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8 maggio 2021

Hansel and Gretel (Tim Burton, 1983)

Hansel and Gretel
di Tim Burton – USA 1983
con Jim Ishida, Michael Yama
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Abbandonati nel bosco dalla matrigna cattiva (Michael Yama), i due fratellini Hansel e Gretel (Andy Lee e Alison Hong) trovano rifugio in una casa fatta di dolciumi, dove però abita una strega (sempre Yama) che progetta di mangiarli. A finire nel forno sarà invece lei, e i due bambini potranno riunirsi con il padre (Jim Ishida). Tim Burton ha realizzato questa versione della celebre fiaba dei fratelli Grimm per un programma televisivo di The Disney Channel: si tratta del suo primo lavoro con attori in carne e ossa (il precedente "Vincent" era in animazione a passo uno). Curiosa la scelta di casting, con interpreti tutti di etnia asiatica: forse anche per questo ci sono arti marziali (la strega combatte con shuriken e nunchaku!). Nel complesso simpatico, anche grazie agli sfondi disegnati, ai pupazzi (il padre dei due bambini è un giocattolaio) e all'esplosione di colori nella casa della strega, e degna di lode la scelta di non edulcorare i temi dark della fiaba originale (con gli americani non si sa mai!), con tutti i suoi significati simbolici e psicanalitici.

9 gennaio 2020

Piovono polpette (P. Lord, C. Miller, 2009)

Piovono polpette (Cloudy with a chance of meatballs)
di Phil Lord, Christopher Miller – USA 2009
animazione digitale
**

Visto in TV.

A Swallow Falls (Swallow Marina in italiano), fittizia isola nell'Atlantico che ha sempre vissuto sulla pesca e sul commercio delle sardine, ora in crisi, il giovane aspirante inventore Flint Lockwood costruisce una macchina che trasforma l'acqua in cibo. Le conseguenti piogge di cheeseburger, gelato o polpette attirano turisti e calamitano l'opinione pubblica sull'isola e su di lui, che da nerd sbeffeggiato da tutti si ritrova ad essere considerato un eroe. Ma l'inghippo sta dietro l'angolo: il cibo prodotto dalla macchina diventa sempre più grande e pericoloso... Tratto da un libro illustrato per bambini, un simpatico film d'animazione costruito su uno spunto bizzarro e originale: peccato che gli sviluppi siano poi assolutamente prevedibili, che il character design sia semplicistico e privo di immaginazione, e che il concetto di cibo rappresentato sia talmente americano (quasi solo junk food: peraltro, nonostante il titolo, in realtà piove di tutto e non solo le "polpette" che in America sono sempre associate – chissà perché – agli spaghetti) che non ci si deve sorprendere come quello dell'eccesso (e dell'obesità) sia uno dei temi preponderanti della storia. L'impianto è infatti da fiaba morale (il troppo stroppia!), con la seconda parte che imita le pellicole catastrofiche (la pioggia di cibo si trasforma in un vero e proprio tornado). Ma i bambini, probabilmente, si divertiranno, anche grazie a piccoli tocchi indovinati (la "nerditudine" dei protagonisti: oltre a Flint, anche la giovane meteorologa Sam Sparks) e un buon cast di contorno (il padre di Flint, pescatore di poche parole che parla solo con metafore a tema peschereccio; Steve, la scimmietta "spalla" di Flint; Manny, l'operatore di Sam, omettino dall'aspetto insignificante che si rivela straordinariamente versatile; "Baby" Brent, da piccolo la mascotte dell'industria delle sardine, ora cresciuto; l'ingordo sindaco Shelbourne). Si potrebbe poi fare un paragone, sicuramente casuale ma interessante, con la "pioggia di sardine" di una classica storia Disney di Romano Scarpa ("Paperino e la leggenda dello Scozzese Volante"). Il film segna l'esordio della coppia di sceneggiatori e registi Phil Lord e Chris Miller, che firmeranno sia pellicole in animazione ("The Lego movie") che in live action. Ha dato origine a un sequel (nel 2013) e a una serie animata (nel 2017).

15 marzo 2019

Primo amore (Matteo Garrone, 2004)

Primo amore
di Matteo Garrone – Italia 2004
con Vitaliano Trevisan, Michela Cescon
***

Rivisto in divx.

Vittorio (Trevisan), piccolo artigiano orafo, è ossessionato dalla magrezza femminile. E quando comincia a frequentare Sonia (Cescon), commessa e modella in una scuola d'arte, la spinge a perdere sempre più peso, cosa che la ragazza accetta di fare per amore: una sorta di "anoressia imposta" che mette a repentaglio non solo la sua salute ma anche i legami sociali e professionali di entrambi... Dopo "L'imbalsamatore", Garrone firma un'altra storia di ossessioni: per Vittorio è il tentativo di plasmare la sua donna a proprio desiderio, esattamente come fa con gli oggetti e i monili d'oro nel suo laboratorio (è una sorta di pigmalione alchemico e dietologo, che insegue una propria idea di perfezione o purificazione). Sonia, dal suo canto, è una vittima-succube del suo fidanzato, che in nome di un amore malsano si lascia modellare a piacimento da lui senza opporre alcuna resistenza, quasi annullando la propria volontà. Non si tratta di una vera e propria costrizione, quanto di una persuasione o di una pressione psicologica, che porta la ragazza a perdere le proprie certezze e a sentirsi giudicata e a disagio. La patologia di Vittorio lo rende invece un parassita che si realizza nel plasmare gli altri anziché nel lavorare su sé stesso (le sedute dallo psicologo che intravediamo ogni tanto non paiono avere frutti): in fondo anche la sua attività, il laboratorio di oreficeria, è stato ereditato dal padre e non è frutto di una sua iniziativa. E più si va avanti, più i personaggi si isolano nel proprio rapporto malsano, irrimediabilmente dipendenti l'uno dall'altra. Fra le scene migliori, quella al ristorante nel quale Sonia non ce la fa più e cede di colpo alla tentazione di mangiare dal piatto del compagno. La pellicola è girata e ambientata a Vicenza (e dintorni). Belle le musiche d'atmosfera della Banda Osiris. Un piccolo gioiellino di analisi psicopatologica, ben recitato e diretto con eleganza. Peccato per il sonoro in presa diretta, che aiuta a caratterizzare i personaggi in chiave realistica ma rende talvolta poco intelleggibili le battute.

