30 settembre 2020

Il corvo (Alex Proyas, 1994)

Il corvo - The crow (The Crow)
di Alex Proyas – USA 1994
con Brandon Lee, Rochelle Davis
***

Visto in TV.

Ucciso durante la "notte del diavolo", alla vigilia di Halloween, insieme alla sua ragazza, il musicista Eric Draven (Brandon Lee) è magicamente riportato in vita un anno dopo per vendicarsi dei suoi assassini. Da un fumetto di James O'Barr, un revenge movie dall'aura maledetta con una storia e un mood anni ottanta ma un'estetica dark che si rifa al cinema di Hong Kong degli anni novanta (evidenti le ispirazioni da John Woo, Ching Siu-tung e Tsui Hark). A tratti semplicistico e imperfetto, ma innegabilmente ricco di fascino, anche grazie alla regia di Proyas (di cui, insieme al successivo "Dark City", è il lavoro più celebre) e alla fotografia di Dariusz Wolski (che trasuda atmosfera e dà vita a una città notturna, perennemente sotto la pioggia, che ricorda la Gotham City di Batman). Molto, in effetti, richiama i comics più cupi dell'epoca (Batman appunto, ma anche Blade o Sandman), forse per l'origine del soggetto: oltre che una creatura soprannaturale e immortale (con alcuni connotati religiosi), Eric è una sorta di vendicatore mascherato, con il volto dipinto di bianco, a metà fra un clown malvagio e un fantasma, sempre accompagnato da un corvo ultraterreno che funge da legame fra il mondo dei vivi e quello dei morti (e attraverso i cui occhi Draven può scrutare i suoi nemici). La fama di cult gli è giunta anche da una tragica circostanza: l'attore protagonista (figlio di Bruce Lee, peraltro) è morto accidentalmente sul set a pochi giorni dalla fine delle riprese, ucciso dal colpo di una pistola che avrebbe dovuto essere caricata a salve ma che per errore conteneva un proiettile difettoso. Il fatto che la trama stessa della pellicola parli di un uomo che torna dalla morte è incredibilmente inquietante. Rochelle Davis è la piccola skater Sarah, Ernie Hudson il poliziotto buono Albrecht, mentre fra i tanti cattivi spiccano Michael Wincott (il boss Top Dollar), Bai Ling (la sua sorella/amante Myca), David Patrick Kelly, Angel David, Michael Massee e Laurence Mason (i quattro balordi responsabili della morte di Eric). Fu proprio Massee, senza volerlo, a sparare il colpo che uccise Lee. La pellicola, dedicata a lui e alla sua fidanzata Eliza Hutton, fu completata ricorrendo a una controfigura (come era capitato anche al padre di Brandon ne "L'ultimo combattimento di Chen") e alla computer grafica. Curiosità: la controfigura in questione era Chad Stahelski, il futuro regista dei film di John Wick. Memorabile la colonna sonora a base di brani rock, punk, metal e gothic di gruppi del calibro dei Cure ("Burn"), Rage Against the Machine ("Darkness"), Helmet, Nine Inch Nails e The Jesus and Mary Chain. Grande successo di pubblico e pure di critica: ne seguirono alcuni sequel e anche una serie tv, accolti però male (anche per via dell'assenza di Lee). Il titolo (da non confondere con l'omonimo noir di Clouzot del 1943) è forse ispirato alla poesia di Edgar Allan Poe (in originale "The Raven").

29 settembre 2020

Ritual (Hideaki Anno, 2000)

Ritual (Shiki-jitsu)
di Hideaki Anno – Giappone 2000
con Shunji Iwai, Ayako Fujitani
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Di ritorno nella sua città natale, un regista (Iwai) incontra una bizzarra ragazza (Fujitani) con il volto dipinto e un ombrello rosso, che si sdraia sui binari dismessi della stazione ferroviaria. Incuriosito dal suo strano comportamento, comincia a frequentarla, poi a filmarla nella sua routine e nelle sue idiosincrasie, per trasferirsi infine da lei, in un grande edificio disabitato, dove vive circondata da oggetti di colore rosso e trascorre giornate sempre uguali, come a seguire una sorta di "rituale", oltre a confondere la fantasia con la realtà. Alienata e sciroccata, con un passato probabilmente tragico (che fine hanno fatto il padre, la madre e la sorella, che cita in continuazione?), la ragazza è sola e prigioniera di un loop. Ogni giorno afferma "Domani è il mio compleanno", posticipando di fatto il domani e trasformando l'oggi in ieri per ritardare la sua inevitabile morte. In effetti il suo desiderio, almeno all'inizio, è quello di sparire completamente: ma proprio l'incontro con il regista le dona una compagnia di cui non riesce più a fare a meno. Ambientato a Ube (città mineraria e industriale nel sud del Giappone) nell'arco di un mese esatto (con cartelli che scandiscono i giorni trascorsi e contano quelli che mancano), e interpretato dal regista di quel piccolo capolavoro che è "All about Lily Chou-Chou" (ma il personaggio sembra una proiezione dello stesso Anno, visto che si tratta di un regista d'animazione che aspira a dirigere anche film dal vivo), il secondo lungometraggio in live action dell'autore di "Evangelion" è tratto da un romanzo della stessa Ayako Fujitani (figlia, incredibile a dirsi, di Steven Seagal!), che l'attrice e il regista hanno adattato insieme: un racconto che parla della paura dell'abbandono (o del cambiamento) e di due solitudini che si incontrano e si consolano a vicenda, con l'assurdo e il folle che fanno capolino nella disperazione e nella tristezza, colorandole di rosso (o esaltando quello – colore del sangue, dopotutto! – già presente). Purtroppo la profondità dei temi, le belle immagini (la fotografia è di Yuichi Nagata) e l'ottima prova di Fujitani non riescono a compensare i dialoghi pesanti e filosofici e una trama esile e ripetitiva. E la pellicola, ahimè, può risultare soporifera, senza la crudezza di un Sion Sono, la folle violenza di un Miike o (solo in parte) l'astratta poesia di un Kitano. Nel cast anche Jun Murakami e Shinobu Otake. Il film è stato il primo a essere prodotto dallo Studio Kajino, la succursale dello Studio Ghibli che si occupa di pellicole dal vivo.

