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7 gennaio 2022

Jackie Brown (Quentin Tarantino, 1997)

Jackie Brown (id.)
di Quentin Tarantino – USA 1997
con Pam Grier, Samuel L. Jackson
***

Rivisto in TV (Netflix).

Ordell Robbie (Samuel L. Jackson), piccolo trafficante d'armi, fa uscire di prigione l'hostess Jackie Brown (Pam Grier), che sfrutta per trasferire all'estero il denaro da lui guadagnato, con l'intenzione di eliminarla come ha appena fatto con un altro complice, il sempliciotto Beaumont (Chris Tucker). Ma la donna, fiutata l'antifona, si allea con Max Cherry (Robert Forster), il prestanome che ha pagato la sua cauzione, per mettere lei stessa le mani sul bottino di Ordell. Il terzo lungometraggio di Quentin Tarantino è (almeno apparentemente) un film "minore" rispetto ai due capolavori che l'hanno preceduto (ovvero "Le iene" e "Pulp fiction"), anche se ha diverse cose in comune con quelli, a partire ovviamente dallo stile (i dialoghi sono il punto di forza, ma non mancano piani sequenza, split screen e altri virtuosismi di regia), dal cast corale e da una narrazione in parte decostruita (vedi la scena nel negozio di abbigliamento dove avviene lo scambio di denaro, mostrata più volte dal punto di vista dei diversi personaggi). La trama è tratta da un romanzo di Elmore Leonard, "Punch al rum" (il che ne fa l'unico film di Tarantino basato dichiaratamente su un soggetto non originale), di cui cambia però l'ambientazione (da Miami a Los Angeles) e alcuni dettagli, e l'intera operazione diventa così un omaggio alla blaxploitation, il genere cinematografico degli anni settanta di cui proprio Pam Grier era stata una delle protagoniste (con film come "Coffy" e "Foxy Brown", quest'ultimo citato persino attraverso il medesimo font nel titolo). Alla Grier, tornata così alla ribalta, Quentin affianca come suo solito un nutrito cast di stelle: Robert De Niro (Louis Gara, il complice di Ordell), Bridget Fonda (Melanie, una delle ragazze del gangster), Michael Keaton e Michael Bowen (i due poliziotti). Ogni personaggio o gruppo di personaggi persegue i propri interessi, spesso in contrasto fra di loro, ma alla fine i "buoni" sono quelli interpretati dalla Grier e da Forster. Pur dilungandosi un po', il film risulta più che gradevole, anche perché realizzato quando l'estrema derivatività, il citazionismo e l'incartocciarsi su sé stesso del buon Quentin erano ancora più un pregio che un difetto. Fra le mille citazioni: l'incipit sul rullo trasportatore all'aeroporto ricorda quello de "Il laureato"; Jackson e De Niro parlano di cinema di Hong Kong (ma il doppiaggio italiano traduce maldestramente "The killer" di John Woo come "L'assassino"); e diverse scene (come la visuale dal portabagagli dell'auto) richiamano gli stessi lavori precedenti di Tarantino. La trasmissione televisiva "Chicks who love guns" non esiste in realtà, ed è stata ideata apposta per il film. Nella colonna sonora spiccano i brani dei Delfonics. Curiosità: l'anno seguente Michael Keaton interpreterà lo stesso personaggio (l'agente Ray Nicolette) in un altro film tratto da un romanzo di Leonard, "Out of sight". Anche Ordell e Louis torneranno in un'altra pellicola, prequel di questa, "Scambio a sorpresa" del 2013.

7 luglio 2020

C'era una volta in America (Sergio Leone, 1984)

C'era una volta in America (Once upon a time in America)
di Sergio Leone – Italia/USA 1984
con Robert De Niro, James Woods
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina, per ricordare Ennio Morricone.

L'ultimo film di Sergio Leone, prodotto dopo una gestazione di oltre dieci anni e realizzato insieme ai suoi collaboratori più fidati (il direttore della fotografia Tonino Delli Colli, il montatore Nino Baragli e naturalmente il compositore Ennio Morricone, che firma qui una delle sue colonne sonore più belle), è una lunga – quasi quattro ore – e sofisticata gangster story, il cui titolo "fiabesco" sembra voler riecheggiare l'altro suo capolavoro "C'era una volta il west". Per la prima e unica volta, se non contiamo i peplum degli esordi, il regista romano si allontana dal territorio che ha frequentato con successo per tutta la sua carriera, ovvero il western: ma non dall'epica americana, di cui racconta a ben vedere un'altra sfaccettatura, affidandosi al secondo genere per eccellenza del cinema statunitense (il gangster movie, appunto) e realizzandone un titolo imprescindibile, che potremmo considerare il punto d'arrivo di un percorso che parte da "Nemico pubblico" e "Piccolo Cesare", passando per "Scarface" e "Il padrino". E anche in questo caso il titolo è programmatico: con esso Leone intende andare alle origini di un mondo vasto e legato all'immaginario culturale attraverso tanti film, romanzi e fumetti, ma soprattutto raccontare l'essenza dell'America, quegli Stati Uniti che sono una nazione giovane ("Questo è un paese in crescita, e certe malattie è meglio farle subito, da piccoli") e costruite sulla violenza, il tradimento e la sopraffazione. Il soggetto è ispirato al romanzo semiautobiografico "The Hoods" (1952) di Harry Grey, con una trama che Leone e i suoi sceneggiatori (Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli, Franco Ferrini) rendono complessa e articolata mediante l'incrocio di più piani temporali, con il continuo passaggio dal passato al presente attraverso una serie di flashback e flashforward. Si inizia in media res, nel 1933, alla fine del proibizionismo, quando il gangster David Aaronson detto "Noodles" (Robert De Niro) è costretto a fuggire da New York dopo la morte dei suoi tre soci, nonché più cari amici, "Max" Bercovicz (James Woods), "Patsy" Goldberg (James Hayden) e "Cockeye" Stein (William Forsythe). Tornerà nella Grande Mela soltanto trentacinque anni dopo, nel 1968 ("Che hai fatto in tutti questi anni?" - "Sono andato a letto presto", risponde, citando l'incipit de "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust), richiamato da una lettera anonima e da qualcuno che vuole assoldarlo per un ultimo misterioso lavoro...

Siamo a trenta minuti di film, e ancora non sappiamo nulla dei retroscena. Ma la storia fa ora un improvviso tuffo all'indietro, portandoci nei ruggenti anni Venti, quando un giovane Noodles cresceva in libertà e spensieratezza per le strade del quartiere ebraico del Lower East Side di Manhattan, con gli inseparabili amici Patsy, Cockeye e Dominic, guadagnandosi da vivere con furtarelli o piccoli "lavoretti" per il boss della zona, altercando con il poliziotto locale e spiando di nascosto la bella Deborah, aspirante ballerina e sorella dell'amico Fat Moe, il locale della cui famiglia funge da base e punto di aggregazione dell'intera comitiva. Quando Noodles e compagni stringono amicizia con il nuovo arrivato Max, le loro sorti iniziano a sollevarsi, cosa che non fa piacere a Bugsy (James Russo), il galoppino che prima di loro gestiva gli affari della malavita nel quartiere: a cadere vittima della sua vendetta sarà il più piccolo del gruppo, il simpatico monello Dominic, ancora soltanto un bambino. La sua morte rappresenta la fine improvvisa dell'infanzia, in tutti i sensi. Per vendicarlo, Noodles pugnalerà Bugsy e finirà in prigione, dalla quale uscirà solo all'inizio del decennio successivo, trovando i restanti tre amici ormai ben avviati nell'ambiente della malavita, visto che gestiscono di fatto il commercio illegale di alcolici nel quartiere dal locale di Fat Moe (Larry Rapp). Attraverso contatti con boss di maggior calibro, come l'italo-americano Frankie Monaldi (Joe Pesci), i quattro faranno ulteriore strada e acquisiranno sempre più potere, non disdegnando di interferire nelle dinamiche sociali e politiche della loro epoca, per esempio sostenendo (con la forza, naturalmente) le attività del sindacalista James O'Donnell (Treat Williams). E nel frattempo Noodles riallaccia i contatti con l'amata Deborah (Elizabeth McGovern), che però lo lascia per andare a Hollywood in cerca di fama. Intanto il sempre più ambizioso Max non intende fermarsi, nemmeno di fronte alla fine del proibizionismo: e nella speranza di salvargli la vita Noodles decide di denunciarlo alla polizia, causando senza volerlo la morte sua e degli altri due amici. O almeno questo è quanto ha creduto nei trentacinque anni successivi, vissuti nel rimorso, prima di scoprire che a essere tradito era stato proprio lui...

Il tema, come dicevamo, è quello dell'America che cresce come nazione (dopo che in "C'era una volta il west" si era celebrata la fine dell'età della frontiera). Ne è metafora non solo Max con la sua sfrenata ambizione, per la quale non esita a tradire gli amici, ma anche e soprattutto Noodles che, pur senza essere davvero cattivo, non può che agire sopraffacendo gli altri, rovinando le cose belle e prendendosi quello che vuole con la forza (emblematica la scena dello stupro ai danni di Deborah), proprio come l'America si è storicamente presa la terra e ha sfruttato la natura, per poi cercare di dimenticare le proprie colpe (magari attraverso l'oppio, di cui Noodles è un avido consumatore). Un'America che ha costruito il proprio potere e la propria fortuna sulla legge del più forte, sul tradimento, sulla corruzione, sulla connivenza fra malavita e politica. E che pure non può fare a meno di guardare a sé stessa nello specchio o a ripensare al proprio passato con una certa nostalgia, respirando nuovamente il fascino degli inizi, le botteghe di quartiere, i ragazzi e le ragazze che giocavano per le strade o amoreggiavano per le scale, i sogni di gloria e le piccole gioie della vita. Nella sua lunga esposizione, il film attraversa tutte queste fasi e accatasta situazioni e dialoghi indimenticabili, passando da momenti di poesia e di tenerezza ad altri in cui scoppia improvvisa la violenza (l'ultimo appuntamento fra Noodles e Deborah ne è un perfetto esempio). Lo fa anche grazie alla sua complessa struttura a incastro, che "ingarbuglia" la vicenda come in un gioco di scatole cinesi. E cinese è anche il teatro di ombre che ospita la fumeria d'oppio dove Noodles trova rifugio più volte, compresa la scena conclusiva del film, ambientata nel 1933. Non è chiaro se si svolga dopo lo stupro di Deborah, dopo la morte di Max o in un'altra occasione: ma il sorriso che De Niro rivolge agli spettatori nell'inquadratura ferma sui titoli di coda, immerso nella nebbia della dimenticanza e della confusione mentale, ha sempre affascinato critici e spettatori, spingendoli alle interpretazioni più azzardate, molte delle quali (come quella per cui tutto ciò che avviene in seguito non è altro che il frutto dell'immaginazione del personaggio) ben poco fondate.

