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29 maggio 2023

Monster Hunter (Paul W. S. Anderson, 2020)

Monster Hunter (id.)
di Paul W. S. Anderson – USA/Giappone/Cina/Germania 2020
con Milla Jovovich, Tony Jaa
**

Visto in TV (Netflix).

Una misteriosa tempesta di sabbia trasporta una soldatessa americana (Milla Jovovich) in un'altra dimensione, un mondo desertico popolato da mostri giganteschi e letali. Qui imparerà a combatterli, dapprima per sopravvivere e poi per impedire che arrivino sulla Terra, in compagnia di un misterioso cacciatore (Tony Jaa) e dei suoi compagni. Dopo "Resident Evil", l'accoppiata Anderson/Jovovich si rituffa nell'adattamento di una serie di videogiochi, un'altra popolare franchise della Capcom, prendendosi parecchie libertà. Il film (che nelle intenzioni dovrebbe essere a sua volta il primo di una serie, ma l'accoglienza della critica e del pubblico non è stata delle migliori, anche per via della pandemia di Covid nel periodo in cui è uscito) è essenzialmente una pellicola d'azione fracassona con venature fantastiche e horror, che nel raccontare i combattimenti dei nostri eroi per la sopravvivenza si rifà a un immaginario condiviso: molti sono infatti gli echi di precedenti film e opere di fantasy e fantascienza, da "Alien" a "Dune", da "Il Signore degli Anelli" (i ragni che ricordano Shelob) a "Il mondo perduto" di Conan Doyle (molti mostri sono di fatto derivati dai dinosauri, per non parlare del drago sputafuoco nel finale). E sarebbe inutile cercare caratterizzazioni originali o approfondimenti psicologici dei personaggi. Detto questo, visivamente ha il suo fascino, Milla si impegna, e le scene di combattimento (contro i mostri, ma anche fra umani) si prolungano senza annoiare più di tanto. E il world building, appena accennato, lascia immaginare sviluppi interessanti (dai velieri ottocenteschi che solcano i deserti, agli animali antropomorfi come il felino-cuoco nella ciurma dell'ammiraglio interpretato da Ron Perlman). Finale, ovviamente, aperto per il sequel, nello stesso modo in cui lo era quello di "Mortal Kombat", una delle prime incursioni di Paul W.S. Anderson nel mondo degli adattamenti da videogiochi.

10 agosto 2022

Shadow of Mordor (Gorski, Pueringer, 2014)

Shadow of Mordor
di Sam Gorski, Niko Pueringer – USA 2014
con Billy Bussey, Clinton Jones
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Una pattuglia di orchi affronta un ramingo dai poteri "spettrali". Cortometraggio amatoriale ispirato al videogioco "Middle-earth: Shadow of Mordor" (in italiano "La Terra di Mezzo: L'ombra di Mordor"), ambientato nel mondo creato dalla fantasia di J.R.R. Tolkien. La trama è minimale, i combattimenti sono violenti e splatter, gli effetti digitali si affiancano a quelli artigianali e al trucco: ma pur nella sua brevità, il breve filmato (poco più di 7 minuti) riesce a costruire un'atmosfera e dei personaggi (gli orchi soprattutto, in particolare il pavido e inetto Krimp, vero e proprio protagonista; il loro avversario, invece, resta una figura misteriosa). Non conosco il videogioco (la WB Games ha "sponsorizzato" il corto), ma immagino che molti degli elementi più bizzarri qui presenti (gli strani poteri del ramingo, in grado di leggere il pensiero e "possedere" gli avversari) provengano da lì. Leggo che il personaggio in questione ha un nome, Talion, e che è in effetti il protagonista del gioco (che naturalmente non fa parte dell'universo "canonico" tolkeniano).

18 dicembre 2021

Mortal Kombat 2 (John R. Leonetti, 1997)

Mortal Kombat - Distruzione totale (Mortal Kombat: Annihilation)
di John R. Leonetti – USA 1997
con Robin Shou, Sandra Hess
*

Visto in TV (Netflix).

