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8 settembre 2022

Il maestro di Vigevano (Elio Petri, 1963)

Il maestro di Vigevano
di Elio Petri – Italia 1963
con Alberto Sordi, Claire Bloom
**1/2

Visto su Facebook Watch

Antonio Mombelli (Sordi) lavora da diciannove anni come maestro elementare a Vigevano, fiorente cittadina che prospera grazie all'industria delle scarpe. La moglie Ada (Bloom), che sogna una vita migliore, vorrebbe che abbandonasse la scuola per dedicarsi, come molti altri, alla fabbricazione di calzature: ma lui rifiuta di cambiare attività e di abbandonare quella che reputa la sua vocazione per diventare uno "scarparo" o, peggio ancora, un arricchito volgare come il commendator Bugatti (Piero Mazzarella), industriale agli antipodi del proprio mondo. E questo nonostante le umiliazioni che subisce quotidianamente dal direttore dell'istituto (Vito De Taranto), lo stipendio da fame, i sacrifici che deve compiere per mantenere la propria "dignità", e la triste fine che vede fare al suo unico amico Nanini (Guido Spadea), timido insegnante che vive di supplenze. Dall'omonimo romanzo di Lucio Mastronardi, adattato dallo stesso regista insieme ad Age e Scarpelli, il terzo film di Petri (il suo primo successo al botteghino, nonostante qualche concessione al patetismo) è un ritratto malinconico e dolceamaro di un personaggio che cerca di rimanere sé stesso di fronte a un mondo che cambia (siamo al culmine del boom economico) e dove la ricchezza dell'industria sta spazzando via i valori del passato. Mombelli si identifica a tal punto con la figura del maestro che, quando la scuola è chiusa, è come se anche lui non esistesse. I sogni di elevazione sociale e di ricchezza della moglie non fanno presa su di lui, che è tormentato da ben altri incubi (non mancano scene legate all'immaginazione), i suoi problemi di coscienza sono sbeffeggiati da chi lo circonda, e gli esempi di onestà e correttezza che vorrebbe dare al figlioletto Rino cadono nel vuoto. Quando, dopo un anno di alti e bassi, torna l'autunno e la scuola riapre, è come se non fosse cambiato nulla. Ottimo Sordi, a suo agio con un personaggio complesso, e memorabili a modo loro le figure meschine o macchiettistiche che gli girano attorno, come il pomposo direttore della scuola che parla di sé al plurale e lascia sempre le parole a metà per farle completare al suo interlocutore, il tragico Nanini ("Francamente crepare sarebbe l'unico modo per fottere tutti"), che sogna di "vivere agrestamente, primitivamente" come nel giardino dell'Eden, o anche l'avvocato Racalmuto, che pensa di sostituire le parole con numeri per avere un linguaggio universale. Musiche di Nino Rota.

3 settembre 2021

Mi permette, babbo! (Mario Bonnard, 1956)

Mi permette, babbo!
di Mario Bonnard – Italia 1956
con Alberto Sordi, Aldo Fabrizi
**

Visto in TV (RaiPlay).

Il più grande cruccio di Alessandro Biagi (Aldo Fabrizi), gestore di un'avviata macelleria romana, è il genero Rodolfo (Alberto Sordi), che ha sposato sua figlia Marina e abita ora insieme al resto della famiglia. Indolente e fonte continua di disturbo, Rodolfo è infatti un aspirante cantante lirico che vive alle sue spalle, "pagando" con prelibati filetti le lezioni di canto che prende dall'altrettanto scroccone maestro D'Aragona (Achille Majeroni). Ma alla fine, in qualche modo, Rodolfo riesce a coronare il proprio sogno e a farsi scritturare per un debutto a teatro, nel ruolo (assai minore) del dottore che cura Violetta nell'ultimo atto della "Traviata". Peccato che la sua megalomania manderà tutto all'aria, quando si ostinerà a voler concludere l'opera cantando una frase che Giuseppe Verdi stesso aveva eliminato dopo la prima rappresentazione ("È spenta!"). Commediola sostenuta dalla verve dei due bravi protagonisti, dai caratteri opposti (il che rende difficile la convivenza), attorno ai quali si muovono altre figure di minor rilievo (dai vari membri della famiglia ai personaggi che bazzicano attorno al teatro). Fra gli interpreti spiccano Gina Amendola (la moglie di Alessandro, incapace di cogliere ogni battuta o allusione, come il Jenkins di "Dylan Dog" per intenderci), Turi Pandolfini (il vecchio nonno collerico, sempre alle prese con sedie che traballano, cui vuole segare le gambe), Pina Bottin (la cameriera Rosa, innamorata – ma non ricambiata – di uno dei figli di Alessandro) e Paola Borboni (la "nobile russa", moglie del maestro di canto). Il basso Giulio Neri appare nella parte di sé stesso, mentre la "Traviata" è interpretata da Rosanna Carteri (Violetta) e Afro Poli (Germont). Curiosità: come aiuto regista figura Sergio Leone, che in quegli anni si faceva le ossa proprio sotto l'ala protettiva di Bonnard (in sostituzione del quale debutterà alla regia, non accreditato, tre anni più tardi, ne "Gli ultimi giorni di Pompei").