6 gennaio 2019

La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005)

La fabbrica di cioccolato (Charlie and the Chocolate Factory)
di Tim Burton – USA 2005
con Johnny Depp, Freddie Highmore
**

Rivisto in DVD.

Willy Wonka (Depp), eccentrico produttore di cioccolato, invita cinque bambini, accompagnati dai rispettivi genitori, a visitare la sua leggendaria fabbrica, che da anni ha chiuso le porte a chiunque. Fra loro c'è il povero Charlie (Highmore), l'unico che si dimostrerà all'altezza di diventarne l'erede, mentre gli altri saranno puniti per i loro vizi. Secondo adattamento del romanzo di Roald Dahl, dopo quello cult del 1971 con Gene Wilder ("Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato"), con tutto il suo carico di fantasia, magia e (non troppo) velato moralismo. Il titolo originale, dedicato al piccolo Charlie, torna fedele a quello del libro (ma non nella versione italiana, che lo semplifica omettendo del tutto il nome del protagonista), benché – per paradosso – il film sia ancora più focalizzato del precedente sulla figura dello stravagante Willy Wonka, al quale dedica tutta una serie di flashback che ne ricostruiscono le "origini" e l'infanzia. Veniamo così a sapere della sua passione per i dolci e dei contrasti che questa gli ha causato con il padre dentista (interpretato da Christopher Lee). Il tutto "normalizza" il personaggio (che da indecifrabile e sarcastico "mago" super partes diventa una figura insicura e disturbata, quasi psicopatica, a disagio con i bambini e con un forte complesso di padre) ma si iscrive perfettamente nella poetica di Burton (e di altri autori hollywoodiani, Spielberg in primis), ossessivamente incentrata sul rapporto fra padri e figli. Finale a parte, la trama è identica al film precedente, con piccoli cambiamenti che la rendono più fedele al romanzo: alcuni innocui (la prova di Veruca Salt non riguarda oche giganti che sfornano uova dorate, ma scoiattoli che hanno il compito di selezionare le noccioline), altri più significativi (non c'è la sottotrama del "rivale" Slugworth; Charlie non è orfano di padre; e inoltre, a differenza degli altri bambini, non viene messo alla prova: manca infatti la scena in cui lui e il nonno cedono alla tentazione di assaggiare le bibite gassate, salvandosi poi grazie ai rutti). E in generale, c'è molta più attenzione alla political correctness (i nonni non fumano, viene ribadito spesso che troppi dolci fanno male, si insiste sul tema della carie...) che rende retorici i messaggi. Le scenografie, quando non richiamano il film originale, sembrano studiate apposta per realizzare poi un'attrazione a Disneyland (vedi anche le corse sulla barca o sull'ascensore). Sofisticata ma brutta la colonna sonora di Danny Elfman, in particolare le orribili canzoncine degli Umpa Lumpa (che sono nanetti pigmei, e non creature fantastiche dalla pelle arancione). Da notare la citazione di "2001: Odissea nello spazio" nella scena della stanza della televisione. Del cast (David Kelly è il nonno Joe, Noah Taylor e Helena Bonham Carter sono i genitori di Charlie), gli unici degni di nota (per motivi diversi) sono Depp, Lee e l'ubiquo Deep Roy (che interpreta tutti gli Umpa Lumpa). Nel complesso, la pellicola è inferiore in quasi tutto al film del 1971, di cui non ha la semplicità (e anzi aggiunge confusione, con il travisamento del personaggio di Willy Wonka), ma come fiaba moderna vanta comunque i suoi momenti e garantisce un adeguato divertimento (meglio dell'"Alice" di Burton, comunque!).

25 dicembre 2018

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (Mel Stuart, 1971)

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
(Willy Wonka & the Chocolate Factory)
di Mel Stuart – USA 1971
con Gene Wilder, Peter Ostrum
***

Rivisto in divx.

Il piccolo Charlie Bucket (Peter Ostrum), povero e orfano di padre che lavora per mantenere la sua numerosa famiglia (la madre e i quattro nonni), scopre di essere uno dei cinque fortunati bambini che, grazie al "biglietto dorato" trovato all'interno delle tavolette di cioccolato prodotte da Willy Wonka, potranno visitare la leggendaria fabbrica in cui il suo misterioso proprietario (Gene Wilder) vive da anni come un recluso, nel timore che gli rubino i segreti. Accompagnato dal nonno Joe (Jack Albertson), Charlie scoprirà così un mondo favoloso e incantato, colmo di dolci e di prelibatezze, di fiumi di cioccolata e cespugli di caramelle, di stravaganti invenzioni "impossibili", di creature strane o fantastiche (come gli Umpa Lumpa, sorta di folletti dalla pelle arancione e dai capelli verdi che lavorano alla produzione dei dolciumi), ma anche di regole severe e di prove da superare. E mentre gli altri bambini si dimostreranno ingordi, disobbedienti, avidi o maleducati, ricevendo le appropriate punizioni, soltanto il gentile e generoso Charlie saprà vincere ogni tentazione e giungere indenne fino alla fine del viaggio, conquistandosi così il rispetto di Wonka che lo renderà suo erede. Da un romanzo di Roald Dahl (che collaborò alla sceneggiatura, poi rimaneggiata da David Seltzer), una colorata fiaba moderna a sfondo morale che comincia come un melodramma dickensiano e si trasforma in un incrocio fra "Alice nel paese delle meraviglie" e "Il mago di Oz". Accolta tiepidamente alla sua uscita, la pellicola è diventata – nel corso degli anni e per via dei ripetuti passaggi televisivi – un vero cult movie, anche grazie ai suoi momenti surreali e grotteschi, al mix fra il candore infantile e le inquietanti vicissitudini all'interno della fabbrica, e alla recitazione di Wilder (trattenuta e mai sopra le righe), che rende Wonka un personaggio indimenticabile: stravagante, appariscente (con giacca viola e cilindro color ciocciolata), burlone, ma anche serio e indecifrabile, che parla per citazioni (spesso stravolgendole) e resta enigmatico fino alla fine. Circondato dagli Umpa Lumpa, è in fondo una specie di Babbo Natale (il che spiega come mai la pellicola, pur non essendo esplicitamente natalizia, venga spesso programmata durante le festività).

