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12 ottobre 2017

Non drammatizziamo... è solo questione di corna (F. Truffaut, 1970)

Non drammatizziamo... è solo questione di corna
(Domicile conjugal)
di François Truffaut – Francia 1970
con Jean-Pierre Léaud, Claude Jade
***

Visto in divx.

Infelicissimo titolo italiano (più adatto semmai a una commedia pecoreccia!) per il quarto capitolo delle avventure di Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud), "alter ego" cinematografico di Truffaut. Come ben illustrava invece il titolo originale, siamo di fronte al racconto dei primi anni di vita coniugale del nostro personaggio, che il regista descrive con garbata levità e finezza psicologica. Dopo aver sposato Christine (Claude Jade) nel precedente "Baci rubati", infatti, Antoine si è stabilito in un grande caseggiato popolare. Lui – che nel tempo libero cerca di scrivere un romanzo autobiografico – colora artificialmente fiori (!) nel cortile, per rivenderli ai fiorai, mentre lei dà lezioni di violino nel suo appartamento. La loro è una vita semplice, costellata di saltuarie visite ai genitori di lei, di incontri con gli amici (si rivedono l'ex collega della ditta di riparazioni e lo scroccone che chiede continuamente prestiti), e soprattutto dai rapporti con i vicini di casa. Il palazzo sede del loro "domicilio coniugale" è quasi un microcosmo dell'intero paese (il doppiaggio italiano esagera un po' con gli accenti e le inflessioni dialettali), i cui abitanti passano il tempo a lavorare o a bighellonare, a spettegolare e a interagire in vari modi (da ricordare il misterioso vicino che tutti, ignorandone la professione, soprannominano "Lo strangolatore", e che si rivelerà essere un attore televisivo). Lentamente, ci sono piccoli (l'arrivo del telefono in casa) e grandi cambiamenti (la nascita di un figlio, Alphonse, che la madre avrebbe voluto chiamare Ghislain, e il trasloco in un appartamento più grande). A un certo punto, ad Antoine capita l'occasione di cambiare lavoro: e per una fortuita coincidenza (il direttore crede che la lettera di raccomandazione di un altro candidato si riferisca a lui) viene assunto in un'azienda americana che si occupa di costruzioni idrauliche. Poco più tardi si lascerà tentare da un'avventura extraconiugale con una ragazza giapponese, Kyoko (Hiroko Berghauer): non perché non ami più Christine, ma semplicemente per il fascino dell'ignoto ("Kyoko non è un'altra donna... è un altro continente"). La scappatella verrà rapidamente alla luce, marito e moglie litigheranno, e lui andrà a vivere fuori di casa per qualche tempo. Ma progressivamente faranno pace, anche perché il rapporto con Kyoko si rivelerà più noioso del previsto. E nel finale, un anno più tardi, nel vedere Antoine e Christine impegnati nelle più scontate scaramucce tipiche delle coppie di vecchia data, del tutto identiche alle proprie, i vicini di pianerottolo commenteranno: "Ora si amano veramente".

Costruita come una serie di tranche de vie, la pellicola racconta le vite dei suoi personaggi senza far loro la morale e ne descrive il mondo con estrema leggerezza ma anche attenzione e profondità attraverso i più piccoli dettagli. Celebre, per esempio, la scena in cui i due coniugi, a letto, sono impegnati in letture che ne svelano il desiderio di tradimento: una biografia di Nurejev per lei (che lo ritiene l'uomo più bello del mondo), un saggio sulle donne giapponesi per lui (per comprendere meglio l'enigmatica Kyoko). Nel mettere in scena il microcosmo del caseggiato, fra piccoli episodi e bizzarre interazioni, ma anche il contrasto con la modernità che avanza e i momenti surreali del nuovo lavoro di Antoine (che passa le giornate a pilotare modelli di nave radiocomandati nella grande vasca del parco), la pellicola può invece ricordare a tratti le commedie di Jacques Tati, che Truffaut ammirava: e proprio Monsieur Hulot (anche se interpretato da una controfigura) fa in effetti un'apparizione a sorpresa in una breve scena, nella stazione della metropolitana. Ma è anche un film fatto su misura per i fan di Truffaut, che vi ritrovano temi, toni e situazioni familiari perché riecheggiano (a volte esplicitamente: non mancano citazioni e rimandi) molti dei suoi lavori precedenti. Si rivedono infatti volti (Daniel Boulanger) e si riascoltano frasi che provengono da quasi tutti i film girati in passato dal regista francese. Nel complesso, il lungometraggio rappresenta un ulteriore e fondamentale passo nella "crescita" di Antoine Doinel, che le circostanze dirigono sempre più verso un'esistenza borghese come mille altre (anche se deve sempre fare i conti con la sua innata irrequietezza, la spinta alla curiosità e alla ribellione e il rifiuto delle ipocrisie). Pur se "inquadrato", Antoine rimane una figura unica, un pesce fuor d'acqua, che non ha paura di commettere errori e di pagarne le conseguenze: è come l'unico fiore rimasto bianco, circondato da quelli colorati di rosso, che si vede in una delle prime scene. La sua "saga" si concluderà nel 1978 con il quinto film, "L'amore fugge". Interessante la colonna sonora di Antoine Duhamel.

