31 agosto 2020

The new pope (Paolo Sorrentino, 2020)

The New Pope
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia/Spagna/USA 2020
con John Malkovich, Jude Law, Silvio Orlando
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Sequel (in nove episodi) di "The young pope", la serie tv che Sorrentino aveva realizzato nel 2016, in cui il regista prosegue a raccontare le vicende di un Vaticano immaginario e controverso, all'insegna di intrighi e lotte di potere, con un'estetica pop, un ritmo dilatato, vaghi riferimenti all'attualità e ammiccamenti erotici. La chiesa cattolica è sotto assedio, dovendo fronteggiare da un lato gli scandali sessuali del clero e dall'altro l'insorgere del terrorismo islamico. E Lenny Berardo (Jude Law) – ovvero Pio XIII, "il papa giovane" – è caduto in coma, senza che i medici gli diano alcuna possibilità di risvegliarsi, il che non impedisce la nascita di culti che lo idolatrano come un santo. I cardinali decidono allora di eleggere un nuovo pontefice, una figura debole che possa essere manipolata facilmente. La scelta ricade dapprima su Tommaso Viglietti (Marcello Romolo), l'ex confessore già visto nella serie precedente, che sale al trono pontificio con il nome di Francesco II e che, come il santo cui si ispira, predica la rinuncia ai beni materiali e apre il Vaticano ai poveri e agli immigrati, sconvolgendo equilibri millenari e spaventando un po' tutti. Naturalmente avrà vita breve, in tutti i sensi (con evidenti rimandi al caso di Giovanni Paolo I, morto misteriosamente anch'egli a un solo mese dal conclave). Tocca allora a una figura più neutra, il cardinale inglese sir John Brannox (John Malkovich), teorico della "via media" ma anche snob e carismatico, che viene convinto ad abbandonare la ricca tenuta di famiglia per trasferirsi a Roma. Nonostante la personalità eccentrica, Brannox – divenuto papa con il nome di Giovanni Paolo III – si rivela però fragile e con alcune ombre nel suo passato, tanto da essere ricattato dalla "triade malefica" composta dal corrotto cardinale Spalletta (Massimo Ghini), dal ministro dell'economia italiano e dal faccendiere Thomas Altbruck, perverso marito dell'addetta al marketing Sofia Dubois (Cécile de France). I tre riescono anche ad allontanare il segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando), sostituendolo con l'inetto Assente (Maurizio Lombardi). Ma l'inaspettato risveglio di Pio XIII (che dopo essere apparso occasionalmente come fantasma o testimone nei primi sei episodi della serie, negli ultimi tre si riappropria del ruolo di protagonista e persino della sigla di apertura), e i suoi consueti "miracoli", rimetteranno le cose a posto. Più complessa della stagione precedente, ma anche meno focalizzata e con numerose deviazioni narrative (abbastanza superflua, per esempio, l'intera sottotrama di Esther (Ludivine Sagnier) con le sue peripezie da "santa e puttana"), la nuova serie sembra più improvvisata, pur con occasionali ma estemporanei riferimenti alla realtà (la coesistenza di due papi ricorda ovviamente l'attuale situazione con Ratzinger e Bergoglio).

A un Pio XIII sempre più "santo", il cui respiro viene trasmesso in diretta dalla radio 24 ore su 24 e davanti alle cui stanze a Venezia, dove è ricoverato, si radunano fedeli e fanatici che lo venerano (ma "Io non faccio miracoli, io mi trovo semplicemente al centro delle coincidenze", dirà), si contrappone un Giovanni Paolo III ben più umano e fragile, vanitoso, tossicodipendente, con scheletri nell'armadio e traumi familiari alle spalle (la morte del fratello gemello, il "predestinato" al quale si è di fatto sostituito), una gioventù punk e un amore per il cinema e la ribellione che lo porta a voler incontrare nelle udienze papali personaggi del calibro di Marilyn Manson e Sharon Stone (che interpretano sé stessi in brevi ma impagabili sequenze). In fondo non adatto alla vita da pontefice, Brannox lascerà il posto a Belardo per ritornare nella villa di famiglia in compagnia di Sofia, con cui era scattata un'intesa a prima vista (quando lei gli aveva detto, metacinematograficamente: "Lei mi ricorda il mio attore preferito, John Malkovich"). Il cast è ricchissimo, con numerosi personaggi importanti per la trama: alcuni già visti nella serie precedente – come Javier Cámara (il cardinale Gutierrez) – e altri nuovi, come Mark Ivanir (l'enigmatico Bauer), J. David Hinze (l'inquietante Essence), Kika Georgiou (la leader dei seguaci del culto di Pio XIII), Antonio Petrocelli (Don Luigi Cavallo, ambiguo braccio destro di Voiello), Nora von Waldstätten (la combattiva suor Lisette). Silvio Orlando si sdoppia recitando anche la parte del proprio rivale in conclave, Hernandez (identico a lui tranne che per l'assenza di un neo sulla guancia e per la montatura degli occhiali). I temi spaziano ad ampio raggio, contaminando le questioni religiose con quelle politiche, i dilemmi esistenziali con le derive fondamentaliste, riflessioni sull'amore (da molteplici punti di vista) e sulla trascendenza. Molte anche le sottotrame minori, troppe per citarle qui, che rendono forse la serie eccessivamente dispersiva, anche se contribuiscono a un suo certo fascino. Peccato che molto risulti appunto estemporaneo, dando l'impressione che Sorrentino navigasse a vista, seguendo magari il proprio senso estetico e visivo ma senza una direzione narrativa ben precisa. Fra gli ammiccamenti erotici succitati (residui forse del lavoro precedente del regista, quel "Loro" ispirato alla vita di Silvio Berlusconi) spiccano le sequenze di apertura degli episodi 1-6, con le suore di clausura del convento di Santa Teresa (che organizzano uno sciopero per rivendicare i propri diritti) in versione cubiste, che ballano in camicia da notte davanti a una croce al neon. Fotografia di Luca Bigazzi e colonna sonora di Lele Marchitelli, usuali collaboratori di Sorrentino. Il regista ha ventilato la possibilità di una terza serie, per la quale avrebbe "un'idea folle", anche se è difficile immaginare un seguito dopo una conclusione che in un certo senso ha messo tutte le carte a posto.

30 agosto 2020

Manon delle sorgenti (Claude Berri, 1986)

Manon delle sorgenti (Manon des sources)
di Claude Berri – Francia/Italia 1986
con Emmanuelle Béart, Yves Montand, Daniel Auteuil
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Seconda parte del dittico iniziato con "Jean de Florette" e tratto dai romanzi di Marcel Pagnol (nonché dal suo film, omonimo di questo, del 1952). È trascorsa una decina d'anni, durante i quali Ugolin Soubeyran (Auteuil) ha coltivato garofani nella tenuta acquistata dalla vedova di Jean, sfruttando la ricca sorgente d'acqua che era nascosta al suo interno. Suo zio, il vecchio patriarca "Papet" (Montand), giunto in tarda età senza eredi, vorrebbe che il nipote si sposasse per garantire la sopravvivenza della famiglia. E in effetti Ugolin si innamora di... Manon (una giovanissima e luminosa Béart), la figlia di Jean, che vive quasi allo stato selvatico fra le colline, nei pressi della fattoria che era appartenuta al padre, portando al pascolo un gregge di capre e cacciando lepri e uccellini. La ragazza sospetta dell'inganno che Ugolin e lo zio ordirono dieci anni prima, e viene ora a sapere che anche gli altri abitanti del villaggio erano a conoscenza della sorgente. Decide allora di vendicarsi, bloccando in una grotta l'afflusso che alimenta tutte le fontane della regione. Di fronte all'improvvisa mancanza d'acqua, gli abitanti del paese vanno in crisi. E quando nemmeno un ingegnere statale riesce a risolvere il problema, si rivolgono alla religione. Il parroco, nella sua omelia, suggerisce che il prosciugamento delle fontane rappresenti una punizione per il crimine commesso da qualcuno nel villaggio. Ugolin ne è turbato, e quando Manon accusa apertamente i due Soubeyran di aver nascosto la sorgente del padre, confessa tutto, prima di impiccarsi perché si rende conto che la ragazza non ricambierà mai il suo amore. Convinta dagli abitanti del villaggio a prendere parte a una processione "riparatoria", Manon – che nel frattempo si è innamorata del giovane insegnante del paese – accetta, dopo aver disostruito il flusso della corrente che riporta così l'acqua al villaggio. Ma non è finita. Rimasto solo, il vecchio Papet viene a conoscenza di una terribile verità: il gobbo Jean, l'uomo di cui aveva causato la morte, era in realtà suo figlio, nato a sua insaputa da Florette (con cui aveva avuto una fugace relazione) mentre lui era in guerra. Prima di lasciarsi morire, sconvolto dal rimpianto e dai sensi di colpa, intesta tutti i propri beni a quella che ormai è la sua unica discendente, Manon. Come si vede, oltre a fungere da sequel a "Jean de Florette" (portando a compimento le traiettorie di tutti i personaggi, a partire da una Manon protagonista di una vendetta che, nel suo piccolo, ricorda quella di celebri figure della letteratura francese vittime di ingiustizie altrui, da "Il Conte di Montecristo" in poi), questo film ne eleva i temi a proporzioni “mitologiche” e universali: è una vera e propria tragedia greca, con tanto di punizione che il destino riserva a coloro che si sono macchiati di colpe (il riferimento esplicito a Tebe, nella predica del parroco, richiama il mito di Edipo): quanto mai azzeccato, dunque, il tema musicale da "La forza del destino" di Verdi. Altri aspetti mitologici sono legati all'ambientazione agreste e al personaggio di Manon, pastorella in simbiosi con la natura (come in fondo sognava di fare il padre) e "ninfa" che fa il bagno nuda nelle acque delle colline. Colpisce anche l'approfondimento di tutti i personaggi, persino i "cattivi" (Ugolin e Papet), che sono quasi i veri protagonisti e cui non mancano tratti umani ed empatici. Entrambe le pellicole hanno ricevuto un grande consenso da parte della critica (con premi, in particolare, per Auteuil e Béart) e del pubblico.

Jean de Florette (Claude Berri, 1986)

Jean de Florette (id.)
di Claude Berri – Francia/Italia 1986
con Gérard Depardieu, Daniel Auteuil, Yves Montand
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Prima parte di un dittico di pellicole che comprende anche "Manon delle sorgenti": girati di seguito e ambientati a dieci anni di distanza l'uno dall'altro, i due film raccontano in realtà un'unica storia, nelle sue premesse (in questo film) e nelle sue conseguenze (il successivo). Nella Provenza di inizio Novecento, il gobbo Jean Cadoret (Depardieu), contabile di città, eredita dallo zio una fattoria sulle colline, composta da una casa e da un ampio terreno, e vi si trasferisce con la famiglia – la moglie Aimée e la figlioletta Manon – con l'intenzione di vivere in modo naturale, allevando conigli e coltivando zucche. I suoi metodi "scientifici" sono visti con scetticismo dagli agricoltori locali, ma la difficoltà principale è data dalla mancanza di acqua, condizione peggiorata da un'estate particolarmente arida. Nella tenuta si trova in realtà una ricca sorgente, ma Jean lo ignora, anche perché è stata tappata dai suoi vicini Ugolin (Auteuil) e César "Papet" Soubeyran (Montand), ai quali fa gola il terreno e che sperano di constringerlo a venderlo a poco prezzo. Per impedirgli di scoprire l'esistenza della sorgente, inoltre, Ugolin e Papet fanno in modo che Jean venga ostracizzato dagli abitanti del villaggio, poco propensi ad aiutare o semplicemente a interessarsi alle sorti di un "forestiero" che proviene da un paese vicino (Jean, in realtà, è figlio di Florette, una donna che aveva abbandonato il villaggio prima di darlo alla luce). Soltanto Ugolin diventa "amico" di Jean, con lo scopo di scoraggiare l'uomo a proseguire nella sua intenzione di fare l'agricoltore. Sarà tuttavia una tragedia a porre fine all'impresa dell'instancabile Jean, che morirà nel tentativo di scavare un pozzo con la dinamite. Alla sua vedova non resterà che vendere il terreno ai Souberayn, ma la piccola Manon deciderà di rimanere sulle colline... Il valore della terra ma soprattutto dell'acqua come bene più prezioso dell'oro, le fatiche della vita rurale e contadina, le piccole e grandi meschinerie dell'animo umano, la chiusura delle comunità verso chi viene dall'esterno, la crudeltà della natura che si rispecchia nell'avidità dell'uomo sono i temi (peraltro svolti in maniera mai pesante) di un film dall'ambientazione quasi "mitica" e fuori dal tempo. Pur ambientato subito dopo la fine della Grande Guerra, infatti, la vicenda potrebbe svolgersi in ogni periodo e da qualsiasi parte del mondo. E il sequel, con le sue rivelazioni, amplificherà ancora di più la portata della tragedia che si svolge fra le spoglie colline di quest'angolo di terra. Ottime le interpretazioni di tre autentici mostri sacri del cinema francese, da un Montand a fine carriera nel ruolo del patriarca dei Soubeyran, famiglia un tempo ricca e numerosa e ridotta ora sulla via dell'estinzione, ai giovani Auteuil (imbruttito con un naso finto) e Dépardieu (la cui moglie è interpretata dalla sua reale consorte, Élisabeth), e bella e avvolgente la fotografia calda e luminosa di Bruno Nuytten che rende "magiche" le località e i paesaggi in cui si svolge la storia. Il dittico è tratto dal ciclo di romanzi "L'eau des collines" di Marcel Pagnol, il primo regista eletto nell'Académie française, che a sua volta li scrisse dopo la delusione per i tagli imposti dai produttori al suo "Manon des sources", lungometraggio di quattro ore del 1952, al quale Berri rende dunque in qualche modo giustizia. A fare da filo conduttore musicale c'è il tema de "La forza del destino" di Giuseppe Verdi: per ora un semplice motivetto intonato da Jean con l'armonica e ripreso dalla figlia, ma in seguito un segno premonitore e impressionante dell'ineluttabilità dal dato.