Le svariate invenzioni di Wonka nascondono spesso un lato oscuro o pericoloso: dalla caramella che non si consuma mai, alle gomme che gonfiano chi le mastica, dalle bibite "frizzosollevanti" (che Charlie e il nonno bevono nonostante fosse stato proibito, dimostrando che anche il protagonista "buono" ha la tentazione di compiere qualche trasgressione), alle oche giganti che depongono uova dorate, dalla wonka-visione (una tv che rimpicciolisce oggetti e persone) all'ufficio dove ogni cosa è divisa a metà. Così come alcuni ambienti possono essere paurosi (il tunnel, per esempio), e certe situazioni anche impressionanti per un bambino (Violet che si gonfia) o poco politically correct (i rutti per tornare a terra dopo aver bevuto la bibita gassata). Fra le numerose canzoni, forse non tutte memorabili (soprattutto quelle della prima parte), la più famosa è "Pure Imagination", cantata dallo stesso Gene Wilder (si sente anche in versione strumentale sui titoli di testa), ma non va dimenticata quella (orecchiabilissima) degli Umpa Lumpa, che si ripete ogni volta che uno dei bambini "fallisce" una prova. Certo, in assenza di effetti digitali e di CGI il tutto ha un aspetto un po' cheap, ma fa parte del suo fascino "artigianale". Girato (per risparmiare) a Monaco di Baviera, rimane a oggi il film più famoso di Mel Stuart, regista mestierante e assai prolifico, nonché l'unica prova d'attore di Peter Ostrum (che dopo il ruolo di Charlie scelse di abbandonare il cinema). Gli altri bambini che vengono ammessi nella fabbrica (cisacuno accompagnato da un membro della famiglia) sono l'ingordo tedesco Augustus, la ricca e viziata Veruca, la sgarbata e disobbediente Violet, e il teledipendente Mike. Robert Kaufman, non accreditato, ha scritto le scenette comiche e satiriche che ironizzano sulla Wonka-mania durante la ricerca dei biglietti dorati. Nel 2005 arriverà un remake di Tim Burton con Johnny Depp (da noi intitolato semplicemente "La fabbrica di cioccolato").

8 aprile 2018

Quanto basta (Francesco Falaschi, 2018)

Quanto basta
di Francesco Falaschi – Italia 2018
con Vinicio Marchioni, Luigi Fedele
*1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Arturo (Marchioni), cuoco stellato caduto in disgrazia anche per colpa del suo temperamento collerico, viene affidato ai servizi sociali presso una comunità che si occupa di ragazzi autistici. Qui stringe un particolare rapporto con Guido (Fedele), giovane appassionato di cucina, che si iscrive a un prestigioso concorso chiedendo ad Arturo di fargli da tutor. I due finiranno con l'aiutarsi a vicenda, superando i rispettivi difetti di comportamento... Il tema della disabilità mentale si intreccia a quello dell'esasperazione mediatica della cucina (l'egocentrico presidente della giuria del concorso, rivale di Arturo che mette il cacao anche nei piatti più tradizionali, è un'evidente parodia di Carlo Cracco) in una commedia leggera e tutto sommato gradevole. Peccato che, al di là delle buone intenzioni, si resti su un piano di estrema prevedibilità, con una regia scolastica (anche nella valorizzazione dei paesaggi toscani) e un'assoluta mancanza di sorprese. E se lo spunto del road movie ricorda "Rain Man" (o il più recente "La pazza gioia"), la sceneggiatura è troppo superficiale e formulaica per convincere appieno: non siamo certo di fronte a un nuovo "Si può fare". Buona la prova del giovane Fedele, a livello di fiction televisiva tutti gli altri (con l'eccezione di Alessandro Haber, nel piccolo ruolo dell'anziano maestro dei due chef rivali). Nel cast anche Valeria Solarino, Nicola Siri e Benedetta Porcaroli.

3 febbraio 2017

Hungry hearts (Saverio Costanzo, 2014)

Hungry Hearts (id.)
di Saverio Costanzo – Italia 2014
con Alba Rohrwacher, Adam Driver
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Mina (Rohrwacher) e Jude (Driver) si conoscono per caso quando entrambi rimagono intrappolati nella toilette di un ristorante cinese a New York. I due cominciano a frequentarsi e, dopo che lei rimane incinta, si sposano. Ma durante la gravidanza le ossessioni salutiste e vegane della ragazza peggiorano sempre più: e dopo il parto, comincia a "schermare" il neonato da tutto quello che secondo lei potrebbe danneggiarlo. Ecco così che non lo fa mai uscire da casa (per non farlo entrare in contatto con i "veleni" esterni, ma anche per proteggerlo dal sole e dalle radiazioni dei cellulari), non lo porta dal pediatra (perché non si fida della medicina ufficiale) e soprattutto non lo nutre a dovere (convinta che la carne e le proteine siano dannose). All'inizio Jude prova ad assecondarla: ma quando si rende conto che la salute del bambino è in pericolo, perché la sua crescita è messa a repentaglio, sarà costretto a toglierlo alla moglie e portarlo alla propria madre. La ragazza, però, non si arrende senza lottare... Dal romanzo "Il bambino indaco" di Marco Franzoso (così intitolato perché Mina, durante la gravidanza, si convince – grazie alle parole di una chiromante – che il figlio sarà una creatura eccezionale, il che giustifica il suo tentativo di purificarlo dalla corruzione del mondo esterno), una storia di patologia e ortoressia raccontata con meritorio equilibrio, senza assumere mai toni paternalisti o gridati (salvo forse nella melodrammatica svolta finale), anzi premurandosi di ritrarre anche la fragile Mina in una maniera in un certo senso simpatetica: la ragazza non è "cattiva", anzi, tutto quello che fa lo fa per amore, essendo davvero convinta di proteggere in questo modo il bambino. A tratti, nella sua natura di thriller psicologico da camera, il lungometraggio ricorda persino Polanski (in particolare le ossessioni di "Repulsion") e Hitchcock (grazie alla colonna sonora di Nicola Piovani, peraltro integrata con "Tu si' 'na cosa grande" di Modugno e "Flashdance... What a Feeling" di Moroder), soprattutto nelle scene girate con il grandangolo che distorce le figure donando un senso di claustrofobia (e accentuando l'anoressia di Mina). Da confrontare con un altro film italiano sulle patologie alimentari, "Primo amore" di Matteo Garrone. Il romanzo originale era ambientato in Italia, ma Costanzo ha voluto spostare la storia a New York ("Mi serviva una città più aggressiva, individualista e in cui è normale sentire il desiderio di proteggersi da tutto ciò che sta fuori casa"). Da notare che il bambino rimane senza nome per tutto il film. Oltre ai due ottimi protagonisti (entrambi giustamente premiati con la Coppa Volpi a Venezia), nel cast c'è anche Roberta Maxwell nel ruolo della suocera.