23 giugno 2021

I tre volti (Antonioni, Bolognini, Indovina, 1965)

I tre volti
di Michelangelo Antonioni, Mauro Bolognini, Franco Indovina – Italia 1965
con Soraya, Richard Harris, Alberto Sordi
*1/2

Visto su YouTube.

Film in tre episodi con cui il produttore Dino De Laurentiis avrebbe voluto lanciare la carriera da attrice di Soraya, ex regina di Persia (fu ripudiata dal marito, l'ultimo scià del paese, nel 1958, quando fu chiaro che non avrebbe potuto dargli dei figli) e celebrità dell'epoca, frequente protagonista delle cronache mondane e del jet-set, proprio come i personaggi che interpreta nel secondo e nel terzo episodio della pellicola. Il primo, invece, è praticamente un documentario che ne mostra il provino, con Soraya nei panni di sé stessa. Di scarso valore cinematografico, il film ha interesse soltanto dal punto di vista del costume (persino Antonioni, il regista di maggior nome fra i tre, non sembra essersi impegnato più di tanto). E comunque, a parte questa esperienza, Soraya non ha più recitato. Come attrice non sarebbe stata neanche male, anche se poco espressiva: ma pare che De Laurentiis la avesse chiesto di non sorridere mai per andare incontro all'immagine di "principessa dagli occhi tristi" che i giornali e i rotocalchi le avevano cucito addosso.

"Introduzione/Il provino", di Michelangelo Antonioni (*1/2)
Un giornalista del quotidiano "Paese sera" (Ivano Davoli) viene a sapere che Soraya è giunta a Roma in segreto per fare un provino cinematografico per Dino De Laurentiis (che appare nei panni di sé stesso). Per scattare delle foto cercherà inutilmente di introdursi negli studi, al cui interno la principessa si esibisce davanti al produttore, al costumista Piero Tosi e a una troupe.

"Gli amanti celebri", di Mauro Bolognini (*)
La relazione fra Linda e Robert (Richard Harris), scrittore fallito che mal tollera la vita mondana, entra in crisi quando dopo alcuni anni si ripresenta il marito di lei: la donna crede che sia tornato a riprendersela, ed è pronta a dare il benservito all'amante, ma lui voleva soltanto concederle la libertà (ovvero la separazione). L'episodio peggiore: temi stantii e poca o nessuna idea di cinema.

"Latin lover", di Franco Indovina (*1/2)
Armando Riboni (Alberto Sordi) è uno stagionato "amante latino per turiste straniere", ovvero un playboy a pagamento che le accompagna per Roma a beneficio dei fotografi. È l'episodio più affine alla commedia all'italiana, ma senza particolare appeal. Indovina, già assistente di Visconti e dello stesso Antonioni, si innamorerà (ricambiato) di Soraya e resterà con lei per il resto della sua vita.

18 giugno 2020

Nell'anno del Signore (L. Magni, 1969)

Nell'anno del Signore
di Luigi Magni – Italia 1969
con Nino Manfredi, Claudia Cardinale
***

Visto in divx.