29 agosto 2020

La sirena (Vasili Goncharov, 1910)

La sirena (Rusalka)
di Vasili Goncharov – Russia 1910
con Andrej Gromov, Aleksandra Goncharova
**

Visto su YouTube.

Abbandonata dal principe che l'aveva sedotta, la figlia di un mugnaio si annega per disperazione nelle acque del fiume Dnepr. Il suo fantasma appare al principe, unico che può vederlo, durante la festa del suo matrimonio con una nobildonna. Otto anni più tardi, il nobile si ritrova a vagare presso le sponde del fiume, richiamato da un gruppo di rusalki (ninfe delle acque). Qui incontra il vecchio mugnaio, ormai impazzito, e scopre che la sua amata di un tempo è morta. Attirato da una delle ninfe, viene trascinato sul fondo del fiume. Dal poema incompiuto di Puškin che aveva ispirato anche l'opera lirica "Rusalka" di Aleksandr Dargomyžskij (da non confondere con quella omonima di Dvořák), un cortometraggio costruito in più tableaux e debitore con tutta evidenza alla coeva cinematografia francese. Il quadro finale, quello ambientato sul fondo del Dnepr, ricorda in particolare le pellicole "fantastiche" e sottomarine di Georges Méliès. Statico e semplice nella messa in scena, ma con un particolare fascino che il tema fiabesco non fa che amplificare. La protagonista è interpretata da Aleksandra Goncharova, figlia del regista, che appariva di frequente nei suoi lavori, come d'altronde Andrej Gromov (il principe) e Vasili Stepanov (il mugnaio).

Mazeppa (Vasili Goncharov, 1909)

Mazeppa (Mazepa)
di Vasili Goncharov – Russia 1909
con Andrej Gromov, Vasili Stepanov
**

Visto su YouTube.

Nell’Ucraina all'inizio del diciottesimo secolo, il comandante cosacco Ivan Mazeppa (Gromov) si innamora di Maria (Raisa Reizen), figlia del nobile Vasili Kochubei (Stepanov). Ma questi si oppone al loro matrimonio perché l'uomo è il padrino della ragazza, oltre ad essere molto più vecchio di lei. I due fuggono allora insieme. Quando il padre cerca di denunciare l'accaduto allo zar, Mazeppa (che nel frattempo ha deciso di schierarsi dalla parte dei ribelli che si battono contro Pietro il grande) lo fa arrestare e condannare a morte. Maria e la madre (Antonina Pozharskaya) giungeranno al patibolo troppo tardi, quando Kochubei è già stato giustiziato. Tratto dal poema "Poltava" di Aleksandr Puškin (scritto in "risposta" al poema di Lord Byron che per primo aveva celebrato Mazeppa come eroe romantico: in realtà il personaggio – pur avendo ispirato testi, dipinti e opere ad artisti del calibro di Voltaire, Hugo, Słowacki, Géricault, Liszt e Ciajkovskij – è una figura tuttora controversa, vista in Russia come traditore e in Ucraina come indipendentista), il cortometraggio ne adatta soltanto però la sottotrama legata a Maria, lasciando da parte il contesto politico che culmina nella battaglia fra lo zar e il re di Svezia. Fra i primi esempi di cinema russo, il film presenta una messa in scena semplice ma efficace, con una certa cura nella composizione dei personaggi e degli ambienti che non va a scapito della continuità narrativa. Nella copia esistente non ci sono cartelli esplicativi: ma forse non sono stati conservati, perché sarebbero stati utili per comprendere meglio la vicenda. Vasili Goncharov, attivo fra il 1908 e il 1914 (morì nel 1915), fu uno dei primi registi dell'Impero Russo: raggiungerà la fama con il primo lungometraggio girato nel suo paese, "La difesa di Sebastopoli" del 1911, dove sperimenterà inedite soluzioni tecniche.

28 agosto 2020

Atto di forza (Paul Verhoeven, 1990)

Atto di forza (Total Recall)
di Paul Verhoeven – USA 1990
con Arnold Schwarzenegger, Rachel Ticotin
**1/2

Rivisto in TV.

Operaio in un’industria di costruzioni e sposato con un’avvenente bionda (Sharon Stone), Douglas Quaid (Schwarzy) ha ricorrenti incubi notturni in cui sogna di essere un agente segreto su Marte. Quando si rivolgerà alla Rekall, un’agenzia di viaggi virtuali specializzata in innesti di memorie fasulle, scoprirà che proprio quella era la sua vita reale, e che il ricordo dell’esistenza quotidiana sulla Terra (con tanto di finta moglie) gli è stato impiantato artificialmente per scopi misteriosi… Da un racconto di Philip K. Dick (“Ricordiamo per voi”), da cui prende però solo lo spunto e modifica gli sviluppi e il finale, un action movie fantascientifico che unisce ottime trovate (su tutte il tema dei ricordi virtuali, che lascia sospettare a più riprese che anche quello che vediamo sullo schermo sia solo frutto dell’immaginazione del protagonista: la pellicola si chiude addirittura con Douglas che si domanda: “E se fosse stato tutto un sogno?”) a scene d’azione non particolarmente innovative o memorabili, soprattutto quando la storia si trasferisce su Marte. Ed è un vero peccato che una Sharon Stone così cattiva, bellissima e supersexy, esca di scena dopo poco più di una ventina di minuti: farà ancora una comparsata più avanti, ma non c’è proprio confronto fra lei e la co-protagonista Rachel Ticotin. I cattivi sono Ronny Cox, Michael Ironside e Mel Johnson Jr. Niente di speciale le scenografie (gli ambienti su Marte, i costumi e i veicoli sembrano provenire da un film degli anni settanta), bene invece il trucco e gli effetti visivi (di Rob Bottin, premiato con l’Oscar): oltre ai vari “mutanti” e mostriciattoli vari (come Kuato, il capo della ribellione contro il governatore marziano), è rimasto iconico il travestimento da “signora grassa” di Schwarzy al suo sbarco sul pianeta rosso. Al netto della veste fantascientifica, il soggetto è praticamente hitchcockiano, con un “uomo qualunque” (perché è questo che Douglas è, senza le memorie del suo autentico alter ego Hauser) in fuga e invischiato in un intrigo internazionale (anzi, interplanetario!) di cui non conosce i dettagli. E se all’inizio alcune cose ci sembrano strane (perché i cattivi lo vogliono vivo?), tutto poi tornerà, grazie anche a qualche colpo di scena non proprio prevedibile. Nel complesso il mix fra futuro (con ologrammi e schermi giganti), trip mentali e filosofici (tipici di Dick) e l’estrema violenza del cinema di Verhoeven (in abbinamento con i muscoli di Schwarzy, vero e proprio “Maciste nello spazio”) funziona. I produttori giocarono con l’idea di farne un sequel (ispirandosi a un altro racconto di Dick, “Rapporto di minoranza”), prima di rinunciare e lasciare tale racconto a Spielberg (che nel 2002 vi trarrà “Minority report”). Un remake nel 2012.

27 agosto 2020

Prigionieri dell'oceano (A. Hitchcock, 1944)

Prigionieri dell'oceano (Lifeboat)
di Alfred Hitchcock – USA 1944
con Tallulah Bankhead, Walter Slezak
***

Visto in divx.

A bordo di una scialuppa di salvataggio malmessa, alla deriva nel bel mezzo dell'Oceano Atlantico, ci sono nove sopravvissuti all'affondamento di una nave americana che da New York era diretta a Londra, colpita dal siluro di un sommergibile tedesco. Non hanno bussola né radio, e solo poca acqua e cibo. Fra i nove c'è anche il capitano del sommergibile nazista (anch'esso colato a picco), che gli altri naufraghi hanno salvato e, dopo un'accesa discussione, hanno deciso di accogliere fra loro. Ma pur essendo in teoria un prigioniero, approfittando della loro fame, della sete e della disperazione, riuscirà pian piano a manipolarli a proprio piacimento... Da un romanzo di John Steinbeck, un piccolo capolavoro di Hitchcock nonché uno dei suoi primi film a essere ambientato interamente in un luogo ristretto (come, in seguito, saranno "Nodo alla gola", "Il delitto perfetto" e "La finestra sul cortile"): in questo caso la scialuppa in balìa delle onde dell'oceano, che la macchina da presa riprende sempre dall'interno, come se ci trovassimo anche noi in compagnia dei passeggeri (non c'è una sola inquadratura dal di fuori dello scafo!), in uno stato di perenne confusione e ondeggiamento che contribuisce alla sensazione di essere perduti e alla deriva. Costruito su un impianto corale, che mostra le personalità dei vari occupanti della barca cozzare le une contro le altre (corrispondono infatti a diverse classi sociali, etnie, convinzioni politiche, personalità psicologiche: abbiamo uomini e donne, militari e civili, ricchi e poveri, egoisti e solidali), il lungometraggio generò polemiche e controversie alla sua uscita (in piena seconda guerra mondiale) perchè rappresenta il tedesco Willi (interpretato da un grande Walter Slezak) come "superiore" in tutto e per tutto ad americani e britannici. Pur essendo da solo contro otto, è infatti furbo, calcolatore, più forte fisicamente e capace di resistere alle avversità. Hitchcock e lo sceneggiatore Jo Swerling spiegarono che la loro intenzione era proprio quella di mettere in guardia gli alleati: se il nemico è così organizzato, efficiente e subdolo, per sconfiggerlo è necessario rimanere uniti, mettendo da parte i dissidi, le differenze o le antipatie reciproche. Il cast corale comprende Tallulah Bankhead (la giornalista snob Connie Porter), Henry Hull (l'industriale armaiolo e conservatore Charles "Ritt" Rittenhouse Jr.), John Hodiak (il macchinista comunista John Kovac), William Bendix (il timoniere Gus Smith, con la gamba ferita nell'esplosione), Hume Cronyn (il marconista Stanley Garrett), Mary Anderson (l'infermiera Alice MacKenzie), Canada Lee (il cameriere di colore Joe Spencer). Memorabile in particolare Connie, che man mano che la storia procede perde in mare tutte le cose materiali che le sono care (la macchina fotografica, quella per scrivere, la pelliccia, il braccialetto di diamanti). Ma in generale, tutti i personaggi perdono qualcosa: chi un figlio, chi la gamba, chi le proprie certezze, e tutti l'orientamento. Più attiva a teatro che al cinema, la Bankhead non recitava in un film di finzione da oltre dieci anni. Quanto a sir Alfred, non potendo apparire in uno dei suoi consueti cameo, sceglie di figurare in una delle foto sul giornale che si trova a bordo della barca (nella pubblicità di una cura dimagrante!). Da notare l'assenza di una tradizionale colonna sonora extradiegetica: a parte il rumore delle onde e del mare, gli unici brani musicali presenti sono quelli suonati o cantati dagli stessi personaggi a bordo della scialuppa. Curiosità: esiste un remake fantascientifico, "Lifepod", del 1993.

26 agosto 2020

I cavalieri dalle lunghe ombre (W. Hill, 1980)

I cavalieri dalle lunghe ombre (The Long Riders)
di Walter Hill – USA 1980
con James Keach, David Carradine
***

Visto in TV.