26 ottobre 2016

Baci rubati (François Truffaut, 1968)

Baci rubati (Baisers volés)
di François Truffaut – Francia 1968
con Jean-Pierre Léaud, Claude Jade
***

Rivisto in DVD.

Riformato dal servizio militare per "instabilità di carattere" (si era arruolato in seguito alla delusione d'amore con Colette), Antoine corteggia la ritrosa Christine (Claude Jade) e si dedica a una serie di mestieri, sempre con scarso successo: guardiano notturno in un albergo, pedinatore per un'agenzia di investigazioni private, commesso in un negozio di scarpe (ma è una copertura, frutto del lavoro precedente) e riparatore di tv a domicilio. Il terzo capitolo delle (dis)avventure di Antoine Doinel, dopo "I quattrocento colpi" e il cortometraggio "Antoine e Colette", è un film episodico e a tratti comico, che Truffaut dirige con leggera svagatezza, in un periodo in cui i cineasti francesi erano "distratti" dall'affaire Langlois (il direttore della Cinémathèque Française, sollevato dal governo dal suo incarico e poi reinsediato in seguito alle forti proteste degli intellettuali: a lui sono dedicate le immagini di apertura). A differenza dell'amico Godard, per il quale il cinema stesso diventa sempre più uno strumento di lotta politica, Truffaut invece sembra voler tenere separato il discorso artistico da quello militante, alienandosi così le simpatie dei critici di sinistra (che lo accusavano di fare pellicoli "borghesi") ma riconquistando coloro che, dopo "Jules e Jim", lo avevano visto allontanarsi da quel delicato discorso sui sentimenti che aveva caratterizzato la prima fase della sua carriera. In effetti, all'apparenza "Baci rubati" è un film romantico (a partire dalla canzone di Jean Trenet "Que reste-t-il de nos amours?", da un cui verso prende il titolo) che prosegue il racconto di un'educazione sentimentale. Antoine, impulsivo e ingenuo, vive nel mondo dei sogni mentre la realtà gli sfugge (quando recita allo specchio il proprio nome e quello delle donne che ama, li ripete ossessivamente finché non perdono di significato). Esemplare l'infatuamento per Fabienne (Delphine Seyrig), la splendida moglie del proprietario del negozio di scarpe (Michel Lonsdale): lui la vede come una creatura irraggiungibile (sembra uscita da "Il giglio della valle" di Balzac), lei cerca inutilmente di metterlo in guardia ("Non sono un'apparizione, sono una donna"). In realtà il film è la cronaca di un passaggio fondamentale: la rinuncia ai sogni di gioventù in favore di un'esistenza banale, insignificante e conformista, come si prospetta il matrimonio con Christine. Come collante della pellicola, ci sono una serie di scenette e di avventure semi-comiche che vanno dallo slapstick al grottesco: il pedinamento del prestigiatore, la reazione del cliente gay (e l'intervento del dentista del piano di sotto per calmarlo), la finta assunzione di Antoine nel negozio di scarpe (con la prova del confezionamento del pacco), i vari pedinamenti incrociati, la dichiarazione finale dello sconosciuto che segue Christine (che pure, nella sua follia, è più accorata e appassionata di quanto sarà mai capace di fare Antoine). E non dimentichiamo gli eventi casuali (la morte del detective), significativi (le visite alle prostitute, con le quali Antoine sfoga il desiderio sessuale represso dai continui rifiuti di Christine) o apparentemente insignificanti (gli incontri con personaggi del passato, quali la stessa Colette con marito e neonata, o l'amico sceneggiatore fallito) che contribuiscono al flusso quotidiano della vita. Da notare che uno dei libri che Antoine legge mentre lavora all'albergo è "La sirène du Mississipi" di William Irish, dal quale Truffaut trarrà il suo film successivo (in italiano "La mia droga si chiama Julie").

