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20 febbraio 2023

È andato tutto bene (François Ozon, 2021)

È andato tutto bene (Tout s'est bien passé)
di François Ozon – Francia 2021
con Sophie Marceau, André Dussollier
***

Visto in TV (Now Tv).

L'ottantenne André Bernheim (André Dussollier), collezionista d'arte, viene colpito da un ictus ed è ricoverato in ospedale. Rimasto semi-paralizzato, chiede alla figlia Emmanuèle (Sophie Marceau) di aiutarlo a "farla finita". Ogni tentativo da parte della donna, e della sorella Pascale (Géraldine Pailhas), di fargli cambiare idea si rivela inutile: l'uomo è irremovibile e ostinato, e nonostante la sua salute lentamente migliori, soltanto l'idea della morte sembra recargli conforto. Alla fine Emmanuèle si rivolge a un'associazione svizzera che promuove il suicidio assistito. E pur sapendo di contravvenire alla legge francese, nonché combattuta fra la scelta di impedirgli di morire o quella di consentirgli di farlo (entrambe per amore), farà partire il padre per il suo ultimo viaggio. Tratto dal romanzo autobiografico di Emmanuèle Bernheim, già sceneggiatrice per Ozon di "Sotto la sabbia", "Swimming pool" e "CinquePerDue" (significativa la scena in cui André dice che la storia sarebbe un soggetto perfetto per uno dei suoi libri), un film delicato ed elegante che affronta il tema dell'eutanasia con grande misura e sensibilità, senza mai risultare retorico né ricattatorio. Il rapporto del padre con la figlia (ma anche con l'ex moglie) non è certo idilliaco, come confermano i brevi flashback o le relazioni con gli altri membri della famiglia (per non parlare di quella con "l'amico" gay), eppure tutto il dilemma – venato di sofferenza ed esitazione – di una scelta così radicale viene perfettamente alla luce. Il punto di vista è sempre quello della figlia, mai del padre, descritto come determinato, testardo e irremovibile in una scelta che ad altri può apparire assurda o insensata. E la pellicola arricchisce la vicenda con una grande attenzione al vissuto quotidiano attraverso tanti piccoli dettagli (le lenti a contatto, il panino al salmone, la musica di Brahms, gli "sfoghi" di Emmanuèle con il pugilato o i film horror). Eccellente il cast (straordinario, in particolare, Dussollier), con piccoli ruoli per Charlotte Rampling (la madre), Hanna Schygulla (la signora svizzera) e Nathalie Richard (la commissaria di polizia). Il sempre ottimo Ozon aveva già affrontato il tema della malattia e della morte, ma da tutt'altra prospettiva, ne "Il tempo che resta".

29 ottobre 2019

Grazie a Dio (François Ozon, 2019)

Grazie a Dio (Grâce à Dieu)
di François Ozon – Francia 2019
con Melvil Poupaud, Denis Ménochet, Swann Arlaud
***

Visto al cinema Anteo.

A parecchi anni di distanza, alcune vittime (ora uomini adulti) di un prete pedofilo che li molestava da bambini, in parrocchia o nel campo scout, trovano il coraggio di parlarne e la forza di denunciare l'accaduto. Il film è ispirato ad eventi reali (il caso di Bernard Preynat), si svolge a Lione (e dintorni) e si dipana quasi come un documentario, girato da Ozon in modo sobrio e senza fronzoli, seguendo in particolare (come se fosse diviso in tre sezioni) tre personaggi principali. Si comincia con Alexandre (Melvil Poupaud), quarantenne cattolico con famiglia e ben inserito in società, che quando viene a sapere che il sacerdote, padre Preynat (Bernard Verley), è stato riassegnato alla sua diocesi, chiede un incontro con lui nella speranza che questi gli domandi perdono. E quando ciò non accade, inizia a interpellare i suoi superiori ecclesiastici per scoprire se il sacerdote (reo confesso) sarà punito, sbattendo contro un muro di protezione e di omertà, che lo spingerà a sporgere denuncia. François (Denis Ménochet), in seguito agli abusi, è invece diventato ateo ed è ben più combattivo e ostile verso la chiesa: organizzerà un'associazione per riunire più vittime possibile e portare il caso all'attenzione mediatica. Emmanuel (Swann Arlaud), infine, è quello che più di altri ha avuto la vita rovinata dall'accaduto: non solo ha problemi di natura sociale e di salute (soffre di epilessia), ma ha visto compromesso il rapporto con il padre (e in generale con le figure di autorità) e con la compagna. La pellicola dedica molta attenzione non soltanto a questi personaggi (tutta la storia è raccontata dal punto di vista delle vittime, con occasionali flashback e ricordi di quando erano bambini) ma anche a coloro che stanno loro attorno: amici, compagni e familiari, a partire dai genitori, molti dei quali sapevano ma non hanno agito fino in fondo per il timore delle conseguenze o perché immersi in una cultura che suggeriva di mettere a tacere le cose (magari limitandosi a una preghiera). Eppure anche per alcune di queste mamme (e papà) la situazione e difficile, e molte di loro, spinte anche dai sensi di colpa, sostengono apertamente i figli nella ricerca di giustizia, o anche solo nel tentativo di curare finalmente le ferite psichiche rimaste aperte troppo a lungo. "Grazie a Dio, tutti questi fatti sono prescritti" è invece il cinico commento del cardinale Barbarin, il capo della diocesi, di fronte all'effetto valanga delle tante denunce. Il film è forse un po' lungo, ma molto coinvolgente nel suo modo di raccontare i fatti (a tratti utilizzando lettere e documenti come un romanzo epistolare) e assai equilibrato, privo di retorica e di sensazionalismo (cosa decisamente apprezzabile, visto l'argomento). Nel cast anche Éric Caravaca, Aurélia Petit e Josiane Balasko. Gran premio della giuria al festival di Berlino.