Sequel del film del 1995, ma inferiore sotto ogni aspetto (e già il primo non era questo gran che!). Si ricomincia esattamente da dove si era finito, con l'imperatore di Outworld, il perfido Shao Khan (Brian Thompson), che invade il nostro mondo per conquistarlo, trasgredendo di fatto le regole che erano state fissate nel film precedente. Khan ha aperto i portali che dividono i due regni: se i nostri eroi non riusciranno a chiuderli entro sei giorni, sconfiggendo tutti i nemici, i mondi si fonderanno. Dalla prima pellicola tornano soltanto due attori: Robin Shou nei panni di Liu Kang e Talisa Soto in quelli di Kitana; tutti gli altri sono stati sostituiti (James Remar al posto di Christopher Lambert per Lord Raiden, Sandra Hess per Sonya Blade, Chris Conrad per Johnny Cage, che peraltro muore subito) o sono new entry (Lynn Williams è Jax Briggs, dalle braccia bioniche; Irina Pantaeva è Jade; Musetta Vander è Sindel, la madre di Kitana; gli altri lasciamoli pure perdere). Una trama senza senso, situazioni accatastate a caso, dialoghi imbarazzanti, effetti digitali invadenti ma di bassa qualità, personaggi che tornano dalla morte senza un motivo (Scorpion) o con un motivo (Sub-Zero: è il fratello minore!), il tutto come scusa per inscenare una serie di combattimenti mal realizzati. L'unica cosa "mortale", alla fine, è la noia. La fotografia ricorda i colori di Frank Frazetta. I produttori pensavano anche a un terzo film, ma l'insuccesso al botteghino ha cambiato i piani.

12 dicembre 2021

Mortal Kombat (Paul W.S. Anderson, 1995)

Mortal Kombat (id.)
di Paul W.S. Anderson – USA 1995
con Robin Shou, Linden Ashby
*1/2

Rivisto in TV (Netflix), con Monica, Roberto e Marisa.

Il campione di arti marziali Liu Kang (Robin Shou), che vuole vendicare il fratello ucciso; l'attore hollywoodiano Johnny Cage (Linden Ashby), che vuole rilanciare la propria carriera; e la poliziotta Sonya Blade (Bridgette Wilson), alla caccia di un ricercato, sono fra i combattenti reclutati da Lord Raiden (Christopher Lambert), divinità del fulmine, per rappresentare la Terra al torneo interdimensionale denominato "Mortal Kombat": se perderanno contro i malvagi campioni del regno di Outworld, scelti dal perfido Shang Tsung (Cary-Hiroyuki Tagawa), l'imperatore di questo potrà invadere e conquistare il nostro mondo. Da un celebre videogioco picchiaduro (sullo stile di "Street Fighter"), un filmaccio che pure si lascia vedere per l'assoluta improbabilità della trama, i personaggi variopinti e l'impossibilità di essere preso sul serio. La trama è improvvisata (una scusa per mettere in scena un combattimento dopo l'altro), i personaggi sono monodimensionali, stereotipati o incoerenti, le scene d'azione ridicole (il regista Paul W.S. Anderson, quasi agli esordi, è costretto a non mostrare mai chiaramente i combattimenti per l'evidente incapacità degli attori a portare a segno i colpi nelle arti marziali), gli effetti digitali dilettanteschi (meglio quelli pratici: ma Goro, il mostro forzuto con quattro braccia, è chiaramente composto da due attori l'uno sulle spalle dell'altro!). Eppure, tutti questi difetti possono concorrere a rendere la pellicola una sorta di "guilty pleasure". Fra le cose indubbiamente da salvare: le scenografie, belle e suggestive, come le varie sale dell'isola (dei morti?) dove si svolge il torneo (ma anche i templi thailandesi da cui proviene Liu Kang); la recitazione svagata di Christopher Lambert, unico nome noto nel cast, che sembra essersela spassata un mondo; ...e naturalmente Talisa Soto (nei panni della principessa Kitana). Fra gli altri personaggi/nemici provenienti dal videogioco ci sono Kano (Trevor Goddard), Scorpion, Sub-Zero e Reptile. Il successo al botteghino porterà due anni dopo alla realizzazione di un sequel (oltre che di alcune serie animate). Nel 2021, invece, è stata la volta di un (brutto) reboot.