28 settembre 2020

Destinazione... Terra! (Jack Arnold, 1953)

Destinazione... Terra! (It came from outer space)
di Jack Arnold – USA 1953
con Richard Carlson, Barbara Rush
**1/2

Visto in divx.

"Then at a deadly pace
it came from outer space,
and this is how the message ran..."

I cieli notturni sul deserto dell'Arizona sono solcati da quella che sembra una meteora in fiamme, che si schianta presso una miniera. Il giovane astronomo dilettante John Putman (Richard Carlson), primo ad accorrere sul luogo insieme alla fidanzata Ellen (Barbara Rush), vede chiaramente che nell'enorme cratere è precipitata un'astronave, prima che questa venga nascosta da una frana. Ma nessuno gli crede. E una creatura extraterrestre, uscita dalla navicella, si aggira per il deserto, assumendo l'aspetto degli esseri umani che incontra. Da un soggetto originale di Ray Bradbury, un B-movie di fantascienza assai semplice e ingenuo ma a suo modo pionieristico e influente, che si distingue da altre pellicole coeve simili per il ribaltamento dei ruoli: gli alieni, si scoprirà, non hanno affatto cattive intenzioni, sono capitati sulla Terra per caso e sono pacifici, anche se più avanzati tecnologicamente. I "cattivi" sono invece i terrestri, che – a parte John – ricorrono subito alla violenza e non sono disposti a dare fiducia a ciò che è diverso ("questa gente è contro chiunque la spaventi in un modo o nell'altro") o a superare le apparenze (gli alieni, nelle loro reali fattezze, sono mostri orribili, creature lovecraftiane con un solo occhio). Evidente il messaggio che incita a vincere le diffidenze dovute alla diversità e alla paura, in contrasto con i timori sulla Guerra Fredda e le metafore anti-comuniste che permeavano gran parte dei film di questo genere negli anni cinquanta (con poche ma notevoli eccezioni, come "Ultimatum alla Terra"). Si narra che Bradbury propose due soggetti, uno con gli alieni cattivi e l'altro con gli alieni buoni, e accettò di collaborare al film solo quando lo studio scelse il secondo. Memorabili le soggettive del mostro (che osserva il mondo da un occhio gelatinoso). Nel cast anche Charles Drake (lo sceriffo) e Joseph Sawyer (Frank, il capo degli operai rapiti). La pellicola fu girata e proiettata in 3D. Negli anni seguenti il regista Jack Arnold si specializzerà in film di fantascienza e horror, firmando numerosi altri classici come "Il mostro della laguna nera" e "Radiazioni BX: distruzione uomo".

27 settembre 2020

L'assassino (Elio Petri, 1961)

L'assassino
di Elio Petri – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Salvo Randone
**1/2

Visto in divx.

Antiquario romano spregiudicato e maneggione, Alfredo Martelli (Mastroianni) viene arrestato alle prime luci dell'alba perché sospettato di aver ucciso la propria amante Adalgisa (Micheline Presle), con cui era indebitato, per sposare una fidanzata più giovane e ricca, Nicoletta (Cristina Gaioni). Portato in questura, sarà interrogato per l'intera giornata dal commissario Palumbo (Randone). È il primo lungometraggio di Elio Petri, già autore di diverse sceneggiature e di due brevi documentari, su un soggetto dello stesso regista e di Tonino Guerra (sceneggiato anche da Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa). La struttura da thriller poliziesco è abbastanza originale: le 24 ore quasi kafkiane che Alfredo trascorre in procura, sul luogo del delitto e infine (la notte) in prigione sono punteggiate da numerosi flashback, momenti della giornata precedente ma anche della sua vita passata, che ne ricostruiscono i trascorsi, la personalità e l'identità, riportandogli alla mente (e mostrando a noi spettatori) i retroscena legati a ciò che racconta alla polizia. Veniamo così a conoscenza della natura meschina e approfittatrice dell'uomo, dei suoi sentimenti, rimpianti e sensi di colpa, dei rapporti che lo legavano all'amante, ai famigliari, agli amici. Il tutto mentre l'indagine poliziesca va avanti, con i crismi del vero giallo (Alfredo è colpevole o innocente? E in quest'ultimo caso, chi è davvero l'assassino?). Nel frattempo viene descritto anche l'ambiente intorno a lui, con i giornali che già pubblicano la sua foto, lo ritengono colpevole e intervistano tutti coloro che lo conoscevano. Ottimamente costruito (anche se un po' a tavolino) e recitato (nel cast anche Andrea Checchi, Marco Mariani, Paolo Panelli, Toni Ucci, Giovanna Gagliardo), non scevro di momenti ironici ("Conoscete questo?" "È Marc'Aurelio a cavallo!"), il film ebbe qualche problema con la censura per via del modo in cui è rappresentata la polizia (ovvero subdola e disposta ad agire fuori dalle regole). Petri aveva conosciuto Mastroianni e ne era diventato amico durante le riprese del film "Giorni d'amore" di Giuseppe De Santis, dove era sceneggiatore.

26 settembre 2020

Ciò non accadrebbe qui (I. Bergman, 1950)

Ciò non accadrebbe qui (Sånt händer inte här)
di Ingmar Bergman – Svezia 1950
con Signe Hasso, Alf Kjellin, Ulf Palme
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Rifugiatasi in Svezia da un paese straniero (chiamato Liquidatzia nella finzione filmica: ma si tratta evidentemente di uno degli stati baltici che facevano allora parte dell'Unione Sovietica), la brillante chimica forense Vera (Signe Hasso) viene raggiunta a sorpresa dal marito Atkä Natas (Ulf Palme), che era inizialmente rimasto in patria. La donna sospetta che l'uomo sia un informatore delle spie della Liquidatzia che si nascondono nel paese con il compito di riportare indietro tutti gli esuli. In parte ha ragione, ma ha anche torto, perché Natas a sua volta intende consegnare importanti documenti (segreti industriali, nonché la lista di tutte le spie) all'ambasciata degli Stati Uniti per ottenere in cambio la cittadinanza americana. Forse il film più insolito (e minore) della filmografia di Ingmar Bergman, che peraltro non ne firma né il soggetto né la sceneggiatura (opera di Herbert Grevenius, che ha rielaborato un romanzo del norvegese Waldemar Brøgger): un thriller di spionaggio (e di propaganda politica) noioso e poco ispirato, interessante giusto come documento storico-sociale e per l'ambiguità di quasi tutti i personaggi. Fra le scene degne di nota, quella delle riunioni segrete degli esuli (all'interno di un cinema che proietta i cartoon di Paperino: ma l'arte in generale fa capolino un po' ovunque, visto che l'appartamento di Natas è situato sopra le quinte di un teatro di varietà, e che le spie usano un giradischi per coprire i rumori delle torture) e quella del confronto fra Natas e Almkvist (Alf Kjellin), il poliziotto con cui Vera vorrebbe rifarsi una vita. Buona comunque la regia, mobile quanto basta, e la fotografia oscura e inquietante di Gunnar Fischer, degna di un film muto. Il nome Atkä Natas è un anagramma di Äkta Satan, "Vero Satana", mentre il nome della nave è quello di un quotidiano comunista svedese, "Nydag Kominform", letto al contrario. La versione inglese, girata in parallelo, si intitola "High Tension".

