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6 settembre 2015

Nightmare (Wes Craven, 1984)

Nightmare - Dal profondo della notte
(A Nightmare on Elm Street)
di Wes Craven – USA 1984
con Heather Langenkamp, Robert Englund
***

Rivisto in DVD, per ricordare Wes Craven.

Nella cittadina di Springwood, un gruppo di ragazzi è alle prese con Freddy Krueger, misterioso assassino in grado di uccidere le proprie vittime all'interno dei loro sogni. Pietra miliare dell'horror più visionario, è il film che – insieme ad altri titoli seminali a cavallo fra gli anni '70 e '80 (come "Halloween" di John Carpenter e "Venerdì 13" di Sean Cunningham, quest'ultimo fra l'altro qui collaboratore in alcune scene) – ha contribuito a fondare quel genere slasher di cui più tardi lo stesso Craven definirà e decostruirà i cliche in "Scream": protagonisti adolescenti alle prese con morti brutali e splatter, ignorati o non creduti dagli adulti attorno a loro (anche se, in questo caso, proprio le azioni passate degli adulti hanno dato origine al mostro), e in cui l'archetipica battaglia fra bene e male, una sorta di mito moderno, si gioca anche sul piano della moralità (la protagonista Nancy, "pura" e religiosa, è l'unica in grado di tenere testa a Krueger, mentre l'amica Tina, sessualmente più disinibita, fa quasi subito una brutta fine). In più, c'è la brillante idea degli incubi che si ripercuotono nella realtà, il che consente di dare vita a scene bizzarre, surreali e oniriche, dove le leggi fisiche non hanno più valore e dove gli ambienti e gli oggetti circostanti possono essere utilizzati dal cattivo a proprio piacimento (si pensi alla scena in cui Nancy viene attaccata nella vasca da bagno, a quella in cui i suoi piedi affondano nelle scale, o a Glen "inghiottito" dal suo letto: tutte sequenze realizzate fra l'altro in maniera creativa ma molto artigianale – vedi anche la stanza che ruota – visto il bassissimo budget a disposizione per gli effetti speciali). Oltre a questa trovata, il grande successo della serie è dovuto naturalmente anche al villain, quel Freddy Krueger (chiamato ancora solo "Fred" in questo primo film) dal volto ustionato, dall'inconfondibile abbigliamento (cappello e maglione a righe rosso-verdi), dal guanto con le lame innestate, che sarebbe diventato una delle più celebri icone del cinema horror, vero e proprio "uomo nero" (con tanto di filastrocca per bambini che ne preannuncia le gesta) indistruttibile e invicibile perché opera al di fuori della realtà. Il controfinale aperto, voluto dai produttori, gli consentirà infatti di tornare in numerosi sequel, non sempre all'altezza e ai quali Craven non contribuirà (tranne che per la sceneggiatura del terzo capitolo). Dieci anni più tardi, lo stesso regista rileggerà però la saga in chiave metacinematografica con il settimo film, "Nightmare - Nuovo incubo", dando anche al buon vecchio Freddy una nuova origine. Nel cast, da segnalare l'esordio cinematografico di un giovanissimo Johnny Depp nei panni del ragazzo di Nancy. L'edizione italiana, ai tempi, censurò pesantemente alcune scene (come quella della morte di Tina).

30 giugno 2015

Il serpente e l'arcobaleno (Wes Craven, 1988)

Il serpente e l'arcobaleno (The serpent and the rainbow)
di Wes Craven – USA 1988
con Bill Pullman, Cathy Tyson
***

Visto in divx.

Dennis Allan (Pullman), giovane antropologo americano, viene inviato ad Haiti da un'azienda farmaceutica affinché scopra il segreto con cui i sacerdoti voodoo riportano in vita i morti. L'uomo, che era già entrato in contatto con il soprannaturale durante un precedente viaggio in Amazzonia (nel quale aveva incontrato il proprio animale totemico, il giaguaro), si ritroverà invischiato in una ragnatela di misteri, stregoneria e magia nera, sullo sfondo di un contesto sociale e politico ad alta tensione: siamo infatti negli ultimi giorni della dittatura di Jean-Claude Duvalier, e a mettere i bastoni fra le ruote ad Allan c'è Peytraud (Zakes Mokae), capo dei Tonton Macoutes (la polizia segreta del paese) e al tempo stesso potente stregone che usa la magia nera a fini politici, per impadronirsi delle anime dei suoi nemici, renderli schiavi o viaggiare nei loro sogni. Tratto da un libro (non di fiction!) dell'etno-botanico Wade Davis, uno dei film più interessanti e atipici di Craven, che unisce l'ingenuità dei b-movie horror degli anni ottanta (ci sono persino echi di Sam Raimi, tanti effettacci "artigianali" come teste mozzate o mani che si allungano, nonché una buona dose di seguenze oniriche e surreali che ricordano il "Nightmare" dello stesso Craven) ad affascinanti aspetti socio-antropologici che rendono alcune sequenze quasi documentaristiche (vedi per esempio le commistioni fra voodoo e cattolicesimo, come nella scena della processione, che non avrebbe sfigurato in "Demoni e cristiani nel Nuovo Mondo" di Werner Herzog). La carne al fuoco è molta: il filone degli zombi haitiani (popolare al cinema sin dai tempi di "Ho camminato con uno zombi" di Tourneur, e lontano anni luce dalle incarnazioni moderne e post-romeriane), il tentativo di darne una spiegazione scientifica (all'origine della morte apparente c'è una combinazione di tetrodotossina e allucinogeni, benché la preparazione della "polvere" usata dagli stregoni richieda un rito antico e complicato), i tumulti e le rivoluzioni nelle zone più povere dei Caraibi, le danze e le cerimonie, il misto di credenze e superstizioni: a tratti Craven sembra perdere il filo, e il finale forse è un po' di grana grossa, ma nel complesso la pellicola lascia un ottimo ricordo di sé. Cathy Tyson (Marielle), Paul Winfield (Celine) e Brent Jennings (Mozart) interpretano gli alleani haitiani di Allan. Fra le scene cult: la mano mummificata che esce dalla minestra, il protagonista seppellito vivo con una tarantula, la tortura con il chiodo da parte di Peytraud. Il titolo si riferisce alle leggende del voodoo: il serpente e l'arcobaleno sono rispettivamente il simbolo della terra e del cielo, e l'uomo che vi rimane imprigionato in mezzo – come uno zombi che non è né vivo né morto – è destinato a soffrire.