6 giugno 2021

Mortal Kombat (Simon McQuoid, 2021)

Mortal Kombat (id.)
di Simon McQuoid – USA/Australia 2021
con Lewis Tan, Jessica McNamee
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

L'ex lottatore professionista Cole Young (Lewis Tan) scopre di essere il discendente di un leggendario ninja giapponese, Hanzo Hasashi/Scorpion (Hiroyuki Sanada), e in quanto tale viene reclutato fra i "campioni" della Terra che dovranno battersi in un torneo contro quelli del Regno esterno, una dimensione popolata da creature malvagie. Terzo film (dopo quelli del 1995 e del 1997, con cui non ha nulla in comune: siamo di fronte a un reboot) ispirato al celebre videogioco picchiaduro/fantasy degli anni novanta. I fan ritroveranno numerosi personaggi del gioco, divisi fra buoni – Sonya Blade (Jessica McNamee), Jax (Mehcad Brooks), Liu Kang (Ludi Lin), Kung Lao (Max Huang) – e cattivi – Sub-Zero (Joe Taslim), Kano (Josh Lawson), Goro e Reptile (in CGI), Kabal (Daniel Nelson), Mileena (Sisi Stringer), Nitara (Mel Jarnson), Reiko (Nathan Jones) – con i loro poteri speciali (chi lancia palle di fuoco, chi manipola il freddo e la temperatura, chi è semplicemente un mostro con quattro braccia). Tadanobu Asano è Lord Raiden, il "protettore" della Terra, mentre Chin Han è Shang Tsung, il suo corrispettivo a capo del Regno esterno. Quanto alla sceneggiatura, pur fedele alle linee generali della backstory del gioco, è soltanto una goffa scusa per mettere in scena prima l'addestramento degli eroi (che devono risvegliare le proprie capacità) e poi i combattimenti, un mix fra arti marziali coreografate ed effetti speciali digitali (che consentono, fra l'altro, di rappresentare le violente "fatalities", ovvero le assai cruente conclusioni degli scontri). Nulla di particolarmente interessante o sconvolgente, comunque. Tutto è ovviamente apparecchiato per un sequel: a tutti gli effetti il "decimo torneo" tanto atteso non inizia mai, e nelle ultime scene Cole va alla ricerca di altri lottatori, il primo dei quali sarà Johnny Cage.

4 giugno 2019

Final Fantasy VII: Advent children (T. Nomura, 2005)

Final Fantasy VII: Advent children (id.)
di Tetsuya Nomura [e Takeshi Nozue] – Giappone 2005
animazione digitale
*1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Due anni dopo la sconfitta di Sephiroth (al termine del videogioco "Final Fantasy VII"), in un pianeta in rovine e funestato da una strana malattia, un trio di misteriosi individui cerca di rintracciare i resti della creatura extraterrestre Jenova per resuscitarlo e distruggere il mondo. A loro si opporrà Cloud Strife, che dopo aver perso la voglia di lottare e di vivere tornerà così a battersi insieme ai compagni di un tempo (compresi gli "spiriti" degli amici defunti). Secondo film animato della franchise di "Final Fantasy" (dopo quello del 2001), ma primo a essere direttamente legato ai videogiochi, essendo infatti il sequel diretto del settimo capitolo della saga (il più popolare e di successo), di cui riprende ambientazione (un mondo fantasy post-industriale) e personaggi. Uscito in Giappone direttamente in home video, è stato poi "riveduto e corretto" nel 2009, quando è stata messa in commercio una versione (denominata "Complete", che è quella che ho visto) con circa mezz'ora di scene aggiuntive e una migliore qualità visiva. Nonostante il grande (ed evidente) sforzo produttivo, la pellicola però è quasi inguardabile per chi non è già un fan, per via di una trama confusa, fra noiosi concetti metafisici e la reintroduzione di personaggi ed elementi del gioco senza contesto (e senza spiegarli a uno spettatore che non li conoscesse). Abbiamo inoltre una grafica e soprattutto una regia da videogame, appunto, e un'animazione in CGI all'epoca magari all'avanguardia, ma che appare oggi molto datata; una sceneggiatura fatta di dialoghi stereotipati, con personaggi che vanno e vengono senza spiegazione; e l'assenza di quella varietà di scenari, di temi e di registri (ironia compresa), nonché il senso di esplorazione di un mondo, che caratterizzava il prototipo. Fra le poche cose da salvare, la scena della battaglia contro la creatura gigante evocata dai nemici (cui contribuiscono tutti quelli che erano personaggi giocabili), e le strizzatine d'occhio nella colonna sonora di Nobuo Uematsu (che ripropone diversi temi classici, come la fanfara della vittoria che qui è la suoneria di un cellulare). Tutto sommato accettabile lo stile iper-realistico dei personaggi (migliore di quello del film precedente), anche se rimpiango la grafica super-deformed del videogioco (e a questo punto mi chiedo se non sarebbe stato meglio girare un film in live action). Tetsuya Nomura era il character designer del gioco originale. L'adattamento dei sottotitoli italiani lascia parecchio a desiderare, con frasi che suonano poco scorrevoli, a tratti incomprensibili, e non sempre coerenti con la traduzione del gioco.

