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18 novembre 2022

Titane (Julia Ducournau, 2021)

Titane (id.)
di Julia Ducournau – Francia/Belgio 2021
con Agathe Rousselle, Vincent Lindon
***

Visto in TV (Now Tv).

Dopo aver fatto sesso con un'automobile (una Cadillac, per la precisione!), la taciturna e psicopatica ballerina Alexia (Agathe Rousselle) – che ha una placca di titanio nel cranio, in seguito a un'incidente in macchina quando era piccola – fugge di casa lasciandosi dietro una scia di sangue, e assume l'identità di Adrien, un ragazzo scomparso da dieci anni. Il padre di questi (Vincent Lindon), folle e carismatico comandante di una caserma di pompieri, la accoglie nella propria casa (e nella propria squadra), riconoscendola come suo figlio: o forse sa benissimo che non lo è, ma nel suo delirio la considera tale. Quello che Vincent ignora, però, è che Alexia è incinta di un ibrido uomo/macchina al titanio, appunto. Il secondo lungometraggio (dopo "Raw") di Julia Ducournau, vincitore a sorpresa al festival di Cannes (è la seconda Palma d'Oro assegnata a una regista donna, dopo quella a Jane Campion per "Lezioni di piano" che però aveva vinto ex aequo), è un film bizzarro, sorprendente, estremo, in certe cose disturbante, ma di sicuro originalissimo (anche se debitore, per certi versi, al cinema di David Cronenberg, Shinya Tsukamoto e Takashi Miike). La protagonista psicopatica e serial killer, l'assurdità della contaminazione uomo/macchina (con tanto di... perdite d'olio anziché di sangue o liquido amniotico), le atmosfere trasgressive, stranianti e surreali sono comunque al servizio della psicologia e dei sentimenti dei personaggi, evidenti in particolare nel rapporto "fra padre e figlio" che si instaura fra Vincent e Alexia/Adrien, ciascuno dei quali alla disperata ricerca di una "ricucitura" delle ferite di un passato tragico (solo accennato, ma non difficile da ricostruire). Affascinante e inquietante l'atmosfera, ottima la recitazione, ardita la regia (ben servita dalla colorata fotografia di Ruben Impens): è un film che difficilmente lascia indifferenti, nel bene e nel male, ma che merita di essere premiato per il tentativo di andare oltre i luoghi comuni del cinema preconfezionato. La bella colonna sonora di Jim Williams è condita da alcune canzoni fra cui anche una in italiano, "Nessuno mi può giudicare" di Caterina Caselli.

12 novembre 2022

Dolce inganno (George Stevens, 1937)

Dolce inganno (Quality Street)
di George Stevens – USA 1937
con Katharine Hepburn, Franchot Tone
**1/2

Rivisto in DVD.

Nell'Inghilterra di inizio Ottocento, la giovane Phoebe (Katharine Hepburn) soffre una delusione d'amore quando il dottor Brown (Franchot Tone), il gentiluomo di cui era invaghita e dal quale si aspettava una proposta di matrimonio, sceglie invece di abbandonarla per arruolarsi e partire per le guerre napoleoniche. Quando l'uomo tornerà, dieci anni dopo, Phoebe gli farà credere di essere la propria nipote Livy, più giovane e sbarazzina, e cercherà di sedurlo per vendicarsi di lui, non immaginando che invece Brown nel frattempo ha messo chiarezza nei propri sentimenti e ha deciso di sposare proprio la "vecchia" Phoebe... Da un'opera teatrale di J. M. Barrie (l'autore di "Peter Pan"), già portata al cinema in versione muta nel 1927, una commedia degli equivoci romantica e delicata, tutta ambientata in un quartiere, anzi in una strada (Quality Street, appunto), popolata da giovani e vecchie zitelle che sognano avventure sentimentali e spettegolano su ogni cosa. Attorno alla splendida Hepburn, che veicola tante emozioni allo stesso tempo, si aggirano infatti parenti e amiche impertinenti e curiose, mentre la trovata del travestimento, per quanto inverosimile (come può Phoebe sembrare una versione più giovane di sé stessa con tanta facilità? Risposta: è la magia del teatro!), fornisce il necessario spunto per movimentare la vicenda. Non manca poi una robusta dose di comicità, offerta soprattutto dai personaggi del sergente reclutatore (Eric Blore) e della cuoca di casa (Cora Witherspoon). Nel buon cast anche Fay Bainter (Susan, la sorella maggiore di Phoebe) ed Estelle Winwood (Mary, una delle vicine impiccione). Ottima la regia di Stevens.

23 settembre 2020

Lo sceicco d’Arabia (Frank De Quell, 1982)

Lo sceicco d’Arabia
di Frank De Quell – Cecoslovacchia/Italia 1982
con Ugo Benelli, Alfredo Mariotti
*1/2

Visto su YouTube.

Indeciso su quale delle sue tre pretendenti sposare, il conte Asdrubale (Andrej Hryc) decide di metterle alla prova fingendo di aver perso tutti i propri averi al gioco. Solo una delle tre resterà al suo fianco. Riduzione per la televisione slovacca de "La pietra del paragone", opera giovanile di Gioacchino Rossini assai gradevole anche se oggi poco nota. Ma i numerosi tagli (per non parlare di alcune modifiche al testo) necessari per rientrare in un'ora di durata ne snaturano la complessità, cancellando praticamente ogni caratterizzazione dei personaggi femminili (Clarice, in particolare, non si distingue da Fulvia o Aspasia, visto che le sue arie e i suoi duetti sono eliminati). Maggior spazio hanno invece i tre ospiti "scrocconi" nel castello del conte, ovvero il giornalista prezzolato Macrobio (Alfredo Mariotti), il poeta Giocondo (Ugo Benelli) e il compositore Pacuvio, che in sua assenza corteggiano le tre dame: anche per loro la pacchia finirà quando il conte, travestito da sceicco arabo, fingerà di mettere i sigilli a tutto ciò che è contenuto nella dimora (ripetendo allo sfinimento la parola "Sigillara!", che nel 1812 – come ci racconta Stendhal – divenne un meme ante litteram!). Pochissime le informazioni che si trovano in rete su questo film: di fatto sappiamo solo quello che ci dicono i titoli di coda. Fra gli interpreti dovrebbe esserci anche Claudio Desderi (che però non ho riconosciuto: che "presti" solo la voce a Pacuvio?). L'orchestra è quella sinfonica della radio di Bratislava, diretta da Piero Bellugi. Le scene in esterni sono state girate nel complesso di Lednice-Valtice, in Repubblica Ceca. Il regista Frank De Quell, al quale è attribuita anche la sceneggiatura, aveva lavorato in teatro negli anni sessanta, prima di dedicarsi alla televisione.

