Visualizzazione post con etichetta Oshima. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Oshima. Mostra tutti i post

11 aprile 2023

L'addomesticamento (Nagisa Oshima, 1961)

L'addomesticamento (Shiiku)
di Nagisa Oshima – Giappone 1961
con Rentaro Mikuni, Eiko Oshima
**

Visto su rarefilmm, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel 1945, mentre la seconda guerra mondiale sta avviandosi verso la conclusione, un soldato americano di colore, ferito dopo essersi paracadutato dal suo aereo, viene fatto prigioniero dai contadini di un villaggio giapponese isolato fra le montagne. La sua presenza catalizza contrasti e discordie fra gli abitanti del piccolo insediamento, anche perché i motivi di dissidio già non mancavano prima del suo arrivo, fra le difficoltà dovute alla guerra (la scarsità di cibo, la presenza di rifugiati fuggiti da Tokyo, le notizie sempre peggiori che provengono dai soldati al fronte) e le tensioni sotterranee all'interno della comunità. Ed è facile trovare nel nemico il capro espiatorio per ogni cosa. Da un racconto giovanile di Kenzaburo Oe (pubblicato in italiano con il titolo "L'animale d'allevamento"), un altro film con cui Oshima prosegue la sua analisi (o meglio, critica feroce) della società giapponese, di cui denuncia una corruzione che prescinde dalla guerra (c'era prima, e ci sarà dopo: la guerra le offre soltanto una scusa o una giustificazione). Si tratta di una produzione indipendente, dopo che il regista aveva rotto con la Shochiku in seguito al boicottaggio del suo "Notte e nebbia del Giappone", che era stato ritirato dalle sale dopo pochi giorni. È un cinema di emozioni forti, che non si fa scrupolo di mettere in scena personaggi caratterizzati da vizi e difetti di ogni tipo (come l'avidità, la codardia, o il razzismo disumanizzante nei confronti del "negro" americano), evidenziati da una fotografia contrastata e un montaggio espressivo (non mancano alcuni notevoli long take): ma la storia corale è un po' troppo dispersiva (sono pochi i personaggi la cui caratterizzazione rimane con lo spettatore) e la narrazione è spesso pesante. Per questo motivo, rimane uno dei lungometraggi meno noti di Oshima, almeno in occidente.

Ashita no taiyo (Nagisa Oshima, 1959)

Tomorrow's sun (Ashita no taiyo)
di Nagisa Oshima – Giappone 1959
con Yukiyo Toake
[sv]

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Breve corto promozionale di 7 minuti, girato per conto della casa di produzione Shochiku da un Oshima agli esordi (non aveva ancora realizzato nessun lungometraggio: il suo primo lavoro, "Il quartiere dell'amore e della speranza", uscirà nel novembre dello stesso anno). Lo scopo è quello di presentare al pubblico tutta una serie di giovani attori ("la nuova generazione di stelle") che, provenienti in gran parte dalla televisione, stanno per arrivare al cinema in una serie di pellicole – per lo più commerciali – appartenenti a vari generi: la commedia, il musical, il film d'azione e quello di ambientazione storica. A fare da guida allo spettatore c'è la giovane Yukiyo Toake, che passa da un'ambientazione all'altra reggendo in mano un ombrello rosso, discorrendo con una platea che parla con lei all'unisono. Fra i numerosi attori presentati, i pochi destinati a una carriera prolifica o comunque decente sono Yusuke Kawazu, Miyuki Kuwano e Masahiko Tsugawa.

6 aprile 2023

Tabù - Gohatto (Nagisa Oshima, 1999)

Tabù - Gohatto (Gohatto)
di Nagisa Oshima – Giappone 1999
con Takeshi Kitano, Ryuhei Matsuda
***

Rivisto su rarefilmm, in originale con sottotitoli inglesi, per ricordare Ryuichi Sakamoto.