25 settembre 2020

The Fantastic Four (Oley Sassone, 1994)

The Fantastic Four
di Oley Sassone – USA/Germania 1994
con Alex Hyde-White, Rebecca Staab
*

Visto su YouTube.

Dopo aver acquisito dei bizzarri superpoteri durante un volo nello spazio, lo scienziato Reed Richards (Alex Hyde-White), il pilota Ben Grimm (Michael Bailey Smith) e i fratelli Johnny (Jay Underwood) e Susan Storm (Rebecca Staab) devono affrontare la vendetta del perfido Dottor Destino (Joseph Culp). La storia dietro questo film è più interessante del film stesso: venne messo in cantiere soltanto perché il produttore tedesco Bernd Eichinger, che aveva acquisito i diritti sui personaggi da Stan Lee nel 1986 (all'epoca il Marvel Cinematic Universe era ancora di là da venire, e la Marvel stessa non pensava minimamente di mettersi a realizzare pellicole in prima persona), li avrebbe persi se non fosse riuscito a produrre almeno un film entro una data stabilita. Quando mancavano pochi mesi alla scadenza, non essendo riuscito a stringere un accordo remunerativo con una grande casa di produzione, Eichinger si rivolse al leggendario Roger Corman, cineasta specializzato in B-movies ed esperto nel girare pellicole in poco tempo e a bassissimo costo, che con la sua struttura, in meno di un mese, gli sfornò questo lungometraggio. Il quale, all'insaputa persino di Sassone (che era un regista di video musicali) e degli interpreti, era destinato sin dall'inizio a non essere mai distribuito ufficialmente: le copie che oggi possono essere viste (per esempio su YouTube) circolano illegalmente. Detto questo, se la povertà realizzativa è evidente (la recitazione è atroce, gli effetti speciali sono ridicoli – con l'eccezione forse del "costume" della Cosa, per lo meno accettabile – e la storia è alquanto confusa), c'è da dire che dal film trasuda se non altro un certo rispetto per il materiale di partenza: i personaggi, tanto il favoloso quartetto quanto il Dottor Destino, risultano fedeli a quelli creati da Stan Lee e Jack Kirby (anche se le uniformi sono quelle del periodo in cui la serie era disegnata da John Byrne), persino più di quanto si vedrà nei lungometraggi che la Fox realizzerà negli anni Duemila (a loro volta non particolarmente accattivanti: cinematograficamente parlando, questa franchise è sempre stata sfortunata). Per questo motivo, anche nella sua ingenuità e bruttezza, si potrebbe quasi finire per volergli bene. Ciò nonostante, alla resa dei conti, è impossibile passare sopra alle tante ridicolaggini che si succedono sullo schermo, dai due sgherri di Destino (un sovrano con solo due sudditi?) alla sottotrama con il ladro di gioielli (The Jeweler, ispirato all'Uomo Talpa) che vive nelle fogne e che rapisce la scultrice cieca Alica. E tutto è imbarazzantemente a livello amatoriale: anche se fosse stato distribuito nelle sale o attraverso l'home video, il film sarebbe andato incontro a un meritatissimo flop.

24 settembre 2020

On the edge (John Carney, 2001)

On the edge, aka Catch the Sun
di John Carney – Irlanda 2001
con Cillian Murphy, Tricia Vessey
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo aver tentato il suicidio (ed esserne miracolosamente uscito indenne) gettandosi da un dirupo con un’automobile rubata insieme all’urna con le ceneri del padre appena defunto, lo scapestrato Jonathan (l'allora semi-esordiente Cillian Murphy), pecora nera della famiglia, viene ricoverato per tre mesi in una clinica psichiatrica. Qui fa la conoscenza di altri giovani pazienti con tendenze suicide, che hanno stretto un patto con il dottor Figure (Stephen Rea), il sensibile psichiatra che li ha in cura: proveranno a non tentare più di uccidersi almeno fino a capodanno. Sarcastico ma insicuro, Jonathan si atteggia a ribelle ma pian piano si integra nella routine dell’istituto e soprattutto stringe amicizia con alcuni dei suoi problematici "colleghi": in particolare con Toby (Jonathan Jackson), che sembra il più tranquillo ed equilibrato del gruppo ma è in realtà quello con i maggiori tormenti interiori, e con Rachel (Tricia Vessey), di cui si innamora e per la quale ritroverà interesse a vivere. In effetti, proprio osservando la vulnerabilità degli altri, prenderà coscienza della propria e del valore della vita. Un piccolo film gradevole ma poco originale: parte bene, ma poi si fa prevedibile, risultando in fondo banalotto nei personaggi e nell’esplorazione dei temi del disagio esistenziale e del suicidio, sui quali non dice nulla di particolarmente nuovo. Bravi comunque gli attori e belle le musiche (dello stesso regista). Il film non è mai stato distribuito in Italia, dove la fortuna di Carney inizierà soltanto con il successivo "Once" del 2007.

23 settembre 2020

Lo sceicco d’Arabia (Frank De Quell, 1982)

Lo sceicco d’Arabia
di Frank De Quell – Cecoslovacchia/Italia 1982
con Ugo Benelli, Alfredo Mariotti
*1/2

Visto su YouTube.