Negli anni successivi alla guerra civile, in un Missouri che cova ancora rancore verso i vincitori yankee, la banda guidata dai fratelli Jesse e Frank James rapina banche, treni e diligenze. Sono rispettati e protetti dalla loro stessa comunità, ma gli uomini dell'agenzia Pinkerton sono sulle loro tracce: e dopo una sanguinosa imboscata, i membri sopravvissuti decidono di separarsi... Forse il miglior film su Jesse James, personaggio che al cinema (insieme alla sua banda) è stato portato innumerevoli volte (da "Jess il bandito" di Henry King, con il suo sequel di Fritz Lang, al recente "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" di Andrew Dominik). I toni sono al contempo epici, avventurosi, intimi e quotidiani, e la fedeltà storica (che sconfina nel mito) non manca, compresi i dettagli dell'assassinio a tradimento di Jesse. Ma a rendere particolare questa versione è un'insolita caratteristica: tutti i gruppi di fratelli che compaiono nella storia sono interpretati da fratelli anche nella vita reale. E così Stacy e James Keach impersonano Frank e Jesse James; David, Keith e Robert Carradine sono i fratelli Younger (rispettivamente Cole, Jim e Bob); Dennis e Randy Quaid sono i fratelli Miller (Ed e Clell); Christopher e Nicholas Guest sono i fratelli Ford (Charlie e Robert). Il tutto contribuisce a donare alla pellicola un'atmosfera "familiare" e idilliaca, che rende al meglio i momenti di quiete fra un colpo e l'altro della banda, i battibecchi fra i personaggi, l'amicizia, gli innamoramenti e le tentazioni di una vita più tranquilla. In effetti l'idea di realizzare il film fu proprio dei fratelli Keach, che scrissero la sceneggiatura a partire da un testo teatrale dello stesso James, coinvolgendo poi i Carradine e i Quaid, e infine individuando in Walter Hill il regista più adatto (dopo che George Roy Hill aveva rifiutato). La regia è sempre in controllo della materia, alternando scene dal ritmo compassato ad altre più energiche e violente: l'intera sequenza della rapina a Northfield, in particolare, con il suo montaggio frammentato, ricorda il cinema di Sam Peckinpah, mentre l'impianto corale della pellicola e la struttura narrativa "libera" sono quasi altmaniane. Il cast è molto ampio, al punto che è difficile considerare Jesse James il protagonista del film. James Whitmore Jr. è Rixley, l'agente della Pinkerton, Pamela Reed è la prostituta Belle Starr. Ruoli anche per Harry Carey Jr., James Remar, Kevin Brophy e Felice Orlandi. Bella la colonna sonora di Ry Cooder, alla prima di molte collaborazioni con Hill.

25 agosto 2020

Tolkien (Dome Karukoski, 2019)

Tolkien (id.)
di Dome Karukoski – USA 2019
con Nicholas Hoult, Lily Collins
*1/2

Visto in TV.

Pellicola biografica su J.R.R. Tolkien, l'autore de "Il Signore degli Anelli": ma il film si concentra sui suoi primi anni di vita, quelli formativi e dell'adolescenza, interrompendosi dunque prima che iniziasse a scrivere i romanzi che lo hanno reso celebre, ovvero "Lo Hobbit" e la trilogia dell'anello. Si comincia nel 1902, quando il futuro scrittore, all'età di dieci anni, si trasferisce con la madre e il fratello Hilary dall'idilliaco villaggio di Sarehole (che ispirerà la Contea) alla moderna città di Birmingham. Qui, dopo la morte della madre, il giovane J.R.R. viene affidato a un prete cattolico, padre Francis Morgan (Colm Meaney), e si innamora di Edith Bratt (Lily Collins), che diventerà sua moglie (e gli farà capire che "una parola senza significato è solo un suono"). Nel frattempo comincerà a inventare da solo lingue e leggende, farà amicizia con un gruppo di studenti della King Edward's School di Birmingham, con i quali formerà un club artistico, culturale e letterario (il TCBS, Tea Club and Barrovian Society) e con cui rimarrà in contatto anche dopo il trasferimento all'Università di Oxford dove si dedicherà alla sua vera passione, le lingue antiche. A fare da cornice al tutto c'è la scioccante esperienza della Grande Guerra (Tolkien combatté nella Battaglia delle Somme), fra trincee, terra bruciata e morti, che ispirerà gli scenari di Mordor (ad accompagnarlo c'è anche un Sam). Nonostante la buona confezione (è il primo film in lingua inglese del regista finlandese Dome Karukoski) e una complessiva fedeltà agli eventi storici e biografici, il lungometraggio manca purtroppo di mordente e di profondità, preferendo appoggiarsi sulle solite banalità su amore e amicizia anziché approfondire temi più peculiari come il rapporto fra il quotidiano e il fantastico, la religione, la mitopoiesi e il significato mitologico delle creazioni letterarie. Insomma, come tante biografie sceglie di "normalizzare" il personaggio per mostrarne i lati più comuni anziché esaltarne le caratteristiche uniche. Forse il problema è che la vita dello scrittore non era così interessante da farci un film, che dunque può risultare appetibile giusto per i fan della Terra di Mezzo (io stesso in passato ho letto svariate sue biografie). O al limite era meglio dedicare la pellicola al periodo successivo della vita di Tolkien, quello appunto dei grandi romanzi e della frequentazione con gli Inklings, probabilmente più stimolante e meno stereotipato. Lo stesso Tolkien, fra parentesi, era convinto che "investigare sulla biografia di un autore sia un modo inutile e sbagliato di accostarsi alle sue opere". Non del tutto convincente Hoult nel ruolo del protagonista. Nel cast anche Harry Gilby (Tolkien da bambino) e Derek Jacobi (il professor Wright).

24 agosto 2020

Amore e guerra (Woody Allen, 1975)

Amore e guerra (Love and Death)
di Woody Allen – USA 1975
con Woody Allen, Diane Keaton
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

All'inizio dell'Ottocento, quando la Russia è invasa dall'esercito napoleonico, il pavido, ateo e pacifista Boris Grushenko (Allen) è costretto ad arruolarsi insieme ai suoi fratelli per combattere le forze nemiche. Diventato un eroe e tornato a Mosca, dopo aver battuto a duello un aristocratico, si sposa con la cugina Sonja (Keaton), da lui sempre amata. Insieme, i due cercheranno di uccidere Napoleone... Parodia di "Guerra e pace" di Tolstoj, che strizza però l'occhio anche a Dostoevskij (in una scena si menzionano praticamente tutti i titoli dei suoi romanzi) e al cinema di Ingmar Bergman (di cui cita dialoghi da vari film, scene da "Persona" e l'incontro con la Morte da "Il settimo sigillo") e di Eisenstein ("La corazzata Potëmkin" nella scena con i leoni e in quella della battaglia). Rispetto alle pellicole precedenti, Allen inizia ad abbandonare la comicità slapstick e fisica (presente ancora in un pugno di scene) per spostarsi su quella puramente verbale, fra battute nonsense, gag irriverenti e dialoghi verbosamente assurdi (come la presa in giro delle discussioni filosofiche). In effetti il film può essere considerato un punto di transizione fra i primi lavori e quelli che caratterizzeranno i decenni successivi. Colmo di paradossi e non sequitur, fu girato in Francia e Ungheria: ma l'esperienza si rivelò talmente problematica che il regista non realizzò più un film fuori dagli Stati Uniti nei successivi vent'anni (fino a "Tutti dicono I Love You" nel 1996). Fra le battute più divertenti: "Domattina alle sei verrò giustiziato per un crimine che non ho commesso. Dovevo essere giustiziato alle cinque ma ho un avvocato in gamba"; "D'ora in poi pulirai la mensa e le latrine! - "Signorsì, da che vedo la differenza?"; "Mi dicono matto... però un giorno, quando sarà scritta la storia della Francia, tra queste pagine non mancherà il mio nome: Pinco Pallino". James Tolkan è Napoleone (nonché il suo sosia), Olga Georges-Picot è la contessa. Nella colonna sonora si sentono brani di Prokofiev. Orso d'argento a Berlino.

23 agosto 2020

Il dormiglione (Woody Allen, 1973)

Il dormiglione (Sleeper)
di Woody Allen – USA 1973
con Woody Allen, Diane Keaton
**1/2

Visto in divx.

Ibernato in seguito a un'operazione chirurgica di routine, il clarinettista Miles Monroe (Woody Allen) si risveglia duecento anni più tardi in un mondo distopico e automatizzato. Si unirà alla resistenza che lotta per abbattere il leader del governo autoritario, ma per sfuggire alla polizia politica dovrà travestirsi da robot domestico, finendo così per coinvolgere la svampita e nevrotica poetessa Luna (Diane Keaton), al cui servizio è stato destinato. Ispirato a "Il risveglio del dormiente" di H.G. Wells (ma anche a pellicole come "Arancia meccanica" e "L'uomo che fuggì dal futuro"), un film che mette l'umorismo slapstick del primo Allen al servizio di un tipico scenario della fantascienza sociologica e distopica: un abbinamento quanto mai indovinato, anche perché riecheggia numerosi classici del cinema muto (come sottolinea anche l'accompagnamento musicale), non ultime le comiche di Chaplin e di Keaton. Certo, gli effetti speciali sono limitatissimi (per le scenografie si usano in gran parte paesaggi e costruzioni già esistenti), ma l'ambientazione non è un semplice espediente a scopo parodistico per far ridere: siamo di fronte a un film di SF con tutte le carte in regola, per quanto comico e surreale, dove le gag sono dirette contro la società moderna (le manie salutiste, il sesso, la psicanalisi, come al solito) ma concorrono anche a costruire un mondo futuro coerente e credibile, per quanto assurdo e paradossale (dove si fa l'amore soltanto per mezzo di macchine, si coltivano verdure giganti, si possiedono cani robot, si clonano le persone a partire dal solo naso), anticipando se possibile "Idiocracy". Per Diane Keaton, che aveva già recitato con Allen in "Provaci ancora, Sam" (a teatro e poi nella versione cinematografica di Herbert Ross), si tratta della prima apparizione in un film diretto dal regista newyorkese, con cui forma una coppia comica perfetta e al quale rimarrà legata romanticamente e professionalmente per una decina d'anni. Curiosità: il paginone di "Playboy" che a Miles viene chiesto di analizzare è quello del novembre 1972 con la modella Lenna Sjööblom, la "first lady di internet".

22 agosto 2020

Girl (Lukas Dhont, 2018)

Girl (id.)
di Lukas Dhont – Belgio/Olanda 2018
con Victor Polster, Arieh Worthalter
***

Visto in TV, con Sabrina.

Lara (Polster), ragazza transgender di quindici anni, si trova in un momento di forti cambiamenti: si è appena trasferita in una nuova città e una nuova scuola, sta per iniziare la terapia ormonale in vista dell'operazione per cambiare sesso, e si è iscritta a una prestigiosa scuola di danza classica. Ma tante novità tutte insieme, per di più in una fase delicata dell'adolescenza (quella in cui comincia a interessarsi ai ragazzi), caratterizzata di per sé da crisi, incertezze e ansia nei confronti del proprio corpo, rischiano di rivelarsi eccessive. Anche perché il grande impegno fisico che le lezioni di danza richiedono vanno di pari passo con lo stress psicologico legato alla sua condizione. Grande realismo psicologico per un'opera prima (che segna l'esordio tanto del regista quanto dell'interprete) che racconta il vissuto intimo di una ragazza impaziente di fronte ai maggiori cambiamenti della sua vita. Lontano dagli stereotipi, il film scava nelle emozioni della protagonista, ne mostra le paure, l'impazienza di vedere il proprio corpo cambiare e adeguarsi all'immagine che ha di sé, il desiderio di tenere a freno le emozioni per non aprirsi troppo a un mondo che percepisce come ostile (vedi le piccole umiliazioni nel rapporto con le compagne) e le difficoltà di parlare apertamente dei propri problemi e di confidarsi con qualcuno, persino con un padre (Worthalter) di cui ha il pieno sostegno (la madre è assente, forse morta: e chissà che la mancanza di una figura femminile di riferimento non abbia il suo peso). Lo stile è sobrio, diretto, minimalista ma comunque denso e intenso, e l'argomento è trattato con cura e sensibilità. Il progetto era nato come documentario (per raccontare la storia della ballerina Nora Monsecour), prima che Dhont decidesse di trasformarlo in un film di finzione, scrivendone la sceneggiatura insieme ad Angelo Tijssens, con Monsecour come consulente. Premio a Cannes per la miglior opera prima.

21 agosto 2020

Microbo & Gasolina (M. Gondry, 2015)

Microbo & Gasolina (Microbe et Gasoil)
di Michel Gondry – Francia 2015
con Ange Dargent, Théophile Baquet
**

Visto in TV, con Sabrina.