7 maggio 2020

7 sconosciuti a El Royale (D. Goddard, 2018)

7 sconosciuti a El Royale (Bad times at the El Royale)
di Drew Goddard – USA 2018
con Jeff Bridges, Cynthia Erivo
**

Visto in TV.

In un grande motel che ha visto tempi migliori, situato proprio sul confine fra California e Nevada (è ispirato al leggendario Cal-Neva Resort di Frank Sinatra) e un tempo frequentato da VIP e giocatori d'azzardo, ma ora semivuoto, giungono alcuni viaggiatori che nascondono dei segreti. C'è chi vuole recuperare qualcosa che è stato occultato anni prima in una delle camere, chi lavora per un'organizzazione governativa, chi fugge da sé stesso e chi da qualcun altro... Il secondo film da regista di Goddard (dopo l'horror "Quella casa nel bosco") è un thriller corale, ambientato alla fine degli anni sessanta, che si appoggia sfacciatamente al modello tarantiniano. Oltre ai capitoletti, alla struttura narrativa contorta e agli improvvisi scoppi di violenza, è infatti quasi una rilettura di "The hateful eight" (che a sua volta guardava ad alcuni gialli classici), con il gruppo di personaggi chiusi in un luogo isolato, ciascuno con un segreto da nascondere, e la tensione che monta man mano che veniamo a conoscenza dei vari retroscena. Abbiamo un agente di commercio (Jon Hamm) che in realtà è un poliziotto in incognito, un anziano prete (Jeff Bridges) che soffre di demenza senile, una cantante di colore (Cynthia Erivo) in cerca di riscatto sociale, una ragazza hippie (Dakota Johnson) che ha "rapito" la sorella minore (Cailee Spaeny) per sottrarla alla setta guidata dal carismatico Billy Lee (Chris Hemsworth), e un giovane impiegato dell'albergo (Lewis Pullman) dal tragico passato e dal problematico presente... Molto intrigante all'inizio, grazie anche alla buona regia, il film si perde progressivamente man mano che i ruoli e i retroscena si svelano, anche perché la sceneggiatura a incastro (con diverse scene che si ripetono, mostrate da vari punti di vista) inizia ad apparire forzata, la durata è eccessiva (come capita spesso quando il regista di un film è anche il suo sceneggiatore, e dunque fa fatica a tagliare qualche scena dove sarebbe necessario) e soprattutto ci si rende conto che gli ingredienti, presenti in densità elevata, sono puramente essenziali alla trama ma privi di simbologia e vero significato. Tutto è costruito artificiosamente in funzione dell'effetto finale, e a differenza di Tarantino ci si prende sempre troppo sul serio. Quanto al contesto storico (con Nixon che parla di Vietnam in tv), il famoso ospite dell'albergo cui si fa spesso riferimento, morto da poco, potrebbe essere JFK. Hemsworth aveva avuto già una parte nel primo film di Goddard. Nota di demerito per il titolo italiano: intanto i personaggi presenti nell'albergo non sono mai sette (inizialmente sono sei, e poi, quando arriva Billy Dee, questi è accompagnato da altri membri della sua "famiglia"), e poi non tutti sono "sconosciuti" (le sorelle Emily e Rose, ovviamente, si conoscono fra loro, ed entrambe conoscono Billy Dee).

10 marzo 2020

Il volto (Ingmar Bergman, 1958)

Il volto (Ansiktet)
di Ingmar Bergman – Svezia 1958
con Max von Sydow, Ingrid Thulin
***

Rivisto in divx, per ricordare Max von Sydow.

A metà Ottocento, la "compagna medico-ipnotica" itinerante del dottor Vogler (Max von Sydow) – che comprende anche la sua moglie e assistente Manda (Ingrid Thulin), il prestigiatore Tubal (Åke Fridell) e una vecchia "strega" che vende pozioni magiche (Naima Wifstrand) – giunge in una cittadina, dove è accolta dai notabili del luogo. Il console Egerman (Erland Josephson) ha infatti deciso di ospitarli in casa propria perché ha fatto una scommessa con il medico Vergerus (Gunnar Björnstrand) sull'esistenza o meno del soprannaturale: il primo ci crede, così come sua moglie Ottilia (Gertrud Fridh), che intende chiedere a Vogler di lenire con i suoi poteri animistici e magnetici il proprio dolore per la recente scomparsa di una figlia; il secondo invece è scettico, convinto che in natura nulla sia inesplicabile. Dopo una notte movimentata in cui i membri della compagnia "fraternizzano" in vari modi con la servitù (e non solo) del palazzo, il giorno dopo lo "spettacolo magico" si tramuta in una forte umiliazione per Vogler e compagni: ma l'uomo saprà vendicarsi, fingendo di tornare dalla morte e fornendo per un attimo un'esperienza unica al medico scettico. Una pellicola misteriosa e bizzarra, tutta giocata sulla dicotomia fra verità e finzione (o "sull'illusione dell'arte e sul suo rapporto con il potere"). Manda dice all'inizio: "L'inganno è così univeralmente diffuso che dire la verità significa farsi tacciare da bugiardi". E in effetti, a prima vista, la compagnia del dottor Vogler sembra costituita solo da impostori, dediti all'inganno sia a livello di azioni che di aspetto: Vogler stesso indossa una barba finta e si trucca il volto, oltre a fingere di essere muto. Manda viaggia in abiti maschili ("per far perdere meglio le nostre tracce se siamo nei guai") e, pur ammettendo di far parte di un gruppo di ciarlatani, rimpiange la cosa: "Se solo una volta potessi dire che e vero...". Ma l'inganno domina anche gli altri personaggi, che mentono a sé stessi anche quando si impuntano nei rispettivi ruoli: Vergerus è lo scienziato razionalista e positivista, il console e sua moglie lasciano una porta aperta all'immateriale (o almeno fingono di farlo, perduti nei miti del romanticismo e negli inganni della propria relazione), memtre il capo della polizia (Toivo Pawlo), quale rappresentante dell'ordine, sembra indifferente alla questione e si preoccupa soltanto di non lasciarsi sfuggire di mano la propria autorità. Persino fra la servitù, benchè a livello più schietto e meno ipocrita, serpeggiano pose e finzioni: dalla servetta Sara (Bibi Andersson), che amoreggia con il giovane cocchiere Simson (Lars Ekborg), a sua volta fintamente spavaldo, alla capocuoca Sofia (Sif Ruud), che seduce Tubal, passando per l'attore ubriacone Johan (Bengt Ekerot: cosa c'è di più ingannevole della sua professione?) e lo stalliere Antonsson (Oscar Ljung), vittima della propria immaginazione. La fotografia espressionista di Gunnar Fischer e gli accurati primi piani della regia di Bergman indagano questi e altri personaggi con interesse quasi antropologico, mettendone in luce paure e contraddizioni: e il film non ci risparmia nemmeno alcune sequenze davvero suggestive e "magiche", come l'attraversamento iniziale del bosco, la notte di tempesta, e la scena in soffitta quando Vogler, grazie a ombre e specchi, tormenta Vergerus prima di svelarsi per quello che è nel finale. Ispirato forse a un testo teatrale di G. K. Chesterton ("Magic"), il film vinse il Leone d'argento alla Mostra di Venezia.

