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2 agosto 2023

I misteri di un'anima (G. W. Pabst, 1926)

I misteri di un'anima (Geheimnisse einer Seele)
di Georg Wilhelm Pabst – Germania 1926
con Werner Krauss, Ruth Weyher
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Rimasto scosso dalla notizia di un omicidio avvenuto nella casa accanto (una donna uccisa con un rasoio), un uomo (Werner Krauss) inizia ad avere strani incubi, costellati da misteriose visioni. E in concomitanza con il ritorno dall'Oriente del suo più caro amico d'infanzia (Jack Trevor), nonché cugino della moglie (Ruth Weyher), scopre di avere il terrore di impugnare un coltello o una lama affilata, provando l'irresistibile impulso di usarli per uccidere proprio la consorte. Fugge così di casa, incontrando per caso un medico (Pavel Pavlov) che si offre di aiutarlo usando un nuovo metodo messo a punto da poco, la "psicoanalisi". Nel corso di una serie di sedute, il dottore riuscirà infatti a scoprire il motivo delle pulsioni alla base del trauma del protagonista. Per quanto non privo di ingenuità (il cartello iniziale recita "In ogni uomo ci sono desideri e passioni inconsci. Dal loro tentativo di emergere possono derivare misteriose malattie. La psicoanalisi le cura."), uno dei primi film a mettere in scena in maniera realistica e scientifica le teorie e i metodi della nuova disciplina di analisi del profondo. Il protagonista, un chimico viennese, ama la moglie ma vede irrazionalmente nel cugino una "minaccia" al loro matrimonio, nonché la causa del fatto che non abbiano figli. E le immagini surreali del sogno acquistano il loro reale significato solo quando vengono rielaborate e descritte dallo psichiatra, che analizzandole le riconduce a esperienze, paure e umiliazioni passate. Ovviamente basta ricordare traumi e sogni, ovvero portare le immagini fuori dall'inconscio, e si guarisce di colpo. Il produttore del film, Hans Neumann, avrebbe voluto direttamente Sigmund Freud come consulente scientifico per la pellicola, ma lui rifiutò, e allora si rivolse a due suoi allievi, Karl Abraham e Hanns Sachs, citati nei titoli di testa.

14 luglio 2023

Fantasma (Friedrich W. Murnau, 1922)

Fantasma (Phantom)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Alfred Abel, Lya de Putti
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Lorenz Lubota (Alfred Abel), impiegato comunale in una piccola cittadina, vive con la testa fra le nuvole, aspira a fare il poeta e – al pari della sorella Melanie (Aud Egede-Nissen) – è fonte di continue preoccupazioni per l'anziana madre (Frida Richard). Investito per la strada dalla carrozza guidata da una ragazza vestita di bianco (Lya de Putti), se ne innamora perdutamente. E quando incontra Melitta, che ne è praticamente la sosia, comincia a frequentarla e a dilapidare per lei il denaro che non ha, preso in prestito da una zia usuraia, convinto di poterla ripagare con le rendite delle sue poesie, ignorando però che l'editore al quale sono state proposte non ha alcuna intenzione di pubblicarle. Complici gli intrighi dell'infido Wigottschinski (Anton Edthofer), amante di Melanie, Lorenz scende così sempre più la china: perde il lavoro, fa frequentazioni equivoche, e infine si lascia convincere a compiere una rapina... L'intera vicenda (una storia di caduta ed espiazione, in chiave melodrammatica o, meglio, "psicodrammatica") è narrata in un flashback che comprende quasi tutto il film, da un Lorenz che riabilitatosi, e su suggerimento della moglie Marie (Lil Dagover), ha deciso di scrivere "la storia dei suoi misfatti". La sceneggiatura è di Thea von Harbou (già collaboratrice di Murnau ne "La terra che brucia"), tratta da un romanzo di Gerhart Hauptmann. Murnau, fedele alla corrente dell'espressionismo tedesco (evidente nella recitazione, nella fotografia, nelle scenografie della piccola e opprimente cittadina con i suoi ambienti stretti e i palazzi che sembrano prendere vita nei deliri del protagonista), la vivacizza con toni astratti e trasognanti: Lorenz è tormentato di continuo dalle sue fantasie, dalle immagini del "carretto fantasma" che rincorre, ed è completamente avulso dalla realtà, al punto da non rendersi conto delle sofferenze e dell'indigenza della madre rimasta a casa da sola. A lungo lo si era ritenuto un film perduto, prima che una copia venisse ritrovata (e restaurata) agli inizi degli anni Duemila.

20 maggio 2023

La guerra ed il sogno di Momi (S. de Chomón, 1917)

La guerra ed il sogno di Momi
di Segundo de Chomón – Italia 1917
con Stellina Toschi, Alberto Nepoti
***

Visto su YouTube.

Rimasto impressionato dalla lettera inviata a casa dal padre (Alberto Nepoti), ufficiale italiano che sta combattendo al fronte contro gli austriaci nella prima guerra mondiale, il piccolo Momi (Stellina Toschi) sogna una vera e propria guerra fra i suoi giocattoli preferiti, i due burattini Trik e Trak, ciascuno dei quali è alla guida di un esercito di propri alter ego. "Remake" esteso del cortometraggio "Il sogno del bimbo d'Italia" del 1915, questo mediometraggio è uno dei capolavori del regista spagnolo Segundo de Chomón, specialista degli effetti speciali che da qualche anno si era trasferito in Italia, dove aveva collaborato anche al kolossal "Cabiria" di Pastrone. La pellicola è essenzialmente divisa in due parti: nella prima, di una quindicina di minuti, viene raccontato un episodio della guerra "reale", sulle Alpi, in cui gli uomini guidati dal padre di Momi salvano un pastorello e sua madre dai nemici che avevano occupato la loro casa. L'episodio è realistico, anche grazie alle riprese in esterni sulla montagna innevata. Il pezzo forte, però, è il secondo segmento, quello del sogno di Momi, dove Chomón dà sfogo alla sua fantasia con echi del cinema di Méliès. I due eserciti di giocattoli (di fatto è un "Toy Story" ante litteram!) si scontrano nelle trincee ma danno vita anche a una guerra non convenzionale, con armi fantascientifiche (il cannone Kolossal) e chimiche (fumi di gas asfissiante, che viene risucchiato e "imbottigliato" dagli avversari), per non parlare di una battaglia aerea fra biplani e dirigibili, con tanto di bombardamento sui villaggi sottostanti e un incendio che viene spento... con una bottiglia di selz. L'animazione in stop motion (tecnica che Chomón aveva già utilizzato più volte in passato, per esempio ne "Le théâtre de petit Bob" o nel seminale "L'hotel elettrico" del 1908) è assolutamente pregevole per l'epoca, ma quello che stupisce è la portata – e la lunghezza – del segmento animato, che dura quasi mezz'ora. Il che ne fa un caposaldo imprescindibile del nascente cinema di animazione. E rispetto alle fonti di ispirazione ("Il sogno del bimbo d'Italia", ma anche l'ancor precedente "Il sogno patriottico di Cinessino", che però non prevedeva una sequenza a passo uno con i giocattoli), il libero sfogo della fantasia ha assolutamente predominanza sui temi patriottici e propagandistici, cosa curiosa se pensiamo che eravamo in pieno conflitto (ma nemmeno tanto: dopo due anni di guerra, in molti era ormai subentrata una certa disillusione e un rifiuto della retorica bellica degli inizi).