La lavorazione del film fu assai lunga: le riprese durarono quasi un anno (dal giugno 1982 all'aprile 1983) e si svolsero per lo più a Brooklyn (in molte sequenze si può seguire la progressiva costruzione del ponte sullo sfondo: celebre per esempio quella della morte del piccolo Dominic), ma anche in New Jersey, in Florida, a Cinecittà e al Lido di Venezia. Fondamentale come sempre, nell'economia della pellicola, la musica di Morricone: meravigliosi in particolare il tema principale, lento, melodico e struggente; quello con il flauto di pan (suonato da Gheorghe Zamfir) legato ai ricordi d'infanzia dei protagonisti; e il tema di Deborah, che ricorre in più varianti, spesso diegetiche, sulle note del quale la bambina danza davanti a Noodles. Ottimi gli interpreti, che recitavano per la prima volta con Leone (naturalmente molti di loro, come De Niro o Pesci, non erano nuovi ai film di gangster!). Oltre a quelli già citati, sono da ricordare gli attori che interpretano i personaggi da ragazzi/bambini (per oltre un'ora di film!): Scott Tiler (Noodles), Rusty Jacobs (Max), Brian Bloom (Patsy), Adrian Curran (Cockeye), Noah Moazezi (Dominic), Mike Monetti (Fat Moe) e una Jennifer Connelly al suo esordio (Deborah). Nel cast anche Tuesday Weld (Carol, la donna di Max), Darlanne Fluegel (Eve), Danny Aiello (il poliziotto), Burt Young (Joe) e il produttore israeliano Arnon Milchan (l'autista di Noodles). Pur con un buon riscontro, la pellicola è stata rivalutata soprattutto negli anni successivi alla sua uscita: oggi è considerata uno dei capolavori del regista. Ironia della sorte, ebbe successo ovunque tranne che negli Stati Uniti, dove venne pesantemente tagliata dai produttori, che ne rimontarono anche le sequenze in ordine cronologico, alterandone così l'equilibrio ed eliminando gran parte del fascino e del mistero. In occasione dell'uscita in DVD del 2003, il film è stato completamente ridoppiato (cosa vergognosa, visto che il doppiaggio originale era stato curato dallo stesso Leone, come quelli di tutti i suoi film). Nel 2012, per fortuna, la pellicola è stata restaurata (con l'aggiunta di piccole scene inedite) e il doppiaggio originale è stato ripristinato. Leone morirà nel 1989 senza fare più altri film, anche se stava lavorato a un progetto sulla battaglia di Stalingrado. Il sorriso di De Niro nel freeze frame finale rappresenta dunque anche il commiato del grande regista dal cinema e da noi spettatori.

18 dicembre 2019

Quei bravi ragazzi (Martin Scorsese, 1990)

Quei bravi ragazzi (Goodfellas)
di Martin Scorsese – USA 1990
con Ray Liotta, Robert De Niro, Joe Pesci
***1/2

Rivisto in TV.

Cresciuto a Little Italy nel "mito" della malavita italo-americana, il gangster Henry (Ray Liotta) racconta la sua carriera criminale fra il 1955 e il 1980, dai primi lavoretti da adolescente per conto dei boss del quartiere – fra cui Paul Cicero (Paul Sorvino) – all'amicizia con lo spietato Jimmy (Robert De Niro) e l'imprevedibile Tommy (Joe Pesci), dal matrimonio con Karen (Lorraine Bracco) alla scelta di mettersi in proprio nel mercato della droga, fino all'arresto da parte della Narcotici e alla decisione di "vuotare il sacco", accusando i propri complici pur di salvarsi la vita. Tratto da un romanzo di Nicholas Pileggi ("Il delitto paga bene", ispirato alla vera storia di Henry Hill, gangster e poi collaboratore di giustizia), il film è uno dei capolavori di Scorsese, un tuffo a pieni polmoni nel colorato mondo della mafia italo-americana, raccontato con passione e ironia. Dopotutto il punto di vista, nonché la voce narrante, è quella di Henry, che esordisce con la frase "Che io mi ricordi ho sempre voluto fare il gangster" e prosegue esaltando a più riprese lo stile di vita di chi può prendersi (con la forza) tutto quello che desidera. Furti, omicidi e ricatti sono solo il contorno di una vita sopra le righe, con poche (ma severe) regole da seguire (il rispetto per i boss, per esempio) e tanti vantaggi, al prezzo però di guardarsi sempre le spalle, perché la propria condanna a morte potrebbe giungere quando meno la si aspetta, magari per mano di un amico (o meglio, di un "bravo ragazzo", come Henry definisce i mafiosi). Quella dei gangster è come una grande famiglia, dove tutti si conoscono e si frequentano (anche le mogli o le fidanzate), dove si vive da nababbi e si commettono crimini con estrema leggerezza, in un continuo stato di trance o di incoscienza (tanto "nessuno va in galera, se non ci vuole andare", spiega il protagonista). Attorno a Henry si muovono figure indimenticabili, rese tali dalla sceneggiatura e da una regia praticamente perfetta, certo, ma anche dagli interpreti. De Niro, per una volta figura periferica, dà vita con pochi tratti a un criminale imperscrutabile, che dietro l'aria affabile e il sorriso è sempre pronto a pugnalare alle spalle ("Jimmy era uno di quelli che al cinema fanno il tifo per i cattivi"), mentre Pesci ruba la scena nel ruolo del siciliano permaloso e problematico, pronto a uccidere per un insulto o uno scherzo. Nella struttura episodica, sorretta dal montaggio di Thelma Schoonmaker, spicca l'ultima giornata di Henry prima dell'arresto, scandita dai riferimenti temporali e dalla mescolanza di atti criminali (il traffico di droga) e domestici (la preparazione della cena in famiglia), a dimostrazione che per questi personaggi il crimine è uno stile di vita indissolubilmente legato alla quotidianità. L'ironia, i dialoghi, la mescolanza di stili, col senno di poi, anticipano e prefigurano il cinema post-moderno di Quentin Tarantino ("Pulp Fiction", in molti aspetti, gli è debitore). Trent'anni più tardi, con "The irishman" (ancora De Niro e Pesci nel cast), Scorsese ne realizzerà quasi una versione aggiornata, più realistica e meno glamour nei confronti del crimine organizzato. Da elogiare anche la fotografia di Michael Ballhaus e la colonna sonora d'epoca (con brani come l'exit di "Layla" di Derek and the Dominos e "Rags to Riches" di Tony Bennett). Nel cast anche i genitori di Scorsese (sua mamma Catherine, in particolare, intepreta la madre di Tommy), Samuel L. Jackson, Chuck Low e Gina Mastrogiacomo. Sei nomination agli Oscar: Pesci vinse la statuetta come miglior attore non protagonista. L'inquadratura finale in cui Tommy spara verso lo spettatore è un omaggio al film muto del 1903 "La grande rapina al treno".

3 dicembre 2019

The irishman (Martin Scorsese, 2019)

The Irishman (id.)
di Martin Scorsese – USA 2019
con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci
***

Visto in TV (Netflix).

La (vera) storia di Frank Sheeran (Robert De Niro), gangster di origini irlandesi che dopo la seconda guerra mondiale divenne un sicario per la mafia italo-americana. Ispirato alle memorie dello stesso Sheeran (raccolte in un libro di Charles Brandt, "I heard you paint houses": la frase "imbiancare case" in gergo significa eliminare qualcuno per conto della malavita), il film – attraverso una serie di flashback concatenati – mostra Frank, autotrasportatore di Filadelfia, fare la conoscenza del boss Russell Bufalino (Joe Pesci) e diventarne un protetto, e poi il suo lavoro come guardia del corpo del potente e controverso sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), con cui stringerà una forte amicizia, facendo anche da tramite fra lui e la mafia. Ma quando Hoffa comincerà a essere troppo scomodo, sarà proprio Frank a doverlo uccidere. Prodotto da Netflix, con una distribuzione limitata in sala prima di essere reso disponibile in esclusiva sulla piattaforma televisiva on demand, il film è un lungo affresco – dura tre ore e mezza – che mescola finzione ed eventi reali, incrociando di sfuggita e a più riprese la storia americana degli anni '60 e '70 (l'incidente della Baia dei Porci, l'elezione e l'attentato di Kennedy, il Watergate). E proprio questo sguardo ad ampio raggio, con una vicenda che si estende su più decenni e che incrocia numerose figure vissute realmente, dona spessore ed epicità alla vita di un personaggio brutalmente impenetrabile, che procede a testa bassa e non mette mai in discussione il proprio stile di vita. Frank è talmente fedele ai suoi superiori da uccidere per loro conto persino i propri amici (d'altronde aveva imparato a eseguire ogni ordine, anche quelli di questo tipo, quando era nell'esercito) e da sacrificare il rapporto con la figlia maggiore. Mafioso fino al midollo, non parla mai in maniera diretta di sé o del proprio lavoro, ma sempre con allusioni, eufemismi, mezze frasi o discorsi obliqui, rendendo talvolta difficile empatizzare con lui. Più appariscente è invece l'istrionico Hoffa di Al Pacino, nevrotico, ostinato e a tratti davvero spassoso, che litiga con tutti e non si tira mai indietro. L'amicizia fra Frank e Jimmy, che lo fa anche entrare nel sindacato mettendolo a capo di una delle sue sezioni, è il vero cuore della pellicola. Ucciso Hoffa, a Frank non resta che tirare a campare, attendendo da solo e in silenzio la propria fine (e nel frattempo scegliendosi la cassa da morto).

