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15 gennaio 2021

Il gladiatore (Ridley Scott, 2000)

Il gladiatore (Gladiator)
di Ridley Scott – USA/GB 2000
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix
***1/2

Rivisto in TV.

Nell'anno 180 dopo Cristo, la morte dell'imperatore Marco Aurelio (Richard Harris) e l'ascesa al trono di suo figlio Commodo (Joaquin Phoenix) segnano anche la caduta in disgrazia di Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe), valoroso generale ispanico dell'esercito romano, rimasto fedele agli ideali del vecchio sovrano. Scampato a un tentativo di assassinio, Massimo viene catturato e si ritrova dapprima schiavo e poi addestrato all'arte del combattimento nell'arena. E proprio come gladiatore torna a Roma per battersi nel Colosseo, intenzionato a vendicare la propria famiglia trucidata dai pretoriani del nuovo imperatore. Da uno script di David Franzoni (ispirato a un romanzo di Daniel P. Mannix del 1958), un lungometraggio epico e avventuroso entrato nella memoria collettiva, nonché uno dei maggiori successi al botteghino di Ridley Scott. Con un plot retorico e di grana grossa, colmo di inesattezze storiche ma anche di situazioni e frasi memorabili ("Al mio segnale scatenate l'inferno"), il film ha reso Crowe una star (dopo "L.A. Confidential") e ha riportato in auge il peplum – genere cinematografico che da decenni era scomparso dai radar delle grandi produzioni hollywoodiane – di cui rappresenta forse il punto più alto e al tempo stesso popolare (insieme al "Ben Hur" di William Wyler e allo "Spartacus" di Stanley Kubrick: ma erano appunto altri tempi). Viscerale e spettacolare nella messa in scena, fra la battaglia nei boschi che apre la pellicola (a Vindobona, contro le tribù germaniche), degna di Kurosawa e che ha ispirato Peter Jackson, i violenti scontri fra i gladiatori e una Roma antica ricostruita in computer grafica, il film non perde mai di vista i suoi personaggi, con la vicenda personale di Massimo che si intreccia con gli intrighi politici e dietro le quinte (lo scontro fra l'imperatore e il senato): co-protagonista al pari di Massimo è infatti il "cattivo" Commodo, figura complessa e ambivalente che ne è il perfetto contraltare. Tanto il primo è un eroe di guerra onorato e ammirato da tutti (sia da generale che da gladiatore, quando diventa un vero e proprio idolo delle folle), ma che sogna soltanto di tornare alla propria vita tranquilla da contadino (come Cincinnato), tanto il secondo è codardo, ambizioso, folle e spregiudicato, con un forte complesso di inferiorità e di inadeguatezza.

Pur nella sua folle megalomania – che si esplica negli istinti incestuosi verso la sorella Augusta Lucilla (Connie Nielsen) – e nella sua codarda cattiveria – vedi gli "abbracci" traditori al padre e a Massimo – Phoenix rende Commodo un personaggio in fondo umano e comprensibile, che aspira soltanto ad essere amato e a ricevere quel rispetto che nessuno sembra volergli riconoscere: così si spiega il suo desiderio di offrire al pubblico fastosi giochi al Colosseo, all'insegna del motto "panem et circensem", e così si giustifica l'inverosimile scena finale in cui scende personalmente nell'arena per battersi con il rivale. Pare che in effetti il vero Commodo si dilettasse nella lotta: tuttavia le inaccuratezze storiche, come dicevamo, sono numerose, anche se alcune si sono rese necessarie per esigenze di trama. Molti comunque i riferimenti a figure e personaggi reali: pur immaginario, per esempio, Massimo è un misto fra Marco Nonio Macrino (generale di Marco Aurelio), Cincinnato appunto (che dopo le sue vittorie tornò a vivere nella propria fattoria), Spartaco (che guidò la rivolta dei gladiatori) e Narcisso (che uccise Commodo). Buona anche la resa della grandezza dell'impero romano, di cui – oltre la capitale – si mostrano province agli angoli più remoti, dai confini germanici alle regioni nordafricane, e quasi da brividi gli accenni "ultraterreni" al passaggio di Massimo nei Campi Elisi, nel finale, evocato peraltro dalla prima scena del film (la mano che sfiora le spighe di grano). Nel cast anche Oliver Reed (Proximo, l'ex gladiatore che addestra Massimo), Derek Jacobi (il senatore Gracco), Djimon Hounsou (lo schiavo Juba), Ralf Moeller, David Hemmings e Tommy Flanagan. Fondamentale la musica di Hans Zimmer, che pure ricicla suggestioni precedenti, nobili o meno (da Richard Wagner a Gustav Holst, fino al Vangelis del "1492" dello stesso Scott), anticipando in certi temi sé stesso ("Pirati dei Caraibi"). Il brano più celebre, l'elegiaco "Now we are free", è stato scritto insieme alla cantante Lisa Gerrard dei Dead Can Dance, che lo interpreta vocalmente (in Italia, purtroppo, è ormai associato indelebilmente alla pubblicità del Mulino Bianco). Dodici nomination ai premi Oscar e cinque statuette vinte: quelle per il miglior film, l'attore protagonista, i costumi, il sonoro e gli effetti speciali (ma avrebbe meritato almeno anche quelle per la regia e la colonna sonora).