20 marzo 2019

La strada per Fort Alamo (M. Bava, 1964)

La strada per Fort Alamo
di Mario Bava – Italia/Francia 1964
con Ken Clark, Jany Clair
*1/2

Visto in TV.

Dopo aver assaltato una banca travestiti da soldati nordisti, due rapinatori (Ken Clark e Kirk Bert) vengono abbandonati dai loro complici nel deserto. Salvati da un convoglio militare diretto a Fort Alamo, sono costretti a continuare a fingersi soldati. E di fronte a un attacco degli indiani Osage, dimostreranno tutto il loro valore. Primo western diretto da Mario Bava (con lo pseudonimo di John Old, lo stesso che il regista italiano aveva già usato in passato per alcuni horror e thriller): un western vecchio stile, alquanto fumettoso (con personaggi che sembrano usciti da "Tex Willer", come il capitano troppo ligio alle regole) e che guarda ai classici hollywoodiani, visto che il genere più sporco e cinico degli spaghetti western doveva ancora nascere ("Per un pugno di dollari" usciva nelle sale quasi in contemporanea). Girato al risparmio (scenari e paesaggi, oltre ad essere evidentemente farlocchi, sono sempre gli stessi, riutilizzati in scene diverse!) e con diversi luoghi comuni (dalla partita a poker nel saloon all'assalto degli indiani al fiume), il film non ha molto di interessante da offrire: fra le poche cose decenti, la fotografia espressionista di alcune scene notturne (vero marchio di fabbrica di Bava). Jany Clair è la donna "perduta" di cui il protagonista si innamora, Dean Ardow il sergente che intuisce la sua identità ma si fida di lui.

28 ottobre 2018

Il bidone (Federico Fellini, 1955)

Il bidone
di Federico Fellini – Italia 1955
con Broderick Crawford, Richard Basehart
***

Visto in TV.

L'anziano Augusto (Broderick Crawford) e i più giovani Roberto (Franco Fabrizi) e Carlo (Richard Basehart), detto Picasso, sono tre truffatori romani che organizzano ingegnosi "bidoni" ai danni della povera gente, per lo più contadini ignoranti. Per esempio, si travestono da inviati del Vaticano e fanno credere che un peccatore in punto di morte ha confessato di aver sepolto un tesoro nel loro terreno, che potranno tenersi se pagheranno le messe da far celebrare in memoria del defunto. I tre non sembrano avere particolari problemi di coscienza nel sottrarre i risparmi a quella che in fondo è gente messa peggio di loro: e nonostante i relativi successi, restano delinquenti di mezza tacca, sempre senza un soldo, personaggi "crepuscolari" e consapevoli del proprio fallimento esistenziale. Picasso, aspirante pittore, non potrà più celare la natura del proprio "lavoro" alla moglie Iris (Giulietta Masina), quando questa inizierà ad avere dei sospetti, e deciderà di cambiare vita. Roberto, il più viveur e scapestrato dei tre, dopo essersi bruciato ogni legame preferirà trasferirsi a Milano. Soltanto Augusto, in piena crisi di mezza età, invecchiato e disilluso per non aver combinato nulla nella vita, continuerà a riciclare gli stessi trucchi insieme a nuovi complici: ma quando cercherà di ingannare anche i suoi soci, allo scopo di intascare il denaro necessario a pagare gli studi della figlia Patrizia (che aveva abbandonato insieme a sua madre: "In questo lavoro non si può avere una famiglia", aveva detto a Picasso), sarà da questi malmenato e abbandonato a morire nella campagna. Scritto insieme ai soliti collaboratori di allora, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, "Il bidone" è uno dei film meno noti e più puramente drammatici di Fellini, nonché uno dei più realistici e meno surreali/onirici, anche se la natura ingenua e "fumettosa" delle truffe messe in scena dai protagonisti è quasi da commedia alla Totò. Ma se molto spazio è riservato a questi imbrogli, altrettanto è dedicato a scavare nei dubbi, nell'umiliazione e nella malinconia dei personaggi, con quello di Augusto che svetta su tutti come l'autentico protagonista della pellicola (a lui, non a caso, è riservato l'intero e tragico finale). L'interprete, Broderick Crawford, aveva vinto l'Oscar qualche anno prima grazie alla sua interpretazione del politico ruspante Willie Stark in "Tutti gli uomini del re": qui è doppiato da Arnoldo Foà (che già aveva prestato la voce ad Anthony Quinn nel precedente "La strada"). Inizialmente Fellini e i produttori avevano pensato nientemeno che ad Humphrey Bogart per la parte di Augusto, ma l'attore era già troppo malato per venire a recitare in Italia. La Masina e Basehart (doppiato da Enrico Maria Salerno) tornano a lavorare insieme dopo "La strada", anche se per molti versi il film ricorda più "I vitelloni", con il suo ritratto di personaggi falliti. La sequenza della festa di capodanno a casa di Rinaldo (Alberto De Amicis), il collega di Augusto che – a differenza sua – ha fatto i soldi e li ha messi da parte, piena di volgarità e di ricchezza ostentata, pare invece anticipare "La dolce vita". La musica di Nino Rota è vivace e a ritmo di swing.

17 ottobre 2017

La corsa più pazza d'America 2 (Hal Needham, 1984)

La corsa più pazza d'America n. 2 (Cannonball Run II)
di Hal Needham – USA/HK 1984
con Burt Reynolds, Dom DeLuise
*1/2

Rivisto in divx.