Da notare, come detto, la struttura a doppio flashback: l'intera vicenda è narrata da Frank in una sorta di confessione finale (non si sa a chi: a un prete? agli agenti federali? o forse direttamente a noi spettatori?) quando, ormai anziano, si trova in un ospizio: ma gran parte di essa (quella che precede l'omicidio di Hoffa) è racchiusa all'interno di un altro flashback, mentre Frank e Russell sono in viaggio per recarsi al matrimonio di una nipote di quest'ultimo. L'aver dovuto mostrare eventi che si dipanano per più decenni ha costretto gli interpreti (in particolare De Niro e Pesci) a farsi ringiovanire o invecchiare in numerose scene grazie alla computer grafica (e proprio l'ingente costo di questi effetti speciali ha fatto sì che il progetto, inizialmente della Paramount, passasse a Netflix). Non sempre però il risultato è eccellente: il De Niro "giovane" sembra già pieno di rughe, mentre Pesci finisce col diventare davvero decrepito (in alcune scene ricorda Andreotti!). Nulla da dire invece sulla regia: in questo tipo di film Scorsese sembra trovarsi talmente a proprio agio da sfornare scene e inquadrature memorabili senza il minimo sforzo, come se dirigesse con il pilota automatico. E rivedere questo regista e questi attori (sia pure ormai invecchiati) all'opera su questi temi, in cui hanno già sguazzato molte volte in passato (basti pensare a "Quei bravi ragazzi", di cui il film è quasi una versione aggiornata, più realistica e meno glamour), è sempre un piacere. Tanto che la pellicola potrebbe essere considerata un degno canto del cigno per il grande cineasta (sarebbe stato un peccato se la sua carriera si fosse conclusa con il precedente, e poco riuscito, "Silence"). Da notare che è soltanto la terza volta che De Niro e Pacino recitano insieme, dopo "Heat" e "Sfida senza regole" (ne "Il padrino - Parte II", infatti, non condividevano mai lo schermo). L'agile sceneggiatura si concede piccoli vezzi, come le scritte in sovrimpressione che anticipano il destino dei personaggi di contorno, quasi tutte morti violente (e non prive di ironia, come quando di uno dei mafiosi, "benvoluto da tutti", si dice che morirà di vecchiaia nel proprio letto). Nel vasto cast si riconoscono Harvey Keitel (un altro habituè di Scorsese, di cui ha intepretato i primissimi film) e Anna Paquin (Peggy, la figlia di Frank). La colonna sonora è a base di canzoni d'epoca.

1 dicembre 2019

Lo stagista inaspettato (Nancy Meyers, 2015)

Lo stagista inaspettato (The Intern)
di Nancy Meyers – USA 2015
con Robert De Niro, Anne Hathaway
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Ben (De Niro), vedovo e in pensione, decide di rimettersi in gioco sul mercato del lavoro all'età di 70 anni, accettando un posto come stagista presso un'azienda di e-commerce di moda. La sua esperienza e il suo buon senso faranno breccia in Jules (Anne Hathaway), la giovane fondatrice della startup, sempre troppo indaffarata, che riuscirà a mettere ordine non solo negli affari ma anche nella propria vita privata. Un film simpatico e con due bravi attori, ma impalpabile e senza guizzi, incapace di sfruttare i suoi spunti (l'impatto di Ben con la tecnologia, per esempio) per dar vita a qualcosa di interessante, se non una velata riflessione sul confronto fra mondi diversi. Troppo preoccupato a strizzare l'occhio ai suoi due pubblici di riferimento e ai loro sogni di rivalsa (le donne che non vogliono rinunciare alla carriera, gli anziani che non accettano di farsi tagliare fuori), il film risulta "piacione" e dimentica di costruire personaggi davvero memorabili, per non parlare della stereotipata ambientazione newyorkese. Da notare però un messaggio raro in questo tipo di film: il lavoro, o in generale la gratificazione professionale, può essere più importante di ogni altra cosa, persino del matrimonio, del tempo libero o della vita privata.

10 ottobre 2019

Joker (Todd Phillips, 2019)

Joker (id.)
di Todd Phillips – USA 2019
con Joaquin Phoenix, Robert De Niro
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

Aspirante comico e cabarettista dalla salute mentale cagionevole, Arthur Fleck (Phoenix) lavora come clown per negozi e ospedali e ha ricevuto soltanto calci dalla vita. In un mondo senza empatia, sottoposto a frustrazioni e pressioni sociali di ogni tipo, finirà con l'esplodere, trovando nella violenza una valvola di sfogo e trasformando ogni tragedia in una ragione di riso. Origin story per lo psicopatico e acerrimo nemico di Batman: ma chi pensasse di trovarsi di fronte a un cinecomic come tanti altri, tutto azione, battutine ed effetti speciali, si sbaglia di grosso. Pur ambientato a Gotham City, e con apparizioni di personaggi quali Thomas Wayne (il padre di Bruce) nonché – fugacemente – del suo figlioletto e del maggiordomo Alfred, non c'è quasi nulla che rimandi al colorato universo dei supereroi in calzamaglia. Siamo più dalle parti di pellicole scorsesiane come "Taxi driver", con la sua analisi del disagio sociale e dei meccanismi della violenza, e di "Re per una notte", fonti di ispirazione talmente evidenti da essere esplicitate con la presenza di Robert De Niro nel ruolo di un anchorman televisivo che ricorda moltissimo proprio il secondo dei film citati. Frase cult: "Quando ero un bambino e dicevo alle persone che volevo fare il comico, tutti ridevano. Adesso invece nessuno ride". Qualche (ottusa) polemica in patria, con l'accusa di aver voluto far empatizzare il pubblico con un criminale e giustificare le ragioni delle sue azioni, che peraltro si dipanano in un contesto dai toni esasperati ma realistici, in una città sconvolta dalle tensioni sociali: tanto che le imprese del Joker hanno una forte risonanza fra le classi più disagiate, fomentando un movimento di rabbia e di protesta i cui membri indossano maschere da pagliaccio che sembrano alludere a quelle di Guy Fawkes dei vari Anonymous od Occupy Wall Street. Il classico accostamento fra l'apparente leggerezza e ilarità della figura del clown con la tristezza e la violenza è, ancora una volta, quanto mai efficace. E accettando la propria identità di Joker (quello di Arthur Fleck, come scopre il protagonista, in fondo non è mai stato il suo vero nome), il personaggio rinasce a una nuova vita che saprà sollevarlo dalle umiliazioni, sia pure provocando morte e violenza, in cui sguazza ridendo e ballando. In mezzo al caos e alla distruzione, assistiamo fugacemente anche alle origini di Batman (con l'assassinio dei genitori di Bruce Wayne). Phillips, anche sceneggiatore (insieme a Scott Silver), si è forse ispirato a storie a fumetti come "The killing joke" di Alan Moore: prima di questa pellicola, la sua carriera di regista era stata assolutamente mediocre (i suoi lavori più famosi sono le commedie come "Una notte da leoni" e similari). Stratosferica la prova di Phoenix, che per interpretare la parte è dimagrito di 24 chili (un tour de force che ricorda quello di De Niro in un'altra pellicola di Scorsese, "Toro scatenato"): forse quest'anno l'Oscar per il miglior attore è già prenotato. Nel frattempo il film, che potrebbe diventare il primo di una serie di lungometraggi dark e a sé stanti sui personaggi più tenebrosi dell'Universo DC, ha vinto a sorpresa il Leone d'Oro a Venezia. E pur essendo stato girato a basso budget (relativamente parlando, s'intende), ha riscosso un ottimo successo di pubblico. Dopo le delusioni al botteghino e le stroncature della critica per molte pellicole che scimmiottavano quelle della concorrente Marvel, la Warner sembra aver compreso che è meglio ridimensionare la natura interconnessa del DC Extended Universe e realizzare invece film che abbiano una propria identità autonoma: anche per questo motivo si è scelto di non ricorrere a Jared Leto, che aveva interpretato il Joker in "Suicide Squad" (il personaggio, in passato, ha avuto naturalmente anche i volti – fra gli altri – di Jack Nicholson e di Heath Ledger). Da notare come la copia vista al cinema avesse molte scene "localizzate" in italiano (lettere, giornali e biglietti da visita).

16 gennaio 2019

Limitless (Neil Burger, 2011)

Limitless (id.)
di Neil Burger – USA 2011
con Bradley Cooper, Robert De Niro
**

Visto in TV.

