Jacques Tati, 1967)

Play time - Tempo di divertimento (Play Time)
di Jacques Tati – Francia 1967
con Jacques Tati, Barbara Dennek
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Quarto lungometraggio di Tati, realizzato a ben nove anni di distanza dal precedente "Mio zio" e con uno sforzo produttivo di proporzioni gigantesche: l'attore/regista fece costruire un set grande come un intero quartiere, battezzato "Tativille", per girarvi la prima parte della pellicola (la seconda è invece ambientata quasi interamente in un ristorante). Come di consueto il suo stile mescola gag prevalentemente visive a situazioni paradossali e riduce il linguaggio parlato quasi a un rumore di fondo, spesso del tutto ininfluente ai fini della comprensione di quel che si vede sullo schermo. Protagonista (ma meno del solito) è ancora una volta il personaggio stralunato di Monsieur Hulot, alle prese con un mondo moderno, tecnologico e impersonale, nel quale si trova come un pesce fuor d'acqua. Inizialmente lo vediamo aggirarsi in un futuristico palazzo di metallo, nel disperato tentativo di interloquire con uno sfuggente burocrate. Poi lo seguiamo all'interno di una fiera commerciale, fra invenzioni bizzarre e clienti curiosi. In seguito viene invitato da un amico a visitare il suo nuovo appartamento, le cui pareti di vetro consentono ai passanti di osservare tutto ciò che avviene fra le mura domestiche. E infine trascorre la serata in un ristorante di lusso, proprio la sera dell'inaugurazione, dove tutto – per la disperazione dei camerieri – sembra andare storto. Sotto accusa, oltre allo stile di vita moderno (come nei film precedenti), ci sono la pianificazione architettonica, il design urbano, l'organizzazione aziendale e la scomparsa dei rapporti umani. La sola anima affine, Hulot la trova nella giovane turista americana che – unica del suo gruppo – trova il tempo di fotografare una vecchia fioraia o di ammirare i monumenti di Parigi riflessi nelle porte a vetro dei palazzi moderni, mentre il tour guidato al quale sta partecipando la trascina attraverso scenari metropolitani che non hanno nulla di parigino (come sottolineano, ironicamente, i manifesti dell'agenzia di viaggi che mostrano le diverse località del mondo attraverso immagini di un edificio sempre uguale). Pur se meno bello dei lavori precedenti, il film si lascia apprezzare per il ritmo lento e svagato, la perfezione formale (l'uso dei colori o dei suoni, la direzione delle comparse, la ricchezza delle scenografie) e il crescendo nella scena del ristorante. Truffaut lo definì "un film venuto da un altro pianeta". Girato in 70 mm con un procedimento tecnologico innovativo, fu un insuccesso commerciale che portò Tati al fallimento e di fatto pose fine alle sue ambizioni artistiche indipendenti.

7 giugno 2008

Mio zio (Jacques Tati, 1958)

Mio zio (Mon oncle)
di Jacques Tati – Francia 1958
con Jacques Tati, Jean-Pierre Zola
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Il terzo lungometraggio di Tati è forse il suo capolavoro: realizzato cinque anni dopo il precedente “Le vacanze di monsieur Hulot” (la meticolosità del regista francese nella regia e nella messa in scena è pari a quella di Kubrick, il che spiega sia il costo sia il lungo tempo di produzione delle sue opere), ne ripropone lo stesso personaggio muto e stralunato, inserendolo però in un contesto decisamente diverso e lanciando una critica alla meccanicizzazione della vita quotidiana, al materialismo e all'efficienza tecnologica. Se Hulot abita infatti in un quartiere popolare di Parigi, caldo e a misura d'uomo, sua sorella e il marito risiedono invece in una villa moderna, fredda e asettica, dotata di tutti i comfort tecnologici possibili e naturalmente dove gli arredi sono essenziali: più che brutta, in realtà, si tratta di una casa che annulla la personalità dei suoi occupanti e dove a comandare sono gli oggetti stessi. Vedendo di cattivo occhio che il proprio figlioletto passi il tempo bighellonando con lo zio, il cognato di Hulot cerca di procurargli un lavoro alla fabbrica di tubi di plastica di cui è il direttore: ma come Chaplin in “Tempi moderni”, il libero e inefficiente Tati non è fatto per convivere con un mondo disumano e robotizzato come quello e provocherà una serie di guai (il più celebre è il “tubo a salsiccia”). La pellicola, perfetta nei suoi meccanismi e nei suoi dettagli (molti dei quali si colgono solo dopo ripetute visioni, come gli “occhi” della villa), descrive rituali borghesi e manie domestiche, cani randagi (ai quali si aggiunge, di tanto in tanto, il bassotto di casa, anche lui in fuga dalla villa) e amicizie di quartiere, buffi incidenti (il cane che rinchiude la coppia nel garage) e inattese solidarietà (il figlio che nel finale stringe la mano al padre quando questi si rende complice di una sua marachella), e in generale la difficoltà di interazione fra due mondi (quello “classico” di Tati e quello “moderno” dei cognati) con una libertà, una leggerezza e un'ispirazione eccezionali. Le trovate indimenticabili sono davvero molte: su tutte, il getto d'acqua della fontana a forma di pesce al centro della villa del cognato, che viene attivato soltanto quando arriva un ospite di riguardo e che “impazzisce” durante la festa quando Hulot trancia il tubo sotterraneo. Fondamentali i suoni, curatissimi in ogni dettaglio e spesso protagonisti ancor più delle immagini: dai rumori delle macchine e degli elettrodomestici, che impediscono persino di parlarsi, ai fischi dei bambini per strada, con i quali compiono scherzi crudeli; dall'allegra musica di paese, che irrompe persino nelle telefonate, al batter dei tacchi delle impiegate della fabbrica. La pellicola, la cui struttura potrebbe aver ispirato in parte l'episodio di Tintin “I gioielli della Castafiore”, vinse l'Oscar per il miglior film straniero e il premio speciale della giuria a Cannes.