21 maggio 2011

Scream 4 (Wes Craven, 2011)

Scream 4 (id.)
di Wes Craven – USA 2011
con Neve Campbell, Emma Roberts
**1/2

Visto in divx.

Nell'anniversario dei delitti di Woodsboro, Sidney Prescott fa ritorno nella sua città natale per promuovere il libro che ha scritto, "Fuori dall'oscurità", che testimonia come ha saputo superare i traumi degli eventi che l'hanno coinvolta in passato. Ma anche Ghostface torna inaspettatamente a colpire, replicando la strage precedente: questa volta fra i suoi obiettivi ci sono Jill, cugina adolescente di Sidney, e i suoi amici, personaggi quasi equivalenti a quelli del primo "Scream" (Jill è la nuova Sidney, Trevor il nuovo Billy, Charlie il nuovo Randy, ecc.) ma allo stesso tempo rappresentanti di una generazione internettara (i maniaci agiscono su Facebook, i video vengono caricati su YouTube) con gusti e valori diversi dalla precedente, naturalmente con nuovi miti e nuovi horror preferiti, per i quali tutto è un gioco e Ghostface è addirittura un idolo ("La tragedia di una generazione è lo scherzo di quella successiva"). Realizzato a oltre dieci anni di distanza dal capitolo precedente, il quarto "Scream" (che vede il ritorno di Kevin Williamson alla sceneggiatura) si occupa per l'appunto di remake, ovvero di riletture – non sempre fedeli – dell'originale. Anche i film slasher si devono adeguare alle mutate esigenze: "ci sono ancora delle regole, ma l'inaspettato è il nuovo cliché", bisogna "avere una sequenza iniziale che spacca, usare una regia da video musicale e gli omicidi devono essere ancora più estremi". I moventi del killer, non a caso, sono la fama e la visibilità, concetti più al passo con tempi in cui la differenza fra i cattivi e le vittime non sono più così nette. E poco importa se si trasgredisce la regola principale di un buon remake: "non cambiare l'originale". Da notare che anche le tecnologie sono evolute: ora ci sono applicazioni per smartphone che consentono di imitare la voce di Ghostface (a proposito, questo è il primo film in cui viene usato questo nome anche nella versione italiana) e webcam che consentono di trasmettere online e in diretta tutto quello che si vede ("Se vuole essere innovativo, il killer deve riprendere i suoi omicidi: è una sorta di evoluzione naturale degli psico-horror").