19 maggio 2023

Il sogno del bimbo d'Italia (R. Cassano, 1915)

Il sogno del bimbo d'Italia
di Riccardo Cassano – Italia 1915
con Eraldo Giunchi
*1/2

Visto su Teca Tv.

Quando il padre parte per combattere contro gli austriaci nelle trincee della Grande Guerra, il piccolo Cinessino (Giunchi) consola la madre affranta. Più tardi, giocando con i suoi soldatini, si addormenta sognando di essere un generale che li conduce alla vittoria. Il suo sogno si avvererà con il ritorno a casa del padre, ferito ma decorato per essersi fatto valere in battaglia. Distribuito a ottobre, è quasi un "remake" del precedente "Il sogno patriottico di Cinessino" (uscito ad aprile, dunque prima che l'Italia entrasse in guerra, e ambientato perciò in Libia). Oltre che per un tono leggermente meno patriottico e più focalizzato sui rapporti famigliari, questo corto si distingue dal precedente per la sequenza del sogno del bambino, in cui assistiamo a scene di battaglia animate a passo uno con soldatini, barche, treni e aerei giocattolo. L'intera sequenza dura poco più di un minuto ed è molto rozza e amatoriale, ma servirà da base per lo spagnolo Segundo de Chomón quando, nel 1917, realizzerà l'eccellente (e più sofisticato) "La guerra ed il sogno di Momi". Nel complesso, questo corto rimane interessante come documentazione dei primi modi in cui l'industria dell'intrattenimento e della cultura italiana guardava al conflitto appena scoppiato.

Il sogno patriottico di Cinessino (G. Righelli, 1915)

Il sogno patriottico di Cinessino
di Gennaro Righelli – Italia 1915
con Eraldo Giunchi
*1/2

Visto su YouTube.

Dopo aver ricevuto una lettera dal padre, soldato italiano impegnato nella campagna in Libia, il piccolo Cinessino (Giunchi, uno dei primi attori bambini del cinema italiano: il nome del suo personaggio, protagonista di numerosi film fra il 1913 e il 1915, derivava da quello della casa di produzione Cines, di cui era di fatto la mascotte) sogna di vestirsi da bersagliere e di recarsi sul fronte africano a combattere a sua volta contro gli arabi. Nel suo sogno, il bambino si batte coraggiosamente, riceve una medaglia, e riesce addirittura a salvare il padre (e la bandiera italiana) sul campo di battaglia. Breve cortometraggio propagandistico prodotto nell'aprile del 1915, il film è degno di nota per aver ispirato altre due pellicole decisamente più interessanti: "Il sogno del bimbo d'Italia", altro corto sempre con Giunchi come protagonista, uscito nell'ottobre dello stesso anno e in cui i nemici sono diventati gli austriaci (era cominciata la prima guerra mondiale!), ma soprattutto il mediometraggio "La guerra ed il sogno di Momi" del 1917, diretto dallo spagnolo Segundo de Chomón, entrambi caratterizzati da "effetti speciali" e animazione a passo uno, assente invece in questo prototipo che, dal punto di vista tecnico, non offre molto da segnalare. Rimane però un interessante documento di come il primo periodo dell'Italia colonialista veniva visto attraverso un linguaggio, quello cinematografico, nato da poco ma che stava già compiendo passi da gigante in termini di spettacolo e di trasmissione di messaggi sociali e politici.

31 marzo 2023

Cabiria (Giovanni Pastrone, 1914)

Cabiria
di Giovanni Pastrone – Italia 1914
con Umberto Mozzato, Bartolomeo Pagano
***

Visto su YouTube.

Nel terzo secolo avanti Cristo, la piccola Cabiria (Lidia Quaranta) – figlia di un ricco nobile catanese – è rapita dai pirati fenici e venduta a Cartagine come schiava. Il sacerdote Karthalo progetta di sacrificarla al dio Moloch, ma sarà salvata dal romano Fulvio Axilla (Umberto Mozzato) e dal suo fedele servo Maciste (Bartolomeo Pagano). La sua storia si intreccia con le vicende della guerra fra romani e cartaginesi, e coinvolge molte importanti figure storiche: da Asdrubale ad Annibale, da Archimede a Scipione, da Massinissa (Vitale De Stefano) a Sofonisba (Italia Almirante Manzini). Il più importante film muto italiano è anche il primo vero grande kolossal della storia del cinema, una pellicola influente che ha ispirato cineasti come David Wark Griffith (per il suo "Intolerance") e ha di fatto canonizzato le due ore (abbondanti) di durata come lungometraggio cinematografico. A dire il vero, l'anno precedente c'era stato già il "Quo vadis?" di Enrico Guazzoni, al quale "Cabiria" è debitore in molte cose (compreso il personaggio di Maciste, ispirato all'Ursus del romanzo di Sienkiewicz). Ma Pastrone – e la torinese Itala Film, che produsse la pellicola – alzano notevolmente la posta: il film è sontuoso sotto ogni aspetto, dai curatissimi costumi alle sofisticate scenografie teatrali di Luigi Romano Borgnetto e Camillo Innocenti (da ricordare soprattutto l'esterno e l'interno del tempio di Moloch, con l'enorme faccione e la statua che divora i ragazzi da sacrificare: Fritz Lang se ne ricorderà nel suo "Metropolis"; ma anche i palazzi di Asdrubale e Siface, nonché le scene di battaglia e quelle in esterni, girate per esempio sulle Alpi o nel deserto algerino), dagli effetti visivi e fotografici (opera dello spagnolo Segundo de Chomón, che iniziò proprio allora una collaborazione con le case di produzione italiane) all'uso pionieristico del carrello nelle inquadrature (per la prima volta si fa un utilizzo estensivo di movimenti – pur lenti – di macchina in avanti e in indietro, e non solo lateralmente o verticalmente). Tutto questo compensa una trama piuttosto episodica (siamo ancora in una fase di passaggio dal cinema delle attrazioni – la locandina parla di "visione storica" – a quello più prettamente narrativo) e non troppo originale, per la quale Pastrone si ispirò non solo al citato "Quo vadis?" ma anche e soprattutto ai romanzi "Cartagine in fiamme" di Emilio Salgari e "Salammbô" di Gustave Flaubert.