18 agosto 2018

Resident Evil: The final chapter (Paul W.S. Anderson, 2016)

Resident Evil: The Final Chapter (id.)
di Paul W. S. Anderson – USA 2016
con Milla Jovovich, Iain Glen
*1/2

Visto in divx.

Sesto e ultimo capitolo della serie ispirata al popolare videogioco, che questa volta si conclude davvero. La sceneggiatura rivela le autentiche origini del virus T (quello che ha dato vita agli zombie), della Umbrella Corporation e della stessa Alice (Jovovich), e la storia riporta la nostra eroina là dove tutto era iniziato: a Raccoon City, nell'Alveare, la base sotterranea dove era ambientato il primo film della saga. Dopo aver affrontato un redivivo Isaacs (Iain Glen) e il suo esercito di zombie, Alice – in compagnia di Claire (Ali Larter, di ritorno dal quarto film) e di un altro pugno di sopravvissuti – sarà aiutata dalla Regina Rossa (il cui avatar di bambina è interpretato stavolta da Ever Gabo, figlia della stessa Milla e del regista Anderson) a penetrare nella base, evitandone le trappole, per impadronirsi dell'antivirus aereo in grado di spazzare via definitivamente l'epidemia di non morti che ha sconvolto il pianeta. Così facendo, Alice scoprirà finalmente anche la verità su sé stessa. Ricordiamo infatti che nel primo film (che si svolgeva dieci anni prima di questo) si era svegliata senza alcuna memoria del proprio passato: facile leggervi una metafora del videogiocatore, il cui personaggio nasce di fatto nel momento in cui inizia una nuova partita. Se dunque la pellicola ha il pregio di mettere la parola fine a una serie non certo esaltante (Milla a parte) e di chiarire anche i ruoli dei "cattivi" visti nei precedenti film (il dottor Isaacs, di cui scopriamo che era morto soltanto un clone, e l'ambiguo Wesker, qui ridotto al semplice ruolo di braccio destro), restano però i soliti difetti congeniti: una continuity fra episodio ed episodio che lascia parecchio a desiderare (con personaggi abbandonati o che spariscono senza spiegazioni: che fine hanno fatto Jill Valentine, Ada Wong e gli altri compagni di Alice del capitolo precedente, per esempio?), una regia nervosa e confusa che rende illeggibili e spezzettate le scene d'azione (quando non assolutamente noiose) e personaggi di contorno senza una particolare caratterizzazione (buoni solo per il meccanismo del totomorti: la presenza di un traditore nel gruppo che aiuta Alice a introdursi nell'Alveare, per esempio, non aggiunge un briciolo di tensione perché in fondo non ci importa nulla di nessuno di loro). Apprezzabili comunque alcuni spunti nella seconda parte del film, come la presenza di una "trinità" di Alice (la protagonista, la Regina Rossa e l'anziana Alicia Marcus) e in generale i rimandi alla prima pellicola, che consentono di chiudere una sorta di cerchio. Al punto che si potrebbe consigliare a un neofita di guardarsi soltanto il primo e quest'ultimo capitolo, saltando tutti gli altri (benché il terzo e il quarto non fossero del tutto da buttar via). Nel cast, bene Glen in un doppio ruolo (il vero Isaacs e un altro clone, caratterizzato come fanatico religioso), mentre Milla mi è apparsa più stanca e con meno entusiasmo del solito: forse anche lei si era stufata di questa serie.

13 marzo 2017

Warcraft - L'inizio (Duncan Jones, 2016)

Warcraft - L'inizio (Warcraft)
di Duncan Jones – USA 2016
con Travis Fimmel, Ben Schnetzer
**

Visto in TV.

