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10 febbraio 2022

2002: la seconda odissea (D. Trumbull, 1972)

2002: la seconda odissea (Silent running)
di Douglas Trumbull – USA 1972
con Bruce Dern, Cliff Potts
**1/2

Rivisto in divx, per ricordare Douglas Trumbull.

L'ultimo tentativo di preservare le foreste e la vegetazione terrestre, ormai estinte e impossibilitate a crescere su un pianeta dove la natura è stata sacrificata al progresso e all'urbanizzazione, è quello di provare a coltivarle nello spazio, in enormi serre e cupole geodetiche in orbita attorno a Saturno. Ma quando il progetto viene definitivamente interrotto, il "giardiniere spaziale" Lowell (Bruce Dern) decide di salvare a ogni costo l'ultima cupola rimasta, lanciandola alla deriva oltre gli anelli di Saturno e dedicandosi alla coltivazione delle piante con l'aiuto soltanto di due droni per la manutenzione, robot bipedi che lui stesso ha riprogrammato e che, nel tentativo di umanizzarli, ha battezzato "Paperino" e "Paperina". Primo degli unici due film diretti da Douglas Trumbull, specialista degli effetti speciali e collaboratore fondamentale in tanti film di fantascienza: in particolare ha realizzato o supervisionato gli effetti visivi di pellicole come "2001: Odissea nello spazio", "Incontri ravvicinati del terzo tipo", "Blade Runner" e il primo film di "Star Trek". Forse proprio per la sua presenza, i distributori italiani dell'epoca decisero di spacciare questo film come un seguito di "2001", appioppandogli un titolo fuorviante ma apparentemente inequivocabile e persino modificando parte dei dialoghi con riferimenti al monolito nero e al computer HAL 9000 (per fortuna un ridoppiaggio successivo, nel 2002, ha rimesso le cose a posto). A parte l'ambientazione futuristica e la messa in scena della solitudine di un uomo nello spazio, in realtà, il film non ha quasi nient'altro in comune con il capolavoro di Kubrick. Non gli mancano comunque i pregi, a partire dallo sguardo pessimista su un futuro dove la conservazione delle risorse naturali non sembra importare più a nessuno, se non a un singolo individuo che per questo motivo si trova isolato dal resto dell'umanità, costretto a condividere il proprio compito soltanto con dei robot (oltre, naturalmente, con le piante e con piccoli animali). L'intera pellicola conta solo quattro interpreti, tre dei quali (Cliff Potts, Ron Rifkin e Jesse Vint, i compagni di Lowell a bordo dell'astronave) escono di scena dopo appena mezz'ora. Per il resto ci sono solo le voci provenienti dal comando della flotta, nonché i droni/robot semoventi (all'interno dei quali si muovevano degli attori amputati bilaterali). Alla sceneggiatura ha collaborato Michael Cimino. Colonna sonora di Peter Schickele, con due canzoni interpretate da Joan Baez. Nella versione originale, i nomi che il protagonista affibbia ai tre droni sono Dewey, Huey e Louie (ovvero Qui, Quo e Qua). Chi cercasse realmente un seguito di "2001" dovrà attendere il 1984, quando uscirà "2010: l'anno del contatto".

7 maggio 2021

Minari (Lee Isaac Chung, 2020)