29 maggio 2007

Le vacanze di monsieur Hulot (J. Tati, 1953)

Le vacanze di monsieur Hulot (Les vacances de Monsieur Hulot)
di Jacques Tati – Francia 1953
con Jacques Tati, Nathalie Pascaud
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Con la sua vecchia automobile, rumorosa e fuori moda, Monsieur Hulot arriva in una località balneare per trascorrere l'estate insieme ad altri turisti di un albergo sulla spiaggia. La stagione passa tra piccole avventure e disavventure di ogni tipo, raccontate in tono comico e garbato e con una leggerezza da film muto (il protagonista è di poche parole, come anche la bella biondina che, fra i numerosi comprimari, spicca come secondo personaggio più importante del film, mentre gli altri parlano sì – e in più lingue: francese, inglese, italiano – ma non dicono mai nulla di significativo). Con Hulot, personaggio solitario e stralunato che non abbandonerà più, Tati si propone come erede dei grandi comici del passato (la sua attenzione per l'ambientazione, la messinscena e la coreografia è pari a quella di Buster Keaton, mentre nel suo rapporto con il mondo frenetico e moderno ricorda Charlie Chaplin) e al tempo stesso anticipa personaggi "disturbatori della quiete altrui" quali lo Hrundi V. Bakshi di Peter Sellers e il Mr. Bean di Rowan Atkinson. Ma Hulot non è un semplice disturbatore: è un poeta, un'anima candida, un osservatore della realtà che lo circonda e del mal di vivere moderno, al quale si oppone con la sua semplicità, la sua gentilezza e la sua goffaggine. Spesso inquadrato di spalle, con l'immancabile pipa e il buffo cappello, lo spilungone e dinoccolato Hulot è sempre pronto a dare una mano agli altri ma anche a nascondersi rapidamente quando si rende conto di aver combinato un guaio (la scena in cui si rifugia in fretta e furia nella sua mansarda mi ha ricordato l'altrettanto rapida fuga di Peter Sellers dietro la piscina dopo aver centrato un commensale con una freccetta in fronte in "Hollywood Party"). Quando scuote la tranquillità di chi lo circonda, lo fa inconsapevolmente e senza cattiveria, anche se immancabilmente con effetti comici. E quando la stagione estiva si conclude, fra fuochi d'artificio, balli in maschera disertati da turisti svogliati (vi partecipano solo Hulot, la biondina e un bambino pestifero, i soli personaggi – oltre all'anziano signore che segue docilmente la moglie come un cagnolino – cui vanno le simpatie del regista), bizzarre partite a tennis, gite a cavallo e picnic fuori città, non resta che una punta di malinconia: si parte e si ritorna a casa, da soli come si era arrivati.

22 maggio 2007

Giorno di festa (J. Tati, 1949)

Giorno di festa (Jour de fête)
di Jacques Tati – Francia 1949
con Jacques Tati, Guy Decomble
***

Rivisto in DVD con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Il primo lungometraggio di Tati (che integra ed espande le gag di un precedente cortometraggio, "L'école des facteurs", realizzato nel 1947) ne rivela già tutta la bravura di metteur en scène e l'attenzione ai dettagli per una vicenda corale al centro della quale si aggira, sperduto come un pesce fuor d'acqua, il suo personaggio. Non ancora Monsieur Hulot, Tati qui impersona un bizzarro postino di campagna, oggetto dell'ironia e degli scherzi dei suoi compaesani. In occasione di una festa domenicale, assiste a un documentario sulle meraviglie del servizio postale americano: postini che si lanciano in elicottero, che attraversano cerchi di fiamme. e così via. Per non essere da meno, decide di compiere il suo prossimo giro in bicicletta con straordinaria rapidità ed efficienza. Ovviamente i risultati non sono quelli sperati. Le gag comiche, derivate dal cinema muto ma al contempo originali, si inseriscono in una vicenda giocosa e allegra, caratterizzata da mille spunti e personaggi minori. Ma per trovare maggior coesione e omogeneità bisognerà aspettare Monsieur Hulot. L'attore, che prestava grande attenzione anche all'aspetto tecnico dei suoi film, girò "Giorno di festa" con due cineprese differenti: la prima con una pellicola sperimentale a colori, che però non riuscì mai a far sviluppare, e la seconda (per precauzione) nel tradizionale bianco e nero. Soltanto nel 1995 la versione a colori venne restaurata e proiettata per la prima volta (ed è questa che ho visto io). Non si tratta dunque di una colorizzazione "a posteriori", ma dell'aspetto che il film avrebbe dovuto avere sin dal principio secondo le intenzioni dell'autore. I colori sono slavati, è vero, ma rendono comunque giustizia al clima di festa che caratterizza il film e alla sua ambientazione rurale, fra bambini e animali da cortile, carrozze e trattori, nell'assenza di qualsivoglia modernità.