Non avendo vinto la corsa precedente, lo sceicco Abdul Ben Falafel (Jaime Farr) organizza una nuova edizione della "Cannonball Run" e mette in palio un milione di dollari per il vincitore che completerà il percorso dalla California al Connecticut. A partecipare si ripresentano quasi tutti gli equipaggi già visti nel primo film, con piccole variazioni. J.J. McClure (Burt Reynolds) e l'amico Victor/Capitan Chaos (Dom DeLuise), anziché un'ambulanza, guidano stavolta un mezzo militare, travestiti da un generale dell'esercito e dal suo attendente. E imbarcano pure un paio di suore (finte anch'esse, benché inizialmente i due piloti non lo sappiano: Shirley MacLaine e Marilu Henner). Sammy Davis Jr. e Dean Martin si camuffano da poliziotti. Jackie Chan, in una Mitsubishi ancora più accessoriata della precedente Subaru (può andare pure sott'acqua!), ha come co-pilota il gigantesco Arnold (Richard Kiel). Le supersexy Susan Anton e Catherine Bach passano da una vettura all'altra. I giovani Mel Tillis e Tony Danza guidano una speciale limousine in compagnia di un orangotango (che finge di esserne il pilota). E infine lo stesso sceicco corre insieme al suo schiavo biondo (Doug McClure) e al dottor Van Helsing (Jack Elam), già visto nel precedente film. L'interferenza di alcuni gangster italo-americani (fra i quali Henry Silva e Michael V. Gazzo), che intendono rapire lo sceicco per conto del loro boss Don Don Cannelloni (Charles Nelson Reilly), mette a repentaglio la corsa. Ma grazie all'aiuto di Frank Sinatra (che interpreta sé stesso), i "cannonballisti" si coalizzano e riusciranno a salvare il loro amico. Solito cast all star (ci sono anche Terry Savalas, Ricardo Montalbán, Jim Nabors) per una replica senza troppa fantasia del film precedente, leggermente migliore come caratterizzazione dei personaggi ma, se possibile, ancora più stupida e cartoonistica (le gag sono ripetitive e infantili: vedi i trucchi alla Dick Dastardly – ganci, trappole, calamite – che i mafiosi mettono in atto per tentare di rapire lo sceicco). Triste pensare che si tratti dell'ultima apparizione sul grande schermo per Dean Martin e Frank Sinatra. In ogni caso, è un film innocuo: se ci si accontenta di poco, ci si può pure divertire. I nomi delle due finte suore, Betty e Veronica, sono un omaggio al fumetto "Archie", assai popolare negli USA.

16 ottobre 2017

La corsa più pazza d'America (Hal Needham, 1981)

La corsa più pazza d'America (The Cannonball Run)
di Hal Needham – USA/HK 1981
con Burt Reynolds, Dom DeLuise
*1/2

Rivisto in divx.

La "Cannonball Run" è una corsa automobilistica clandestina che vede improbabili equipaggi attraversare gli Stati Uniti, dalla costa est a quella ovest, sfrecciando sulle strade ben oltre i limiti di velocità consentiti (e utilizzando ogni sorta di trucchi e di travestimenti per eludere controlli e sanzioni). Ispirato a una competizione realmente esistente (alla quale Burt Reynolds e il regista Hal Needham si erano già rifatti per realizzare il precedente "Il bandito e la madama" e il suo seguito "Una canaglia a tutto gas", con grande successo di pubblico) e prodotto dalla Golden Harvest di Hong Kong (che intendeva espandersi oltre i propri confini, e che approfittò dell'occasione per presentare al pubblico americano il suo divo di punta, Jackie Chan), il film è quasi una versione dal vivo del cartone animato "Wacky Races" (che a sua volta si rifaceva al classico "La grande corsa" di Blake Edwards), anche se indubbiamente meno divertente e con parecchio meno fantasia. Il cast, vasto e corale, comprende numerosi nomi noti, che in diversi casi si divertono a ironizzare su sé stessi e sugli stereotipi del genere. Seguiamo così i meccanici J.J. McClure (Burt Reynolds) e Victor Prinzin (Dom DeLuise), che corrono a bordo di una finta ambulanza, con tanto di medico (il ributtante Jack Elam) e di paziente (la bella fotografa Farrah Fawcett). Il giocatore d'azzardo Sammy Davis Jr. e il dongiovanni incallito Dean Martin, in Ferrari, si travestono invece da preti cattolici; le vamp Adrienne Barbeau e Tara Buckman, in una Lamborghini nera, sfruttano il loro fascino femminile per far colpo sui tutori della legge; e così via. In gara, fra gli altri, anche uno sceicco arabo (Jamie Farr) in Rolls Royce, due sempliciotti texani (Terry Bradshaw e Mel Tillis) su una Chevrolet truccata, i cinesi Jackie Chan (appunto) e Michael Hui (identificati nei dialoghi come giapponesi) in una Subaru high tech e computerizzata, e Roger Moore (o qualcuno che si fa passare per lui), che fa il verso a sé stesso e sul suo ruolo di James Bond, naturalmente in una Aston Martin super-accessoriata. Arthur J. Foyt è il membro del comitato per la sicurezza sulle strade che cerca ripetutamente e senza successo di interrompere la corsa, Bianca Jagger la sorella dello sceicco, Peter Fonda il capo dei teppisti in moto che scatenano una rissa cui prendono parte tutti i concorrenti (e dove Jackie Chan ha brevemente modo di dare sfoggio delle sue arti marziali). Demenziale e sgangherato (il titolo italiano lo accomuna alle tante pellicole del filone "...più pazzo del mondo"), con una comicità infantile e scontata (l'unico vero colpo di genio sono le dirompenti apparizioni di "Capitan Chaos", l'alter ego supereroistico dello squilibrato Dom DeLuise), il film riscosse comunque un buon successo al botteghino, il che portò alla realizzazione di due sequel. Nota finale: fu proprio da questa pellicola che Chan prese l'idea di inserire, durante i titoli di coda dei suoi film successivi, i blooper e le scene sbagliate.

12 aprile 2017

I cinque volti dell'assassino (J. Huston, 1963)

I cinque volti dell'assassino (The list of Adrian Messenger)
di John Huston – USA 1963
con George C. Scott, Jacques Roux
**

Visto in divx.

Questo film è passato alla storia, più che per il suo reale valore (è un giallo vecchio stile, ambientato in Gran Bretagna, tratto da un romanzo di Philip MacDonald), per la trovata pubblicitaria di accreditare sulle locandine e nei titoli di testa cinque attori di punta (Tony Curtis, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Kirk Douglas e Frank Sinatra) che recitano camuffati con maschere di gomma praticamente per l'intero film. Uno di essi, in effetti, è l'assassino, che alterna numerosi travestimenti per portare a termine i suoi loschi piani, mentre gli altri sono soltanto comprimari utilizzati per intorbidare le acque: ben sapendo che lo spettatore (visti i limiti del trucco dell'epoca) si sarebbe accorto quando il volto di un personaggio era finto, Huston e i produttori pensarono di aggiungere altri personaggi mascherati, che fossero sospettabili in ugual misura. La trama vede lo scrittore inglese Adrian Messenger (John Merivale) chiedere all'amico Anthony Gethryn (George C. Scott), agente segreto ora in pensione, di indagare su una lista di nomi: si tratta di persone di varia estrazione sociale, apparentemente senza legami fra loro, rimaste tutte vittima in tempi recenti di misteriose "morti accidentali". Quando lo stesso Adrian scompare in un incidente aereo, Anthony si convince che sia all'opera un misterioso assassino. Con l'aiuto del francese Raoul Le Borg (Jacques Roux), unico sopravvissuto allo stesso disastro aereo e innamorato della cugina di Adrian, Lady Jocelyn (Dana Wynter), il detective focalizzerà i sospetti su George Brougham, "pecora nera" di una famiglia ricca e aristocratica, che prima di ereditarne il patrimonio intende cancellare ogni traccia di un misfatto da lui compiuto durante la guerra, eliminando uno a uno i possibili testimoni... Per il regista si trattò di una pellicola di poco impegno, da girare mentre era in villeggiatura nella sua casa in Irlanda, e con lunghe sequenze incentrate su una delle sue passioni: la caccia alla volpe. E infatti, se la prima parte punta tutte le sue carte sui numerosi travestimenti dell'assassino, l'ultima mezz'ora si ravviva grazie al setting nel mondo dell'aristocrazia britannica. Piccole parti per "vecchie glorie" come Clive Brook, Gladys Cooper e Herbert Marshall.