25 aprile 2018

Doppio amore (François Ozon, 2017)

Doppio amore (L'amant double)
di François Ozon – Francia 2017
con Marine Vacth, Jérémie Renier
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Chloé, ex fotomodella venticinquenne (Marine Vacth, al secondo film con Ozon dopo "Giovane e bella") che soffre di dolori psicosomatici per via del suo rapporto irrisolto con il sesso e la maternità, si innamora del suo psichiatra Paul (Jérémie Renier) e si trasferisce a vivere con lui. Ben presto, però, scopre che l'uomo le nasconde qualcosa: un vero e proprio lato oscuro, sotto forma di un fratello gemello, Louis, con cui ha rotto tutti i rapporti (tanto da cambiare cognome) e che svolge la sua stessa professione anche se con atteggiamenti e modi ben diversi: tanto Paul è dolce e comprensivo, tanto Louis è brutale, aggressivo e sadico. Attratta da lui, e di nascosto da Paul, Chloé comincia a frequentare anche Louis e ne diviene l'amante... Ozon affronta il tema del doppio in un thriller psicologico (liberamente tratto dal romanzo "Lives of the Twins" di Joyce Carol Oates) che guarda a Cronenberg ("Inseparabili"), ma anche a Hitchcock, De Palma e Polanski, mettendo in scena sdoppiamenti, specchi (che si infrangono o meno), gatti e sesso in un'atmosfera torbida e ambigua, grazie a una regia fredda e "chirurgica" (quando non... ginecologica). I colpi di scena non mancano, anche se molto accade soltanto nella mente della protagonista, che proietta sul compagno le proprie ossessioni relative al sesso e alla gemellarità. Nonostante la lentezza, la tensione resta alta fino alla fine. Ottimi i due interpreti. Breve parte per Jacqueline Bisset (la madre di Sandra, vecchia fiamma di Paul/Louis).

20 settembre 2016

Frantz (François Ozon, 2016)

Frantz (id.)
di François Ozon – Francia/Germania 2016
con Paula Beer, Pierre Niney
***

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina, Marisa, Daniela e Federica, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Siamo nel 1919: la prima guerra mondiale si è conclusa da poco, lasciando profonde ferite in tutta Europa. In un villaggio della Germania giunge il giovane francese Adrien per posare fiori sulla tomba di Frantz, soldato tedesco rimasto ucciso al fronte. Anna, l'inconsolabile promessa sposa di Frantz, e i genitori di questi lo accolgono in casa propria, dove Adrien racconta di essere stato amico del ragazzo durante il suo soggiorno a Parigi. E la sua sola presenza riesce a rasserenare gli animi, quasi sostituendo Frantz nel cuore dei suoi cari, tanto che i genitori cominciano a considerarlo come un figlio, e ad auspicare un suo matrimonio con Anna. Ma la verità è ben diversa, e solo Anna ne viene a conoscenza... Fotografato in un elegante bianco e nero (il colore irrompe solo nei momenti dei ricordi – veri o fasulli che siano – e in quei brevi istanti dove la gioia di vivere e la felicità tornano ad avere la meglio sul dolore e il tormento), Ozon rilegge "L'uomo che ho ucciso" (Broken Lullaby), film di Ernst Lubitsch del 1932 (a sua volta tratto da una pièce di Maurice Rostand), costruendo un melodramma antibellico che, gira e rigira, torna sui temi a lui cari dell'ambiguità e del rapporto fra realtà e finzione (con la scrittura, in questo caso le lettere di Anna ai genitori, che contribuisce alla creazione di una realtà immaginaria), con echi talvolta di "Jules e Jim", de "Il nastro bianco" e di "Heimat". Il personaggio di Frantz (a proposito: il nome stesso è un ponte fra i due mondi, quello tedesco e quello francese), sensibile, pacifista, amante dell'arte, torna a rivivere in Adrien, di cui anche Anna non può che innamorarsi, nonostante nasconda un terribile segreto. E proprio l'arte (la musica di Chopin, le poesie di Verlaine, i quadri di Manet), oltre all'amore, fornisce ai personaggi un appiglio per tenerli ancorati al mondo, nonostante gli impulsi di morte. Lo sfondo storico mostra le conseguenze della guerra su entrambi i fronti, il dolore per i caduti, il cieco risentimento verso il "nemico": interessanti a questo proposito le situazioni simmetriche che Adrien e Anna si trovano a vivere quando visitano l'uno il paese dell'altra (vengono visti con sospetto, o con malcelato odio, e sono testimoni del risentimento e dei rigurigiti nazionalisti del "nemico", come nelle scene in cui assistono a inni e canti nelle osterie). Intenso a livello psicologico, forse nella seconda parte il film concede un po' troppo al melodramma, per riprendersi però nel finale. Bravi i due giovani interpreti (Niney sembra un Adrien Brody giovane, e il suo personaggio ha pure lo stesso nome; la Beer ha vinto a Venezia il premio Mastroianni per la miglior attrice emergente). La scena dell'incontro fra Adrien e Frantz nella trincea riporta alla mente la canzone di Fabrizio De Andrè "La guerra di Piero".

9 settembre 2016

Swimming pool (François Ozon, 2003)

Swimming Pool (id.)
di François Ozon – Francia/GB 2003
con Charlotte Rampling, Ludivine Sagnier
**1/2

Rivisto in divx.

