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2 luglio 2023

Un uomo tranquillo (H. P. Moland, 2019)

Un uomo tranquillo (Cold pursuit)
di Hans Petter Moland – USA/GB/Canada 2019
con Liam Neeson, Tom Bateman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Per vendicare la morte del figlio, ucciso da una banda di trafficanti di droga, Nels Coxman (Liam Neeson), autista di spazzanevi che tiene pulite le strade in una località sciistica vicino a Denver, comincia a uccidere tutti i membri della banda, risalendo man mano nella catena di comando fino al boss Trevor Calcole, detto "Il Vichingo" (Tom Bateman). Remake americano del film norvegese "In ordine di sparizione" di cinque anni prima, diretto dallo stesso regista dell'originale. A parte alcuni dettagli dovuti al cambio di ambientazione (il Colorado innevato al posto del Circolo Polare Artico), come per esempio il fatto che la banda "rivale" sia composta da nativi americani anziché da serbi, la sceneggiatura è praticamente identica a quella del film precedente, compresi i tocchi di humour nero che rendono la pellicola quasi una black comedy: rimangono invariati, per esempio, i "necrologi" a tutto schermo ogni volta che un personaggio muore, l'ironia sui soprannomi da gangster e la caratterizzazione eccentrica ma accattivante di tutti i personaggi minori, che risultano così memorabili anche se il loro ruolo nella storia è minimo (la guardia del corpo gay del cattivo, il fratello ex gangster di Nels e la sua amante asiatica, la poliziotta giovane e idealista, il capo della gang di indiani, e molti altri). Neeson è perfetto nella parte, e regge il confronto con il protagonista dell'originale, Stellan Skarsgård. Ottimo anche Bateman nel ruolo del boss salutista, con figlioletto a carico. Nel cast anche Laura Dern (la moglie di Coxman), Tom Jackson, Emmy Rossum. Musiche di George Fenton. Il generico titolo italiano è identico a quello di un classico di John Ford del 1952 con John Wayne. Naturalmente, trattandosi di una copia in tutto e per tutto, anche se non certo malvagia, tanto vale (come in altri casi simili) guardarsi direttamente l'originale.

26 maggio 2023

Le otto montagne (Van Groeningen, Vandermeersch, 2022)

Le otto montagne
di Felix Van Groeningen, Charlotte Vandermeersch – Italia/Bel/Fra 2022
con Luca Marinelli, Alessandro Borghi
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema), con Sabrina.

La storia dell'amicizia fra Pietro (Luca Marinelli) e Bruno (Alessandro Borghi), dal loro primo incontro da bambini – quando il primo, "cittadino" e introverso, si reca in vacanza con la famiglia da Torino sulle Alpi valdostane e conosce il secondo, bimbo "montanaro" e incolto – a quando, da adulti (e dopo la morte del padre di Pietro (Filippo Timi), l'uomo che aveva fatto innamorare il primo della montagna e aveva "adottato" il secondo come un figlio sostituto nel periodo in cui il vero figlio, per ribellione, non gli parlava più), restaureranno un vecchio rudere in alta quota per trascorrervi le estati; fino a quando le differenti personalità li spingeranno a prendere strade diverse. Pietro girerà il mondo alla ricerca di sé stesso, trovando un nuovo equilibrio scalando le vette tibetane; Bruno, invece, si inselvatichirà e si chiuderà sempre più in sé, incapace di lasciare la montagna dove è nato e cresciuto: due atteggiamenti di fronte alla vita che si rispecchiano nella metafora buddista delle "otto montagne" che circondano il mondo: è meglio fare il loro giro oppure rimanere al centro senza muoversi? Dal romanzo di Paolo Cognetti (vincitore del premio Strega), sceneggiato da una coppia di registi belgi (lei, in precedenza solo sceneggiatrice dei film di lui, firma qui la sua prima co-regia), una storia di amicizia ad ampio raggio (temporale e geografico), focalizzata su due personaggi agli opposti eppure in grande sintonia, accomunati soprattutto dall'amore per la montagna e dal rifiuto dei compromessi e dell'adattarsi alla vita "cittadina". Il soggetto è notevole, i temi profondi, i personaggi in grado di catturare lo spettatore, che potrebbe identificarsi nell'uno o nell'altro: peccato che l'esecuzione sia un po' zoppicante, soprattutto a livello di scrittura, con dialoghi e passaggi da fiction televisiva. Anche recitazione e regia non brillano più di tanto. Almeno ci sono bei paesaggi. Girato in 4:3. Premio della giuria a Cannes.

4 febbraio 2023

Soluzione (Abbas Kiarostami, 1978)

Soluzione (Rah hal-e yek)
di Abbas Kiarostami – Iran 1978
con Ali Asghar Mirzaei
**1/2

Visto su Internet Archive.

Un uomo e il suo pneumatico, su una strada di montagna, sono i protagonisti di questo cortometraggio di 11 minuti, del tutto privo di dialoghi (ci sono solo i rumori ambientali nella prima parte, quella dedicata all'attesa, e un gradevole accompagnamento musicale nella seconda, più dinamica). Il giovane è fermo sul ciglio della strada. Sta facendo l'autostop, aspettando qualcuno che gli dia un passaggio per tornare alla sua macchina con la gomma appena riparata. Ma nessuna delle auto e dei mezzi pesanti che circolano sulla strada si ferma. Allora, dopo una lunga attesa, l'uomo decide di avviarsi a piedi da solo, di corsa, facendo rotolare il pneumatico in discesa lungo la strada. È un percorso che si fa sempre più rapido e giocoso, attraverso tunnel e ponti, tornanti e scarpate, fino alla tanto agognata destinazione. Come sempre, Kiarostami sa ottenere molto con poco. E ci fa partecipare alla piccola odissea del protagonista grazie alla fusione di immagini e musica, ambiente (le montagne e le rocce circostanti, ricoperte di neve) e colori, in un film "piccolo" ma dove tutto – regia, fotografia, montaggio e sonoro – collabora alla perfezione. In un certo senso è il trionfo del cinema nella sua forma più "pura". E il protagonista è quasi una versione adulta dei tanti bambini, curiosi e intraprendenti, ritratti dal regista nei suoi corti precedenti.