6 marzo 2017

Vi presento Toni Erdmann (Maren Ade, 2016)

Vi presento Toni Erdmann (Toni Erdmann)
di Maren Ade – Germania 2016
con Sandra Hüller, Peter Simonischek
***

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Per ravvivare la vita della figlia Ines (Hüller), donna in carriera che si è trasferita a Bucarest per lavorare come consulente aziendale, l'insegnante in pensione Winfried Conradi (Simonischek), un uomo che non ha mai perduto il senso dell'umorismo e il gusto per gli scherzi, si presenta da lei e dai suoi colleghi con le sembianze dello stravagante e sedicente coach e psicologo Toni Erdmann. I suoi modi eccentrici e i suoi buffi comportamenti riusciranno a far capire alla conformista Ines che non è il caso di prendere tutto sul serio e di sacrificare ogni cosa (e in particolare la felicità) per il lavoro. Il cinema tedesco non è certo famoso per le commedie, e dunque questa (che pure, dietro le follie a volte nonsense del protagonista, cela sottotesti anche malinconici e drammatici) giunge un po' a sorpresa nelle nostre sale, dopo essere comunque stata pluripremiata in diversi festival. Nonostante la lunghezza (oltre due ore e quaranta!) e il sospetto di essere eccessivamente costruito, il film scorre senza stancare, fra momenti comicamente spiazzanti e surreali (uno su tutti, la festa nudista a casa di Ines) e altri più densi ed emotivamente pregnanti (la canzone di Whitney Houston). I temi trattati forse non sono originalissimi (il rapporto fra padre e figlia, l'aridità del mondo del lavoro, le dinamiche fra colleghi, l'importanza di trovare un piccolo spazio per sé stessi), ma la pellicola li affronta con uno sguardo aperto e un tipo di narrazione che si prende i suoi giusti tempi, senza affrettare o banalizzare l'argomento. E l'idea di mostrare il gioco e il travestimento come unico punto di contatto fra generazioni che non si parlano più, è a suo modo geniale. In più, il film suggerisce anche riflessioni su come il capitalismo e la globalizzazione stiano impattando sull'ecosistema del lavoro in Europa (la ditta per cui lavora Ines ha il compito di guidare la delocalizzazione di alcune aziende in Romania, senza che i manager vogliano assumersene personalmente la responsabilità). Ottime le interpretazioni. Hollywood starebbe già pensando a un remake (con Jack Nicholson).

6 febbraio 2017

Irma la dolce (Billy Wilder, 1963)

Irma la dolce (Irma la douce)
di Billy Wilder – USA 1963
con Jack Lemmon, Shirley MacLaine
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela e Ginevra.

L'ingenuo poliziotto Nestore Patou (Lemmon), trasferito nel distretto parigino di Les Halles, si innamora della prostituta Irma (MacLaine) e, dopo aver perso il lavoro, ne diventa l'amante e – controvoglia – il protettore. Geloso del "mestiere" della ragazza (la quale non intende smettere di esercitarlo), escogita un piano per averla tutta per sé: si traveste da Lord X, un vecchio e ricchissimo nobile inglese, e ne diventa l'unico "cliente" in esclusiva, pagandola con il denaro che guadagna in segreto lavorando di notte ai mercati rionali... Portando sullo schermo una commedia teatrale francese (di Marguerite Monnot e Alexandre Breffort) che curiosamente ripropone alcune situazioni dei suoi film precedenti (il travestimento, in particolare, ricorda "A qualcuno piace caldo"), e affidandosi alla stessa coppia di attori de "L'appartamento" (anche se il ruolo della MacLaine era stato inizialmente pensato per Marilyn Monroe), Wilder realizza una commedia romantica che affronta il tema della prostituzione con ironia e senza alcun moralismo (per Irma "mantenere" il proprio uomo è anzi un motivo di orgoglio). Il film è forse un po' tirato per le lunghe, ma comunque divertente (e vedere Lemmon nei panni del finto lord inglese è uno spasso). Il quartiere di Les Halles e le viuzze adiacenti sono ricostruite in studio a Hollywood. Memorabili le calze verdi di Irma, in tono con il fiocchetto del suo barboncino Coquette (che Nestore fa ubriacare ogni notte per poter sgattaiolare indisturbato fuori di casa). Lou Jacobi è il barista tuttofare Moustache, che aiuta il protagonista nei suoi intrighi (e che rievoca le sue mille esperienze passate, terminando sempre con la frase "...ma questa è un'altra storia"). Bruce Yarnell è Ippolito, il precedente protettore di Irma. Fra le altre ragazze di strada, si riconoscono Hope Holiday (Lolita, quella con gli occhiali a cuoricino che fanno il verso all'allora recente film di Kubrick), Grace Lee Whitney, Joan Shawlee e Tura Satana (!).

26 dicembre 2015

Capriccio all'italiana (Monicelli, Steno, Pasolini, et al., 1968)

Capriccio all'italiana
di Mario Monicelli, Steno, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi – Italia 1968
con Totò, Walter Chiari, Silvana Mangano
**

Visto in divx.

Come e ancor più che nei precedenti film ad episodi ai quali aveva contribuito (ovvero "Ro.Go.Pa.G.", con il segmento "La ricotta", e "Le streghe", con "La terra vista dalla luna"), in questo lungometraggio collettivo Pasolini svetta sui suoi colleghi con l'episodio non solo migliore del lotto, ma anche l'unico che francamente vale la pena di vedere: e non solo per meriti artistici, ma anche perché si tratta dell'ultima apparizione sul grande schermo di Totò, che sarebbe scomparso di lì a poco, senza nemmeno aver visto il film completato. Il corto di Pasolini, una poetica riflessione sul teatro (a partire da una recita dell'Otello di Shakespeare con le marionette), coinvolge tanti nomi celebri dello spettacolo e della comicità italiana (oltre al principe De Curtis, anche Domenico Modugno, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Laura Betti e altri ancora). Per il resto, da salvare solo in parte gli episodi di Steno (anche questo con Totò) e di Bolognini con Walter Chiari e Ira Fürstenberg, se non altro per curiosità legate a fenomeni sociali allora in voga, in primis la moda dei "capelloni", i ragazzi beat che impazzavano negli anni '60. Gli altri tre episodi (interpretati – come ne "Le streghe" – da una multiforme Silvana Mangano, che il marito-produttore Dino De Laurentiis amava infilare un po' ovunque) sono brevissimi e da dimenticare: nient'altro che barzellette poco divertenti.