Assumendo un farmaco sperimentale, uno scrittore fallito (Bradley Cooper) riesce ad avere accesso alla parte inutilizzata del proprio cervello. Diventa così più intelligente, creativo, disinibito e pieno di iniziativa, ottenendo successo in campo letterario e lanciandosi poi in ardite speculazioni finanziarie. Ma si scopre anche incapace di fare a meno della droga, che gli procura dipendenza ed alcuni effetti negativi. E naturalmente, il farmaco inizia a fare gola ad altre persone, mettendo a repentaglio la vita del protagonista... Uno spunto interessante, forse non sviluppato al pieno del suo potenziale (di certo non ai livelli di quanto farà Luc Besson con la sua "Lucy" qualche anno più tardi), per un film che si lascia guardare ma che alla fine lascia ben poco di memorabile, nonostante la regia spigliata di Burger (buoni gli effetti visivi che mostrano lo stato di coscienza alterato di chi è in preda al farmaco). E bravi comunque gli interpreti, soprattutto un Bradley Cooper che a tratti ricorda il primo Ralph Fiennes, affiancato da Robert De Niro (l'affarista di cui il nostro eroe diventa il braccio destro), Abbie Cornish (la fidanzata) e Andrew Howard (il mafioso russo). Dal film è stata tratta una serie tv (di una sola stagione) nel 2015.

2 agosto 2018

Paradiso perduto (A. Cuarón, 1998)

Paradiso perduto (Great Expectations)
di Alfonso Cuarón – USA 1998
con Ethan Hawke, Gwyneth Paltrow
*1/2

Visto in TV.

Finnegan Bell, giovane orfano in Florida con la passione per la pittura, si innamora della coetanea Estella, ragazzina ricca e snob che abita in un'enorme villa diroccata chiamata – come recita il titolo italiano del film – "Paradiso perduto". Da adulto, finanziato da un misterioso benefattore (scopriremo solo nel finale che si tratta di un galeotto evaso che aveva aiutato a sfuggire alla cattura), si recherà a New York nella speranza di fare fortuna come artista ma soprattutto di riconquistare Estella, che sta per convolare a nozze. Dal romanzo di formazione "Grandi speranze" di Charles Dickens, ambientato però ai giorni nostri e negli Stati Uniti, un vero filmaccio che – a parte la regia competente (anche se un po' patinata) di un Cuarón ancora agli esordi e non ancora "autore" – fonde caratterizzazioni insipide, rapporti sentimentali (e modo di affrontarli) infantili, luoghi comuni, scenari da cartolina ed erotismo alla Harmony (uno dei personaggi commenta pure: "come un romanzo d'appendice"). E naturalmente elimina o neutralizza tutti i sottotesti sociali, avventurosi o psicologici del testo di Dickens, focalizzandosi soltanto su una storia d'amore narrata in maniera sciatta e superficiale. Mai veramente appassionante o coinvolgente, il film si ravviva giusto nelle due brevi scene (una all'inizio, una alla fine) con Robert De Niro nei panni del galeotto Arthur Lustig. L'inquadratura con il nome della tenuta, scritto in italiano, è ripetuta almeno quattro volte sempre uguale. Nel cast anche Hank Azaria (Walter, il promesso sposo di Estella), Chris Cooper (lo "zio" Joe, che si prende cura di Finn dopo la scomparsa della sorella) e Anne Bancroft (la vecchia Nora Dinsmoor, che alleva la nipote Estella addestrandola "a spezzare il cuore degli uomini"). Lo stesso Cuarón, in seguito, ha disconosciuto il film: "Ho dovuto farlo. Passavo un periodo difficile, e mi servivano i soldi. Sono stato convinto dallo studio dopo che avevo detto loro di no per tre volte. La sceneggiatura non mi piaceva, ma continuavo a ripetermi: la compenseremo con altre cose. Non ha funzionato". Il romanzo di Dickens è stato portato sullo schermo molte altre volte in maniera più tradizionale: per esempio da David Lean nel 1946 e da Mike Newell nel 2012.

18 dicembre 2017

Re per una notte (Martin Scorsese, 1983)

Re per una notte (The King of Comedy)
di Martin Scorsese – USA 1983
con Robert De Niro, Jerry Lewis
***

Rivisto in DVD.

L'aspirante comico Rupert Pupkin (De Niro), dopo aver tentato inutilmente di avvicinare il celebre anchorman televisivo Jerry Langford (Lewis) per convincerlo a invitarlo nel suo show, lo sequestra con l'aiuto di un'altra fan sciroccata (Sandra Bernhard), costringendo così i suoi produttori a farlo apparire in onda per una sera. "Ognuno di noi può avere quello che vuole, purché sia disposto a pagarne il prezzo". Commedia satirica sul fanatismo, sui sogni di gloria e sul fascino delle celebrità e dei VIP: considerato un lavoro "minore" nella filmografia di Scorsese (che in quegli anni stava meditando di non girare più pellicole di finzione), affronta in maniera convincente e diretta molti temi della cultura popolare americana, senza accondiscendenza ma mettendone in luce gli aspetti più patologici e distorti. Istrionico e instancabile, Pupkin è un personaggio dominato dalle illusioni e dalle manie di grandezza (da cui il suo soprannome, "il re dei comici"), invadente ai limiti dell'indisponente, che confonde la fantasia con la realtà (come quando racconta a tutti di essere diventato amico e collega di Jerry solo per aver scambiato con lui un paio di frasi, o quando si presenta nella villa di campagna del divo, "convinto" di essere stato invitato) e sogna ad occhi aperti la fama e il successo come forma di riscatto per un'esistenza mediocre e patetica (non a caso tutte le sue battute, quando finalmente farà il suo show, ironizzano sulla sua vita infelice). Alla fine, in fondo, l'avrà vinta: "Meglio re per una notte che buffone per sempre", chiosa. L'improbabile lieto fine in cui Pupkin, uscito dal carcere, diventa una celebrità (e che, beninteso, potrebbe anche essere tutta una fantasia del protagonista, proprio come altre scene cui abbiamo assistito in precedenza) ricorda naturalmente quello di "Taxi Driver", quando Travis Bickle – altro personaggio "scollegato dalla realtà" – viene acclamato come un eroe. All'istrionismo e all'affabilità di De Niro (doppiato magistralmente, come sempre, da Ferruccio Amendola nell'edizione italiana), che ha improvvisato numerose scene, fa da contraltare un Jerry Lewis mai così serio e privo di humour, che appare sempre maldisposto verso i fan che lo assediano e lo infastidiscono: per il suo ruolo erano stati presi in considerazione anche Johnny Carson, Frank Sinatra e Dean Martin. Diahnne Abbott, che interpreta Rita, l'ex fiamma di Pupkin, all'epoca era sposata proprio con De Niro. Scorsese si concede un breve cameo nel ruolo di un regista televisivo. Nel 2019 il film ispirerà "Joker".

30 ottobre 2017

Toro scatenato (Martin Scorsese, 1980)

Toro scatenato (Raging Bull)
di Martin Scorsese – USA 1980
con Robert De Niro, Joe Pesci
***

Rivisto in DVD.

Biopic sull'ascesa e la caduta del pugile italo-americano Jake LaMotta, soprannominato "il toro del Bronx", che fu campione del mondo dei pesi medi alla fine degli anni quaranta, prima che il suo carattere difficile e i tanti eccessi lo portassero dalle stelle alle stalle, facendogli perdere tutto ciò che aveva conquistato: fama, denaro, affetti. La pellicola, girata interamente in bianco e nero (se si eccettuano brevissimi inserti a colori, quasi dei filmini d'epoca, che rappresentano lo scorrere del tempo), segue il protagonista negli anni dei trionfi sul ring (memorabili i numerosi incontri con il suo rivale di sempre, Sugar Ray Robinson, con il quale infine perse il titolo) e in quelli successivi del declino fisico ed economico, quando negli anni sessanta (dopo il tentativo di gestire un night club con il suo nome, per colpa del quale finirà anche in galera), si ridusse a diventare un cabarettista in locali di terz'ordine. Degli otto film realizzati finora insieme da Scorsese e De Niro, al fianco di "Taxi driver" è forse il più celebrato. Sceneggiato da Paul Schrader e Mardik Martin (che hanno adattato l'autobiografia dello stesso LaMotta), ambientato più nel mondo di Little Italy (con le sue dinamiche di potere e di amicizie, già raccontate nei precedenti lavori del regista, in particolare "Mean streets") che in quello del pugilato (ma Scorsese è bravissimo nel ricostruire match leggendari come quelli contro Robinson, Cerdan e Fox), il film – tutt'altro che un'agiografia, nonostante il coinvolgimento diretto del vero Jake LaMotta come consulente – è soprattutto un ritratto, intriso di crudo realismo e amarezza, di un personaggio complesso e difficile, forte e tenace (memorabile, dopo la sua sconfitta finale con Robinson, il grido d'orgoglio per essere rimasto in piedi: "Non mi hai fatto andare giù") ma anche violento, paranoico, testardo e ostinato (è una "testa dura" in tutti i sensi), pieno di rabbia e di gelosia, autentico artefice della propria autodistruzione. Non solo perché in perenne lotta con sé stesso e con il proprio peso, ma anche per l'incontrollata gelosia che lo porterà a perdere la moglie, il fratello e tutti coloro che aveva attorno a sé.

