Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post

6 luglio 2022

Margin call (J.C. Chandor, 2011)

Margin call (id.)
di J.C. Chandor – USA 2011
con Kevin Spacey, Zachary Quinto
***

Visto in TV (Now Tv).

Quando un giovane analista del rischio (Zachary Quinto), studiando i dati raccolti da un collega appena licenziato (Stanley Tucci), si rende conto che il mercato dei mutui subprime sta per crollare e lo comunica al suo superiore (Paul Bettany), questi mobilita a sua volta il proprio capo (Kevin Spacey) e, risalendo la catena di comando, si arriva al grande boss (Jeremy Irons) della potente società di trading per la quale lavorano, una banca d'investimenti di Wall Street. In una drammatica riunione notturna, tutti si rendono conto che la loro stessa società è troppo esposta per reggere l'urto dell'imminente crisi. Viene così presa la decisione di svendere ad ogni costo, già l'indomani mattina, tutti i titoli tossici in loro possesso, senza preoccuparsi delle conseguenze sugli ignari acquirenti. Thriller notturno e corale su temi economici, sceneggiato dallo stesso regista (all'esordio nel lungometraggio) e ispirato alla grande crisi del 2008 (la società di trading nel film non viene mai nominata, ma è chiaramente modellata sulla Goldman Sachs). Ambientato nell'arco di sole 24 ore, rende interessante un argomento (per me) "fumoso" come il mercato finanziario, popolato da yuppie cinici e spregiudicati e da scambi di denaro e azioni spesso del tutto "virtuali" (gli stessi personaggi commentano amaramente come, molti di essi, abbiano lasciato professioni e lavori che producevano qualcosa di "tangibile", quali ponti o razzi, per dedicarsi all'analisi di numeri su uno schermo da cui però dipendono le vite e i destini di molte persone). "Se fossi rimasto a zappare la terra, ci sarebbe qualcosa di tangibile a testimoniarlo", dice uno di loro. Fra decisioni difficili, crisi personali, compromessi morali e riflessioni sul capitalismo (o meglio, sulla sopravvivenza delle grandi corporazioni, anche a scapito del bene comune), la pellicola si concentra sui dialoghi e gli scontri fra personaggi non privi di tratti umanizzanti (vedi il dolore di Kevin Spacey per la morte del suo cane). Visti i temi esistenzialisti, e fatte le dovute distinzioni, siamo più dalle parti del "Cosmopolis" di Cronenberg che da quelle de "La grande scommessa" di McKay (per citare altre due ottime pellicole recenti sull'argomento). Ottimo il cast, che comprende anche Simon Baker, Demi Moore e Penn Badgley. Nomination agli Oscar per la sceneggiatura.

13 novembre 2019

Panama papers (Steven Soderbergh, 2019)

Panama papers (The laundromat)
di Steven Soderbergh – USA 2019
con Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo la morte del marito in un incidente, una vedova (Meryl Streep) scopre che l'assicurazione che avrebbe dovuto risarcirla non ha copertura: la compagnia è infatti una società fittizia, parte di una serie di scatole cinesi riconducibile a società offshore gestite da una coppia di loschi avvocati (Oldman e Banderas) a Panama. La sua storia si intreccia con quelle di altre "vittime" del raggiro, fino a quando tutto non verrà alla luce per via di una fuga di notizie nel 2016. La vera storia del caso "Panama papers", che ha coinvolto lo studio legale Mossack Fonseca e le centinaia di migliaia di società offshore da esso gestite. A tratti spigliato (come quando Oldman e Banderas ammiccano e parlano direttamente allo spettatore), in altri momenti melodrammatico (le insopportabili vicende della Streep), comunque sempre confuso, retorico e soprattutto noioso. Ultimamente sono uscite diverse pellicole che hanno cercato di raccontare sullo schermo, con alterne fortune, celebri casi recenti legati all'economia (fra le migliori, "La grande scommessa" di Adam McKay sui mutui subprime e "Adults in the room" di Costa-Gavras sulla crisi economica greca), ma questo è uno dei meno interessanti e più qualunquisti, che anziché spiegare il fenomeno si concentra sulle sue ricadute. Non aiuta il pessimo doppiaggio televisivo. Nel finale, la Streep sveste i panni del suo personaggio per tornare sé stessa e denunciare le tante scappatoie legali che hanno favorito questo tipo di situazione e il ruolo degli Stati Uniti nell'aiutare le grandi aziende a discapito dei cittadini comuni. Piccole parti per David Schwimmer, Sharon Stone, Jeffrey Wright e James Cromwell.