Indeciso su quale delle sue tre pretendenti sposare, il conte Asdrubale (Andrej Hryc) decide di metterle alla prova fingendo di aver perso tutti i propri averi al gioco. Solo una delle tre resterà al suo fianco. Riduzione per la televisione slovacca de "La pietra del paragone", opera giovanile di Gioacchino Rossini assai gradevole anche se oggi poco nota. Ma i numerosi tagli (per non parlare di alcune modifiche al testo) necessari per rientrare in un'ora di durata ne snaturano la complessità, cancellando praticamente ogni caratterizzazione dei personaggi femminili (Clarice, in particolare, non si distingue da Fulvia o Aspasia, visto che le sue arie e i suoi duetti sono eliminati). Maggior spazio hanno invece i tre ospiti "scrocconi" nel castello del conte, ovvero il giornalista prezzolato Macrobio (Alfredo Mariotti), il poeta Giocondo (Ugo Benelli) e il compositore Pacuvio, che in sua assenza corteggiano le tre dame: anche per loro la pacchia finirà quando il conte, travestito da sceicco arabo, fingerà di mettere i sigilli a tutto ciò che è contenuto nella dimora (ripetendo allo sfinimento la parola "Sigillara!", che nel 1812 – come ci racconta Stendhal – divenne un meme ante litteram!). Pochissime le informazioni che si trovano in rete su questo film: di fatto sappiamo solo quello che ci dicono i titoli di coda. Fra gli interpreti dovrebbe esserci anche Claudio Desderi (che però non ho riconosciuto: che "presti" solo la voce a Pacuvio?). L'orchestra è quella sinfonica della radio di Bratislava, diretta da Piero Bellugi. Le scene in esterni sono state girate nel complesso di Lednice-Valtice, in Repubblica Ceca. Il regista Frank De Quell, al quale è attribuita anche la sceneggiatura, aveva lavorato in teatro negli anni sessanta, prima di dedicarsi alla televisione.

22 settembre 2020

La vendetta del cineoperatore (W. Starewicz, 1912)

La vendetta del cineoperatore (Mest kinematograficheskogo operatora)
di Władysław Starewicz – Russia 1912
animazione a passo uno
**1/2

Visto su YouTube.

Una coppia di coleotteri si tradisce a vicenda: lui frequenta una libellula che danza in un night club, mentre lei – approfittando delle sue frequenti assenze – ha una relazione con un insetto pittore. Le tresche verranno alla luce quasi contemporaneamente, per via di una cavalletta gelosa che ha ripreso su pellicola gli incontri clandestini del coleottero con la libellula, e li proietta poi in pubblico (un caso di "revenge porn" ante litteram!). Innovativa pellicola d'animazione in stop motion che racconta una cinica storia di infedeltà coniugale, la cala in un contesto surreale di insetti che vivono in un mondo semi-antropomorfo (hanno case, locali notturni, atelier e teatri, e si spostano in carrozza o in bicicletta) e strizza l'occhio all'allora nuova moda del cinema. Si tratta del più famoso dei tanti film con pupazzi-insetti realizzati dal regista per la compagnia cinematografica di Aleksandr Khanzhonkov. Nato a Mosca da genitori lituani di origine polacca, Starewicz aveva cominciato a interessarsi di cinema mentre era direttore del museo di storia naturale di Kaunas. Dopo aver realizzato alcuni brevi documentari, progettò di riprendere su pellicola la lotta fra due coleotteri: poiché però gli insetti non erano in grado di sopravvivere sotto la luce dei riflettori necessari per le riprese, decise di ricreare la battaglia con la tecnica dell'animazione a passo uno, ispirandosi ad alcuni lavori di Émile Cohl. Creò dunque una specie di burattini con i corpi di insetti morti, con fili d'acciaio articolati al posto delle gambe. Il primo film da lui girato in questo modo, "Lucanus Cervus" (1910), è andato perduto, ma ne sopravvivono diversi altri, sempre più elaborati e fantasiosi, alcuni dei quali prendono in prestito le loro trame da classici testi della letteratura. Oltre che da Cohl, la tecnica dello stop motion era già stata usata occasionalmente da registi come Georges Méliès e Segundo de Chomón, ma Starewicz la portò ad un altro livello, lavorando con grande cura e meticolosità. Fra gli altri suoi titoli di questo periodo vanno ricordati "La bellissima Ljukanida", "La cicala e la formica" e "La notte prima di Natale". Dopo la rivoluzione d'ottobre si trasferì in Francia, dove continuerà a lavorare fino alla morte nel 1965.

21 settembre 2020

Misery non deve morire (Rob Reiner, 1990)

Misery non deve morire (Misery)
di Rob Reiner – USA 1990
con James Caan, Kathy Bates
***1/2

Rivisto in TV.

Uscito di strada con la sua auto per via di una tormenta di neve, lo scrittore Paul Sheldon (James Caan) viene soccorso dall'infermiera Annie Wilkes (Kathy Bates), che vive in una fattoria isolata fra le montagne. Ma quando la donna scopre che l'uomo intende "uccidere" per sempre Misery, protagonista della serie di romanzi commerciali che gli ha dato il successo e di cui lei è una grande fan, lo segrega e lo tortura per costringerlo a "resuscitare" il personaggio... Da un romanzo di Stephen King (che, per una volta, ha apprezzato l'adattamento: la sceneggiatura è firmata da William Goldman), un thriller ad alto tasso di tensione e coinvolgimento, graziato da eccezionali interpretazioni (la Bates vinse l'Oscar) e da numerosi sotto- e sovratesti. Al di là del puro intrattenimento horror, che può contare su un'atmosfera claustrofobica con un personaggio alla mercé di un altro (lo scrittore ha le gambe fratturate ed è impossibilitato a muoversi, se non strisciando o con una scomoda sedia a rotelle), l'intera vicenda può essere letta come una metafora del rapporto fra un creatore di storie e i suoi lettori/spettatori. Fino a che punto il primo è davvero "padrone" del destino dei suoi personaggi? Sheldon (come Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes prima di lui) intende sbarazzarsi di Misery perché ambisce a scrivere romanzi più "seri", realistici ed autoriali, che possano dargli quella fortuna critica e quella soddisfazione personale che i suoi lavori più popolari non gli offrono, ma non si rende conto dell'importanza e del valore che questi hanno per i suoi lettori come fonte di sogno e di escapismo. Sono i fan, più degli autori, a investire tempo ed emozioni nei personaggi e nel loro mondo, tanto da sentirsi traditi quando gli scrittori maltrattano le loro creature (o le fanno agire in maniera contraddittoria: vedi Annie che critica le trovate "irrealistiche" che Paul inventa per far tornare in vita Misery). Se Caan è ottimo in un ruolo che forse King avrà concepito come semi-autobiografico, la Bates è indimenticabile nei panni della goffa ma inquietante infermiera con un passato da killer (che lentamente viene alla luce): se inizialmente sembra eccentrica e apprensiva ma innocua, man mano che il film procede si rivela un'aguzzina calcolatrice e psicopatica, ancora più terribile perché è sinceramente "l'ammiratrice numero uno" di Sheldon, da cui è ossessionata al limite del fanatismo. Nel cast ci sono Lauren Bacall (l'agente di Paul), Richard Farnsworth (l'anziano sceriffo) e Frances Sternhagen (sua moglie), questi ultimi due quasi personaggi da film dei fratelli Coen. La fotografia è del futuro regista Barry Sonnenfeld, già collaboratore proprio dei Coen. Rob Reiner aveva già adattato per il grande schermo un testo di Stephen King con il precedente "Stand by me". Il film potrebbe aver ispirato un episodio della quarta serie di "Le bizzarre avventure di JoJo" (quello con Yukako).