Nella Kyoto del 1865, durante gli ultimi anni dello shogunato Tokugawa, i giovani spadaccini Kano (Ryuhei Matsuda) e Tashiro (Tadanobu Asano) vengono arruolati nella Shinsengumi, potente milizia di samurai che ha il compito di mantenere l'ordine pubblico e proteggere lo shogunato stesso dai clan rivali e dalle spinte riformiste. Il giovane Kano, così bello ed efebico, attira su di sé le attenzioni di numerosi uomini, a cominciare dai compagni Tashiro e Yuzawa (Tomorowo Taguchi), ma anche dei loro superiori. E nonostante l'omosessualità fra i samurai della milizia sia diffusa e tollerata, gelosie e rivalità produrranno tensioni e metteranno a repentaglio gli equilibri interni. L'intera vicenda, ispirata da un romanzo di Ryotaro Shiba, è narrata dal punto di vista del capitano Hijikata (Takeshi Kitano), braccio destro del comandante Kondo (Yoichi Sai), che osserva le dinamiche che si dipanano e le commenta con i suoi pensieri: memorabile la scena finale, in cui Hijikata trancia di netto il tronco di un giovane albero in fiore, a sottolineare poeticamente la caducità di ogni cosa bella (e la fine stessa di un'epoca). L'ultimo film girato da Nagisa Oshima è un elegante dramma ambientato in un periodo storico particolarmente affascinante della storia del Giappone, il bakumatsu, che segna la fine del feudalesimo e dell'era degli stessi samurai: in effetti personaggi come Hijikata e Kondo, ma non solo, sono realmente esistiti. Qui, però, gli eventi storici e politici fanno solo da sfondo a una vicenda di torbide passioni e sentimenti nascosti che fanno capolino persino attraverso il rigore stilistico e l'austerità tipica di molti film di samurai, e che naturalmente si scontrano con le rigide regole dei samurai e del codice della milizia. Matsuda, che interpreta il diciottenne Kano, aveva solo sedici anni al tempo delle riprese. Nel cast anche Shinji Takeda (Okita), Jiro Sakagami (l'anziano Inoue) e Tommy's Masa (Yamazaki). La colonna sonora è di Ryuichi Sakamoto, che aveva già collaborato con Oshima (e Kitano) in "Furyo".

22 maggio 2018

Il cimitero del sole (Nagisa Oshima, 1960)

Il cimitero del sole (Taiyo no hakaba)
di Nagisa Oshima – Giappone 1960
con Kayoko Hono, Isao Sasaki
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

A Kamagasaki, derelitto sobborgo di Osaka, vive un'umanità allo sbando che si barcamena fra miseria, violenza e sotterfugi: bande di ragazzi di strada, giovani teppisti e yakuza che gestiscono la prostituzione, barboni e vecchi reduci di guerra che sopravvivono con furti, lavoretti non sempre legali o loschi traffici di ogni genere (dalla vendita del sangue ai documenti d'identità). La giovane Hanako, figlia di uno straccivendolo, anche lei tutt'altro che innocente e anzi parecchio opportunista (non ci pensa mai due volte ad allearsi con qualcuno o a tradirlo a seconda della necessità), cerca di restare a galla come può, ma rimane coinvolta nella guerra fra le bande, anche perché si innamora di Takeshi, ultimo arrivato fra i giovani yakuza e l'unico, come lei, ad aver conservato un briciolo di empatia e di sensibilità umana. Il terzo film di Oshima cementa il suo nome come uno dei più rappresentativi della Nouvelle Vague giapponese. Il titolo è significativo: fa riferimento alla corrente letteraria Taiyozoku ("La generazione del sole"), che dalla metà degli anni cinquanta aveva cominciato a descrivere l'irrequietezza e l'insoddisfazione delle giovani generazioni, e a cui si potrebbe ascrivere anche il precedente film di Oshima ("Racconto crudele della giovinezza"). Qui il regista sembra voler fare un passo ancora più avanti, certificando il fallimento e la fine di ogni speranza di una società migliore o diversa. Fra i vari aspetti della pellicola – l'impianto corale (Hanako e Takeshi sono le figure principali, ma non le sole), la denuncia sociale, l'attenzione verso i quartieri più poveri e degradati, le frecciate politiche (uno dei barboni, ritratto come un fanatico, sogna la rinascita del Giappone imperiale, esplicitando così lo sconforto e il risentimento di molti della sua generazione) – spicca infatti la descrizione di un mondo "a parte", lontano anni luce dalla società moderna e pulita che il Giappone di quegli anni stava costruendo. È un mondo ancora più duro, cinico e senza speranza di quello visto in pellicole simili e coeve come "Accattone" di Pasolini: qui davvero non c'è alcun posto per l'amore o l'amicizia, ma nemmeno per la solidarietà o l'empatia. Per fortuna almeno la bellezza e la poesia fanno talvolta capolino, sotto forma di rossi tramonti (d'altronde il sole, come detto, è significativo) o della canzone nostalgica "Colline un tempo care" intonata da Takeshi. Piccola curiosità: Isao Sasaki, che interpreta appunto Takeshi, diventerà famoso come doppiatore e come cantante di tante celebri sigle di cartoni animati (fra cui "Yamato" e "Grendizer").

