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9 settembre 2022

Città portuale (Ingmar Bergman, 1948)

Città portuale, aka Città della nebbia (Hamnstad)
di Ingmar Bergman – Svezia 1948
con Nine-Christine Jönsson, Bengt Eklund
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo nove anni ininterrotti di navigazione, il marinaio Gösta (Eklund) torna sulla terraferma con l'intenzione di restarci, e sbarca nel porto proprio mentre una ragazza, Berit (Jönsson), tenta il suicidio buttandosi in mare. Innamorati, i due cominciano a frequentarsi. Ma solo dopo alcune settimane la tormentata Berit rivela a Gösta la verità su di sé, ovvero i problemi in famiglia, con genitori litigiosi e mai comprensivi, e i suoi trascorsi in riformatorio, per via di una serie di cattive compagnie. Ma anche di fronte a una società ipocrita e perbenista, saprà trovare una nuova voglia di vivere. Il quinto lungometraggio di Bergman, da lui anche sceneggiato a partire da un romanzo di Olle Länsberg, è un dramma (neo)realista di scarso interesse, forse ispirato alle pellicole di Marcel Carné, anche se l'attenzione al vissuto sociale e alle questioni morali, in particolare quelle delle nuove generazioni, quasi impotenti in un mondo che non li prende in considerazione e non è fatto a misura loro, è comunque da apprezzare (si pensi alla scena in cui Gertrud, amica di Berit, ricorre a un aborto clandestino a costo della vita pur di non dire nulla alla propria famiglia).

26 giugno 2022

Lo chiamavano Bulldozer (Michele Lupo, 1978)

Lo chiamavano Bulldozer
di Michele Lupo – Italia/Germania 1978
con Bud Spencer, Raimund Harmstorf
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Ex campione di football americano, ritiratosi misteriosamente dallo sport professionistico all'apice della carriera per fare il marinaio giramondo, il gigantesco "Bulldozer" (Bud Spencer) si ritrova temporaneamente bloccato nel porto di Livorno per un danno al motore del suo vecchio barcone. Qui incontra e decide di allenare un gruppo di ragazzi italiani che hanno sfidato in una partita di football i soldati di una vicina base militare americana, guidati dal subdolo sergente Kempfer (Raimund Harmstorf), nei cui confronti hanno una forte rivalità. Con i suoi modi bruschi ma paterni, Bulldozer ne farà una vera squadra, insegnando loro i valori dello sport anche in chiave pedagogica e integrando anche gli elementi più problematici, come il ladruncolo Gerry (Ottaviano Dell'Acqua), il picchiatore Orso (Joe Bugner) e l'appassionato di scommesse Spitz (Giovanni Vettorazzo). E nel finale, per far fronte al "gioco sporco" degli americani, Bulldozer dovrà entrare personalmente in campo. Commedia "a solo" per Bud Spencer (senza Terence Hill o un'altra vera spalla), in cui non mancano (ovviamente) sganassoni e gag da fumetto, ma la trama per una volta è "seria" e i momenti intensi: anche la confezione è complessivamente fra le migliori dei film dell'attore. La colonna sonora è, come sempre, dei fratelli De Angelis (Oliver Onions), con la canzone "Bulldozer". Bud, doppiato da Glauco Onorato, canta però con la propria voce una canzone in spagnolo, "El indio Chaparral". Harmstorf è doppiato da Ferruccio Amendola, mentre il colonnello del campo militare ("Sa qual è il mio peggior difetto?") è interpretato da René Kolldehoff. Fra i ragazzi spiccano Enzo Santaniello e Nando Paone. Memorabili anche il barbiere sardo (Piero Del Papa) e il "maneggione" italo-americano (Gigi Reder). La base americana è quella di Camp Darby (chiamata Camp Durban nel film). "Bomber" del 1982, girato negli stessi luoghi con lo stesso regista, ne sarà praticamente un remake (con il pugilato al posto del football).