Il tentativo di rinnovare la saga (che molti ormai ritenevano conclusa con il terzo capitolo) riesce forse solo in parte, e il senso di deja vu (peraltro voluto) è forte, ma tutto sommato la pellicola è sufficientemente godibile e divertente. Come sempre si sguazza nei riferimenti metacinematografici, e la sceneggiatura fa riferimento alle nuove tendenze dell'horror (di "Saw" si dice che "fa schifo, non fa paura. È solo sadico, a metà fra splatter e porno. Non interessa a nessuno chi muore, non c'è sviluppo dei personaggi, solo squartamenti e fiumi di sangue"; ma ce n'è anche per lo stesso "Scream": "Un mucchietto di ragazzini logorroici che si mettono a decostruire i film horror... Visto fino alla nausea: le solite metacazzate postmoderne. Andava bene nel 1996". In compenso, "L'alba dei morti dementi" viene apprezzato). Se "Scream" è arrivato al quarto capitolo, "Stab" ("Squartati", la serie di film nei film che a esso si ispira) ha fatto persino di meglio: è già al numero 7 – un (auto)ironico riferimento alla facilità con cui gli horror sfornano seguiti – e il suo livello è evidentemente precipitato sempre più in basso ("Non riesco a crederci, fanno un sequel dopo l'altro e riciclano in continuazione le stesse cazzate..."). Memorabile la tripla sequenza introduttiva, particolarmente elaborata, che trasporta lo spettatore attraverso gli incipit (contenuti l'uno nell'altro!) di "Stab 6", "Stab 7" e finalmente di "Scream 4", senza fargli capire di primo acchito se sta guardando in effetti il film "reale" o le sue meta-derivazioni. Le protagoniste delle tre scene sono rispettivamente Shenae Grimes e Lucy Hale, Anna Paquin e Kristen Bell, e Aimee Teegarden e Brittany Robertson. Sempre restando alla serie di "Stab", si rivela che il primo film era stato diretto da Robert Rodriguez (e se qualcuno lo ritiene improbabile, si ricordi che proprio Rodriguez aveva realizzato "The faculty", per molti versi il film gemello di "Scream", sempre su sceneggiatura di Kevin Williamson) e si rivedono alcune delle scene con Heather Graham. Quanto al resto del cast, tornano naturalmente David Arquette e Courteney Cox nei ruoli di Linus e Gale (il cui matrimonio, dopo dieci anni, è un po' in crisi: come nella realtà!), mentre ci sono numerose new entry: in particolare Emma Roberts (la nipote di Julia), Hayden Panettiere, Rory Culkin, Nico Tortorella. Alison Brie è l'opportunista agente letteraria di Sidney, Marley Shelton la giovane vicesceriffo che scatena la gelosia di Gale, Anthony Anderson e Adam Brody i poliziotti (il primo si chiama Anthony Perkins!) che commentano "i poliziotti di scorta fanno sempre una brutta fine" (regola naturalmente confermata). Manca invece il detective Kincaid: Patrick Dempsey era impegnato in altri progetti e non ha potuto partecipare al nuovo film.

20 maggio 2011

Scream 3 (Wes Craven, 2000)

Scream 3 (id.)
di Wes Craven – USA 2000
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette
**1/2

Rivisto in divx.

Il terzo capitolo della saga horror più autoconsapevole e metacinematografica per eccellenza non poteva che svolgersi direttamente a Hollywood, nella mecca del cinema: negli studi della Sunrise è infatti in produzione "Stab 3" ("Squartati 3", in italiano), film conclusivo della trilogia ispirata ai fatti di Woodsboro (inutile dire che "Stab" e "Stab 2", nella finzione della serie, sono l'esatto equivalente di "Scream" e "Scream 2"). Ma stavolta "finzione" e "realtà" procedono di pari passo, visto che il terzo "Stab" non si basa su fatti già accaduti ma finisce col confondersi con gli eventi che riguardano i suoi stessi interpreti: il redivivo Ghostface, infatti, comincia a trucidare gli attori della pellicola nello stesso ordine in cui è prevista la loro morte nella sceneggiatura (il primo a essere eliminato è Cotton Weary; la seconda è un'attricetta interpretata da Jenny McCarthy, guest star d'occasione come Drew Barrymore e Sarah Michelle Gellar nei due film precedenti). Il killer, che lascia sui luoghi del delitto alcune fotografie di Maureen Prescott (la madre di Sidney) da giovane, sta cercando di rintracciare la stessa Sidney, che nel frattempo si è isolata dal mondo e vive sotto falso nome in un ranch sulle colline californiane, lavorando per un call center contro la violenza sulle donne. Richiamata dai delitti, e tormentata dal fantasma della madre, la ragazza si unirà agli amici Gale e Linus (oltre che al giovane detective Kincaid) per svelare i misteri del passato di Maureen e per tentare di scoprire l'identità del misterioso assassino: la sanguinosa resa dei conti avverrà nella villa del produttore John Milton (Lance Henriksen), per il quale Maureen aveva lavorato come attrice di film horror (te pareva!) negli anni settanta.

Anche se oggi è uscito un quarto episodio, all'epoca tutto – compreso il finale per una volta pacificante e rilassato – lasciava intendere che "Scream 3" fosse il capitolo conclusivo della saga di Craven e Williamson (quest'ultimo, impegnato in altri progetti, è accreditato solo come produttore e creatore dei personaggi: la sceneggiatura – più sbilanciata sul versante della satira e della commedia che su quello della violenza – è invece di Ehren Kruger, un cognome che peraltro evoca proprio incubi craveniani), e dunque i personaggi discettano a proposito dei "terzi capitoli di una trilogia". Il cinefilo Randy, ucciso nel film precedente, si ripresenta attraverso un filmato-testamento, registrato su videocassetta, per spiegare agli amici anche questa volta quali sono le regole da rispettare: negli episodi conclusivi delle trilogie, infatti, "si torna all'inizio della storia e si scopre che cose credute vere non lo erano affatto"; inoltre il killer si rivelerà quasi sovrumano, e per eliminarlo non basterà più sparargli o pugnalarlo; infine, chiunque potrà morire: anche il protagonista principale o i comprimari ai quali il pubblico si è più affezionato. Tutto è complicato dal fatto che esistono tre versioni diverse del copione di "Stab 3", dato che i produttori non volevano che il finale finisse su internet. "Tre versioni, tre personaggi diversi che devono morire... Chissà che versione ha letto il killer?".