La scrittrice inglese Sarah Morton (Rampling), scostante e solitaria, si reca in Francia per trascorrere qualche giorno da sola nella villa di campagna del suo editore John (Charles Dance), nella speranza di ritrovare l'ispirazione. Qui è però raggiunta all'improvviso dalla figlia di John, la spigliata e disinibita Julie (Sagnier), che sconvolge la sua vita con una ventata di giovinezza e sensualità (fa il bagno nuda nella piscina della villa, porta a casa ogni notte un uomo diverso). Sarah è disturbata e attratta al tempo stesso dall'ingombrante presenza della ragazza, e all'ostilità iniziale si sostituisce una morbosa curiosità: non può fare a meno di spiarla, ne copia le pagine del diario e ben presto la trasforma nella protagonista del nuovo libro che sta scrivendo. Ma è tutta realtà oppure, come l'improvvisa (e improbabile) svolta "gialla" suggerisce, soltanto frutto della sua fantasia? Il finale spiazzante dà la risposta e rivela la reale portata dell'immaginazione della scrittrice (già intravista in precedenza nei suoi sogni, nei quali coinvolge – oltre a Julie – anche un aitante cameriere del vicino villaggio e il vecchio giardiniere della villa). Da uno spunto esile, Ozon – anche sceneggiatore insieme a Emmanuèle Bernheim – trae un thriller ambiguo e sofisticato che non lascia indifferente lo spettatore, grazie alla suspense e alla consueta attenzione alla psicologia dei personaggi. Il tema, evidentemente caro al regista francese (visto che tornerà nei successivi "Angel" e "Nella casa"), è quello del labile confine fra realtà e finzione, e in particolare dello scrittore che si ispira alla realtà, inglobandola nei propri libri e sostituendo l'immaginazione alla vita vera. Entrambe le interpreti avevano già lavorato con Ozon: la Rampling in "Sotto la sabbia", Ludivine in "Gocce d'acqua su pietre roventi" (anche lì a seno nudo) e "8 donne e un mistero".

10 agosto 2016

CinquePerDue (François Ozon, 2004)

CinquePerDue - Frammenti di vita amorosa (5x2)
di François Ozon – Francia/Italia 2004
con Valeria Bruni Tedeschi, Stéphane Freiss
***

Rivisto in divx.

Dalla separazione fino al primo incontro, la storia di una coppia raccontata "al contrario", attraverso cinque sequenze montate in ordine anti-cronologico. Si comincia quindi con il divorzio (con un tardivo tentativo di riconciliazione destinato a fallire), si prosegue con una serata in casa che evidenzia già una profonda crisi, e poi la nascita di un figlio, il matrimonio, il primo incontro in un villaggio vacanze. L'insolita struttura a ritroso, come in altre pellicole che ne fanno uso ("Peppermint Candy", "Irreversible", "Memento"), guida con intelligenza lo spettatore alla scoperta della storia dei personaggi mostrandone prima gli effetti e poi le cause, o meglio gli indizi del fatto che qualcosa sarebbe andato storto. Tentazioni di infedeltà (Marion cede alle avances di uno sconosciuto la notte stessa delle nozze), la paura di costruire un futuro insieme (Gilles non riesce ad accettare la nascita del figlio, non presentandosi all'ospedale al momento del parto), la mancanza di intesa o di complicità (durante la cena con il fratello di Gilles, i due coniugi viaggiano su binari diversi e paralleli)... E i difetti segnano anche l'inizio e la fine della relazione, rendendo i due protagonisti umani e fallibili. Il passaggio da una sequenza all'altra è accompagnato da una colonna sonora a base di canzoni italiane: Paolo Conte ("Sparring partner"), Luigi Tenco ("Ho capito che ti amo" e "Mi sono innamorato di te"), Bobby Solo ("Una lacrima sul viso") e Nico Fidenco ("Se mi perderai"). I brani di Tenco, in particolare, sottolineano alla perfezione i paradossi e le contraddizioni di una storia d'amore che Ozon – aiutato da due ottimi attori – ritrae in maniera schietta e realista, senza cinismo ma anche senza paraocchi, rendendo interessante una vicenda che sarebbe apparsa banalissima se raccontata nel normale ordine cronologico. Co-sceneggiato con Emmanuèle Bernheim. Nel cast anche Géraldine Pailhas, Françoise Fabian e Michael Lonsdale.

25 marzo 2015

Una nuova amica (François Ozon, 2014)