15 maggio 2018

Bandiera gialla (Elia Kazan, 1950)

Bandiera gialla (Panic in the Streets)
di Elia Kazan – USA 1950
con Richard Widmark, Jack Palance
**1/2

Visto in divx.

Uno straniero (di nazionalità armena, come il regista Elia Kazan), sbarcato da poche ore nel porto di New Orleans, viene assassinato da un gangster (Jack Palance, al suo debutto sul grande schermo) e dai suoi due scagnozzi per un debito di gioco. Analizzando il cadavere, il medico militare Clinton Reed (Richard Widmark) scopre che l'uomo era infetto da peste polmonare: in una corsa contro il tempo, diventa così di fondamentale importanza non solo scoprire da quale nave era sbarcato, ma anche rintracciare tutti coloro con cui è stato in contatto ravvicinato, a cominciare dai suoi killer, prima che il contagio possa diffondersi fra la popolazione. Naturalmente gli assassini faranno invece di tutto per non farsi trovare... Un thriller ad alta tensione con uno spunto insolito e originale e un ottimo cast di caratteristi: al fianco di Widmark, in un rapporto da "buddy movie" (all'inizio si guardano in cagnesco, poi impareranno a rispettarsi a vicenda e a collaborare) c'è il commissario di polizia interpretato da Paul Douglas. Barbara Bel Geddes è la moglie del protagonista, Zero Mostel e Guy Thomajan i complici del gangster. Il titolo italiano si riferisce al segnale che comunica la presenza di una malattia infettiva a bordo di una nave. Kazan gira un film tutto ambientato in un porto (e dintorni) quattro anni prima del capolavoro "Fronte del porto". Interessante anche il ruolo della stampa, di cui viene difesa la libertà ed elogiata l'importanza, anche se in un caso come questo diffondere la notizia dell'epidemia può fare più danni che altro. La sceneggiatura di Edna ed Edward Anhalt vinse l'Oscar. Musica di Alfred Newman.

13 febbraio 2018

I lunedì al sole (F. León de Aranoa, 2002)

I lunedì al sole (Los lunes al sol)
di Fernando León de Aranoa – Spagna 2002
con Javier Bardem, Luis Tosar
***

Visto in divx.

Ogni giorno è uguale agli altri a Vigo, sulla costa della Galizia, per un gruppo di operai rimasti disoccupati dopo la chiusura del cantiene navale per il quiale lavoravano. A tenerli a galla ci sono l'orgoglio, la dignità, l'amicizia e la solidarietà: ma non tutti affrontano la difficile situazione nello stesso modo. Santa (un Javier Bardem barbuto), disnivolto sindacalista, sotto processo per aver distrutto un lampione durante le proteste per la chiusura del cantiere, ciondola senza far nulla in particolare, si barcamena con piccoli lavoretti, sogna di emigrare in Australia ("Laggiù tutto è al contrario di qui") e cerca di tenere unito in qualche modo il piccolo gruppo di amici. José (Luis Tosar) soffre per dover dipendere economicamente dalla moglie Ana (Nieve De Medina), che lavora al mercato del pesce; Lino (José Angel Egido) continua a presentarsi a colloqui di lavoro, nonostante gli manchino i requisiti richiesti (soprattutto l'età e le competenze informatiche); Reina (Enrique Villén), che ha trovato un impiego come sorvegliante in un cantiere vicino allo stadio, permette agli amici di entrarvi di notte per poter guardare a sbafo le partite; Amador (Celso Bugallo), quello caduto più in disgrazia, passa le giornate a bere e a filosofare; e infine Rico (Joaquìn Climent), con i soldi della liquidazione, ha aperto un bar che funge da punto di ritrovo per tutti gli altri, aiutato dalla giovane figlia Nata (Aìda Folch). Una pellicola corale ed episodica, con l'obiettivo di descrivere una situazione sociale e un'atmosfera proletaria più che una storia vera e propria (non c'è una trama o una conclusione precisa). Delicata, intensa, mai melodrammatica, con una sceneggiatura ricca di piccoli episodi e momenti significativi (la serata di babysitteraggio, con una rilettura "sociale" della fiaba della Cicala e della Formica; i tentativi di riemergere e di riappacificarsi con il mondo; il funerale dell'amco suicida) che fa emergere l'umanità di personaggi sconfitti eppure mai disposti ad arrendersi: una delle migliori pellicole sul tema della disoccupazione (dai toni più leggeri ed equilibrati rispetto, per esempio, alla durezza e al manicheismo di un Ken Loach), nonché il film che ha rivelato (anche internazionalmente) il regista. Ottimi tutti gli interpreti. Nella colonna sonora, fra le altre, si sentono Tom Waits, "La mer" e "Volare" in versione spagnola.