13 febbraio 2016

L'amore a vent'anni (aavv, 1962)

L'amore a vent'anni (L'amour à vingt ans)
di François Truffaut, Andrzej Wajda, Renzo Rossellini, Shintaro Ishihara, Marcel Ophüls – Fra/Ita/Gia 1962
**

Visto in divx.

Film a episodi sul tema dell'amore giovanile, voluto dal produttore Pierre Roustang e girato da un eterogeneo gruppo di cineasti di cinque diverse nazionalità: due promettenti registi allora a inizio carriera, il francese François Truffaut e il polacco Andrzej Wajda, appena reduci da grandi successi (rispettivamente "Jules e Jim" e "Cenere e diamanti"); due "figli d'arte", ovvero l'italiano Renzo Rossellini e il tedesco Marcel Ophüls; e uno scrittore e futuro uomo politico, il giapponese Shintaro Ishihara. Il film è da ricordare soprattutto per il primo segmento, quello di Truffaut, con il quale il regista riporta in scena il personaggio di Antoine Doinel, già protagonista del suo lungometraggio d'esordio ("I quattrocento colpi"), mostrandoci cosa ne è stato di lui dopo la conclusione del film precedente e tramutandolo, dunque, in un personaggio "vivo", che invecchia in tempo reale insieme al suo interprete, Jean-Pierre Léaud. La saga di Doinel, vero e proprio alter ego dello stesso Truffaut, continuerà nel corso degli anni con altri tre film (a partire da "Baci rubati" del 1968). Il tema musicale dei titoli di testa (con relativa canzone, ogni strofa della quale è cantata in una lingua diversa) è di Georges Delerue, mentre a fare da collegamento fra i vari segmenti ci sono anche delle fotografie scattate da Henri Cartier-Bresson. Da notare che non tutte le copie del film presentano gli episodi nello stesso ordine: di solito quello di Truffaut è sempre il primo, ma quello di Wajda a volte è il secondo e a volte l'ultimo.

"Parigi" (aka "Antoine e Colette"), di François Truffaut (***), con Jean-Pierre Léaud e Marie-France Pisier
Dopo la fuga dal riformatorio (al termine de "I quattrocento colpi"), Antoine Doinel è stato ripreso ed è passato da un istituto minorile a un altro. Ora, a 17 anni, è finalmente libero di vivere la propria vita da solo, senza dover più rendere conto a nessuno. Ha un appartamento in zona Place de Clichy, lavora in una fabbrica di dischi, continua a frequentare l'amico René e trascorre molto tempo al cinema o nelle sale da concerti. In una di queste conosce la giovane Colette, di cui si innamora a prima vista: per frequentarla più spesso, si trasferisce a vivere in una stanza proprio di fronte all'abitazione di lei, ma la ragazza non sembra volerlo considerare più di un semplice amico. A nulla serve entrare nelle grazie dei suoi genitori, che lo invitano spesso a casa. Alla fine l'infatuazione per Colette, il suo primo amore, si tramuterà per Antoine nella sua prima delusione sentimentale. Sketch delicato, introspettivo, psicologicamente raffinato, pieno d'affetto per un personaggio che ha perso l'innocenza dell'infanzia ma non ha ancora acquisito la consapevolezza dell'età adulta e che pertanto si getta allo sbaraglio in tutte le cose della vita. C'è anche l'inserimento di una scena girata ai tempi de "I quattrocento colpi" ma poi esclusa dal montaggio finale di quel film.