L'introverso Daniel, detto "Microbo" per la stazza minuta o "Schizzorock" per la sua indole artistica, e l'eccentrico nuovo compagno di classe Théo, ribattezzato "Gasolina" perché traffica sempre con motori e benzina, vengono emarginati a scuola perché troppo "diversi" dagli altri alunni. All'inizio dell'estate, per inseguire i propri sogni e la voglia di libertà e indipendenza, si costruiscono – mettendo insieme rottami di vario genere – un mezzo di trasporto tutto loro (una casetta di legno su cui hanno montato il motore di una falciatrice) per andarsene in giro da soli per le strade della Francia. Sarà un'occasione di crescita e di maturazione, alla scoperta del mondo e di sé stessi, fra avventure e disavventure di vario tipo. Sceneggiato e diretto dal regista di "Se mi lasci ti cancello", al secondo film in patria dopo "Mood indigo", una storia che affronta temi interessanti ma non molto originali (le insicurezze, la sessualità, l'amicizia, il rapporto con i genitori e gli adulti, la ribellione, l'anticonformismo, e tutto ciò che caratterizza il delicato passaggio dall'infanzia all'adolescenza) anche se è da apprezzare la cura nella descrizione dei personaggi e il mix di realismo e fantasia. Peccato che il ritmo con cui si svolga la vicenda sia un po' troppo compassato. Bravi i due giovani attori. Nel cast c'è anche Audrey Tautou nel ruolo della madre depressa di Daniel. Michel Gondry aveva già raccontato l'inizio dell'adolescenza nel suo ultimo film americano "The We and the I", passato – come questo – piuttosto inosservato.

20 agosto 2020

Chicago (Rob Marshall, 2002)

Chicago (id.)
di Rob Marshall – USA 2002
con Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones
**1/2

Rivisto in TV.

Nella Chicago degli anni venti, la ballerina di fila Roxie Hart (Renée Zellweger) e la soubrette di vaudeville Velma Kelly (Catherine Zeta-Jones), entrambe in prigione per omicidio e in attesa di processo, diventano rivali anche dietro le sbarre pur di calamitare l'attenzione dell'avvocato Billy Flynn (Richard Gere) e i riflettori dei media sui rispettivi casi. Dall'omonimo spettacolo di Broadway del 1975, ispirato peraltro a una commedia teatrale del 1926 che si rifaceva a una storia vera e che era già stata portata due volte sullo schermo ("Chicago" nel 1927 e "Roxie Hart" nel 1942, quest'ultimo con Ginger Rogers), un musical che fonde cinismo, satira e leggerezza per parlare di fama e celebrità (che, come sempre, sono quanto mai volatili). Con l'eccezione forse di Amos (John C. Reilly), il marito di Roxie, tutti i personaggi mentono o simulano per il proprio tornaconto, a cominciare da Billy, avvocato manipolatore che gioca con le persone e... le prove in tribunale. In un mondo in cui ogni cosa, dal giornalismo ai processi, è uno spettacolo ("È tutto un circo", dice Billy a Roxie), recitare una parte sembra l'unico modo per restare a galla, anche se per poco, prima che giunga una nuova diva ad eclissare la precedente. Alla prima regia cinematografica, Marshall punta a sottolineare questo aspetto in ogni modo, forse esagerando col montaggio e perdendo un po' la presa sulla materia trattata: ecco dunque che i numeri cantati, eseguiti su un palco immaginario a mo' di cabaret, scorrono in parallelo all'azione filmata, alternandosi a essa come per punteggiarla con i loro commenti. E anche la fotografia appare definita e luminosa come se i personaggi fossero sempre sotto le luci di un teatro. Fra i punti deboli, purtroppo, ci sono proprio le canzoni, tutt'altro che memorabili (se si eccettua la prima, la celebre "All that jazz"), che rallentano la storia anziché portarla avanti. Belle, invece, le coreografie (per esempio quella della conferenza stampa, con i giornalisti come burattini e l'avvocato come ventriloquo). Nel cast anche Queen Latifah ("Mama", la detenuta intrallazzona), Lucy Liu (un'altra donna assassina), Colm Feore (il procuratore) e Christine Baranski (la giornalista). Esagerato il successo di critica (ben 12 nomination agli Oscar e 6 statuette vinte, compresa quella per il miglior film), ma d'altronde eravamo in un periodo di revival del musical (l'anno precedente era uscito "Moulin rouge!") e cominciava ad affiorare quella nostalgia ossessiva per il cinema del passato che caratterizzerà i decenni successivi.

19 agosto 2020

Quel che resta del giorno (J. Ivory, 1993)

Quel che resta del giorno (The remains of the day)
di James Ivory – GB/USA 1993
con Anthony Hopkins, Emma Thompson
***

Visto in TV, con Sabrina.

James Stevens (Anthony Hopkins) è il maggiordomo capo nella grande casa di Lord Darlington (James Fox), dove svolge il proprio compito con impeccabile professionalità, gestendo i numerosi domestici al suo servizio e rimanendo sempre fedele al padrone anche nei difficili anni che precedono la seconda guerra mondiale, quando il duca, convinto pacifista, organizza ritrovi e conferenze con politici e diplomatici simpatizzanti per la Germania nella speranza di concludere un accordo di pace con il Terzo Reich. A conflitto concluso, naturalmente, sarà considerato dall'opinione pubblica un traditore o addirittura un nazista. Ma anche in mezzo ai grandi eventi storici e di fronte ai fatti e alle tragedie della vita, Stevens si limita a eseguire i propri compiti con britannica imperturbabilità e non lascia mai trapelare le proprie emozioni, non interrompendo il lavoro nemmeno di fronte alla morte del padre (Peter Vaughan), e non contrariando mai il padrone nemmeno quando questi si lascia brevemente contagiare dagli atteggiamenti più spregevoli dei suoi alleati, come l'antisemitismo. L'unica persona che in qualche modo pare riuscire a scalfire la sua corazza di formalità è la giovane governante Sally Kenton (Emma Thompson), che con schiettezza e sensibilità lo metterà di fronte alla sua coscienza. I due, tuttavia, non si confesseranno mai l'amore reciproco. L'intera storia è incorniciata da un segmento ambientato nel dopoguerra, quando la casa, dopo la morte di Lord Darlington, è stata acquistata dall'americano Jack Lewis (Christopher Reeve), che ha mantenuto al proprio servizio Stevens, e quando questi si reca a incontrare nuovamente Sally, nella speranza di convincerla a tornare a lavorare con lui. Dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro, un'elegante pellicola che illustra al contempo un delicato momento della storia europea (il dibattito in Gran Bretagna sull'entrata in guerra o meno, che caratterizzò lo scontro di vedute fra Chamberlain e Churchill) e un raffinato ritratto psicologico di un uomo talmente dedito alla propria professione da sopprimere completamente i propri sentimenti, le emozioni e la ricerca della propria felicità. Stevens si trincea dietro l'eccesso di formalità, non manifesta praticamente mai contrarietà o riprovazione, non esprime mai una propria opinione fino a quando non sarà troppo tardi, ovvero giunto alla sera della vita, quando i lampioni si accendono per illuminare "quel che resta del giorno" e non rimane che tracciare un malinconico bilancio della propria esistenza. In lui, tuttavia, non c'è ipocrisia ma sincerità: se negli anni cinquanta è tentato di disconoscere il precedente padrone, negando di aver mai lavorato per lui, alla fine rivendica i lunghi anni trascorsi al servizio di un uomo che ha sì sbagliato, ma non certo per cattive intenzioni. Le questioni personali e intime si intrecciano a quelle politiche e internazionali in maniera perfetta, grazie alla solida regia di Ivory (coadiuvato come sempre dal produttore Ismail Merchant e dalla sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala) e a un cast di prim'ordine, che comprende anche Hugh Grant, Michael Lonsdale, Ben Chaplin e Lena Headey. Mike Nichols, che avrebbe dovuto inizialmente dirigere la pellicola (su sceneggiatura di Harold Pinter, di cui permangono i dialoghi in alcune scene), figura come co-produttore. Otto nomination ai premi Oscar (comprese quelle per il miglior film, la regia, la sceneggiatura e i due attori), ma nessuna statuetta vinta.

18 agosto 2020

Arizona junior (Joel Coen, 1987)

Arizona Junior (Raising Arizona)
di Joel Coen [ed Ethan Coen] – USA 1987
con Nicolas Cage, Holly Hunter
*1/2

Rivisto in TV.

Lo scapestrato rapinatore di supermercati H.I. McDunnough (Cage) e la giovane poliziotta Edwina detta "Ed" (Hunter), appena sposati, scoprono che non possono avere figli. Decidono così di rapire uno dei cinque neonati gemelli del ricco commerciante di mobili Nathan Arizona (Trey Wilson). Ma il bambino, per il cui ritrovamento il padre ha offerto una ricca ricompensa, fa gola anche a Glen (Sam McMurray), il subdolo boss di H.I.; ai due gangster Gale e Evelle (John Goodman e William Forsythe), appena evasi di galera; e al cacciatore di taglie Leonard Smalls (il pugile Randall "Tex" Cobb), "centauro solitario dell'Apocalisse", sorta di Mad Max che gira a bordo della sua rombante Harley-Davidson. Buoni i primi dieci minuti, fino ai titoli di testa: il resto è all'insegna dell'improvvisazione, di personaggi stupidi, di toni incoerenti che passano dal comico al (melo)drammatico, di temi profondi trattati come una farsa, di un'ambientazione derivativa, di fumettosità irriverente. Dopo il (relativo) buon esordio con "Blood simple - Sangue facile", il secondo film dei fratelli Coen è la prima stupidaggine delle tante stupidaggini di una filmografia stupida e post-moderna. Piccolo ruolo per Frances McDormand nei panni della moglie di Glen.

17 agosto 2020

La morte ti fa bella (R. Zemeckis, 1992)

La morte ti fa bella (Death becomes her)
di Robert Zemeckis – USA 1992
con Meryl Streep, Bruce Willis, Goldie Hawn
**1/2

Rivisto in divx.

L'attrice Madeline Ashton (Meryl Streep) e la scrittrice Helen Sharp (Goldie Hawn), pur conoscendosi fin dall'infanzia, sono acerrime rivali sotto ogni aspetto. Helen, in particolare, detesta Madeline perché le ha rubato il fidanzato Ernest (Bruce Willis), un apprezzato chirurgo estetico che, dopo aver sposato la donna, è diventato un alcolizzato. Dal canto suo Madeline è ossessionata dalla bellezza perduta e dalla gioventù. Una pozione magica, fornita alle due donne dalla strega Lisle Von Rhoman (Isabella Rossellini), dona loro quello che desiderano più di tutto: una nuova giovinezza, accompagnata dalla vita eterna. Peccato che ciò vada preso alla lettera: non possono morire, per quanti danni facciano al loro corpo. E il conteso Ernest diventa ancora più prezioso, viste le sue abilità nel ritoccare il loro aspetto, "aggiustandole" e riverniciandole come se fossero due manichini. Black comedy dai toni grotteschi, la pellicola fece furore alla sua uscita per i rivoluzionari effetti digitali (ad opera della Industrial Light & Magic) che permettevano di mostrare la Streep con il collo torto e la Hawn con un buco nello stomaco. Si trattava della prima applicazione, almeno a questi livelli, di immagini generate al computer e integrate poi nel materiale filmato, riproducendo in maniera realistica particolari del corpo e della pelle degli attori ("Terminator 2", in precedenza, aveva dato "vita" soltanto a personaggi robotici o di metallo liquido). A livello di contenuti la storia è ironica e intrigante, anche se la satira dell'ossessione per l'aspetto fisico può apparire fin troppo esplicita e scontata (anche se siamo a Los Angeles!). Da apprezzare, comunque, il crescendo che fa virare il lungometraggio sempre più sul grottesco e la natura amorale, narcisistica e decadente delle due protagoniste, fra le quali Bruce Willis fa la figura del classico vaso di coccio. Isabella Rossellini è indimenticabile nel ruolo della strega seminuda. Sydney Pollack, non accreditato, appare brevemente nei panni di un medico. Nella scena della festa in casa di Lisle, fra le diverse celebrità che si suggerisce abbiano inscenato la propria morte, appaiono Marilyn Monroe, James Dean, Elvis Presley, Jim Morrison e Andy Warhol.

16 agosto 2020

The Meyerowitz stories (N. Baumbach, 2017)

The Meyerowitz stories (new and selected) (id.)
di Noah Baumbach – USA 2017
con Adam Sandler, Ben Stiller, Dustin Hoffman
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

I rapporti fra l'anziano scultore astratto Harold Meyerowitz (Dustin Hoffman) e i suoi tre figli – di letti diversi – Danny (Adam Sandler), Matthew (Ben Stiller) e Jean (Elizabeth Marvel), non sono mai stati idilliaci. A ostacolarli sono la personalità scorbutica del genitore, il suo rifiuto a riconoscere le qualità dei figli, le delusioni, le incomprensioni e i rancori. Poco prima dell'inaugurazione di una mostra dedicata al padre, questi viene improvvisamente ricoverato in ospedale: l'occasione fa ravvicinare i fratelli, in particolare Danny e Matthew, ma li fa anche prendere coscienza del distacco comunicativo che è sempre serpeggiato in famiglia. Ottimi attori, dialoghi verbosi e un accurato ritratto psicologico, con sguardo dolceamaro, per una famiglia disfunzionale di artisti e intellettuali di Manhattan (con l'eccezione di Danny, che fa il contabile e si è trasferito a Los Angeles), nel quale Baumbach riversa tutti i temi a lui cari, a partire dalla disgregazione della famiglia sullo sfondo della scena culturale di New York (si citano numerosi artisti, libri, film). Ad aiutarlo c'è un gruppo di attori in gamba, che recitano a metà fra la commedia e il drammatico, e una serie di scenette di vita quotidiana che mettono in luce le incomprensioni, i sentimenti e i rancori nascosti dei personaggi: c'è chi fa un bilancio fallimentare della propria vita, chi si confronta con il padre ingombrante, chi non si accorge di non aver mai voluto instaurare un'autentica relazione (Harold, per esempio, non guarda mai in faccia i figli mentre parla, o cambia sempre discorso). Emma Thompson è Maureen, la nuova moglie di Harold, giovane e alcolista. Grace Van Patten è Eliza, la figlia di Danny, ulteriore artista in famiglia (che, chissà, forse non commetterà gli errori di chi l'ha preceduta). Judd Hirsch è L.J. Shapiro, amico di collega di Harold che, a differenza di lui, è rimasto sulla cresta dell'onda. Brevi apparizioni per Adam Driver (uno dei clienti di Matthew) e per Sigourney Weaver (nei panni di sé stessa).