9 gennaio 2023

Siberia (Abel Ferrara, 2020)

Siberia (id.)
di Abel Ferrara – Italia/Germania/Messico 2020
con Willem Dafoe, Dounia Sichov
**

Visto in TV (RaiPlay).

Un uomo (Dafoe), isolatosi dal mondo per sfuggire ai fantasmi di morte del proprio passato, gestisce una baita sperduta in mezzo a un paesaggio innevato. Perseguitato da allucinazioni e visioni di vario genere, parte – con la slitta trainata dai suoi cani – per un viaggio che è soprattutto mentale, attraversando una natura impervia e ostile (che rappresenta il suo subconscio) e cercando di fare i conti con la propria vita. Incontrerà il proprio alter ego, rivedrà i genitori defunti, l'ex moglie, il figlio, passando per scenari freddi e cupi e altri insoliti e surreali (compreso un deserto africano e un pascolo primaverile). Un film bizzarro, surreale, onirico, pieno di non sequitur e salti narrativi, come la psiche del protagonista: ha però un suo strano fascino, che ne sostiene la visione fino in fondo, nonostante alcuni passaggi a vuoto nei (pochi) dialoghi (vedi quello con l'ex moglie, pieno di luoghi comuni come "L'unica mia colpa è quella di amarti troppo"). Ferrara, che ha scritto la sceneggiatura insieme al terapista Chris Zois, si sarebbe ispirato al "Libro rosso" di Carl Gustav Jung, ma è difficile capire come. Per il sempre ottimo Dafoe si tratta della sesta collaborazione con il regista italoamericano: nella versione italiana del film ha un accento molto marcato, essendosi doppiato da solo. Le riprese sono state effettuate per lo più in Alto Adige (e infatti i paesaggi di montagna non ricordano affatto la Siberia, che d'altronde è un luogo mentale più che reale).

3 giugno 2022

In ordine di sparizione (H.P. Moland, 2014)

In ordine di sparizione (Kraftidioten)
di Hans Petter Moland – Norvegia/Svezia 2014
con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Quando una banda di trafficanti di droga gli uccide il figlio, il tranquillo Nils Dickman (Stellan Skarsgård), autista di spazzaneve e abitante di una cittadina isolata nel nord della Norvegia, decide di sgominare da solo l'intera banda. La trama non è dissimile da quelle di tanti revenge movie: a fare la differenza sono l'ambientazione innevata e i toni quasi astratti e assurdisti, conditi da un sottilissimo black humour, che ricordano di volta in volta il Kitano di "Outrage", le commedie criminali di Guy Ritchie, e persino il Jarmusch di "Ghost dog" e il McDonagh di "In Bruges". Un nutrito gruppo di "cattivi" dotati di personalità – dal capo della banda, il "Conte" (Pål Sverre Hagen), ai suoi vari sottoposti, ai membri della banda rivale serba, guidata dal vecchio "Papa" (Bruno Ganz) – è vittima della vendetta lenta, fredda e metodica del protagonista: ogni morte è accompagnata, a mo' di necrologio, dal nome del deceduto sullo schermo nero, il che giustifica il titolo italiano. Tyos, la cittadina dove si svolge la storia, è immaginaria. Nel 2019 lo stesso regista ne ha diretto il remake americano, "Un uomo tranquillo", con protagonista Liam Neeson.

5 gennaio 2022

Il tempo si è fermato (Ermanno Olmi, 1959)

Il tempo si è fermato
di Ermanno Olmi – Italia 1959
con Natale Rossi, Roberto Seveso
***

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane studente Roberto (Seveso) trova lavoro durante il periodo invernale come guardiano presso la diga dell'Adamello, in alta montagna, in sostituzione di un collega, e raggiunge così l'anziano Natale (Rossi), che già si trova sul posto. All'inizio la convivenza fra i due è difficile, avendo poco in comune, a partire dall'età, dal carattere (esuberante l'uno, taciturno l'altro) e dall'esperienza: ma pian piano, da soli in una baracca sferzata dalla neve e immersa nel silenzio, diventeranno amici, complice anche una notte difficile per via di una tempesta. Il primo lungometraggio di Ermanno Olmi, girato con attori non professionisti, quasi non ha trama e punta sul realismo nel descrivere le condizioni di vita e i rapporti fra i due personaggi. Olmi aveva inizialmente concepito il progetto come documentario per conto della Edison-Volta, la compagnia energetica per la quale lavorava e per cui aveva già filmato numerosi cortometraggi aziendali. La semplicità dei personaggi, il realismo dell'ambientazione, le emozioni pure e distillate che vengono alla luce con facilità e senza la necessità di ricorrere a colpi di scena o a trovate drammaturgiche, favoriscono l'immersione dello spettatore in un quadro minimalista dove la natura stessa (la montagna, la neve, il silenzio) è protagonista al pari dei due uomini. Anche la regia si adegua, risultando rigorosa e rifuggendo la spettacolarità. Gran parte dei dialoghi, soprattutto quando parla Natale, sono in dialetto. Il titolo è identico a quello di un (bel) thriller americano del 1948.