19 settembre 2019

Adults in the room (Costa-Gavras, 2019)

Adults in the room
di Costa-Gavras – Grecia/Francia 2019
con Christos Loulis, Alexandros Bourdoumis
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Un resoconto dei primi sei mesi del governo Tsipras in Grecia (da gennaio a luglio 2015), raccontati in una docu-fiction che si concentra soprattutto sulla figura del combattivo ministro delle finanze Yanis Varoufakis (Christos Loulis) e sulle sue estenuanti trattative con i suoi omologhi europei, i membri dell'Eurogruppo e le istituzioni economiche del Vecchio Continente (la cosiddetta "Troika": Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), nel tentativo di rinegoziare il debito ellenico e uscire dall'austerità. Comincia con la sera delle elezioni e termina con le dimissioni del ministro dopo che Tsipras accettò di firmare il memorandum d'intesa con l'Europa messo a punto dal precedente governo, nonostante il popolo greco avesse manifestato la propria opposizione con un referendum. Ma la parte principale del film illustra le negoziazioni, le trattative e gli scontri dialettici che avvengono all'interno delle stanze segrete dell'Eurogruppo, mostrando con sarcasmo e cinismo tutto il lato "nascosto" della politica, dove le dichiarazioni in privato contraddicono totalmente quelle in pubblico, dove gruppi di alleanze e di rivalità si formano e si disfano dietro le quinte, dove si dibatte per ore (se non per giorni) su una singola parola o un particolare aggettivo da inserire in un comunicato ufficiale, dove smuovere qualcuno dai propri principi ideologici sembra impossibile, dove le esigenze reali delle persone e dei popoli perdono di significato rispetto a teorie economiche senza base concreta. E nel finale, la pellicola si fa surreale con il "balletto" che viene imposto a Tsipras dai suoi colleghi: adeguarsi o morire. Era difficile rendere appetibile o accattivante un argomento di questo tipo: c'era riuscito Adam McKay con "La grande scommessa", e tutto sommato ci riesce anche Costa-Gavras (anche se in questo caso, più che di economia, si parla di politica, e più specificatamente dell'arte della contrattazione), sfornando un political thriller coinvolgente e moderno, sia pure dalla struttura un po' ripetitiva al suo interno. La regia si sofferma soprattutto sulle grandi stanze, gli enormi palazzi, i corridoi vuoti, dentro i quali si decidono le sorti dell'Europa e di popoli che spesso non hanno alcuna voce in capitolo. Il film è tratto da un libro dello stesso Varoufakis ("Adulti nella stanza. La mia battaglia contro l'establishment dell'Europa"), il cui cognome non è peraltro mai pronunciato durante la pellicola, così come quello di quasi tutti i personaggi, che vengono chiamati soltanto per nome. Compreso il "cattivo", Wolfgang (Ulrich Tukur), che naturalmente è tedesco: si trattava del ministro Wolfgang Schäuble. Alexandros Bourdoumis è Alexis Tsipras. Particina per Valeria Golino (la moglie di Varoufakis). Il titolo proviene da una frase detta da Christine (Lagarde), direttrice del FMI, durante un battibecco fra i ministri: "Servirebbero degli adulti in questa stanza".

17 luglio 2019

La grande scommessa (Adam McKay, 2015)

La grande scommessa (The big short)
di Adam McKay – USA 2015
con Steve Carell, Christian Bale
***

Visto in TV, con Sabrina.