20 settembre 2020

Secondo amore (Douglas Sirk, 1955)

Secondo amore (All That Heaven Allows)
di Douglas Sirk – USA 1955
con Jane Wyman, Rock Hudson
***

Visto in TV.

Cary (Jane Wyman), benestante vedova quarantenne, ancora piacente e corteggiata, si innamora del giardiniere Ron (Rock Hudson), affascinata dal suo stile di vita libero e genuino. Ma dovrà affrontare la disapprovazione e le maldicenze di coloro che le stanno attorno, dalle amiche del circolo ai suoi stessi figli, che vedono di cattivo occhio un possibile secondo matrimonio con un uomo più giovane di lei e di classe sociale inferiore. E quando la donna, di fronte a timori e incertezze, sceglierà di rinunciare al proprio amore, finirà per pentirsene. Gli altri, infatti, non si renderanno nemmeno conto della portata del suo sacrificio. Da un romanzo di Edna e Harry Lee, sceneggiato da Peg Fenwick, uno dei più celebri melodrammi di Sirk: artificiale e altamente esagerato, certo, ma questa è la cifra del regista che, se all'epoca dell'uscita del film l'aveva fatto bollare come "pellicola per signore", nel corso degli anni seguenti l'ha portato a essere amato da fior di cineasti (come Rainer Werner Fassbinder, che vi si ispirerà per "La paura mangia l'anima", Todd Haynes, in "Lontano dal paradiso", e François Ozon, che citerà la scena del daino sotto la neve nel suo "8 donne e un mistero"). Di fronte alla disapprovazione di chi le sta attorno, alla paura di essere mal giudicata, alle chiacchiere e ai pregiudizi, Cary avrà la tentazione di piegarsi alle convenzioni, perdendo di vista proprio quelle qualità che l'avevano fatta innamorare di Ron: non la sua prestanza o la sua gioventù, ma la sua sincerità, la capacità di non dare importanza alle cose futili o alle apparenze e di vivere invece seguendo i propri valori (il riferimento letterario, esplicito, è al "Walden" di Thoreau). Per questo motivo Ron, che abita nei boschi in un vecchio mulino ristrutturato e coltiva alberi, è del tutto estraneo alla vita sociale cui Cary era abituata (il cui simbolo è la televisione, elettrodomestico che inizia a diventare "indispensabile" nelle case delle signore per tener loro compagnia). Ad arricchire il film c'è la straordinaria fotografia di Russell Metty con i suoi incredibili colori (gli abiti, il fogliame), che risaltano soprattutto nelle scenografie naturali. La colonna sonora è fornita da Liszt (Consolazione n. 3), Brahms e Schumann. Molto bello il doppio senso del titolo italiano. La Wyman e Hudson (nonché Agnes Moorehead, in una parte minore) erano già stati protagonisti per Sirk del precedente "Magnifica ossessione".

19 settembre 2020

Il servo (Joseph Losey, 1963)

Il servo (The servant)
di Joseph Losey – GB 1963
con Dirk Bogarde, James Fox
***

Visto in divx.

Il giovane aristocratico londinese Tony (James Fox) assume come cameriere personale lo zelante Hugo Barrett (Dirk Bogarde), affidandogli la gestione della propria casa. La sua fidanzata Susan (Wendy Craig) non prova simpatia per il valletto, ma si ritrova allontanata dalla casa quando Barrett vi introduce la propria amante Vera (Sarah Miles), spacciandola per sorella e facendola assumere come domestica. E lentamente, in un crescendo di ambiguità e di tensione, i ruoli del servo e del padrone (con i relativi rapporti di controllo e di dominanza) dapprima si sfumano, poi si mescolano e infine si invertono. Da un romanzo di Robin Maugham del 1948, che Harold Pinter ha adattato cercando di attualizzarne il più possibile i contenuti, un magistrale trattato sul conflitto di classe, che mette in mostra i lati più ambigui del rapporto fra padrone e servo. Tony è un giovane nullafacente, legato alle tradizioni (la scelta di avere un valletto personale, cosa che Susan trova antiquata, è quasi un modo di mettere in mostra un privilegio) e che millanta fantomatici progetti di lavoro (come la costruzione di intere città nella giungla brasiliana); Barrett è un domestico scrupoloso e metodico, la cui organizzazione di ogni dettaglio della vita del proprio padrone si trasforma in una macchinazione alle sue spalle (come quando spinge Vera fra le sue braccia), per motivi tutt'altro che chiari (qual è il suo vero scopo? un gioco di potere? la rivalsa sociale? la ricerca di agio e ricchezza? la manipolazione psicologica?). Le scene finali (le migliori del film), in cui la relazione fra i due si fa sempre più malsana e patologica, quando perdono tempo rinchiusi in casa, impegnati in giochi infantili come "vecchi amici" o in squallidi festini, sembrano illustrare l'inevitabile e inarrestabile regressione cui questi rapporti sono soggetti nel mondo moderno. In questo contesto, i temi della decadenza, della perdita dell'identità, della discesa verso l'inferno sembrano anticipare certe cose di Polanski e di Kubrick. Ma fra i film che in seguito potrebbero essersi ispirati a questo ci sono anche "I giorni del cielo" di Malick (entrambi citano l'episodio biblico di Abramo e Sara) e "Parasite" di Bong Joon-ho. Belle la fotografia in bianco e nero e le scenografie, con l'uso ripetuto e insistito di oggetti di arredamento come specchi e quadri.