Minari (id.)
di Lee Isaac Chung – USA 2020
con Steven Yeun, Han Ye-ri
*1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Una famiglia di immigrati coreani, negli anni ottanta, si trasferisce dalla California all'Arkansas per vivere in una casa mobile in mezzo alla campagna, dove il capofamiglia (Steven Yeun) spera di coltivare la terra, mentre lui e la moglie (Han Ye-ri) lavorano in un vicino allevamento di polli al "sessaggio" dei pulcini. Ma le difficoltà non mancano, dalla mancanza di acqua per irrigare i campi ai problemi di salute del figlio più piccolo (Alan Kim), malato di cuore, così come i disaccordi e le differenze di vedute fra i due coniugi. Che non si acquietano nemmeno quando dalla Corea giunge la madre di lei, eccentrica nonnina (Yoon Yeo-jeong) incaricata di accudire i bambini. Ma alla fine le cose si sistemeranno quasi da sole. Semi-autobiografico (il regista è nato negli Stati Uniti da genitori coreani ed è cresciuto in una fattoria), un film acclamato dalla critica (ha vinto numerosi premi ed è stato nominato a sei Oscar, conquistando con Yoon la statuetta per la miglior attrice non protagonista) e che in America è piaciuto per via della rinnovata attenzione verso le radici della loro multiculturalità, che però io ho trovato esile, noioso e semplicemente poco interessante, tanto nella storia quanto nei personaggi. Gli eventi accadono quasi random, le svolte sono telefonate, le risoluzioni non hanno peso. La cosa peggiore è la poca naturalezza di fondo: più che coreani, i personaggi sembrano americani in tutto e per tutto: per come recitano, per come parlano, per i valori che propugnano. Non a caso i dialoghi (assai didascalici, peraltro) sono stati scritti in inglese dal regista, e tradotti in coreano (da un'altra persona) soltanto in seguito. Il doppiaggio italiano appiattisce il tutto traducendo sia il coreano che l'inglese nella nostra lingua ed eliminando così l'unico elemento di interesse, quello multiculturale appunto. Anche il sessaggio dei pulcini poteva rappresentare un'ardita metafora (gli elementi "improduttivi" vengono scartati), ma poi non c'è legame con le vicende dei protagonisti o con l'ambiente circostante. Fotografia molto (troppo) desaturata, come a voler ammantare di un'aura remota e nostalgica quelli che sono ricordi dell'infanzia. Ma che siamo negli anni ottanta lo si capisce solo da una frasetta che fa riferimento a Reagan, a metà film. Il "minari" che dà il titolo alla pellicola è una sorta di prezzemolo orientale.

30 agosto 2020

Manon delle sorgenti (Claude Berri, 1986)

Manon delle sorgenti (Manon des sources)
di Claude Berri – Francia/Italia 1986
con Emmanuelle Béart, Yves Montand, Daniel Auteuil
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Seconda parte del dittico iniziato con "Jean de Florette" e tratto dai romanzi di Marcel Pagnol (nonché dal suo film, omonimo di questo, del 1952). È trascorsa una decina d'anni, durante i quali Ugolin Soubeyran (Auteuil) ha coltivato garofani nella tenuta acquistata dalla vedova di Jean, sfruttando la ricca sorgente d'acqua che era nascosta al suo interno. Suo zio, il vecchio patriarca "Papet" (Montand), giunto in tarda età senza eredi, vorrebbe che il nipote si sposasse per garantire la sopravvivenza della famiglia. E in effetti Ugolin si innamora di... Manon (una giovanissima e luminosa Béart), la figlia di Jean, che vive quasi allo stato selvatico fra le colline, nei pressi della fattoria che era appartenuta al padre, portando al pascolo un gregge di capre e cacciando lepri e uccellini. La ragazza sospetta dell'inganno che Ugolin e lo zio ordirono dieci anni prima, e viene ora a sapere che anche gli altri abitanti del villaggio erano a conoscenza della sorgente. Decide allora di vendicarsi, bloccando in una grotta l'afflusso che alimenta tutte le fontane della regione. Di fronte all'improvvisa mancanza d'acqua, gli abitanti del paese vanno in crisi. E quando nemmeno un ingegnere statale riesce a risolvere il problema, si rivolgono alla religione... Oltre a fungere da sequel a "Jean de Florette" (portando a compimento le traiettorie di tutti i personaggi, a partire da una Manon protagonista di una vendetta che, nel suo piccolo, ricorda quella di celebri figure della letteratura francese vittime di ingiustizie altrui, da "Il Conte di Montecristo" in poi), il film ne eleva i temi a proporzioni “mitologiche” e universali: è una vera e propria tragedia greca, con tanto di punizione che il destino riserva a coloro che si sono macchiati di colpe (il riferimento esplicito a Tebe, nella predica del parroco, richiama il mito di Edipo): quanto mai azzeccato, dunque, il tema musicale da "La forza del destino" di Verdi. Altri aspetti mitologici sono legati all'ambientazione agreste e alla stessa Manon, pastorella in simbiosi con la natura (come in fondo sognava di fare il padre) e "ninfa" che fa il bagno nuda nelle acque delle colline. Colpisce anche l'approfondimento di tutti i personaggi, persino i "cattivi" (Ugolin e Papet), che sono quasi i veri protagonisti e a cui non mancano tratti umani ed empatici. Entrambe le pellicole hanno ricevuto un grande consenso da parte della critica (con premi, in particolare, per Auteuil e Béart) e del pubblico.