9 febbraio 2016

Delicatessen (Jeunet, Caro, 1991)

Delicatessen (id.)
di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro – Francia 1991
con Dominique Pinon, Jean-Claude Dreyfus
**1/2

Rivisto in divx.

In un mondo post-apocalittico, dove la mancanza di risorse ha spinto l'umanità alla fame e il baratto ha sostituito l'uso del denaro, gli inquilini di un enorme caseggiato di periferia sopravvivono grazie al macellaio (Dreyfus) che ha il suo negozio nel palazzo e che uccide sconosciuti per farli a pezzi e vendere la loro carne. Louison (Pinon), ex clown che ha risposto ingenuamente a un annuncio sul giornale (una stanza in affitto in cambio di piccoli lavoretti da effettuare nel condominio), rischia di essere la sua prossima vittima: ma Julie (Marie-Laure Dougnac), la timida figlia del macellaio, se ne innamora, e per salvarlo chiederà aiuto ai "Trogloditi", una comunità clandestina di vegetariani che vive nei sotterranei della città. Comico, grottesco, surreale e parodistico (a partire dal titolo, che non è altro che il nome del negozio del macellaio), è il lungometraggio d'esordio della coppia Jeunet-Caro, in precedenza autori di tre cortometraggi (di cui due in animazione): nei titoli di testa, il primo figura come responsabile della "messa in scena" e il secondo della "direzione artistica". Le future carriere confermeranno che è Jeunet il vero regista. Più che sulla trama da cartoon, semplice e lineare, la pellicola punta le sue carte sulle dinamiche fra i personaggi (i vari inquilini del caseggiato, tratteggiati in modo caricaturale e grottesco: dal vecchio che vive da solo in soffitta e alleva lumache e rane per "non dipendere da nessuno", alla donna che "sente le voci" e tenta ripetutamente il suicidio, dalla coppia di bambini pestiferi che giocano scherzi a tutti, alla ragazza piacente (Karin Viard) che si concede periodicamente al macellaio in cambio di cibo) e sull'aspetto visivo, graziato dalla fotografia colorata di Darius Khondji e dalle scenografie retrò. Se il sodalizio con Marc Caro durerà ancora un solo film ("La città dei bambini perduti"), l'attore Pinon e il montatore Hervé Schneid rimarranno collaboratori costanti di Jeunet anche nei lavori successivi.

6 febbraio 2016

La parte degli angeli (Ken Loach, 2012)

La parte degli angeli (The Angels' Share)
di Ken Loach – GB/F/I/B 2012
con Paul Brannigan, John Henshaw
**1/2

Visto in DVD, con Sabrina.

Robbie (Branningan), teppista di Glasgow che ha sempre condotto una vita problematica, vorrebbe mettere la testa a posto, anche perché sta per diventare padre. Ma non è facile, visto che nessuno sembra disposto a dargli fiducia. Condannato a trecento ore di lavori socialmente utili in seguito a una rissa, fa la conoscenza del bonario Harry (Henshaw), che lo prende sotto la propria ala protettiva e, fra le altre cose, lo introduce al mondo della degustazione del whisky. L'occasione della riscossa giungerà quando verrà a conoscenza dell'imminente vendita, in un'asta esclusiva, di un barile di preziosissimo whisky invecchiato oltre quarant'anni, particolarmente bramato dagli appassionati... Di solito apprezzo Loach a corrente alternata, trovando alcuni suoi lavori troppo schematici e manichei, ma mi sembra che il regista – che pure non rinuncia mai a ritrarre il mondo dei più deboli e degli emarginati, e soprattutto il contesto sociale di povertà e disoccupazione in cui si muovono – dia il meglio di sé quando, più che lanciare un messaggio, si "limiti" a raccontare una storia, meglio se condita da una venatura leggera e ottimista, all'insegna della redenzione, come nel caso de "Il mio amico Eric" o del film in questione. La simpatia dei personaggi, l'insolito contesto "enologico" (da confrontare con "Sideways" di Payne, dove si degustavano vini in California!), il tema del riscatto dei perdenti e il valore dell'amicizia si fondono mirabilmente in una commedia realistica e non consolatoria, dove non tutto fila liscio ma ci si ingegna per trarre il meglio da ciò che si ha a disposizione, e dove per una volta la volontà e la solidarietà vengono ricompensate. In più, un setting inconfondibilmente e orgogliosamente scozzese, che fonde ambienti proletari (le periferie di Glasgow), scenari turistici (il castello di Edimburgo) e gli elementi più caratteristici della nazione (i kilt, i pub, e ovviamente il whisky). Premio della giuria a Cannes. Il titolo si riferisce a quella parte di distillato che evapora in modo naturale dai barili durante l'invecchiamento. Nella colonna sonora spicca la classica "I'm Gonna Be (500 Miles)" dei Proclaimers.