Tratto da un saggio del giornalista finanziario Michael Lewis, il film racconta la storia (vera) di alcuni gruppi di speculatori che nel 2007 riuscirono a prevedere l'imminente crollo del mercato immobiliare americano, innescato dalla crisi dei mutui subprime (prestiti ad alto tasso di rischio di insolvenza), e fecero così una fortuna "scommettendo" contro la stabilità del mercato stesso. La narrazione non è tipica di una normale pellicola di finzione: nonostante l'argomento possa essere a forte rischio di noia (soprattutto per chi, come me, di economia capisce poco), i toni sono spigliati, il montaggio è rapido, i personaggi ben caratterizzati, l'argomento non viene banalizzato (la commedia non va mai a discapito della serietà del soggetto, ma aiuta a mostrarne l'assurdità di fondo) e gli intenti sono quasi quelli di un documentario, ovvero didattici, con i protagonisti stessi che a volte guardano in camera e si rivolgono direttamente allo spettatore, per non parlare dei momenti in cui alcuni vip (le attrici Margot Robbie e Selena Gomez, il cuoco Anthony Bourdain, l'economista Richard Thaler) spiegano alcuni concetti attraverso una serie di esempi. Condotto per mano da un cast di grandi nomi (Christian Bale, Ryan Gosling, Brad Pitt e Steve Carell fra gli altri), il lungometraggio intrattiene e diverte, senza risparmiare strali e denunce contro le storture del sistema capitalistico e bancario americano, le cui redini erano in mano a responsabili tanto stupidi e incoscienti quanto criminali e truffaldini. I vari personaggi che la storia segue (spesso senza che si incrocino fra loro) lavorano per arricchirsi, certo, ma sono anche spinti da un desiderio di rivincita personale contro Wall Street, e l'avidità si mescola all'idealismo. Dopo aver raccontato la sua storia, il film si conclude cinicamente, mostrando come in fondo sia cambiato poco o nulla. Da notare che si tratta del primo film "serio" di Adam McKay, nonché del suo primo senza Will Ferrell. Cinque nomination agli Oscar, con il premio (meritato) per la migliore sceneggiatura non originale: non era certo facile adattare in modo accattivante un saggio di economia!

22 aprile 2016

Le confessioni (Roberto Andò, 2016)

Le confessioni
di Roberto Andò – Italia/Francia 2016
con Toni Servillo, Daniel Auteuil
*1/2

Visto al cinema Apollo.

Il presidente del Fondo Monetario Internazionale (Daniel Auteuil) e i ministri dell'economia del G8 si riuniscono in un albergo di lusso sulla costa della Germania per deliberare una manovra segreta contro la crisi economica. Al summit, a sorpresa, sono invitati anche tre elementi esterni: una rock star, una scrittrice per bambini (Connie Nielsen, ispirata evidentemente a J.K. Rowling) e un monaco certosino votato al silenzio (Servillo). A quest'ultimo, a sera inoltrata, il presidente chiede inaspettatamente di essere confessato nella privacy della propria stanza. Ma quando la mattina dopo l'uomo viene trovato morto, si scatenano dubbi e panico: si è suicidato? è stato ucciso (con il monaco come primo sospettato)? Ma soprattutto, ha rivelato nella sua confessione il segreto della manovra finanziaria che sta per essere varata, e che avrà conseguenze pesanti per i paesi più deboli e già in difficoltà? Dopo "Viva la libertà", Andò – con l'aiuto di Servillo – prosegue la sua riflessione sul potere, centrando meglio l'attenzione da quello politico a quello economico. Ma lo fa con un film sì elegante (e che può contare su un ricco cast internazionale: ci sono anche Pierfrancesco Favino, Lambert Wilson, Marie-Josée Croze, Togo Igawa e Moritz Bleibtreu) ma anche freddo, fumoso e qualunquista nelle sue riflessioni a vasto raggio (oltre a politica ed economia, si sfiorano anche arte e religione). L'aggancio all'attualità (la crisi economica, l'austerity, il default della Grecia) si perde in generalizzazioni tanto superficiali quanto discutibili, mentre il gioco dei contrasti (il monaco umile in abito bianco che si aggira nei corridoi di un hotel lussuoso e asettico, i politici e gli economisti che devono prendere decisioni disumane e che frattanto mostrano vizi e virtù quanto più umane possibili) lascia il tempo che trova. Quanto all'aspetto giallistico, Andò ha dichiarato di essersi voluto rifare a maestri come Polanski e Hitchcock (di cui si cita esplicitamente "Io confesso"): ma evidentemente non sembra aver compreso la lezione di sir Alfred secondo cui la suspense va costruita "titillando" il pubblico: qui lo spettatore è tenuto all'oscuro di quasi tutti i dettagli della vicenda, i segreti dei personaggi rimangono tali anche per lui, il monaco è sempre enigmatico e impenetrabile, e dunque vengono a mancare gli appigli per costruire la tensione e rendere avvincente il thriller. Aggiungiamovi la caratterizzazione mal riuscita o inesistente di gran parte dei personaggi (alcuni dei quali, come il cantante, francamente inutili), la stereotipazione dei "buoni" e dei "cattivi" (i soli a manifestare dubbi sulla manovra economica sono il ministro italiano e l'unica donna, la canadese, mentre fra i "duri" ci sono ovviamente il tedesco, l'americano e il russo: le simpatie e le antipatie del regista sono fin troppo evidenti), i luoghi comuni sul potere delle banche, sul cinismo del capitalisti e sulla disumanità di potenti che non ascoltano la propria coscienza. A rendere un po' più gradevole il tutto non bastano sporadici momenti surreali o poetici (gli uccelli, il cane, il vecchio ricco con l'alzheimer, il finale semi-comico che però giunge fuori tempo massimo in un film che si è preso troppo sul serio) o la bravura degli interpreti (alcuni però, come Auteuil o la Nielsen, affossati dal doppiaggio). Nella colonna sonora di Nicola Piovani c'è spazio per Lou Reed ("Walk on the wild side") e Schubert ("Winterreise").