15 agosto 2020

Provaci ancora, Sam (Herbert Ross, 1972)

Provaci ancora, Sam (Play it again, Sam)
di Herbert Ross – USA 1972
con Woody Allen, Diane Keaton
***

Rivisto in divx.

Sam Felix (Woody Allen), critico cinematografico con una vera ossessione per "Casablanca", è stato da poco lasciato dalla moglie Nancy. Per sollevarlo dalla depressione, il suo migliore amico Dick (Tony Roberts) e la moglie di questi, Linda (Diane Keaton), cercando di aiutarlo a trovare una nuova ragazza, senza successo. Ma pian pian piano Sam finisce per innamorarsi proprio di Linda, con la quale ha molto in comune, a partire dalle insicurezze e dalle nevrosi... Tratto da una commedia teatrale dello stesso Allen e ambientato in una San Francisco agostana (dove anche gli psicanalisti sono andati in vacanza, lasciando in crisi i loro pazienti), uno dei rari film di cui il comico newyorkese non firma la regia: ma tutto il resto è indubbiamente suo, al punto che è difficile non considerarlo un film di Woody Allen in tutto e per tutto. Divertente e a tratti esilarante, nostalgico e coinvolgente nel suo amore per il cinema classico (l'intera scena finale all'aeroporto è un omaggio a quella che conclude appunto "Casablanca", con tanto di inquadrature simili e dialoghi quasi immutati: a Linda che commenta "Oh Sam, che belle parole", lui replica "Sono di Casablanca, ho aspettato tutta una vita l'occasione di usarle"). Il "mito" di Bogey si manifesta attraverso la materializzazione dell'attore (interpretato da Jerry Lacy) come una delle voci della coscienza di Sam (l'altra è l'ex moglie Nancy), uno "spirito guida" che gli dà consigli su come conquistare le donne. Ma alla fine il protagonista capirà che la cosa migliore da fare è quella di essere fedeli a sé stessi. Si tratta della prima collaborazione sul grande schermo fra Allen e Diane Keaton, che mostrano subito un'ottima alchimia. L'attrice, che aveva interpretato il personaggio anche a Broadway, rimarrà una presenza fissa nei film di Woody fino al 1979. Irresistibile Dick che, ovunque si sposti, deve comunicare al proprio ufficio il numero di telefono a cui è reperibile. Il tema della magia del cinema che si ripercuote in chiave surreale sulla vita quotidiana tornerà, sotto diversa forma, in un'altra bella pellicola di Woody, "La rosa purpurea del Cairo". Da notare che nella versione originale il protagonista si chiama Allan, non Sam: i distributori italiani gli hanno cambiato nome, forse per evitare che il titolo confondesse gli spettatori. E a proposito del titolo, nonostante quanto si creda comunemente, la frase "Play it again, Sam" ("Suonala ancora, Sam") non si ode mai in "Casablanca" in questa esatta forma (quando Rick chiede al pianista Sam di suonare "As time goes by", gli dice al limite "Play it", o "Play it once, Sam").

14 agosto 2020

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso... (W. Allen, 1972)

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) (Everything you always wanted to know about sex* (*but were afraid to ask))
di Woody Allen – USA 1972
**

Visto in divx.

Film a episodi, ispirato (quantomeno nel titolo e nella struttura a domanda e risposta dei vari segmenti) a un popolare saggio del sessuologo David Reuben, uscito nel 1969. I sette capitoli sono altrettante parodie, e spesso l'argomento accennato nella domanda è trattato in modo farsesco e paradossale. Allen recita soltanto in quattro dei sette segmenti. L'ultimo episodio salva il film, che negli altri segmenti risulta datato e poco divertente, interessante giusto per gli elementi culturali e il gioco parodistico di alcuni di essi (il terzo, sul cinema italiano; il quinto, sui quiz televisivi; e il sesto, sul cinema fantastico). Sui titoli di coda e di testa, un proliferare di conigli bianchi.

1. Gli afrodisiaci funzionano?
Nel medioevo, un giullare (Woody Allen) cerca di conquistare la regina del castello (Lynn Redgrave) per mezzo di una pozione magica, ma deve fare i conti con la sua cintura di castità e con la gelosia del re (Anthony Quayle). Ispirato ai Decamerotici, ma poco divertente.
2. Che cos'è la sodomia?
Un pastore armeno (Titos Vandis) confessa a un dottore (Gene Wilder) di essere innamorato di una pecora. Quando la vede, anche il medico se ne invaghisce e inizia una relazione clandestina con lei. Poco più che una barzelletta surreale. Wilder sprecato.
3. Perché alcune donne faticano a raggiungere l'orgasmo?
Gina (Louise Lasser), moglie bolognese del romano Faustino (Allen), riesce a soddisfarsi soltanto facendo l'amore in pubblico. L'intero segmento, in originale parlato in italiano, è un pretestuoso omaggio al cinema di Federico Fellini, di Michelangelo Antonioni e di Bernardo Bertolucci.
4. I travestiti sono omosessuali?
Un'anziana coppia fa visita ai genitori del fidanzato della loro figlia. L'uomo (Lou Jacobi), di nascosto, sale nella camera degli ospiti per provarsi i vestiti della futura consuocera, ma per non essere scoperto è costretto a fuggire in strada. L'episodio meno memorabile del lotto.
5. Cosa sono le perversioni sessuali?
In un quiz televisivo, i concorrenti devono indovinare quale sia la perversione dell'ospite della serata. In seguito, un altro ospite, un rabbino (Baruch Lumet), vede soddisfatti i propri feticismi, sempre in diretta tv. È una parodia del popolare gioco a premi "What's My Line?".
6. Gli studi sul sesso sono affidabili?
Un biologo (Allen) e una giornalista (Heather MacRae) fanno visita al dottor Bernardo (John Carradine), uno scienziato pazzo dedito a misteriosi esperimenti sul sesso. Fra questi, la creazione di una tetta gigante che semina terrore nella campagna circostante. Parodia dei film di mostri.
7. Cosa succede durante l'eiaculazione?
Dalla centrale operativa nel cervello vengono controllate tutte le funzioni corporee. In preparazione di un rapporto sessuale, gli spermatozoi (fra cui Allen) si preparano all'eiaculazione come dei paracadutisti pronti a essere lanciati da un aereo. Nella sala di controllo si riconoscono Tony Randall e Burt Reynolds. È senza dubbio l'episodio migliore, nonché il più celebre: anticipa non solo "Inside out" della Pixar, ma anche "Osmosis Jones" e serie come "Siamo fatti così".

13 agosto 2020

Il dittatore dello stato libero di Bananas (W. Allen, 1971)

Il dittatore dello stato libero di Bananas (Bananas)
di Woody Allen – USA 1971
con Woody Allen, Louise Lasser
**1/2

Visto in divx.

Lasciato dalla sua ragazza Nancy (Louise Lasser), studentessa di filosofia e attivista politica, il timido e imbranato collaudatore industriale Fielding Mellish (Allen) parte per il Bananas, uno staterello dell'America Latina dove si è appena instaurata una dittatura militare. Qui, senza volerlo, si troverà arruolato nelle file dei ribelli che combattono per rovesciare il generale Vargas. E dopo la rivoluzione, di fronte all'improvvisa pazzia del nuovo presidente Castrado ("D'ora in avanti la nuova lingua ufficiale del Bananas sarà lo svedese!"), proprio lui sarà scelto come capo del paese, con il compito di tornare negli Stati Uniti (con barba finta alla Fidel Castro) per convincere il governo a elargire aiuti economici. Il secondo film sceneggiato da Allen con l'amico Mickey Rose (ispirandosi al romanzo "Don Quixote, U.S.A." di Richard Powell) è una commedia satirica che punta le sue carte su un umorismo slapstick e nonsense, nella vena dei fratelli Marx (evidenti i riferimenti a "Duck Soup", ovvero "La guerra lampo dei fratelli Marx", anche se il titolo del film riecheggia "Cocoanuts"). Moltissime le gag, non tutte indovinate e spesso stupide: dall'ironia sull'invadenza della televisione (con gli inviati che seguono in diretta l'assassinio del presidente o la prima notte di nozze di Fielding e Nancy) a quelle sulla politica, la guerriglia, la giustizia (tutta la sequenza del processo per sovversione), per non parlare della psicanalisi, della pornografia, del femminismo o della religione (il sogno del protagonista in cui viene crocifisso, il finto spot del prete che promuove le sigarette: "Le fumo io... e le fuma lui"). Fra le scene più comiche, l'addestramento di Fielding con i ribelli e la missione in città per procurarsi le provviste. Tante anche le citazioni cinematografiche, da "Tempi moderni" di Chaplin (la scena in cui Allen collauda l'apparecchio che consente ai manager di fare ginnastica sul luogo di lavoro) alla "Corazzata Potëmkin" (la carrozzina sulle scale). Il termine "Bananas", oltre a richiamare le "repubbliche delle banane", nello slang americano significa anche "pazzo, folle". Nel complesso, un film diseguale e altalenante, ma talmente ricco di battute e momenti comici che è quasi impossibile non trovarvi qualcosa di divertente. Uno dei teppisti incontrati in metropolitana è un giovane e ancora sconosciuto Sylvester Stallone. Louise Lasser era stata sposata con Allen dal 1966 al 1970.

12 agosto 2020

Anima persa (Dino Risi, 1977)

Anima persa
di Dino Risi – Italia/Francia 1977
con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve
***

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane Tino (Danilo Mattei), aspirante pittore, si trasferisce a Venezia nella ricca ma fatiscente villa degli zii Fabio (Vittorio Gassman) ed Elisa Stolz (Catherine Deneuve). L'uomo, ingegnere che trascorre gran parte delle proprie giornate al lavoro, è rigido e all'antica, e comanda a bacchetto una moglie sottomessa e che evidentemente non ama più da tempo. Ma ad inquietare Tino sono soprattutto i misteri della grande casa, un antico palazzo diroccato con un'ala ancora da restaurare, da cui provengono strani suoni durante la notte. Il ragazzo scopre infatti che nella soffitta è recluso il fratello dello zio, impazzito (forse) per amore. E anche che la zia soffre per la perdita della figlioletta di primo letto, scomparsa misteriosamente tempo prima all'età di dieci anni. Eppure, non tutto è come sembra... Da un romanzo di Giovanni Arpino, un thriller psicologico con finale a sorpresa (benché non del tutto imprevedibile), che mette insieme molti ingredienti interessanti: una Venezia antica e decadente, dai palazzi scrostati e malsani, dove ancora si respira aria da "vecchio impero" nonostante il nuovo che avanza, e due attori sublimi, Gassman e la Deneuve, che danno vita a personaggi nevrotici e disfunzionali. A fare loro da contraltare c'è la giovinezza curiosa e spensierata del protagonista, che ancora non sa cosa fare della propria vita, e della sua amica Lucia (Anicée Alvina), giovane modella di nudo. La fotografia è di Tonino Delli Colli, le musiche (morriconiane) di Francis Lai. Il romanzo originale era ambientato a Torino, anziché a Venezia, e raccontava la storia di una sorta di Jekyll e Hyde. Curiosità: a un certo punto Gassman dice che "le donne hanno un profumo particolare", citando dunque "Profumo di donna" (da lui interpretato tre anni prima, diretto sempre da Risi e tratto come questo da un romanzo di Arpino).

11 agosto 2020

Nel bel mezzo di un gelido inverno (K. Branagh, 1995)

Nel bel mezzo di un gelido inverno (In the bleak midwinter)
di Kenneth Branagh – GB 1995
con Michael Maloney, Joan Collins
**1/2

Rivisto in divx.