10 ottobre 2019

Joker (Todd Phillips, 2019)

Joker (id.)
di Todd Phillips – USA 2019
con Joaquin Phoenix, Robert De Niro
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

Aspirante comico e cabarettista dalla salute mentale cagionevole, Arthur Fleck (Phoenix) lavora come clown per negozi e ospedali e ha ricevuto soltanto calci dalla vita. In un mondo senza empatia, sottoposto a frustrazioni e pressioni sociali di ogni tipo, finirà con l'esplodere, trovando nella violenza una valvola di sfogo e trasformando ogni tragedia in una ragione di riso. Origin story per lo psicopatico e acerrimo nemico di Batman: ma chi pensasse di trovarsi di fronte a un cinecomic come tanti altri, tutto azione, battutine ed effetti speciali, si sbaglia di grosso. Pur ambientato a Gotham City, e con apparizioni di personaggi quali Thomas Wayne (il padre di Bruce) nonché – fugacemente – del suo figlioletto e del maggiordomo Alfred, non c'è quasi nulla che rimandi al colorato universo dei supereroi in calzamaglia. Siamo più dalle parti di pellicole scorsesiane come "Taxi driver", con la sua analisi del disagio sociale e dei meccanismi della violenza, e di "Re per una notte", fonti di ispirazione talmente evidenti da essere esplicitate con la presenza di Robert De Niro nel ruolo di un anchorman televisivo che ricorda moltissimo proprio il secondo dei film citati. Frase cult: "Quando ero un bambino e dicevo alle persone che volevo fare il comico, tutti ridevano. Adesso invece nessuno ride". Qualche (ottusa) polemica in patria, con l'accusa di aver voluto far empatizzare il pubblico con un criminale e giustificare le ragioni delle sue azioni, che peraltro si dipanano in un contesto dai toni esasperati ma realistici, in una città sconvolta dalle tensioni sociali: tanto che le imprese del Joker hanno una forte risonanza fra le classi più disagiate, fomentando un movimento di rabbia e di protesta i cui membri indossano maschere da pagliaccio che sembrano alludere a quelle di Guy Fawkes dei vari Anonymous od Occupy Wall Street. Il classico accostamento fra l'apparente leggerezza e ilarità della figura del clown con la tristezza e la violenza è, ancora una volta, quanto mai efficace. E accettando la propria identità di Joker (quello di Arthur Fleck, come scopre il protagonista, in fondo non è mai stato il suo vero nome), il personaggio rinasce a una nuova vita che saprà sollevarlo dalle umiliazioni, sia pure provocando morte e violenza, in cui sguazza ridendo e ballando. In mezzo al caos e alla distruzione, assistiamo fugacemente anche alle origini di Batman (con l'assassinio dei genitori di Bruce Wayne). Phillips, anche sceneggiatore (insieme a Scott Silver), si è forse ispirato a storie a fumetti come "The killing joke" di Alan Moore: prima di questa pellicola, la sua carriera di regista era stata assolutamente mediocre (i suoi lavori più famosi sono le commedie come "Una notte da leoni" e similari). Stratosferica la prova di Phoenix, che per interpretare la parte è dimagrito di 24 chili (un tour de force che ricorda quello di De Niro in un'altra pellicola di Scorsese, "Toro scatenato"): forse quest'anno l'Oscar per il miglior attore è già prenotato. Nel frattempo il film, che potrebbe diventare il primo di una serie di lungometraggi dark e a sé stanti sui personaggi più tenebrosi dell'Universo DC, ha vinto a sorpresa il Leone d'Oro a Venezia. E pur essendo stato girato a basso budget (relativamente parlando, s'intende), ha riscosso un ottimo successo di pubblico. Dopo le delusioni al botteghino e le stroncature della critica per molte pellicole che scimmiottavano quelle della concorrente Marvel, la Warner sembra aver compreso che è meglio ridimensionare la natura interconnessa del DC Extended Universe e realizzare invece film che abbiano una propria identità autonoma: anche per questo motivo si è scelto di non ricorrere a Jared Leto, che aveva interpretato il Joker in "Suicide Squad" (il personaggio, in passato, ha avuto naturalmente anche i volti – fra gli altri – di Jack Nicholson e di Heath Ledger). Da notare come la copia vista al cinema avesse molte scene "localizzate" in italiano (lettere, giornali e biglietti da visita).