"La bambinaia", di Mario Monicelli (*), con Silvana Mangano
Dopo aver rimproverato un gruppo di bambini che stavano leggendo fumetti violenti e "diseducativi" (Diabolik, Satanik, Kriminal), una bambinaia – che parla con forte accento tedesco – legge loro le fiabe di Perrault: ma i piccoli, spaventati e impauriti, piangono (mentre con i fumetti ridevano).

"Il mostro della domenica", di Steno (*1/2), con Totò e Ugo D'Alessio
Un uomo che disprezza i giovani capelloni si traveste in varie maniere per adescarli e sequestrarli. Soprannominato "Il mostro" dai giornali, viene infine arrestato dalla polizia. Ma quando scopre che si limitava a rapare a zero i giovani, il commissario lo lascia libero, incaricandolo anzi di tagliare i capelli anche al proprio figlio. Da salvare soltanto per Totò e i suoi travestimenti.

"Perché?", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano ed Enzo Marignani
Nel traffico di rientro in città dopo l'esodo di fine settimana, una donna tormenta il marito affinché vada più veloce, spingendolo infine ad aggredire un altro automobilista.

"Che cosa sono le nuvole?", di Pier Paolo Pasolini (***1/2),
con Totò e Ninetto Davoli
Una compagnia di marionette porta in scena l'"Otello". Ma il pubblico in sala si ribella contro le perfidie di Iago, e sale sul palco per aggredire lui e lo stesso Otello prima che uccida Desdemona. Le due marionette, malridotte, verranno gettate in una discarica, dove per la prima volta potranno guardare il cielo sopra di loro: "Oh, straziante, meravigliosa bellezza del creato!". Radunando amici (il poeta Francesco Leonetti, nel ruolo del marionettista; il cantante Domenico Modugno, l'immondezzaio, che intona una canzone scritta dallo stesso Pasolini) e celebri comici italiani (Franco e Ciccio, Carlo Pisacane, Mario Cipriani, Laura Betti, Adriana Asti), oltre all'ormai collaudata coppia Totò/Ninetto Davoli, il regista mette in scena una poetica riflessione sull'arte e la vita ("Siamo in un sogno dentro un sogno", spiega Totò a un perplesso Ninetto). Se sul palcoscenico le marionette – legate ai fili e manovrate dal burattinaio – recitano il loro copione, dietro le quinte le vediamo "libere" di riflettere, commentare e filosofeggiare sull'esistenza, i sentimenti e il destino ("Qual è la verità?", "Cosa sento dentro di me?"). Otello (Davoli), essendo stato costruito da poco e quindi appena nato, è pieno di curiosità e di stupore: chiede il perché di ogni cosa (sarà lui nel finale a esprimere la domanda che dà il titolo all'episodio), mentre Iago (un Totò dal volto colorato di verde, simbolo dell'invidia e dell'odio) è "cattivo" solo mentre recita la sua parte: per il resto elargisce con paterna comprensione massime di saggezza. All'inizio, i cartelloni che pubblicizzano gli spettacoli della compagnia di marionette fanno riferimento a lavori precedenti ("La terra vista dalla luna") e futuri ma mai realizzati ("Le avventure del re magio randagio", "Mandolini") di Pasolini con la coppia Totò-Ninetto, tutti tasselli di un ciclo "comico", parallelo al resto della sua filmografia, che era cominciato con "Uccellacci e uccellini" e termina purtroppo qui, prematuramente, a causa della morte del comico partenopeo. Il regista (che contemporaneamente stava già lavorando all'adattamento cinematografico di "Edipo Re") virerà per alcuni anni in un'altra direzione (quella delle tragedie greche e dei ritratti dei paesi del Terzo Mondo), per poi riprendere il progetto in mano – con l'intento di reclutare Eduardo De Filippo al posto di Totò – negli ultimi mesi prima della sua morte.

"Viaggio di lavoro", di Pino Zac e Franco Rossi (*), con Silvana Mangano
La sovrana di uno stato europeo, durante un viaggio in vari paesi dell'Africa, scatena un incidente diplomatico quando confonde uno stato per un altro. Parzialmente in animazione.

"La gelosa", di Mauro Bolognini (*1/2), con Ira Fürstenberg e Walter Chiari
Dopo una serata trascorsa a ballare, una ricca coppia litiga, con lui che la rimprovera di essere troppo gelosa. I due fanno un patto: cercheranno di avere fiducia l'uno dell'altro, senza farsi domande. Ma quando lo vede uscire vestito di tutto punto, la donna lo pedina fino a un appartamento, dove lo scopre in mutande... Si trattava però solo di una sartoria.

3 ottobre 2014

Il giullare del re (M. Frank, N. Panama, 1955)

Il giullare del re (The court jester)
di Melvin Frank, Norman Panama – USA 1955
con Danny Kaye, Glynis Johns, Basil Rathbone
**1/2

Visto in divx.

Siamo nel medioevo: per permettere al giustiziere mascherato Volpe Nera (una sorta di Robin Hood) di penetrare nel castello di re Roderigo (Cecil Parker), usurpatore del trono d'Inghilterra, l'impacciato saltimbanco Hawkins (Danny Kaye) si traveste da Giacomo, celebre giullare italiano ("il re dei giullari, il giullare dei re"). L'obiettivo di Hawkins è quello di sottrarre al sovrano la chiave del passaggio segreto che conduce all'interno del castello, ma ignora che in realtà il vero Giacomo (John Carradine) era un sicario, invitato a corte dall'infido cancelliere Ravenhurst (Basil Rathbone) per eliminare i suoi rivali, che vorrebbero che il re stringesse una scomoda alleanza con il brutale cavaliere Griswold. Le cose si complicano per l'intervento della strega Griselda, che ipnotizza Hawkins/Giacomo, rendendolo eroico e impavido, affinché conquisti l'amore della principessa Guendolina (Angela Lansbury), promessa sposa di Griswold. E nel frattempo, nel castello giunge anche Jean (Glynis Johns), capitano dei ribelli, conducendo con sé l'infante, vero erede al trono, riconoscibile dalla voglia a forma di primula rossa... sul sedere. Divertente e colorata farsa comico-musicale che da un lato fa la parodia delle epopee cavalleresche alla Robin Hood, appunto, e dall'altra vive di vita propria grazie all'estro di Kaye e alla vivacità di un intreccio che prende mille direzioni e non si ferma mai (anche per via dei numerosissimi personaggi, dei continui scambi di persona, dei capovolgimenti di scena). Le canzoni, per fortuna poche, sono comunque apprezzabili, ma il vero cuore della vicenda è dato dalle trovate comiche: su tutte, l'esilarante sequenza che precede il duello fra il protagonista e Griswold, consapevoli che uno dei boccali da cui dovranno bere prima di battersi è stato avvelenato, e costretti a recitare un'ingarbugliata filastrocca per poterlo distinguere ("La pillola col veleno sta nel calice col pestello, il boccale col maniero porta il vino che è sincero").