29 gennaio 2014

The wolf of Wall Street (M. Scorsese, 2013)

The Wolf of Wall Street (id.)
di Martin Scorsese – USA 2013
con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

L'ascesa e la caduta di Jordan Belfort, broker indipendente e senza scrupoli che negli anni novanta si arricchì a dismisura vendendo agli investitori le azioni di società-spazzatura (le cosiddette "penny stock") attraverso una struttura truffaldina creata ad hoc, la Stratton Oakmont. Definito dalla rivista "Forbes" come "il lupo di Wall Street", il suo unico motto era "togli i soldi dalle tasche del tuo cliente e mettili nelle tue", e la sua vita si svolgeva all'insegna di feste scatenate a base di sesso, droga ed eccessi di ogni tipo. E proprio come i party dei personaggi sullo schermo (fuori da ogni regola tanto nella vita privata quanto sul luogo di lavoro), anche questa pellicola sulla distorsione del mito americano della ricchezza e del successo è strabordante, sfacciata e irriverente, oltre ad avere molto in comune con alcuni lavori precedenti di Scorsese: come in "The Aviator", racconta la vita di un personaggio unico e carismatico, che costruisce un impero dal nulla; come in "Casinò", descrive il "dietro le quinte" di un complesso meccanismo per produrre soldi a scapito dei gonzi (scegliendo di non mostrare mai, invece, quello che c'è dall'altro lato del telefono, ovvero i risparmiatori o gli investitori truffati); come in "Quei bravi ragazzi", infine, mette al centro della narrazione un'organizzazione criminale i cui componenti sono legati da vincoli di amicizia e fedeltà (soltanto alla fine, costretto dalle circostanze, Jordan sceglierà di collaborare con l'FBI per smantellare la stessa struttura che aveva creato, e finirà per "riciclarsi" come speaker motivazionale per insegnare come si vende qualsiasi cosa). Anche l'ottimo DiCaprio (sarà la volta buona per l'Oscar?) torna a riproporre un personaggio bigger-than-life come aveva già fatto in passato (il citato "The Aviator", "Il grande Gatsby"): in effetti fu proprio DiCaprio a insistere perché la Warner si accaparrasse i diritti delle memorie di Belfort (vincendo la "concorrenza" di Brad Pitt e della Paramount). Se la sceneggiatura di Terence Winter si limita ad accatastare e mostrare sullo schermo gli eccessi dei personaggi, senza approfondirne le cause o scavare nel loro malessere come invece faceva per esempio (e a modo suo) "Spring breakers", il buon Scorsese si mette al servizio della storia e del suo interprete aggiungendo qualche tocco qua e là da grande regista (sono numerose le scene che restano impresse, da quella in cui Donnie, il collega-amico del protagonista interpretato da un grande Jonah Hill – da notare che tutti i nomi di persone reali, a parte quello di Belfort, sono stati cambiati – si mangia il pesciolino di un malcapitato impiegato, a tutta la sequenza – in un certo senso metaforica – in cui Jordan, "imbambolato" da una dose massiccia di metaqualone, striscia a terra verso la sua Lamborghini bianca). Nel resto del cast si segnalano Matthew McConaughey come il primo boss di Belfort, colui che lo introduce allo stile di vita "senza freni" dei broker di New York; Margot Robbie è la bionda moglie Naomi, il regista Rob Reiner è il padre-consigliere, Kyle Chandler è l'agente dell'FBI, Jon Favreau è l'avvocato Riskin (ispirato a Ira Sorkin, l'avvocato di Bernard Madoff) e Jean Dujardin (già protagonista di "The Artist") è il banchiere svizzero. Una curiosità: secondo chi si è premurato di contarle (ed escludendo i film pornografici nonché un documentario su questo preciso argomento), "The wolf of Wall Street" è il film con il maggior numero di volte in cui viene usata la parola "fuck" nella storia del cinema (569), battendo il precedente primatista, "Summer of Sam" di Spike Lee, che si era fermato a 435.