Nella Roma di papa Leone XII (siamo nel 1825), dove un potere autoritario e dispotico limita fortemente le libertà del popolo, due carbonari – il medico rivoluzionario Leonida Montanari (Robert Hossein) e il giovane idealista Angelo Targhini (Renaud Verley) – vengono arrestati e condannati a morte per aver tentato di uccidere un membro del loro stesso gruppo che aveva fatto la spia alle guardie del pontefice. La loro storia si intreccia con quella di un umile ciabattino, Cornacchia (Nino Manfredi), che in segreto scrive le poesie satiriche che vengono affisse ogni notte sulla statua di Pasquino (le cosiddette "pasquinate") per irridere il clero e le istituzioni, denunciarne gli abusi e spingere il popolo alla rivolta; e con quella di Giuditta (Claudia Cardinale), ragazza ebrea che convive con Cornacchia e che cerca in ogni modo di salvare i due prigionieri dalla forca... Il secondo film di Magni è uno dei suoi lavori migliori e più caratteristici, primo di un filone (seguiranno, fra gli altri, "In nome del Papa Re" e "In nome del popolo sovrano") ambientato nella Roma papalina durante gli ultimi anni del potere pontificio. Il soggetto è ispirato a una storia vera (l'ultima scena, ambientata ai giorni nostri, mostra la targa affissa in memoria dei condannati in piazza del Popolo, dove si svolse l'esecuzione), di cui peraltro modifica alcuni particolari (come l'età anagrafica e la provenienza di alcuni personaggi): e pur sbilanciando la narrazione verso il registro comico-grottesco tipico della commedia all'italiana, se non addirittura verso la farsa in alcuni passaggi fin troppo parodistici, con qualche caduta di stile (vedi la principessa (Britt Ekland) moglie di Filippo Spada (Franco Abbina), che non si cura della sorte del marito), riesce comunque a fornire una rappresentazione indovinata di un particolare momento storico che, volendo, può essere letto in chiave di attualità (anche perché le questioni politiche e la semplice umanità dei personaggi si intrecciano con felice intuizione). Il tema, dopotutto, è quello del rapporto fra il popolo e chi lo governa, un popolo ritratto di volta in volta come pigro e addormentato, felice di essere guidato o dominato, in attesa di qualcuno che lo risvegli, o semplicemente indifferente alle proprie sorti. I timidi fermenti rivoluzionari che preoccupano le guardie non sembrano in realtà frutto di una volontà popolare: i cospiratori della setta carbonara sono soltanto nobili e aristocratici, mentre la gente comune pensa a tirare a campare e, semmai, a godersi lo spettacolo dell'esecuzione dei congiurati. Insomma: la satira è rivolta sia verso il potere sia verso i sudditi.

Esemplare la frase che conclude il film, pronunciata da Montanari prima di essere decapitato: "Buonanotte, popolo". È solo uno, peraltro, dei numerosi detti memorabili o aforismi paradossali di cui è permeata la pellicola (fra i tanti: "Noi siamo sempre dalla parte giusta, soprattutto quando sbagliamo", "Il popolo è stanco? Più che altro, sembra ubriaco", "Io mi sento libero solo quando obbedisco!", "Qui a Roma gli unici a dormire siamo noi, che stiamo sempre svegli"). La vicenda assume a tratti caratteristiche corali, grazie a un nutrito gruppo di comprimari, molti dei quali interpretati da autentici mostri sacri della commedia all'italiana: Ugo Tognazzi è il cardinale Rivarola, colui che condanna a morte i carbonari; Enrico Maria Salerno è il colonnello Nardoni, incaricato di far rispettare l'ordine in città ("Magari comandassero i colonnelli!", afferma a un certo punto: un'altra allusione all'attualità, il colpo di stato in Grecia); Alberto Sordi è il frate che cerca inutilmente di far pentire i condannati prima dell'esecuzione. Piccole parti, inoltre, per Pippo Franco, Stelvio Rosi e Marco Tulli. La scelta di ricorrere ad attori celebri fu fatta intenzionalmente dai produttori, nella speranza di "disinnescare" la polemica per i contenuti anticlericali del film, che sarebbero saliti in primo piano se la pellicola fosse stata interpretata da volti sconosciuti o meno associati alla comicità: così, invece, si cercò di farla passare per una delle tante commedie italiane in costume. Il successo al botteghino, in ogni caso, fu notevole. Fra i temi collaterali, da segnalare quello delle persecuzioni contro gli ebrei, con sequenze come la messa cui gli abitanti del ghetto sono costretti ad assistere, o la frase di Rivarola "Secondo me, questi giudei sono esseri umani quasi come noi". La scena in cui il cardinale finge di firmare la grazia per i condannati potrebbe essere stata ispirata alla "Tosca" di Giacomo Puccini, di cui lo stesso Magni realizzerà un adattamento cinematografico quattro anni più tardi. Nel 2003 il regista e Manfredi torneranno poi a occuparsi delle pasquinate nel tv movie "La notte di Pasquino". La colonna sonora di Armando Trovajoli è "morriconiana", come suggerisce anche la canzone di Giuditta interpretata dal soprano Edda Dell'Orso (già memorabile voce in alcune delle migliori soundtrack per i film di Sergio Leone). I temi del film, la sua ambientazione e l'iconografia di alcuni personaggi (come Montanari) potrebbero aver ispirato il fumetto "Mercurio Loi" pubblicato da Sergio Bonelli Editore.