Una nuova amica (Une nouvelle amie)
di François Ozon – Francia 2014
con Anaïs Demoustier, Romain Duris
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Alla prematura morte di Laura, di cui era amica del cuore sin da quando erano bambine, Claire (Demoustier) promette che si prenderà cura del marito di lei, David (Duris), e della loro figlia nata da poco, Lucy. Quando scopre che l'uomo ama vestirsi da donna, dopo qualche reticenza accoglierà "Virginia" come la sua "nuova amica". E insieme, i due andranno alla scoperta delle rispettive pulsioni e identità sessuali: la disforia di genere per lui, che prenderà finalmente coscienza del proprio desiderio di essere una donna, e l'omosessualità repressa di lei, che aveva nascosto dietro un matrimonio di facciata l'amore da sempre nutrito per l'amica. Scritto da Ozon a partire dal romanzo "The New Girlfriend" di Ruth Rendell, una pellicola di respiro almodóvariano (si pensi alla scena in cui Claire e Virginia assistono all'esibizione della cantante nel locale notturno, così come a una certa teatralità e ad atmosfere da anni '50, elementi peraltro spesso presenti nei lavori di Ozon) ma lontana dai toni grotteschi del regista spagnolo. È un film che non esita a ricorrere ad alcuni snodi apparentemente forzati e poco originali (vedi il finale) per raccontare con essenzialità e sorprendente leggerezza una storia dove la protagonista, attraverso l'incontro e la frequentazione con Virginia, finisce invece con lo scoprire molte più cose di sé. Il controfinale ambientato sette anni più tardi lascia volutamente qualche dubbio allo spettatore (Claire sta ancora con il marito? È incinta di lui oppure di David? Può essere che Virginia continui a essere per lei solo una "amica", così come può invece essere che Claire abbia ormai accettato la propria omosessualità) ma è necessario per chiudere alcuni punti lasciati in sospeso, rivelandoci fra l'altro come David sia ormai felicemente "integrato" nel suo nuovo ruolo femminile, e che i suoi timori di vedersi privato della figlia nel caso avesse fatto "coming out" fossero del tutto infondati. D'altronde non è un film sull'intolleranza o l'accettazione delle diversità sessuali da parte della società o dei parenti (come potevano essere "Boys don't cry" o "La mia vita in rosa"), bensì sulla scoperta e sulla presa di coscienza della propria identità. In quanto tale, si allontana da Almodóvar (dove queste fasi vengono spesso date come per scontate o già acquisite) e si avvicina di più all'analisi delle ambiguità e delle pulsioni che ha da sempre caratterizzato il cinema del regista francese.

21 giugno 2013

Giovane e bella (François Ozon, 2013)

Giovane e bella (Jeune et jolie)
di François Ozon – Francia 2013
con Marine Vacth, Johan Leysen
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La diciassettenne Isabelle, all'insaputa della propria famiglia e senza alcuna ragione apparente (non ha problemi economici, va bene a scuola, è bella e benvoluta da tutti), conduce una doppia vita come prostituta di alto bordo. La verità verrà a galla quando un anziano cliente, Georges, morirà d'infarto proprio mentre fa l'amore con lei. Dramma psicologico ambiguo e trattenuto, che indaga su un'adolescente introversa e malinconica, taciturna e quasi anestetizzata nei sentimenti. Il film è diviso in quattro "stagioni", ciascuna accompagnata da una canzone di Françoise Hardy: durante l'estate, Isabelle – in vacanza al mare con la famiglia – perde la verginità sulla spiaggia con un ragazzo tedesco, Felix, che poi sceglie di non rivedere più; in autunno la ritroviamo nei panni di "Lea" (il suo pseudonimo da escort), ma la sua esperienza come "bella di giorno" terminerà dopo la morte di Georges; in inverno, dopo che la polizia ha rivelato tutto alla famiglia, la ragazza comincia a frequentare uno psicanalista e cerca di andare incontro ai desideri di "normalità" della madre, accettando anche la corte di un compagno di classe, Alex; in primavera, dopo aver lasciato il ragazzo (che peraltro non ha mai veramente amato), riattiva il cellulare di "Lea" e riceve una chiamata da Alice (Charlotte Rampling), la vedova di Georges, che le chiede se può incontrarla... Trattenuto ed elusivo come la sua protagonista, il film ci lascia osservare Isabelle a lungo e da vicino (non mancano scene di nudo e inquadrature ai limiti del morboso), eppure la ragazza ci rimane estranea, lontana e impenetrabile (perché si prostituisce? per noia, per curiosità, per malessere?), non più "vera" della sua identità fittizia, proprio come resta estranea alla madre e alle persone che le stanno attorno.

3 giugno 2013

Gocce d'acqua su pietre roventi (F. Ozon, 2000)

Gocce d'acqua su pietre roventi (Gouttes d'eau sur pierres brûlantes)
di François Ozon – Francia 2000
con Bernard Giraudeau, Malik Zidi
***

Rivisto in DVD con Eleonora, Marco e Sabrina.

In Germania, negli anni settanta (il film è tratto da un testo teatrale giovanile di Rainer Werner Fassbinder, "Tropfen auf heisse Steine", mai andato in scena), il fascinoso cinquantenne Leopold (Bernard Giraudeau) seduce il ventenne Franz (Malik Zidi), che si innamora di lui e si stabilisce nel suo appartamento. Mesi dopo, quando la passione fra i due amanti si sta raffreddando, nell'appartamento giungono anche Anna (Ludivine Sagnier), ex fidanzata di Franz decisa a riprenderselo, e la transessuale Vera (Anna Thomson), vecchia amante e convivente di Leopold. Alla fine, a fare tragicamente le spese delle manipolazioni di Leopold, sarà il più fragile Franz. Al suo terzo film (realizzato nel 1999, ma uscito nelle sale l'anno seguente), Ozon anticipa in parte l'impostazione teatrale e le citazioni musicali che esploderanno poi in "Otto donne e un mistero": c'è persino un mini-balletto (sulle note di "Tanze Samba mit Mir", la versione tedesca di "A far l'amore comincia tu" di Raffaella Carrà, di recente usata anche da Sorrentino ne "La grande bellezza"). L'atmosfera fonde il rigore e la drammaticità tedesca con tocchi di leggerezza e di surrealismo francese, ma a prevalere su tutto (nonostante la regia sia dinamica e assai cinematografica, molto curata nelle inquadrature, nella direzione degli attori e nelle scenografie) è l'origine teatrale, che dà vita a un "cinema da camera" quasi polanskiano. Girata tutta fra le quattro mura dell'appartamento di Leopold, la pellicola è divisa in quattro atti: nei primi due, sullo schermo compaiono solo Franz e Leopold; nel terzo arriva Anna (una Sagnier a seno nudo per la maggior parte del tempo) e nel quarto si aggiunge anche Vera. Se dei quattro personaggi quello con cui lo spettatore può maggiormente empatizzare è il giovane Franz (che non a caso ha la stessa età di Fassbinder quando scrisse la pièce), il centro motore della narrazione rimane Leopold: è di lui che tutti si invaghiscono, subendone il fascino nonostante il suo atteggiamento scostante ed egocentrico, e scoprendo di essere incapaci di stargli lontano o di abbandonarlo. La colonna sonora comprende canzoni d'epoca ("Träume", interpretata da Françoise Hardy) e musica classica (Mahler, Händel, più il "Dies Irae" di Verdi). Il tutto comunque è molto fassbinderiano. Zidi recita in tedesco alcune strofe del poema "Lorelei" di Heinrich Heine.