15 novembre 2017

Le forze del destino (T. Vinterberg, 2003)

Le forze del destino (It's All About Love)
di Thomas Vinterberg – Danimarca/USA 2003
con Joaquin Phoenix, Claire Danes
*1/2

Visto in divx.

Siamo nel 2021, e il pianeta Terra è soggetto a un "disordine cosmico" che provoca strani fenomeni: a New York la gente muore per le strade nell'indifferenza generale, vittima di una malattia che colpisce chi è solo e depresso; in Uganda, per qualche mistero gravitazionale, le persone "volano"; e ovunque incombe una nuova glaciazione (con l'abbassamento improvviso delle temperature e la caduta della neve a luglio). L'insegnante universitario John (Joaquin Phoenix), diretto in Canada, si ferma a New York per far firmare alla moglie Helena (da cui è separato da oltre un anno) la domanda di divorzio. Ma la donna (Claire Danes), campionessa di pattinaggio di origine polacca, gli chiede aiuto, perché si sente vittima di un inquietante complotto: il suo entourage, guidato dal manager-patriarca (Alun Armstrong) e di cui fa parte anche l'ambiguo fratello Michael (Douglas Henshall), progetta di sostituirla con tre cloni, copie senza memoria che vengono addestrate per prenderne il posto quando lei si ritirerà dalle scene. E mentre John ed Helena vanno alla riscoperta del proprio amore mai sopito, scoprono che è stato anche assoldato un killer, il signor Morrison (Geoffrey Hutchings), per sbarazzarsi di lei. Realizzato in cinque anni di lavorazione, dopo il successo di "Festen", un film ambizioso e bizzarro, che ricorda qualcosa di Wenders ("Fino alla fine del mondo") e sembra anticipare il surrealismo di Lanthimos (e pure, se vogliamo, "La quinta stagione"), ma che risulta anche fumoso e pasticciato (come nelle sequenze che vedono in scena il fratello di John, interpretato da Sean Penn, che sorvola dal suo aereo un pianeta sempre più ricoperto da ghiacci e neve, impegnato a redigere un rapporto sullo "stato del mondo") ed enigmatico in modo quasi indisponente. "Il caos nel mondo si riflette nell'animo di tutti gli esseri umani", spiega Morrison: o forse è il contrario? Che il disordine esterno dipenda dall'angoscia è in fondo tutta una metafora sull'amore (e o la sua mancanza) e la solitudine, come già rivelava il titolo originale. Un po' banale. Cast sprecato.

6 marzo 2015

Vizio di forma (Paul T. Anderson, 2014)

Vizio di forma (Inherent vice)
di Paul Thomas Anderson – USA 2014
con Joaquin Phoenix, Josh Brolin
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