18 settembre 2020

Herzog incontra Gorbaciov (W. Herzog, 2018)

Herzog incontra Gorbaciov (Meeting Gorbachev)
di Werner Herzog [e André Singer] – Germania/GB/USA 2018
con Werner Herzog, Mikhail Gorbaciov
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Documentario sulla vita e l'esperienza politica di Mikhail Gorbaciov, l'ultimo presidente dell'URSS, che contribuì in maniera fondamentale alla fine della Guerra Fredda con le sue riforme incentrate sulla perestrojka ("ristrutturazione") e la glasnost ("trasparenza"). Queste, basate sull'innovazione dell'economia e dell'agricoltura, sulla maggior apertura al mondo e alla democrazia, sullo smantellamento dell'arsenale nucleare, non si concretizzarono fino in fondo, però, per via della dissoluzione dell'Unione Sovietica, che avvenne con tempi molto più rapidi di quanto lui aveva previsto, estromettendolo di fatto da ogni carica nel 1991, quando tutte le ex repubbliche sovietiche dichiararono l'indipendenza. Il regista tedesco Werner Herzog lo ha incontrato in tre occasioni nell'arco di sei mesi per intervistarlo: e dalle loro lunghe chiacchierate, integrate con video e materiali di repertorio, nasce questo ritratto a 360 gradi che illustra l'intera vita dell'uomo politico, dalle umili origini in un villaggio di campagna alla scalata nei ranghi del partito comunista (dove si differenziava da tutti gli altri per le idee innovative, la visione allargata e le capacità di cogliere lo spirito del tempo), dal periodo delle riforme (in cui trasformò il rapporto dell'URSS con l'Occidente e gli Stati Uniti, lavorando al dialogo e al disarmo nucleare) a momenti chiave come la catastrofe di Chernobyl o il colpo di stato dell'agosto 1991, fino a un bilancio del panorama odierno, a proposito del quale l'ex capo di stato non nasconde una certa amarezza per il ritorno dei nazionalismi e l'attuale ricrescita della tensione fra USA, Russia e Cina. Herzog – che ammira Gorbaciov anche perché si deve in gran parte a lui, in fondo, la riunificazione della Germania – si fa quasi da parte, lasciando i riflettori all'ex segretario del PCUS (il titolo originale, a differenza di quello italiano, non menziona il regista) e lo rende protagonista di un ritratto che scava nell'uomo più che nel politico, tratteggiandolo come una "figura tragica": il risultato è una pellicola narrativa e umanistica prima che documentaristica o giornalistica, che ne celebra le gesta ma ne sottolinea anche il dolore per la morte della moglie o il rammarico e il pentimento per alcuni errori di valutazione commessi.

17 settembre 2020

L'uomo ombra (W. S. Van Dyke, 1934)

L'uomo ombra (The thin man)
di W. S. Van Dyke – USA 1934
con William Powell, Myrna Loy
***

Visto in divx.

L'ex detective di polizia Nick Charles (William Powell), ritiratosi a vita privata dopo aver sposato l'ereditiera Nora (Myrna Loy), viene convinto a indagare sulla misteriosa scomparsa di un eccentrico scienziato, Clyde Wynant (Edward Ellis), la cui segretaria – ed amante – Julia Wolf (Natalie Moorhead) è ritrovata morta pochi mesi dopo. Dall'omonimo romanzo di Dashiell Hammett, una pellicola che mescola i classici temi gialli con quelli della commedia screwball e sofisticata degli anni trenta. Grazie anche alla coppia di eccezionali attori a disposizione (che spesso improvvisavano sul set, incoraggiati in questo dal regista), W. S. Van Dyke e gli sceneggiatori Albert Hackett e Frances Goodrich (anch'essi marito e moglie) ampliarono infatti a dismisura i siparietti sulla vita coniugale dei protagonisti, che scherzano e battibeccano con contagiosa complicità, rendendoli personaggi indimenticabili e unici all'interno di un genere dove raramente si era vista una tale sintonia fra coniugi, entrambi arguti, brillanti, intuitivi e con la battuta pronta. L'enorme successo darà origine a una vera e propria franchise: nonostante Hammett non avesse mai pensato a scrivere un sequel, Nick e Nora Charles (indistinguibili nell'immaginario popolare dai loro due interpreti) diventeranno protagonisti di ulteriori film (in tutto sei, fino al 1947), serie radiofoniche (1941-50), televisive (1957-59), musical e commedie teatrali, nonché oggetto di omaggi e parodie (vedi "Invito a cena con delitto"). Anche il loro simpatico cagnolino Asta (interpretato dal fox terrier Skippy, star canina che reciterà anche in "L'orribile verità" e "Susanna") diventerà una celebrità. La struttura del film, come di quelli che seguiranno, è quella del classico whodunit, con una marea di sospettati che nella scena finale vengono riuniti (forzatamente) a tavola tutti insieme, quando Nick svelerà l'identità del colpevole (naturalmente quello che in precedenza non era mai stato preso in considerazione). Fra essi ci sono Mimi (Minna Gombell), l'avida ex moglie di Wynant, e i suoi figli Dorothy (Maureen O'Sullivan) e Gilbert (William Henry), ma anche i personaggi interpretati da Henry Wadsworth (Tommy, il fidanzato di Dorothy), Cesar Romero (Jorgenson), Edward Brophy (il gangster Morelli), Porter Hall (MacCaulay), Cyril Thornton (Tanner), Harold Huber (Nunheim). Nat Pendleton è l'ispettore Guild. Una curiosità: girata appena un anno dopo la fine del proibizionismo, la pellicola si caratterizza per il consumo smodato e disinvolto di alcol da parte dei due protagonisti. Il titolo "The thin man" (letteralmente "L'uomo magro, sottile", ma in gergo la traduzione è corretta, e in effetti nella prima scena vediamo la sua ombra proiettata su una parete) non si riferisce a Nick Charles (come i seguiti da un certo punto in poi faranno intendere), ma allo scienziato scomparso, che viene descritto con le suddette parole.

