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15 maggio 2021

Mission: Impossible (B. De Palma, 1996)

Mission: Impossible (id.)
di Brian De Palma – USA 1996
con Tom Cruise, Jon Voight
**

Rivisto in TV (Prime Video).

Membro di una squadra speciale di agenti segreti – l'IMF ("Reparto missione impossibile") – specializzati in azioni ad alta pericolosità, l'esperto in camuffamenti Ethan Hunt (Cruise) viene sospettato di essere un traditore, dopo che il suo intero team è stato eliminato nel corso di una missione a Praga. Per discolparsi dovrà identificare la vera talpa, rubando per proprio conto la lista degli agenti sotto copertura che questi intendeva vendere a un trafficante internazionale. Pellicola ispirata a una classica serie televisiva degli anni sessanta, che aveva già avuto un revival (sempre sotto forma di serie tv) alla fine degli anni ottanta: pur tradendone in parte lo spirito (il focus si sposta da un gruppo a un singolo eroe) e i personaggi originali (basti pensare a Jim Phelps, fra i protagonisti del serial tv e qui – interpretato da Jon Voight, dopo il rifiuto di Peter Graves – trasformato in cattivo), ha fatto registrare uno straordinario successo al botteghino, tanto da dare vita a una fortunata saga cinematografica (a oggi composta da sei capitoli, tutti con Tom Cruise come protagonista; ma altri sono in arrivo). A colpire l'immaginario del pubblico sono state soprattutto le sequenze delle effrazioni iper-tecnologiche, come quella al quartier generale della CIA, in seguito scimmiottate e imitate da numerose altre pellicole (anche in estremo oriente, come in Giappone o a Hong Kong, dove il film ha fatto particolare furore). E se per il resto la sceneggiatura è scadente (la trama ha poco senso o sembra improvvisata, e i personaggi mancano di personalità, a partire dal protagonista: ma anche la bella Emmanuelle Béart è sprecata), poco importa: lo spettacolo è tutto a livello di tensione, atmosfere, scene d'azione, con reminiscenze hitchcockiane e sequenze come l'inseguimento finale fra l'elicottero e il treno in corsa che bastano e avanzano a tenere desta l'attenzione di uno spettatore in cerca di intrattenimento facile sì ma di qualità. Tom Cruise, anche co-produttore, ha effettuato personalmente gran parte dei propri stunt. Nel cast anche Kristin Scott Thomas, Vanessa Redgrave, Jean Reno e Ving Rhames. La colonna sonora di Danny Elfman comprende anche una rielaborazione (di Larry Mullen e Adam Clayton) del tema classico della serie tv (di cui all'inizio è proposta una vera e propria sigla).

30 agosto 2020

Manon delle sorgenti (Claude Berri, 1986)