California, 1970: l'ex fricchettone e ora detective privato italo-americano Larry Sportello, detto "Doc" (Phoenix), indaga sulla misteriosa scomparsa di un importante costruttore edile, amante fra l'altro della sua ex fidanzata Shasta Fay (Katherine Waterston). In un'atmosfera di confusione, paranoia e improvvisazione (sono gli anni della cultura hippie, nella quale Doc è immerso a piene mani), dovrà fronteggiare non solo l'ostilità della polizia, rappresentata dalla sua vecchia conoscenza "Bigfoot" Bjornsen (Brolin), ma anche le ingerenze dell'FBI e gli intrighi di una misteriosa organizzazione, la Golden Fang, che gestisce – fra le altre cose – il traffico di eroina dall'Indocina alla California. Da un romanzo neo noir di Thomas Pynchon, sceneggiato dallo stesso Anderson, un film che fonde una trama contorta e complicata, alla Raymond Chandler, con un'ambientazione accattivante, quella della controcultura degli anni settanta, fra sette e bande di vario tipo (si cita spesso il caso Manson), abuso di droga e di sesso, libertà e profonde trasformazioni sociali in corso. Narrativamente, a tratti si perde il filo: e in effetti a una prima visione molte cose possono sfuggire, anche perché il protagonista stesso è perennemente confuso e annebbiato, come in un trip in cui la realtà e i ricordi del passato tendono a sovrapporsi. Il sottile velo di umorismo, onnipresente e a volte sfociante nel grottesco, può ricordare "Il grande Lebowski" (un film a sua volta dichiaratamente ispirato a Chandler, e anch'esso con un protagonista "fattone"), ma nel finale Anderson conferma di essere ben più ambizioso dei fratelli Coen, e non è detto che in questo caso sia un bene. Gran cast: ci sono anche Owen Wilson, Benicio Del Toro, Reese Witherspoon, Martin Short, Jena Malone ed Eric Roberts. L'intera storia è raccontata agli spettatori dalla voce di una narratrice fuori campo, Sortilège, una delle tante donne di Doc, che nel libro di Pynchon era solo un personaggio minore. Buona la colonna sonora (di Jonny Greenwood dei Radiohead, alla terza collaborazione con Anderson), che comprende anche diversi brani dell'epoca (da "Harvest" di Neil Young a "Sukiyaki" di Kyu Sakamoto). Una cosa che mi ha dato fastidio: nel doppiaggio l'espressione "inherent vice" è resa come "vizio intrinseco", mentre nel titolo è "vizio di forma": uniformità no, eh?

20 marzo 2014

Lei (Spike Jonze, 2013)

Lei (Her)
di Spike Jonze – USA 2013
con Joaquin Phoenix, Amy Adams
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

In un futuro prossimo vengono sviluppati nuovi sistemi operativi per computer (OS) talmente sofisticati da adattarsi all'utente, provare emozioni ed evolversi, utilizzando l'intuito e imparando dalle esperienze. E il solitario, introverso ma sensibile Theodore, scrittore reduce da un matrimonio fallito e che fa fatica a intraprendere una nuova relazione, finisce con l'innamorarsi di "Samantha", il suo OS personale. Dal regista di "Essere John Malkovich" (qui anche sceneggiatore), un'insolita storia d'amore fra un uomo e un'intelligenza artificiale. L'idea non è nuova (già nel 1984 c'era stato "Electric Dreams", triangolo amoroso fra un ragazzo, una ragazza e un computer... ma se vogliamo si può risalire fino al mito di Pigmalione: in fondo è Theodore stesso che "forgia" Samantha, a cominciare dalla scelta di darle una voce e una personalità femminile), ma Jonze riesce a trattarla con la giusta delicatezza e introspezione. Da un lato si concentra solo sul rapporto fra i due protagonisti, sviluppando il bizzarro punto di partenza senza perdersi in inutili rivoli (e senza ricorrere al cinismo o alla satira, come sarebbe stato anche comprensibile visto l'argomento, bensì mantenendosi su toni inaspettatamente dolci e teneri), e dall'altra fa riflettere sulle possibili (e credibili) evoluzioni dei rapporti sociali nell'era dell'informatica pervasiva, dei social network e dell'ossessione per la tecnologia (cosa c'è in fondo di così diverso dalle varie chat room, dai siti di incontri o dalle relazioni a distanza tramite Skype? La tecnologia può aiutare a combattere la solitudine?). Non mancano i paradossi che sorgono dalla dicotomia fra reale e virtuale (che si rispecchia anche nel lavoro di Theodore, il quale di professione scrive intime ed appassionate lettere per conto terzi, piene di quei sentimenti e di quella sensibilità che invece fatica ad esprimere nella vita reale). Quello fra Theodore e Samantha è un rapporto fra due menti e un corpo solo, con tutti i limiti che questo comporta. A tratti si cerca di porvi rimedio, come nella sequenza in cui viene coinvolta un'altra ragazza, che però non risolve il problema: si passa a tre menti e due corpi, c'è sempre qualcosa di troppo! (Strano, però, che non si sia pensato a mettere in commercio bambole gonfiabili, robot o animatroni in cui "inserire" l'OS).