L'enorme successo (anche internazionale: divenne il primo film proiettato alla Casa Bianca!) fu dovuto inoltre all'intuizione di fondere l'intrattenimento "basso" e popolare – come quello cinematografico era ancora percepito – con velleità artistiche di più alto livello: venne infatti coinvolto il poeta Gabriele d'Annunzio (che nei cartelli e nei materiali promozionali è talvolta indicato come il principale autore della pellicola!), che collaborò alla scrittura degli intertitoli, con uno stile estremamente "aulico", e alla scelta dei nomi dei personaggi (compresi Cabiria e Maciste, due nomi che resteranno nella storia del cinema e della cultura italiana). Proprio il forzuto Maciste diventerà un beniamino del pubblico: interpretato da uno scaricatore del porto di Genova, sarà riproposto per tutti gli anni dieci e venti in una serie di pellicole di grande successo e di ambientazione contemporanea, mentre negli anni sessanta, invece, si riavvicinerà alle sue origini con una serie di peplum a tema mitologico. Costata ben un milione di lire dell'epoca (venti volte il costo di un normale film), la versione originale di "Cabiria" durava oltre tre ore, anche se ne circolavano versioni più corte, e poteva contare (pur trattandosi di un film muto) su una colonna sonora per coro e orchestra, composta per l'occasione e da eseguirsi in maniera "sincronizzata" con la proiezione. Commissionata al compositore Ildebrando Pizzetti, fu in realtà realizzata quasi interamente (a parte la "Sinfonia del fuoco" che doveva accompagnare la scena del sacrificio a Moloch) dal suo allievo Manlio Mazza. Oggi "Cabiria" può apparire un film datato sotto molti aspetti (dopotutto, già l'anno seguente "Nascita di una nazione" di Griffith cambiava radicalmente il linguaggio del cinema attraverso il montaggio), ma se lo si guarda nella giusta prospettiva rappresenta ancora un'esperienza estremamente appagante. Curiosità: il museo del cinema di Torino, all'interno della Mole Antonelliana, ospita tuttora numerosi documenti e oggetti di scena della pellicola, compresa la gigantesca statua del dio Moloch usata nella scena del sacrificio.

16 novembre 2022

Il tesoro (G. W. Pabst, 1923)

Il tesoro (Der Schatz)
di Georg Wilhelm Pabst – Germania 1923
con Hans Brausewetter, Lucie Mannheim
**

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Svetelenz (Werner Krauss), lavorante al servizio di un fabbricante di campane (Albert Steinrück), si convince che nella casa del suo padrone è nascosto un tesoro, sepolto prima dell'occupazione dei turchi. A trovarlo sarà Arno (Hans Brausewetter), giovane orafo e scultore, ma Svetelenz se ne impossesserà con l'inganno, con l'intenzione di cederlo al padrone in cambio della mano di sua figlia Beate (Lucie Mannheim), che invece è innamorata proprio di Arno... Il primo film diretto dall'austriaco G. W. Pabst, uno dei più influenti registi di lingua tedesca durante la repubblica di Weimar, è una parabola sull'avidità umana, di ambientazione quasi medievale, che mette a confronto tre personaggi accecati dalla brama di oro – il mastro campanaro, sua moglie (Ilka Grüning) e Svetelenz – con due che invece scelgono l'amore e la povertà (Arno e Beate). La storia è semplice ma girata con mestiere. Oltre ai personaggi, ben caratterizzati, spiccano i set e le scenografie, in particolari gli interni della casa e della fonderia delle campane, costruiti da un team di architetti influenzati dalla corrente dell'espressionismo. Eppure, già in questo film d'esordio si nota la tendenza di Pabst ad allontanarsi dall'astrazione dei contemporanei tedeschi per muoversi in direzione di un maggiore naturalismo e di un certo realismo, come dimostreranno i suoi lavori successivi. Esiste una colonna sonora originale, appositamente composta da Max Deutsch.

17 ottobre 2022

Thaïs (Anton Giulio Bragaglia, 1917)

Thaïs
di Anton Giulio Bragaglia [e Riccardo Cassano] – Italia 1917
con Thaïs Galitsky, Ileana Leonidoff
*1/2

Visto su YouTube.

La contessa Vera "Nitchevo" Preobrajenska, nota nei circoli letterari con lo pseudonimo Thaïs (come il personaggio dell'opera di Massenet, ispirato a Santa Taide, e non alla Taide di Terenzio e Dante), ama i giochi e le feste, dove si prende gioco dei suoi numerosi corteggiatori. Fra questi spiccano Oscar, puro e dall'animo nobile, e il Conte di San Remo, di cui è innamorata la sua amica Bianca, danzatrice e cavallerizza. Quando Thaïs, per divertimento, seduce il Conte, Bianca per disperazione si lancia in una corsa disperata a cavallo, cade e muore. Per espiare il rimorso, anche Thaïs si suicida, rinchiudendosi nella "stanza segreta" della propria villa e riempendola di gas velenoso. Unico dei quattro film realizzati da Bragaglia nel 1917 a essere sopravvissuto, almeno in parte (l'unica copia esistente, con i titoli in francese, intitolata "Les possédées" e conservata nella Cinémathèque française di Parigi, dura 35 minuti contro i 60 della versione originale, stando al visto della censura), il film è considerato da alcuni critici come un esempio di "cinema futurista", corrente che Bragaglia ammirava e sosteneva, pur non avendo sottoscritto il "Manifesto del cinema futurista" proposto da Marinetti nel 1916. In realtà, a parte le interessanti scenografie ideate dal pittore Enrico Prampolini per la villa di Thaïs (con forme geometriche, astratte o decorative sulle pareti, come labirinti, triangoli, cerchi ed enormi occhi) e una certa libertà di linguaggio, c'è poco di innovativo, sperimentale, simbolico o appunto futuristico nella pellicola e nella vicenda che racconta, un melodramma poco interessante e realizzato in maniera alquanto amatoriale, se paragonato ad altri film girati in contemporanea (senza scomodare i kolossal di Pastrone, basti pensare a Nino Oxilia). I surrealisti, negli anni venti, produrranno pellicole ben più estreme. Qui c'è carenza dal punto di vista narrativo e, soprattutto, cinematografico: i numerosissimi cartelli si assumono il compito di fare ordine e raccontare una storia che le immagini, con sequenze brevi, statiche (con poche eccezioni, per lo più nel finale: la sequenza della cavalcata di Bianca e quella del suicidio di Thaïs) e slegate le une dalle altre, suggeriscono soltanto. Non aiuta la scarsa qualità della copia esistente (mai restaurata ufficialmente). Le due protagoniste erano attrici teatrali russe.