8 dicembre 2021

La vetta degli dei (Patrick Imbert, 2021)

La vetta degli dei (Le sommet des dieux)
di Patrick Imbert – Francia 2021
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Netflix).

Sulle tracce del leggendario scalatore Habu Joji, scomparso misteriosamente dalla scena anni prima in seguito a una tragedia personale (la morte di un suo giovane compagno di cordata), il fotoreporter Fukamachi crede di averlo rintracciato in Nepal, dove si sta apprestando a scalare in solitaria, e senza ossigeno, la pericolosa parete sud-ovest dell'Everest. Deciderà di seguirlo, non solo per documentare l'impresa ma anche per svelare un mistero legato alla macchina fotografica di George Mallory, che potrebbe far luce sul destino del primo alpinista ad aver tentato di scalare l'Everest nel 1922. Tratto da un manga di Jiro Taniguchi, a sua volta ispirato a un romanzo di Baku Yumemakura, un film d'animazione di produzione francese ma che, per molti aspetti, potrebbe sembrare giapponese. Lo stile di disegno è estremamente realistico, così come i fondali, al punto da chiedersi che motivo c'era di realizzare la pellicola in animazione anziché in live action. La storia, appassionante, è purtroppo poco originale: i "soliti" temi dello scalatore che si spinge oltre i limiti perché, interrogato su cosa lo spinga a scalare montagne, afferma: "Non posso vivere senza". Se Habu è una figura interessante e complessa (bravo ma arrogante, che vuole fare tutto da solo), il protagonista Fukamachi è praticamente privo di caratterizzazione. Ma l'ambiente delle montagne, della neve e dei pericoli dell'alpinismo, con il confronto fra uomo e natura, è ben rappresentato.

14 gennaio 2021

Lo straniero della valle oscura (A. Prochaska, 2014)

Lo straniero della valle oscura - The Dark Valley (Das finstere Tal)
di Andreas Prochaska – Austria/Germania 2014
con Sam Riley, Paula Beer
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il fotografo itinerante Greider (Sam Riley) giunge in una valle inospitale dove spadroneggia la famiglia Brenner, che gestisce la legge in maniera feudale, con tanto di ius primae noctis imposto agli abitanti. In effetti Greider è lì per vendicare la madre, che vent'anni prima fu vittima della famiglia. Ambientato fra le nevi delle Alpi, un cupissimo e insolito "western" europeo, dai toni gravi e opprimenti, anche nella fotografia gelida e nella colonna sonora ricca di bassi (se si eccettua una canzone pop che c'entra come i cavoli a merenda). Per quanto i temi siano inflazionati (lo straniero, la vendetta) e il contesto sia implausibile dal punto di vista storico, l'atmosfera (anche grazie alla regia e alla fotografia) è notevole: il terrore imposto dai Brenner al villaggio, la rabbia repressa della giovane Luzi, il ritmo lento ma elegante, le sparatorie nella neve... sono tutti elementi che affiorano concretamente dalle immagini sullo schermo. Meglio sorvolare invece sulla struttura narrativa (il poco mistero che c'è all'inizio sull'identità dello straniero e su quella di colui che uccide i fratelli Brenner, ovvero se coincidano o meno, viene subito svelato) e su alcune scelte inspiegabili dei personaggi (come quando Greider, pur avendo i suoi nemici a portata di fucile, li risparmia). E naturalmente, a parte gli scenari montuosi, non c'è nulla di europeo o tantomeno di alpino nei personaggi, negli abiti e nelle scenografie, tanto che – se non fosse per alcuni accenni nei dialoghi – sembrerebbe di trovarsi fra le montagne del Nord America. Tratto da un romanzo del tedesco Thomas Willmann, il film è stato girato in Alto Adige, per la precisione in Val Senales.

28 dicembre 2020

Polar Express (Robert Zemeckis, 2004)

Polar Express (The Polar Express)
di Robert Zemeckis – USA 2004
animazione digitale
**

Visto in TV, con Sabrina.

La notte di Natale, un bambino – che ha proprio l'età in cui si cominciano ad avere dubbi sull'esistenza di Babbo Natale – sale a bordo del Polar Express, treno magico diretto al Polo Nord, su cui vivrà numerose avventure che lo porteranno di nuovo a credere nella magia del Natale. Tratto da un libro illustrato per ragazzi di Chris Van Allsburg (adattato dallo stesso Zemeckis e da William Broyles Jr., già sceneggiatore di "Cast Away"), il primo – e tutto sommato il migliore – dei tre film di animazione in performance capture realizzati dal regista fra il 2004 e il 2009 (gli altri sono "La leggenda di Beowulf" e un altro film natalizio, "A Christmas Carol"), impantanando per un decennio la propria carriera in sperimentazioni tecniche. Per l'epoca, in ogni caso, la pellicola fu a suo modo innovativa nella resa digitale dei personaggi che si basano sulla recitazione di attori in carne e ossa. il mattatore in particolare è Tom Hanks, che interpreta il protagonista (ma la voce in originale è di Daryl Sabara) nonché tutti i personaggi "adulti": il controllore del treno, il vagabondo clandestino, Babbo Natale, e altri ancora (nel progetto originario Hanks avrebbe dovuto ricoprire proprio tutti i ruoli, ma l'impresa si rivelò troppo faticosa, e dunque salirono a bordo altri attori: la ragazzina per esempio è Nona Gaye, l'amico solitario è Peter Scolari). Nonostante un fastidioso effetto "uncanny valley" (la sensazione sgradevole che si prova quando la resa dei volti e delle figure umane si avvicina troppo alla realtà, ma non abbastanza da risultare credibile e realistica), il tono magico, fiabesco e natalizio della vicenda, tipico appunto dei libri illustrati e di avventure per bambini, facilita l'immersione dello spettatore e a tratti ricorda altri classici del cinema americano del genere come "Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato" (anche citato, attraverso il biglietto dorato che dà accesso al treno) o "Il mago di Oz". E naturalmente, per lo stesso motivo, le peripezie dei protagonisti non sono da prendere sul serio: tutto è magico, fantastico e implausibile, come in un sogno, anche se ogni azione porta con sé una ricompensa, un'ammonizione o una morale.