10 aprile 2006

Le sue ultime mutandine (F. Capra, 1927)

Le sue ultime mutandine (Long pants)
di Frank Capra – USA 1927
con Harry Langdon, Alma Bennett
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Visto in DVD, con Martin.

Lo stesso giorno in cui i suoi genitori gli consentono per la prima volta di uscire di casa con i pantaloni lunghi (questo il vero significato del bizzarro titolo italiano: forse sarebbe stato meglio “I suoi ultimi calzoni corti”), il giovane Harry si innamora di Bebé, una bad girl ricercata dalla polizia. Infatuato di lei, trascura la ragazza di buona famiglia che i suddetti genitori vorrebbero fargli sposare e fugge alla vigilia del matrimonio per aiutare la sua amata a evadere dal carcere dove è stata rinchiusa. Alla fine, il protagonista imparerà a conoscere meglio il mondo esterno, che vedeva in maniera troppo idealizzata, e tornerà a casa "sconfitto", disilluso ma non pentito, quasi rassegnato a malincuore alla vita borghese che lo attende. Insomma, un finale piuttosto lontano dagli "happy ending" dei film successivi di Capra (che personalmente preferisco quando è un po' più "perfido" – vedi anche la black comedy "Arsenico e vecchi merletti" – piuttosto che nei suoi film "ottimisti" più celebri). Ho trovato la pellicola molto interessante, soprattutto a livello di storia: quasi una commedia "amorale", per nulla consolatoria, che anzi lascia un po' di amaro in bocca. Ci sono scene piuttosto forti come quella in cui Harry conduce la fidanzata nel bosco con l'intenzione di ucciderla (fallendo non perché ci ripensa, ma per una serie di gag causate dalla sua goffaggine e dall'ingenuità della ragazza). È curioso come tanto in questo film quanto nel precedente “La grande sparata” (entrambi con Langdon), l'eroe si trovi invischiato in avventure con donne criminali, autoritarie, affascinanti e pericolose, che fra l'altro vengono ritratte con una certa simpatia. Non avendo ancora visto altri film con questo interprete, non so se si tratti di un cliché del suo personaggio oppure di una coincidenza. Ottima anche Alma Bennett nei panni di Bebé. Al secondo lavoro, la regia di Capra è forse un po' meno ricercata di quella del film d'esordio, ma comunque eccellente: lo dimostra il fatto che, pur essendo un film muto, i cartelli sono pochi e la narrazione, anche quando non ci sono gag comiche, funziona soprattutto a livello visivo.

La grande sparata (F. Capra, 1926)

La grande sparata (The strong man)
di Frank Capra – USA 1926
con Harry Langdon, Priscilla Bonner
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Si tratta del primo lungometraggio di Capra, dopo quattro anni in cui aveva lavorato nel mondo del cinema soprattutto come sceneggiatore. È una commedia in cui il regista si mette al servizio di Harry Langdon, un comico dell'ultimo periodo del muto (aveva esordito solo nel 1924), non geniale come Keaton o Chaplin ma comunque simpatico e – purtroppo per lui – destinato rapidamente all'oblio con l'avvento del sonoro.
Langdon interpreta un soldato belga che, dopo la guerra, arriva in America dove lo attende la sua "fidanzata", una ragazza con cui corrispondeva via lettera ma che non ha mai visto di persona e di cui ignora anche il recapito. La prima parte del film, la più interessante, è ambientata a New York e vede Langdon (il tipico "bravo ragazzo", mingherlino e spaurito) alle prese con una poco di buono: la donna vuole recuperare un rotolo di banconote finite per sbaglio nella sua giacca e a questo scopo tenta di sedurlo. Ci sono anche delle gag piuttosto audaci per l'epoca, con Harry che piomba in un atelier dove sta posando una modella nuda! La seconda parte, più convenzionale, vede il nostro eroe in un paese di provincia come assistente di un forzuto da avanspettacolo, che ovviamente sarà costretto a sostituire sulla scena. Le due parti mi sono sembrate piuttosto slegate fra loro, anche se c'è il filo conduttore della ricerca della fidanzata.
La regia di Capra è molto moderna sin dall'inizio e completamente funzionale al racconto e alle gag, con inquadrature ricercate, un montaggio non banale, alternanza di primi piani e campi larghi.