Ispirato a una serie di videogame strategici (il più celebre della serie è "World of Warcraft"), una pellicola fantasy progettata con l'ambizione di dare vita a una franchise, che però ha diviso nettamente pubblico e critica. Dai primi (soprattutto dai videogiocatori) sono arrivati giudizi positivi, dalla seconda negativi. E in effetti il film presenta cose buone e altre meno. Vista come pellicola a sé stante, ignorando dunque il materiale di origine, lascia non poche perplessità: un'ambientazione generica e in cui si viene immersi senza molte spiegazioni (il mondo di Azeroth, popolato da razze differenti, che vivono fra loro in pace fino all'arrivo degli orchi, provenienti – attraverso un portale magico – da un altro pianeta ormai morente: la guerra con gli esseri umani sarà inevitabile), creature fantasy stereotipate (l'attenzione è rivolta soprattutto agli uomini e agli orchi: ma ci sono anche nani, elfi, stregoni, e così via, tutti con evidenti influenze tolkieniane o da "Dungeons & Dragons") e una trama che si dipana a velocità spaventosa e che più che il frutto di una sceneggiatura sembra nata durante una sessione di un gioco di ruolo. Aggiungiamoci un aspetto visivo da videogioco, con personaggi in CGI che si muovono rozzamente in un'ambientazione dalla geografia semplice e schematica (nella war room del sovrano spicca una mappa che sembra pronta per una partita a un gioco strategico da tavolo). Eppure, questi stessi difetti possono diventare punti di forza se li si guarda nell'ottica del lavoro di adattamento, ovvero del tentativo di rendere sullo schermo le dinamiche del gioco, con gli scontri fra eserciti, la distruzione delle città, l'utilizzo delle magie protettive, e così via. E l'impronta di Duncan Jones (che ha ottenuto dai produttori di rivedere in parte la sceneggiatura) si riconosce nella scelta di "umanizzare" i personaggi, evitando per esempio la trappola di mostrare gli uomini tutti buoni e gli orchi tutti cattivi. L'orco capoclan Durotan diventa così uno dei protagonisti positivi, mentre al contrario fra i difensori di Azeroth si nasconde il vero villain. In più c'è Garona, orchessa mezzosangue (e dunque mezzo umana), che funge da punto di contatto fra le due fazioni (è anche l'unica a saper parlare entrambe le lingue). In generale, proprio gli orchi e il modo in cui sono stati rappresentati sono la cosa migliore del film. Azione, scontri e battaglie non mancano, e – se si sta al gioco – nemmeno il divertimento, soprattutto per merito della regia di Jones, sempre consapevole di pregi e limiti di ciò che sta girando. Il cast è popolato di nomi poco noti: Travis Fimmel è l'eroico Anduin Lothar, capo dell'esercito umano; Ben Schnetzer è Khadgar, il giovane mago che per primo si accorge del pericolo; Dominic Cooper è il re Llane Wrynn, sovrano di Stormwind; Ben Foster è Medivh, il "Guardiano", saggio e misterioso protettore del regno; Toby Kebbell è Durotan, l'orco onorevole; Paula Patton è Garona, l'orchessa mezzosangue; Daniel Wu è Gul'dan, il malvagio stregone degli orchi, colui che apre il portale per il loro passaggio. Pur senza fare sfracelli al botteghino, il lungometraggio ha fatto segnare il maggior incasso di sempre per un film tratto da un videogame. La possibilità di un sequel (suggerita sia dal titolo del film stesso, che inizialmente anche in originale doveva avere il sottotitolo "The beginning", sia dai vari fili lasciati aperti nella trama) non è stata ancora confermata.

2 novembre 2014

Resident Evil: Retribution (Paul W.S. Anderson, 2012)

Resident Evil: Retribution (id.)
di Paul W.S. Anderson – USA/Canada/Germania 2012
con Milla Jovovich, Sienna Guillory
*1/2

Visto in divx.