12 gennaio 2018

Racconto crudele della giovinezza (N. Oshima, 1960)

Racconto crudele della giovinezza (Seishun zankoku monogatari)
di Nagisa Oshima – Giappone 1960
con Yasuke Kawazu, Miyuki Kuwano
***

Rivisto in DVD.

La giovane studentessa Makoto (Kuwano) si innamora del coetaneo Kiyoshi (Kawazu), ribelle e poco di buono, e si trasferisce da lui nonostante la disapprovazione della famiglia. Per guadagnarsi da vivere, i due estorcono denaro a uomini attempati che lei adesca e lui ricatta. Ma finiranno male. Secondo film e primo grande successo di Oshima, che contribuì a lanciare la "nouvelle vague" giapponese (le ispirazioni a Godard e Truffaut sono evidenti), un cinema assai distante da quello tradizionale nipponico, più attento alla modernità, alle questioni sociali e soprattutto alle contraddizioni di una gioventù disillusa e in cerca di autodeterminazione, che rifiuta le regole e gli insegnamenti dei padri, anche a costo di fallire miseramente. Nella storia, esemplare è il confronto fra Makoto e la sorella maggiore Yuki (Yoshiko Kuga), che a differenza di lei ha messo da parte per conformismo i propri sogni di gioventù e le proprie aspirazioni, e ora li rimpiange. La regia di un Oshima già padrone del mezzo, il vivido technicolor, le intense prove attoriali, il cinismo e il fatalismo sparsi a piene mani (come in un noir) ne fanno un'opera vibrante, cruda e realistica ma permata di umanità e vitalità. Fece scandalo ma riscosse anche un grande successo al botteghino (d'altronde i tempi erano maturi, come dimostra un ambiente caratterizzato dalle proteste studentesche e da una sempre più invocata libertà sessuale), lanciando definitivamente la carriera del regista e aprendo la strada a produzioni simili.

28 maggio 2017

Storia segreta del dopoguerra (Nagisa Oshima, 1970)