Manon delle sorgenti (Manon des sources)
di Claude Berri – Francia/Italia 1986
con Emmanuelle Béart, Yves Montand, Daniel Auteuil
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Seconda parte del dittico iniziato con "Jean de Florette" e tratto dai romanzi di Marcel Pagnol (nonché dal suo film, omonimo di questo, del 1952). È trascorsa una decina d'anni, durante i quali Ugolin Soubeyran (Auteuil) ha coltivato garofani nella tenuta acquistata dalla vedova di Jean, sfruttando la ricca sorgente d'acqua che era nascosta al suo interno. Suo zio, il vecchio patriarca "Papet" (Montand), giunto in tarda età senza eredi, vorrebbe che il nipote si sposasse per garantire la sopravvivenza della famiglia. E in effetti Ugolin si innamora di... Manon (una giovanissima e luminosa Béart), la figlia di Jean, che vive quasi allo stato selvatico fra le colline, nei pressi della fattoria che era appartenuta al padre, portando al pascolo un gregge di capre e cacciando lepri e uccellini. La ragazza sospetta dell'inganno che Ugolin e lo zio ordirono dieci anni prima, e viene ora a sapere che anche gli altri abitanti del villaggio erano a conoscenza della sorgente. Decide allora di vendicarsi, bloccando in una grotta l'afflusso che alimenta tutte le fontane della regione. Di fronte all'improvvisa mancanza d'acqua, gli abitanti del paese vanno in crisi. E quando nemmeno un ingegnere statale riesce a risolvere il problema, si rivolgono alla religione... Oltre a fungere da sequel a "Jean de Florette" (portando a compimento le traiettorie di tutti i personaggi, a partire da una Manon protagonista di una vendetta che, nel suo piccolo, ricorda quella di celebri figure della letteratura francese vittime di ingiustizie altrui, da "Il Conte di Montecristo" in poi), il film ne eleva i temi a proporzioni “mitologiche” e universali: è una vera e propria tragedia greca, con tanto di punizione che il destino riserva a coloro che si sono macchiati di colpe (il riferimento esplicito a Tebe, nella predica del parroco, richiama il mito di Edipo): quanto mai azzeccato, dunque, il tema musicale da "La forza del destino" di Verdi. Altri aspetti mitologici sono legati all'ambientazione agreste e alla stessa Manon, pastorella in simbiosi con la natura (come in fondo sognava di fare il padre) e "ninfa" che fa il bagno nuda nelle acque delle colline. Colpisce anche l'approfondimento di tutti i personaggi, persino i "cattivi" (Ugolin e Papet), che sono quasi i veri protagonisti e a cui non mancano tratti umani ed empatici. Entrambe le pellicole hanno ricevuto un grande consenso da parte della critica (con premi, in particolare, per Auteuil e Béart) e del pubblico.

25 aprile 2019

Nelly e Mr. Arnaud (C. Sautet, 1995)

Nelly e Mr. Arnaud (Nelly et Monsieur Arnaud)
di Claude Sautet – Francia 1995
con Emmanuelle Béart, Michel Serrault
***

Visto in TV.

La giovane Nelly (una splendida Béart) ha lasciato il marito indolente e cerca lavoro. L'anziano e facoltoso Pierre Arnaud (un compassato Serrault), giudice in pensione, sta per traslocare e vorrebbe scrivere un libro di memorie. L'incontro e l'amicizia fra i due, con l'uomo che assume la ragazza per ribattere al computer il suo manoscritto, li aiuterà a rimettere in moto le rispettive vite. Un film delicato ed esistenziale, uno scavo psicologico nella rete di dubbi, fragilità, emozioni e sentimenti in cui sono intrappolati i personaggi, prigionieri della solitudine e di sentimenti inespressi. Nelly e Monsieur Arnaud sono, all'apparenza, antitetici: giovane lei e vecchio lui, la prima è proiettata verso un futuro incerto e pieno di dubbi (del suo passato, cognome compreso, non veniamo invece a sapere nulla), mentre il secondo vive soltanto di ciò che si è messo alle spalle (un matrimonio fallito, figli con cui non va d'accordo, le "avventurose" esperienze da magistrato nelle colonie francesi d'oltremare su cui vuole scrivere il suo libro). Eppure si comprendono alla perfezione, lui con la sua capacità di osservatore e il suo ruolo di confidente, lei con i suoi silenzi (sintomo di profonda irrequietezza) e la sua sensibilità. Ne nasce una relazione di amicizia che nasconde in fondo "una storia d'amore incompiuta, dove il sentimento e il rispetto reciproco prevalgono su tutto", e che Sautet racconta a sua volta con realismo: anziché spiattellare in scena tutto e subito, si rifugia nel non detto, nelle ellissi, negli accenni, e nei tempi lenti. Jean-Hugues Anglade è il giovane editore che deve pubblicare il libro di Arnaud e che si innamora di Nelly. Michael Lonsdale è il misterioso amico di Pierre. È l'ultimo film di Sautet: la Béart aveva già recitato per lui nel precedente "Un cuore in inverno".