Nonostante il loro amore e l'apparente comunanza di spiriti, gli ostacoli alla relazione fra Theodore e Samantha sono tanti: il sospetto che la personalità e le emozioni dell'OS non siano spontanee ma soltanto il frutto della sua programmazione; o che i sentimenti di Theodore per lei siano una "scorciatoia" di comodo (l'ex moglie gli rinfaccia di non saper gestire una relazione con una persona vera); per non parlare delle complicazioni che sorgono quando Theodore si rende conto che le capacità dell'OS di lavorare in multitasking gli permettono di "interfacciarsi" nello stesso istante con numerosi altri utenti (il mondo è troppo limitato per una creatura capace di amore infinito!). Eppure il furbo Jonze lascia che la narrazione fluisca in maniera quieta e naturale ("mimando" i vari step di una vera relazione romantica, comprese le piccole crisi, i dubbi e le incomprensioni), senza appesantire la storia con riflessioni filosofiche che, pur presenti, rimangono sottotraccia: e questo aiuta il film a risultare meno cervellotico e più accessibile rispetto ai lavori passati del regista, il che forse ha contribuito in parte a fargli vincere il premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale. A livello tecnico, buona la cura con cui si è descritto il mondo prossimo futuro, a partire dagli abiti, dagli arredamenti e dalle architetture, per finire con le interfacce grafiche dei computer (e vogliamo parlare dei videogiochi?). Nella versione originale la voce di Samantha è di Scarlett Johansson, che per questo ruolo ha vinto il premio come miglior attrice al Festival di Roma pur non apparendo mai di persona: un caso simile, ma speculare, a quello del film "Locke", dove invece un solo attore ci "mette la faccia" e tutti gli altri personaggi recitano solo con la voce. In italiano Samantha è doppiata da Micaela Ramazzotti. Bravo e intenso come sempre il qui baffuto Joaquin Phoenix, mentre nel resto del cast figurano Amy Adams, Rooney Mara e Olivia Wilde. Il regista stesso dà invece la voce al buffo e dispettoso personaggio del videogioco.

20 giugno 2013

C'era una volta a New York (James Gray, 2013)

C'era una volta a New York (The immigrant)
di James Gray – USA 2013
con Marion Cotillard, Joaquin Phoenix
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

All'inizio degli anni venti, la giovane polacca Ewa (Cotillard) sbarca in America insieme alla sorella Magda. Ma quest'ultima, malata di tubercolosi, viene trattenuta a Ellis Island e messa in quarantena in attesa di essere rispedita in Europa. Sola e senza una casa, Ewa si ritrova obbligata a racimolare il denaro necessario a corrompere gli ufficiali dell'immigrazione affinché non espellino la sorella. Accetta così l'ospitalità e il lavoro offertagli da Bruno Weiss (Phoenix, al suo quarto film consecutivo con Gray), faccendiere-impresario che si guadagna da vivere nei locali di Manhattan facendo prostituire le proprie "ballerine" (tutte scelte fra le giovani immigrate che arrivano a New York inseguendo il "sogno americano"). Pur sfruttandola, l'uomo si innamora di Ewa: ma questa preferirà l'affetto di Emil (Jeremy Renner), cugino di Bruno che si esibisce sui palcoscenici nei panni del "mago Orlando", e l'accesa rivalità fra i due farà precipitare drammaticamente gli eventi. Il precedente film di Gray ("Two lovers"), pur piccolo e minimalista, era quasi un capolavoro; questo invece, sicuramente il più ambizioso della sua filmografia (e incentrato su un tema che sicuramente gli sta a cuore, visto che lui stesso – così come i personaggi di quasi tutti i suoi lavori – è di origine est-europea), soffre di parecchi difetti, in primo luogo di un eccesso di melodrammaticità che, nel tentativo non sempre riuscito di stringere un legame emotivo con lo spettatore, ne appesantisce ogni passaggio. Lo sfondo storico e sociale (le tribolate condizioni di coloro che fuggivano dall'Europa insanguinata dalla guerra per cercare fortuna negli Stati Uniti, le difficoltà di lavoro e di salute negli anni venti, il mondo dello spettacolo e dei locali di quart'ordine) è ben descritto, ma si pone al servizio di una sceneggiatura che arranca in più punti e di personaggi non troppo convincenti e poco accattivanti.