Storia segreta del dopoguerra: dopo la guerra di Tokyo
(Tokyo senso sengo hiwa)
di Nagisa Oshima – Giappone 1970
con Kazuo Goto, Emiko Iwasaki
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un gruppo di studenti di sinistra intende documentare su pellicola le proteste di strada contro il governo, perché "per spezzare l'oppressione serve l'immaginazione. Ecco perché facciamo film". Ma quando uno di loro si suicida gettandosi da un palazzo con la cinepresa in mano, il giovane Motoki si convince che l'amico abbia voluto lasciare nel film una sorta di testamento personale. E con l'aiuto della ragazza del defunto, Yasuko, cerca di dare un significato alle immagini apparentemente senza senso, scorci e riprese delle vie della città, e di ricostruirne il contenuto recandosi a filmare negli stessi luoghi... Girato durante la fase più ideologica e sperimentale della carriera di Oshima, e noto anche con il titolo inglese "The Man Who Left His Will On Film", questo strano film ondeggia fra l'autobiografico, il militante e il metafisico. Significativo che, quando gli studenti elencano i registi che potrebbero simpatizzare con loro, il primo della lista sia proprio Oshima. Fare cinema è un atto contraddittorio, così come la realtà e la finzione sono in contraddizione fra loro (e questo ricorda la querelle fra i teorici sovietici: non a caso si riconoscono echi de "L'uomo con la macchina da presa" di Dziga Vertov). Lo stesso cinema è uno strumento di lotta politica e al tempo stesso un mezzo per l'autodeterminazione individuale (convinto che non sia mai esistito, Motoki comincia a identificarsi nell'amico come a volerne prendere il posto, anche al fianco della compiacente Yasuko). "Catturare" su pellicola i paesaggi e gli scorci della città diventa equivalente a conquistare la ragazza (che infatti si pone spesso fra l'obiettivo e lo sfondo, come voler divenire una parte integrante del paesaggio; in una scena precedente, si spoglia davanti alla cinepresa per "fondersi" nel film proiettato), oltre a riportare dentro di sé quella parte che è fuggita (il misterioso amico scomparso). Girato con attori non professionisti e una bella colonna sonora di Toru Takemitsu, il film è però troppo enigmatico nella sovrapposizione dei piani narrativi e nello sviluppo "filosofico", con tanto di finale circolare, e pur essendo storicamente significativo non raggiunge l'intensità delle opere migliori del regista nipponico né il fascino dei suoi modelli di riferimento (su tutti gli autori della Nouvelle Vague francese, come Resnais e Godard).

28 aprile 2016

Il quartiere dell'amore e della speranza (N. Oshima, 1959)

Il quartiere dell'amore e della speranza (Ai to kibo no machi)
di Nagisa Oshima – Giappone 1959
con Hiroshi Fujikawa, Yuki Tominaga
**1/2

Visto alla Fogona, in divx con sottotitoli inglesi.

Il giovane Masao, povero ma orgoglioso, vive con la mamma e la sorellina Yasue in un'umile dimora alla periferia di Tokyo. La madre, che quando non è malata lavora come lustrascarpe, spera che il figlio prosegua gli studi, iscrivendosi al liceo dopo l'imminente esame di terza media. Masao, invece, vorrebbe trovarsi un lavoro, e nel frattempo guadagna qualche soldo con un “commercio” truffaldino, ovvero vendendo davanti alla stazione i piccioni viaggiatori che la sorella ha allevato, contando sul fatto che questi alla prima occasione torneranno a casa, dandogli la possibilità di rivenderli nuovamente. Due giovani donne finiscono col prendersi a cuore le sorti del ragazzo: la sua insegnante, Akiyama, e una ricca liceale, Kyoko, che cerca di farlo assumere nell'industria di famiglia. Ma i pregiudizi contro chi vive nei bassifondi si riveleranno un ostacolo insormontabile... Al suo primo lungometraggio, Oshima realizza un breve (poco più di un'ora) ma incisivo affresco sociale che parla di povertà e di riscatto, mettendo a confronto diversi contesti del Giappone del dopoguerra e mostrando come i sogni e l'idealismo debbano fare i conti con la realtà e i pregiudizi di classe. Il tutto senza cedere al melodramma o ai luoghi comuni del neorealismo, ma trovando un approccio personale che sfocerà nella cosiddetta Nuberu Bagu (nouvelle vague) nipponica, corrente cinematografica sviluppatasi di pari passo con quella francese. Qui, come suggerisce il titolo, nonostante tutto c'è ancora spazio per l'ottimismo: il giovane protagonista, in particolare, saprà trovare da solo una propria strada, al di là di ogni compromesso, di ogni scorciatoia o anche del desiderio di coloro che gli stanno attorno. Ma il regista mette subito in chiaro come al centro del suo cinema ci saranno i contrasti fra classi differenti, oltre che l'indagine delle pulsioni disilluse e radicali della nuova generazione di giapponesi.