Eppure, rispetto ai capitoli precedenti, c'è minor tensione: la colpa è forse da attribuire alla crociata contro i film violenti che all'epoca furoreggiava negli Stati Uniti, subito dopo la strage della Columbine High School. Ma i filmmaker si difendono, ripetendo (come in "Scream 2") che accusare la vita di imitare i film non ha senso (semmai è vero il contrario). Ghostface, come previsto da Randy, è più evanescente che mai, un vero e proprio fantasma, dotato fra l'altro dell'incredibile capacità di imitare le voci altrui (attraverso l'apparecchio che in precedenza gli consentiva solo di camuffare la propria voce al telefono). A questo proposito, telefoni e cellulari hanno un ruolo ingigantito, e vengono utilizzati in continuazione. Per gran parte della pellicola Sidney si mantiene defilata e i protagonisti sono Linus e Gale con i loro battibecchi amorosi: sullo schermo formano una coppia proprio come David Arquette e Courteney Cox facevano ormai nella vita: si erano sposati infatti nel 1999, e l'attrice è dunque accreditata come Courteney Cox Arquette. Mentre Liev Schreiber e Jamie Kennedy riprendono brevemente (per l'ultima volta?) i propri ruoli, le new entry del cast comprendono Patrick Dempsey (Kincaid), Parker Posey (Jennifer, che interpreta Gale Weathers in "Stab 3" ed è protagonista di divertenti duetti con la "vera" Gale), Emily Mortimer (Angelina, Sidney in "Stab 3", che sostituisce Tori Spelling) e Scott Foley (Roman, il regista di "Stab 3"). Esilaranti i cameo: su tutti quelli di Jay e Silent Bob (alias Jason Mewes e Kevin Smith), in visita agli studios, e di Carrie Fisher nei panni di Bianca Burnette, un'ex attrice che accusa la stessa Fisher di aver dormito con George Lucas per ottenere la parte della principessa Leia in "Guerre stellari".

19 maggio 2011

Scream 2 (Wes Craven, 1997)

Scream 2 (id.)
di Wes Craven – USA 1997
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette
***

Rivisto in divx.

Sono passati un paio d'anni dai delitti di Woodsboro: Sidney frequenta ora l'università (il Windsor College) e contemporaneamente aspira a diventare attrice teatrale. Ma nelle sale cinematografiche esce un film ("Stab", in italiano "Squartati") tratto dai fatti del primo "Scream", per la precisione dal libro che Gale Weathers ha scritto sulla vicenda ("Non è soltanto un film, è una storia vera", commentano alcuni spettatori): il suo lancio, oltre a far riaccendere i riflettori dei media sulla ragazza (che ne farebbe volentieri a meno), spinge un misterioso emulo di Ghostface a rinverdirne le gesta. Le prime morti avvengono proprio in un cinema dove si proietta la pellicola (i protagonisti della sequenza introduttiva sono Omar Epps e Jada Pinkett), mentre sullo schermo scorrono le immagini del primo omicidio della storia precedente e gran parte degli spettatori in sala indossa maschere identiche a quella del killer, rendendo così difficile identificarlo. Quando altri delitti si verificano nel campus dove vive Sidney, la polizia e gli amici più vicini alla ragazza (compresi "Linus" Riley e Gale Weathers) si rendono conto che l'assassino sta replicando le azioni del primo killer e realizzando una sorta di personale sequel. E ancora una volta tutti sono sospettati, compresi i superstiti del film precedente: anzi, probabilmente l'assassino è proprio qualcuno legato ai sanguinosi delitti di allora.

Come la loro creatura, anche Wes Craven e lo sceneggiatore Kevin Williamson tornano sul luogo del delitto, realizzando un sequel che parla, naturalmente, di sequel cinematografici e dunque di sé stesso (peccato però che la versione italiana confonda pedestramente il termine sequel con serial, usando il secondo per tradurre il primo: eppure non sono la stessa cosa!). E così i personaggi si lamentano della cattiva qualità dei seguiti ("Il genere horror è stato solo danneggiato dai sequel!"), disquisiscono sui rari casi in cui un secondo capitolo si è dimostrato all'altezza o anche migliore dell'originale (fra i titoli suggeriti figurano "Aliens", "Terminator", "Il padrino", "La casa"...), il movie geek Randy – che ora studia teoria cinematografica – spiega le regole da rispettare nella realizzazione di un sequel horror (più sangue, più morti, scene più elaborate...), e diversi elementi e spunti del primo "Scream" si ripresentano quasi identici (ma con alcune sottili differenze). C'è anche spazio per riflessioni sul possibile influsso negativo dei film violenti sulla società ("I film sono responsabili delle nostre azioni?": scopriremo in effetti che l'assassino intende difendersi in tribunale dando la colpa del suo comportamento proprio a "Stab") e sull'origine della violenza giovanile (è colpa del cinema, della famiglia o della società?). "È il classico caso di vita che imita l'arte che imita la vita".