Jean de Florette (Claude Berri, 1986)

Jean de Florette (id.)
di Claude Berri – Francia/Italia 1986
con Gérard Depardieu, Daniel Auteuil, Yves Montand
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Prima parte di un dittico di pellicole che comprende anche "Manon delle sorgenti": girati di seguito e ambientati a dieci anni di distanza l'uno dall'altro, i due film raccontano in realtà un'unica storia, nelle sue premesse (in questo film) e nelle sue conseguenze (il successivo). Nella Provenza di inizio Novecento, il gobbo Jean Cadoret (Depardieu), contabile di città, eredita dallo zio una fattoria sulle colline, composta da una casa e da un ampio terreno, e vi si trasferisce con la famiglia – la moglie Aimée e la figlioletta Manon – con l'intenzione di vivere in modo naturale, allevando conigli e coltivando zucche. I suoi metodi "scientifici" sono visti con scetticismo dagli agricoltori locali, ma la difficoltà principale è data dalla mancanza di acqua, condizione peggiorata da un'estate particolarmente arida. Nella tenuta si trova in realtà una ricca sorgente, ma Jean lo ignora, anche perché è stata tappata dai suoi vicini Ugolin (Auteuil) e César "Papet" Soubeyran (Montand), ai quali fa gola il terreno e che sperano di constringerlo a venderlo a poco prezzo... Il valore della terra ma soprattutto dell'acqua come bene più prezioso dell'oro, le fatiche della vita rurale e contadina, le piccole e grandi meschinerie dell'animo umano, la chiusura delle comunità verso chi viene dall'esterno, la crudeltà della natura che si rispecchia nell'avidità dell'uomo sono i temi (peraltro svolti in maniera mai pesante) di un film dall'ambientazione quasi "mitica" e fuori dal tempo. Pur ambientato subito dopo la fine della Grande Guerra, infatti, la vicenda potrebbe svolgersi in ogni periodo e da qualsiasi parte del mondo. E il sequel, con le sue rivelazioni, amplificherà ancora di più la portata della tragedia che si svolge fra le spoglie colline di quest'angolo di terra. Ottime le interpretazioni di tre autentici mostri sacri del cinema francese, da un Montand a fine carriera nel ruolo del patriarca dei Soubeyran, famiglia un tempo ricca e numerosa e ridotta ora sulla via dell'estinzione, ai giovani Auteuil (imbruttito con un naso finto) e Dépardieu (la cui moglie è interpretata dalla sua reale consorte, Élisabeth), e bella e avvolgente la fotografia calda e luminosa di Bruno Nuytten che rende "magiche" le località e i paesaggi in cui si svolge la storia. Il dittico è tratto dal ciclo di romanzi "L'eau des collines" di Marcel Pagnol, primo regista eletto nell'Académie française, che a sua volta li scrisse dopo la delusione per i tagli imposti dai produttori al suo "Manon des sources", lungometraggio di quattro ore del 1952, al quale Berri rende dunque in qualche modo giustizia. A fare da filo conduttore musicale c'è il tema de "La forza del destino" di Giuseppe Verdi: per ora un semplice motivetto intonato da Jean con l'armonica e ripreso dalla figlia, ma in seguito un segno premonitore e impressionante dell'ineluttabilità dal dato.

13 maggio 2018

I giorni del cielo (Terrence Malick, 1978)

I giorni del cielo (Days of Heaven)
di Terrence Malick – USA 1978
con Richard Gere, Brooke Adams
***1/2

Visto in divx.