Se il cast di contorno è eccellente (Joe Pesci, che interpreta Joey, il fratello/manager di Jake, tornerà a collaborare con Scorsese in "Quei bravi ragazzi" e "Casinò"; la diciannovenne Cathy Moriarty, al debutto sul grande schermo, è Vicki, la seconda moglie del protagonista), il film è passato alla storia anche e soprattutto per la straordinaria performance di De Niro (giustamente premiata con l'Oscar), capace di acquistare oltre 30 chili di peso per interpretare Jake negli anni del suo declino. Si tratta senza dubbio di una delle più incredibili trasformazioni della storia del cinema (da giovane asciutto e muscoloso a vecchio pesante e flaccido), "un esempio lampante di un metodo di recitazione estremo, mirato alla riproduzione più fedele possibile della realtà". "Io non ci riesco proprio a fingere di recitare. Ho bisogno di far mie tutte le caratteristiche del personaggio", disse l'attore. Era stato proprio De Niro, che aveva letto l'autobiografia di LaMotta, a proporre anni prima il soggetto a Scorsese, inizialmente non interessato perché non amava il pugilato. Ma l'entusiasmo dell'attore finì per convincere anche il regista che all'epoca, in crisi psicologica e fisica (alcune scene, per via dei suoi attacchi d'asma, furono in realtà dirette da suo padre Charles), era convinto che questo sarebbe stato il suo ultimo film: il grande successo di critica – peraltro non immediato – volle diversamente. La scelta di girare in bianco e nero fu presa da Scorsese e dal direttore della fotografia Michael Chapman per restare il più fedeli possibile alle documentazioni iconografiche del vero Jake LaMotta (ovvero le foto e i filmati degli anni quaranta). Oltre alle sequenze degli incontri di boxe (che il regista, l'operatore e la montatrice Thelma Schoonmaker vollero riprendere con una cinepresa sempre sul ring insieme a loro, mostrandone così da vicino tutta la violenza e il dolore: fino ad allora, nei film sul pugilato, la consuetudine era quella di mostrare il punto di vista degli spettatori), fra i momenti più memorabili della pellicola c'è la scena in prigione (quella in cui Jake, come in un confessionale, prende finalmente coscienza delle proprie colpe) e naturalmente il magnifico incipit: LaMotta che saltella da solo sul ring, al ralenti, accompagnato dalle note dell'intermezzo della "Cavalleria rusticana". Il film è dedicato da Scorsese (con una citazione dal vangelo di Giovanni) ad Haig Manoogian, suo insegnante di cinema.

23 ottobre 2017

Lo sbirro, il boss e la bionda (J. McNaughton, 1993)

Lo sbirro, il boss e la bionda (Mad Dog and Glory)
di John McNaughton – USA 1993
con Robert De Niro, Uma Thurman, Bill Murray
**

Rivisto in TV.

Il poliziotto Wayne Dobie (De Niro), soprannominato ironicamente dai suoi colleghi "Mastino" ("Mad Dog" nell'originale) per la sua eccessiva mitezza (tutto il contrario del suo compagno di pattuglia, che invece è un "duro"), salva la vita al gangster Frank Milo (Murray) durante una rapina in una drogheria. E questi, per ricompensarlo, gli manda a casa una bella ragazza, Glory (Thurman), affinché resti con lui per un'intera settimana. Naturalmente i due si innamoreranno, e Wayne cercherà di convincere Frank a lasciargliela per sempre... Il cast è la cosa più interessante di un film confuso e privo di focus (forse perché la sceneggiatura – opera di Richard Price – vuole giocare su troppi campi nello stesso tempo: la commedia brillante, quella romantica, la pellicola di gangster, il racconto formativo ed esistenziale...), che inizia con uno spunto interessante (con l'insolita amicizia fra il poliziotto e il gangster, basata sul fatto che entrambi in fondo vorrebbero uscire dai propri ruoli e hanno un'anima creativa: il primo come fotografo, il secondo come cabarettista), perde smalto nella prevedibile parte centrale (quella sull'innamoramento fra Wayne e Glory) e cerca inutilmente di recuperarlo nella problematica sequenza conclusiva (che fu girata più volte, con varie modifiche, in risposta a screen test negativi da parte del pubblico). A un De Niro impacciato e timido, che prova senza troppo successo a fare l'eroe (in virtù del motto "Niente fegato, niente gloria", che gioca con il nome della ragazza) fa da contraltare un Murray sardonico come sempre, ma forse un pelino fuori ruolo (chissà se non sarebbe stato meglio scambiare le parti sue e di De Niro). Della Thurman, poco da dire: giovanissima e già bella. David Caruso è il collega di Wayne, Mike Starr la guardia del corpo di Frank, Kathy Baker la vicina di casa.

14 settembre 2017

Heat - La sfida (Michael Mann, 1995)

Heat - La sfida (Heat)
di Michael Mann – USA 1995
con Al Pacino, Robert De Niro
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Visto in TV, con Sabrina.

Al Pacino e Robert De Niro, oltre ad essere i due attori italo-americani più celebri degli anni settanta, protagonisti di tanti capolavori a opera di registi come Scorsese, Coppola e Lumet, sono accomunati nel nostro paese dall'aver avuto per lungo tempo lo stesso doppiatore, l'eccellente Ferruccio Amendola. La curiosità maggiore nel vederli insieme sullo schermo era dunque quella di scoprire a quale dei due Amendola avrebbe dato la voce nella versione italiana. La risposta è a De Niro: Pacino viene invece affidato a Giancarlo Giannini, che comunque l'aveva già doppiato in passato. Quanto al film, l'ho trovato estremamente sopravvalutato (cosa che penso, fra l'altro, di tutto il cinema di Mann). Troppo lungo (quasi 3 ore!), estenuante e noioso, fatica tremendamente a ingranare senza poi ricompensare adeguatamente lo spettatore per l'attesa. Vincent Hanna (Pacino), tenente di polizia nevrotico e ossessionato dal proprio lavoro, indaga su una banda di violenti rapinatori capeggiati da Neil McCauley (De Niro). Questi progetta un ultimo colpo prima di fuggire dal paese e ritirarsi a vita privata: ma il destino vorrà diversamente. Presentato (ancor più dal sottotitolo italiano) come un film imperniato sulla "sfida" fra i due grandi divi, in realtà è un thriller del tutto convenzionale, con una trama stiracchiata e caratterizzazioni prive di complessità (anche se è da apprezzare il retrogusto malinconico: Mann ha dichiarato di essersi ispirato a "Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide" di Jean-Pierre Melville e ad altri polar francesi, anche se in realtà la pellicola è un remake di un tv movie da lui stesso realizzato nel 1989, "Sei solo, agente Vincent"). Le tanto osannate sequenze d'azione (le due rapine e lo scontro finale) fanno rimpiangere sia il cinema degli anni settanta che quello – coevo – di Hong Kong (da salvare la sparatoria in strada), mentre la sfida (intellettuale?) fra guardia e ladro è portata sullo schermo senza particolare originalità e tensione, anche perché gli schemi di ragionamento dei due sono assai simili (le "due facce di una stessa medaglia", commentava già ironicamente Nanni Moretti in "Aprile") e mai si percepisce un reale scontro di personalità. Di fatto, nonostante il dialogo al momento del loro primo incontro (che giunge solo a metà film, e girato con un semplice campo/controcampo), nulla davvero li lega o li divide per tutta la pellicola, a parte (banalmente) lo stare su lati opposti della barricata. A livello di interpretazioni, buono De Niro, particolarmente misurato: non si può dire altrettanto di un Pacino che recita di maniera e fa il verso a sé stesso. Nel resto dell'affollato cast (che comprende anche Tom Sizemore, Wes Studi, Diane Venora, Amy Brenneman, Ashley Judd, Tom Noonan, Hank Azaria, Danny Trejo), nessuno si eleva al di sopra del rango di comprimario (come Val Kilmer o Jon Voight) o macchietta (come Kevin Gage). Note di demerito particolari, però, vanno agli inutili personaggi femminili, corpi assolutamente estranei nelle vite degli uomini, che infatti – come dice lo stesso De Niro – possono abbandonarle in qualsiasi momento se se ne presentasse la necessità. Della figlia adottiva del poliziotto (Natalie Portman) addirittura lo spettatore si dimentica completamente, fino a quando non riappare nel finale con il suo tentato suicidio. In ogni caso, lo status di cult movie di cui gode il film è dovuto quasi esclusivamente alla coppia di interpreti, che pure condivideranno lo schermo per sei minuti a dir tanto.

26 giugno 2016

New York, New York (M. Scorsese, 1977)

New York, New York (id.)
di Martin Scorsese – USA 1977
con Robert De Niro, Liza Minnelli
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Visto in DVD.

Subito dopo "Taxi Driver", Scorsese gira ancora un film su New York, con Robert De Niro nei panni di un reduce di guerra dalla personalità "difficile"... eppure le due pellicole non potrebbero essere più diverse, così come diversa è stata l'accoglienza da parte di pubblico e critica. Se il film precedente era cupo, realistico e assolutamente figlio dei suoi tempi, sin dai titoli di testa "New York, New York" è invece uno spensierato omaggio ai musical degli anni '40, agli spettacoli di varietà, al jazz e al cabaret. Si apre il 2 settembre 1945, il giorno della resa del Giappone: fra la folla che festeggia la fine della guerra nelle strade e nei locali di New York c'è il sassofonista Jimmy Doyle (De Niro), in cerca di ragazze da abbordare. Quando incontra Francine Evans (Minnelli), nonostante lei cerchi di tenerlo a distanza, capisce che è la donna che fa per lui: ancora di più quando scopre che è una cantante, peraltro molto dotata. La pellicola segue la loro tormentata storia d'amore, fra alti e bassi: dalle tournée in giro per il paese (nonostante il titolo, non tutto il film si svolge nella Grande Mela) al matrimonio, fra momenti di tensione e di gelosia (il successo della band di cui i due fanno parte è dovuto principalmente alla voce di Francine, e Jimmy non prende bene la decisione di lei di smettere di cantare quando rimane incinta) fino all'inevitabile separazione. Sei anni più tardi, li ritroveremo entrambi ormai affermati: lei è diventata una diva di Hollywood, lui possiede un locale dove si suona jazz ed è un apprezzato scrittore di canzoni: proprio uno dei suoi successi, quello che dà il titolo al film, sarà eseguito da Francine in occasione del loro reincontro. Sono ormai riappacificati, ma non abbastanza da rimettersi insieme. Considerato da molti come l'unico vero passo falso della carriera di Scorsese, "New York, New York" è un film lungo, poco convincente, volutamente immerso in un'atmosfera retrò che – anche per voler omaggiare le pellicole e i musical dell'epoca – appare decisamente artificiale per scenografie, luci e colori, tanto che anche le (poche) scene in esterni sembrano girate in studio. La trama non è particolarmente interessante, così come i due personaggi (in particolare Francine: Jimmy si salva grazie all'interpretazione di De Niro). E delle tante canzoni, poche sono quelle rimaste memorabili: giusto "But the World Goes Round" e naturalmente quella principale, "New York, New York" appunto, che però diventerà una vera hit soltanto quando sarà riproposta, l'anno successivo, da Frank Sinatra (quando uscì il film non fu nemmeno nominata all'Oscar!).