Naturalmente anche il gioco metacinematografico si fa più sofisticato, grazie alle scene di "Stab" che ripropongono fedelemente sequenze del primo "Scream" (gli attori, ovviamente, sono diversi: Sidney sullo schermo è interpretata ironicamente da Tori Spelling, dopo che Neve Campbell nel film precedente, all'amica che le chiedeva "Se facessero un film su di te, chi farebbe la tua parte?", aveva risposto "Io dico Meg Ryan da giovane. Ma con la fortuna che ho, la farebbero fare a Tori Spelling"; Billy è Owen Wilson, mentre Casey – la prima vittima, Drew Barrymore in originale – è Heather Graham). Alcune delle scene più coinvolgenti, compreso l'intero scontro finale (con la rivelazione dell'identità del killer), si svolgono sul palco di un teatro: è ironico che un film che parli tanto di cinema ambienti le sue scene clou su un set teatrale (dove è di scena una tragedia greca, perfettamente in linea con i temi della vendetta e della morte: e le maschere del coro, impersonificazione dell'arte drammatica classica, ricordano nelle fattezze quella di Ghostface). Ma anche questi sono esempi dell'autoironia di Craven e Williamson (come quando Randy, parlando del film "Stab", lo liquida con un "Me lo vedrò in cassetta"). Fra i tanti tocchi ironici, la preoccupazione del nuovo cameraman di Gale quando scopre che l'operatore nel film precedente era stato sgozzato. Nel cast, che vede il ritorno dei principali attori sopravvissuti nel primo capitolo, ci sono alcune new entry (Sarah Michelle Gellar nel ruolo di Cici, in una scena che rispecchia quella con Drew Barrymore nel film precedente; e ancora Laurie Metcalf, Elise Neal, Jerry O'Connell, Timothy Olyphant, più Lewis Arquette – padre di David – nei panni dello sceriffo) e un maggior spazio per Liev Schreiber nel ruolo di Cotton Weary (che Sidney aveva accusato ingiustamente della morte di sua madre, anni prima, e che nel primo "Scream" era apparso solo di sfuggita).

17 maggio 2011

Scream (Wes Craven, 1996)

Scream - Chi urla muore (Scream)
di Wes Craven – USA 1996
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette
***1/2

Rivisto in divx.

Nella tranquilla cittadina di Woodsboro, un serial killer mascherato semina il panico fra gli studenti del liceo locale. A essere presa di mira, in particolare, è la giovane Sidney Prescott, la cui madre Maureen era già stata uccisa un anno prima. Già creatore di una delle più fortunate saghe horror di tutti i tempi ("Nightmare"), Wes Craven si conferma un maestro del genere sfornando un intelligente esempio di metacinema che darà vita a sua volta a una nuova e popolare serie (è da poco uscito nelle sale il quarto capitolo) in grado di combinare elementi dello slasher, del giallo e della commedia. Autoreferenziale e autoironico ("Comincia a sembrare un film di Wes Carpenter", dice a un certo punto un personaggio, creando una buffa commistione fra i nomi dei registi di "Scream" e di "Halloween"), non si tratta di una semplice parodia (non cita scene di altre pellicole per prendersene gioco, come invece faranno per esempio i vari "Scary Movie", che proprio di "Scream" sono una degenerazione: e dire che "Scary Movie" era appunto il titolo di lavorazione del film di Craven) ma di un appassionato omaggio allo stesso genere cui appartiene, ovvero il filone dell'horror/slasher anni ottanta e novanta. Ne rilegge gli stilemi e gioca con i suoi cliché (la cittadina di campagna, l'ambientazione scolastica o giovanile, il killer in maschera), ma allo stesso tempo offre suspense, paura e divertimento fino all'ultima scena e riesce a creare situazioni e personaggi terrorizzanti che non sfigurerebbero nella galleria dei più significativi del genere: su tutti spicca naturalmente Ghostface, il killer con cappa nera, coltellaccio e maschera che ricorda l'Urlo di Munch (da cui il titolo del film, che fa riferimento anche alle cosiddette Scream queen, le reginette dei film dell'orrore), la cui vera identità rimane in dubbio fino alla fine, lasciando allo spettatore la possibilità di sospettare di ognuno (d'altronde, come viene spiegato, "c'è una formula standard, una formula semplicissima: sono tutti sospettati!"). La grande novità della pellicola, comunque, è quella di essere ambientata in un "mondo reale", dove i personaggi vedono i film horror e ne conoscono tutti i segreti, i luoghi comuni e gli stereotipi, sapendo dunque come ci si deve comportare in situazioni del genere. Memorabile, per esempio, il momento in cui uno dei personaggi (Randy, commesso in una videoteca ed esperto cinefilo con una passione particolare – inutile dirlo – per le pellicole dell'orrore) enuncia quali sono le "regole per sopravvivere in un film horror": non fare sesso (solo i vergini sopravvivono!), non ubriacarsi o drogarsi, e mai dire "Torno subito".