16 settembre 2020

The whistleblower (Larysa Kondracki, 2010)

The whistleblower (id.)
di Larysa Kondracki – Canada/Germania 2010
con Rachel Weisz, David Strathairn
**

Visto in TV, con Sabrina.

Primo (e al momento unico) lungometraggio diretto dalla regista televisiva canadese Larysa Kondracki, ispirato alla storia vera di Kathryn Bolkovac (Rachel Weisz), poliziotta americana che ha lavorato come membro della forza di pace delle Nazioni Unite in Bosnia alla fine degli anni novanta, subito dopo la fine della guerra nei Balcani. Sotto contratto con l'agenzia privata DynCorp (che nel film è chiamata DemoCra), scoprì che membri dell'agenzia stessa, nonché alti ufficiali delle forze dell'ONU e agenti corrotti della polizia locale, erano implicati in un traffico di prostitute minorili ridotte in schiavitù. Non creduta, anzi ostacolata dai suoi stessi superiori, venne rimossa dall'incarico ma denunciò pubblicamente l'accaduto, portando alla luce lo scandalo. Importante (anche se sgradevole) per il tema trattato, il film lo affronta senza alcuna levità, anzi calcando la mano ogni volta che può. E l'ambientazione, cupa e senza speranza, tutto sommato rimane dentro all'animo dello spettatore. Ma la realizzazione e la regia sono rivedibili: i personaggi sono tagliati con l'accetta, senza particolare approfondimento, indagine psicologica o dubbio morale. Nel vasto cast attorno alla Weisz si riconoscono Vanessa Redgrave (Madeleine Rees, l'avvocato a capo della commissione per i diritti umani), Benedict Cumberbatch (il comandante delle forze ONU), David Hewlett (l'agente corrotto Murray), David Strathairn (lo specialista degli affari interni) e la solita pessima Monica Bellucci (la funzionaria che si occupa dei rifugiati) che si doppia da sola. Roxana Condurache, Paula Schramm e Rayisa Kondracki sono alcune delle ragazze costrette a prostituirsi, Nikolaj Lie Kaas è il soldato olandese con cui Kathryn ha una relazione.

15 settembre 2020

La tartaruga rossa (M. Dudok de Wit, 2016)

La tartaruga rossa (La tortue rouge, aka The red turtle)
di Michaël Dudok de Wit – Francia/Giappone 2016
animazione tradizionale
***

Visto in TV.

Trascinato dalla forza delle onde su un'isola deserta, un naufrago non riesce ad abbandonarla perché una misteriosa tartaruga gigante dall'insolito colore rosso gli demolisce ogni zattera che costruisce. La tartaruga si trasformerà poi magicamente in una donna, con cui l'uomo sceglierà di trascorrere tutta la vita sull'isola... Il primo lungometraggio dell'animatore olandese Michaël Dudok de Wit, già autore di magnifici corti come "Il monaco e il pesce" e "Father and daughter", è un'incantevole pellicola completamente senza dialoghi, in cui i personaggi e la storia sono immersi in un mondo naturale, mistico e affascinante. Co-prodotto dallo Studio Ghibli (si tratta della prima collaborazione dello studio di Miyazaki & C. con un artista occidentale), il film è esteticamente davvero bellissimo, con un disegno ispirato alla linea chiara del fumetto franco-belga (i volti sembrano uscire dal "Tintin" di Hergé) e degli sfondi colorati e al tempo stesso realistici e astratti: un'autentica gioia per gli occhi. Il soggetto, invece, è assai semplice, quasi una variazione di "Laguna blu", anche se non privo di suggestioni con i suoi rimandi al soprannaturale (la natura misteriosa della tartaruga, i sogni e le visioni) e soprattutto con la comunione del protagonista (e poi di suo figlio) con il mondo immacolato della natura, un mondo che sa essere generoso ma anche terribile (vedi la sequenza dello tsunami che devasta l'isola), e che alla fine completa il suo cerchio: un tema quanto mai adatto a una pellicola universale in cui l'immaginario orientale e quello occidentale si fondono. Le spiagge, il mare, il canneto, gli animali – come i simpatici granchietti che fanno da testimone all'intera vicenda – e tutto ciò che fa parte dell'ambientazione sfiorano la perfezione artistica. Una volta visto la prima volta, sarebbe quasi da impostare come screen saver nel maxischermo di casa e da proiettare in loop, come un quadro in movimento.

14 settembre 2020

Contrattempo (Oriol Paulo, 2016)

Contrattempo (Contratiempo)
di Oriol Paulo – Spagna 2016
con Mario Casas, Blanca Martínez
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Adrián Doria (Mario Casas), giovane imprenditore di successo, è accusato di aver ucciso la sua amante Laura (Bárbara Lennie) in una camera d'albergo chiusa a chiave dall'interno, ma lui sostiene di essere stato incastrato da un misterioso ricattatore che li aveva convocati lì con la minaccia di rendere pubblica la loro relazione. Davanti all'avvocato penalista Virginia Goodman (Blanca Martínez), che lo deve preparare per l'interrogatorio in tribunale, rievoca in una serie di flashback tutti gli eventi e le verità segrete che hanno preceduto quel tragico giorno, compreso un incidente che lui e Laura avevano avuto tre mesi prima, in una strada isolata nel bosco, provocando la morte accidentale di un ragazzo del luogo, il cui cadavere avevano deciso di nascondere: e se dietro tutto ci fosse proprio il padre del ragazzo (José Coronado), in cerca di vendetta? Thriller di produzione spagnola, ricco di colpi di scena e ben architettato: l'azione mostrata sullo schermo illustra il racconto dei personaggi o le loro ipotesi, contraddicendo così sé stessa più di una volta (anche perché potremmo essere di fronte a narratori inaffidabili), una tecnica ben collaudata sin dai tempi di "Rashomon". E naturalmente i tanti twist che si accumulano (non tutti imprevedibili) cambiano continuamente la direzione della vicenda e il ruolo dei personaggi coinvolti. Peccato solo che quasi tutto il peso del film si regga appunto sui suddetti twist, rendendo la pellicola un po' troppo costruita a tavolino. Molto buoni gli attori. Diversi i remake in altre lingue, fra cui anche uno italiano ("Il testimone invisibile" di Stefano Bordini con Riccardo Scamarcio).

