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24 settembre 2014

The humbling (Barry Levinson, 2014)

The humbling
di Barry Levinson – USA 2014
con Al Pacino, Greta Gerwig
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

L'attore Simon Axler (un enorme Al Pacino), vecchia gloria del teatro, è in crisi e tenta il suicidio gettandosi dal palcoscenico durante una recita. Ricoverato per un mese in una clinica per curare la depressione, ne esce più confuso di prima. Ma l'ingresso nella sua vita di una giovane ragazza lesbica, figlia di una vecchia amica, sembra poter cambiare qualcosa. Tratto dal romanzo "L'umiliazione" di Philip Roth, un film che affronta con ironia e sarcasmo il tema della vecchiaia e della confusione fra realtà e finzione, visto che per il protagonista è difficile smettere di recitare anche nella vita reale. La vecchiaia che incombe (gli unici ruoli che gli propongono sono quelli di testimonial in uno spot contro la caduta dei capelli), la perdita di memoria (diventa sempre più difficile ricordare le battute), i sogni e le allucinazioni, i ricordi del passato che si confondono con il presente, sono tutti segnali di un crollo fisico e mentale al quale non riesce a porre fine nemmeno l'arrivo in casa sua di Pegeen (Greta Gerwig), figlia di una vecchia amica e collega (Dianne Wiest), con cui imbastisce – o si illude di farlo – una strana relazione. E nel frattempo la sua vita, un tempo così isolata e reclusiva, si riempie di personaggi strani e bizzarri (da Priscilla, l'ex fidanzata di Pegeen che ora ha cambiato sesso, a Sybil, una fan sciroccata che vorrebbe convincerlo ad assassinare suo marito). Con una regia che si sofferma a lungo sui volti e sulle espressioni dei personaggi, Levinson punta tutte le sue carte sulla grandissima prova attoriale di Pacino; e fa bene, perché ne esce vincitore nonostante una sceneggiatura che finisce per chiudersi e incartocciarsi un po' su sé stessa. Fra i tanti tocchi satirici, da ricordare lo psichiatra che conduce le sedute via Skype. E nel finale c'è tanto Shakespeare, con paralleli espliciti fra il protagonista e "Re Lear" (il dramma con cui Simon torna a calcare il palcoscenico).

13 dicembre 2009

Piramide di paura (B. Levinson, 1985)

Piramide di paura (Young Sherlock Holmes)
di Barry Levinson – USA 1985
con Nicholas Rowe, Alan Cox
**

Rivisto in VHS, con Elena, Marisa, Alberto ed Eva.

Il giovane John Watson, appena giunto in un college di Londra per studiare medicina, stringe amicizia con il coetaneo Sherlock Holmes, aspirante detective, e viene da questi coinvolto in un'indagine su una misteriosa serie di omicidi commessi per mezzo di un veleno che provoca allucinazioni incredibilmente realistiche. I due ragazzi scopriranno l'esistenza di una setta segreta di origine egiziana che celebra i propri riti sacrificali in una piramide sepolta sotto la città. La sceneggiatura di Chris Columbus non solo racconta il primo incontro fra i due leggendari personaggi (nonché quelli con l'ispettore Lestrade e soprattutto con il perfido Moriarty, la cui identità è svelata nel controfinale), ma rivela anche l'origine di molte caratteristiche del protagonista dei racconti di Arthur Conan Doyle (il cappello, la pipa, la scelta di vivere in solitudine). Più che un giallo, il film è una pellicola d'avventura per un pubblico di adolescenti, sul filone dei "Goonies" (scritto anch'esso da Columbus): non particolarmente profonda, ma può contare su un'ambientazione accattivante e su ottimi effetti speciali (spettacolare, in particolare, il cavaliere che fuoriesce dalla vetrata della chiesa, realizzato da una Pixar che allora era una divisione della Lucasfilm). Alcune sequenze delle allucinazioni, con gli oggetti che si animano, fanno davvero paura! La cerimonia nella piramide ricorda quella di "Indiana Jones e il tempio maledetto": non a caso produce Spielberg.

28 settembre 2009

Disastro a Hollywood (B. Levinson, 2008)

Disastro a Hollywood (What Just Happened)
di Barry Levinson – USA 2008
con Robert De Niro, Robin Wright Penn
*1/2

Visto in DVD, con Albertino, Ghirmawi ed Enzo.

Non funziona quasi niente in questa commedia satirica che fa parte del ricco filone in cui Hollywood ironizza su sé stessa. De Niro è un produttore che attraversa un momento di difficoltà: non solo nella vita familiare (sta cercando di riallacciare i rapporti con la seconda ex moglie) ma soprattutto sul lavoro, con contrattempi piccoli e grandi che vanno dal dover spingere un bizzoso regista europeo a tagliare alcune scene dalla sua ultima pellicola prima che questa venga inviata al festival di Cannes (in particolare la scena in cui i cattivi ammazzano sullo schermo il cane del protagonista, pesantemente contestata durante gli "screen test" con il pubblico) al convincere il riottoso Bruce Willis a tagliarsi la folta barba, invisa ai finanziatori, prima dell'inizio delle riprese del suo nuovo blockbuster. Il "povero" produttore viene raffigurato come l'anello debole della filiera cinematografica, quello che deve mediare fra tutte le parti e che viene considerato responsabile di ogni possibile intoppo. Ma risulta poco convincente che a dipingerne il ritratto, puntando il dito sulle distorsioni, le ipocrisie e i difetti del sistema, dove l'unica cosa che conta sono gli incassi e i film (e gli autori) vengono definiti letteralmente "bestie da domare", non sia una pellicola indipendente ma proprio un lungometraggio hollywoodiano, mainstream e ricco di star (alcune delle quali, come Bruce Willis e Sean Penn, interpretano sé stesse, mentre altre, come De Niro, John Turturro, Catherine Keener o Stanley Tucci, recitano il ruolo di personaggi fittizi, con una distonia e un'arbitrarietà che si fa fatica ad accettare). La riflessione sulla caducità del potere, infine, è quanto mai risaputa e deboluccia. De Niro, comunque, si impegna e sforna una delle sue migliori performance recenti.