Craven si era già ampiamente tuffato nel metacinema con "Nightmare: Nuovo Incubo", il settimo film della saga di Freddy Krueger, dove si autocitava e ironizzava su sé stesso e sulla sua creatura: l'intera saga di "Scream" può essere considerata un ampliamento delle idee alla base di quella pellicola. Innumerevoli sono dunque le strizzatine d'occhio cinefile: i personaggi citano film come "Halloween", "Venerdì 13", "Carrie", "La casa", lo stesso "Nightmare" ("Ma solo il primo dava i brividi, i successivi non valevano niente!") e attori (disquisisendo su icone del genere come Jamie Lee Curtis, la scream queen per eccellenza), esprimono concetti metacinematografici ("Tutta la vita è un film, solo che non puoi scegliere il genere"; "Se questo fosse un film horror, sarei il primo sospettato") e derivano per l'appunto le proprie regole di comportamento dagli stessi film di cui sono appassionati, come se la storia che stanno vivendo fosse una sceneggiatura cinematografica ("Non devi mai chiedere 'Chi è?', non li vedi i film dell'orrore? Tanto vale chiedere di morire"). Ma c'è anche spazio per una difesa dell'horror da chi lo accusa di traviare i giovani: "Non dare la colpa al cinema. I film non fanno nascere nuovi pazzi, li fanno solo diventare più creativi!". L'intuizione di questo particolare approccio, così come gran parte del merito del risultato finale, è dello sceneggiatore Kevin Williamson, che in seguito ripeterà l'operazione con "The Faculty" di Robert Rodriguez, dove sostituirà al cinema dell'orrore quello della fantascienza degli anni cinquanta. Da notare che il successo di "Scream" contribuirà a ridare vigore e popolarità proprio allo slasher adolescenziale, genere che all'epoca molti davano ormai per finito e che negli anni immediatamente successivi ha ripreso quota con titoli come "So cosa hai fatto" o "Final destination".

Da cult l'incipit con Drew Barrymore nei panni della prima vittima del killer, che le telefona per mettere alla prova la sua conoscenza riguardo agli horror classici ("Come si chiamava l'assassino di Venerdì 13?"), una scena ansiogena e magistrale che sarà a sua volta citata e parodizzata più volte in altre pellicole (compreso gli "Scream" successivi!). Il tema del killer che telefona alle sue vittime prima di ucciderle, fra l'altro, rimarrà uno dei tratti più caratteristici di tutta la serie ("Qual è il tuo horror preferito?", è la sua domanda tipica). Ma tutto il roster dei personaggi di questo primo capitolo è ricchissimo: molti fanno naturalmente una brutta fine, mentre altri riusciranno a sopravvivere e saranno pronti a tornare nei sequel ("Dobbiamo sopravvivere per fare il seguito!", dicono alcuni esplicitamente): a fianco alla protagonista Sidney (Neve Campbell, nel ruolo più celebre della sua carriera) spiccano l'ambiziosa reporter d'assalto Gale Weathers (Courteney Cox) e il vicesceriffo bamboccione Dwight "Linus" Riley (David Arquette), il cui soprannome nella versione originale è "Dewey". Da notare che la Cox e Arquette, conosciutisi proprio sul set di "Scream", si sposeranno nel 1999, esattamente come saranno destinati a fare i loro personaggi: un altro esempio di vita reale che imita la finzione cinematografica. Completano il cast Skeet Ulrich (Billy, il tenebroso boyfriend di Sidney), Rose McGowan (l'amica Tatum), Matthew Lillard (lo sciroccato Stuart), Jamie Kennedy (il nerd Randy) e – in un gustoso cameo non accreditato – Henri Winkler nei panni del preside del liceo di Woodsboro, per ironia della sorte (stiamo pur sempre parlando di Fonzie!) insofferente alle intemperanze dei giovani e protagonista di un'imperdibile gag con il bidello Freddie Krueger. Geniale, nella sua assurdità, la trovata della videocamera che riprende la festa e invia le immagini con un ritardo di 30 secondi, impedendo a chi le guarda di scoprire cosa accade in tempo reale, così come sono al contempo terrorizzanti e comiche le colluttazioni dell'impacciato assassino con le sue vittime, durante le quali si sprecano botte e capitomboli. La colonna sonora di Marco Beltrami è impreziosita da un brano di Nick Cave ("Red right hand") che a sua volta diventerà una costante dell'intera serie.

16 febbraio 2011

Paris, je t'aime (aavv, 2006)

Paris, je t'aime
di registi vari – Francia 2006
film a episodi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Ideato dal produttore e regista Emmanuel Benbihy, che ha girato le sequenze di raccordo insieme a Frédéric Auburtin, "Paris, je t'aime" è un film a episodi sul tema dell'amore, in cui ogni segmento (ciascuno della durata di cinque minuti) è dedicato a uno dei venti arrondissements (i quartieri municipali) di Parigi. In realtà i cortometraggi sono solo diciotto: mancano quelli dedicati all'undicesimo e al quindicesimo arrondissement, girati rispettivamente da Raphaël Nadjari e da Christoffer Boe ma eliminati dal montaggio finale per questioni di equilibrio (i due registi sono comunque citati fra i ringraziamenti nei titoli di coda). Realizzato da un'ottima rosa di cineasti internazionali, il film è più piacevole del previsto: la visione non è mai noiosa, grazie anche alla brevità degli episodi che si succedono senza soluzione di continuità e che restituiscono un'immagine ideale di una città complessa, multietnica e romantica come la capitale francese. Certo, come tutte le pellicole di questo tipo soffre un po' per la qualità altalenante dei diversi episodi (i migliori mi sono parsi quelli di Cuarón, Coixet e Schmitz, i peggiori quelli dei Coen e della Chadha), ma il livello medio è piuttosto buono e c'è anche una sostanziale omogeneità stilistica, visto che la troupe tecnica è spesso la stessa (fanno eccezione alcuni registi che hanno voluto al proprio fianco i loro collaboratori abituali). Non mancano comunque episodi che si distaccano nettamente dagli altri per temi, fotografia e atmosfere (su tutti quello di Vincenzo Natali). Da sottolineare i gustosi "camei" di alcuni cineasti all'interno degli episodi dei colleghi, come Wes Craven che interpreta la vittima del vampiro nel segmento di Natali, o Alexander Payne che veste i panni di Oscar Wilde nell'episodio diretto dallo stesso Craven. Il film si conclude con una breve sequenza nella quale rivediamo tutti i personaggi dei vari episodi mentre interagiscono fra loro. Visto il successo dell'operazione, sono stati messi in cantiere film simili ambientati in altre città (il primo a essere uscito, nel 2009, è "New York, I love you").