Nel 1916, dopo aver ucciso senza volerlo un sorvegliante nella fonderia dove lavorava, l'operaio Bill (Richard Gere) fugge da Chicago portando con sé la sorellina Linda (Linda Manz) e la fidanzata Abby (Brooke Adams), che fa passare per sua sorella maggiore. I tre giungono in Texas, dove vengono assunti come braccianti stagionali per la raccolta del grano. Il ricco e giovane proprietario dei terreni (Sam Shepard), che vive da solo e senza famiglia, si innamora di Abby e le chiede di sposarlo. Bill la spinge ad accettare, convinto che l'uomo, gravemente malato, abbia soltanto pochi mesi di vita... Col passare del tempo (il film si svolge nell'arco di un anno, da estate ad estate), però, non solo il padrone non muore ma comincia a sospettare che il rapporto fra fratello e sorella sia più stretto di quanto dovrebbe essere. La resa dei conti avverrà in contemporanea con la natura che si scatena (sotto forma di un'invasione di locuste). Il secondo film di Terrence Malick (anche sceneggiatore), girato cinque anni dopo "La rabbia giovane", ha diverse cose in comune con il precedente, a partire dall'atmosfera astratta e sospesa e dalla voce narrante di una quindicenne (lì Sissy Spacek, qui Linda Manz). E in effetti il punto di vista di una bambina aiuta a spiegare le debolezze nella caratterizzazione dei personaggi (soprattutto il giovane padrone), che appaiono quasi artificiali: le dinamiche dell'amore e della vita adulta sono ritratte attraverso gli occhi di una ragazzina che non le comprende appieno, oppure le semplifica o le schematizza. Certo, questo è il senno di poi, visto che la decisione di aggiungere la voce off fu presa all'ultimo momento, per risolvere problemi di montaggio. Ma dove il film brilla veramente è nell'aspetto visivo, grazie alla regia ariosa di Malick (che punta sui ritmi lenti) ma soprattutto alla splendida fotografia del truffautiano Néstor Almendros (e di Haskell Wexler, che subentrò a metà lavorazione), giustamente premiata con l'Oscar. La qualità pittorica delle immagini, che lo rende uno dei film "esteticamente" più belli di sempre, fa risaltare in maniera indelebile i paesaggi sullo schermo, le distese di campi di grano, i primi piani degli animali (compresi uccelli o insetti), i personaggi immersi nella natura. E la bellezza delle immagini non è fine a sé stessa, visto che riflette la confusione, l'indecisione o i tumulti nell'animo degli esseri umani (l'invasione delle locuste e il successivo incendio nei campi avvengono in contemporanea con l'esplosione delle tensioni e del conflitto fra i due uomini). L'appendice con la fuga in barca sul fiume e la caccia della polizia ricorda il primo lavoro di Malick. Anche se ambientato nel nord del Texas, il film è stato girato in Canada (per la precisione in Alberta). La lavorazione fu problematica, con Malick che sforò budget e tempi (anche per la volontà di girare quasi sempre durante le ore dell'alba o del tramonto), e il non eccelso risultato al botteghino (sommato al fatto che, negli anni a venire, le case di produzione smisero di dare carta bianca ai registi in seguito al flop de "I cancelli del cielo" di Cimino, curiosamente un film dal titolo simile a questo) contribuì a far sì che il regista non girasse un altro film per vent'anni, tornando dietro la macchina da presa soltanto nel 1998 con "La sottile linea rossa". Premio per la regia al Festival di Cannes. La colonna sonora di Ennio Morricone ingloba un tema de "Il carnevale degli animali" di Saint-Saëns. Robert J. Wilke è il caposquadra della fattoria.

16 ottobre 2015

Sopravvissuto - The martian (R. Scott, 2015)

Sopravvissuto - The martian (The Martian)
di Ridley Scott – USA 2015
con Matt Damon, Jessica Chastain
***

Visto al cinema Colosseo.