30 gennaio 2016

La bella scontrosa (Jacques Rivette, 1991)

La bella scontrosa (La belle noiseuse)
di Jacques Rivette – Francia 1991
con Michel Piccoli, Emmanuelle Béart
***

Visto in divx, per ricordare Jacques Rivette.

L'anziano pittore Frenhofer (Piccoli), da anni in crisi di ispirazione e ritiratosi a vivere in un castello in campagna (siamo nella regione della Linguadoca-Rossiglione), trova nella bella ma scostante Marianne (Béart), fidanzata di un suo giovane ammiratore, la modella ideale per riprendere in mano un progetto che aveva in mente da tempo: un ritratto della "Bella scontrosa", una cortigiana del millesettecento, che aveva inutilmente provato a realizzare dieci anni prima con la propria moglie Liz (Jane Birkin) come modella. Le lunghe sessioni di lavoro, in cui Marianne posa nuda per lui, si rivelano faticose e stressanti per entrambi. All'iniziale imbarazzo, ai dubbi e alle paure, si sostituiscono progressivamente dedizione e complicità, con i due – il pittore e la modella – che si sorreggono alternativamente e a vicenda, conducendo ora l'uno ora l'altra le regole del gioco. Nel loro progressivo andare sempre più lontano (l'obiettivo di Frenhofer, che cerca "la verità nella pittura", è quello di "catturare tutta la vita sulla tela di un quadro"), causano l'insorgere di gelosie e timori nei rispettivi compagni, mettendo in luce la fragilità dei loro legami: Liz, la moglie del pittore, comincia a sentirsi sostituita, mentre il rapporto fra Marianne e il fidanzato Nicolas (David Bursztein) si incrina irreparabilmente. Alla fine, quando il quadro è completato, si rivela un punto di non ritorno: la ragazza non sopporta la visione diretta del proprio "Io", così arido e freddo, mentre il pittore sceglie di murarlo di nascosto all'interno del proprio atelier, mostrando invece al mondo (e al mercante d'arte che lo acquista) un altro dipinto, falso e decisamente più innocuo. Liberamente ispirato a un racconto di Balzac ("Il capolavoro sconosciuto"), ambientato però ai giorni nostri, un film che indaga il rapporto fra l'arte (in quanto imitazione della natura) e la realtà (ossia la vita), oltre che sul processo artistico, sulla crisi e il risveglio creativo: una specie di "Ritratto di Dorian Gray" senza l'elemento fantastico, dove dipingere diventa un atto catartico e farsi ritrarre si trasforma in una seduta psicanalitica. Al fianco di un intenso Piccoli e di una dimessa Jane Birkin, l'affascinante Béart si mostra praticamente sempre nuda, ma in maniera assai naturale e mai sfacciata. Gilles Arbona è Porbus, il mercante d'arte. Del film, insignito a Cannes del Gran Premio della Giuria, esistono due versioni: una lunga (circa quattro ore, forse estenuante, ma più "avvolgente" e completa) e una breve (due ore, nota anche con il titolo "Divertimento"). Nelle inquadrature ravvicinate, la mano del pittore che si vede è quella di Bernard Dufour.

28 febbraio 2009

8 donne e un mistero (F. Ozon, 2002)