28 aprile 2010

A qualcuno piace caldo (B. Wilder, 1959)

A qualcuno piace caldo (Some like it hot)
di Billy Wilder – USA 1959
con Jack Lemmon, Tony Curtis, Marilyn Monroe
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra e Courtney.

"Nessuno è perfetto", recita la celeberrima battuta di Joe E. Brown che conclude il film: eppure, dopo averlo rivisto per l'ennesima volta, viene la tentazione di affermare che siamo proprio di fronte a qualcosa di perfetto. Merito della regia frizzante di Billy Wilder, naturalmente, e della sceneggiatura da lui scritta insieme al fidato I.A.L. Diamond, che non risparmia battute e gag "ardite" per l'epoca e ancora oggi, ma anche dell'interpretazione del trio di protagonisti di quella che è una delle migliori commedie della storia del cinema: la deliziosa Marilyn, nei panni di Zucchero Kandiski, svampita suonatrice di ukulele a caccia di milionari, e l'affiatata coppia formata da Jack Lemmon e Tony Curtis, spiantati suonatori di jazz (rispettivamente contrabbasso e sassofono), costretti a fuggire in tutta fretta da Chicago dopo essere stati testimoni involontari del massacro di San Valentino (siamo nel 1929) e travestitisi da donna per infiltrarsi in un'orchestra femminile diretta in Florida. Laggiù, Curtis ("Josephine") cambierà ancora travestimento, indossando i panni di un raffinato e occhialuto magnate del petrolio (che colleziona le conchiglie della Shell) per far colpo su Marilyn, mentre Lemmon ("Daphne") dovrà fare i conti con l'ostinato corteggiamento da parte dell'attempato Osgood (Brown), lui sì milionario per davvero. Gag strepitose, battute fulminanti, equivoci a sfondo sessuale e l'irresistibile simpatia di tutti i personaggi rendono la pellicola un vero capolavoro nel suo genere, mentre l'ambientazione negli anni del proibizionismo e la cornice da film di gangster (che giustifica la scelta della fotografia in bianco e nero: inizialmente il film avrebbe dovuto essere girato a colori, ma il regista cambiò idea a causa del pesante make-up necessario per truccare da donna Lemmon e Curtis) aggiungono la necessaria tensione. La sensualissima Marilyn canta alcuni dei suoi brani più famosi: "Runnin' wild", "I'm through with love" e soprattutto "I wanna be loved by you". Il titolo della pellicola (che si riferisce al jazz) proviene da un verso di una filastrocca per bambini, "Pease porridge hot".

8 febbraio 2010

Il concerto (Radu Mihaileanu, 2009)

Il concerto (Le concert)
di Radu Mihaileanu – Francia/Romania 2009
con Aleksei Guskov, Mélanie Laurent
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Il regista di "Train de vie" ci riprova con un altro film simpatico e furbetto, divertente e inverosimile, incentrato su un "travestimento collettivo" e popolato da personaggi variopinti e pittoreschi. Come il precedente, è calibrato alla perfezione per piacere a tutti ed è sicuramente destinato a essere sopravvalutato da pubblico e critica. Questa volta i protagonisti sono un gruppo di scalcinati ex musicisti russi in cerca di riscatto, che approfittando dell'invito di un teatro francese (di cui hanno intercettato il fax) volano a Parigi spacciandosi per l'orchestra ufficiale del Bolshoi. Fra di loro ci sono diversi suonatori di origine ebrea o zingara, altri ormai alcolizzati o malandati e in cerca di nuove occasioni, un impresario nostalgico del comunismo e soprattutto un direttore d'orchestra, caduto in disgrazia, che vede nella tournée l'occasione per riannodare le fila con il proprio passato. Tutte le difficoltà (burocratiche, organizzative, artistiche) vengono risolte con intraprendenza, molta faccia tosta e il sorriso sulle labbra; e dopo tante peripezie il gruppo riesce finalmente a suonare in compagnia di una giovane e acclamata violinista (la Laurent, vista di recente in "Bastardi senza gloria" di Tarantino), alla quale il direttore è legato da un doloroso segreto. La pellicola, al quale non sono estranei un tocco di umanismo, velleità melodrammatiche, l'elogio della musica come esperienza collettiva ed emozionale e accenni di satira contro istituzioni passate e presenti (dai vecchi apparati sovietici ai nuovi oligarchi), è una commedia implausibile e commovente, con tocchi di comicità grottesca e sopra le righe (soprattutto nel finale), uno scontato lieto fine e parecchia ruffianeria, persino nella scelta del programma musicale (il concerto per violino e orchestra di Tchaikovsky, bellissimo ma anche ideale per accattivarsi facilmente le simpatie del pubblico). Fastidioso il doppiaggio italiano, che traduce nella nostra lingua sia i dialoghi in francese che quelli in russo (aggiungendovi un accento comico anche quando i personaggi moscoviti parlano fra loro, il che non ha senso), anziché lasciare uno dei due idiomi in originale con i sottotitoli come il buon senso avrebbe suggerito di fare.

17 febbraio 2009

Vogliamo vivere! (Ernst Lubitsch, 1942)

Vogliamo vivere! (To be or not to be)
di Ernst Lubitsch – USA 1942
con Carole Lombard, Jack Benny
***1/2

Rivisto in VHS, con Marisa, in originale con sottotitoli.