Abbandonato a malincuore su Marte dai suoi compagni, costretti a ripartire verso la Terra a causa di un'improvvisa tempesta che ha messo a repentaglio la missione, l'astronauta della NASA Mark Watney è creduto morto da tutti. Invece è incredibilmente sopravvissuto, anche se si ritrova da solo su un pianeta a 200 milioni di chilometri dalla Terra, senza possibilità di comunicare con nessuno e con problemi urgenti da risolvere: primo fra tutti, il cibo. Ridley Scott torna a sfornare un ottimo film dopo una decina di anni costellati da pellicole sempre più deludenti e noiose, adattando un romanzo di Andy Weir che si inserisce nel filone dei "naufragi spaziali", già frequentato di recente al cinema da pellicole come "Gravity" (con cui condivide la volontà del protagonista di sopravvivere a ogni costo), "Interstellar" (che vedeva lo stesso Matt Damon nel cast) e "Moon" (sul tema dell'uomo costretto a un lungo periodo da solo su un corpo celeste lontano). Qui, però, i toni sono meno claustrofobici e più avventurosi, a tratti addirittura divertenti, grazie a un personaggio pieno di risorse e che non perde mai la voglia di scherzare. Pur trovandosi in una situazione apparentemente senza via d'uscita, Watney – che è un botanico – riuscirà a trovare il modo di coltivare patate (concimandole con i suoi escrementi), di comunicare con la NASA (riesumando il rover di una precedente missione), di spostarsi sul pianeta rosso e infine di farsi salvare dai suoi compagni, tornati indietro per prelevarlo. La vicenda è raccontata in parallelo: alla permanenza di Mark su Marte si accostano le riunioni e i tentativi, da parte degli scienziati sulla Terra, di trovare un modo di soccorrerlo. Da notare la collaborazione dei cinesi: nell'esplorazione spaziale, si auspica, le divisioni politiche possono essere messe da parte. La narrazione è avvincente (senza zavorre pretenziose, intellettuali o metafisiche) e gran parte degli aspetti tecnici e scientifici sono ben curati grazie alla collaborazione della NASA, anche se non mancano momenti assurdi o implausibili come tutta la manovra di salvataggio nel finale. Diverse le strizzatine d'occhio alla cultura nerd: la riunione segreta dei vertici della NASA è paragonata al Consiglio di Elrond del "Signore degli Anelli" (e il fatto che nel cast ci sia anche Sean Bean, che nei film di Peter Jackson era presente a quel Consiglio nei panni di Boromir, rafforza la citazione), mentre le evoluzioni di Mark con la tuta spaziale lo portano a paragonarsi ad Iron Man. Ottima l'interpretazione di Damon, che da un certo punto in poi appare notevolmente dimagrito. Nel cast anche Jeff Daniels, Chiwetel Ejiofor, Michael Peña e Kate Mara. Il film nasce da un progetto dello sceneggiatore Drew Goddard, che avrebbe dovuto anche dirigerlo, ma la produzione ha dato il via libera solo dopo che sono saliti a bordo nomi noti come Scott e Damon. Se Kubrick aveva fatto risuonare nello spazio i valzer di Strauss e altri brani classici, Scott ci propone una divertente colonna sonora a base di canzoni pop e disco anni '70 e '80, con l'inevitabile "I will survive" sui titoli di coda.

17 giugno 2015

Un mondo fragile (C. A. Acevedo, 2015)

Un mondo fragile (La tierra y la sombra)
di César Augusto Acevedo – Colombia 2015
con Haimer Leal, Hilda Ruiz
***