31 gennaio 2018

Fronte del porto (Elia Kazan, 1954)

Fronte del porto (On the Waterfront)
di Elia Kazan – USA 1954
con Marlon Brando, Eva Marie Saint
***1/2

Rivisto in divx.

L'ex pugile Terry Malloy (Marlon Brando, in una delle interpretazioni più celebri della sua carriera: "Potevo diventare un campione. Potevo essere qualcuno... invece di niente") è al soldo di Johnny Friendly (Lee J. Cobb), capo di un'organizzazione sindacale che utilizza metodi mafiosi per sfruttare gli scaricatori del porto a proprio piacimento, facendo la cresta su ogni attività e decidendo chi deve lavorare e chi no. Quando, anche per causa sua, il suo amico Joey – che intendeva denunciare Johnny – viene ucciso, Terry comincia ad avere sensi di colpa e scrupoli di coscienza, esacerbati dalle prediche di Padre Barry (Karl Malden) e dall'incontro con Edie Doyle (Eva Marie Saint, al suo debutto sul grande schermo), la sorella di Joey, innocente ma agguerrita, di cui si è innamorato. Uno dei più importanti film hollywoodiani degli anni cinquanta, che ha cementato la fama sia del regista Elia Kazan che – soprattutto – di Marlon Brando, in un ruolo da duro in cerca di redenzione. Memorabile la sua camicia a scacchi, che veste per tutta la pellicola (tranne che nell'ultima scena, quando indossa la giacca di Joey, l'amico della cui morte si sente colpevole e con il quale condivideva la passione per l'allevamento di colombi viaggiatori sul tetto). La sua, come abbiamo detto, è una storia di redenzione: ma sullo sfondo di un impianto collettivo che denuncia le condizioni dei lavoratori la pellicola affronta anche i temi personali del coraggio, della vigliaccheria, della delazione e del tradimento. Non va trascurato il contesto produttivo, nel pieno della stagione del Maccartismo: attraverso il personaggio del prete, che cerca di convincere i lavoratori a denunciare chi li sfrutta, Kazan sembra voler giustificarsi o comunque lanciare un messaggio a chi (come Arthur Miller, che peraltro aveva scritto la prima versione del soggetto, poi sceneggiato da Budd Schulberg) lo aveva accusato di aver collaborato con le commissioni sulle attività antiamericane. In ogni caso, la trama si ispirerebbe direttamente ad alcuni eventi di cronaca davvero accaduti al porto di Hoboken, nel New Jersey. E il film è potente nelle immagini quanto nei contenuti, curatissimo nella messa in scena e con una recitazione intensa e di alto livello da parte di tutto il cast. La fotografia in bianco e nero di Boris Kaufman ha tutti i crismi di un noir: basti pensare all'illuminazione sghemba nelle scene notturne in cui viene ucciso Charley (Rod Steiger), il fratello di Terry che non ha voluto tradirlo. La scena in auto con il confronto fra Brando e Steiger, giustamente considerata dai critici uno dei vertici emozionali del film, fu praticamente improvvisata dai due interpreti (entrambi provenienti dalla scuola dell'Actors Studio fondato dallo stesso Kazan). Straordinaria anche la colonna sonora di Leonard Bernstein, ricca di sonorità stravinskiane e con un tema semplice ma memorabile. Vincitore di otto premi Oscar, tutti di peso: miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Brando), attrice non protagonista (Saint), fotografia, scenografia e montaggio: fu inoltre nominato per la colonna sonora e per tre attori non protagonisti (Malden, Steiger, Cobb).