16 gennaio 2013

The master (Paul T. Anderson, 2012)

The Master (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 2012
con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina, Marco ed Eleonora.

Anni cinquanta: Freddie Quell, reduce di guerra che fatica a reinserirsi nella società (anche per problemi di alcol e la sua ossessione per il sesso), incontra Lancaster Dodd, leader e guru del movimento filosofico “La Causa”, che si propone di riportare l’uomo al suo stato originario e ancestrale di felicità attraverso metodi psicoterapeutici e sedute di pseudo-ipnosi (ovvi i riferimenti a L. Ron Hubbard e a Dianetics, precursore di Scientology) e ne diventerà, almeno per un certo tempo, un adepto e un seguace. Se il film brilla per le interpretazioni dei due protagonisti (colpisce soprattutto un Joaquin Phoenix magro e nervoso come non mai, con tanto di semiparalisi al volto che ricorda a tratti Takeshi Kitano; Seymour Hoffman invece non fa altro che mostrare le doti che già tutti conosciamo), nel complesso manca di mordente e non dà mai la sensazione di coinvolgere a livello emotivo. Il che non stupisce, visto che tutte le pellicole di Paul Thomas Anderson hanno almeno tanti difetti quanto pregi: anche in questo caso la narrazione è pesante e farraginosa, e alcune scene si trascinano così a lungo che un'ulteriore sforbiciata in fase di montaggio sarebbe stata auspicabile (si pensi alle snervanti sequenze in cui ci vengono mostrati all’opera i “metodi” di Dodd, come quella in cui Freddie cammina avanti e indietro per la stanza, toccando pareti e finestre: se voleva farci riflettere sull’assurdità delle procedure terapeutiche della “Causa”, si poteva fare in modo più essenziale). Inoltre non c’è un climax, non c’è un riscatto, non c’è una catarsi; semplicemente a un certo punto Freddie abbandona Dodd: forse non ne era mai stato veramente un adepto, lo seguiva per mancanza di alternative ma senza convinzione (tanto che l’unico momento in cui sembra davvero sincero è quando, in prigione, si scaglia contro di lui), e se sceglie di lasciarlo non è certo al termine di un sofferto percorso personale. Il film fallisce anche nel voler raccontare il “fenomeno” Dianetics: non solo per mancanza di coraggio (nomi, episodi e riferimenti sono alterati, forse per evitare problemi legali) o di chiarezza (non viene mai detto esplicitamente che Dodd è un ciarlatano, anche se il modo in cui reagisce alle critiche o alle contraddizioni, o con cui definisce arbitrariamente i fondamenti del suo metodo, lasciano comunque intendere che si tratti di fuffa), quanto per un evidente scarso interesse, già in partenza, da parte di Anderson (anche sceneggiatore) nel voler sviscerare a fondo il tema delle pseudoscienze e delle sette. Aveva fatto sicuramente di meglio con “Magnolia” (ricordate l’imbonitore televisivo interpretato da Tom Cruise?). Certo, bisogna anche riconoscere che il focus del film non sta nel guru in sé, quanto nel suo rapporto con il seguace. E nel modo in cui viene ritratto sullo schermo, oltre che nella buona prova dei due interpreti, sta forse il maggior pregio della pellicola. Niente per cui entusiasmarsi, comunque.