10 settembre 2015

Lunchbox (Ritesh Batra, 2013)

Lunchbox (Dabba)
di Ritesh Batra – India 2013
con Irrfan Khan, Nimrat Kaur
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il portapranzo con il cibo preparato ogni mattina da Ila per il marito, a causa di un errore, viene recapitato quotidianamente a uno sconosciuto: il contabile Fernandez, che sta per andare in pensione. Dapprima attraverso le prelibate pietanze, da cui traspare tutto l'amore e la cura con cui sono state cucinate, e poi con una corrispondenza "epistolare" fatta di bigliettini e lettere lasciate nel portapranzo, Ila e Fernandez scoprono di avere molto in comune, a partire dalla solitudine. Lei, trascurata dal marito (che forse ha un'altra donna), immagina di trasferirsi in un paese straniero, magari nell'idealizzato Bhutan; lui, vedovo, indurito dalla vita e chiuso in sé stesso, aspira a una famiglia e a quel calore umano che gli manca da tempo (visto che anche sul lavoro ha come unici compagni i numeri, e infatti sulle prime tratta con sufficienza il giovane inesperto che dovrebbe prendere il suo posto). Costruito su uno spunto semplicissimo eppure assai efficace, un insolito film "romantico" i cui protagonisti praticamente non si incontrano mai di persona (anche perché una loro vera relazione sarebbe ostacolata da troppi fattori, dalla differenza di età allo stato sociale). Il lungometraggio d'esordio del regista Batra, accolto con grande favore in occidente, illustra l'insolita organizzazione dei dabbawala di Mumbai, comunità di "fattorini" che ritirano le scatole portapranzo a casa, le consegnano nei luoghi di lavoro e poi le riportano, vuote, a domicilio: nella pellicola si afferma con orgoglio che il sistema è stato studiato anche da alcune università occidentali, che hanno rilevato una percentuale di errore infinitesima: solo un portapranzo su sei milioni (quello di Ila, evidentemente!) viene consegnato al destinatario sbagliato.

18 giugno 2015

Le ricette della signora Toku (N. Kawase, 2015)

Le ricette della signora Toku (An)
di Naomi Kawase – Giappone 2015
con Masatoshi Nagase, Kirin Kiki, Kyara Uchida
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina, Daniela e Alessandro, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il quarantenne Sentaro, che gestisce un piccolo negozietto di dorayaki (dolci tradizionali formati da due pancake con un ripieno di marmellata di fagioli dolci), assume come assistente Tokue, un'anziana e timida signora ultrasettantenne, perché è in grado di preparare un'an (la suddetta marmellata) considerevolmente più buona di quella, industriale, che lui usa di solito. Ma come lui, anche la donna ha un passato misterioso e doloroso: ammalatasi di lebbra da giovane, fu rinchiusa subito dopo la guerra in una struttura di quarantena dove ha trascorso tutta la vita. A parte questo spunto interessante, il film della Kawase ha ben poco di originale: e mescola tanti ingredienti tipici del cinema giapponese (l'arte del cibo; l'amore per la natura, con gli immancabili ciliegi in fiore; il confronto fra le generazioni, qui rappresentate da Sentaro, da Tokue e dalla giovane studentessa Wakana; il minimalismo del quotidiano) per creare un film poetico, umanista e gradevole, ma fin troppo esile e manierista, tanto dal punto di vista narrativo che da quello cinematografico. Alla fine, il vero fulcro non sono i personaggi (la cui caratterizzazione non è particolarmente profonda) ma il negozio di dorayaki e i dolci stessi: il primo, un microcosmo che diventa la vera casa e il punto d'incontro di personaggi in fuga dal passato (Sentaro e Tokue) o dal futuro (Wakana); i secondi, un simbolo della tradizione culinaria e della semplicità, quasi una protezione dai ricordi e dai dolori della vita.

6 novembre 2014

The ramen girl (Robert Allan Ackerman, 2008)

The ramen girl (id.)
di Robert Allan Ackerman – USA/Giappone 2008
con Brittany Murphy, Toshiyuki Nishida
**

Visto in TV, con Sabrina.

La giovane americana Abby si è trasferita a Tokyo per vivere insieme al fidanzato Ethan, ma questi la lascia dopo un paio di settimane. Depressa e disillusa, ma anche decisa a non tornare in patria da sconfitta, Abby si getta a capofitto nella prima impresa che le passa per la testa, ovvero diventare una cuoca di ramen (i celebri tagliolini cinesi, serviti in una ciotola con brodo e varie pietanze), e chiede al burbero proprietario del ristorantino sotto casa di prenderla come allieva. Questi, all'inizio un po' riluttante, accetta: e nonostante i due non capiscano una parola delle rispettive lingue, la ragazza riuscirà dopo molte difficoltà a impadronirsi non solo della tecnica necessaria a preparare dei ramen perfetti, ma anche della capacità di "mettere la propria anima" nei piatti che cucina. En passant, troverà anche l'amore con un ragazzo giapponese (di origine coreana, Park So-hee). Film carino, innocuo, prevedibile e leggero, a modo suo anche gradevole (per una volta un film hollywoodiano non "tradisce" l'ambientazione e la cultura nipponica, anche se ne recupera molti cliché), che si regge quasi interamente sul rapporto fra maestro e allieva, con il primo apparentemente duro e autoritario ma che nel finale saprà mostrare anche il suo lato debole, e la seconda inizialmente fragile ma anche ostinata e capace di andare fino in fondo. Praticamente è come una pellicola di arti marziali, ma senza scene d'azione o violente.

10 giugno 2012

Mystic Pizza (Donald Petrie, 1988)

Mystic Pizza (id.)
di Donald Petrie – USA 1988
con Annabeth Gish, Julia Roberts
*1/2

Visto in TV.