Visto al cinema Ducale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo essere fuggito anni prima, l'anziano Alfonso fa ritorno a casa quando viene a sapere che il figlio Gerardo è gravemente malato ai polmoni. La famiglia (composta dalla moglie di Gerardo, Alicia; dal loro figlioletto Manuel; e dalla nonna Esperanza, che nutre ancora rancore verso Alfonso per averla abbandonata) vive in mezzo agli sterminati campi di canne da zucchero che danno loro sostentamento come lavoranti: e proprio i frequenti incendi appiccati ai campi (per bruciare le foglie delle canne, dopo che queste sono state tagliate), che producono una grande quantità di cenere, sono la fonte della malattia di Gerardo. La pellicola, asciutta e realista, indaga con acutezza e intensità non solo i rapporti fra i vari membri della famiglia, costantemente preoccupati per le condizioni di Gerardo, ma anche la vita dura e difficile che conducono i lavoratori nei campi, soggetti a turni massacranti e pagati pochissimo da caporali sempre pronti ad approfittarsi di loro (tanto che, a un certo punto, i lavoranti minacciano uno sciopero). Tutto attorno, radure e sentieri circondati da file e file di canne da zucchero, la cenere che piomba da un cielo plumbeo, l'oscurità in cui è immerso Gerardo (che, per le sue condizioni di salute, è costretto a restare chiuso in casa con tutte le finestre e le persiane sbarrate) danno l'impressione di trovarsi in un limbo da cui la fuga è l'unica via di uscita (e infatti Alicia vorrebbe trasferirsi da qualche altra parte con tutta la famiglia, ma la nonna è troppo legata alla casa in cui ha sempre vissuto per abbandonarla: e chissà che proprio una dicotomia di questo tipo non abbia portato Alonso, a suo tempo, ad abbandonare quella terra verso cui sente comunque un forte legame). Proprio l'ambientazione che circonda i personaggi eleva di tono la narrazione, fungendo da sfondo perfetto per le loro dinamiche famigliari. La sofferenza, la dignità, la memoria, la speranza in un futuro diverso e la tragica accettazione dei fatti si fondono così con messaggi di natura politica e sociale, senza che uno degli aspetti soffochi l'altro: un miracoloso equilibrio che sembra il punto di forza del regista, ventottenne e all'esordio.

5 maggio 2009

Non rimpiango la mia giovinezza (A. Kurosawa, 1946)

Non rimpiango la mia giovinezza (Waga seishun ni kuinashi)
di Akira Kurosawa – Giappone 1946
con Setsuko Hara, Susumu Fujita
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il quinto film di Kurosawa è anche il primo che il regista giapponese ha potuto girare con una certa libertà creativa (sebbene alla censura dei nazionalisti nipponici si fosse sostituita quella degli occupanti americani), e affronta in chiave del tutto individualistica i contrasti del periodo storico-politico immediatamente precedente alla seconda guerra mondiale. La pellicola si apre infatti nel 1933, quando il governo militarista comincia a reprimere i diritti nelle università giapponesi, suscitando la protesta degli insegnanti e degli studenti più liberali. La frivola e superficiale Yukie, figlia di un professore di scienze politiche di Kyoto, è corteggiata da due studenti di suo padre, il socialista Noge e il conservatore Itokawa. Sposerà il primo che però, diventato nel frattempo un dissidente clandestino, verrà arrestato e morirà in prigione. Finalmente con un obiettivo da seguire, quello di vivere una vita "che non possa essere rimpianta", Yukie sceglie di rinunciare alle comodità borghesi e di trasferirsi dai suoceri, una coppia di anziani e poveri contadini emarginati ormai da tutto il loro villaggio, bollati come "la famiglia della spia" e considerati dunque traditori della patria. La forza di volontà della ragazza, che lavora nelle risaie giorno e notte e non si ferma nemmeno di fronte alla distruzione delle coltivazioni da parte degli altri contadini, riuscirà a restituire la dignità ai genitori di Noge e a riabilitare la figura e i valori morali del marito. Nonostante il soggetto "a tema", che in mano a un autore meno abile avrebbe potuto rappresentare una palla al piede, il film riesce a mantenersi fuori dai confini dell'ideologia e ad affrontare la vicenda con spontaneità. Ha i suoi punti di forza nel sincero ritratto della protagonista (interpretata dall'ottima Setsuko Hara, in seguito "musa" di Ozu), una donna che acquisisce gradualmente una coscienza sociale ma che anziché convertirsi in una militante preferisce dedicarsi a un'esistenza semplice e degna di essere vissuta (un concetto, quello dell'automiglioramento, molto giapponese), e nel disinvolto linguaggio cinematografico di Kurosawa, che risalta soprattutto nella seconda parte, dove le potenti immagini che descrivono la dura vita nelle risaie contrastano notevolmente con lo stile più classico della prima. Interessante anche l'uso delle canzoni: i canti spensierati degli studenti sulla primavera lasciano il posto prima a quelli antifascisti e poi alle marce militari, per tornare "apolitici" e disimpegnati nel finale, dopo la fine della guerra.