30 maggio 2016

Taxi driver (Martin Scorsese, 1976)

Taxi Driver (id.)
di Martin Scorsese – USA 1976
con Robert De Niro, Jodie Foster
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Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Travis Bickle (De Niro), solitario e psicotico reduce dal Vietnam, soffre di insonnia cronica e decide quindi di farsi assumere come tassista notturno. Guidando incessamente per le strade di New York, entra in contatto con un mondo degradato che finisce per esacerbare la sua sociopatia e i suoi disturbi di personalità. La situazione peggiora quando, invaghitosi dell'avvenente Betsy (Cybill Shepherd), attivista che collabora alla campagna del candidato alle elezioni presidenziali Charles Palantine (Leonard Harris), viene da questa respinto. Ossessionato dall'idea di "ripulire la città", trasferisce tutto il suo odio sull'uomo politico, che vede come un simbolo del male imperante. Pianificherà di ucciderlo, ma non riuscendoci si getterà a testa bassa in un violento e sanguinoso scontro a fuoco per salvare una baby prostituta (Jodie Foster) dal suo sfruttatore (Harvey Keitel): e finirà con l'essere osannato dai mass media come un eroe. Uno dei più grandi film di tutti i tempi, capolavoro di Scorsese e dello sceneggiatore Paul Schrader, "Taxi Driver" coglie alla perfezione il malessere sociale ed esistenziale che permeava l'America a metà degli anni settanta, una nazione sconvolta dal trauma della guerra, dagli scandali politici e dalle rivolte sociali. Fu in effetti uno dei primi film a portare sullo schermo i disagi dei reduci del Vietnam, oltre che ad enfatizzare l'ambiguità della figura del "vigilante", mostrando quanto fosse sottile il confine fra bene e male (è solo per caso che Travis passa dall'essere un terrorista al diventare un eroe). Graziato dall'interpretazione di De Niro (cui Scorsese concesse ampio spazio di improvvisazione), il film lanciò definitivamente le carriere parallele dell'attore e del regista, che per lungo tempo continuarono a viaggiare di pari passo, e ha influenzato profondamente l'humus del cinema americano per molti anni a venire.

Schrader, che si ispirò alle memorie di Arthur Bremer (autore nel 1972 di un attentato contro un candidato alla presidenza) e alle "Memorie del sottosuolo" di Dostoevskij, oltre che all'esistenzialismo di Sartre e Camus, descrive la città come un vero e proprio inferno popolato da anime irrequiete e disperate, fra sporcizia, delinquenza e prostituzione. Investita da un'insolita ondata di calore estivo e deturpata anche da uno sciopero della nettezza urbana, la New York in cui si muove Travis simboleggia in realtà tutte le metropoli del mondo (lo script iniziale era ambientato a Los Angeles, ma la location fu cambiata perché nella città californiana i taxi non sono così diffusi). L'ottima fotografia di Michael Chapman, iperrealista e colorata, esalta questa visione "infernale" di una città notturna, con le strade illuminate dai neon delle insegne e soffocate dal vapore che fuoriesce dai tombini. In generale, Scorsese volle che la consistenza delle immagini ondeggiasse fra la realtà e il sogno, "come se la pellicola fosse ambientata in un limbo dove la coscienza è annebbiata". La regia avvolgente e dinamica, piena di carrelli e di ralenti, supera sé stessa nella virtuosistica sequenza finale dello scontro a fuoco, con la macchina da presa che monitora dall'alto le azioni degli uomini, quasi a volerne prendere le distanze e infine distogliere lo sguardo. La scena, fra l'altro, presenta colori desaturati rispetto al resto del film perché la commissione di censura lamentò che fosse troppo cruenta. La bellissima colonna sonora, opera di Bernard Herrmann, fu l'ultima opera del compositore (che morì prima che il film giungesse nelle sale: la pellicola è dedicata alla sua memoria) e comprende un tema principale col sassofono, mellifuo e malinconico, mentre in sottofondo si odono suoni profondi e dissonanti che simboleggiano la città, i suoi rumori, le sue trappole e la sua decadenza. Il mood jazzistico ben si sposa con un personaggio che vaga alla ricerca di sé stesso.

Immerso in un mondo di vizio, violenza e degrado, il protagonista si illude di essere al di sopra di tutto questo, al punto da vedersi come un angelo vendicatore (la simbologia religiosa, come sempre, in Scorsese è onnipresente), destinato a purificare la città. In realtà Travis ne è parte indissolubile, ne accetta le regole e non ne è immune (come dimostra la sua dipendenza dalla pornografia: ne è talmente assuefatto che gli pare del tutto normale portare Betsy a guardare un film per adulti durante il loro primo appuntamento, perdendo così di colpo ogni possibilità di mantenere un legame con la donna, che pure in qualche modo era da lui attratta e affascinata). La sua psicosi paranoide procede attraverso varie fasi, e la sua trasformazione finale in vigilante è al tempo stesso inevitabile e casuale. Rifiutato non solo da Betsy ma dall'intera società (un rifiuto, questo, che sembra corrisposto, vista la sua escerbata solitudine), Travis cerca faticosamente una nuova ragione per esistere e per tenersi a galla in un mare di follia ed ipocrisia: prova a "riorganizzare la sua vita", acquista armi da fuoco per difendersi (ma gli capiterà ben presto di usarle in altro modo), giunge poi alla convinzione di avere un compito da svolgere (uccidere Palantine). E quando fallisce miseramente anche in questo, è con spirito suicida che corre in aiuto di Iris, finendo per diventare controvoglia un eroe. Non si tratta di un personaggio simpatetico: cineasti e spettatori ne vedono tutta la follia e la psicosi, eppure non si può fare a meno di partecipare alle sue vicende, di "tifare per lui" in alcune occasioni, di assistere con curiosità agli sviluppi della sua storia, quella in fondo di un personaggio anonimo in una metropoli che annulla ogni residuo di umanità (per Iris, la salvezza consisterà nel tornare nel paese di campagna dal quale proviene).

Durante le riprese del film, De Niro stava lavorando contemporaneamente a "Novecento" di Bertolucci e si spostava spesso in aereo da un continente all'altro. La sua interpretazione, una delle più celebri della sua carriera, deve molto anche all'improvvisazione. In particolare, il celebre monologo davanti allo specchio ("Ma dici a me? Dici a me? Non ci sono che io qui...") non era previsto nella sceneggiatura. La scena divenne così popolare che in seguito fu rifatta, citata, parodiata innumerevoli volte (persino dallo stesso attore, per esempio ne "Le avventure di Rocky e Bullwinkle"!). Certo, in italiano vanta anche il valore aggiunto della voce di Ferruccio Amendola, lo storico doppiatore di De Niro. Anche dialoghi come quello fra Travis e Betsy nel caffè furono improvvisati sul momento. Fra gli elementi del personaggio diventati iconici, da ricordare il taglio alla mohicana che il protagonista sfoggia al momento in cui tenta di assassinare Palantine: fu scelto perché si trattava di un tipo di acconciatura adottata da molti soldati americani mentre combattevano nella giungla in Vietnam. Quanto al resto del cast, l'allora tredicenne Jodie Foster (che aveva già recitato per Scorsese in "Alice non abita più qui") fu seguita da uno psicologo per assicurarsi che non fosse traumatizzata dall'ambiguità della sua parte. In ogni caso, venne sostituita da una controfigura (la sorella diciannovenne) nella scena in cui accenna a slacciare i pantaloni di Travis. Il ruolo la fece diventare una star, e le procurò anche un pericoloso stalker, John Hinckley Jr., che per attirare la sua attenzione qualche anno più tardi cercò di assassinare il presidente Reagan. Harvey Keitel, protagonista dei primissimi film di Scorsese, recita nel ruolo del magnaccia. Fra gli altri volti si riconoscono Peter Boyle, Albert Brooks e lo stesso Scorsese nei panni del passeggero tradito dalla moglie. Candidato a quattro premi Oscar, il film vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes.

26 ottobre 2014

Mean streets (Martin Scorsese, 1973)

Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno
(Mean Streets)
di Martin Scorsese – USA 1973
con Harvey Keitel, Robert De Niro
***

Rivisto in DVD.