Nella cittadina portuale di Mystic in Connecticut, popolata da un’ampia comunità di origine portoghese, tre ragazze che lavorano come cameriere nella locale pizzeria sognano un futuro diverso e vivono le loro prime storie romantiche: Kat (Annabeth Gish), aspirante studentessa di astronomia, fa da babysitter per il figlio di un affascinante uomo sposato, di cui si innamora; la sua disinibita sorella Daisy (Julia Roberts) riesce a conquistare un rampollo dell’alta borghesia; mentre la minuta Jojo (Lili Taylor) si sente troppo giovane per sposare il suo storico fidanzato Bill (Vincent D’Onofrio). Fra pressioni individuali, sociali e religiose, non tutte le vicende andranno a buon fine: in compenso, la pizzeria verrà visitata da un celebre gastronomo che ne parlerà in televisione con toni entusiastici. Un filmetto che, a parte la bella ambientazione e il mood anni ottanta, non offre granché di interessante: piccoli drammi minimalisti per tre vicende di coming-of-age che non prendono mai quota, anche perché la caratterizzazione dei personaggi rimane abbastanza superficiale (fa parzialmente eccezione solo Jojo, il personaggio che sfida i cliché e coinvolge maggiormente lo spettatore). Buona, comunque, la prova delle tre (allora sconosciute) protagoniste. Di lì a poco, la Roberts sarebbe diventata una star (a partire da “Pretty Woman”), la Taylor avrebbe continuato ad apparire in interessanti pellicole indipendenti (fra cui “Arizona Dream”), mentre la Gish, a parte alcune comparsate televisive, sarebbe finita nel dimenticatoio. Minuscola parte per un Matt Damon al debutto (è il ragazzino che mangia l’aragosta). La pizzeria al centro della storia esiste davvero, ed è ormai divenuta un’attrazione turistica.

12 febbraio 2012

Super Size Me (M. Spurlock, 2004)

Super Size Me (id.)
di Morgan Spurlock – USA 2004
con Morgan Spurlock, Alexandra Jamieson
*1/2

Visto in TV.

L’obesità è ormai una vera e propria epidemia in molti paesi industrializzati, Stati Uniti in testa. Per dimostrare la dannosità dei cibi grassi e ricchi di zucchero, come quelli serviti dalle grandi catene di fast food, il regista e interprete di questo documentario ha provato a nutrirsi per 30 giorni esclusivamente da McDonald’s, mangiando hamburger e patatine a colazione, pranzo e cena (abbinando il tutto a una completa assenza di esercizio fisico, in modo da “riprodurre” lo stile di vita di molti americani). L’esperimento, condotto sotto stretto controllo medico, rivela quello che in fondo si sapeva già dal principio: mangiando così, si ingrassa e si sta male. C’era davvero bisogno di farci su un film? Realizzata nel periodo in cui alcuni gruppi di consumatori cominciavano a far causa a McDonald’s e soci perché non li avrebbero informati dei danni provocati dal loro cibo, la pellicola intende denunciare gli effetti di una dieta di scarsa qualità, accusare le compagnie alimentari di lanciare campagne pubblicitarie rivolte ai minori per fornire loro un “imprinting” sin dall’infanzia, dare voce agli esperti nutrizionisti che sconsigliano di ingurgitare cibo spazzatura. Ma se il messaggio è giusto e l’argomento importante, lo stile di Spurlock (sulle orme di Michael Moore) è paternalista, retorico, banale, sensazionalista. Non mancano comunque alcuni spunti interessanti (come le riflessioni sul fatto che, mentre negli Stati Uniti è ormai “socialmente accettato” criticare i fumatori, attaccare una scorretta alimentazione – tranne quando riguarda i bambini, con riferimento alle mense scolastiche – è ancora visto come una limitazione della libertà personale). Uno degli effetti della pellicola fu quello di spingere McDonald’s a eliminare il menù “Super Size” dai suoi ristoranti.

28 agosto 2011

La locanda del gabbiano (N. Ogigami, 2006)

La locanda del gabbiano (Kamome shokudo)
di Naoko Ogigami – Giappone 2006
con Satomi Kobayashi, Hairi Katagiri
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa e Monica, in originale con sottotitoli.

La minuta Sachie apre una locanda in Finlandia per servire agli avventori caffè, dolci alla cannella e pietanze giapponesi (pesce alla griglia e onigiri). Dapprima i clienti latitano, e l'unico frequentatore abituale è un timido ragazzo con la passione per gli anime (i cartoni animati nipponici); ma pian piano, grazie anche all'aiuto di altre due "giapponesi in trasferta" – l'emotiva e stravagante Midori e la più formale Masako, che si trasferiscono da lei e le danno una mano in cucina – la locanda arriva a riempirsi, superando la diffidenza e il sospetto dei compassati finlandesi. Un "piccolo" film sull'amicizia e il cibo, incentrato su tre donne sole che si ritrovano – per motivi casuali o bizzarri (come l'aver puntato a caso il dito su un atlante) – sperse e isolate in un paese lontano (lost in translation), e che punta le sue carte sulla strana commistione fra Giappone e Finlandia; commistione, comunque, che è meno insolita di quanto possa sembrare, come dimostra lo stile minimalista della pellicola, caratterizzato da un umorismo surreale, sottile e rarefatto che, pur essendo tipicamente giapponese, ricorda anche le pellicole di Aki Kaurismäki. Non a caso le parole che Masako usa per descrivere i finlandesi, "gente che prende seriamente cose così stupide", e che "sembrano tutti così calmi e pacifici, liberi dai legami con il mondo", potrebbero adattarsi anche a certi abitanti del paese del Sol Levante. Il cast è prevalentemente femminile: attorno alla protagonista Satomi Kobayashi spiccano, per simpatia, i volti di Hairi Katagiri (dalle fattezze e dalle espressioni impareggiabili, a tratti sembra un Kitano al femminile) e di Masako Motai. Ma ci sono anche attori kaurismäkiani come Markku Peltola.

1 giugno 2011

The wholly family (T. Gilliam, 2011)

The wholly family (id.)
di Terry Gilliam – Italia 2011
con Nicolas Connolly, Cristiana Capotondi
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi.