26 dicembre 2017

Uzak (Nuri Bilge Ceylan, 2002)

Uzak (id.)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2002
con Muzaffer Özdemir, Mehmet Emin Toprak
***

Rivisto in DVD.

In cerca di un lavoro, magari a bordo di una delle tante navi che salpano dal porto, il giovane Yusuf (Emin Toprak) lascia il proprio paese in Anatolia e si fa ospitare a Istanbul dallo zio Mahmut (Muzaffer Özdemir), celebre fotografo. Il loro è un incontro/scontro fra due solitudini, diverse per età ed esperienza ma anche molto simili. Mentre una fitta coltre di neve imbianca la città, e mentre cominciano a sorgere i primi (e a volte semi-comici) disagi della convivenza, sia Mahmut che Yusuf vivono la propria crisi esistenziale. Il primo, affermato artista della fotografia (e forse alter ego di Nuri Bilge Ceylan: significativa l'affermazione che in gioventù sognava di diventare regista di "film alla Tarkovskij") che sembra portare un bagaglio troppo pesante sulle spalle, deve far fronte alla malattia della madre, alla partenza per l'estero della ex moglie, a una diffusa stanchezza per la propria vita e il proprio lavoro che lo ha irrimediabilmente inaridito (tanto che ormai ritrae solo marmi e piastrelle, anziché persone od oggetti animati); il secondo, al contrario, avrebbe tutta la vita davanti a sé, ma si trova come "bloccato", incapace non solo di trovare lavoro ma anche semplicemente di parlare a una ragazza. Un film che lentamente, attraverso sguardi e silenzi, scava nell'animo dei due personaggi – e nella loro difficoltà di comunicare o di instaurare rapporti umani – fondendo insieme gli aspetti psicologici ed estetici (meravigliosa la fotografia) e proseguendo il discorso che Ceylan aveva cominciato con "Kasaba" e "Nuvole di maggio" (dei quali è praticamente un sequel). La neve che imbianca le strade, i parchi e il porto è il perfetto scenario per i sentimenti congelati dei personaggi. A unire i due uomini, oltre all'infelicità sottotraccia, sono invece cose banali, discussioni e fraintendimenti, momenti di vita quotidiana, e la cattura di un topo (che esplicita la metafora fiabesca: Mahmut e Yusuf sono il topo di campagna e il topo di città). E forse, senza ammetterlo a loro stessi, si sostengono a vicenda, proprio come fanno i due strumenti solisti nel brano di Mozart (la sinfonia concertante per violino, viola e orchestra, K. 364) che funge da colonna sonora. Premiato a Cannes con il Grand Prix e il riconoscimento per la migliore interpretazione maschile (a entrambi gli attori, postumo per Toprak che era appena scomparso in un incidente stradale). Il titolo significa "distante".

29 marzo 2016

I due superpiedi quasi piatti (E.B. Clucher, 1977)

I due superpiedi quasi piatti
di E.B. Clucher – Italia 1977
con Bud Spencer, Terence Hill
***

Rivisto in TV.