27 dicembre 2012

Una poltrona per due (John Landis, 1983)

Una poltrona per due (Trading places)
di John Landis – USA 1983
con Eddie Murphy, Dan Aykroyd
***1/2

Rivisto in TV, con Alberto ed Eva.

Per verificare se l'indole di una persona è determinata dalle sue qualità innate oppure se è l'ambiente in cui vive a formarne il carattere, i fratelli Randolph e Mortimer Duke – magnati della finanza e proprietari di un'azienda di consulenza e brokeraggio di Philadelphia – scommettono un dollaro sull'esito di un "esperimento scientifico": scambieranno di posto Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd), il loro più valente impiegato (educato nelle migliori scuole, genio della finanza e fidanzato con la loro nipote Penelope), e Billy Ray Valentine (Eddie Murphy), uno straccione e ladruncolo che vive di truffe ed espedienti. L'esperimento riesce: Valentine si cala perfettamente nel ruolo dello yuppie e dimostra inaspettate doti finanziarie, mentre Winthorpe, accusato di furto e di spaccio di droga, si ritrova abbandonato da tutti e precipita all'ultimo gradino della scala sociale. Ma quando i due scopriranno di essere stati manipolati dai Duke, che per di più hanno l'intenzione di abbandonarli entrambi al proprio destino, uniranno le forze e sapranno vendicarsi. Forse ispirato al romanzo di Mark Twain "Il principe e il povero", il film di Landis è un moderno classico di Natale, riproposto immancabilmente dalla televisione italiana durante le feste, nonché uno dei più celebri film del regista, di Dan Aykroyd (entrambi reduci da "The Blues Brothers" e "vedovi" di John Belushi, che era morto l'anno prima) e soprattutto di Eddie Murphy (a inizio carriera e al suo secondo successo dopo "48 ore"). La caratterizzazione dei personaggi, i calcolati tempi comici (dettati soprattutto dalla contagiosa energia di Murphy), l'acuta analisi sociale, le reminescenze di Preston Sturges tengono a freno l'anarchia narrativa di Landis, che nell'occasione sforna una delle sue migliori regie. Memorabile la scena finale nella borsa valori, a colpi di contrattazioni sul prezzo del "succo d'arancia surgelato": insieme a "Wall Street" di Oliver Stone, la pellicola divenne uno dei simboli degli anni Ottanta reaganiani, un decennio particolarmente contrassegnato dal dilagare del yuppismo e delle speculazioni finanziarie. Geniale, a tal proposito, il doppio senso del titolo originale. Grande cast: oltre ai due protagonisti, brillano Jamie Lee Curtis nel ruolo di Ophelia, la prostituta che aiuta Winthorpe dopo che questi è caduto in disgrazia (un ruolo che per la prima volta la affrancava dal genere horror, di cui fino ad allora era stata assidua frequentatrice, e che ben prima di "Un pesce di nome Wanda" ne metteva in luce – oltre alle tette! – le qualità comiche), e il veterano inglese Denholm Elliot, il maggiordomo prima di Winthorpe e poi di Valentine. I fratelli Duke sono invece interpretati da due vecchie volpi della commedia americana, Don Ameche e Ralph Bellamy. Paul Gleason è infine Clarence Beeks, l'agente al servizio dei Duke per i lavori sporchi. C'è anche una comparsata, nel finale, per un giovane James Belushi nei panni dell'uomo con il costume da gorilla (a proposito: chissà come mai gli americani a Capodanno si travestono come se fosse Carnevale?). La colonna sonora di Elmer Bernstein saccheggia ampiamente l'ouverture da "Le nozze di Figaro" di Mozart: si veda in particolare l'incipit, dove la melodia mozartiana accompagna la Philadelphia che lavora e che si sveglia al mattino, fino a introdurci nella lussuosa villa di Winthorpe. Una curiosità: nel 2010, quasi trent'anni dopo l'uscita del film, una nuova regolamentazione dei mercati finanziari in America ha preso il nome di "Eddie Murphy rule", proprio perché mira a evitare l'insider trading attraverso l'utilizzo di informazioni governative riservate (come vorrebbero fare i fratelli Duke nel film).