"Varsavia", di Andrzej Wajda (**1/2), con Zbigniew Cybulski e Barbara Lass
Allo zoo di Varsavia una studentessa, Basia, e il suo fidanzato, Wladek, assistono a quella che potrebbe essere una tragedia: una bambina cade nella fossa degli orsi polari. Basia invita Wladek a salvarla, ma tutto quello che il ragazzo riesce a fare è scattare delle fotografie con la sua macchina. A calarsi nella fossa, coraggiosamente, è un altro uomo, Zbyszek, che riesce a portare in salvo la piccola. Colpita dal suo coraggio, Basia "scarica" Wladek e se ne va con l'uomo, invitandolo a salire in casa sua per rimettersi in sesto dopo la brutta esperienza. Qui i due sono raggiunti dagli amici della ragazza, che organizzano una festa in onore dell'"eroe". Ben presto, però, le differenze generazionali vengono alla luce (Zbyszek, che ha combattuto durante la guerra, non si trova a proprio agio con i giovani studenti, e la cosa è reciproca: alla fascinazione subentra la noia). E al mattino, la ragazza è pronta a perdonare e a riappacificarsi con il fidanzato, che nel frattempo era rimasto sotto casa sua, fra la neve, per tutta la notte.

"Roma", di Renzo Rossellini jr. (*), con Eleonora Rossi Drago, Cristina Gaioni
Leonardo (Geronimo Meynier) decide di lasciare Valentina (Rossi Drago), la sua fidanzata ricca e dell'alta società, per restare al fianco di Cristina (Gaioni), ragazza povera che ha messo incinta. Gelosa, Valentina si reca a casa di Cristina per confrontarsi con lei e metterla in guardia: Leonardo, ormai abituato a una vita di agi, si stuferà presto di lei... Episodio banale e pure senza una conclusione vera e propria.

"Tokyo", di Shintaro Ishihara (*1/2), con Koji Furuhata e Nami Tamura
Hiroshi, giovane operaio timido e taciturno, si innamora di una ragazza che incrocia per strada quando va al lavoro. Non ha il coraggio di parlarle, così la pedina ogni giorno fino a casa. Alla fine, senza nemmeno essere venuto a conoscenza del suo nome, la pugnalerà: il ragazzo è infatti un serial killer, che uccide le donne che ama ("Solo così mi apparterrà per sempre"). Mah. Episodio notturno e angosciante, con musica di Toru Takemitsu.

"Monaco", di Marcel Ophüls (**), con Christian Doermer e Barbara Frey
Toni, un giovane fotoreporter, sempre in giro per il mondo, trova il tempo di tornare a Monaco di Baviera per un giorno per far visita a Ursula, la ragazza che gli ha appena dato un figlio. I due, che si erano incontrati a una festa e avevano trascorso pochi giorni insieme, quasi non si conoscono. Ma la breve visita aiuterà Toni a responsabilizzarsi: arrivato con l'intenzione di riconoscere il figlio ma di chiudere lì la storia, ripartirà deciso a formare con la ragazza una vera famiglia.

14 ottobre 2014

I 400 colpi (François Truffaut, 1959)

I 400 colpi (Les quatre-cents coups)
di François Truffaut – Francia 1959
con Jean-Pierre Léaud, Claire Maurier
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Marta, Beatrice, Costanza, Daniela, Florian, Sabine e Sabrina.