Alla vigilia di Natale, un gruppo di attori scalcinati, depressi e disoccupati decide di portare in scena l'"Amleto" in una chiesa sconsacrata nel paese d'origine del capocomico Joe (Michael Maloney), che interpreterà naturalmente il protagonista e che ha organizzato l'impresa per tenersi occupato mentre attende l'improbabile chiamata da Hollywood che la sua agente (Joan Collins!) gli ha promesso. Litigi, idiosincrasie, problemi economici e tecnici durante le prove, isterismi ed eccentricità di vario genere fra i membri della troupe (senza peraltro la prospettiva di essere pagati) non li fermeranno: e quello che era un gruppo di outcast e di falliti scoprirà, anche grazie alla magia del teatro, i valori dell'amicizia e della solidarietà. È il primo lungometraggio di Branagh in cui il regista e sceneggiatore non recita, preferendo lasciare i riflettori a un variopinto gruppo di interpreti di provenienza perlopiù teatrale: Richard Briers è il fintamente cinico Harry (il re), John Sessions è l'omosessuale Terry (una Gertrude in drag), Julia Sawalha è la miope e combinaguai Nina (Ofelia), mentre Nicholas Farrell, Mark Hadfield e Gerard Horan interpretano tutti i restanti ruoli. Completano la troupe la sorella di Joe, Molly (Hetta Charnley), come assistente di scena, e la scenografa Fadge (Celia Imrie), sciroccata e nevrotica. Molti di questi attori (come Briers, Farrell e Maloney) compariranno proprio nell'adattamento cinematografico di "Amleto" che Branagh stava già preparando. Girato in bianco e nero, con dialoghi spigliati e un montaggio vivace, il film ha tutte le caratteristiche del cinema indipendente ma trasuda dell'amore del regista per il teatro (visto come una grande famiglia) e naturalmente per Shakespeare, verso i quali non risparmia ironie e frecciatine ma che alla resa dei conti si rivelano passioni irrinunciabili e perfetti antidoti alla depressione e all'infelicità ("Ne avevamo bisogno per nutrire l'anima e il cuore"). Peccato per un lieto fine un po' troppo scontato e zuccheroso, peraltro in linea con l'atmosfera natalizia. Il titolo originale non è un verso di Shakespeare, ma l'incipit di un poema natalizio di Christina Rossetti.

9 agosto 2020

Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re (Peter Jackson, 2003)

Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re
(The Lord of the Rings: The Return of the King)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2003
con Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen
***1/2

Rivisto in DVD (versione estesa).

"La battaglia per il Fosso di Helm è finita, la battaglia per la Terra di Mezzo sta per cominciare". C'eravamo lasciati così, al termine de "Le due torri", sull'orlo della guerra con Sauron e con il destino dell'anello in sospeso. E il terzo e conclusivo capitolo de "Il Signore degli Anelli" non delude le attese, rivelandosi la pellicola più epica e grandiosa della trilogia tratta dal romanzo di J.R.R. Tolkien, nonché la più lunga (oltre quattro ore nell'edizione estesa!). Dopo un breve prologo sull'origine di Gollum, quando era ancora un hobbit di nome Sméagol (Andy Serkis per una scena può recitare in prima persona, senza "rivestimenti" digitali: forse un premio per il suo exploit nel precedente film), prosegue il viaggio di Frodo e Sam verso Mordor. Gollum li guida per un pericoloso sentiero segreto, che sfiora la roccaforte di Minas Morgul (da cui escono le armate di Sauron, guidate dai Nazgûl e dirette contro Gondor) e si inerpica sulle montagne fino alla fortezza di Cirith Ungol. Durante il tragitto Gollum tradisce i suoi compagni: dopo aver separato Sam da Frodo, lascia che questi cada vittima del gigantesco ragno Shelob. Catturato dagli orchi di Cirith Ungol, sarà salvato da Sam che lo sosterrà fino a Monte Fato. Nel frattempo i restanti membri della compagnia dell'anello, finalmente riuniti dopo la battaglia del Trombatorrione, si confrontano con Saruman fra le rovine di Isengard. In una scena presente soltanto nell'edizione estesa del film (ne parliamo dopo) lo stregone bianco è ucciso dal suo stesso servitore, Grima Vermilinguo. Più tardi i nostri si dividono di nuovo: Gandalf si reca a Minas Tirith, capitale di Gondor, per prepararla all'imminente assedio, conducendo con sé Pipino, che ha incautamente guardato nel palantír di Saruman, la pietra veggente con la quale lo stregone comunicava con Sauron. Aragorn (cui il mezzelfo Elrond ha consegnato Narsil, la spada di Isildur ora riforgiata, a suggello della sua autorità regale), Legolas e Gimli decidono di seguire il Sentiero dei Morti, radunando così gli spiriti di un antico popolo che tremila anni prima aveva tradito la propria alleanza con Gondor e che ora avrà l'occasione di riscattarsi. Merry, infine, rimane a Dunclivo, l'accampamento dove re Théoden ha radunato tutti i guerrieri di Rohan, in attesa di scendere a sua volta in battaglia.

Guidate dall'orco Gothmog, le forze di Sauron assediano Minas Tirith approfittando della confusione che regna in città. Il governatore reggente Denethor ha infatti smarrito ogni speranza e, dopo aver inutilmente costretto il figlio Faramir a una spedizione suicida per riconquistare le rovine di Osgiliath (da cui torna gravemente ferito), si rivela incapace di organizzare una difesa adeguata: sarà Gandalf a farlo al suo posto, dopo aver inviato – con l'aiuto di Pipino – una richiesta d'aiuto a Rohan. I Rohirrim giungono ai campi del Pelennor, davanti alla mura della città, proprio nel momento in cui la sconfitta sembrava ormai imminente, ovvero dopo che gli orchi avevano sfondato la porta di Minas Tirith con l'enorme ariete Grond. L'arrivo della cavalleria capovolge le sorti della battaglia, ma solo per un attimo: alla carica dei Rohirrim contro gli orchi, Sauron risponde con l'avanzata dei Sudroni (a bordo dei colossali olifanti). E mentre Éowyn ha il suo momento di gloria sconfiggendo (con l'aiuto di Merry) il Re degli Stregoni di Angmar, il temibile signore dei Nazgûl che aveva abbattuto re Théoden (e che, secondo una profezia, "nessun uomo può uccidere": viene infatti sconfitto da una donna e da uno hobbit), il provvidenziale arrivo di Aragorn e dell'esercito dei morti a bordo delle navi dei corsari di Umbar sugella finalmente la vittoria delle forze dell'Ovest. Non resta che l'ultimo passo: marciare direttamente contro Mordor per attirare le restanti truppe di Sauron davanti al Cancello Nero, distogliendo l'attenzione dell'Oscuro Signore da Monte Fato, dove Frodo e Sam stanno conducendo in segreto l'anello. Ma nelle viscere del vulcano, proprio davanti al fuoco del Sammath Naur, Frodo si lascerà tentare dal suo potere: sarà l'intervento di Gollum a causare involontariamente la distruzione dell'anello e la sconfitta definitiva di Sauron, il cui spirito si disperde. La lunga pellicola si conclude con una serie di finali concatenati: la felice riunione fra i personaggi sopravvissuti, l'incoronazione di Aragorn a Gondor (e il suo matrimonio con Arwen), il ritorno a casa degli hobbit e, infine, la partenza degli ultimi elfi (ma anche di Gandalf, Bilbo e Frodo) dai Rifugi Oscuri, verso le Terre Imperiture.

A saga conclusa, si può ben dire che si è trattato di un evento cinematografico senza pari e con un respiro d'altri tempi: il film di Peter Jackson (perché è di un unico film diviso in tre parti che si tratta, in fondo: ricordo ancora che le tre pellicole sono state girate tutte insieme e di fila, nell'arco di 14 mesi, per poi richiedere un lungo lavoro di post-produzione) non può essere paragonato a nulla di ciò che era stato prodotto nei trenta-quarant'anni precedenti, almeno da Hollywood. Bisogna tornare a nomi come i già citati David Lean o Akira Kurosawa per trovare termini di confronto adeguati. E rispetto ai due precedenti capitoli, in questa terza pellicola la portata degli eventi si eleva su scala ancora maggiore, mentre la guerra dell'anello finisce col coinvolgere eserciti di proporzioni colossali. Ogni personaggio viene trasfigurato e ogni vicenda innalzata a dimensioni epiche, senza però rinunciare a scrutare nell'intimo dei personaggi e nelle loro motivazioni personali. Ciascuno, infatti, va incontro alla guerra e alla morte in modo differente: Éowyn nel disperato tentativo di sfuggire al peso delle consuetudini e per combattere al fianco di colui che ama; Faramir per la tragica lealtà nei confronti del padre e del suo popolo; Théoden per il desiderio di riscatto e per tener fede a un'antica alleanza; Pipino per rimediare agli errori commessi; Merry per non lasciare da soli i suoi amici; Aragorn per affrontare senza più alcun timore il suo glorioso destino; Frodo, naturalmente, per vincere i propri fantasmi e le proprie tentazioni, impersonate nel terribile anello. E, più importante di tutti, Sam per l'amicizia e la fedeltà verso l'amico, che non abbandona nemmeno nell'ora più buia, quando le ferite che non guariscono mai e i fardelli troppo pesanti da portare sembrano sbarrare la porta anche agli ultimi raggi di luce. Innumerevoli i momenti indimenticabili e le scene di grande cinema, tanto per gli spettatori a digiuno del romanzo quanto per chi lo conosce a menadito: si pensi al confronto fra Éowyn e il signore dei Nazgûl ("Io non sono un uomo!"), o a Gandalf che conforta Pipino parlandogli della morte ("La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e tutto si trasforma in vetro argentato. E poi... bianche sponde. E al di là di queste, un verde paesaggio sotto una lesta aurora", una descrizione che gli sceneggiatori hanno preso dall'ultimo capitolo del romanzo, quando Frodo veleggia verso Valinor).

Come e forse più degli altri due film, tuttavia, anche questo ha alcuni difetti. Nonostante la lunghezza, mancano delle risoluzioni, e molte cose sono state sacrificate per esigenze di tempo. In particolare, nell'edizione uscita al cinema, è assente il confronto finale con Saruman, lo stregone così catastroficamente sconfitto al termine del secondo film da negare a Christopher Lee persino una comparsata finale, privo di poteri e rinchiuso nella sua torre semidistrutta e guardata a vista dagli Ent: la scena della sua morte per mano di Gríma sarà inserita solo nell'edizione estesa, uscita in DVD. Si tace poi sulle ragioni della follia di Denethor e sull'origine del suo pessimismo, cosa che impoverisce il personaggio, forse quello al quale la trilogia cinematografica ha reso meno giustizia, trasformandolo da una figura tragica in un villain irrazionale e antipatico. Soltanto pochi secondi (e, anche in questo caso, solo nell'edizione estesa) sono riservati alle "Case di guarigione", uno dei miei capitoli preferiti del libro, e di conseguenza a una degna conclusione per Éowyn e Faramir. Infine, nonostante parecchi critici si siano lamentati del finale tirato per le lunghe, io la penso in maniera opposta: trovo che l'incoronazione del re e i "molti addii" siano volati troppo in fretta e avrei desiderato che il regista (e il montatore) ci si fossero soffermati per qualche minutino in più. Il difetto principale, comunque, è che gran parte della prima metà del film serve essenzialmente a far "andare avanti" la storia. C'è troppa carne al fuoco (il palantír, l'arrivo di Gandalf e Pipino a Minas Tirith, la spedizione di Faramir a Osgiliath, Aragorn sul sentiero dei morti, Minas Morgul, Shelob) per soffermarsi su ognuno di questi episodi con la dovuta calma. Il risultato è che per un'ora e mezza le vicende si dipanano senza suscitare lo stesso coinvolgimento emotivo dei film precedenti. Poi, miracolosamente, tutto cambia: quando i cavalieri di Rohan caricano davanti a Minas Tirith, ci accorgiamo di essere di fronte a un momento che attendevamo da anni. Da lì in poi, si sfiora il capolavoro. La battaglia dei campi del Pelennor, colossale ed epica, è molto diversa da quella del Fosso di Helm vista ne "Le due torri": non un assedio notturno sotto la pioggia, ma uno scontro in campo aperto e alla luce del giorno, altrettanto disperato ma decisamente più eroico.