24 gennaio 2013

Ecco l'impero dei sensi (N. Oshima, 1976)

Ecco l'impero dei sensi (Ai no corrida)
di Nagisa Oshima – Giappone/Francia 1976
con Eiko Matsuda, Tatsuya Fuji
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Per ricordare Nagisa Oshima, il grande regista della nouvelle vague giapponese da poco scomparso, mi sono rivisto il suo film più celebre, che fece scandalo e riscosse un inatteso successo al Festival di Cannes. Tratto da una storia vera di dipendenza e ossessione sessuale (un caso di cronaca avvenuto nel Giappone del 1936), racconta la vicenda di Abe Sada, ex prostituta che si trasferisce a lavorare come cameriera in una casa di geishe a Tokyo. Innamorata di Kichi, il marito della proprietaria, ne diventerà l’amante e darà vita con lui a un ménage sempre più stretto e intenso, finendo quasi con il vivere di solo sesso. Al culmine della passione, soffocherà l’amante con un fazzoletto: gli taglierà poi i genitali e vagherà per diversi giorni per le strade della città portandoli con sé, prima di essere arrestata. Il fatto destò scalpore nella società giapponese e acquistò un’aura quasi mitica, attirando l’attenzione di scrittori, poeti e cineasti (oltre alla versione di Oshima, da ricordare quella di Noboru Tanaka, “Abesada – L’abisso dei sensi”, del 1975). Assai esplicita visivamente, la pellicola si concentra tutta sul legame sempre più indissolubile fra i due amanti (sono poche le scene che li vedono separati, come quelle in cui Sada si rivolge a un suo vecchio pretendente, il maestro Omiya, interpretato da Kyôji Kokonoe), in un’escalation di amplessi, di estasi sensuale e di giochi erotici ai limiti del sadomasochismo, fino al sacrificio totale (è Kichi stesso che chiede a Sada di strangolarlo, pur di accrescere il suo piacere). Il pregio del film sta proprio nella totale assenza di moralismo e di artificiosità, anche quando tratta del legame fra eros e thanatos (assai radicato nella cultura giapponese): Oshima dà libero sfogo a quella vena naturalista e quasi documentaristica che è uno dei tratti principali del suo cinema e di quello dei suoi colleghi degli anni sessanta (si pensi anche a Shohei Imamura). Notevole la fotografia, con ambienti spogli e minimalisti in cui risalta spesso il colore rosso acceso. La breve sequenza in cui Kichi incrocia un plotone di soldati che cammina in senso opposto è una delle poche che aiutano a collocare la vicenda nel suo adeguato contesto storico, un Giappone che stava per sprofondare nel nazionalismo e nel militarismo, di fronte al quale la scelta dei due protagonirsi di isolarsi dal mondo e di dedicarsi soltanto al piacere dei sensi può non apparire affatto assurda. Koji Wakamatsu è il produttore esecutivo, ma nella produzione è coinvolto anche il francese Anatole Dauman. Solo negli anni novanta, in occasione dell'uscita in home video, il titolo italiano è stato semplificato in "L'impero dei sensi". Avendo voluto mostrare sullo schermo nudità e scene di sesso non simulate, per sfuggire alla censura nipponica Oshima fu costretto a sviluppare e montare la pellicola in Francia (pare che ancora oggi in Giappone sia impossibile vedere il film nella versione non censurata). Processato per oscenità in patria (per aver pubblicato la sceneggiatura!), il regista fece una famosa dichiarazione: “Nulla di ciò che viene mostrato è osceno. Le uniche cose oscene sono quelle che vengono nascoste”.