Catturata dalla Umbrella Corporation, la multinazionale responsabile della contaminazione biologica che ha trasformato il mondo in un'apocalisse di zombie, e rinchiusa nel suo "centro di collaudo" sotto i ghiacci della Kamchatka, Alice (Milla) viene aiutata a fuggire da alcuni insoliti alleati: Ada Wong (Li Bingbing), una delle migliori agenti di Albert Wesker (Shawn Roberts), un tempo a capo della stessa Umbrella ma ora esautorato dalla Regina Rossa (l'intelligenza artificiale che Alice aveva già affrontato nel primo capitolo della saga), e un commando guidato dal mercenario Leon S. Kennedy (Johann Urb). Attraversando i vari ambienti che compongono la struttura sotterranea (e che riproducono fedelmente strade e piazze delle principali capitali del mondo – New York, Mosca, Tokyo... – allo scopo di sperimentare le reazioni della popolazione agli attacchi biologici), Alice si rende conto che la corporazione si serve di numerosi cloni, fra i quali anche quelli con le sue fattezze e con quelle della soldatessa Rain (Michelle Rodriguez). Dopo aver salvato una bambina (Aryana Engineer) che, in una delle suddette simulazioni, è stata programmata per credere di essere sua figlia, Alice e i suoi compagni arrivano in superficie, dove però sono raggiunti da un clone di Rain e da Jill Valentine (Sienna Guillory), tuttora sotto il controllo mentale della Umbrella. La prima viene sconfitta, la seconda liberata dal condizionamento. Giunti da Wesker, questi inietta il T-virus nel corpo di Alice, restituendole le sue super-capacità: ne avrà bisogno, le spiega, per l'imminente scontro finale per la salvezza del mondo. Quinto (e penultimo, se Anderson vuole) capitolo della serie ispirata al celebre videogioco, è probabilmente l'episodio più fedele alla sua origine ludica (i vari ambienti che i personaggi attraversano sono come le fasi di un videogame; la meccanica di combattimento è quella di un tipico "sparatutto"; persino l'idea dei cloni, che rinascono dopo ogni morte per vivere esistenze differenti, richiama il concetto di gioco), nonché quello che si rifà più da vicino al primo film, ma anche il più limitato come ambizioni e come risultato. A parte occasionali combattimenti contro mostruosi zombie deformati dal virus, l'azione si riduce a interminabili sparatorie nei corridoi, e le caratterizzazioni dei personaggi sono virtualmente inesistenti. Milla è sempre un bel vedere, così come i suoi costumi, ma il suo impegno recitativo è piuttosto carente (per non parlare della Li o della Guillory: meglio assai la Rodriguez, per quanto sacrificata). Vabbè, ne manca uno solo: sarebbe dovuto uscire a inizio 2015, ma l'inattesa gravidanza di Milla (che sta per dare alla luce la seconda figlia) ha costretto il marito/regista/sceneggiatore a posticipare la lavorazione di quello che dovrebbe chiamarsi "Resident Evil: The Final Chapter".

17 ottobre 2010

Resident Evil: Afterlife (Paul W.S. Anderson, 2010)

Resident Evil: Afterlife (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/USA/Germania 2010
con Milla Jovovich, Ali Larter
**

Visto al cinema Uci Bicocca (in 3D).

Ebbene sì, sono andato al cinema per guardarlo in 3D, pur avendo espresso più volte le mie perplessità verso questo tipo di tecnologia. Ma l'opportunità di ammirare per una volta Milla in tre dimensioni ha avuto la meglio su ogni altra considerazione! Il quarto episodio della serie, che segna il ritorno di Paul W. S. Anderson alla regia, comincia con una bella scena ambientata a Tokyo – per la precisione al celebre incrocio di Shibuya – in cui Alice e i suoi cloni irrompono nel quartier generale giapponese della malvagia Umbrella Corporation, al termine della quale la nostra protagonista perde i suoi poteri e torna a essere una donna normale: e questo restituisce alla serie un po' di quel fascino da zombie movie classico che si era perduto dopo il primo film. Successivamente, partita in cerca di Arcadia (il misterioso luogo dove si sarebbero rifiugiati gli ultimi sopravvissuti rimasti sulla faccia della terra), Alice si ritrova bloccata in una prigione di Los Angeles insieme a una smemorata Claire Redfield, circondata dalle solite orde di non-morti. Con l'aiuto di un gruppo di pochi compagni (fra cui il fratello di Claire, Chris), riuscirà a venirne fuori e scoprirà che Arcadia non è una città ma una nave che si mantiene al largo della costa; e soprattutto che al suo interno la attendono altre sorprese, non tutte piacevoli. Come i precedenti, il film termina all'improvviso con un cliffhanger che annuncia un ulteriore sequel: finirà mai questa serie? A livello di contenuti la ricetta non cambia, e la pellicola – che si rivolge evidentemente a un pubblico di soli fan – aggiunge ben poco al genere, seguendo con fedeltà le regole del totomorti e presentando personaggi minori caratterizzati appena quanto basta per distinguerli l'uno dall'altro, scene d'azione prese dal videogioco, effetti speciali alla "Matrix", citazioni da Carpenter e dialoghi di basso livello: ma è inutile lamentarsi, in fondo il film non prometteva più di quanto non mantenga, e poi Milla è sempre bellissima (in particolare nella scena iniziale con i cloni, dove appare anche in versione multipla) e i due scontri con il malvagio boss della Umbrella, Wesker (il cui interprete è cambiato dal terzo film), non sono da buttare via. Come già in parte negli episodi precedenti, la stessa Milla ha contribuito a disegnare i propri costumi. Il 3D, nel complesso, è poca cosa e si rivela sostanzialmente inutile.