La carriera di Scorsese spicca definitivamente il volo con questo lungometraggio, che lo pone al centro dell'attenzione di critica e di pubblico e che in un certo senso è una rilettura della sua pellicola d'esordio, "Chi sta bussando alla mia porta?", di cui riprende molti temi, l'ambientazione (le strade di Little Italy) e il protagonista (Harvey Keitel). Il regista ha dichiarato che si tratta di un lavoro in parte autobiografico, essendo basato su fatti cui aveva assistito negli anni della sua crescita nel quartiere newyorkese, del quale cattura la vita e le atmosfere in maniera accurata, anche attraverso lo slang ("Right?" "Come on!"). Keitel è Charlie, rampante nipote di un boss che intende farne il suo erede e che ha per lui grandi progetti, come quello di dargli in gestione un ristorante. Ma nel frattempo il ragazzo trascorre il tempo con gli amici nei locali notturni e si dà da fare per tenere fuori dai guai l'impetuoso Johnny Boy (Robert De Niro), sconsiderata testa calda e perennemente indebitato con tutti. Come Francesco d'Assisi, la sua figura di riferimento, Charlie è disposto a sacrificare ogni cosa per l'amico: gli fa da garante con i creditori, cerca di trovargli un lavoro, e finirà col fare le spese della sua irresponsabile tendenza all'autodistruzione. In un ambiente caotico (per le strade ci sono continuamente feste, sagre e confusione) e che pure segue leggi ferree, dove le conoscenze e le amicizie (giuste o sbagliate) possono indirizzare il destino di una persona, Charlie è ritratto in balia delle proprie contraddizioni (alcune delle quali sono esplicitate, forse eccessivamente, dal sottotitolo italiano). Devoto cattolico, è convinto che per farsi perdonare i propri peccati non bastino le preghiere recitate in chiesa ma si debbano scontare penitenze di persona e nelle strade (spesso lo vediamo avvicinare le dita della mano a una fiamma viva, quasi per provare com'è il bruciore dell'inferno) e cerca a fatica di barcamenarsi fra responsabilità di diverso tipo: verso la famiglia (lo zio, che pretende da lui un comportamento più consono a un futuro boss), l'amicizia (per Johnny Boy; ma anche per Tony, proprietario di un locale notturno; e per Michael, "affarista" con le mani in pasta in ogni cosa e principale creditore dell'amico), l'amore (ha una relazione segreta con Teresa, cugina epilettica di Johnny Boy, che ovviamente lo zio non approva) e tentazioni varie (come l'infatuazione "inappropriata" per una spogliarellista di colore). Scorsese mette ordine in questo potpourri con una regia realistica e avvolgente, che porta lo spettatore a sentirsi parte del mondo in cui si svolge la storia, esibendo dunque sin dall'inizio la sua grande capacità di narratore per immagini (fondamentale la fotografia di Kent Wakeford) ma anche la sua cinefilia (Charlie, che si dichiara fan di John Wayne, va spesso al cinema: nella pellicola sono mostrati spezzoni di "Sentieri selvaggi" di John Ford e de "I vivi e i morti" di Roger Corman, il mentore dello stesso Scorsese; e nel finale, la scena in cui il protagonista esce dalla macchina dopo l'attentato si rispecchia in una sequenza analoga del film in bianco e nero che lo zio Giovanni sta guardando in televisione, "Il grande caldo" di Fritz Lang). La donna che soccorre Teresa dopo l'attacco epilettico è Catherine, madre del regista e comparsa frequente nei suoi film. Ricca colonna sonora, che comprende diversi classici napoletani, e grande acclamazione per la prova di un De Niro quasi agli esordi, che prenderà presto il posto dello stesso Keitel come attore feticcio del regista.

28 aprile 2013

Il cacciatore (Michael Cimino, 1978)

Il cacciatore (The Deer Hunter)
di Michael Cimino – USA 1978
con Robert De Niro, Christopher Walken
***1/2

Visto in DVD, con Eleonora e Sabrina.

Michael (De Niro), Nick (Walken) e Steven (John Savage) sono tre amici di origine russa che vivono in una piccola cittadina industriale della Pennsylvania. Inseparabili al lavoro (sono operai in una fabbrica metallurgica) e nel tempo libero (trascorso insieme ad altri due colleghi, Stan e Axel, nel bar dell'amico John, o impegnandosi in battute di caccia al cervo sulle montagne della zona), si apprestano ad affrontare due fondamentali "riti di passaggio": il matrimonio di Steven con Angela, e la partenza – subito dopo – come soldati per il Vietnam (siamo nel 1967). Ma l'inferno della guerra li cambierà completamente: ci sarà chi tornerà ferito nel fisico (Steven), chi nell'animo (Mike) e chi non tornerà affatto (Nick). Pur prendendo l'argomento alla larga, come in ogni grande "epica popolare" che si rispetti (vedi la lunghissima introduzione: di fatto le scene ambientate in Vietnam costituiscono meno della metà della pellicola), il secondo lungometraggio di Cimino (nonché il suo maggior successo di critica e di pubblico) è uno dei film di maggior impatto emotivo sugli orrori della guerra e su come questi possano trasformare e trasfigurare l'essere umano: indimenticabili le controverse e tesissime sequenze della roulette russa, alla quale i tre amici, presi prigionieri, sono obbligati a giocare dai loro carcerieri vietcong ("Mao! Mao!"). Se nella realtà non ci furono casi documentati di eventi simili durante il conflitto in Vietnam, la roulette russa, con la sua violenza casuale, è una metafora della guerra intera e della pazzia dell'uomo che si trascina per tutto il film, prendendo l'avvio proprio dalle scene della caccia al cervo in Pennsylvania (con Mike che si fa vanto di uccidere gli animali "con un solo colpo", un modo per equilibrare le cose visto che i cervi non hanno un fucile) e che prosegue quando, a Saigon, Nick e Mike rimangono coinvolti nel "giro" delle scommesse clandestine in cui vengono organizzate sfide di roulette russa fra disperati (una trovata che sarà ripresa, anni più tardi, nel film georgiano "13 Tzameti").

Se non tutto nella sceneggiatura è adeguatamente spiegato o coerente (la progressiva trasformazione di Nick, che passa dall'essere il più equilibrato dei tre a quello che invece cede all'orrore e all'abitudine alla violenza, fino a non dare più significato alla propria vita, a rinunciare a tornare a casa dalla donna che ama e anzi a cercare la morte con accanimento), e il montaggio salta a volte troppo bruscamente da una scena all'altra (non mostra, per esempio, come i tre vengano catturati dai vietcong), trascinandone invece altre troppo a lungo (il matrimonio ortodosso, che dura quasi un'ora), la regia di Cimino e le eccellenti interpretazioni di un cast in stato di grazia riescono a restituire perfettamente l'atmosfera di quegli anni, ritratta peraltro in chiave elegiaca e melodrammatica. Oltre ai tre protagonisti, da ricordare anche Meryl Streep (al primo ruolo importante della sua carriera nei panni di Linda, la donna amata sia da Nick che da Mike), John Cazale (malato di tumore già durante le riprese: fu la sua ultima apparizione sullo schermo), George Dzundza e Chuck Aspegren (quest'ultimo non era un attore professionista ma un operaio della fabbrica dove è ambientata la prima parte del film). Pur sforando il budget (le scene vietnamite furono girate in Thailandia, presso il fiume Kwai), la pellicola ripagò i produttori con gli interessi e conquistò anche la critica. Vinse cinque Oscar (su nove nomination): quelli per il miglior film, regia, attore non protagonista (Walken), montaggio e suono. Il finale in cui i personaggi cantano "God Bless America" in onore del defunto Nick è stato letto da alcuni come un attacco in chiave ironica al sogno americano e al patriottismo, passato attraverso la disillusione e gli shock della guerra del Vietnam (di fatto il film fu uno dei primi a parlare di quel conflitto, che si era concluso solo pochi anni prima, mostrandone gli effetti negativi sulla psiche e la salute dell'America. L'anno dopo, naturalmente, sarebbe arrivato l'ancora più efficace "Apocalypse Now" di Coppola).

15 marzo 2013

Il lato positivo (David O. Russell, 2012)

Il lato positivo (Silver Linings Playbook)
di David O. Russell – USA 2012
con Bradley Cooper, Jennifer Lawrence
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Sabrina.

Reduce da otto mesi di ricovero in un ospedale psichiatrico (gli è stato diagnosticato un disturbo bipolare dopo un improvviso scatto d'ira in seguito alla scoperta del tradimento della moglie Nikki), Pat Solitano si ritrova senza casa e senza lavoro. Torna dunque ad abitare dai genitori e manifesta una nuova filosofia di vita, all'insegna dell'ottimismo e della ricerca del "lato positivo" di ogni cosa. Nonostante tutti gli suggeriscano di voltare pagina, è convinto di poter riallacciare i rapporti con la moglie, che nel frattempo si è trasferita, dimostrandole di essere cambiato e di meritare dunque il suo "perdono". Ma a cambiarlo davvero sarà l'incontro con Tiffany, giovane vedova che dopo la morte del marito è diventata sessuomane e sociopatica: i due parteciperanno insieme a una gara di ballo, e gli sforzi per portare avanti questo progetto – che implica responsabilità, collaborazione e autodisciplina – li faranno non solo trovare un nuovo equilibrio psicofisico, ma anche innamorare. Una gradevole commedia romantica ed esistenzialista, ben scritta (la sceneggiatura si ispira a un romanzo di Matthew Quick) e recitata (notevoli i comprimari, su tutti Robert De Niro nel ruolo del padre di Pat, appassionato tifoso della squadra di football dei Philadelphia Eagles, schiavo delle superstizioni e delle scommesse; ma ci sono anche Jacki Weaver, Chris Tucker, Julia Stiles, John Ortiz, Shea Whigham e Anupam Kher), che però non sfugge alla prevedibilità e all'immancabile lieto fine di ogni classico film romantico o di riscatto, con il culmine nella gara di ballo che sancisce la vittoria finale su più fronti. Se durante la visione riesce a divertire e ad intrattenere per un paio d'ore, una volta terminata non lascia la sensazione di aver assistito a qualcosa di particolarmente profondo, e francamente le otto nomination agli Oscar (con una sola statuetta vinta, quella assegnata a Jennifer Lawrence come miglior attrice) sono esagerate. Interessante comunque la caratterizzazione del protagonista, che pensa di dover essere "perdonato" dalla moglie e non vede invece le responsabilità di lei. Macchiettistici gli altri personaggi (dallo psicanalista che si trasforma a sua volta in uno scatenato tifoso di football, ai vari amici di Pat). Il titolo originale fa riferimento al quaderno delle tattiche di gioco (Playbook) delle squadre di football, per l'occasione con i bordi delle pagine argentati (Silver Linings) come le buone intezioni di cui è foderata la nuova "strategia di vita" di Pat.

29 dicembre 2011

Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976)

Novecento
di Bernardo Bertolucci – Italia 1976
con Robert De Niro, Gérard Depardieu
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni e Rachele.