Una famiglia di turisti americani cammina per le strade e i vicoli di Napoli, dove il bambino rimane talmente affascinato da una statuetta di Pulcinella da rubarla quando i genitori si rifiutano di comprargliela. Di notte la statuetta si animerà, e con l’aiuto di una serie di Pulcinella in carne e ossa lo trasporterà in un viaggio onirico e inquietante fra catacombe, ospedali, ristoranti e sale da ballo. Al risveglio, saprà come riportare la pace fra i litigiosi genitori: e anche la sua famiglia potrà dirsi felice come quelle ritratte dalle figurine del presepe che i venditori espongono per la strada. Parte di una serie di short “sponsorizzati” da una nota marca di pasta per rilanciare l’immagine di Napoli (i film precedenti sono stati realizzati da Pappi Corsicato e Valeria Golino), proiettato nelle sale in abbinamento a "Cirkus Columbia" di Danis Tanovic, questo cortometraggio di 20 minuti può vantare tutta la cattiveria, l’ironia e la visionarietà tipiche di Terry Gilliam. I grotteschi Pulcinella (fra i vari attori spicca Renato De Maria) che offrono piatti su piatti di pasta al piccolo protagonista e che lo guidano in un viaggio notturno alla ricerca dell’armonia famigliare perduta non si dimenticano facilmente. Se nella sequenza del sogno non mancano momenti degni del miglior surrealismo (si pensi al reparto maternità dell’ospedale, con i bambini che nascono dalle uova e il piccolo protagonista che, gettato via dalla madre, va in pezzi come un bambolotto), anche quando ritrae il mondo “reale” l’ex Monty Python non si limita a mostrare gli aspetti più patinati e folcloristici di Napoli ma anche quelli che agli occhi di un inglese o di un americano possono sembrare più sgradevoli o scioccanti (le montagne di spazzatura, l’invadenza anche “fisica” degli abitanti).

3 maggio 2011

Il pranzo di Babette (G. Axel, 1987)

Il pranzo di Babette (Babettes gæstebud)
di Gabriel Axel – Danimarca 1987
con Stéphane Audran, Birgitte Federspiel, Bodil Kjer
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Paola.

L'ex cuoca di un ristorante francese, fuggita da Parigi in seguito ai disordini della Rivoluzione, si rifugia come domestica nella casa di due anziane sorelle in uno sperduto villaggio di pescatori sulla costa della Danimarca, e riporta pace e felicità nella locale comunità di religiosi luterani preparando un raffinatissimo pranzo che li aiuterà a vincere rimpianti e risentimenti e a conquistare una nuova armonia. La soddisfazione (gastronomica) del corpo come via per soddisfare l'anima, il cibo come catalizzatore della spiritualità, il "vizio" (al quale i puritani accomunano ogni piacere terreno, comprese dunque le pietanze di Babette) come strada per la virtù ("Misericordia e verità si sono incontrate, rettitudine e felicità si sono baciate", recita il decano della comunità): gli spunti alla base del film (tratto da un racconto di Karen Blixen, e "caso" cinematografico del 1987, con tanto di premio Oscar per il miglior film straniero) sono semplici ma densi di significati. Ai religiosi che vivono in preghiera e in arida austerità, avendo dimenticato come amare il mondo che li circonda, Babette con il suo pranzo insegna ad apprezzare veramente i doni di Dio, e che si può elevare lo spirito anche attraverso una celebrazione mondana. Allo stesso modo aiuta l'anziano generale Löwenhielm (Jarl Kulle), che in gioventù aveva amato una delle due sorelle ma aveva poi preferito dedicare la propria vita alla carriera militare, a superare i rimpianti e a raggiungere un nuovo equilibrio. Alcuni degli attori che interpretano gli abitanti del villaggio avevano recitato nei film di Carl Theodor Dreyer: Lisbeth Movin e Preben Lerdorff Rye (la vedova e il capitano), per esempio, erano i protagonisti di "Dies irae". Cameo di Bibi Andersson (la dama di corte che sposa il generale). Impossibile non farsi venire l'acquolina in bocca nel veder passare sullo schermo le varie portate (brodo di tartaruga, Blinis Dermidoff al caviale, cailles in sarcofage – quaglie ripiene in crosta di pasta sfoglia – con salsa Périgourdine, insalata, formaggi, savarin al rhum, frutta mista, caffè con tartufi, friandises) e i vini (Amontillado bianco ambra, champagne Vouve Cliquot) del ricercatissimo menù.

17 marzo 2011

Il sapore del riso al tè verde (Y. Ozu, 1952)

Il sapore del riso al tè verde (Ochazuke no aji)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1952
con Michiyo Kogure, Shin Saburi
***1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"), con Hiromi e Michiko.