29 marzo 2020

L'ingorgo (Luigi Comencini, 1979)

L'ingorgo - Una storia impossibile, aka Black-out in autostrada
di Luigi Comencini – Italia/Fra/Spa/Ger 1979
con Alberto Sordi, Marcello Mastroianni
***

Visto in divx.

Alle porte di Roma, un gigantesco ingorgo stradale blocca centinaia di autovetture, costringendo i proprietari a bivaccare letteralmente in macchina. E quando cala la notte, vengono fuori anche i peggiori istinti dell'uomo. Pellicola apocalittica e corale, con decine di personaggi e di storie minime e grottesche che si intersecano, con la quale Comencini (coadiuvato da un eccezionale gruppo di attori) lancia strali un po' a tutta la società italiana. C'è il ricco avvocato interpretato da Alberto Sordi, in auto con il segretario (Orazio Orlando), che disprezza il popolino nonostante si trovi nella stessa situazione; il famoso attore Marco Montefoschi (Marcello Mastroianni), con la fobia del pubblico, che viene ospitato da un ammiratore (Gianni Cavina) che vorrebbe in cambio una raccomandazione a Cinecittà, e per questo motivo sarebbe disposto a concedergli una notte con la moglie incinta (Stefania Sandrelli). Un "professore" (Ugo Tognazzi) che ha una tresca con la giovane Angela (Miou-Miou) all'insaputa del marito di lei (Gérard Depardieu). Una coppia che, fra una tenerezza e un litigio, sta festeggiando le nozze d'argento (Fernando Rey e Annie Girardot). E ancora: una numerosa famiglia napoletana, con il padre (Lino Murolo) furioso con la figlia Germana (Giovannella Grifeo) perché è rimasta incinta; un nevrotico in crisi d'astinenza da tabacco (Patrick Dewaere); un malato in ambulanza (Ciccio Ingrassia); quattro uomini armati di pistola (fra cui José María Prada e Ferdinando Murolo); una giovane hippie (Angela Molina) che fraternizza con l'autista di un camion (Harry Baer) ma che poi, durante la notte, sarà violentata da tre giovinastri. E anche in un ambiente così ristretto (l'intero film è ambientato su un tratto di pochi metri di strada, oltre che nei terreni circostanti) si affrontano quasi tutte le questioni sociali, politiche o di costume dell'italia di quegli anni: le speculazioni edilizie, i conflitti di classe, i cambiamenti del costume (l'aborto, il divorzio), la politica, le contestazioni giovanili, il calcio, l'informazione (con la tv che è costretta a sospendere le trasmissione e a interrompere i telegiornali per mancanza di personale: sono tutti imbottigliati nel traffico), oltre che vizi individuali come la violenza, il menefreghismo, l'opportunismo, l'ipocrisia. E naturalmente al centro di tutto c'è il consumismo, di cui proprio l'automobile, ormai alla portata di tutti, è il simbolo per eccellenza. Metaforica anche la sequenza del bambino (la coscienza collettiva?) che dorme sin dalla nascita. Anna Melato (sorella minore di Mariangela), che doppia Angela Molina, canta "Il treno dei bambini" su testo di Gianni Rodari, mentre Giovannella Grifeo canta la canzone dell'ingorgo ("Ingorgo, paralisi di vita...."). Nel cast anche Nando Orfei (l'autista di Mastroianni), José Sacristán (il prete comunista), Ester Carloni (la nonna) e il pilota di moto Enrico Lorenzetti (il ciclista). La sceneggiatura, ispirata a un racconto di Julio Cortázar ("L'autostrada del sud"), è firmata da Comencini insieme a Ruggero Maccari e Bernardino Zapponi. Juan Luis Buñuel è regista della seconda unità: chissà che film sarebbe venuto fuori se l'avesse diretto il suo celebre padre (in fondo l'ingorgo nasce senza un vero motivo, proprio come l'impasse de "L'angelo sterminatore")!