15 gennaio 2010

Max amore mio (Nagisa Oshima, 1986)

Max amore mio (Max mon amour)
di Nagisa Oshima – Francia 1986
con Charlotte Rampling, Anthony Higgins
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Peter, diplomatico inglese presso l'ambasciata britannica di Parigi, viene a sapere che la moglie Margaret ha un amante; quando però scopre che si tratta di Max, uno scimpanzé, decide di accoglierlo in casa propria per indagare meglio la natura del loro strano rapporto. L'animale porta scompiglio nel mondo alto-borghese della coppia, entusiasmando il figlioletto, scandalizzando o incuriosendo gli amici, scatenando l'allergia della cameriera e rendendo il povero Peter sempre più frustrato. Ma alla fine l'armonia tornerà e si darà vita a una "famiglia allargata", con una sorta di ménage à trois. Il giapponese Oshima, i cui precedenti lavori "Ecco l'impero dei sensi" e "L'impero della passione" erano già stati coprodotti dalla Francia, sbarca in occidente per dirigere una bizzarra pellicola ideata da Jean-Claude Carrière (lo sceneggiatore degli ultimi film di Buñuel), che in un certo senso ne è il vero autore. Ma non si tratta, nonostante il tema, di un film scabroso o scandaloso: la provocazione resta confinata sul piano intellettuale, mentre il tono paradossale della situazione è stemperato da una messa in scena fredda e algida come la recitazione della Rampling, dove non c'è posto per la passione, almeno a livello esplicito. Al pari di Peter, lo spettatore vorrebbe trasformarsi in voyeur e scoprire qualcosa di più sulla relazione sessuale fra la donna e la scimmia, ma viene costantemente tenuto a distanza e non può nemmeno sbirciare dal buco della serratura come i titoli di testa del film lasciavano presagire. L'unica inquadratura dei due personaggi ripresi nell'intimità – dall'alto, nella stanza chiusa – li mostra teneramente abbracciati ma non svela altri dettagli. E quando Peter assolda una prostituta per osservarla mentre fa l'amore con Max, l'animale rifiuta ogni contatto perché non la trova di suo gusto: nonostante la donna si spogli davanti alla scimmia, lo stimolo visivo si rivela per l'animale meno importante di quello olfattivo o soprattutto di quello uditivo, visto che sono proprio i rumori – i latrati dei cani, il fragore dei tuoni, le grida dei commensali, la canzoncina di Margaret – a stimolare le sue reazioni. La sceneggiatura, al cui servizio si mette una regia classica ed essenziale, sembra più interessata a spingere sui pedali della satira e del paradosso (come nel finale, quando la scimmia è acclamata dalla folla come se si trattasse di quella regina d'Inghilterra il cui viaggio a Parigi è stato pianificato dal diplomatico) che ad indagare in profondità possibili temi come la natura bestiale dell'uomo, il rapporto di coppia o la rottura delle consuetudini sociali e sessuali. E la natura sovversiva della situazione viene via via fatta rientrare nell'alveo della normalità. Nella versione originale il film è parlato per metà in inglese e per metà francese (persino della scimmia si dice che è "bilingue"!). Nel cast ci sono anche Victoria Abril (la cameriera Maria) e Milena Vukotic (la madre di Margaret).

20 marzo 2008

Furyo (Nagisa Oshima, 1983)

Furyo (Merry Christmas Mr. Lawrence, aka Senjou no Merii Kurisumasu)
di Nagisa Oshima – Giappone/GB 1983
con David Bowie, Ryuichi Sakamoto
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