11 dicembre 2020

L'ascesa (Larisa Shepitko, 1977)

L'ascesa, aka Ascensione (Voskhozhdeniye)
di Larisa Shepitko – URSS 1977
con Boris Plotnikov, Vladimir Gostyukhin
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In Bielorussia, durante l'invasione tedesca nella seconda guerra mondiale, i partigiani sovietici Rybak (Vladimir Gostyukhin) e Sotnikov (Boris Plotnikov) lasciano il proprio drappello per andare in cerca di cibo nelle fattorie della zona, ricoperte di neve. Saranno catturati dai soldati nazisti e processati da un poliziotto collaborazionista, Portnov (Anatolij Solonitsyn), che condannerà a morte Sotnikov e tre abitanti del villaggio da cui lui stesso proviene (un vecchio, una donna e una bambina), risparmiando invece Rybak che ha accettato di cambiare casacca. Da un romanzo di Vasil Bykaŭ, l'ultimo film di Larisa Shepitko è un intensissimo lungometraggio a sfondo bellico (ma anche filosofico: si pensi al dialogo sul tema della coscienza) che traccia un parallelo – anche se più spirituale che religioso – fra il protagonista Sotnikov e la figura di Gesù Cristo, con tanto di processo di fronte a Pilato, elementi salvifici (Sotnikov manifesta la volontà di sacrificarsi e di espiare le colpe di tutti), via crucis ed esecuzione finale. C'è anche un "Giuda", il compagno Rybak, appellato così (e con disprezzo) dagli abitanti del villaggio, che dopo la morte dell'amico tenta di impiccarsi con la propria cintura ma non ne ha il coraggio (così come in precedenza aveva immaginato più volte di fuggire, prefigurandosi le conseguenze, senza poi farlo); e varie altre immagini allegoriche, a partire dall'agnello che i due partigiani trovano in una fattoria e si portano dietro, sulle spalle; per non parlare della neve bianchissima che copre l'intero paesaggio, donandogli un'atmosfera trascendentale. Memorabile anche la colonna sonora di Alfred Schnittke, che cresce di intensità in determinati momenti come quello dell'impiccagione. Metafore a parte, il film parla anche con toni concreti della tragedia della guerra (che assume però una dimensione intima e personale, senza toni retorici o propagandistici: lo sguardo è sempre rivolto al singolo individuo), dell'invasione della propria patria, del coraggio (di alcuni) e delle paure (di altri), di integrità e di tradimento, del restare fedeli alla propria coscienza anche di fronte alla morte o dell'abbracciare l'opportunismo pur di salvarsi la vita: scelte che cambiano le esistenze di chi, prima della guerra, era un semplice maestro di matematica (Sotnikov) o il direttore di un coro di bambini (Portnov). Ottime tutte le interpretazioni: Plotnikov (il cui volto, con lo sguardo perso, pare quasi ipnotizzato) e Gostyukhin erano due sconosciuti attori di teatro, che la Shepitko scelse appositamente. Il vecchio, la donna e la bambina sono rispettivamente Sergei Yakovlev, Lyudmila Polyakova e Viktorija Gol'dentul. Da notare il ruolo da cattivo per Solonitsyn, l'attore-feticcio di Andrej Tarkovskij. Orso d'oro al festival di Berlino. La Shepitko morirà in un incidente stradale nel 1979: suo marito Elem Klimov firmerà nel 1985 un altro celebre film antibellico, "Va' e vedi".

7 ottobre 2020

5 cm al secondo (Makoto Shinkai, 2007)

5 cm al secondo (Byosoku 5 senchimetoru)
di Makoto Shinkai – Giappone 2007
animazione tradizionale
**

Visto in TV.

Diviso in tre episodi ambientati a qualche anno di distanza l'uno dall'altro, il secondo lungometraggio di Makoto Shinkai (anche se rientra nella definizione per il rotto della cuffia, visto che dura poco più di un'ora) è una riflessione poetica e romantica sui rapporti sentimentali e sui concetti di spazio e tempo che tengono a distanza le persone. Nel primo segmento, "Il capitolo dei fiori di ciliegio", il protagonista Takaki e l'amica Akari si separano alla fine delle scuole elementari, quando lei si trasferisce da Tokyo nella vicina prefettura di Tochigi. Un anno più tardi, Takaki cercherà di raggiungerla in treno. Ma una forte nevicata manda in tilt il sistema dei trasporti, e il ragazzo giungerà in ritardo all'appuntamento... Il secondo, "Cosmonauta", è ambientato alla fine del liceo, che Takaki ha frequentato nell'isola di Tanegashima, dove sorge il centro spaziale giapponese. Stavolta la voce narrante è quella di Kanae, ragazza di lui innamorata, che però rinuncia a dichiararsi quando capisce che l'amico ha un'altra persona nel cuore. Infine il terzo, "5 centimetri al secondo", ci mostra il protagonista nella vita adulta, in preda ai rimpianti per ciò che non è stato: le scenografie tornano nei luoghi del primo episodio, mentre un rapido montaggio di immagini, sogni e ricordi (sulle note della canzone "One more time, one more chance" di Masayoshi Yamazaki) permette di riconnettere le esistenze di Takaki e Akari. Se preso a sé stante, ciascuno dei tre segmenti è caratterizzato da una storia in fondo esile e banale, con personaggi debolmente caratterizzati e che non rifuggono dai cliché delle storie romantiche o a sfondo scolastico. A dargli un valore aggiunto è il collante, nonché lo stile realizzativo, che mostra un estremo realismo nel disegno degli sfondi, con ambientazioni e scenografie al limite del fotoricalco. Meno indovinati invece i personaggi, dal design anonimo e appena abbozzato. Nel complesso una pellicola a tratti interessante ma che lascia il tempo che trova, forse troppo forzatamente (e pesantemente) "poetica", ma che potrà risuonare in chi sta vivendo (o ha vissuto) un'adolescenza fatta di amori incompiuti. Vaghe suggestioni cosmico-fantascientifiche (l'esplorazione spaziale come metafora dei contatti umani) nel secondo segmento, il migliore dei tre. Il pretestuoso titolo, spiegato quasi subito, si riferisce alla presunta velocità con cui i fiori di ciliegio cadono a terra.