22 aprile 2013

Nella casa (François Ozon, 2012)

Nella casa (Dans la maison)
di François Ozon – Francia 2012
con Fabrice Luchini, Ernst Umhauer
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

German (Luchini), insegnante di lettere in un liceo parigino, rimane colpito dal tema di uno studente, Claude (Umhauer), che descrive la propria fascinazione verso la casa e la "famiglia normale" di un compagno di classe, Raphael, e i suoi tentativi di introdursi al suo interno e di conquistare l'amicizia tanto di Rapha quanto (soprattutto) dei suoi genitori. Il tema termina sul più bello, con la parola "continua", come se si trattasse di un romanzo a puntate. Riconoscendone il talento per la scrittura, ma anche incuriosito dalla vicenda, German incoraggia il ragazzo a proseguire il racconto, che si snoda in una serie di episodi sempre più avvincenti, tutti basati – come sostiene Claude – sulla realtà. Dopo "Angel", Ozon torna sul tema della scrittura e del rapporto fra realtà e immaginazione, innestando una vicenda che ricorda "Teorema" di Pasolini (un giovane estraneo che si introduce nella vita di una famiglia borghese, seducendone e affascinandone tutti i componenti) su un'infrastruttura che invece si rifà a "Le mille e una notte" (Claude è come Sheherazade che ammalia il sultano con i suoi racconti, distillandone le puntate e i colpi di scena pur di tener desta la sua attenzione), e riflette sul legame fra scrittore, lettore e personaggi (lo scrittore viola la privacy dei suoi protagonisti, ma in fondo il vero voyeur, colui per conto del quale lo fa, è il lettore). Ottima la prova degli interpreti: su tutti Luchini, ma ci sono anche Kristin Scott Thomas nei panni di sua moglie, trascurata e frustrata proprietaria di una galleria d'arte moderna, e soprattutto Emmanuelle Seigner in quelli di Esther, la madre di Rapha, "la donna più annoiata del mondo", appassionata di arredamento e prigioniera di una vita "normale" che la soddisfa ben poco; il giovane Umhauer, nei panni del mefistofelico e manipolatore Claude (ma a suo modo geloso della normalità della vita borghese del compagno, come capiremo nel finale), è praticamente al suo esordio in un ruolo importante.

25 marzo 2012

Il rifugio (François Ozon, 2009)

Il rifugio (Le refuge)
di François Ozon – Francia 2009
con Isabelle Carré, Louis-Ronan Choisy
**

Visto in DVD.

Dopo la morte per overdose del suo ragazzo Louis, la giovane Mousse – che si è scoperta incinta di due mesi – abbandona Parigi per "rifugiarsi" in un paese nel sud della Francia, sulla costa basca, e portare lì a termine la gravidanza. La sua solitudine è interrotta quando viene raggiunta da Paul, fratellastro gay di Louis, che è in viaggio verso la Spagna e che rimane suo ospite per diversi giorni. Con il passare del tempo i due sviluppano lentamente una forte amicizia e un'insolita relazione: di fatto sarà proprio Paul a prendere il posto del fratello come padre del bambino, che Mousse gli affiderà dopo il parto e prima di allontanarsi perché ha bisogno di tempo "per imparare di nuovo a vivere e amare". Un film semplice ma meditato, diretto con sensibilità ed empatia da un Ozon che continua a indagare l'animo umano di fronte a scelte difficili e soprattutto ai capricci del destino e della vita (le atmosfere sono quelle di "Il tempo che resta" e in parte – vedi la scena della donna sulla spiaggia – di "Sotto la sabbia"), ambientato interamente sulla costa dell'Oceano, tranne per l'apertura e la chiusura a Parigi. La colonna sonora, dello stesso Choisy, si appoggia alla canzone "Le refuge", composta per l'occasione (anche se Paul afferma che si tratta di "una canzone che ascoltavo quando ero bambino"). Nel cast anche Melvil Poupaud (Louis) e Pierre Louis-Calixte (Serge, l'amante di Paul).