Il film d'esordio di François Truffaut (fino ad allora "solo" critico militante per la rivista "Cahiers du cinema"), oltre a costituire uno dei più sinceri e teneri omaggi al mondo dell'infanzia e dell'adolescenza, è una delle pellicole che hanno contribuito a fondare il movimento cinematografico della Nouvelle Vague. E proprio nel tema del ragazzo incompreso dagli adulti che vivono attorno a lui (insegnanti e genitori) ma carico di pulsioni verso la libertà e l'indipendenza, è possibile leggere metaforicamente la lotta dei giovani cineasti francesi contro un modo di fare cinema che ritenevano sterile, vecchio e standardizzato, basato non sulla descrizione della "vita vera" ma su meccanismi (spesso dipendenti quasi esclusivamente dalla sceneggiatura) intesi a "impressionare" gli spettatori anziché a "esprimere" i sentimenti e le emozioni degli autori. A partire dalla fine degli anni cinquanta, giovani registi come Truffaut, Godard, Chabrol, Rohmer (più altri come Malle o Resnais) cominciarono dunque a proporre pellicole di "rottura", non più girate in studio ma direttamente nelle strade e nelle case, rivendicando libertà e controllo creativo contro le regole del meccanismo produttivo fino ad allora in voga. "Il cinema di domani", disse lo stesso regista, "non sarà diretto da servitori civili della macchina da presa, ma da artisti per i quali girare un film costituisce un'avventura magnifica ed eccitante". E il piccolo Antoine Doinel (interpretato da un allora quattordicenne Jean-Pierre Léaud), personaggio in cui Truffaut riversa molti tratti di sé stesso e che nel corso degli anni si tramuterà sempre più in una sorta di suo alter ego, ne diventa un simbolo immediato, con le sue numerose e piccole "infrazioni" alle regole che ne testimoniano il desiderio di evadere e di "vivere la propria vita in maniera diversa". Proiettato con grande successo al Festival di Cannes del 1959, il film lanciò la carriera di Truffaut (e di Léaud). Negli anni a venire il regista proseguì a narrare di vicende di Doinel, seguendo la crescita del personaggio in una "saga" semi-autobiografica che conterà altri quattro pellicole: "Antoine e Colette" (1962, episodio del film collettivo "L'amore a vent'anni"), "Baci rubati" (1968), "Non drammatizziamo... è solo questione di corna" (1970) e "L'amore fugge" (1979).

Antoine è un bambino di dodici anni, irrequieto e in "rotta" con il mondo che lo circonda. Incompreso a scuola (con gli insegnanti che si accaniscono contro la sua creatività indisciplinata) e in famiglia (la madre non lo ama, il padre lo sopporta perché figlio illegittimo), preferisce vagabondare per le strade di Parigi da solo o in compagnia dell'amico René, con il quale va al cinema o alle giostre. Punito ripetutamente in classe (per essersi giustificato di un'assenza dicendo che la madre era morta o per aver copiato un testo di Balzac durante un tema), scappa di casa. Ruba una macchina da scrivere nell'ufficio dove lavora il padre, ma impossibilitato a rivenderla tenta di riportarla indietro, facendosi scoprire. Finito al riformatorio, riuscirà a fuggire e raggiungerà la spiaggia, dove vedrà per la prima volta il mare. Costruito come una successione di episodi che raccontano la crescita di un ragazzino, senza una vera e propria trama, il film avrebbe dovuto essere inizialmente soltanto un cortometraggio di venti minuti, ambientato nella Parigi dell'occupazione tedesca, la storia di un bambino che marinava la scuola e trascorreva poi la notte per le strade. Fra le ispirazioni, la più evidente (nelle sequenze della scuola) è quella di "Zero in condotta" di Jean Vigo: ma non mancano citazioni cinefile qua e là (la foto che Antoine e René rubano al cinema, per esempio, è quella di Harriet Andersson, protagonista di "Monica e il desiderio" di Ingmar Bergman). Nel cast, in piccoli ruoli, si riconoscono Jeanne Moreau (la donna che perde il cane), Jean-Claude Brialy (l'uomo che la aiuta) e Jacques Demy (un poliziotto). Per il resto, dalle sequenze di apertura che mostrano la Torre Eiffel da diverse angolazioni, fino al bellissimo finale con la corsa di Antoine fino alla spiaggia (con un fermo immagine finale che ne mostra i dubbi e le sensazioni contrastanti: il mare è la libertà oppure solo un altro limite?), il film racchiude in sé tutta l'energia ribelle e impetuosa dell'adolescenza, desiderosa di esprimersi in maniera indipendente ma incapace di farsi accettare da un mondo, quello degli adulti, che appare sordo e cieco di fronte alle sue esigenze (tanto le istituzioni, scolastiche o correttive, quanto la famiglia, con la madre infedele e il padre superficiale, sembrano rappresentare una barriera fra la sensibilità di Antoine e la sua piena espressione). Il film è dedicato alla memoria di André Bazin, grande teorico del cinema e padre spirituale di Truffaut, morto la sera stessa del giorno in cui iniziarono le riprese. Il titolo italiano traduce letteralmente un modo di dire francese che andava semmai adattato, e che significa "fare il diavolo a quattro" (il povero François non sarà mai fortunato, da questo punto di vista, con i nostri distributori).