25 luglio 2018

I vitelloni (Federico Fellini, 1953)

I vitelloni
di Federico Fellini – Italia 1953
con Franco Interlenghi, Franco Fabrizi, Alberto Sordi
***

Visto in divx.

In una citta costiera di provincia (il film è stato girato a Ostia e Fiumicino, ma idealmente è ambientato sulla riviera adriatica), cinque giovani sfaccendati – Fausto (Franco Fabrizi), Alberto (Alberto Sordi), Leopoldo (Leopoldo Trieste), Moraldo (Franco Interlenghi) e Riccardo (Riccardo Fellini) – rifiutano di crescere e di assumersi le responsabilità della vita adulta, e bighellonano senza lavoro, fra donne, chiacchiere, giochi e sogni di fuga che non metteranno mai in atto. Sceneggiato da Fellini con i fidi Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano, parzialmente autobiografico e in quanto tale antesignano di "Amarcord" nel raccontare i piaceri e le frustrazioni legati alla crescita in una piccola città di provincia, il film ha una struttura libera, corale ed episodica, sgangherata e disarticolata come i suoi protagonisti, che favorisce l'atmosfera sopra le convenzioni narrative cinematografiche e accatasta scenette e momenti senza una vera trama. Un filo conduttore comunque c'è, ed è quello fornito dalle vicissitudini del donnaiolo Fausto, che non rinuncia alle avventure galanti nemmeno dopo essere stato costretto a sposare Sandra (Leonora Ruffo), la sorella di Moraldo, per averla messa incinta. Dal canto suo, il sensibile Moraldo è forse l'unico del gruppo a sviluppare una certa coscienza (e infatti nel finale sarà il solo a partire in cerca di una nuova vita), mentre gli altri non imparano mai dai propri errori e non provano sensi di colpa, se si eccettuano quei brevi momenti di lucidità e di consapevolezza dei propri fallimenti (come la scena che mostra Alberto ubriaco e piagnucolante al termine della festa di Carnevale). Leopoldo è l'intellettuale, aspirante drammaturgo i cui sogni di gloria non saranno mai realizzati, Alberto è l'impertinente sempre pronto agli scherzi (è diventata iconica la scena in cui irride un gruppo di operai stradali: "Lavoratori... Prrr!"), Riccardo è – insieme a Moraldo – l'alter ego dello stesso Fellini (non a caso è interpretato da suo fratello).

Il titolo, poi entrato nell'uso comune, è una parola forse inventata dallo stesso Fellini o da Flaiano, che definisce – per usare le parole del regista – "i disoccupati della borghesia, i figli di mamma", quelli che "brillano nei tre mesi della stagione balneare la cui attesa e i cui ricordi occupano tutto il resto dell'anno". E infatti i cinque amici, descritti con affetto e indulgenza, ma anche crudeltà e realismo, sono personaggi senza aspirazioni serie e senza particolari qualità, eterni scapestrati che vivono in un limbo che appare immobile, ma che in realtà è sospeso fra il passato di un'Italia che si appoggiava ai sacrifici e al duro lavoro (rappresentata qui dai genitori) e il futuro di un paese che sarà fondato sul boom economico e sullo svago. Proprio per questo, nonostante il carattere autobiografico e nostalgico, il film è lucido a modo suo nel riflettere i cambiamenti in atto nella società italiana agli inizio degli anni cinquanta. Riscosse un buon successo, anche all'estero (con una nomination all'Oscar per la sceneggiatura), e (ri)lanciò le carriere di Fellini e di Sordi dopo il flop de "Lo sceicco bianco". Con un tono agrodolce e malinconico (evidente, per esempio, nelle passeggiate invernali sulla spiaggia), e in mezzo ad elementi reminescenti del neorealismo (il bambino che lavora come ferroviere, fin troppo maturo per la sua età, con cui Moraldo si confida), sono presenti già sequenze prettamente felliniane: la suddetta festa di Carnevale, per esempio, fra pagliacci, figure di cartapesta (fra cui Totò ed Eta Beta) e un Sordi clownesco vestito da donna, ma anche il furto della statua dell'angelo o brevi momenti come la corsa dei seminaristi sulla spiaggia o il sacerdote arrampicato sull'albero. Carlo Romano e Lída Baarová sono il proprietario del negozio di articoli religiosi (per il quale Fausto lavora brevemente) e sua moglie. Enrico Viarisio e Paola Borboni sono i genitori di Moraldo e Sandra. Il ruolo dell'anziano e famoso attore omosessuale (Achille Majeroni) era stato pensato per Vittorio De Sica.