22 settembre 2010

Potiche (François Ozon, 2010)

Potiche - La bella statuina (Potiche)
di François Ozon – Francia 2010
con Catherine Deneuve, Gérard Depardieu
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Siamo nel 1977, stagione di grandi scioperi e contestazioni. Quando la fabbrica di ombrelli diretta dal marito (Fabrice Luchini) si trova a fronteggiare disordini e rivendicazioni sindacali, la ricca e borghese Suzanne Pujol (Deneuve) – fino ad allora confinata in casa a fare "la bella statuina" – è costretta ad assumerne temporaneamente la direzione. E grazie anche ai consigli del deputato comunista Maurice Babin (Depardieu), un tempo suo amante, riesce a riportare l'armonia in fabbrica. Il marito non perderà tempo a esautorarla e a riappropriarsi della poltrona di comando: ma lei, che ha ormai assaporato la libertà e la voglia di realizzarsi personalmente, si dedicherà alla politica, candidandosi come deputata e sfidando sul suo terreno anche Babin. L'associazione d'idee fra la Deneuve e gli ombrelli fa venire subito alla mente "Les parapluies de Cherbourg", ma più che una pellicola a sfondo romantico questa è semmai una graffiante screwball comedy in chiave femminista, che riporta in auge la guerra dei sessi e la fonde con la lotta di classe. Fra colori pastello, momenti pop e kitsch, un divertente ritmo musicale e un cast in stato di grazia (ci sono anche Karin Viard, la segretaria, Judith Godrèche, la figlia di destra, e Jérémie Renier, il figlio di sinistra; Suzanne da giovane è invece interpretata da Elodie Fregé), il film è soltanto all'apparenza leggero e svagato: Ozon, che torna a lavorare con la Deneuve dopo "8 donne e un mistero", inserisce fra le righe, come suo solito, accenni ad argomenti spinosi di ogni genere e gioca con un personaggio dalle molte sfaccettature, capace di offrire diverse sorprese allo spettatore.

13 ottobre 2009

Ricky (François Ozon, 2009)

Ricky - Una storia d'amore e libertà (Ricky)
di François Ozon – Francia 2009
con Alexandra Lamy, Sergi López
***

Visto al cinema Eliseo.

A una coppia che sta cercando faticosamente di costruirsi una vita insieme (lei madre single con una figlia di sette anni, lui immigrato spagnolo, entrambi operai in una fabbrica di prodotti chimici) nasce un figlio al quale spuntano misteriosamente un paio di ali... Comincia come un film dei Dardenne, intimista e realistico, che narra di problemi familiari in una cornice proletaria. Ma poi il sempre imprevedibile Ozon, con magnifica leggerezza, ci infila un elemento fantastico (preannunciato da numerosi segnali) e spariglia le carte in tavola, passando arditamente – ma in maniera quasi invisibile – dal registro quotidiano a quello favolistico e trasformando la pellicola in un'ovvia ma deliziosa metafora sull'amore, la libertà e la felicità. Tenendosi solo apparentemente lontano dal suo mondo di ambiguità e crudeltà, il regista evita di lasciarsi prendere la mano dal sensazionalismo o dalla tentazione di andare sul trascendente (Ricky potrebbe benissimo essere un angelo, o magari un mutante come gli X-Men!) e mostra come i protagonisti, in contrapposizione alla frenetica curiosità e invadenza dei mass media, accettino l'incredibile condizione del bambino con amore e semplicità. Ricky entra ed esce dalle loro vita cambiandone il corso e facilitando l'amalgama familiare: con la sua fuga, in effetti, apre anche la gabbia in cui erano rinchiusi tutti gli altri. E il messaggio finale è chiaro: se si ama qualcuno, bisogna anche saperlo lasciare andar via. Da apprezzare come quello che in mano a un altro regista (italiano, magari) sarebbe potuto diventare un film zuccheroso o retorico si tenga invece lontano dal pistolotto morale sulla diversità o sulla normalità. Ottimi gli attori (López era già apparso ne "Il labirinto del fauno"), davvero splendidi i due bambini.

28 febbraio 2009

8 donne e un mistero (F. Ozon, 2002)

8 donne e un mistero (8 femmes)
di François Ozon – Francia 2002
con Catherine Deneuve, Fanny Ardant
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Negli anni cinquanta, in una villa di campagna isolata dalla neve, l'unico uomo di famiglia viene trovato morto con un pugnale conficcato nella schiena. A ucciderlo potrebbe essere stata una qualsiasi delle otto donne della sua vita, tutte presenti nella casa: la moglie, le due figlie, la sorella, la cognata, la suocera, la cameriera, la cuoca. Ognuna di loro nasconde dei segreti, che verranno fuori lentamente nel corso di una giornata densa di avvenimenti. Fra accuse incrociate e colpi di scena, la vicenda si dipana come un giallo di Agatha Christie fino alla risoluzione finale. Magistrale divertissement di Ozon, che affida a otto celebri attrici francesi (di diverse generazioni) ruoli interconnessi e dinamici, realizzando un film che non cessa di sorprendere fino alla fine. L'impostazione teatrale è evidente (la sceneggiatura è tratta da una pièce di Robert Thomas), rimarcata anche dalle scenografie e dai costumi colorati che permettono di distinguere bene i diversi personaggi (con echi anche di Fassbinder, in particolare de "Le lacrime amare di Petra von Kant"), ma il regista ci aggiunge del suo: ognuna delle otto donne è protagonista di un numero musicale, con una canzone tratta dal vasto repertorio della musica popolare francese, reinterpretata, collocata "fuori contesto" e accompagnata da una coreografia studiata ad hoc. Alcune scene, come quella del bacio lesbico fra Catherine Deneuve e Fanny Ardant (cosa ne avrebbe pensato Truffaut?) hanno fatto scalpore, e come suo solito Ozon infila temi scomodi come l'omosessualità o l'incesto in un film apparentemente innocuo e di puro intrattenimento. Bravissime tutte le attrici: le mie preferenze vanno comunque alla favolosa Isabelle Huppert, una perfetta zitella acida ("Non c'è ora per i pettini!"), e alla splendida Emmanuelle Béart, impertinente e provocante nella sua divisa da french maid. La scena con il daino sotto la neve che si avvicina alla casa è una citazione da "Secondo amore" di Douglas Sirk.