Dopo aver inutilmente cercato – ciascuno per proprio conto – di trovare un lavoro da scaricatori al porto di Miami, scontrandosi però con una banda di gangster che gestisce a modo suo gli affari al molo, i due sbandati Wilbur Walsh (Bud Spencer) e Matt Kirby (Terence Hill) decidono di rapinare insieme un supermercato: per errore, però, finiscono in una stazione di polizia e sono costretti a fingere di essere lì per arruolarsi. Completato il corso di addestramento, vengono inviati a pattugliare le strade della città. Il loro progetto è quello di farsi espellere dalla polizia alla prima occasione, ma ben presto si prendono a cuore il caso di un cinese assassinato (anche perché Kirby si è innamorato della sua nipote) e finiranno per sgominare una banda di trafficanti di droga, gestita – guarda caso – dai gangster del porto. Girato interamente in Florida (tranne due scene in Italia, entrambe in interni: quella nella villa della "contessa" e la scazzottata finale al bowling), uno dei film più riusciti fra quelli di ambientazione contemporanea della coppia Hill/Spencer. Già dietro la macchina da presa dei due "Trinità", E.B. Clucher (alias Enzo Barboni) è senza dubbio uno dei migliori registi ad aver mai diretto il dinamico duo, e si vede: la qualità delle inquadrature e la geometria della messa in scena (si pensi al loro primo incontro al porto) valorizzano le gag ma anche l'alchimia fra i due caratteri e l'ambiente circostante. Il film si apre con vedute aeree di Miami e dintorni (su cui scorrono i titoli di testa, con la musica dei fratelli De Angelis) e prosegue con una serie di scene autoconclusive ma collegate l'una all'altra in una trama orizzontale priva di tempi morti. Parecchie le battute memorabili: "Ci ho il crimine nel sangue, io" (detta da Hill prima del tentativo di rapina, e poi riadattata a varie circostanze: "Ci ho le pallottole nel sangue", "Ci ho il whisky nel sangue", ecc.), "'Questa è una rapina' dillo tu, che hai la voce più grossa", "Questa è... questa è... questa è proprio una bella giornata!", oltre a uno scambio di battute che, da bambino, mi faceva sempre tanto ridere: "Appena fatto il colpo, andremo a spassarcela in Florida" – "Ma ci siamo già in Florida!".

Oltre che alle consuete dinamiche interne alla coppia, le risate sono garantite dal rapporto con il capitano della polizia, David Huddleston (doppiato da Ferruccio Amendola), che favorisce immancabilmente Kirby rispetto a Walsh, e da sequenze come l'arresto dei due uomini politici (maltrattati a proposito per farsi cacciare dalle forze dell'ordine, il che ovviamente non avverrà: Bud Spencer sbotta addirittura in un "Politicanti di merda!" assolutamente fuori contesto ma proprio per questo ancor più divertente) o l'incontro con la "contessa russa" e la sua amica, inviate dai gangster per sedurre i due poliziotti e metterli fuori combattimento. Quest'ultimo è uno dei rari casi in cui Bud e Terence sono alle prese con tentazioni di natura sessuale: di solito nei loro film l'attrazione per le donne viaggia su un binario più "puro", come è il caso, anche in questa pellicola, dell'infatuazione di Kirby per la ragazza cinese (interpretata da una Laura Gemser – Emmanuelle Nera! – qui ingenua e candida). E a proposito di comprimari, fra i cattivi si riconoscono i "soliti" Luciano Catenacci, Riccardo Pizzuti e Claudio Ruffini. In più c'è il tormentone delle auto distrutte (è uno dei film in assoluto con il maggior numero di automobili sfasciate, almeno prima che arrivasse "The Blues Brothers") e, ovviamente, la solite e memorabili scazzottate, fra cui quella con i teppisti nella tavola calda (con Kirby che si finge storpio e Walsh sordomuto: "Ma lui lo vede che ho la pistola?" "Certo, sono muto, mica cieco!") e quella con la banda di "Geronimo" allo stadio di football americano. Non mancano citazioni, più o meno vaghe, ai precedenti film della coppia. Quando i due sono al chiosco degli hamburger, alla radio si può sentire "Angels and beans", la canzone di "Anche gli angeli mangiano fagioli" (dove però al posto di Terence c'era Giuliano Gemma). E nella frase di Hill "Ringrazia Dio che somigli a mio fratello!" non si può non cogliere un riferimento alla saga di Trinità e Bambino.