Dopo molti anni, il matrimonio fra Mokichi e Taeko Satake sta attraversando una fase difficile. Stufa di un marito al quale rimprovera il grigiore e le abitudini troppo semplici e umili, la donna trascorre le giornate a sparlarne con le amiche ed è sempre alla ricerca di una scusa per recarsi con loro alle terme fuori città. Il rapporto fra i due coniugi precipita ulteriormente quando l'uomo prende le difese della nipote Setsuko, che aveva rifiutato un incontro a scopo matrimoniale con un possibile pretendente, organizzato dalla madre e dalla stessa zia. Ma al litigio seguirà la riflessione e la riconciliazione, che avverrà davanti a un'improvvisata ciotola di ochazuke (il "riso al té verde" del titolo, un piatto molto veloce da preparare, il cui valore – come quello di Mokichi – risiede proprio nella semplicità). Amo molto questo film, uno dei miei preferiti fra tutti i lungometraggi di Ozu, al punto da ritenerlo quasi all'altezza di capolavori assoluti come "Tarda primavera" e "Viaggio a Tokyo". L'idea alla base della pellicola risale addirittura al 1939, quando Ozu e il suo sceneggiatore di fiducia Kogo Noda avevano iniziato a stenderne lo script: ma ai quei tempi la censura del Giappone nazionalista aveva impedito la realizzazione di un film così incentrato su sentimenti intimi e individuali, nonché sulla rappresentazione di comportamenti "frivoli" come quelli di Taeko e delle sue amiche (per non parlare del rifiuto di Setsuko verso l'istituzione tradizionale del matrimonio combinato). Solo nel 1952 la sceneggiatura, opportunamente riscritta per adattarla alla nuova realtà del paese dopo la fine della guerra (si pensi alle scene in cui Mokichi rincontra per caso un ex commilitone, interpretato da Chishu Ryu), potè essere finalmente portata sullo schermo. A destare perplessità fra i censori era stata, in particolare, proprio la scena chiave del film, quella in cui i due coniugi si riconciliano davanti all'ochazuke (peraltro forse mutuata da "La ragazza della quinta strada" di Gregory La Cava). Inutile sottolineare che si tratta di una scena fondamentale nell'economia della pellicola: Taeko, fino ad allora descritta come borghese e viziata, non solo impara ad apprezzare un piatto assai semplice ma decide di cucinarlo lei stessa, anziché svegliare la domestica, nonostante non metta piede in cucina da anni: e la preparazione del cibo, alla quale partecipano entrambi i coniugi lavorando fianco a fianco, suggerisce la rifondazione del matrimonio su nuove basi di reciproca comprensione. D'altronde nella cultura giapponese la cucina è spesso una metafora della vita. La grande umanità dei personaggi, la finissima caratterizzazione psicologica, lo stile frizzante e dinamico (ci sono numerosi movimenti di macchina, cosa rara per il regista nipponico, comprese alcune carrellate in avanti), il tono iniziale da commedia che si fa più teso con l'evolversi della vicenda (senza mai sforare nel sentimentale o nel melodrammatico) sono tutti elementi che rendono il film vivace e accattivante. A fianco del "tradizionale" teatro kabuki (che non casualmente è il posto scelto dalla madre e dalla zia di Setsuko per l'incontro a scopo matrimoniale) il film mostra anche luoghi di aggregazione più moderni, come lo stadio di baseball e soprattutto le sale da pachinko, nuova forma di intrattenimento popolare che in quegli anni stava diffondendosi sempre di più (si tratta, per chi non lo sapesse, di una specie di flipper verticale, antenato dei moderni videogiochi). La sottotrama della nipote che trascorre la giornata in giro con lo zio, il quale poi è costretto a fingere di rimproverarla davanti alla moglie, ricorda un film precedente di Ozu, "La ragazza che cosa ha dimenticato?".

18 gennaio 2011

God of cookery (Stephen Chow, 1996)

God of cookery (Sik san)
di Stephen Chow, Lee Lik-chi – Hong Kong 1996
con Stephen Chow, Karen Mok
***

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

Esilarante commedia a sfondo culinario, fra le migliori sfornate da Stephen Chow prima del successo internazionale di "Shaolin soccer". Il protagonista, che si fregia del titolo di "dio dei cuochi" e come tale sponsorizza ristoranti e catene di fast food, è in realtà un avido e arrogante impostore le cui capacità gastronomiche sono il frutto di elaborati inganni, organizzati con la complicità di un boss delle triadi. Quando quest'ultimo decide di "scaricarlo" e di sostituirlo con un altro cuoco più affidabile ed esperto (che lo umilia in pubblico, smascherandone la reale natura), Stephen è costretto a ricominciare da zero. Dopo aver creato un nuovo impero gastronomico con l'aiuto di due bande rivali di ristoratori di strada, si introduce nel leggendario tempio di Shaolin per apprendere la vera arte della cucina cinese. E nel duello conclusivo contro il rivale dimostrerà di essere diventato letteralmente una "divinità della cucina". Mettendo – tanto per restare in tema – moltissima carne al fuoco, il film passa dalla farsa demenziale al dramma esistenziale, mescolando momenti slapstick con il classico percorso di caduta e rinascita su cui si fondano molte pellicole dell'estremo oriente, senza dimenticare naturalmente la competizione in cui le tecniche culinarie sostituiscono quelle delle arti marziali (non a caso la trama coinvolge il monastero di Shaolin, luogo/simbolo per eccellenza del kung fu). Ed è soprattutto un film assai divertente, che cresce a dismisura a ogni successiva visione, fra gag politicamente scorrette, personaggi eccentrici e situazioni surreali (mitici, per esempio, i "18 bronzemen" – anch'essi protagonisti di classici film di kung fu – che impediscono al malcapitato Stephen la fuga dal tempio). Il personaggio femminile menomato e inizialmente respinto dal protagonista (qui un'eccezionale Karen Mok) è tipico dei lavori di Chow: come non ricordare la dolce Vicki Zhao di "Shaolin soccer"?

19 settembre 2009

Soul Kitchen (Fatih Akin, 2009)

Soul Kitchen (id.)
di Fatih Akin – Germania 2009
con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Dopo "La sposa turca" e "Ai confini del paradiso", Akin si conferma un regista di razza e sforna un'altra ottima pellicola. Stavolta si tratta di una scatenata commedia, ambientata – come quasi tutti i suoi film – ad Amburgo: ma al posto dei soliti immigrati turchi, i protagonisti in questo caso sono greci. Zinos gestisce uno scalcinato ristorante, il "Soul Kitchen", dove serve agli avventori pietanze di dubbio gusto. Sommerso da problemi vari (la fidanzata Nadine si trasferisce a Shanghai; un colpo della strega gli procura un forte dolore alla schiena, impedendogli di lavorare; il fisco esige il pagamento dei debiti pregressi; l'ufficio d'igiene ha qualcosa da dire in merito alla cucina; il fratello Ilias esce di galera in cerca di un lavoro; un losco affarista vorrebbe impadronirsi del terreno su cui sorge il locale), ha la bella pensata di assumere uno bizzarro chef, licenziato da un ristorante di lusso a causa del suo caratteraccio: ma la sua cucina troppo raffinata ha il solo effetto di allontanare persino i pochi clienti abituali. Eppure, dopo le prime difficoltà, il locale comincia a diventare immensamente popolare, grazie a una commistione fra musica e cibo che rende finalmente onore al suo nome, "la cucina dell'anima"... Personaggi variopinti e simpatici (ci sono anche un pittoresco marinaio, un'attraente cameriera, una cordiale fisioterapista, e molti altri), situazioni paradossali ed esilaranti, il connubio fra musica e gastronomia: tutto contribuisce a creare un cocktail efficace e soddisfacente. Molto belli i titoli di coda, realizzati attraverso una serie di poster e manifesti.