30 maggio 2012

Cosmopolis (David Cronenberg, 2012)

Cosmopolis (id.)
di David Cronenberg – Canada/Fra/Por/Ita 2012
con Robert Pattinson, Paul Giamatti
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

“Uno spettro si aggira per il mondo: è lo spettro del capitalismo”. Adattando il profetico romanzo di Don DeLillo, che nel 2003 aveva già previsto la deriva antisociale e la crisi generata da un’economia “virtuale” che nel giro di pochi secondi può distruggere patrimoni o interi paesi (“Stiamo speculando sul nulla”, rivela a un certo punto uno dei personaggi), Cronenberg si allontana dai thriller più “commerciali” che aveva realizzato negli ultimi tempi e ritorna alle proprie origini, sfornando quasi un “Videodrome” aggiornato agli anni duemila: al posto della televisione e dei media, come simbolo dell’annullamento dell’identità e della fusione fra realtà e virtuale c’è ora il mondo finanziario, veicolo psicotico verso l’apocalisse del terzo millennio, un mondo dove sesso, denaro e potere si confondono in un freddo esistenzialismo. A bordo della sua lunga e bianca limousine blindata e insonorizzata (a significare un ulteriore distacco con il resto del mondo), il giovane miliardario e speculatore Eric Packer attraversa la città di New York per andare a tagliarsi i capelli. Ma forse non è la giornata giusta: la crescita dello yuan, che non aveva previsto, sta fagocitando il suo patrimonio; la visita in città del presidente degli Stati Uniti ha messo in allarme tutti i reparti di sicurezza e fatto andare in tilt il traffico di Manhattan, ulteriormente rallentato dal funerale new age di un popolare rapper; le strade sono investite dalle proteste di gruppi di anarchici (che ricordano gli indignados o i movimenti “Occupy Wall Street”) che suggeriscono provocatoriamente di usare topi morti come nuova moneta di scambio, e imbrattano anche l’auto di Eric, facendola assomigliare ai quei dipinti di arte moderna (Pollock – come nei titoli di testa – o Rothko – come in quelli di coda) da cui il nostro è tanto attratto; inoltre c’è la voce di un imminente attentato che un misterioso terrorista avrebbe in programma proprio contro di lui. Nel microcosmo della sua limousine, il protagonista ospita i suoi consulenti di mercato (giovanissimi esperti di computer, fanatiche dello jogging, “fumose” teoriche dell’economia), si fa fare accurati check-up medici (che rivelano, con suo grande sconcerto, la presenza di un’asimmetria della prostata), fa sesso, orina, mangia e dorme. Il cinema mutante di Cronenberg torna a essere ossessionato dai corpi e dagli oggetti, i secondi visti come veri e propri prolungamenti dei primi (come la stessa limousine, quasi un essere vivente – “Dove dormono queste auto di notte?” – o come la pistola tecnologica della guardia del corpo che risponde ai comandi vocali: la distinzione si perde al punto che più tardi Eric si sentirà in dovere di attivare con la propria voce anche una comunissima rivoltella). L’ostinazione nel voler tornare nella bottega della propria infanzia per farsi aggiustare il taglio è tipica di uno scenario “mafioso”. Se gran parte dei dialoghi e dei discorsi sull’economia risultano astratti, fuorvianti, noiosi e pretenziosi (difetti ereditati probabilmente dall’origine letteraria della sceneggiatura), l’atmosfera sensoriale costruita dal regista, dal direttore della fotografia (Peter Suschitzky) e dal compositore (Howard Shore) cattura lo spettatore e lo intrappola nello stesso inferno in cui si chiude volontariamente il protagonista, in un odissea (non a caso il romanzo di DeLillo è stato paragonato allo “Ulysses” di Joyce) senza scampo verso la follia e l’autodistruzione. Proprio come le tele di Pollock, il film va visto “da lontano” per apprezzarne l’insieme: focalizzando l’attenzione sui singoli particolari si vedrebbero soltanto macchie di colore insignificanti, come le cifre sputate dai freddi monitor che collegano l’auto di Eric ai mercati globali. Peccato per la prova non del tutto convincente dell’attore protagonista (il vampiro di “Twilight”), scelto forse dalla produzione per dare maggior appeal commerciale a un film difficile e sui generis: Pattinson esce sconfitto dal confronto con quasi tutti gli altri personaggi, soprattutto da quello con il monumentale Paul Giamatti che interpreta il suo attentatore nel finale. Nel cast anche Juliette Binoche, Mathieu Amalric (il “terrorista-pasticciere” che lancia le torte in faccia ai suoi bersagli), Samantha Morton e Jay Baruchel.