16 ottobre 2010

Resident Evil: Extinction (R. Mulcahy, 2007)

Resident Evil: Extinction (id.)
di Russell Mulcahy – GB/USA/Ger/Fra/Aus 2007
con Milla Jovovich, Oded Fehr
**

Visto in DVD.

Sono passati alcuni anni dalla conclusione del secondo episodio. La Umbrella Corporation non è riuscita a fermare il diffondersi del virus, che ha contagiato il mondo intero (e da questo film si comincia a parlare di città reali come Las Vegas, non più fittizie come Raccoon City). A parte piccoli gruppi di superstiti che si spostano in continuazione per evitare i non-morti, e i dipendenti della stessa Umbrella che vivono rifugiati in complessi sotterranei, la superficie del pianeta è ormai invasa dagli zombie e ridotta a un deserto: il che dona a questo episodio, ambientato nel midwest americano fra lo Utah e il Nevada, un'accattivante atmosfera alla "Mad Max". Alice, dotata ora anche di poteri psionici, aiuta il convoglio di Claire Redfield a partire in direzione dell'Alaska, dove – se si presta fede ad alcune trasmissioni radiofoniche – si troverebbe un rifugio in cui l'epidemia non è ancora arrivata. E nel frattempo scopre che il dottor Isaacs (Iain Glen), uno degli scienziati della Umbrella, ha clonato il suo corpo per proseguire gli esperimenti su di lei. Isaacs, che sta anche tentando di "addomesticare" i non-morti, entrerà in conflitto con il presidente della Umbrella, Wesker, e subirà una mutazione trasformandosi a sua volta in un mostro. Ma Alice lo eliminerà con l'aiuto dei propri cloni. Mentre Paul W.S. Anderson continua a sceneggiare, l'inesperto Alexander Witt di "Resident Evil: Apocalypse" viene sostituito alla regia dal veterano Russell Mulcahy (uno che passerà alla storia per un unico film, "Highlander") e in effetti la situazione migliora. Se la parte centrale nel deserto è piuttosto ordinaria, va apprezzato almeno il tentativo di cambiare radicalmente ambientazione rispetto agli episodi precedenti. Le cose migliori sono comunque l'incipit (che recupera scenografie e costumi dal primo film) e lo scontro conclusivo nel laboratorio sotterraneo. Non mancano comunque molti luoghi comuni del genere, compreso il personaggio che viene morso dai non-morti e non lo dice agli altri fino a quando non è troppo tardi. In più, oltre ai soliti cani-zombie (presenti in tutte le pellicole della serie), i nostri eroi devono vedersela anche con minacciosi corvi contagiati dal virus, che ricordano "Gli uccelli" di Hitchcock. Da "Apocalypse" ritornano – ma durano poco – i personaggi di Olivera e L.J., mentre nulla ci viene detto del destino di Jill Valentine e di Angela. Milla, tosta e bellissima, ruba comunque la scena a tutti.

15 ottobre 2010

Resident Evil: Apocalypse (A. Witt, 2004)

Resident Evil: Apocalypse (id.)
di Alexander Witt – GB/Ger/Fra/Can 2004
con Milla Jovovich, Sienna Guillory
*

Rivisto in DVD.