21 settembre 2020

Misery non deve morire (Rob Reiner, 1990)

Misery non deve morire (Misery)
di Rob Reiner – USA 1990
con James Caan, Kathy Bates
***1/2

Rivisto in TV.

Uscito di strada con la sua auto per via di una tormenta di neve, lo scrittore Paul Sheldon (James Caan) viene soccorso dall'infermiera Annie Wilkes (Kathy Bates), che vive in una fattoria isolata fra le montagne. Ma quando la donna scopre che l'uomo intende "uccidere" per sempre Misery, protagonista della serie di romanzi commerciali che gli ha dato il successo e di cui lei è una grande fan, lo segrega e lo tortura per costringerlo a "resuscitare" il personaggio... Da un romanzo di Stephen King (che, per una volta, ha apprezzato l'adattamento: la sceneggiatura è firmata da William Goldman), un thriller ad alto tasso di tensione e coinvolgimento, graziato da eccezionali interpretazioni (la Bates vinse l'Oscar) e da numerosi sotto- e sovratesti. Al di là del puro intrattenimento horror, che può contare su un'atmosfera claustrofobica con un personaggio alla mercé di un altro (lo scrittore ha le gambe fratturate ed è impossibilitato a muoversi, se non strisciando o con una scomoda sedia a rotelle), l'intera vicenda può essere letta come una metafora del rapporto fra un creatore di storie e i suoi lettori/spettatori. Fino a che punto il primo è davvero "padrone" del destino dei suoi personaggi? Sheldon (come Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes prima di lui) intende sbarazzarsi di Misery perché ambisce a scrivere romanzi più "seri", realistici ed autoriali, che possano dargli quella fortuna critica e quella soddisfazione personale che i suoi lavori più popolari non gli offrono, ma non si rende conto dell'importanza e del valore che questi hanno per i suoi lettori come fonte di sogno e di escapismo. Sono i fan, più degli autori, a investire tempo ed emozioni nei personaggi e nel loro mondo, tanto da sentirsi traditi quando gli scrittori maltrattano le loro creature (o le fanno agire in maniera contraddittoria: vedi Annie che critica le trovate "irrealistiche" che Paul inventa per far tornare in vita Misery). Se Caan è ottimo in un ruolo che forse King avrà concepito come semi-autobiografico, la Bates è indimenticabile nei panni della goffa ma inquietante infermiera con un passato da killer (che lentamente viene alla luce): se inizialmente sembra eccentrica e apprensiva ma innocua, man mano che il film procede si rivela un'aguzzina calcolatrice e psicopatica, ancora più terribile perché è davvero e sinceramente "l'ammiratrice numero uno" di Sheldon, da cui è ossessionata al limite del fanatismo. Nel cast ci sono Lauren Bacall (l'agente di Paul), Richard Farnsworth (l'anziano sceriffo) e Frances Sternhagen (sua moglie), questi ultimi due quasi personaggi da film dei fratelli Coen. La fotografia è del futuro regista Barry Sonnenfeld, già collaboratore proprio dei Coen. Rob Reiner aveva già adattato per il grande schermo un testo di Stephen King con il precedente "Stand by me". Il film potrebbe aver ispirato un episodio della quarta serie di "Le bizzarre avventure di JoJo" (quello con Yukako).

10 settembre 2020

Sto pensando di finirla qui (C. Kaufman, 2020)