5 ottobre 2022

La terra che brucia (F. W. Murnau, 1922)

La terra che brucia, aka Il campo del diavolo (Der brennende Acker)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Vladimir Gajdarov, Stella Arbenina
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

A differenza del fratello Peter (Eugen Klöpfer), che resta legato alle proprie origini, l'ambizioso Johannes (Vladimir Gajdarov) non intende portare avanti la fattoria di famiglia, mirando a qualcosa di più della semplice vita rurale, ovvero denaro e successo. Venuto a sapere che sotto il "campo del diavolo", un lotto di terreno che i contadini locali considerano maledetto perché non vi cresce niente, si trova nascosto un prezioso giacimento di petrolio, sposa con l'inganno la vedova Helga (Stella Arbenina), che ha ereditato il campo dal defunto marito. Il suicidio della donna, quando scopre che Johannes non l'ama, gli farà riconsiderare i propri valori... Dramma famigliare (il sottotitolo è "Il dramma di un uomo ambizioso") sul contrasto fra amore e avidità, che si snoda per sei atti (come capitoli di un romanzo) ricchi di eventi e di personaggi: dal conte Rudenburg (Eduard von Winterstein), ossessionato dal tesoro che secondo la leggenda si troverebbe sotto il campo del diavolo; a Gerda (Lya De Putti), la figlia del conte, che per gelosia incendia il pozzo di petrolio (da cui il titolo della pellicola); da Lellewel (Alfred Abel), il ricco spasimante di Gerda, da lei perennemente rifiutato; a Maria (Grete Diercks), la domestica nella fattoria dei Rog, il cui amore per Johannes è da questi disprezzato. L'ambientazione rurale, con le fatiche dei contadini e le antiche superstizioni locali, è ben ricostruita, con toni cupi che la regia sottolinea anche tramite l'uso delle iridi circolari, mentre il montaggio è già sofisticato (si veda quello alternato, nel finale, fra il campo che brucia e la preghiera dei contadini a tavola). Murnau è attorniato da fior di collaboratori: alla sceneggiatura ha collaborato Thea von Harbou, alla fotografia Karl Freund.

28 settembre 2022

Snow White (J. Searle Dawley, 1916)

Biancaneve (Snow White)
di J. Searle Dawley – USA 1916
con Marguerite Clark, Creighton Hale
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Benvoluta da tutti a corte, la principessa Biancaneve è trattata come una serva dalla matrigna Brangomar, gelosa della sua bellezza. Quando la regina ordina al cacciatore Berthold di portarla nel bosco e ucciderla, questi la risparmia per pietà. Biancaneve trova così rifugio nella capanna dei sette nani. Sobillata da una strega, la regina proverà a raggiungerla anche lì, ma la ragazza sarà salvata dal principe Florimond che si è innamorato di lei. Questo film muto in sei rulli è uno dei primi adattamenti cinematografici della celebre fiaba dei fratelli Grimm (un precedente corto del 1902 è andato perduto). Tecnicamente parlando, si tratta di un adattamento dello spettacolo teatrale di Broadway del 1912 scritto (sotto pseudonimo) da Winthrop Ames, di cui conserva anche la protagonista Marguerite Clark, e che rispetto alla fiaba originale amplia il ruolo dei personaggi secondari, su tutti il cacciatore e i sette nani, ai quali vengono affibbiati per la prima volta dei nomi, vale a dire Blick, Flick, Glick, Snick, Plick, Whick e Quee (il più giovane dei sette, con un ruolo da macchietta comica). Walt Disney ricorda di aver visto il film al cinema quando aveva solo quindici anni e di esserne rimasto colpito: naturalmente vi si ispirerà quando, vent'anni dopo, deciderà di realizzare il suo primo lungometraggio animato. La storia è meravigliosamente raccontata, con una gran cura nelle scene (splendida la sala del trono della regina), nei costumi, nei personaggi, tutti ben caratterizzati, compresi quelli minori (le damigelle di corte, le tre figlie del cacciatore, i nani stessi). Di contro, la regia è parecchio statica, con poco o nessun uso del montaggio narrativo o dei movimenti di macchina: se pensiamo a cosa faceva Griffith in quegli stessi anni, da questo punto di vista il film non è certo innovativo. Se la sceneggiatura mantiene alcuni elementi della fiaba dei Grimm che le versioni successive (a partire da quella disneyana) preferiranno eliminare, come il pettine avvelenato con cui la regina travestita prova a uccidere Biancaneve ben prima della più celebre mela, ne introduce altri del tutto spuri: per esempio, qui la regina cattiva e la strega sono due personaggi differenti, che complottano insieme contro la protagonista (ed è la seconda a consegnare alla prima lo specchio magico). Inoltre, come detto, il cacciatore ha tre figlie che giocano un ruolo importante nella vicenda. Oltre ai sette nani (curiosità: i cartelli usano lo spelling dwarves, al posto del più corretto dwarfs, ben prima dell'uso che notoriamente ne farà Tolkien), tutti i personaggi hanno un nome. Altri elementi che invece rimarranno (e che Disney farà suoi) sono gli animaletti del bosco che aiutano Biancaneve (un uccellino e un coniglio). La pellicola fu distribuita nelle sale a Natale, come suggerisce l'incipit in cui si vede proprio Babbo Natale tirare fuori i personaggi della storia dal suo sacco, sotto forma di bambole che poi prendono vita.