8 donne e un mistero (8 femmes)
di François Ozon – Francia 2002
con Catherine Deneuve, Fanny Ardant
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Negli anni cinquanta, in una villa di campagna isolata dalla neve, l'unico uomo di famiglia viene trovato morto con un pugnale conficcato nella schiena. A ucciderlo potrebbe essere stata una qualsiasi delle otto donne della sua vita, tutte presenti nella casa: la moglie, le due figlie, la sorella, la cognata, la suocera, la cameriera, la cuoca. Ognuna di loro nasconde dei segreti, che verranno fuori lentamente nel corso di una giornata densa di avvenimenti. Fra accuse incrociate e colpi di scena, la vicenda si dipana come un giallo di Agatha Christie fino alla risoluzione finale. Magistrale divertissement di Ozon, che affida a otto celebri attrici francesi (di diverse generazioni) ruoli interconnessi e dinamici, realizzando un film che non cessa di sorprendere fino alla fine. L'impostazione teatrale è evidente (la sceneggiatura è tratta da una pièce di Robert Thomas), rimarcata anche dalle scenografie e dai costumi colorati che permettono di distinguere bene i diversi personaggi (con echi anche di Fassbinder, in particolare de "Le lacrime amare di Petra von Kant"), ma il regista ci aggiunge del suo: ognuna delle otto donne è protagonista di un numero musicale, con una canzone tratta dal vasto repertorio della musica popolare francese, reinterpretata, collocata "fuori contesto" e accompagnata da una coreografia studiata ad hoc. Alcune scene, come quella del bacio lesbico fra Catherine Deneuve e Fanny Ardant (cosa ne avrebbe pensato Truffaut?) hanno fatto scalpore, e come suo solito Ozon infila temi scomodi come l'omosessualità o l'incesto in un film apparentemente innocuo e di puro intrattenimento. Bravissime tutte le attrici: le mie preferenze vanno comunque alla favolosa Isabelle Huppert, una perfetta zitella acida ("Non c'è ora per i pettini!"), e alla splendida Emmanuelle Béart, impertinente e provocante nella sua divisa da french maid. La scena con il daino sotto la neve che si avvicina alla casa è una citazione da "Secondo amore" di Douglas Sirk.

Ecco il cast al completo. Diverse attrici non sapevano cantare e sono state "costrette" da Ozon a estenuanti esercizi musicali. Da notare che la Darrieux e la Deneuve avevano già recitato (e cantato) insieme in "Les demoiselles de Rochefort" di Demy: e anche lì la prima era la madre della seconda!
- Catherine Deneuve è Gaby, la moglie della "vittima" Marcel. I suoi rapporti con il marito sono ormai freddi e tutt'altro che idilliaci. La sua canzone è "Toi jamais", una bella ballata di Sylvie Vartan.
- Isabelle Huppert è Augustine, sorella nubile e ipocondriaca di Gaby, sempre pronta a lamentarsi di tutto ma con un'anima romantica e frustrata. Canta al pianoforte "Message personnel", interpretata in passato (fra gli altri) da Françoise Hardy.
- Danielle Darrieux è Mamy, la matriarca avara e alcolizzata, madre di Gaby e Augustine. La sua canzone è la bellissima "Il n'y a pas d'amour heureux", di Georges Brassens su testi di Louis Aragon.
- Virginie Ledoyen è Suzon, la figlia maggiore di Gaby e Marcel, appena tornata per le vacanze natalizie (con un segreto) dalla scuola che frequenta all'estero. Canta "Mon amour, mon ami" di Marie Laforêt.
- Ludivine Sagnier (la musa del regista) è Catherine, la figlia più piccola, intrigante, insolente e ficcanaso. Considera il padre come l'uomo ideale. Il suo brano è la canzonetta "T'es plus dans l'coup papa" di Sheila.
- Fanny Ardant è Pierrette, la misteriosa sorella di Marcel, dal passato non senza macchia. La sua canzone, una delle mie preferite, è la trascinante "À quoi sert de vivre libre" di Nicoletta.
- Emmanuelle Béart è Louise, la nuova cameriera, devota ai suoi padroni in maniera ambigua. La sua personalità focosa è ben esemplificata dalla canzone "À pile ou face" di Corynne Charby.
- Firmine Richard è Chanel, la cuoca di colore e la governante della casa. Apparentemente innocua, anche lei ha i suoi segreti. Canta "Pour ne pas vivre seuls", un bel brano di Dalida.