12 luglio 2018

Lo sceicco bianco (F. Fellini, 1952)

Lo sceicco bianco
di Federico Fellini – Italia 1952
con Brunella Bovo, Alberto Sordi
***

Visto in divx.

La giovane sposina Wanda (Brunella Bovo), giunta a Roma dalla Sicilia in luna di miele con il marito Ivan Cavalli (Leopoldo Trieste), è una grande appassionata dei fotoromanzi di avventura esotica (allora incredibilmente popolari in Italia), in particolare quelli con protagonista Fernando Rivoli (Alberto Sordi) nei panni dello "Sceicco bianco", al quale scrive lettere di ammirazione e dedica ritratti. Allontanatasi di nascosto dal marito per visitare la redazione del fotoromanzo, finirà col trascorrere l'intera giornata (e nottata!) fuori dall'albergo, sul set della nuova avventura del suo eroe preferito, rimanendone delusa quando scopre che dietro il costume si cela una persona qualunque, anzi un mediocre seduttore da strapazzo. E nel frattempo, Ivan avrà il suo da fare per mantenere nascosta la fuga della moglie (che ne comprometterebbe l'onore) ai parenti con i quali avrebbe dovuto visitare Roma (in programma c'è persino un'udienza papale!). Sceneggiato da Fellini insieme a Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano da un soggetto di Michelangelo Antonioni (che inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo di persona, ma si dichiarò insoddisfatto del trattamento di Fellini e Pinelli; Antonioni aveva già affrontato il tema dei fotoromanzi come "fabbrica di sogni" nel cortometraggio "L'amorosa menzogna"), il film segnò così l'esordio del regista riminese da solo dietro la macchina da presa (in precedenza aveva co-diretto con Alberto Lattuada "Luci del varietà"). Antonioni avrebbe voluto dare alla storia un taglio fortemente satirico, mentre Fellini sceglie di mettere in scena la fascinazione di una ragazza provinciale e ingenua per una vita da sogno, migliore persino della "vita vera", che scoprirà però non esserne altro che una caricatura. Il contrasto fra l'immaginazione e la fantasia (personaggi con abiti esotici, scenari da favola, avventure romantiche) e la realtà prosaica (le periferie romane, il litorale laziale che dovrebbe simulare il deserto africano, i dialetti e le volgarità) contribuisce a dare spessore a una commedia originale e già tipicamente felliniana, non priva di momenti di affettuosa tenerezza oltre che di ironia. Sordi, a tratti, è irresistibile, mai sopra le righe, anche quando fa il verso a Rodolfo Valentino. Il personaggio della prostituta Cabiria, interpretato da Giulietta Masina in una breve scena, sarà espanso da Fellini e diventerà protagonista di un intero film, "Le notti di Cabiria". Ernesto Almirante è il regista del fotoromanzo, Ugo Attanasio è lo zio di Ivan. Musiche di Nino Rota. All'epoca la critica cinematografica stroncò la pellicola, salvo poi rivalutarla negli anni successivi.

23 febbraio 2018

Il delitto di Giovanni Episcopo (A. Lattuada, 1947)

Il delitto di Giovanni Episcopo
di Alberto Lattuada – Italia 1947
con Aldo Fabrizi, Yvonne Sanson
**

Visto in divx.