Sto pensando di finirla qui (I'm thinking of ending things)
di Charlie Kaufman – USA 2020
con Jessie Buckley, Jesse Plemons
**1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Sotto una fitta nevicata, in un paesaggio vuoto e desolato, Lucy (Buckley) si sta recando in auto con il fidanzato Jake (Plemons) a conoscere i genitori di lui, che vivono in una fattoria fuori città. Incerta e piena di dubbi, la ragazza sta meditando (con le parole che danno il titolo alla pellicola) di troncare la relazione, o forse la propria vita, che va avanti solo per inerzia ed abitudine. Ma non tutto è come sembra... e non potrebbe essere altrimenti, visto che stiamo parlando di un film di Charlie Kaufman, il cerebrale sceneggiatore di pellicole altamente oniriche e metafisiche come "Essere John Malkovich" e "Se mi lasci ti cancello", che qui ha adattato un romanzo di Iain Reid. Lucy e l'intero mondo che la circonda sono infatti il prodotto della mente di Jake, anziano bidello e inserviente in un liceo, che al culmine di un'esistenza grigia e solitaria si costruisce un passato basato sui rimpianti e sulle svolte che non ha saputo cogliere. "Bisogna ricordarsi che il mondo è più grande dell'interno della tua testa". "Lucy" è dunque il simulacro di una ragazza che ha conosciuto fugacemente, ma con cui non si è davvero fidanzato, sulla quale l'uomo proietta tutti i suoi interessi, le sue aspirazioni e le sue conoscenze (è di volta in volta una biologa, una fisica, una poetessa, una pittrice, una critica cinematografica), discute di argomenti culturali, esistenziali, filosofici, ne cerca l'approvazione (la necessità di essere compreso e approvato è forte in lui) e quella soddisfazione che nella vita (o dai genitori) non ha mai avuto. I contenuti dei lunghi dialoghi fra i due personaggi riecheggiano episodi o elementi del mondo esterno, legati al passato o al presente di Jake. E l'atmosfera, irreale e ambigua (è quasi subito evidente che ci sia qualcosa di strano, come un mondo che viene creato e modificato sul momento), si fa a tratti surreale o inquietante come in un film di David Lynch (vedi la breve sosta al negozio di gelati). Nel finale, la forma filmica fa ricorso anche al balletto, all'animazione e al musical ("Oklahoma"). Ma in questa riflessione surreale ed esistenziale non tutto è riuscito: la visione del film potrebbe risultare snervante per le sue lungaggini, l'insistenza sui dettagli rivelatori e una certa pretenziosità. Ottimi gli attori. Toni Collette e David Thewlis (attraverso vari gradi di invecchiamento) interpretano i genitori, Guy Boyd è il vecchio bidello. Come a voler suggerire che ci troviamo in un luogo ristretto (ovvero la mente di Jake), la pellicola è girata in 4:3. Citazioni metacinematografiche per Robert Zemeckis (di cui si mostra uno pseudo-film) e John Cassavetes (si discute di "Una moglie").

3 settembre 2020

I segreti di Wind River (T. Sheridan, 2017)

I segreti di Wind River (Wind River)
di Taylor Sheridan – USA 2017
con Jeremy Renner, Elizabeth Olsen
**

Visto in TV, con Sabrina.

Nella riserva indiana di Wind River, fra le montagne del Wyoming, il cacciatore Cory (Renner) – che ha l'incarico di tenere sotto controllo la fauna selvatica – trova il cadavere di una ragazza fra la neve. Collaborerà con l'inesperta agente dell'FBI Jane (Elizabeth Olsen) nella ricerca del colpevole, anche perché ha un motivo personale: tre anni prima, la sua stessa figlia era morta in circostanze simili. Scritto e diretto da Taylor Sheridan (alla sua prima regia, dopo l'horror semi-amatoriale "Vile" e dopo aver firmato le sceneggiature di altri due thriller ambientati nei luoghi più remoti della frontiera americana, "Sicario" e "Hell or High Water"), un film che ha il suo punto di forza principale nell'ambientazione, monti e pianure innevate dove l'uomo è a contatto diretto con la natura e con i propri istinti primordiali, una vera e propria frontiera dove farsi giustizia da soli – sotto lo sguardo di lupi e puma selvatici – risulta, appunto, naturale. Poco interessante invece la trama gialla (di fatto c'è una sola traccia da seguire, che porta più o meno direttamente al colpevole), come la struttura narrativa (con molte lungaggini) e la caratterizzazione semplicistica dei personaggi (l'unico interessante è il protagonista, mentre comprimari e cattivi sono figurine stereotipate). Graham Greene interpreta lo sceriffo della riserva indiana. Qualche rimando, forse, a "Neve rossa" di Nicholas Ray. Come suggerisce la didascalia conclusiva, il regista voleva porre l'attenzione sul grande numero di donne native americane che vengono violentate e uccise, eppure nulla nel film lascia intendere che la vittima sia stata scelta a causa della sua etnia. Il titolo italiano (come già era capitato con "Brokeback Mountain") scimmiotta "I segreti di Twin Peaks".

21 giugno 2020

Il dolce domani (Atom Egoyan, 1997)

Il dolce domani (The Sweet Hereafter)
di Atom Egoyan – Canada 1997
con Ian Holm, Sarah Polley
***

Rivisto in divx, con Sabrina, per ricordare Ian Holm.

Quando lo scuolabus locale esce di strada e sprofonda nel lago ghiacciato, gli abitanti di una cittadina devono far fronte alla tragedia collettiva della perdita di tutti i loro figli. Ognuno reagisce a proprio modo: chi con la rabbia, chi con la rassegnazione e chi si chiude nel proprio dolore. È allora che fa la sua apparizione Mitchell Stephens (Ian Holm), avvocato che intende convincere tutti i genitori ad unirsi insieme per intentare una causa di risarcimento (non è chiaro verso chi: il produttore dell'autobus? l'autista alla guida (Gabrielle Rose), che pure amava profondamente quelli che chiamava "i miei bambini"? l'ente che doveva curare le strade o il guardrail?). Lo stesso Stephens, però, ha in fondo perduto una figlia: la sua Zoe (Caerthan Banks), tossicodipendente, che un tempo amava alla follia e che ora è diventata una fastidiosa estranea... Sceneggiato dallo stesso regista a partire da un romanzo di Russell Banks, a sua volta ispirato a un episodio realmente accaduto, è forse il miglior film di Egoyan, che dopo "Exotica" torna ad affrontare i temi della perdita, della manipolazione del dolore e del contatto emotivo: una riflessione acuta e profonda, intensa e niente affatto cinica, sul caso e la fatalità, sul lutto e le conseguenze, che coglie parte del proprio fascino dal suggestivo parallelo con la favola del Pifferaio di Hamelin, il quale portò via tutti i bambini di un villaggio per punire i genitori. Mentre nella fiaba a rimanere indietro fu un solo bambino perché zoppo, qui l'unica sopravvissuta è Nicole (Sarah Polley), costretta su una sedia a rotelle (e dalla cui testimonianza dipende l'esito della causa), per la quale la tragedia diventa un modo per uscire dalla propria infanzia e prendere consapevolezza della dura realtà della vita, compreso il torbido rapporto con il proprio genitore (Tom McCamus). Se c'è chi spera di ottenere del denaro dalla tragedia, altri – come il vedovo Billy (Bruce Greenwood), che ha perso i due figli – hanno una visione più fatalista: l'incidente è semplicemente capitato, ora è meglio voltare pagina e guardare avanti. Dopo tutto, interrogarsi sulle ragioni della tragedia per "incanalare la propria rabbia" (come dice Stephens), quando nulla fa pensare a qualcosa di diverso di una fatalità (una lastra di ghiaccio sulla strada), è come prendersela con una punizione divina. La struttura decostruita intervalla la trama principale con numerosi flashback (vedremo l'incidente soltanto a metà film) e flashforward (le sequenze di Stephens in aereo, mentre parla della figlia a una vecchia amica), mentre scenari e ambientazione (neve, ghiaccio) sembrano voler "congelare" i sentimenti per impedire loro di esplodere. Ma alla fine, in un modo o nell'altro, tutti troveranno la pace. Ottimo Holm in uno dei suoi rari ruoli da protagonista, che alterna momenti in cui appare freddo e cinico ad altri in cui si dimostra compassionevole (la stessa ambivalenza che ha verso la figlia).