Ecco il cast al completo. Diverse attrici non sapevano cantare e sono state "costrette" da Ozon a estenuanti esercizi musicali. Da notare che la Darrieux e la Deneuve avevano già recitato (e cantato) insieme in "Les demoiselles de Rochefort" di Demy: e anche lì la prima era la madre della seconda!
- Catherine Deneuve è Gaby, la moglie della "vittima" Marcel. I suoi rapporti con il marito sono ormai freddi e tutt'altro che idilliaci. La sua canzone è "Toi jamais", una bella ballata di Sylvie Vartan.
- Isabelle Huppert è Augustine, sorella nubile e ipocondriaca di Gaby, sempre pronta a lamentarsi di tutto ma con un'anima romantica e frustrata. Canta al pianoforte "Message personnel", interpretata in passato (fra gli altri) da Françoise Hardy.
- Danielle Darrieux è Mamy, la matriarca avara e alcolizzata, madre di Gaby e Augustine. La sua canzone è la bellissima "Il n'y a pas d'amour heureux", di Georges Brassens su testi di Louis Aragon.
- Virginie Ledoyen è Suzon, la figlia maggiore di Gaby e Marcel, appena tornata per le vacanze natalizie (con un segreto) dalla scuola che frequenta all'estero. Canta "Mon amour, mon ami" di Marie Laforêt.
- Ludivine Sagnier (la musa del regista) è Catherine, la figlia più piccola, intrigante, insolente e ficcanaso. Considera il padre come l'uomo ideale. Il suo brano è la canzonetta "T'es plus dans l'coup papa" di Sheila.
- Fanny Ardant è Pierrette, la misteriosa sorella di Marcel, dal passato non senza macchia. La sua canzone, una delle mie preferite, è la trascinante "À quoi sert de vivre libre" di Nicoletta.
- Emmanuelle Béart è Louise, la nuova cameriera, devota ai suoi padroni in maniera ambigua. La sua personalità focosa è ben esemplificata dalla canzone "À pile ou face" di Corynne Charby.
- Firmine Richard è Chanel, la cuoca di colore e la governante della casa. Apparentemente innocua, anche lei ha i suoi segreti. Canta "Pour ne pas vivre seuls", un bel brano di Dalida.

29 gennaio 2009

Amanti criminali (F. Ozon, 1999)

Amanti criminali (Les amants criminels)
di François Ozon – Francia 1999
con Natacha Régnier, Jérémie Renier
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Una coppia di adolescenti uccide un coetaneo e poi fugge nei boschi per seppellirne il corpo. Dopo essersi smarriti, i due ragazzi trovano una casupola nella quale vive un cacciatore-orco che li sequestra: per divorarli o per iniziare il ragazzo all'omossualità? Quasi una rilettura adulta e macabra della fiaba di Hänsel e Gretel (ma già le favole dei fratelli Grimm non erano certo prive di elementi dark e crudeli), il film di Ozon si districa fra eros e thanatos con il suo solito tocco lucido e personale: non si tratta infatti di un horror, bensì di un film di psicologie su due personaggi in cerca di una via di fuga da sé stessi, ambientata in un mondo strano e oscuro. Alice, fredda e dominante, è il "motore" della coppia e spinge l'amico a compiere l'omicidio i cui retroscena vengono narrati in una serie di flashback; Luc, sottomesso e impotente (in realtà inconsapevolmente gay), elimina quello che in fondo era il suo oggetto del desiderio e si affeziona poi all'orco che li tiene prigionieri. Che si tratti di una fiaba è sottolineato (ironicamente?) dalla scena in cui i ragazzi fanno l'amore nella foresta, osservati dagli animali del bosco come se si trattasse di una sequenza di "Biancaneve". Il boscaiolo è interpretato dal "kusturiciano" Miki Manojlovic. La Régnier si era già vista in "La vita sognata degli angeli".

14 ottobre 2007

Angel – La vita, il romanzo (F. Ozon, 2007)

Angel – La vita, il romanzo (Angel)
di François Ozon – Francia/GB 2007
con Romola Garai, Michael Fassbender
***

Visto al cinema Apollo.

Angel, giovane e umile figlia di un droghiere nell'Inghilterra dickensiana, ha la passione della scrittura e sogna una vita ricca, avventurosa e romantica come quella che descrive nei suoi romanzi, rifiutando testardamente tutto quanto non è adeguato alle sue fantasie (e così abbellisce continuamente la realtà che la circonda, afferma di essere la figlia di un aristocratico, descrive la propria casa come un palazzo o la propria madre come una concertista). Quando le sue opere conquistano improvvisamente il pubblico, grazie all'aiuto di un bonario editore (il bravo Sam Neill, mentre sua moglie è Charlotte Rampling, habitué del regista), l'improvvisa ricchezza le consente di rendere reali quelle che fino ad allora erano state soltanto immaginazioni: vestiti sfarzosi, una villa fiabesca, persino il matrimonio con l'uomo dei suoi sogni, un pittore scostante e pessimista che – al contrario di lei – vede nella vita solo una grigia e smorta bruttezza. Ma la prima guerra mondiale incombe, per quanto Angel faccia di tutto per tenerla fuori dalla sua casa... Come quasi sempre nei film di Ozon, la vita non è altro che un'elaborata messinscena. E questo, il suo primo lavoro in lingua inglese, lo mostra esplicitamente più di altri: dalle sequenze della passeggiata a Londra o in quelle del viaggio di nozze, dove i monumenti sono proiettati su un fondale evidentemente fasullo, alla teatralità dei momenti clou della vita di Angel, come l'appassionato bacio sotto la pioggia e l'arcobaleno, e persino alla scena della sua morte, così simile a quella della sua eroina nell'adattamento teatrale del romanzo. "Voi comunicate con voi stessa, non con i lettori", le dice a un certo punto la fedele segretaria (interpretata dalla Lucy Russell già vista ne "La nobildonna e il duca" di Rohmer, il cui personaggio introduce un possibile sottotesto lesbico, non insolito per un film di Ozon). Ma se ad Angel non interessa cio che è reale ma solo ciò che è bello (e questo la rende impopolare durante la guerra, quando il suo rifiuto dello sforzo bellico la spinge verso un pacifismo mal tollerato dai suoi lettori), anche quella del suo uomo è una fuga dalla realtà, per quanto assai più tragica. Nel complesso il film è uno spettacolare feuilletton che può ricordare per certi versi "Via col vento" e che si conclude con Angel che, prima di morire, si domanda "La mia vita è stata reale?". E anche la segretaria non può che domandarsi con noi se quella cui abbiamo assistito sia stata "la vita che ha vissuto, o la vita che ha sognato"?