5 dicembre 2011

Miracolo a Le Havre (Aki Kaurismäki, 2011)

Miracolo a Le Havre (le Havre)
di Aki Kaurismäki – Finlandia/Francia/Germania 2011
con André Wilms, Kati Outinen
***

Visto al cinema Apollo.

L'anziano Marcel Marx è un ex scrittore ed artista (il personaggio, il cui nome è ispirato a quello di Karl Marx, era già apparso in un precedente film di Kaurismäki, "Vita da Bohème") che ora si guadagna da vivere come lustrascarpe nella città portuale di Le Havre, in Normandia. In un momento di crisi, alle prese con una grave malattia della moglie, Marcel accoglie in casa propria il piccolo Idrissa, immigrato clandestino ricercato dalla polizia, e lo aiuta a raggiungere la madre a Londra, grazie anche alla solidarietà degli altri abitanti del quartiere. Descritto dallo stesso regista come "una storia universale che poteva essere ambientata in qualsiasi paese d’Europa" (tant'è che inizialmente la sua idea era quella di girare la pellicola in una città del Mediterraneo, in Italia o in Spagna: ma poi ha scelto Le Havre, la città dove Marcel Carné aveva ambientato "Il porto delle nebbie" con Jean Gabin), il film ha i toni della favola (da qui il finale lieto, anzi "miracoloso" come suggerisce il titolo italiano; e a dire il vero i miracoli sono tre: a quelli che riguardano il bambino e la moglie del protagonista si aggiunge la fioritura del ciliegio fuori stagione) e affronta in maniera delicata e poetica i temi della solidarietà, dell'amore, dell'amicizia e della vecchiaia. A un nucleo realistico, incentrato su un tema di forte attualità come l'immigrazione clandestina in Europa (si pensi alle amare riflessioni del giovane vietnamita che vive sotto falso nome), il regista finlandese innesta come suo solito una caratterizzazione dei personaggi sensibile e poetica, piccoli tocchi di humour surreale (l'ispettore con l'ananas), ingredienti conviviali come cibo, alcool e musica, e la capacità di rendere vivo l'ambiente nel quale si svolge la storia. Come sempre, i suoi personaggi sono laconici e non lasciano trasparire le emozioni in volto (la più espressiva di tutti è la cagnetta Laika!). Fra gli attori, oltre agli habitué kaurismäkiani André Wilms e Kati Outinen, da segnalare Jean-Pierre Léaud nell'ingrato ruolo del vicino delatore e Jean-Pierre Darroussin in quello dell'ispettore Monet, forse ispirato all'investigatore Petrovič di "Delitto e castigo". Ma gli omaggi non finiscono qui: i nomi di molti personaggi fanno riferimento alla cinematografia francese del passato (Marcel Carné, Arletty, Jacques Becker): e in effetti, pur se ambientato ai giorni nostri, l'atmosfera del film è particolarmente retrò (abiti, automobili, oggetti sembrano risalire a parecchi decenni fa). A questo contribuisce anche l'ottima fotorgafia di Timo Salminen, che dona una qualità quasi pittorica a parecchie scene. Il cantante Roberto Piazza, alias "Little Bob" è una celebrità locale: Le Havre ha infatti conquistato Kaurismäki anche per la sua vivace scena musicale ("È come la Memphis francese", ha dichiarato, "e Little Bob è il suo Elvis").

4 febbraio 2011

Querelle (R. W. Fassbinder, 1982)

Querelle (id.)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania/Francia 1982
con Brad Davis, Franco Nero
***1/2

Visto in DVD.