In un campo giapponese per prigionieri di guerra, a Giava nel 1942, giunge il maggiore Jack Celliers (David Bowie), soldato britannico particolarmente irriverente e – agli occhi dell'inflessibile e disciplinato comandante Yonoi (Ryuichi Sakamoto) – estremamente seducente. L'attrazione fra i due è palpabile, oltre che "impossibile", ma Oshima è abile a mantenerla a un livello di "non agito". Col tempo conosceremo anche qualcosa del suo passato di Jack, scoprendo come la sua incoscienza autodistruttiva derivi dal tragico rapporto con il fratello minore. Entrambi gli interpreti (Sakamoto è anche autore della bella colonna sonora) sono curiosamente musicisti prima che attori, ma si dimostrano incredibilmente in parte. Un film assolutamente non stereotipato, lento ma affascinante, nel quale l'ambientazione storica, le ingiustizie della guerra e la descrizione dei contrasti fra la filosofia giapponese e quella occidentale riguardo alla prigionia, alla resa e alla sconfitta si fondono perfettamente con le vicende personali dei protagonisti. La prima volta che l'avevo visto mi aveva piuttosto spiazzato e confuso: stavolta, sapendo già cosa aspettarmi, l'ho apprezzato decisamente di più. Il film è indimenticabile anche per la presenza di Takeshi Kitano (che nei titoli è accreditato solo come "Takeshi" e non si era ancora dato alla regia) nel ruolo fondamentale del sergente Hara, la cui amicizia/rivalità con il colonnello Lawrence, intepretato da Tom Conti, fa da contraltare al rapporto tormentato fra Bowie e Sakamoto. Kitano ha l'onore di aprire il film e soprattutto di chiuderlo, con il suo faccione ("Che buffa faccia", esclama Bowie la prima volta che lo vede) che pronuncia la frase del titolo originale (non ho mai capito a cosa si riferisca invece il titolo italiano).

6 settembre 2007

Il demone in pieno giorno (N. Oshima, 1966)

Il demone in pieno giorno (Hakuchu no torima)
di Nagisa Oshima – Giappone 1966
con Kei Sato, Saeda Kawaguchi, Akiko Koyama
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Rispetto ad altri registi della nouvelle vague giapponese (per esempio Imamura), Oshima è certamente più lucido ma a volte rischia di risultare un po' troppo freddo. Questo film, però, mi è sembrato uno dei suoi migliori, meno politicizzato e molto ben studiato come psicologia dei personaggi. La struttura temporale è complessa, e la storia – completamente decostruita e tutt'altro che lineare – è narrata attraverso una lunga serie di flashback, lettere e ricordi: ma tutto ruota attorno alla figura centrale di Eisuke, violentatore e assassino, soprannominato "demone in pieno giorno" perché compie le sue malefatte alla luce del sole. Per Eisuke il delitto è una "necessità incontrollabile", un impulso da soddisfare senza nemmeno chiedersi il perché. La polizia ignora la sua vera identità, di cui invece sono a conoscenza la giovane contadina Shino, che proviene dal suo stesso villaggio, e la moglie Matsuko, un'insegnante che predica la fratellanza e la democrazia ma che è attratta dalla sua malvagità e per questo motivo non lo denuncia. La vicenda si snoda quasi per inerzia, come se il caso o la fatalità governassero il destino dei personaggi, e cerca inutilmente di indagare le cause e l'origine del loro comportamento: Eisuke è diventato un assassino perché è sempre stato un delinquente, oppure a causa degli eventi che hanno coinvolto Shino, Matsuko e Genji (il leader del villaggio, ossessionato dal desiderio di suicidarsi)? Le sequenze ambientate nel passato scavano nella loro vita per mostrare le ambiguità e le pulsioni erotiche, violente e autodistruttive che si nascondono in ognuno di essi, sospesi fra l'attrazione per il male e la relatività del bene. Indimenticabile la frase finale di Shino, sopravvissuta a ben due "doppi suicidi": "Sono di nuovo sola, e ho soltanto vent'anni". Il film appare piuttosto moderno e funziona ottimamente anche considerandolo al di fuori del contesto sociale del Giappone degli anni '60, al quale comunque appartiene chiaramente, per esempio nel descrivere il passaggio dagli ambienti rurali a quelli metropolitani. Mi è rimasto qualche dubbio sulla completezza e la bontà dei sottotitoli italiani.