"Montmartre", di Bruno Podalydès, con Bruno Podalydès e Florence Muller (**)
Dopo aver trovato a fatica un parcheggio, un uomo rimane in auto a rammaricarsi della propria solitudine; poi nota una donna svenuta sul marciapiede e corre in suo soccorso. Un incipit non troppo significativo, ma l'espressività del protagonista rimane impressa.

"Quais de Seine", di Gurinder Chadha, con Cyril Descours e Leïla Bekhti (*1/2)
Seduto al fianco di due amici che si divertono a fare commenti volgari su tutte le donne che passano per strada, un ragazzo si innamora di una giovane musulmana e scopre che il padre di lei è più tollerante del previsto. Troppo buonista per convincere appieno.

"Le Marais", di Gus Van Sant, con Gaspard Ulliel ed Elias McConnell (**1/2)
Un giovane artista, recatosi in una tipografia, si sente attratto da un ragazzo che lavora lì e cerca di spiegargli di aver trovato l'anima gemella: ma i due non si capiscono perché parlano lingue diverse. Interessante, ma forse meritava un maggiore sviluppo. Cameo di Marianne Faithfull.

"Tuileries", di Joel ed Ethan Coen, con Steve Buscemi e Julie Bataille (*1/2)
Un turista americano ossessionato dalla Gioconda, seduto in attesa della metropolitana, commette l'errore dal quale la sua guida turistica lo aveva messo in guardia: incrociare lo sguardo di altre persone, nella fattispecie quello di una coppia di innamorati litigiosi. La solita scemenza dei Coen, che vorrebbero far ridere senza riuscirci.

"Loin du 16e", di Walter Salles e Daniela Thomas, con Catalina Sandino Moreno (**)
Un'immigrata brasiliana canta una ninna nanna al suo bambino prima di lasciarlo in una nursery per recarsi al lavoro. Come donna di servizio, canta la stessa ninna nanna al figlio della sua datrice di lavoro. Esile.

"Porte de Choisy", di Christopher Doyle, con Barbet Schroeder e Li Xin (**1/2)
Un rappresentante di articoli per parrucchiere arriva in un bizzarro salone di bellezza gestito da una ragazza cinese che pratica le arti marziali. Un episodio variopinto, grottesco e surreale, nel quale il direttore della fotografia di Wong Kar-wai si dimostra ancora legato a temi e personaggi hongkonghesi (nella colonna sonora c'è anche una canzone di Faye Wong).

"Bastille", di Isabel Coixet, con Sergio Castellitto e Miranda Richardson (***)
Un uomo progetta di lasciare la moglie per una donna più giovane. Ma quando scopre che la coniuge è malata di leucemia, sceglie di restare al suo fianco e finisce con l'innamorarsi nuovamente di lei. Commentato dalla voce off di un narratore, è uno degli episodi più suggestivi e malinconici, quasi un noir. Non mancano momenti di sottile ironia, come quando il marito si "sacrifica" accompagnando la moglie a vedere un film di Bela Tarr.

"Place des Victoires", di Nobuhiro Suwa, con Juliette Binoche e Willem Dafoe (**)
Una madre, sconvolta e ossessionata dalla recente morte del figlioletto, ha l'occasione di dirgli addio per l'ultima volta grazie all'intercessione dello spirito di un cowboy. All'inizio poco accattivante, ma poi si rivela un'originale variazione sul tema dell'elaborazione del lutto.

"Tour Eiffel", di Sylvain Chomet, con Paul Putner e Yolande Moreau (**1/2)
Un buffo bambino racconta come i suoi genitori, entrambi mimi, si sono incontrati e innamorati. Comicità infantile, visionaria e surreale: per una volta Chomet non usa l'animazione e si affida ad attori in carne e ossa, anche se non rinuncia al suo stile cartoonistico e caricaturale.