Fra le scene più memorabili ci sono naturalmente quelle degli hobbit a Mordor, il vero nucleo narrativo del film. Di fronte a un Frodo sempre più provato (e tentato) dal fardello che ha scelto di trasportare, abbiamo un Sam che cresce fino a diventare praticamente la figura centrale della pellicola (se indubbiamente Frodo era il protagonista de "La compagnia dell'anello" e Aragorn quello de "Le due torri", Sam lo è a buon diritto de "Il ritorno del re"): e Sean Astin, rimasto un po' nell'ombra nelle pellicole precedenti, diventa di colpo il MVP della trilogia. Come ha detto qualcuno, è facile affrontare drammi e pericoli se si sa che alla fine c'è la ricompensa: ma è quando svanisce persino l'illusione della ricompensa che ci vuole Samvise ("Non posso portare il vostro fardello, padron Frodo, ma posso portare voi"). Sam è un personaggio che cresce lentamente anche nel romanzo, ma giunti alla fine sembra naturale che la storia si chiuda con lui, uno dei pochi a resistere al fascino tentatore dell'anello (a dire il vero, nel romanzo era presente una sezione che descriveva le illusioni di grandezza di Sam quando è in possesso dell'anello, gonfiata a dismisura nell'adattamento a cartoni animati de "Il ritorno del re" firmato dalla Rankin/Bass nel 1980: qui la scena è assente, anche perché lo spettatore non sa che Sam ha l'anello fino a quando non lo rivela anche a Frodo). Anche la momentanea separazione fra i due hobbit per via degli inganni di Gollum è farina del sacco degli sceneggiatori. E sempre dal film Rankin/Bass proviene forse l'ispirazione per alcune scene a Mordor con Frodo e Sam travestiti da Orchi. A livello di scenografie, spicca su tutte la bellissima città bianca di Minas Tirith, con i suoi sette livelli circondati dalle mura e costruiti su uno sperone di roccia sopra i campi del Pelennor. La cittadella con l'albero bianco, dove si trova la sala del trono, testimonia – con i suoi marmi bianchi e neri – della magnificenza della civiltà di Gondor, prestigiosa e antica, ben differente dal popolo di pastori e cavallerizzi di Rohan: il rapporto fra i due regni, nella Terra di Mezzo, è un po' come quello fra l'impero romano (nel periodo della sua decadenza) e le tribù di goti o di barbari a esso soggette. L'architettura e le decorazioni della cittadella sono state ispirate in parte agli scenografi del film da alcuni palazzi e monumenti di Firenze e Siena, oltre che dalla Cappella Palatina di Aquisgrana.

Dei tre film, questo è comunque quello che più si discosta dal materiale di partenza. Molte sono le scene e i personaggi del libro che vengono eliminati, come tutti i capitani di Gondor (Imrahil, Beregond) o altri abitanti di Minas Tirith (Bergil, Ioreth), le già citate Case di guarigione (e dunque l'Athelas), e naturalmente il ritorno nella Contea occupata dai mercenari di Saruman (nonostante le immagini che si erano viste nello specchio di Galadriel). L'edizione estesa rimedia almeno ad alcune delle mancanze più gravi, come l'assenza di risoluzione finale per Saruman (che muore a Orthanc, anziché a Casa Baggins): inizialmente la sequenza avrebbe dovuto concludere "Le due torri", ma Jackson la rinviò al film successivo per terminare il secondo in modo più solenne. Poi, al momento di montare "Il ritorno del re", pensò che sarebbe stato poco opportuno dedicare troppi minuti a un nemico già sconfitto. Qua e là, inoltre, piccole modifiche servono a dare maggiore tensione ad alcune scene. Va bene che quella che conta è la fedeltà allo spirito dell'opera, e non alla lettera, ma avrei gradito qualche scostamento in meno, visto che il libro V (la prima metà del terzo volume della trilogia) è forse quello che mi piace di più di tutto "Il Signore degli Anelli". Non ho gradito per nulla il modo in cui è stato rappresentato Denethor, l'assenza del suo palantír e il suo rapporto con Faramir. E ho trovato poco riuscita anche la rappresentazione di Osgiliath (che nel mondo di Tolkien era la prima capitale di Gondor), che appare un po' finta e di dimensioni ridotte, una manciata di rovine a poche centinaia di metri di distanza da Minas Tirith. Inoltre in questo terzo capitolo mi sembra che l'utilizzo di computer grafica abbia cominciato a prendere la mano ai cineasti, così come l'abuso di correzione digitale dei colori nella fotografia artificiale di Andrew Lesnie (così artificiale che può permettersi di mutare dal giorno alla notte – nell'edizione estesa – la scena in cui Pipino ritrova Merry sul campo del Pelennor): tutte tendenze che funesteranno il cinema hollywoodiano negli anni successivi. Altre modifiche rispetto al romanzo: l'esercito dei morti è decisivo per le sorti della battaglia del Pelennor (in maniera un po' troppo facile), mentre nel libro veniva congedato già prima, e sulle navi dei corsari di Umbar c'erano Gondoriani e Dúnedain (qui assenti, Halbarad compreso). Nella versione più lunga c'è anche la Bocca di Sauron: in un primo tempo era previsto che Sauron stesso, in forma fisica ed armatura, si palesasse davanti al Morannon per affrontare Aragorn, ma fu sostituito poi da un "semplice" troll.

In ogni caso questa trilogia ci ha consegnato un luogo immaginario e cinematografico che resterà nel cuore di molti negli anni a venire. L'interpretazione (e la visione) di Peter Jackson si affianca, senza sostituirla, a quella di Tolkien, con il merito di aver dato un volto a molti personaggi che sarà difficile immaginare con fattezze diverse (a partire da Aragorn, ora re Elessar, impensabile da scindere da Viggo Mortensen). Ottimi tutti gli interpreti, chi più e chi meno: i quattro hobbit (cinque, con un Bilbo ormai invecchiato e pronto a partire per "una nuova avventura"), Legolas (cui Orlando Bloom ha regalato, se non una personalità, almeno numerosi momenti da scavezzacollo: alcune "spacconate", come l'uccisione acrobatica di un olifante, furono aggiunte in seguito al buon riscontro da parte dei fan), Gimli (personaggio comico, sì, ma anche stranamente intenso: il suo scambio di battute con Legolas – "Non avrei mai pensato di morire fianco a fianco ad un elfo!" - "E fianco a fianco ad un amico?" - "Sì, questo potrei farlo!" – è fra i più commoventi), un Gandalf sempre più autorevole, per non parlare di Théoden (memorabile il suo discorso ai cavalieri prima di attaccare), Éowyn (il confronto con il Re degli Stregoni è uno dei miei momenti preferiti del romanzo, avrò riletto quelle pagine centinaia di volte), Éomer, Faramir. Altri momenti mitici: il "Non inchinatevi a nessuno" rivolto da re Elessar ai quattro piccoli hobbit (mutuato da "Mulan"?), e ovviamente la partenza finale dai Rifugi Oscuri, con l'addio malinconico e agrodolce a un Frodo che non ha più l'anima per continuare a vivere nella Terra di Mezzo: "Siamo partiti per salvare la Contea. E l'abbiamo salvata, ma non per me", dice a Sam. Peter Jackson fa il suo cameo come uno dei corsari di Umbar, mentre Elanor (la figlia di Sam e Rosie) è interpretata dalla vera figlia di Sean Astin. Non dimentichiamo infine i personaggi in CGI: Gollum, innanzitutto, che anche nella corruzione e nella malvagità si rivela una figura tragica, nonché indispensabile per la buona risoluzione della vicenda. Ma anche il ragno gigante Shelob, protagonista di una delle sequenze più horror e raccapriccianti, e le aquile che giungono a combattere nel momento più opportuno. Qualcuno si è lamentato di un possibile buco di sceneggiatura (perché le aquile non sono state usate sin dall'inizio per portare l'anello a Monte Fato?), dimenticando che la missione di Frodo doveva essere segreta per non attirare l'attenzione di Sauron, e che i Nazgûl pattugliavano i cieli.

Il successo della pellicola è stato strepitoso, tanto al botteghino (all'epoca fu il secondo film a raggiungere il miliardo di dollari di incassi, dopo "Titanic") quanto presso la critica. Candidato a ben 11 premi Oscar (compresi quelli per il miglior film e la miglior regia), fece un raro clean sweep vincendo tutte e 11 le statuette ed eguagliando così il record dello stesso "Titanic" e di "Ben-Hur". In un certo senso, i premi sono da considerare assegnati non solo a questo film ma all'intera trilogia (che nel complesso ha vinto 17 Oscar su 30 nomination e ha rappresentato una vera pietra miliare nel cinema fantastico, nonché un avanzamento senza pari per la tecnologia degli effetti speciali). Per l'occasione Jackson tornò a lavorare con il montatore Jamie Selkirk, suo collaborare abituale ma assente nei primi due film della trilogia (ognuna delle tre pellicole ha infatti un montatore diverso, forse per differenziarle almeno in parte). La fenomenale colonna sonora di Howard Shore si arricchisce di un bel tema dedicato a Gondor (che si ode per la prima volta quando Gandalf cavalca verso la cittadella), mentre fra le canzoni spicca quella di Pipino (cantata da Billy Boyd) durante l'assalto di Faramir a Osgiliath, e quella di Annie Lennox sui titoli di coda (illustrati da Alan Lee), "Into the West", che nel testo è una sorta di rimando a "L'ultima canzone di Bilbo", scritta dallo stesso Tolkien. Se prima di questa trilogia il regista era già noto e apprezzato per la sua creatività e il suo entusiasmo cinefilo, ma solo da pochi fan, il successo lo renderà per alcuni anni uno dei nomi più potenti di Hollywood, al punto che due anni più tardi avrà carta bianca per realizzare un altro dei suoi sogni di bambino, un costosissimo remake del suo film preferito, "King Kong". La Terra di Mezzo, però, non scomparirà dagli schermi cinematografici. Negli anni seguenti appariranno omaggi, fan movie (come "The Hunt for Gollum" e "Born of Hope", entrambi del 2009) e infine, dal 2012 al 2014, quel prequel tanto atteso, "Lo Hobbit", firmato sempre da Jackson e diviso anch'esso (stavolta malauguratamente) in tre pellicole: avrebbe dovuto dirigerlo Guillermo Del Toro, con il buon Peter soltanto come produttore, ma poi le cose sono andate diversamente e Jackson non ha resistito a far visita di nuovo alla meravigliosa Terra di Mezzo, un mondo immaginario che una volta conosciuto non abbandonerà tanto facilmente la mente e il cuore.

7 agosto 2020

Il Signore degli Anelli: Le due torri (Peter Jackson, 2002)

Il Signore degli Anelli: Le due torri
(The Lord of the Rings: The Two Towers)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2002
con Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen
****

Rivisto in DVD (versione estesa).

La compagnia dell'anello si è sciolta, ma il lungo viaggio di Frodo e Sam verso Mordor prosegue. Intenzionati a distruggere l'anello di Sauron nelle fiamme del Monte Fato, lungo il percorso i due hobbit incontrano Gollum, la creatura che ha custodito il "tesssoro" (come lo chiama lui) per cinquecento anni, prima che Bilbo glielo sottraesse, e che ora brama di rimpadronirsene. Frodo, però, gli estorce la promessa di accompagnarli nel loro viaggio. Nel frattempo gli orchi dello stregone rinnegato Saruman stanno conducendo Merry e Pipino a Isengard, ma vengono attaccati da un gruppo di cavalieri di Rohan: i due hobbit ne approfittano per fuggire nella vicina foresta di Fangorn, dove fanno la conoscenza di Barbalbero e degli Ent, una razza segreta di alberi semoventi. Quanto ad Aragorn, Legolas e Gimli, che erano sulle tracce degli orchi per liberare i loro amici, incappano in un Gandalf redivivo (promosso al rango di stregone bianco per confrontarsi alla pari con Saruman) col quale si recano a Edoras, la capitale di Rohan, terra dei cavalli e antico alleato di Gondor. Dopo aver liberato il re Théoden dalla nefasta influenza di Saruman e del suo consigliere Gríma, i nostri cavalcano insieme fino al Fosso di Helm, dove attenderanno l'assalto dell'armata di Saruman al riparo della fortezza del Trombatorrione. L'assedio e la successiva battaglia, che sarà vinta anche grazie al provvidenziale ritorno di Éomer, nipote del re, ingiustamente esiliato da Gríma, e il contemporaneo attacco degli Ent a Isengard segnano la sconfitta finale di Saruman. Nel contempo Frodo e Sam, resisi conto dell'impossibilità di accedere a Mordor attraverso il Cancello Nero, accettano la proposta di Gollum di penetrare nel paese da un sentiero secondario che solo lui conosce. Durante la traversata dei boschi dell'Ithilien sono però catturati da un drappello di soldati di Gondor, guidati da Faramir, fratello minore di Boromir, che come lui sembra cedere alla tentazione dell'anello e progetta di condurre gli hobbit alla propria capitale, Minas Tirith. Ma dopo uno scontro a Osgiliath con le forze di Sauron e con i Nazgûl (a bordo di nuove cavalcature alate), Faramir cambierà idea e lascerà Frodo e compagni liberi di proseguire la loro missione...