23 luglio 2007

Sotto la sabbia (François Ozon, 2000)

Sotto la sabbia (Sous le sable)
di François Ozon – Francia 2000
con Charlotte Rampling, Bruno Cremer
***1/2

Visto in divx alla Fogona.

Una donna di mezza età va in spiaggia con il marito: ma l'uomo scompare misteriosamente. Dopo la preoccupazione, l'affanno e le prime ricerche, la donna torna alla propria vita cittadina come se nulla fosse successo, negando la realtà, mettendo la testa "sotto la sabbia" e continuando a immaginare di vivere insieme a un marito ormai inesistente e che vede soltanto lei, forse perché incapace di elaborare il lutto oppure perché troppo abituata alla vita borghese che ha sempre condotto. Difatti non riesce né a cambiare il proprio tenore di vita né a lasciarsi corteggiare da un altro uomo. Bellissimo film dal taglio psicologico e psicanalitico, che sul momento può spiazzare un po' lo spettatore (a un certo punto mi sono trovato a immaginare che il marito non fosse mai nemmeno esistito... per fortuna il film non è un thriller!) ma che riesce a dar vita a un personaggio realistico e spirituale e a situazioni quanto mai allucinate e stranianti. Ottima l'interpretazione della Rampling, che successivamente Ozon sceglierà ancora come protagonista dell'altrettanto inquietante, ma meno riuscito, "Swimming pool" (sceneggiato, come questo, insieme a Emmanuèle Bernheim, di cui curiosamente la Rampling interpreterà la madre in "È andato tutto bene").

11 luglio 2007

Sitcom (François Ozon, 1998)

Sitcom – La famiglia è simpatica (Sitcom)
di François Ozon – Francia 1998
con Évelyne Dandry, François Marthouret
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Lungometraggio d'esordio di Ozon, uno dei giovani registi europei più dotati e interessanti: e ci sono già tutti i suoi marchi di fabbrica, dai toni grotteschi alla grande attenzione alle scenografie, dall'impostazione teatrale al ritratto caricaturale della borghesia, dall'omosessualità (latente o dichiarata) dei personaggi alla rottura dei più svariati tabù sociali. La storia, che qua e là ricorda la follia e la cattiveria di autori quali Takashi Miike e Michael Haneke, si svolge quasi interamente nella villa di una famiglia solo apparentemente normale: se il padre sembra disinteressarsi di tutto quel che accade attorno a lui, la madre è invece preoccupatissima perché il figlio ha confessato di essere gay e cerca di "redimerlo" anche attraverso l'incesto; la figlia, che si sente trascurata, tenta prima il suicidio e si dedica poi a pratiche sadomasochistiche; a questi si aggiunge il fidanzato della figlia, da lei vessato in ogni modo; una cameriera spagnola che si prende sempre più libertà; il marito di colore di quest'ultima, insegnante di ginnastica a sua volta omosessuale; e soprattutto un inquietante topolino bianco da laboratorio, vero collante di una vicenda che nel finale assume toni da film horror degli anni cinquanta. La conclusione mi ha lasciato un po' perplesso, ma durante la visione del film mi sono divertito.

16 giugno 2006

Il tempo che resta (F. Ozon, 2005)

Il tempo che resta (Le temps qui reste)
di François Ozon – Francia 2005
con Melvil Poupaud
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Cannes).

Romain (Melvil Poupaud), un giovane fotografo di moda gay, scopre di avere un tumore allo stato avanzato e che gli restano pochi mesi di vita. Anziché disperarsi o rassegnarsi, preferisce tagliare i ponti con il presente (non comunica la notizia a nessuno, nemmeno ai parenti) e rivolgersi invece al passato e al futuro: recuperà così il rapporto con la sorella e soprattutto con il sé stesso bambino, e accetterà di essere il padre del figlio di una coppia di sconosciuti il cui marito è sterile. Il poliedrico Ozon firma stavolta un film semplice ed essenziale, forse fin troppo distaccato: una di quelle pellicole che funzionano solo se si riesce a simpatizzare con il protagonista, cosa a dire il vero non sempre facile visto che il personaggio tende a chiudersi in sé stesso e ad isolarsi dal resto del mondo. La parte centrale mi è sembrata un po' debole, ma il finale mi è piaciuto. Per fortuna Ozon non scivola nel patetico e il tono non diventa mai consolatorio o, peggio, ricattatorio (e in questo ci sono similarità con il bel film coreano "Christmas in august", che parte da presupposti identici). Bravo il protagonista, ci sono piccole parti per Jeanne Moreau (nel ruolo della nonna Laura) e Valeria Bruni-Tedeschi (la cameriera con il marito sterile).