27 agosto 2022

Street without end (Mikio Naruse, 1934)

Street without end (Kagirinaki hodo)
di Mikio Naruse – Giappone 1934
con Setsuko Shinobu, Sozo Okada
**

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Sugiko (Setsuko Shinobu) e Kesako (Chiyoko Katori), due amiche che lavorano come cameriere in un bar, hanno la possibilità di "elevarsi" socialmente quando la prima è chiesta in moglie da Hiroshi (Sozo Okada), ricco rampollo di una famiglia nobile, e alla seconda viene offerto di diventare attrice cinematografica. Ma le cose non funzioneranno: Sugiko è guardata con sospetto e poi rifiutata dalla madre e dalla sorella di Hiroshi, che non tollerano che una ragazza lavoratrice e di bassa estrazione entri a far parte della loro famiglia; e Kesako si trova a disagio nel mondo fasullo e dorato del cinema, preferendo alla fine sposarsi con l'amico di sempre Shinkichi (Shinichi Himori). L'ultimo film muto di Naruse, nonché l'ultimo realizzato per la Shochiku prima di passare a quella che diventerà la Toho, è uno shomingeki (storie di gente comune) tratto da un serial di Komatsu Kitamura (già autore dei soggetti di alcune pellicole di Ozu del primo periodo). La storia, a dire il vero, è un po' ondivaga e sfilacciata, e ricicla insieme tanti temi standard del genere: Sugiko che vuole sacrificarsi per la famiglia, e in particolare per il fratello minore Koichi (Akio Isono), cui vuole pagare gli studi; il conflitto fra la vita moderna e le antiche tradizioni, come i valori feudali che regnano nella famiglia di Hiroshi, il che si traduce in rapporti di classe (la servitù di casa è vista dall'alto in basso, tanto che Sugiko è criticata dalla suocera perché la tratta da "uguale") e atteggiamenti sprezzanti e altezzosi. Una didascalia, a un certo punto, rende esplicito il tema centrale: "Ancora oggi, in Giappone, la nozione "feudale" di famiglia schiaccia l'amore puro dei giovani". Tutto alquanto generico, nonostante la buona prova degli attori e la regia dinamica. Ma la scena in cui Sugiko, con orgoglio, lascia Hiroshi e la sua famiglia e ribatte a testa alta alla suocera e alla sorella, è potente. Piccole parti per Chishu Ryu (il talent scout cinematografico), Ichiro Yuki (il primo ragazzo di Sugiko) e Tomio Aoki (il bambino che risponde al telefono).

5 agosto 2022

Frankenstein (J. Searle Dawley, 1910)

Frankenstein
di J. Searle Dawley – USA 1910
con Augustus Phillips, Charles Stanton Ogle
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Visto su YouTube.

Frankenstein (Phillips), giovane studioso convinto di aver compreso i misteri della vita, intende creare "l'essere umano perfetto": ma il risultato del suo esperimento è un mostro (Ogle) dall'aspetto ributtante e deforme, che perseguita lui e la sua novella sposa Elizabeth (Mary Fuller). Forse il primo adattamento cinematografico del celebre romanzo di Mary Shelley, o quantomeno il più antico di cui si ha notizia. Girato completamente in interni (e in soli tre giorni!) da Dawley (anche sceneggiatore) negli studi Edison del Bronx, ne è naturalmente una versione molto edulcorata che, anche per via della breve durata (un rullo, ovvero 11-16 minuti a seconda del frame rate) e del linguaggio rudimentale (senza montaggio narrativo o primi piani, e con cartelli che preannunciano il contenuto di ciascuna scena), appare privo di sottigliezza o di qualsivoglia profondità. Assente ogni contestualizzazione geografica o storica, nel film il "male" è tale soltanto perché il mostro è brutto e deforme, non perché compia chissà quali nefandezze. Lo stesso Frankenstein non mostra particolare pentimento né crescita, salvo felicitarsi nel finale per la scomparsa spontanea del mostro (notevole però la scelta di farlo svanire mentre si rifletteva in uno specchio, lasciando così il dottore di fronte alla propria immagine riflessa). L'aspetto di Ogle, che pare un demonietto, non è iconico come sarà quello di Boris Karloff nella versione di James Whale del 1931 che fisserà definitivamente il personaggio e il suo aspetto nell'immaginario collettivo, ma resta la cosa più interessante di questa versione. Suggestiva anche la sequenza della "creazione" del mostro, che avviene chimicamente in un mastello. Per il resto, la stessa casa produttrice cercò di tranquillizzare gli spettatori affermando che l'adattamento intendeva focalizzarsi sugli elementi "mistici e psicologici" del racconto, anziché su quelli più prettamente orrorifici, eliminando cioè ogni possibile "situazione repulsiva", cosa che non evitò alcune critiche per l'eccessiva cupezza.

4 agosto 2022

Rescued from an eagle's nest (J. S. Dawley, 1908)

Rescued from an eagle's nest
di J. Searle Dawley – USA 1908
con Miss Earle, D.W. Griffith
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Visto su YouTube.

Mentre il padre tagliaboschi è al lavoro e la madre è in casa, un bambino piccolo viene rapito da un'aquila, che lo porta nel suo rifugio fra le montagne. Avvisato dalla madre, il padre si cala con una corda lungo la parete di roccia fino al nido dell'uccello, lo affronta in combattimento (!) e lo uccide, salvando il figlio. Girato negli studi Edison di New York (alternando fondali dipinti, come la capanna fra le montagne e lo spuntone di roccia, con scene in esterni, quelle del bosco in cui i taglialegna abbattono gli alberi), questo corto è degno di nota soprattutto per due elementi: l'aquila meccanica, interessante "effetto speciale artigianale", e la presenza, nei panni del protagonista, di David Wark Griffith, all'esordio come attore cinematografico, sei mesi prima di passare alla regia e di diventare uno degli innovatori più importanti dei primi decenni della settima arte. Griffith, aspirante autore teatrale, venne scritturato quasi per caso, dopo essersi presentato da Edison come sceneggiatore. Il soggetto del film non è particolarmente originale: i rapimenti di bambini erano una costante nel cinema degli esordi (si pensi al britannico "Rescued by Rover"), e lo stesso esordio come regista di Griffith, "The adventures of Dollie", avrà una trama simile. J. Searle Dawley dirige sotto la supervisione di Edwin S. Porter, all'epoca capo di produzione degli studi Edison, talvolta accreditato anche come direttore della fotografia o addirittura come co-regista.

13 maggio 2022

Quo vadis? (Enrico Guazzoni, 1913)

Quo vadis?
di Enrico Guazzoni – Italia 1913
con Amleto Novelli, Lea Giunchi
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Visto su YouTube.