Alfredo Berlinghieri (De Niro), figlio dei proprietari di una grande azienda agricola, e Olmo Dalcò (Depardieu), figlio dei braccianti che ci lavorano, nascono lo stesso giorno, il 27 gennaio 1901 (la data della morte di Giuseppe Verdi: il film è ambientato proprio nei luoghi verdiani, in una fattoria nel comune di Busseto e nella "Bassa", fra le province di Parma, Cremona, Reggio Emilia e Mantova). Nonostante le differenze di classe sociale, i due ragazzi diventeranno grandi amici e cresceranno insieme. Ma il loro rapporto sarà messo a dura prova dagli eventi storici che segneranno l'Italia nella prima metà del secolo: dall'avvento del fascismo alle tragedie della seconda guerra mondiale (la pellicola si conclude – a parte un breve controfinale – proprio nel giorno della liberazione, il 25 aprile 1945). Per tutta la vita Olmo porterà avanti le proprie idee socialiste, mentre Alfredo – che pure in gioventù le guardava con una certa simpatia – lascerà che le prepotenze e la violenza dei fascisti si facciano strada anche nel microcosmo della tenuta di famiglia. Se non il capolavoro, di certo il film più celebre, ambizioso e personale di Bertolucci, una pellicola epica e lunghissima (dura oltre cinque ore, divise in due parti che uscirono separatamente al cinema – proprio come farà Marco Tullio Giordana con quello che può essere considerato un suo seguito ideale, "La meglio gioventù") che conquista lo spettatore per la sua natura di grande affresco corale, per la maestria tecnica (la fotografia è di Vittorio Storaro, il montaggio di Franco Arcalli, le scenografie di Ezio Frigerio e Gianni Quaranta, la musica di Ennio Morricone), per il realismo e l'attenzione ai particolari (nella messa in scena della vita contadina – dal lavoro nei campi ai riti e ai canti popolari – ma anche di quella borghese, come nelle sequenze che mostrano la vita "oziosa" di Alfredo in compagnia dello zio Ottavio) e soprattutto per l'ampio respiro storico della vicenda, abbinato però a uno sguardo che rimane sempre focalizzato su un piccolo territorio (i grandi eventi della storia del ventesimo secolo – da cui il titolo della pellicola – sono filtrati da una prospettiva intima e locale, in maniera non dissimile da quello che farà il tedesco Edgar Reitz nell'ancora più monumentale "Heimat").

Detto questo, il film – forse in parte ispirato a "Il mulino del Po" – è tutt'altro che equilibrato e ha anche i suoi bravi difetti: in particolare il manicheismo che – in nome dell'antifascismo e dell'apologia del socialismo – porta a idealizzare il popolo contadino e a demonizzare i borghesi e i "padroni", conducendo a sequenze un po' troppo sopra le righe (come quelle legate ai personaggi di Attila e di Regina, per esempio quando uccidono un bambino senza motivo). Poco convincente anche il trattamento riservato ai due protagonisti principali, Alfredo e Olmo, che man mano che la trama procede perdono importanza e restano sempre più ai margini degli eventi. Nella seconda metà del film, più che a narrare la loro storia, il regista sembra interessato soprattutto a mettere in scena una vicenda collettiva: significativa la lunghezza che viene riservata alla sequenza finale della liberazione nel cortile della fattoria. Grandioso il cast: erano anni in cui il nostro cinema poteva permettersi di ricorrere a grandi attori stranieri anche per i ruoli principali (e non per semplici comparsate), e poco importa se dovevano interpretare personaggi così permeati di italianità. Certo, nel 1976 De Niro e Depardieu – che appaiono anche in una scena di nudo frontale – erano giovani e a inizio carriera, ancora lontani dalla fama che avrebbero conquistato in seguito, ma tutto ciò non fa che valorizzare l'intuizione di Bertolucci e la sua decisione di scritturarli per il film. E comunque, anche il resto del cast non scherza: nei panni delle due donne amate da Olmo e Alfredo ci sono Stefania Sandrelli e Dominique Sanda (che avevano recitato già insieme ne "Il conformista"), in quelli dei nonni ci sono mostri sacri come Burt Lancaster e Sterling Hayden, per non parlare poi della coppia di cattivi formata da Donald Sutherland (Attila) e Laura Betti (Regina), di Romolo Valli (il padre di Alfredo), di Werner Bruhns (lo zio Ottavio), di Alida Valli (la vedova Pioppi) e dei tanti altri comprimari (fra cui vorrei ricordare Stefania Casini, la prostituta epilettica, e Pippo Campanini, il prete del paese). Nota di merito, infine, per i giovanissimi Roberto Maccanti e Paolo Pavesi che interpretano rispettivamente Olmo e Alfredo da bambini nella prima ora di film. Il film si apre con un'immagine de "Il quarto stato" di Pellizza da Volpedo, dipinto realizzato nel 1901 e dunque anch'esso un simbolo del ventesimo secolo: non a caso era stato collocato all'ingresso del Museo del Novecento recentemente inaugurato a Milano.

13 marzo 2011

Frankenstein di Mary Shelley (K. Branagh, 1994)

Frankenstein di Mary Shelley (Mary Shelley's Frankenstein)
di Kenneth Branagh – USA 1994
con Kenneth Branagh, Robert De Niro
**

Visto in DVD.

Sulla falsariga del "Dracula di Bram Stoker" diretto due anni prima da Francis Ford Coppola (che qui figura come produttore), Branagh tenta di infondere nuova linfa in uno dei più classici personaggi horror, facendo piazza pulita di tutte le precedenti versioni cinematografiche (in particolare di quelle con Boris Karloff, che tanto hanno influito nell'immaginario comune) e restando il più fedele possibile (ma nemmeno troppo) al romanzo gotico di Mary Shelley, senza peraltro rinunciare a uno stile "moderno" e hollywoodiano, con tanto di fotografia patinata e musica pomposa. La storia, naturalmente, è nota: il giovane medico Viktor Frankenstein, ossessionato dal desiderio di sconfiggere la morte dopo la scomparsa della madre, modella una creatura cucendo insieme i pezzi di vari cadaveri (fra cui quello di un assassino), inserendole il cervello di uno scienziato e dandole vita con l'elettricità. Ma il mostro che ne risulta è aggressivo e infelice, e progetta di vendicarsi del suo creatore. Nello scontro finale, fra i ghiacci del Polo Nord, periranno entrambi. Anche se non mancano sequenze di grande impatto, come quelle che vedono il protagonista all'opera nel suo laboratorio e in generale tutta la mezz'ora finale (dove spicca la scena in cui il mostro strappa il cuore della sposa di Viktor durante la prima notte di nozze), complessivamente il film delude per colpa dell'eccessiva enfasi visiva, di una certa ingenuità nei dialoghi e di una sceneggiatura superficiale che banalizza i temi dell'opera originale (l'umanità del mostro, la sfida della scienza a Dio). Poco riuscito il personaggio del mostro, che De Niro – anche per colpa del trucco fin troppo pesante – non riesce a rendere abbastanza tormentato per suscitare la necessaria empatia nel pubblico. Branagh, dal suo canto, sembra interessato soprattutto a mettere in mostra sé stesso e il proprio fisico: il vero protagonista del film è lo scienziato, non la creatura. Apprezzabili, comunque, le rivisitazioni di episodi celebri come l'incontro del mostro con il vecchio cieco (interpretato da Richard Briers) e la nascita della "moglie di Frankenstein" (Helena Bonham Carter, sorprendentemente all'altezza). Il cast comprende anche Tom Hulce (l'amico e compagno di studi di Viktor), Ian Holm (il padre) e soprattutto un irriconoscibile John Cleese (il mentore di Viktor, il cui cervello viene poi innestato nella creatura).

28 settembre 2009

Disastro a Hollywood (B. Levinson, 2008)

Disastro a Hollywood (What Just Happened)
di Barry Levinson – USA 2008
con Robert De Niro, Robin Wright Penn
*1/2

Visto in DVD, con Albertino, Ghirmawi ed Enzo.

Non funziona quasi niente in questa commedia satirica che fa parte del ricco filone in cui Hollywood ironizza su sé stessa. De Niro è un produttore che attraversa un momento di difficoltà: non solo nella vita familiare (sta cercando di riallacciare i rapporti con la seconda ex moglie) ma soprattutto sul lavoro, con contrattempi piccoli e grandi che vanno dal dover spingere un bizzoso regista europeo a tagliare alcune scene dalla sua ultima pellicola prima che questa venga inviata al festival di Cannes (in particolare la scena in cui i cattivi ammazzano sullo schermo il cane del protagonista, pesantemente contestata durante gli "screen test" con il pubblico) al convincere il riottoso Bruce Willis a tagliarsi la folta barba, invisa ai finanziatori, prima dell'inizio delle riprese del suo nuovo blockbuster. Il "povero" produttore viene raffigurato come l'anello debole della filiera cinematografica, quello che deve mediare fra tutte le parti e che viene considerato responsabile di ogni possibile intoppo. Ma risulta poco convincente che a dipingerne il ritratto, puntando il dito sulle distorsioni, le ipocrisie e i difetti del sistema, dove l'unica cosa che conta sono gli incassi e i film (e gli autori) vengono definiti letteralmente "bestie da domare", non sia una pellicola indipendente ma proprio un lungometraggio hollywoodiano, mainstream e ricco di star (alcune delle quali, come Bruce Willis e Sean Penn, interpretano sé stesse, mentre altre, come De Niro, John Turturro, Catherine Keener o Stanley Tucci, recitano il ruolo di personaggi fittizi, con una distonia e un'arbitrarietà che si fa fatica ad accettare). La riflessione sulla caducità del potere, infine, è quanto mai risaputa e deboluccia. De Niro, comunque, si impegna e sforna una delle sue migliori performance recenti.