L'ultimo film di Fassbinder, uscito postumo (il regista morì qualche mese prima della sua distribuzione, a soli 37 anni), è un passionale adattamento del radicale e controverso romanzo di Jean Genet "Querelle de Brest", reso vivido dalla messinscena surreale e teatrale (l'irrealtà dell'ambientazione va di pari passo con le riflessioni filosofiche dei personaggi e le citazioni letterarie a tutto schermo) e dalla fotografia astratta e colorata (le immagini sono ammantate di rosso e di giallo, come se ci si trovasse immersi in un tramonto perenne: "i colori del fuoco e della passione"). Presentato al Festival di Venezia, non vinse alcun premio ma spinse il direttore della giuria Marcel Carné a rilasciare una celebre dichiarazione nella quale si rammaricava di essere stato "l'unico a difendere un film" che, per quanto controverso, un giorno avrebbe avuto "un suo posto nella storia del cinema". La trama segue da vicino quella del romanzo originale: il marinaio Querelle (Brad Davis) sbarca al porto di Brest, dove ritrova il fratello Robert (con il quale ha una relazione d'amore e d'odio) presso la Feria, locale-postribolo gestito dall'ambiguo Nono (Günther Kaufmann), la cui moglie Lysiane (Jeanne Moreau) è l'amante proprio di Robert. Oggetto delle attenzioni morbose del complessato tenente Seblon (Franco Nero), comandante della nave su cui è imbarcato, Querelle si concede invece al sodomizzatore Nono, al quale vende anche una partita di oppio (dopo aver assassinato un altro marinaio che lo aveva aiutato a contrabbandarla). Per sfuggire alle indagini della polizia, fa cadere la responsabilità dell'omicidio su Gil (Hanno Pöschl, che interpreta anche la parte di Robert), un operaio che si è nascosto in un edificio abbandonato presso il porto dopo aver ucciso un collega di lavoro. Nella storia, condita da dialoghi espliciti e da meditazioni esistenziali, vengono coinvolti diversi altri personaggi, legati fra loro da rapporti di amicizia, di complicità e di sesso, come il timido Roger (amico di Gil) o il poliziotto corrotto Mario. Da notare come il look di molti personaggi rimandi a icone dell'immaginario omosessuale, le stesse rese celebri da gruppi musicali come i Village People: il marinaio (in divisa), l'operaio (in canottiera e casco), il poliziotto (con giubbotto di pelle), e così via. Bollato da alcuni come osceno e pornografico e da altri come un caposaldo della cultura gay, caratterizzato da uno stile classicheggiante e quasi artificioso nel suo acceso intellettualismo, il film è essenzialmente un melodramma a sfondo erotico che fonde in un unico personaggio (ossia nel protagonista) l'eroe e il cattivo, il vincente e lo sconfitto, una figura fragile e inerme e un subdolo manipolatore.

26 ottobre 2009

I dannati dell'oceano (J. von Sternberg, 1928)

I dannati dell'oceano (The docks of New York)
di Josef von Sternberg – USA 1928
con George Bancroft, Betty Compson
***1/2