A cavallo fra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento, l'umile ragioniere e archivista di stato Giovanni Episcopo (Aldo Fabrizi) si lascia circuire dallo spregiudicato avventuriero Giulio Wanzer (Roldano Lupi), truffatore sfrontato e prepotente, che si finge suo amico, lo introduce alla "bella vita" e lo sfrutta economicamente. Quando Wanzer, per sfuggire alla giustizia, è costretto a trasferirsi in Argentina, a Giovanni rimane se non altro Ginevra (Yvonne Sanson), la ragazza che lui gli aveva fatto conoscere. I due si sposano, ma il matrimonio è infelice, visto che Ginevra non si accontenta certo della misera vita da impiegato del marito. Ne nasce comunque un bambino, Ciro (Amedeo Fabrizi, figlio di Aldo anche nella vita reale): e sarà per proteggere lui e la sua famiglia che il timido Giovanni non esiterà a uccidere Wanzer, tornato dopo sette anni in Italia con l'intenzione di riprendersi Ginevra... Da un romanzo "in stile russo" di Gabriele D'Annunzio (sceneggiato da Lattuada insieme allo stesso Fabrizi, a Suso D'Amico e a un giovane Federico Fellini, alla sua prima collaborazione con il regista), un misto fra melodramma e storia d'appendice, reso appena un po' più interessante dagli interpreti e da un contesto non ancora del tutto neorealistico ma che ne sfrutta diverse caratteristiche (ambientazione povera, scenari, bambini). In ogni caso Lattuada dimostra di trovarsi a suo agio come "cantore degli umili". L'intera vicenda è raccontata in flashback e in soggettiva dal protagonista, come se si trattasse della sua confessione. Fra i comprimari si riconosce un giovane Alberto Sordi (con i baffi), ma fra le comparse ci sono anche Silvana Mangano (una delle ballerine) e Gina Lollobrigida (una delle invitate alla festa), entrambe ancora sconosciute e praticamente agli esordi.

20 agosto 2015

Riusciranno i nostri eroi... (Ettore Scola, 1968)

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa?
di Ettore Scola – Italia 1968
con Alberto Sordi, Nino Manfredi
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Per rintracciare il cognato Oreste “Titino” Sabatini (Manfredi), del quale si sono perse le tracce in Angola da oltre un anno, il ricco editore romano Fausto Di Salvio (Sordi), stufo degli eccessi del consumismo e in cerca di una personale libertà, decide di recarsi di persona nel continente nero, accompagnato da un recalcitrante assistente, il ragionier Ubaldo (Bernard Blier). La ricerca sarà lunga e difficile, visto che Titino sembra aver seminato indizi e false piste di ogni tipo, che lo ritraggono in maniera sfuggente e multiforme (di volta in volta camionista, prete, trafficante d'armi o ingegnere edile). E durante il viaggio, com'è ovvio, Di Salvio arriverà a conoscere meglio non solo quel continente che – spinto dai romanzi d'avventura (vedi il titolo fiume della pellicola!) e dalle dispense a puntate da lui pubblicate – immaginava ben diverso, ma anche sé stesso e il suo rapporto con il mondo. Ispirato, in particolare nel finale, da una storia a fumetti di Romano Scarpa (“Topolino e il Pippotarzan”), il film rappresentò il primo grande successo del giovane Scola, che lo sceneggiò insieme alla coppia Age & Scarpelli. I toni scanzonati della commedia all'italiana, comunque diffusamente presenti, si stemperano a tratti su riflessioni più ampie – per quanto non originalissime – sul colonialismo e sul contrasto fra civiltà e natura (per non parlare dei luoghi comuni sugli italiani all'estero). Magnifici comunque gli scenari angolani, integrati con evidenti immagini di repertorio. Inizialmente la parte del protagonista era riservata a Manfredi, mentre Sordi avrebbe dovuto interpretare l'oggetto della ricerca: furono gli stessi attori a suggerire l'inversione dei ruoli. Musiche di Armando Trovajoli. Fra le ispirazioni c'è anche "Cuore di tenebra" di Conrad, citato a un certo punto espressamente da Sordi.

11 settembre 2014

Thrilling (Scola, Polidoro, Lizzani, 1965)

Thrilling
di Ettore Scola, Gian Luigi Polidoro, Carlo Lizzani – Italia 1965
con Nino Manfredi, Walter Chiari, Alberto Sordi
**1/2

Visto in divx.

Film diviso in tre episodi che fondono il giallo con la commedia all'italiana. Ci si diverte, grazie soprattutto ai tre interpreti e ad un tono da fumetto che non si prende mai sul serio e gioca con gli stereotipi del genere. L'episodio migliore mi è parso il primo, ma tutti valgono la visione per un motivo o per l'altro.