Nella Roma imperiale, il patrizio Vinicio (Amleto Novelli) si innamora della giovane cristiana Ligia (Lea Giunchi) e chiede all'amico Petronio (Gustavo Serena) di intercedere presso l'imperatore Nerone (Carlo Cattaneo) affinché gli consenta di sposarla. Ma Nerone, che in preda alla follia ha dato fuoco a Roma, su suggerimento del perfido Chilo (Augusto Mastripietri) accusa i cristiani del rogo e li spedisce nell'arena in pasto ai leoni. Ligia viene salvata da Ursus (Bruto Castellani), il suo fedele servitore, Vinicio si converte al cristianesimo (nel film compaiono anche San Pietro e San Paolo, nonché, nel finale, lo stesso Gesù, che pronuncia la frase del titolo), la popolazione di Roma si ribella e Nerone troverà la morte in esilio. Dall'omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz, un filmone di due ore che – dopo le prove generali degli anni precedenti ("La caduta di Troia", "L'inferno", "L'odissea") – rappresenta il primo, vero, grande kolossal del cinema italiano (in attesa del "Cabiria" dell'anno successivo) o forse del cinema in generale. Riscosse un enorme successo anche all'estero (associando per un lungo periodo, agli occhi del pubblico internazionale, il cinema italiano alle produzioni storico-epiche in costume) ed è tuttora affascinante nella sua arcaicità: nonostante i limiti del linguaggio (a tratti ancora più simile a quello del teatro che non del cinema: non c'è vero montaggio o movimento di camera, e ogni scena è introdotta da un cartello che spiega allo spettatore cosa sta per accadere), limiti che si ripercuotono inevitabilmente sul ritmo narrativo (gli eventi si succedono rapidamente e senza soluzione di continuità, spesso anche con un rapporto di causa ed effetto debole o confuso) e sulla caratterizzazione dei numerosissimi personaggi (molti dei quali introdotti all'improvviso, senza presentazione e con motivazioni poco chiare), l'ambizione produttiva è evidente: le scenografie sono ricche, realistiche e tridimensionali (non più fondali dipinti), il numero di comparse è elevato (si dice cinquemila!), i costumi e l'iconografia in generale è assai curata, e alcune scene sono decisamente spettacolari (in particolare quelle di Roma che brucia e quelle ambientate nell'arena, con la corsa delle bighe, gli scontri fra i gladiatori e le belve feroci). D'altronde il film richiese due mesi di riprese, ebbe un alto costo per l'epoca, e la sua lunga durata contribuì a codificare il formato del lungometraggio che nel corso degli anni seguenti diventerà lo standard nell'industria del cinema, soppiantando le pellicole in uno o due rulli. Ursus, per molti versi, è un antesignano di Maciste. Il romanzo di Sienkiewicz era già stato portato sullo schermo nel 1901 (da Lucien Nonguet e Ferdinand Zecca, in una versione di soli 3 minuti, forse andata perduta), e lo sarà di nuovo nel 1924 (da Gabriellino D'Annunzio – figlio di Gabriele – e Georg Jacoby, con Emil Jannings nel ruolo di Nerone e Castellani che riprende quello di Ursus), nel 1951 (da Mervyn LeRoy, con Peter Ustinov e Deborah Kerr, la versione hollywoodiana più famosa) e nel 2001 (da Jerzy Kawalerowicz, una produzione polacca più fedele al libro originale).

18 aprile 2022

Sogni di una notte (Mikio Naruse, 1933)

Every-night dreams (Yogoto no yume)
di Mikio Naruse – Giappone 1933
con Sumiko Kurishima, Tatsuo Saito
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Per poter mantenere il figlio Fumio (Teruko Kojima), che è costretta a crescere da sola dopo essere stata abbandonata dal marito, Omitsu (Sumiko Kurishima) lavora come cameriera e intrattenitrice in una bettola frequentata soprattutto da marinai. Quando il marito Mizuhara (Tatsuo Saito) torna a casa dopo tre anni, la donna accetta di riaccoglierlo, nella speranza di ricominciare una nuova vita. L'uomo, però, fatica a trovare lavoro, essendo debole e gracile: e pur di procurarsi il denaro che possa permettere alla moglie di abbandonare un mestiere fonte di umiliazioni e attenzioni non gradite, decide di dedicarsi al crimine... Ambientato in un Giappone in preda alla povertà e alla depressione, questo intenso melodramma (neo)realista è forse fra i film più importanti del periodo muto di Naruse (periodo del quale, peraltro, sono sopravvissuti pochi titoli, solo cinque su 24). Il finale tragico e commovente, in particolare, con la madre che implora il figlio di crescere "forte" per non fare la fine del padre, è ancora oggi di grande impatto, così come la descrizione delle difficoltà della famiglia di mantenere l'onestà e la dignità di fronte alle avversità economiche e sociali. Stilisticamente, la regia di Naruse è già elegante, e fa uso di zoom, movimenti di macchina e un montaggio rapido (in particolare nella sequenza della rapina), mentre i personaggi sono ben descritti e si fondono con l'ambiente circostante. Takeshi Sakamoto è il "Capitano", l'avventore del bar che mette i suoi occhi su Omitsu. Jun Arai e Mitsuko Yoshikawa sono i vicini di casa.

30 marzo 2022

Un chien andalou (Luis Buñuel, 1929)

Un cane andaluso (Un chien andalou)
di Luis Buñuel – Francia 1929
con Pierre Batcheff, Simone Mareuil
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Rivisto su YouTube.

Il film surrealista più celebre della storia del cinema, concepito da Luis Buñuel (alla sua prima esperienza cinematografica, dopo aver lavorato per un breve periodo come assistente di Jean Epstein) insieme all'amico Salvador Dalì, con cui firma la "sceneggiatura", è un cortometraggio di una ventina di minuti che ancora oggi, come quando uscì, non lascia indifferenti. E, soprattutto, fa pensare a cosa avrebbe potuto essere il cinema se fosse diventato (o rimasto, almeno in parte) un'arte più astratta, come la pittura o la poesia, e non avesse scelto quasi universalmente la via narrativa (e "realistica"). «Nessuna tra le arti tradizionali manifesta una sproporzione così grande tra le possibilità che offre e le proprie realizzazioni», ha detto lo stesso regista spagnolo, lamentando questa occasione perduta: forse però era già troppo tardi, visto che questa strada era stata intrapresa, probabilmente definitivamente, alla fine del primo decennio del ventesimo secolo, quando le prime grandi case di produzione (inizialmente francesi, poi soprattutto americane) tolsero lo spazio alle sperimentazioni individuali e artistiche dei pionieri degli esordi. In ogni caso, anche se ciò che "Un cane andaluso" ci mostra può apparirci onirico, stravagante, come un sogno (e molte delle immagini sono state suggerite a suggerite a Buñuel e Dalì proprio dai loro sogni: non sono mancate, di conseguenza, le interpretazioni psicanalitiche, soprattutto in chiave freudiana), in realtà il regista si è premurato di affermare in seguito che il film "non è la descrizione di un sogno". In effetti Buñuel ha sempre insistito sul lato ideologico e morale del surrealismo rispetto a quello puramente onirico («Nulla, nel film, simboleggia qualcosa. L'unico metodo di investigazione dei simboli può essere, forse, la psicanalisi»). Dopo tutto, «ciò che vi è di più meraviglioso nel fantastico – ha detto André Breton – è che il fantastico non esiste, tutto è reale». Lo dimostra l'attenzione che, sia nella sceneggiatura sia nella pellicola finale, è rivolta agli oggetti, ai luoghi, ai personaggi, alle situazioni, che ricorrono, si rispecchiano e danno l'impressione di essere stati studiati in modo ben preciso; che non si tratti cioè dell'accostamento random di elementi tanto per far numero, dove una cosa vale l'altra o potrebbe essere sostituita da qualsiasi altra, come invece capita, ed è capitato, anche in tempi recenti, nel cinema post-moderno (che infatti, una volta che si acquisisce la consapevolezza di questa sua natura, dà più fastidio che altro).