8 agosto 2019

La battaglia con le palle di neve (L. Lumière, 1897)

La battaglia con le palle di neve
(Bataille de neige)
di Louis Lumière – Francia 1897
**1/2

Visto su YouTube.

Due gruppi di persone (si tratta di uomini e donne adulti, non di bambini!) si affrontano a palle di neve lungo una strada fuori città. In mezzo a loro passa un uomo in bicicletta, che naturalmente diventa subito un ghiotto bersaglio per entrambi i gruppi, tanto che viene colpito e cade a terra. Si rialza solo per fuggire rapidamente da dove era arrivato, mentre la battaglia riprende. Filmato in una Lione innevata, fra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio 1897, è un cortometraggio da apprezzare per la dinamicità della scena, l'apparente realismo e la profondità di campo della ripresa in esterni (una caratteristica dei film dei Lumière che non sempre si ritrova nei loro contemporanei, a partire da Méliès, che preferiva invece inscenare le sue pellicole in studio). A proposito di "apparente realismo", anche in questo caso (come negli altri film dei fratelli, a cominciare dal primo e celebre “L'uscita dalle fabbriche Lumière”) sembra evidente che l'azione sia stata organizzata con degli attori che avevano ricevuto delle istruzioni, e non ripresa casualmente: sarebbe stato improbabile che, proprio nel minuto in cui i Lumière stavano girando, fosse passato un inatteso ciclista. Ottima, per l'epoca, la qualità dell'immagine.

22 aprile 2019

Forza maggiore (Ruben Östlund, 2014)

Forza maggiore (Turist, aka Force majeure)
di Ruben Östlund – Svezia/Francia/Norvegia 2014
con Johannes Bah Kuhnke, Lisa Loven Kongsli
***

Visto in TV.

In vacanza per una settimana bianca in un comprensorio sciistico sulle Alpi, una famiglia svedese vede incrinarsi la fiducia e l'armonia al proprio interno quando il primo impulso del capofamiglia Tomas, di fronte a una valanga che sembra stare per abbattersi sulla terrazza del ristorante dove si trovano, è quello di fuggire precipitosamente, abbandonando la moglie e i figli. Una volta scampato il pericolo, l'uomo si ritroverà a dover fare i conti con sé stesso. Ambientato durante quella che avrebbe dovuta essere una settimana bianca idilliaca (il resort è modernissimo, le piste sono vuote e pulite, la famiglia appare all'inizio sin troppo perfetta), il film scava con ficcante lucidità e una punta di cinismo nella psicologia dei suoi personaggi: da Tomas, che inizialmente nega l'accaduto o cerca di rimuoverlo, perché incapace di accettare la parte di sé più debole o di cui si vergogna; a Ebba che non riesce a dimenticare quel che è successo e andare oltre (al punto da fare un "processo" al marito davanti agli amici). E si discute sul come reagire alla paura e alle situazioni di pericolo, sull'importanza degli affetti e dei legami familiari, sui dubbi e le paranoie. Östlund, che aveva iniziato la propria carriera dirigendo proprio alcuni filmati e documentari a tema sciistico, ha affermato di essersi ispirato al caso del capitano Schettino e ad alcuni video su YouTube (come questo per la scena finale). Notevole l'utilizzo della musica di Vivaldi (l'estate dalle "Quattro stagioni"), abbinata alle immagini notturne delle piste vuote, scosse dalle esplosioni o battute dai gatti delle nevi, in un'atmosfera quasi irreale. Il film è stato girato in Francia (a Montchavin-La Plagne) e Italia (al Passo dello Stelvio).