Se il primo film della trilogia de "Il Signore degli Anelli" raccontava la sua storia in maniera essenzialmente lineare (l'unica digressione, a parte l'incipit, era quella relativa alla prigionia di Gandalf a Isengard), il secondo segue invece tre vicende in parallelo (il viaggio di Frodo e Sam, le peripezie di Merry e Pipino con gli Ent, e il coinvolgimento degli altri personaggi nella guerra a Rohan), differenziandosi dal libro che era diviso – senza alternanza – in due sezioni ben distinte (la prima sulla guerra a Rohan, la seconda sul viaggio dei portatori dell'anello). In effetti il secondo capitolo di una trilogia si presenta sempre come il più problematico, perché spesso non ha né un inizio né un finale ben definito. Nel caso del romanzo di Tolkien la cosa era ancora più evidente, perché la divisione in tre volumi fu arbitraria. Peter Jackson e le sue co-sceneggiatrici, Fran Walsh e Philippa Boyens, risolvono il problema anticipando o posticipando parte del materiale del secondo tomo, che viene distribuito nelle altre due pellicole: se già la morte di Boromir (che apriva il volume) era stata narrata nel finale de "La compagnia dell'anello", altri eventi (lo scontro con Shelob, la resa dei conti con Saruman) vengono rinviati al film conclusivo, in modo da lasciare il massimo spazio alla grande battaglia del Fosso di Helm, che monopolizza l'intera pellicola (con i preparativi prima, e con l'assedio vero e proprio poi) e ne costituisce il climax drammatico. Per aumentare la tensione riguardo al viaggio di Frodo e Sam, inoltre, viene modificato il personaggio di Faramir, lasciando che anche lui (soprattutto per compiacere il padre, a dire il vero, come rivela una scena – presente soltanto nell'edizione estesa – che introduce in anticipo il sovrintendente reggente di Gondor) sembri cadere preda del nefasto potere tentatore dell'anello. Un potere, d'altro canto, che viene esercitato sempre di più su Frodo, che da personaggio solare diventa sempre più oppresso e tormentato. Nel complesso, se il lungometraggio precedente era essenzialmente una pellicola d'avventura, questo può essere definito a tutti gli effetti un film di guerra.

Girato in contemporanea con gli altri due, il film si apre riproponendo la scena dello scontro fra Gandalf e il Balrog di Moria, rivelandoci però che la lotta è proseguita anche dopo la caduta dal ponte di Khazad-dûm. Questo ci prepara al ritorno dello stregone, con una nuova veste bianca ("Sono Saruman... come avrebbe dovuto essere") e poteri rinnovati (le questioni metafisiche relative alla sua rinascita sono soltanto accennate, senza particolari approfondimenti: non si parla dei Valar o della natura degli Istari). La scomparsa e la resurrezione di Gandalf non rappresentano purtroppo l'unico caso in cui ci viene lasciato credere che un personaggio sia morto, un espediente che già nel libro si ripete più volte ma di cui Jackson abusa allo sfinimento, esagerando in maniera enfatica nel tentativo di accrescere la tensione anche quando non ce ne sarebbe bisogno (è quasi un ricatto emotivo, uno dei pochi difetti della trilogia): era successo con gli hobbit a Brea e con Frodo a Moria, capita qui con Merry e Pipino nella battaglia fra gli orchi e i Rohirrim, e con Aragorn che cade da un dirupo dopo lo scontro con i Warg (una scena introdotta appositamente nel film), e accadrà ancora nel terzo film (Frodo avvelenato da Shelob, Faramir dopo Osgiliath, Merry ed Éowyn sui campi del Pelennor). E già che stiamo elencando i rari difetti di un film comunque di eccezionale livello: tutta la sottotrama relativa ad Arwen, alla sua mortalità, al legame con il destino dell'anello e alla decisione di abbandonare della Terra di Mezzo a guerra in corso, è oltremodo confusa e incoerente (oltre che spuria). In un primo momento la sceneggiatura prevedeva addirittura che il personaggio interpretato da Liv Tyler partecipasse alla battaglia del Trombatorrione, accompagnato da un'armata di elfi: alcune scene furono in effetti girate, ma poi i cineasti cambiarono idea. Gli elfi al Fosso di Helm sono però rimasti, guidati da Haldir di Lórien (e se la cosa non è piaciuta ai fan, va ricordato che anche nel libro si accenna al coinvolgimento degli elfi nella Guerra dell'Anello al nord, a Lórien stessa e a Bosco Atro).

La pellicola introduce il regno di Rohan, la terra dei Rohirrim (i "signori dei cavalli"), popolo di pastori e agricoltori ispirato alle tribù germaniche, più "barbarico" (se vogliamo) in confronto alla raffinatezza (ma anche alla decadenza) di Gondor: il legame fra i due è simile a quello fra i Visigoti e l'impero romano al tempo del suo declino. Il suo sovrano è Théoden, interpretato da Bernard Hill (sì, il capitano del "Titanic"!), che quando si apre la storia è sotto l'influenza di Saruman. Nel libro si trattava di una semplice persuasione, somministrata attraverso le velenose parole dell'infido consigliere Gríma Vermilinguo (un eccellente Brad Dourif). Nel film, invece, siamo di fronte a una vera e propria possessione a distanza da parte di Saruman, che Gandalf "espelle" come un esorcista. molto bella la realizzazione visiva di Edoras, la capitale del regno, con il suo "palazzo d'oro" che in realtà è una grande sala di legno, perfettamente in linea con le descrizioni di Tolkien e l'iconografia dell'alto medioevo. A Rohan facciamo anche la conoscenza dei due nipoti del re: il fedele guerriero Éomer (Karl Urban), che Jackson combina con il personaggio di Erkenbrand (assente nel film), e sua sorella Éowyn (Miranda Otto). A quest'ultima la pellicola dedica ampio spazio, trattandosi dopo tutto del principale personaggio femminile del romanzo, l'unico con sufficiente personalità da poter competere con quelli maschili. Coraggiosa e desiderosa di uscire dalla "gabbia" in cui le consuetudini e lo stato sociale l'hanno imprigionata, il suo maggior momento di gloria giungerà nel terzo film: per ora si "limita" a rappresentare un potenziale interesse romantico per Aragorn (di cui si invaghisce, non ricambiata). Altra new entry di rilievo è David Wenham nel ruolo di Faramir: le azioni del personaggio si discostano dal romanzo, per via della necessità di avere un antagonista che facesse da ostacolo al viaggio di Frodo e Sam, essendo stata spostata Shelob al terzo capitolo. John Leigh e Bruce Hopkins sono Háma e Gamling, due Rohirrim. Infine, come già detto, nell'edizione estesa appare già John Noble nel ruolo di Denethor.

Quella al Fosso di Helm è una delle battaglie più colossali e spettacolari che si siano mai viste al cinema, degna di figurare al fianco di caposaldi del genere come "Aleksandr Nevskij" di Sergei Eisenstein, "I sette samurai" e "Il trono di sangue" di Akira Kurosawa, e – per citare titoli più recenti che funsero da ispirazione – "Braveheart" di Mel Gibson e la "Giovanna d'Arco" di Luc Besson. Richiese tre mesi di riprese, migliaia di comparse, l'utilizzo di giganteschi modellini, per non parlare degli effetti speciali. La fortezza del Trombatorrione, disegnata da Alan Lee, ci viene illustrata sullo schermo con tutte le sue caratteristiche ben prima che cominci l'assedio, mentre gli uomini di Edoras e gli sfollati di Rohan vi prendono rifugio, in modo che nelle sequenze successive gli spettatori abbiano ben chiara la "geografia" dello scontro. Venne qui usato per la prima volta un software apposito, chiamato Massive, che consentiva di animare i diecimila soldati dell'esercito degli Uruk-Hai, ciascuno in maniera diversa, così da simularne realisticamente il comportamento. Come risultato abbiamo una battaglia che coinvolge ed emoziona, che comincia di notte, sotto la pioggia, per proseguire con alterne fortune fino all'alba in cui la luce del sole, significativamente amplificata dalla magia di Gandalf, spazza via le forze dei nemici. Curiosità: anche il film animato di Ralph Bakshi aveva il suo culmine nella battaglia al Fosso di Helm, evidentemente considerato un momento perfetto per interrompere la vicenda (Saruman è sconfitto, nel film seguente ci si potrà concentrare su Sauron). Nel corso dello scontro vengono cementati i rapporti fra i personaggi che già conosciamo, in particolare fra Legolas (autore di alcune "spacconate" come la discesa sulle scale con uno scudo a mo' di skateboard) e Gimli (di cui si accentua il lato comico), che come nel libro competono amichevolmente per vedere chi uccide più nemici. Da notare che, sempre in questo film, in alcune scene si chiarisce che dalla parte di Saruman e di Sauron non ci sono solo orchi ma anche uomini (i Drúedain, o uomini selvaggi, per lo stregone bianco, e gli Esterling e i Sudroni con i loro olifanti per l'Oscuro Signore).

A parte la battaglia, uno degli aspetti più innovativi del film è costituito dal personaggio di Gollum, realizzato in computer grafica (CGI) con la tecnica del motion capture, ovvero "ricalcando" le movenze e le espressioni di un attore, Andy Serkis, che recitava indossando una speciale tuta in grado di catturarne i movimenti. Siamo a metà strada fra l'animazione e le riprese dal vivo, e la tecnica – allora rivoluzionaria – diventerà una costante del cinema fantastico e di effetti speciali, quando il digitale prenderà sempre più il sopravvento (esautorando a volte l'artigianalità), anche se quasi mai con lo stesso grado di espressività che Serkis dona al personaggio. Già citato in precedenza, Gollum è una delle creazioni più tragiche e affascinanti di Tolkien, un proto-hobbit che l'anello (di cui è rimasto in possesso per cinquecento anni) ha gradualmente trasformato in un essere disgustoso e abbietto, ma che pure conserva un barlume di umanità. Jackson rende tale contrasto esplicitando la duplice natura del personaggio, quasi che avesse una doppia personalità (Gollum e Sméagol, come si chiamava alla nascita), facendolo dialogare con sé stesso in una delle scene più belle e memorabili della pellicola, al punto da raggiungere quello che in fondo era anche lo scopo di Tolkien: farci provare pietà e compassione per lui. All'uscita del primo film, "La compagnia dell'anello", la tecnologia digitale non aveva ancora raggiunto il livello necessario per la post-produzione, e per questo motivo Gollum non appariva mai chiaramente con le fattezze che ha invece nei successivi due film. Pur essendo creato al computer, ci sembra reale e concreto, interagisce con gli attori in carne e ossa in maniera realistica, e i suoi tratti deformi e un po' cartoonistici evitano il fenomeno della "uncanny valley" (il problematico effetto di spaesamento quando una creatura in CGI assomiglia troppo a un essere umano). Altri personaggi digitali in questo film sono gli Ent, gli alberi senzienti, che grazie a Merry e Pipino vengono guidati da Barbalbero in battaglia contro Isengard, "vendicando" così la distruzione della foresta e della natura perpetrata da Saruman, un tema assai caro a Tolkien che aveva vissuto con dolore i cambiamenti apportati dall'industrializzazione alla campagna inglese dove aveva trascorso parte dell'infanzia. E poi ci sono mostri vari, come i Warg (i lupi mannari) e le cavalcature dei Nazgûl.

Il titolo "Le due torri" provocò qualche perplessità all'uscita del film, perché molti ci videro un legame con le due Torri Gemelle di New York, distrutte nell'attentato dell'11 settembre 2001 (e questo nonostante il libro di Tolkien risalga agli anni cinquanta!): fortunatamente, di fronte ad alcune proteste in questo senso, i cineasti e la produzione rifiutarono di cambiarlo. Dopotutto la trilogia tolkieniana ha rappresentato il primo grande blockbuster fantastico post-11 settembre (la prima pellicola uscì solo tre mesi dopo l'attentato), e fra le cause del suo successo potrebbe annoverarsi proprio il bisogno di evasione del pubblico generalista (Tolkien stesso, a chi accusava i suoi libri e in generale le fiabe o la letteratura fantasy di fornire al lettore un deprecabile motivo di escapismo, scriveva che "l'evasione del prigioniero non va confusa con la fuga del disertore"). Tornando al titolo, la pellicola esplicita chiaramente che le due torri citate sono quelle di Orthanc e di Barad-dûr, vale a dire le roccaforti di Saruman e di Sauron, a suggellare la loro alleanza. Nel romanzo (dove quella fra i due "cattivi" è semmai più una rivalità) la questione rimane nel dubbio, tanto che lo stesso scrittore (a cui il titolo fu imposto dagli editori) valutò più interpretazioni: le torri potrebbero essere Orthanc e Minas Morgul, oppure Orthanc e Cirith Ungol, o ancora Minas Tirith e Barad-dûr. La colonna sonora di Howard Shore continua a essere molto bella: in questo secondo film è da segnalare l'esordio del tema di Rohan, ma anche la suggestiva "Evenstar" che accompagna il presagio (onirico) dell'invecchiamento e della morte di Aragorn da parte di Arwen. La canzone finale, "Gollum's song", è cantata dall'italo-islandese Emiliana Torrini (in sostituzione della prima scelta Björk) e ha un feeling più cupo e disperato rispetto a quelle degli altri due film. Nell'edizione estesa c'è anche un'altra canzone, cantata da Éowyn (in rohirric) al funerale di Théodred, figlio del re. Peter Jackson ha un cameo come uno dei soldati di Rohan sulle Mura Fossato. Il film fu candidato a sei premi Oscar e ne vinse due (effetti visivi e montaggio sonoro).