8 settembre 2009

The yards (James Gray, 2000)

The yards (id.)
di James Gray – USA 2000
con Mark Wahlberg, Joaquin Phoenix
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Appena uscito di prigione, dove era stato rinchiuso per un furto d'auto commesso insieme ad altri amici (ma l'unico ad aver pagato era stato lui), il giovane Leo vorrebbe mettere la testa a posto. Chiede così un lavoro a Frank, suo zio acquisito, la cui impresa si occupa della manutenzione dei vagoni ferroviari della metropolitana, aggiudicandosi – attraverso mezzi non sempre leciti – gli appalti e le sostanziali commesse dalla municipalità di New York. Ma quando Leo viene coinvolto dall'amico d'infanzia Willie (che nel frattempo si è fidanzato con sua cugina Erica, della quale lo stesso Leo è innamorato sin da bambino) in un'operazione di sabotaggio ai danni di una compagnia concorrente, le cose precipitano: il ragazzo si ritrova infatti sospettato dell'omicidio di un sorvegliante, commesso in realtà da Willie, e deve darsi alla macchia. Tradito tanto dallo zio quanto dall'amico, Leo si stuferà di fare il capro espiatorio e saprà trovare il coraggio di smascherare e denunciare la corruzione che unisce politica e affari. Il secondo film – e forse il migliore – della trilogia d'esordio di Gray dedicata al binomio crimine e famiglia: la cruda descrizione ambientale (vero punto di forza di tutti i lavori del regista), i sogni di successo e di rispettabilità che nascono all'interno della working class, le contraddizioni e le ambiguità celate dietro i rapporti familiari e i dilemmi morali di personaggi avvolti da tonalità di grigio ne fanno un film solido e ricco di momenti interessanti. Il titolo si riferisce ai depositi e ai centri di smistamento dei vagoni ferroviari. In un cast di tutto rispetto (ci sono anche James Caan, Charlize Theron, Ellen Burstyn, Faye Dunaway e Tomas Milian!), l'anello debole è proprio il protagonista, l'inespressivo Mark Wahlberg, che reciterà al fianco del ben più efficace Joaquin Phoenix anche nel successivo film di Gray, "I padroni della notte".

5 aprile 2009

Two lovers (James Gray, 2008)

Two lovers (id.)
di James Gray – USA 2008
con Joaquin Phoenix, Gwyneth Paltrow
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela.

I genitori di Leonard, ragazzotto trentenne da poco uscito da una relazione finita male e assai propenso al suicidio, spingono affinché si fidanzi con la dolce Sandra, figlia di alcuni amici di famiglia con i quali il padre ha anche degli affari in corso. Ma lui si innamora della nuova vicina di casa, la problematica Michelle, tossicodipendente e che trascina a fatica una relazione con un uomo sposato. Di James Gray finora avevo visto soltanto "I padroni della notte", che mi era parso un film del tutto convenzionale e dimenticabile. Questo invece non solo è decisamente migliore, ma è una pellicola che mi ha colpito profondamente e che mi è cresciuta sempre di più nei giorni successivi alla visione. Si tratta di un lungometraggio psicologico sui difficili equilibri sentimentali di un uomo che cerca la propria felicità in un mondo dove non tutte le storie d'amore hanno un lieto fine ma dove l'importante è non rimanere solo, girato con uno stile classico e controllato. I maggiori pregi della pellicola (ispirata, pare, a "Le notti bianche" di Dostoevskij) sono proprio l'assenza di enfasi e il grande realismo nel descrivere sentimenti e stati d'animo dei personaggi, senza trascurare i lati più opprimenti e devastanti di una storia d'amore. In più ci sono alcuni sviluppi imprevedibili (fino all'ultimo non si sa come andrà a finire), una bella ambientazione (la casa di Leonard, i ristoranti, le strade e i tetti di Brooklyn) e ottimi attori (nel cast c'è anche Isabella Rossellini, la madre del protagonista). Il bravo Joaquin Phoenix ha dichiarato che si tratterà del suo ultimo film come attore, visto che d'ora in poi vorrebbe dedicarsi esclusivamente alla carriera musicale. Gran parte dei personaggi sono ebrei di origine russa, come nei precedenti film di Gray.

28 luglio 2007

Signs (M. Night Shyamalan, 2002)

Signs (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2002
con Mel Gibson, Joaquin Phoenix
*

Visto in DVD.