29 marzo 2019

Hotel by the river (Hong Sang-soo, 2018)

Hotel by the river (Gangbyun Hotel)
di Hong Sang-soo – Corea del Sud 2018
con Gi Ju-bong, Kim Min-hee
**

Visto allo Spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Ospite in pieno inverno in un albergo sul fiume Han, un anziano poeta (Gi Ju-bong) riceve la visita dei due figli ormai cresciuti (Kwon Hae-hyo e Yoo Jun-sang), con i quali intende ricucire i rapporti. Nella stessa struttura c'è anche una ragazza (Kim Min-hee), da poco abbandonata dall'amante, che viene raggiunta da un'amica (Song Seon-mi). Il consueto minimalismo di Hong, non scevro da alcuni vezzi autoriali (qui l'uso del bianco e nero e i titoli di testa "recitati" a voce), è come al solito al servizio di una storia assai semplice per affrontare temi complessi, in questo caso l'avvicinarsi (più o meno inconsapevole) alla morte. Il candore della neve che circonda l'albergo (in Oriente, il bianco è il colore del lutto) è un chiaro segnale che si sta parlando dell'addio del padre ai due figli, dai quali è rimasto distante dopo aver abbandonato la famiglia. E come un segno premonitore, si spiegano i tanti momenti in cui i tre si perdono per un attimo di vista, con il padre che sparisce momentaneamente per girovagare intorno alla struttura, dove fra l'altro incontra le due ragazze che definisce come "angeli". Ma la sensazione è un po' quella dell'improvvisazione (per esempio, a seconda dei giorni delle riprese, la quantità di neve cresce o diminuisce) e di un vuoto ma poetico esistenzialismo, facilitato certo dai dialoghi che fluiscono con semplicità e naturalezza. Curiosità: l'albergo si chiama Heimat, come il film-capolavoro di Edgar Reitz, il che forse può ulteriormente giustificare l'uso del bianco e nero.

11 dicembre 2018

Soldi sporchi (Sam Raimi, 1998)

Soldi sporchi (A simple plan)
di Sam Raimi – USA 1998
con Bill Paxton, Billy Bob Thornton
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Rivisto in TV.

Hank Mitchell (Bill Paxton) conduce una vita semplice con la moglie Sarah (Bridget Fonda) e un modesto impiego in una cittadina fra le montagne del Minnesota. Tutto cambia quando, insieme al fratello sempliciotto Jacob (Billy Bob Thornton) e al miglior amico di questi, l'ubriacone Lou (Brent Briscoe), scopre un piccolo aeroplano caduto nella neve, a bordo del quale ci sono il cadavere del pilota e una borsa con oltre 4 milioni di dollari. I tre decidono di tenerseli senza dire niente a nessuno, evitando di spenderli prima che il velivolo venga ritrovato a primavera. Ma da subito le cose non vanno come previsto: non tutti sono in grado di mantenere il segreto, e sospetti e incidenti faranno precipitare la situazione. Una riflessione sulle conseguenze dell'avidità umana sotto forma di noir extraurbano, in uno scenario perennemente innevato dove gli animali – i corvi che osservano posati sui rami degli alberi come testimoni silenziosi, la volpe a caccia di prede nel bianco della neve – sono la metafora degli istinti predatori e dell'arrivismo degli esseri umani. Fosse stato girato con humour grottesco e sardonico, saremmo di fronte a una black comedy in stile "Fargo". Raimi, invece, coadiuvato dalla sceneggiatura di Scott B. Smith (che adatta un proprio romanzo), peraltro un po' troppo "costruita" e dal flusso di eventi non sempre naturale, sceglie i toni del dramma, caratterizzato da un intenso crescendo e dallo scavo psicologico nei personaggi. In particolare Hank, il protagonista principale della storia, si crede migliore degli altri (che guarda con disprezzo e dall'alto al basso), ma dovrà rivedere il proprio sistema di valori quando si ritroverà, proprio lui, a compiere le peggiori nefandezze (oltre che ad acquisire consapevolezza dei retroscena della propria vita che ignorava). Da notare anche il personaggio di Sarah, vera e propria "Lady Macbeth" di provincia, che consiglia il marito con piani e strategie senza scrupoli, spronandolo ad andare avanti quando questi ha dubbi o paura. Bella e funzionale l'ambientazione, inevitabile il finale con apologo morale. Nominato a due premi Oscar (per Billy Bob Thornton e per la sceneggiatura).

25 agosto 2018

Il piacere e l'amore (N. B. Ceylan, 2006)

Il piacere e l'amore (İklimler, aka Climates)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2006
con Nuri Bilge Ceylan, Ebru Ceylan
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Visto in divx.

Durante una vacanza estiva, il fotografo İsa (Nuri Bilge Ceylan) rompe la relazione con Bahar (Ebru Ceylan, moglie del regista). Tornato a Istanbul, scopre di non riuscire a vivere da solo. E dopo aver inizialmente riallacciato i contatti con una vecchia amante, Serap (Nazan Kirilmis), decide di provare a riappacificarsi con Bahar, raggiungendola nel paese innevato dove la ragazza lavora per la produzione di una serie televisiva di cui è la direttrice artistica. Ma forse è troppo tardi... Ambientato in tre luoghi e in tre stagioni diverse (la costa di Kaş, presso Antalya, d'estate; la città di Istanbul, d'autunno; un remoto e innevato paesino nella provincia orientale di Ağrı, d'inverno), che simboleggiano le tre fasi sentimentali ed esistenziali contrapposte vissute dal protagonista (il desiderio di recuperare la propria indipendenza, l'inquietudine e il bisogno d'amore), un film delicato e contemplativo, fatto di silenzi, sguardi e tempi lunghi, dove alle poche parole si preferiscono le immagini (non a caso İsa, alter ego del regista come i protagonisti di altre sue pellicole, è un fotografo) con prolungati primi piani o inquadrature dei paesaggi, i suoni (la melodia di un carillon) e le atmosfere (le antiche rovine, una stanza d'albergo, un cimitero sotto la neve). I temi dell'incertezza e dell'indecisione, della felicità, della sincerità o del tradimento emergono con naturalezza, comunicando i sentimenti, la solitudine e la sofferenza dei personaggi senza bisogno di troppe parole. Il titolo italiano (quello internazionale è "Climates") è lo stesso del sottotitolo de "La ronde" di Max Ophüls.