Il film racconta una storia d'amore. Nel prologo ("C'era una volta..."), un uomo (interpretato dallo stesso Buñuel), con un rasoio, taglia in orizzontale l'occhio di una ragazza, seduta e impassibile, proprio mentre una nuvola fa lo stesso con la Luna nel cielo. Innumerevoli sono state le interpretazioni di questa celeberrima prima scena: a me piace pensare al regista che incide con la propria opera lo sguardo dello spettatore, o forse lo stesso schermo cinematografico, illuminato dalla luce del proiettore. "Otto anni più tardi" un giovane (un uomo vestito con un grembiule femminile) percorre a bordo di una bicicletta le strade vuote di una città. Una donna, dalla finestra del proprio appartamento, assiste alla sua caduta, lo soccorre e lo porta in casa propria. Dispone sul letto i suoi vestiti e la scatola che portava a tracolla. Da un buco sulla mano dell'uomo escono delle formiche (il "formicolio" dell'amore?). All'esterno, una folla si raduna attorno a una mano mozzata, in mezzo alla strada. La mano viene consegnata dalla polizia a una giovane donna efebica (Fano Messan), che si perde in estasi ed è poi travolta da una macchina. Nell'appartamento scoppia la passione, o meglio il desiderio dell'uomo verso la donna. Questa si protegge dai suoi assalti brandendo una racchetta da tennis, appesa alla parete, come un crocifisso. E i sensi di colpa, ovviamente di ispirazione cristiana, si manifestano sotto forma di due corde con cui l'uomo trascina a fatica, dietro di sé, due preti (uno dei quali è interpretato da Dalì in persona), le tavole dei dieci comandamenti (!) e due pianoforti a coda (!) contenenti le carcasse di due asini in putrefazione (!). La donna si rifugia nella stanza da letto, dove la sua immaginazione "ricrea" il giovane a partire dai vestiti che aveva appoggiato sul letto. "Verso le tre del mattino" l'uomo, o meglio la sua "metà cattiva", frutto di una scissione, punisce il giovane, come mettendolo in castigo (e il ritorno all'infanzia è sottolineato, oltre da un'altra didascalia, "Sedici anni prima", dalla presenza del banco di scuola, sporco e disordinato). I due libri scolastici si trasformano in rivoltelle, con cui il giovane uccide la sua metà adulta. Questi precipita fuori dalla finestra, è raccolto e portato via da alcuni passanti. La donna e il giovane possono "consumare" (Eros e Thanatos si fondono: una farfalla con un teschio sul dorso, la bocca dell'uomo che scompare, sostituita dai peli dell'ascella di lei), si ritrovano a camminare lungo la spiaggia, rinvengono la cassetta di legno ormai distrutta (e i vestiti rovinati). Infine, "in primavera", i loro corpi sono semi-sepolti nella sabbia e divorati dagli insetti.

Girata in soli dieci giorni nel marzo del 1928, grazie a un finanziamento della madre del regista (e quando il denaro terminò, Don Luis dovette completare il montaggio personalmente nella propria cucina, senza poter ricorrere a una moviola o ad altre apparecchiature), la pellicola venne accolta con notevole successo a Parigi, dove Buñuel e Dalì si erano trasferiti nel 1925, unendosi al gruppo dei surrealisti di Breton. Fra gli spettatori illustri presenti alla "prima" c'erano, fra gli altri, Jean Cocteau, Pablo Picasso e Le Corbusier. Ma il film fu amato anche da quel pubblico "borghese" che il regista voleva invece provocare, traumatizzare e sconvolgere, al punto da fargli dichiarare, deluso di questo successo: «Cosa posso fare per le persone che adorano tutto ciò che è nuovo, anche quando va contro le loro convinzioni più profonde, o per la stampa insincera e corrotta e il gregge insensato che ha visto la bellezza o la poesia in qualcosa che in fondo non era altro che una disperata e appassionata richiesta di omicidio?». Fra gli entusiasti ci furono i visconti Charles e Marie-Laure de Noailles, che si offrirono di finanziare il lavoro successivo di Buñuel e Dalì, "L'age d'or" (che inizialmente avrebbe dovuto essere proprio un seguito di "Un chien andalou"). Non mancarono tuttavia spettatori indignati (anche per la fama del regista quale ateo e anticlericale) e richieste di censura o di divieto della pellicola. Inizialmente il film – che è muto – veniva proiettato accompagnato da musiche suonate dal vivo o con un grammofono. Soltanto nel 1960 Buñuel vi aggiungerà l'attuale colonna sonora, che comprende soprattutto brani del Liebestod dal "Tristano e Isotta" di Wagner, ma anche due tanghi argentini. Il titolo (traduzione in francese di "Un perro andaluz", una raccolta di scritti di Buñuel pubblicata nel 1927) può essere autobiografico: il "cane" sarebbe lo stesso regista. Fra gli aneddoti: l'occhio tagliato nel prologo è quello di un vitello (e non di una capra, come a lungo si è creduto: non che faccia qualche differenza). Nella pellicola ci sono riferimenti ai quadri di Vermeer, alle opere di Federico García Lorca (amico di Buñuel e Dalì, sin dai tempi in cui vivevano in Spagna) e a quelle di altri scrittori dell'epoca (si dice che le carcasse degli asini nei pianoforti rappresentino uno sberleffo verso "Platero e io" di Juan Ramón Jiménez). Vera pietra miliare del cinema (o almeno, di un certo tipo di cinema), il film è sempre entrato indelebilmente nelle menti, le memorie e le coscienze di cineasti e spettatori, influenzando, fra gli altri, molti registi di video musicali, per via del suo flusso di associazioni visive e tematiche.