A Varsavia, nel 1939, una compagnia teatrale vorrebbe mettere in scena una commedia che si prende gioco di Hitler e dei nazisti (mitico l'incipit, con un bambino interrogato per sondare le opinioni politiche del padre). Quando però i tedeschi invadono la Polonia, la troupe è costretta a ripiegare sul più "innocuo" Amleto. Il primo attore, il vanesio Josef Tura, ignora che l'attacco del suo monologo, "Essere o non essere", funge da parola d'ordine per gli incontri amorosi di sua moglie Maria con un giovane aviatore polacco: ma lo ignorano anche i nazisti, che credono che Maria sia una spia della resistenza, e la coinvolgono così – con tutta la troupe – negli intrighi e nelle vicende della guerra. Per fortuna uno degli attori assomiglia incredibilmente a Hitler, mandando in confusione lo spietato comandante della Gestapo che governa col pugno di ferro la capitale polacca. Come già aveva fatto Chaplin ne "Il grande dittatore", Lubitsch sceglie l'ironia e la satira per affrontare argomenti allora d'attualità, facendosi beffe del nazismo e del Führer (celebre la battuta di un ufficiale tedesco: "Josef Tura? Fa a Shakespeare quello che noi facciamo alla Polonia"). Il pubblico allora non gradì, ma rivisto oggi – nonostante alcuni passaggi un po' propagandistici e la presenza, all'inizio, di un'inutile voce fuori campo – il film si conferma una farsa divertentissima, ricca di equivoci e travestimenti (in fondo i protagonisti sono attori) e con ritmo e dialoghi da antologia, che fonde temi classici per il regista (come l'infedeltà coniugale) con argomenti che in quegli anni non potevano non stargli a cuore (Lubitsch era di origine ebrea ed esule proprio dalla Germania). Mel Brooks ne ha fatto un remake ("Essere o non essere") nel 1983. La bella Carole Lombard scomparve in un incidente aereo poco prima dell'uscita del film.

16 febbraio 2009

Quando ero morto (E. Lubitsch, 1916)

Quando ero morto, aka Un morto ritorna
(Als ich tot war, aka Wo ist mein Schatz?)
di Ernst Lubitsch – Germania 1916
con Ernst Lubitsch, Lanchen Voss
**

Rivisto in VHS, con Marisa.

Maltrattato dalla suocera, che convince addirittura la figlia a chiedere il divorzio, un uomo è costretto ad andare via da casa. Finge allora di suicidarsi e si traveste da domestico, riuscendo a farsi assumere in casa sua per stare vicino alla moglie, scacciarne un pretendente e chiudere infine i conti con la suocera. Se non fosse per il mancato cambio di sesso, sembrerebbe quasi una versione ante litteram di "Mrs. Doubtfire". Non è però fra le cose migliori del regista (che all'epoca recitava ancora in prima persona): le gag sono stiracchiate e poco divertenti, la satira sociale è al livello di una barzelletta. Ritenuto a lungo perduto, il mediometraggio è stato ritrovato solo negli anni novanta, in una copia priva parzialmente del finale.

7 marzo 2008

Monkey business (Norman McLeod, 1931)

Monkey business – Quattro folli in alto mare (Monkey Business)
di Norman McLeod – USA 1931
con Groucho, Chico, Harpo e Zeppo Marx
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

I quattro fratelli Marx (che in questo film interpretano personaggi senza nome e che iniziano tutti dallo stesso punto di partenza, senza dinamiche preesistenti come quelle che di solito contrappongono la coppia Chico-Harpo a Groucho) si imbarcano come clandestini a bordo di un transatlantico in viaggio dall'Europa agli Stati Uniti. Dopo aver cercato di sfuggire in ogni modo agli ufficiali di bordo, vengono ingaggiati – due per parte – da due gangster che si trovano sulla nave: Chico e Harpo da Joe Helton, bandito "buono" che vuole ritirarsi dal giro (e che – caso unico – ride alle loro gag anziché rimanerne stizzito o esterrefatto); Groucho e Zeppo da Alky Briggs, mobster "cattivo" che vuole ereditare il racket del primo. A complicare le cose, Zeppo si innamora (ricambiato) della figlia di Helton, mentre Groucho (in mancanza della Dumont) corteggia la moglie di Briggs, l'affascinante bionda Lucille (Thelma Todd). Terzo film dei fratelli, ma primo a essere concepito direttamente per il cinema e non tratto da un loro spettacolo teatrale, è cinematograficamente più fluido dei precedenti grazie anche al lavoro di un vero regista, che dirigerà anche il successivo "Horse feathers". Chico resta un po' in ombra, mentre su tutti svetta Harpo in alcuni dei suoi numeri migliori (per esempio quello in cui si trasforma letteralmente in una marionetta del teatro dei burattini per sviare i suoi inseguitori). Memorabile anche il modo in cui tutti e quattro i fratelli cercano di scendere dalla nave facendosi passare per Maurice Chevalier e cantandone i brani (persino Harpo, con l'aiuto di un grammofono!). Non mancano i consueti numeri musicali per Chico e Harpo (che accompagna all'arpa una cantante in "O sole mio"!). Nel finale, dopo che i fratelli hanno svolto il classico ruolo di guastatori alla festa di Joe, Zeppo ha l'onore di uno scontro finale con Alky nel fienile dove questi ha portato la ragazza rapita (mentre Groucho improvvisa una radiocronaca come se si trattasse di un incontro di boxe). Alcuni elementi (il viaggio in nave, i clandestini, la cantante d'opera, il travestimento collettivo) torneranno in "Una notte all'opera".

12 gennaio 2008

Gli uomini che mettono il piede sulla coda della tigre (A. Kurosawa, 1945)

Gli uomini che mettono il piede sulla coda della tigre (Tora no o wo fumu otokotachi)
di Akira Kurosawa – Giappone 1945
con Denjiro Okochi, Kenichi Enomoto
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Con la seconda guerra mondiale non ancora conclusa, Kurosawa avrebbe dovuto dirigere un film storico chiamato "La spada sguainata": il progetto venne sospeso per mancanza dei cavalli necessari nelle scene di battaglia, tutti requisiti dall'esercito. Al suo posto, il regista girò questo piccolo film (dura meno di un'ora), tratto da un celebre testo del teatro kabuki e ambientato nel dodicesimo secolo, che racconta della fuga del principe Yoshitsune Minamoto e dei suoi seguaci, guidati dal samurai Benkei, attraverso un posto di blocco fra le montagne. Travestiti da monaci, i samurai vengono accompagnati da un portatore, l'unico personaggio umoristico della pellicola, interpretato dal comico Enoken (Kenichi Enomoto), la cui mimica facciale ricorda a tratti addirittura quella di Totò. Ma la presenza di questo character così kurosawiano spiazzò il pubblico, che non apprezzò il tono picaresco dato a un episodio così importante e drammatico della storia feudale giapponese. Accompagnato da alcuni suggestivi cori del teatro No, il film affascina per il rigore della messa in scena e la compostezza dei personaggi (eccetto, naturalmente, Enoken): la forza e il vigore di Benkei, la grazia e la sensibilità di Yoshitsune, la nobiltà dello stesso "cattivo" Togashi, che forse addirittura riconosce il travestimento dei suoi rivali ma li lascia passare per premiare il loro coraggio. Nonostante il ruolo preponderante di Enoken, Benkei mi è sembrato il personaggio più importante del film, un samurai per il quale "l'uomo vale più delle regole astratte" (come dice Aldo Tassone) e che arriva al punto di percuotere il suo stesso padrone pur di far credere che si tratti soltanto di un servitore. A guerra conclusa, il film fu vietato perché accusato di essere portatore dei valori del Giappone feudale, e uscì nelle sale soltanto nel 1952.