Gibson, negli improbabili panni di un pastore protestante che ha perso la fede dopo la morte della moglie in un incidente stradale, trova nel suo campo di grano alcuni misteriosi cerchi come quelli che compaiono sempre più frequentemente in tutto il mondo. Naturalmente sono stati gli alieni, che stanno per invadere la Terra e minacciare la sua famiglia. Da "Il sesto senso" in poi, questo è stato l'unico film di Shyamalan che non sono andato a vedere al cinema, visto che l'argomento non mi interessava (questo tipo di leggende contemporanee mi ha sempre fatto dubitare della sanità mentale di chi ci crede, e cavarci fuori qualcosa di sensato mi pareva difficile) e il film aveva tutta l'aria di essere brutto. Non mi ero sbagliato, anche se a livello tecnico qualche pregio ce l'ha (il regista ha ammesso influenze da "La notte dei morti viventi" e "Gli uccelli" per la scena dell'assedio alla casa). In un'opera ascrivibile al genere fantastico, però, la cosa più importante è la cosiddetta sospensione dell'incredulità. Per avere paura di un branco di zombi che avanza sullo schermo, per esempio, si deve "fingere di credere" che gli zombi esistano davvero. E se questo vale per i B-movie più ingenui, a maggior ragione deve valere per pellicole ambiziose come questa. Ma per convincermi a "credere" che i cerchi nel grano non siano opera di qualche buontempone o che un copricapo di carta stagnola possa impedire agli alieni di leggerci nel pensiero, il regista (anche sceneggiatore) avrebbe dovuto sforzarsi molto di più oppure scegliere di realizzare un film comico/demenziale. Invece non mi ha mai convinto che i personaggi del film fossero davvero in pericolo e, di conseguenza, non ho provato particolare tensione durante le scene madri.
Il vero problema, comunque, è un altro. Se come film di fantascienza o thriller la pellicola è fiacca e implausibile (riproporre i cliché degli anni cinquanta prendendosi così sul serio è imperdonabile oltre che incoerente), queste osservazioni sono marginali visto che il suo fulcro sta altrove. Il vero tema è il percorso interiore e religioso del protagonista, mentre i crop circles e gli alieni non sono altro che una metafora per dare dignità alle "teorie" creazioniste. Il reverendo perde la fede quando non scorge più una "volontà superiore" che guida il mondo, e comincia a ritenere che tutte le cose brutte che accadono intorno a lui siano solo frutto del caso. La riacquista invece quando lui e i suoi familiari si salvano proprio per una serie di coincidenze (l'asma del figlio, i bicchieri d'acqua lasciati in giro dalla bambina, e così via), che dunque non sarebbero tali ma miracoli, segni (signs) dell'esistenza di Dio. Un "ragionamento" misticheggiante e ai limiti della superstizione, purtroppo comune nella patria dell'anti-evoluzionismo, che non fa altro che banalizzare il pensiero ateo e scientifico, ben più fondato e sofferto di come venga ritratto qui, ma a ben pensarci anche la fede cristiana, ridotta a un semplice meccanismo "vedo il miracolo, e dunque credo".
Shyamalan compare nel ruolo dell'automobilista che ha investito la moglie del protagonista. Fra gli attori c'è anche Abigail Breslin, la bambina di "Little Miss Sunshine".

15 giugno 2007

I padroni della notte (J. Gray, 2007)

I padroni della notte (We own the night)
di James Gray – USA 2007
con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg
**

Visto al cinema Arlecchino, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Anche se la sua famiglia è composta solo da poliziotti (il padre, Robert Duvall, è capo della polizia; il fratello, Wahlberg, è appena stato promosso capitano), Bobby (un buon Joaquin Phoenix: mi piace la sua faccia 'sportiva') preferisce lavorare in un locale notturno e frequentare esponenti della mafia russa, disinteressandosi del fatto che sia "in atto una guerra" fra forze dell'ordine e spacciatori. Quando i suoi parenti vengono direttamente colpiti, però, passa dall'altra parte e si arruola per sconfiggere i cattivi. Un film di genere decisamente ordinario, senza infamia e senza lode, la cui presenza a Cannes lascia un po' perplessi. In realtà, soprattutto nella prima parte, è piuttosto piacevole, con il concetto di famiglia allargato all'ambiente in cui si vive (i poliziotti si considerano tutti fratelli; quando uno di loro viene ferito, il capo chiede "quale dei miei ragazzi?"; lo stesso Bobby chiama fratello il suo compare del locale, non il fratello vero) e atmosfere urbane e notturne; meno riuscito il finale, che fila liscio e prevedibile senza colpi di scena. Nel complesso, un film godibile ma non certo memorabile, che frulla insieme temi già visti in "The departed", "A better tomorrow" e in tante altre pellicole. Il titolo originale è il motto che figura su un badge della polizia di New York.