"Il vittimista", di Ettore Scola (***), con Nino Manfredi e Alexandra Stewart
Un insegnante di latino (Manfredi) si convince che la sua bella moglie tedesca (Stewart) lo voglia uccidere. Paranoico, cerca in tutti i modi di evitare ogni contatto con la donna: ma alla fine scoprirà che avrebbe fatto meglio a guardarsi le spalle dall'amante tradita. Scola (alla sua seconda regia, anche sceneggiatore insieme a Ruggero Maccari) riempie l'esile storiella di dettagli inquietanti (le bambole parlanti di cui è piena la casa dei due coniugi, evidenti surrogati per i figli che non possono avere) e divertenti (lo psicanalista "ruspante" interpretato da Tino Buazzelli), di scene surreali (Manfredi che porta ad analizzare il minestrone in laboratorio) e allucinanti (le strisce pedonali che si sollevano dal selciato). Il finale, però, giunge un po' telefonato. Nella colonna sonora si ode ripetutamente "Ciao ciao", cover italiana di "Downtown" di Petula Clark.

"Sadik", di Gian Luigi Polidoro (**1/2), con Walter Chiari e Dorian Gray
All'ingegner Bertazzi (Chiari), preoccupato per la sua difficile situazione finanziaria, la moglie Valeria (Gray) – appassionata di fumetti "neri" – propone di travestirsi da Sadik (protagonista di uno di suddetti fumetti) per ravvivare la loro stanca routine matrimoniale. Poco più che uno sketch, l'episodio più breve del film (dura solo una quindicina di minuti) fa ridere per il contrasto fra la goffaggine e la "normalità" del protagonista (a partire dal nome) e la scena criminal-esotica che si ritrova a interpretare.

"L'autostrada del sole", di Carlo Lizzani (**1/2), con Alberto Sordi e Sylva Koscina
Un automobilista indisciplinato (Sordi), inseguendo un altro guidatore con cui ha avuto un alterco in autostrada, finisce a trascorrere la notte in un albergo isolato e gestito da una strana famiglia. Mentre cala la sera, comincia a sospettare che i gestori siano dei maniaci che uccidono i clienti per rapinarli. Costruito anche registicamente come un giallo televisivo, l'episodio punta le sue carte sul contrasto fra la cafonaggine del personaggio di Sordi e l'atmosfera da thriller all'inglese in cui si trova immerso. Peccato per il controfinale posticcio, evidentemente necessario per concludere il film con un tono lieto.

8 giugno 2008

Una vita difficile (Dino Risi, 1961)

Una vita difficile
di Dino Risi – Italia 1961
con Alberto Sordi, Lea Massari
***1/2

Visto in DVD.

Dino Risi era un maestro della commedia all'italiana, ma con questo film dimostra di saper padroneggiare perfettamente anche il cinema drammatico a sfondo sociale, realizzando – con l'aiuto di un fenomenale Alberto Sordi – il ritratto di un uomo “che non cerca la fortuna”, disposto a rinunciare a ogni cosa in nome della coerenza e della fedeltà alle proprie idee. La sua vicenda umana si muove di pari passo con la storia dell'Italia dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni del boom economico, e le diverse scene, spesso ambientate ad anni di distanza l'una dall'altra, attraversano i principali eventi storici e politici del dopoguerra. Dapprima partigiano sul lago di Como (dove incontra la ragazza che diventerà sua moglie), Sordi diventa poi un intransigente giornalista politico in un quotidiano di sinistra e rinuncia a ogni tentazione di ricchezza e di corruzione, preferendo vivere nella miseria, andare in prigione e perdere la moglie piuttosto che tradire i propri ideali: ma quando, dopo l'ennesima sconfitta morale, pur di riconquistare la donna che ha sempre amato accetta di mettersi al servizio di quegli stessi potenti che aveva attaccato e denunciato in passato, l'ennesima umiliazione lo spingerà a rialzare la testa. Fra scene memorabili (su tutte la cena in casa dei nobili monarchici che ha luogo la sera stessa del referendum del 1946), citazioni cinematografiche (Vittorio Gassman, Silvana Mangano e Alessandro Blasetti, nella scena a Cinecittà, compaiono nelle parti di sé stessi), geniali improvvisazioni (la scena in cui Sordi sputa sulle auto di lusso sul lungomare di Viareggio non era nel copione), una colonna sonora ricca di canzonette d'epoca e un misto di ironia e melodramma, con quella comicità amara e malinconica che ha reso grande il cinema italiano, il film descrive con efficacia “una vita difficile” (il titolo è anche quello del romanzo autobiografico che Sordi scrive e che viene rifiutato da tutti gli editori) in un “paese difficile”, attaccando la corruzione e la retorica del potere ma soprattutto l'opportunismo e la mancanza di orgoglio di chi sceglie volontariamente di sottomettervisi.