20 settembre 2011

Life without principle (Johnnie To, 2011)

Life without principle (Dyut meng gam)
di Johnnie To – Hong Kong 2011
con Lau Ching Wan, Denise Ho
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

In una caotica Hong Kong, le vite di tre personaggi si intrecciano sullo sfondo di una crisi economica globale che, innescata dal tracollo della Grecia, si ripercuote con la forza di un ciclone sulle borse asiatiche e sull’economia cinese. Cheung (Richie Ren) è un poliziotto perennemente indeciso sul proprio futuro: mentre la moglie insiste affinché stipulino un impegnativo mutuo per acquistare un appartamento, lui preferisce gettarsi a capofitto nel lavoro. Teresa (Denise Ho) è impiegata in banca come promotrice finanziaria e deve fronteggiare senza molto successo clienti difficili e situazioni estenuanti, soprattutto dopo che la crisi ha "bruciato" in poche ore milioni di dollari e di speranze. Pantera (Lau Ching Wan) è un gangster ingenuo ma leale verso gli amici, che per guadagnare la somma di denaro necessaria a tirare fuori un socio di prigione si ritrova impantanato fino in fondo in un mondo a lui estraneo, quello delle più ardite speculazioni finanziarie. Una borsa piena di denaro e un misterioso delitto cambieranno la vita di tutti e tre. L’abilità di To nel gestire una molteplicità di personaggi e soprattutto di muoverli come pedine sullo scacchiere dell’ambiente in cui si vivono, che a volte è il vero protagonista dei suoi lavori, è qui resa ancora più efficace dalla scelta di collegare le loro vicende personali alla più stretta attualità. Da sempre abituato a sperimentare e a giocare con i generi (soprattutto con la commedia e il noir, i suoi preferiti), Johnnie To non rinuncia alle figure tipiche dei suoi film (gangster e poliziotti in primis) ma li sfrutta per raccontare le follie di un sistema economico globale che premia o punisce, quasi aleatoriamente, astuti speculatori e ingenui investitori, "squali" della finanza e sprovvedute vecchiette in cerca di soldi facili.

18 settembre 2007

L'ora di punta (V. Marra, 2007)

L'ora di punta
di Vincenzo Marra – Italia 2007
con Michele Lastella, Fanny Ardant
*1/2

Visto al cinema Apollo, con Hiromi (rassegna di Venezia).

Un ambizioso e spregiudicato agente della guardia di finanza, che non si fa problemi ad accettare mazzette, decide di lasciare l'arma per intraprendere la carriera di immobiliarista: con l'appoggio e la complicità di militari, politici e banchieri, inizia una rapidissima scalata sociale. Ispirato evidentemente alle vicende di Stefano Ricucci e compagni, sembra un tv movie con una sceneggiatura non molto efficace. Il protagonista è un'antipatica canaglia che non esita a ingannare persino la donna che ama e non si ferma davanti a niente, ma il suo personaggio resta tutto in superficie. Incomprensibile il titolo, inconcludente il finale.