"Parc Monceau", di Alfonso Cuarón, con Nick Nolte e Ludivine Sagnier (***)
Un uomo anziano si incontra per strada con una donna più giovane: dai loro discorsi sembrerebbe che i due siano amanti, ma alla fine si scoprirà che si tratta di un padre e di una figlia, la quale lo ha chiamato perché faccia da babysitter al nipotino mentre lei va al cinema con un'amica. Girato magistralmente in un unico piano sequenza e con un'ottima sceneggiatura (in due lingue).

"Quartier des Enfants Rouges", di Olivier Assayas, con Maggie Gyllenhaal e Lionel Dray (**1/2)
Un'attrice americana, a Parigi per recitare in un film in costume, chiede a uno spacciatore di procurarle dell'hashish e si illude di stringere amicizia con lui. Ma quando gli chiederà di rivederlo, lui non si presenterà. Bello e in linea con il cinema struggente di Assayas (che, in mancanza dell'amata Maggie Cheung, ha reclutato un'altra Maggie).

"Place des fêtes", di Oliver Schmitz, con Seydou Boro e Aïssa Maïga (***)
Un immigrato nigeriano, ferito a morte con una coltellata da un gruppo di teppisti, domanda un caffé alla giovane volontaria che lo ha soccorso e che, come rivela un rapido flashback, aveva già incontrato in passato. Incisivo e commovente: un vero e proprio film, nonostante la breve durata.

"Pigalle", di Richard LaGravenese, con Bob Hoskins e Fanny Ardant (**)
Una coppia di mezza età litiga in un locale a luci rosse: o meglio finge di farlo per ravvivare il proprio rapporto, visto che si tratta di due attori teatrali. Colpi di scena, atmosfera torbida e due ottimi interpreti, ma lascia un po' il tempo che trova.

"Quartier de la Madeleine", di Vincenzo Natali, con Elijah Wood e Olga Kurylenko (**1/2)
Un ragazzo si innamora di una bellissima vampira dopo averla sorpresa di notte mentre azzannava una vittima per la strada. Atmosfere retrò da cinema muto ed espressionista (con citazioni da Murnau e Feuillade) per un cortometraggio che gioca con il colore e il sonoro, stilisticamente affascinante.

"Père-Lachaise", di Wes Craven, con Emily Mortimer e Rufus Sewell (**1/2)
Una coppia di fidanzati in "luna di miele anticipata" visita il cimitero di Père-Lachaise. Dopo un litigio, il fantasma di Oscar Wilde aiuta il ragazzo a riconciliarsi con l'innamorata. Non un horror, come ci si aspetterebbe da Craven, ma una riflessione romantica sull'importanza del sense of humour.

"Faubourg Saint-Denis", di Tom Tykwer, con Melchior Beslon e Natalie Portman (**1/2)
Credendo che la sua fidanzata lo abbia lasciato, uno studente cieco richiama alla memoria i momenti più importanti della sua storia con lei. Ma la ragazza, un'aspirante attrice americana, stava soltanto recitando un copione. Come in "Lola corre", Tykwer sfrutta un montaggio rapido e sequenze ripetute e accelerate per dare vigore a uno degli episodi più romantici del lotto.

"Quartier Latin", di Gérard Depardieu, con Ben Gazzara e Gena Rowlands (*1/2)
Un'anziana coppia, separata da tempo, si incontra in un bar per mettere a punto le pratiche del divorzio. Depardieu veste i panni del barista, ma la storia (sceneggiata dalla stessa Rowlands) annoia e non dice poi molto.

"14e arrondissement", di Alexander Payne, con Margo Martindale (**)
Una turista americana, sempliciotta e sovrappeso, racconta con candore e ingenuità una vacanza trascorsa da sola a Parigi, e spiega il motivo per cui ama questa città. Una conclusione bonaria e un po' ingenua, proprio come la sua protagonista.

4 maggio 2006

Red eye (Wes Craven, 2005)

Red Eye (id.)
di Wes Craven – USA 2005
con Rachel McAdams, Cillian Murphy
**1/2

Visto ieri in DVD, con Albertino.

Adoro Wes Craven, un regista-artigiano che conosce il proprio mestiere come pochi. Anche in un piccolo film come questo riesce a mantenere lo spettatore incollato alla poltrona, mantenendo alti ritmo e tensione fino alla fine. Metà thriller psicologico, metà thriller "fisico", il film scorre come da manuale e, pur non essendo propriamente un horror, non lesina richiami ai temi fondamentali del cinema di Craven, protagonista femminile decisa e determinata in testa. Come per tener fede al titolo (gli occhi rossi sono quelli che i passeggeri dei voli di linea notturni esibiscono allo sbarco!), la macchina da presa si concentra molto sugli occhi dei due protagonisti: quelli della bella McAdams (la Regina di "Mean Girls"), a volte velati di lacrime e a volte estremamente determinati, e quelli azzurro chiaro e inquietanti di Cillian Murphy (lo spaventapasseri di "Batman Begins"): due attori giovani, bravi e poco noti. Anche se gran parte del film si svolge nella claustrofobica cabina di un aereo in volo, nel finale Craven riesce persino a riproporre per l'ennesima volta la classica situazione dei film horror che lui stesso ha contribuito a codificare (in "Nightmare" prima e in "Scream" poi), con la protagonista chiusa in casa insieme al maniaco: e funziona ancora come se fosse la prima volta.