17 gennaio 2022

Apart from you (Mikio Naruse, 1933)

Apart from you (Kimi to wakarete)
di Mikio Naruse – Giappone 1933
con Sumiko Mizukubo, Akio Isono
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'anziana geisha Kikue (Mitsuko Yoshikawa) fa questo lavoro per mantenere il figlio Yoshio (Akio Isono) e permettergli di studiare. Disapprovando il mestiere della madre, di cui si vergogna, Yoshio smette di andare a scuola e si unisce a una banda di balordi. Assistendo però agli sforzi di Terugiku (Sumiko Mizukubo), giovane collega di Kikue cui è legato da un legame di affetto e che a sua volta fa la geisha per mantenere la famiglia e per proteggere la sorella minore dallo stesso destino, Yoshio comprenderà infine il valore del sacrificio della madre. Soggetto "mizoguchiano" ma con lieto fine, per un melodramma per certi versi retorico e convenzionale (la trama ricorda molte pellicole giapponesi dell'epoca) ma con una notevole caratterizzazione dei personaggi e con una forte intensità emotiva (si pensi al confronto fra Terugiku e la sua famiglia, quando accusa i genitori per la propria sorte). E stilisticamente sono da apprezzare i movimenti di macchina (come gli zoom e i primi piani: a volte gli attori sembrano quasi guardare direttamente in faccia gli spettatori) e il montaggio, specie nella parte finale. Pur trattandosi di un muto, la pellicola presenta a tutti gli effetti il linguaggio moderno del cinema sonoro. Anche il realismo e il pragmatismo nel descrivere il mondo delle geishe, lontano da ogni romanticismo forzato, non sono banali. Tomio "Tokkan Kozo" Aoki, nel consueto ruolo del monello combinaguai, è il fratellino di Terugiku.

3 gennaio 2022

Lo schiavo di Cartagine (Luigi Maggi, 1910)

Lo schiavo di Cartagine
di Luigi Maggi [e Arturo Ambrosio, Roberto Omegna] – Italia 1910
con Alberto Capozzi, Mary Cleo Tarlarini
*1/2

Visto su YouTube.

Cartagine è sotto assedio, e i sacerdoti chiedono al generale Asdrubale il sacrificio di una vergine per placare la collera degli dèi. La scelta ricade su una giovane schiava, punita dal proprio padrone per aver rifiutato il suo amore. Ma sarà salvata dal suo promesso sposo, un pastore, che la sottrae appena in tempo al suo crudele destino: insieme i due riusciranno a fuggire dalla città. Sulla falsariga de "Gli ultimi giorni di Pompei", il film che due anni prima aveva fatto la fortuna della casa di produzione torinese Ambrosio Film, un'altra pellicola romantica a sfondo epico, sia pure molto meno interessante della precedente. Set e costumi sono di impostazione teatrale, e mancano elementi cinematografici degni di nota, compresi effetti speciali di alcun genere. Da segnalare giusto alcune inquadrature che giocano con la profondità, la luce e la penombra, mostrando l'esterno da un interno buio (la stanza in cui è rinchiusa la schiava, l'ingresso dei sacerdoti nella reggia, le belve feroci liberate durante la fuga), nonché la scena finale dei due amanti sulla barca che, se non proprio un primo piano, è quantomeno un piano medio che consente di apprezzare nel dettaglio l'espressione dei volti. La sceneggiatura è di Arrigo Frusta, la (bella) fotografia di Giovanni Vitrotti. La scena del sacrificio davanti alla statua di Baal-Moloch, pur modesta, sembra quasi anticipare "Cabiria". Un titolo più appropriato sarebbe stato "La schiava di Cartagine".

Il diavolo zoppo (Luigi Maggi, 1909)

Il diavolo zoppo
di Luigi Maggi – Italia 1909
con Ernesto Vaser, Gigetta Morano
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Per sfuggire alle mire di Tomasa (Gigetta Morano), che intende sposarlo con l'inganno, il giovane Leandro (Ernesto Vaser) si rifugia nella casa di un alchimista. Qui trova Asmodeo (Ercole Vaser), il diavolo zoppo, tenuto prigioniero in una bottiglia, e lo libera. Riconoscente, il diavolo lo aiuterà prima a vendicarsi di Tomasa e poi a salvare la principessa Serafina e a conquistarne l'amore. Da un romanzo di inizio Settecento del francese Alain-René Lesage, ambientato a Madrid, una fiaba che fa uso di effetti speciali (come il "volo" di Leandro e Asmodeo sopra i tetti della città) e trucchi ottici. Prodotto dalla Ambrosio Film (per la quale Maggi aveva realizzato, l'anno prima, la pellicola di grande successo "Gli ultimi giorni di Pompei"), il film mescola con disinvoltura scene girate in studio e location in esterni, ha un buon ritmo narrativo e una discreta varietà di situazioni e ambientazioni. Da segnalare anche le sequenze che Leandro osserva attraverso la lente magica.

7 dicembre 2021

L'Odissea (De Liguoro, Bertolini, Padovan, 1911)

L'Odissea
di Giuseppe De Liguoro, Francesco Bertolini, Adolfo Padovan – Italia 1911
con Giuseppe De Liguoro, Eugenia Tettoni
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Lo stesso anno in cui aveva realizzato "L'inferno" (il film tratto dalla "Divina commedia" di Dante che è considerato il primo lungometraggio di produzione italiana), il trio Bertolini-Liguoro-Padovan firma anche questo adattamento dell'Odissea di Omero, che venne proiettato per la prima volta all'Esposizione internazionale di Torino in occasione del cinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia. La copia attualmente sopravvissuta manca di alcune scene, ma per il resto si può considerare completa, ed è divisa in tre sezioni. La prima, la più breve, è il prologo, che mostra la partenza di Ulisse (interpretato dal regista De Liguoro) per la guerra di Troia e i Proci che prendono possesso del palazzo in sua assenza. La seconda è dedicata alle varie avventure di Ulisse durante il viaggio di ritorno: in particolare l'incontro con Polifemo, le Sirene, i mostri Scilla e Cariddi, l'episodio dei buoi sacri a Giove, il soggiorno sull'isola di Calipso e quello con Nausicaa alla corte dei Feaci. Infine, l'ultima parte racconta il ritorno a Itaca, dove Ulisse viene trasformato in mendicante da Minerva per non farsi riconoscere, e la strage dei Proci. Se la recitazione enfatica e il linguaggio cinematografico appaiono ancora arretrati (la narrazione è estremamente lineare, così come il montaggio, con ogni sequenza introdotta da una semplice didascalia), è però da sottolineare la grande cura nella messa in scena: i costumi, i set elaborati e le scenografie sontuose (vedi la reggia di Alcinoo) mostrano una certa ambizione e preparano il campo per i "kolossal" italiani che seguiranno negli anni immediatamente successivi ("Quo vadis" e soprattutto "Cabiria"). Buoni anche gli occasionali effetti speciali (in particolare il gigantesco Polifemo). Nel complesso è un adattamento competente e fedele (e didascalico), che non tradisce il materiale di partenza.