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Il rude fuochista Bill Roberts, la cui nave è appena giunta nel porto di New York, ha solo una notte da trascorrere a terra prima di imbarcarsi nuovamente. Dopo aver salvato una donna che aveva tentato il suicidio buttandosi in acqua dalla banchina, prova a confortarla e si offre addirittura di sposarla seduta stante. Il matrimonio, celebrato in maniera improvvisata e quasi per gioco all’interno di un’affollata bettola dei bassifondi, frequentata da marinai e prostitute, rappresenta per la ragazza – un’anima persa in cerca di redenzione – l’opportunità per cominciare una nuova vita; ma Bill ha tutte le intenzioni di abbandonarla il mattino seguente per riprendere il suo lavoro sul mare...
Nonostante la semplicità della trama, che si svolge nel giro di poche ore, il film è stilisticamente uno dei migliori di Sternberg, nonché una pietra miliare del cinema muto drammatico. Le scenografie, la fotografia e la regia sono ad altissimi livelli: sorprendono, in particolare, il dinamismo delle scene di massa nel locale (fra balli e risse) e l’utilizzo della profondità di campo, per non parlare del grande realismo dell’ambientazione e della messa in scena che sembra anticipare Renoir o Welles (e anche il Carné del “Porto delle nebbie” gli deve parecchio). Molti critici hanno sottolineato la complementarietà dei due protagonisti: lui proviene dal fuoco (le caldaie), lei dall’acqua (il tentato suicidio); lui è un duro concentrato di mascolinità, lei appare fragile ed estremamente femminile; lui ha un passato ricco e variopinto (i tatuaggi testimoniano di molte storie sentimentali e di numerosi viaggi da un porto all’altro), lei ne è quasi priva (per quasi l’intera pellicola non sappiamo nemmeno il suo nome, Mae), anche se entrambi sono senza radici e incapaci di immaginarsi un futuro stabile (“Chi mai sposerebbe uno/una come me?”, si chiedono reciprocamente). Completano il tutto frasi e dialoghi memorabili (“Ti concederò una chance, faccio sempre in tempo a fare un altro buco nell'acqua”; “Non ho mai perso una nave in vita mia”) e scene commoventi (come quella in cui Mae, che deve ricucire la tasca della camicia di Bill, non riesce a infilare il filo nell’ago per colpa delle lacrime che le bagnano gli occhi). Anche i personaggi minori, come il parroco che accetta di sposarli senza licenza o la moglie fedifraga del capo dei fuochisti (interpretata dall’ottima Olga Baclanova), sono estremamente vivi e danno il loro contributo alla riuscita di un sublime affresco melodrammatico.

1 dicembre 2008

Il porto delle nebbie (M. Carné, 1938)

Il porto delle nebbie (Le quai des brumes)
di Marcel Carné – Francia 1938
con Jean Gabin, Michèle Morgan
***

Visto in DVD.

Jean, taciturno soldato coloniale che ha probabilmente disertato dall'esercito, giunge nel porto di Le Havre in cerca di un'occasione per lasciare il paese imbarcandosi per il Sud America. Nel frattempo trova ospitalità in una baracca sulla costa, rifugio di altre anime perse, dove si innamora di una giovane ragazza: rinuncerà a partire per proteggerla dal suo viscido tutore e da un gangster di mezza tacca, ma rimarrà coinvolto nella misteriosa sparizione del suo ex spasimante. Terza collaborazione del regista Carné con lo sceneggiatore Jacques Prévert, il film ha segnato un'epoca del cinema francese e ha dato vita a quel particolare genere chiamato "realismo poetico" (perché filtra la realtà e la società attraverso la poesia e l'ispirazione letteraria), considerato un precursore del noir americano per il fatalismo disperato, le atmosfere sospese e soprattutto i personaggi ai margini della società, pieni di illusioni e di disillusioni, destinati a uscire sconfitti dalla loro eterna lotta contro il destino. Protagonisti come Jean e Nelly, che vagano fra ombre e nebbia in compagnia di un cagnolino randagio e che devono affrontare la propria solitudine, non si dimenticano tanto facilmente. Ma non mancano i punti deboli: il film è un po' impalpabile, quasi chiuso in sé stesso, con svolte prevedibili e sviluppi poco interessanti, e in fondo si capisce come mai Godard e i suoi compagni della Nouvelle Vague non amassero questo tipo di cinema (che pure ha prodotto capolavori assoluti come il monumentale "Les enfants du Paradis", sempre della coppia Carné-Prévert), soprattutto in confronto alla maggior concretezza degli autori di noir americani, e gli riconoscessero pregi più letterari che cinematografici, al punto da attribuire la "patente di autore" al solo Prévert. Anche se come tipo di film non c'entra nulla, la scena dello scontro con il gangster presso le automobiline del luna park mi ha ricordato "Altrimenti ci arrabbiamo" con Bud Spencer e Terence Hill. La versione nel DVD Ermitage presenta evidenti tagli (nella scena iniziale dell'incontro con il camionista, per esempio) e infatti ha una durata di circa dieci minuti inferiore a quella riportata sui testi.