Il virus T, che trasforma gli esseri umani in non-morti, è fuoriuscito dal laboratorio segreto della Umbrella Corporation e l'infezione ha raggiunto Raccoon City, le cui strade sono ora invase dagli zombie (termine, quest'ultimo, che peraltro non viene mai usato nel corso dell'intera franchise). Dopo aver tentato un'inutile evacuazione, la corrotta multinazionale mette in quarantena l'intera metropoli, sigillandone il perimetro e rinchiudendo al suo interno anche i sopravvissuti. Per uscire dalla città prima che venga "nuclearizzata", Alice (che nel frattempo è stata geneticamente modificata dal virus, acquisendo una super forza) e un gruppo di compagni improvvisati (fra i quali la poliziotta dei reparti speciali Jill Valentine, il mercenario Carlos Olivera e il ladruncolo L.J.) devono rintracciare Angela, la giovane figlia del creatore del virus, che in cambio ha garantito loro una via di fuga: ma la situazione è resa più complicata da Nemesis, mostruosa creatura nata da un esperimento segreto, che la Umbrella ha scatenato nelle strade allo scopo di testarne le potenzialità belliche. Se il primo episodio della serie era carino, il secondo – dall'ambientazione meno asettica e più "sporca" – è un vero disastro. La pessima regia di Witt (direttore della fotografia alla sua prima – e finora unica – esperienza come regista) è confusa e senza idee, abusa di ralenti e di montaggi ad effetto, rendendo incomprensibili le scene d'azione; i personaggi non mostrano il minimo approfondimento (alcuni, come Jill Valentine, sono sostanzialmente inutili ai fini della trama e sembrano inseriti solo per ammiccare ai fan del videogioco, al quale probabilmente questo secondo film è più fedele); le situazioni e i dialoghi sono scontati, gratuiti o improbabili, e non offrono nulla che non si sia già visto in decine di film di questo tipo; in più non è nemmeno particolarmente divertente. Se non fosse per Milla, non ci sarebbe alcun motivo di guardarlo. Il titolo doveva essere "Resident Evil: Nemesis", ma venne cambiato perché era appena uscito "Star Trek: Nemesis".

14 ottobre 2010

Resident Evil (Paul W.S. Anderson, 2002)

Resident Evil (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/Francia/Germania 2002
con Milla Jovovich, Michelle Rodriguez
**1/2

Rivisto in DVD.

Ispirato a una popolare collana di videogiochi, il film – vagamente carpenteriano e primo di una serie che a oggi conta quattro pellicole (ma altre sono già in programma) – aggiorna il filone dei classici zombie movie alla Romero con un'ambientazione moderna, asettica e fantascientifica, e ha contribuito a trasformare Milla – sexy e aggressiva come non mai – in un'icona del genere action/horror. A parte l'incipit nella sontuosa villa neoclassica in cui la protagonista si risveglia senza alcun ricordo del proprio passato (una tipica situazione da videogioco, appunto, come una nascita) e la bella inquadratura finale in cui si scopre che il contagio ha ormai invaso l'intera Raccoon City, quasi tutto il film è ambientato nelle stanze e nei corridoi di un complesso sotterraneo chiamato "l'Alveare", un sofisticato laboratorio di ricerca di proprietà della potente e corrotta Umbrella Corporation dove vengono sperimentate armi virali e batteriologiche. Proprio una di queste, il Virus T, in grado di trasformare gli esseri viventi in non-morti affamati di carne umana, ha contaminato l'intera struttura: e il computer centrale, la Regina Rossa (riferimenti ad "Alice nel paese delle meraviglie" sono sparsi un po' ovunque, a partire dal nome della protagonista), l'ha isolata dall'esterno per impedire che l'epidemia si diffonda. A una prima parte fredda e piena di tensione, con Alice e un gruppo di soldati che cercano di penetrare nell'Alveare per scoprire che cosa è successo e devono vedersela con il computer (una versione femminile dello HAL 9000 di "2001: Odissea nello spazio") e le trappole in stile "The cube" (come il laser che taglia a fettine) che questi ha disseminato attorno a sé, ne segue una seconda più concitata e ricca invece di azione, in cui i personaggi devono fuggire dall'assalto dei non-morti, fra i quali – oltre a uomini – ci sono anche animali (memorabile la scena in cui Alice lotta contro i cani: a proposito, Milla ha effettuato tutti gli stunt in prima persona, senza controfigure!) e mostri vari (il cosiddetto "licker"). Fra i comprimari si segnalano Michelle Rodriguez (la tosta soldatessa Rain, un classico personaggio "alla Vasquez"), Eric Mabius (Matt, attivista contro le multinazionali) e James Purefoy (Spence, il misterioso "marito" di Alice). Tranne che nella scena iniziale, in cui si sveglia nuda nella doccia, e in quella finale, in cui indossa soltanto un telo da ospedale, Milla veste per tutta la pellicola un costume molto essenziale, che comprende stivaletti neri e un leggero abito da sera rosso. Il regista Paul W.S. Anderson – che aveva già sfornato l'adattamento cinematografico di un videogioco con "Mortal Kombat" – si limiterà a scrivere e a produrre il secondo e il terzo film della serie ("Resident Evil: Apocalypse" e "Resident Evil: Extinction"), tornando dietro la macchina da presa soltanto con il quarto episodio ("Resident Evil: Afterlife"). Nel frattempo è diventato il fortunato marito di Milla, nonché il padre di sua figlia Ever (il cui padrino è Wim Wenders!).