13 settembre 2020

#Alive (Cho Il-hyung, 2020)

#Alive (#Saraitda)
di Cho Il-hyung – Corea del Sud 2020
con Yoo Ah-in, Park Shin-hye
*1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Quando una misteriosa epidemia che trasforma gli esseri umani in creature aggressive e cannibali si diffonde per le strade della città, un giovane videogiocatore (Yoo Ah-in) si ritrova chiuso e isolato nella casa di famiglia, senza cibo né acqua, intenzionato a sopravvivere in ogni modo. Più tardi scoprirà che nel complesso dove risiede c'è un'altra superstite: una ragazza (Park Shin-hye) che abita nel palazzo di fronte al suo. Ho iniziato a vedere questo film sperando che fosse qualcosa di originale, e invece è la solita pellicola di zombie, senza nemmeno particolari varianti sul tema se non alcuni aspetti legati alla tecnologia (l'uso del drone e del visore per esplorare i dintorni del palazzo; la mancanza di campo che rende inutilizzabili i cellulari e i videogiochi, mandando in crisi il ragazzo; l'appello attraverso i social network, che giustifica in qualche modo il pretestuoso uso dell'hashtag nel titolo). L'unica scena degna di interesse è quella, verso il finale, in cui due protagonisti si rifugiano nell'appartamento di un terzo superstite, che intende darli in pasto alla propria moglie zombie tenuta incatenata. In tempo di pandemia da Covid-19, comunque, sono innegabili le suggestioni – come l'imperativo a non uscire di casa – che legano il soggetto alla situazione attuale (ma puramente casuali: il film era già stato realizzato in precedenza).

12 settembre 2020

I banditi del tempo (Terry Gilliam, 1981)

I banditi del tempo (Time Bandits)
di Terry Gilliam – GB 1981
con Craig Warnock, David Rappaport
***

Rivisto in TV.

Bambino sognatore e appassionato di storia, ma trascurato dai genitori, il piccolo Kevin (Craig Warnock) viene coinvolto da una banda di nani – in grado di viaggiare nel tempo grazie a una mappa che indica tutti i "buchi" temporali rimasti nel tessuto del creato – in una sarabanda di avventure attraverso varie epoche. I nani, che hanno trafugato la mappa all'"essere supremo" per il quale lavoravano, intendono usarla per compiere furti qua e là (sottraggono per esempio il bottino di guerra di Napoleone e il tesoro di Agamennone): ma il Male (David Warner), una sorta di diavolo, intende appropriarsene per sovvertire l'universo e ricrearlo in forma tecnologica. Scritto da Terry Gilliam insieme a Michael Palin, suo ex compagno al tempo dei Monty Python (e che appare in un paio di scenette cameo in compagnia di Shelley Duvall), un film che mescola in maniera assai creativa suggestioni fiabesche e avventurose provenienti dalle fonti più disparate: l'incipit con i nani che escono dall'armadio evoca al contempo J.R.R. Tolkien ("Lo Hobbit") e C.S. Lewis ("Le cronache di Narnia"), altri elementi ricordano "Alice nel paese delle meraviglie", "Il mago di Oz" (il volto fluttuante dell'essere supremo) o "I viaggi di Gulliver". Il risultato è un pastiche un po' episodico, che svaria in più direzioni e non privo di anacronismi, ma ricco di inventiva visionaria e surreale (valorizzata dal buon valore produttivo: la fotografia è di Peter Biziou), senza contare l'humour nero, dissacrante e satirico tipico dei Monty Python (vedi lo sfrenato consumismo dei genitori di Kevin, ossessionati dagli elettrodomestici, che alla fine vengono puniti come nelle fiabe). Fra le epoche attraversate ci sono le guerre napoleoniche in Italia (la battaglia di Castiglione) con Ian Holm nei panni di Bonaparte (un ruolo che l'attore aveva già interpretato nella serie televisiva "Napoleone e le donne" del 1974, e che riprenderà ne "I vestiti nuovi dell'imperatore" nel 2001), il medioevo inglese (con John Cleese, altro ex Monty Python, nel ruolo di un comico Robin Hood), il Titanic (mitica la battuta "Cameriere, altro champagne. Con molto ghiaccio!") e l'antica Grecia (con Sean Connery nei panni di un eroico Agamennone che uccide un minotauro), prima di trasferirci in ambito fantasy nella cosiddetta "era delle leggende", al di fuori della storia conosciuta, dove i protagonisti affronteranno orchi e giganti prima di essere catturati dal Male e imprigionati nella fortezza delle tenebre eterne. Per salvarli, dovrà intervenire di persona l'essere supremo (un dimesso e irresistibile Ralph Richardson). La banda dei nani è composta da David Rappaport (Randall), Kenny "C1-P8" Baker (Fidgit), Malcolm Dixon (Strutter), Mike Edmonds (Og), Jack Purvis (Wally) e Tiny Ross (Vermin): c'è chi ha visto nei sei nani un riferimento ai sei membri dei Monty Python. Peter Vaughan e Katherine Helmond sono l'orco e sua moglie, Jim Broadbent il presentatore dello show televisivo. Micene e il regno di Agamennone sono stati ricostruiti in Marocco, nelle stesse località dove Connery aveva già girato "L'uomo che volle farsi re". La canzone sui titoli di coda, "Dream Away", è composta da George Harrison, l'ex Beatle che ha finanziato la pellicola con la sua casa di produzione indipendente HandMade Films.

11 settembre 2020

Pets 2 (Chris Renaud, 2019)

Pets 2 - Vita da animali (The Secret Life of Pets 2)
di Chris Renaud – USA 2019
animazione digitale
*1/2

Visto in TV.

Katie, la padrona di Max e Duke, si è sposata con un uomo chiamato Chuck e ha avuto un figlio, Liam. Deciso a proteggere il bambino da tutti i pericoli del mondo esterno, il jack russell diventa sempre più ansioso e sviluppa l'abitudine di grattarsi il collo, motivo per il quale Katie lo porta da un veterinario comportamentista che gli prescrive il "cono della vergogna". La storia prosegue dividendosi in tre filoni paralleli, che convergeranno alla fine. Nel primo, Max, Duke e tutta la famiglia si trasferiscono per qualche giorno in campagna, dove Max avrà l'occasione di vincere le proprie paure grazie agli insegnamenti di Galletto, il cane da pastore locale. Nel secondo, la piccola pomerania Gidget, cui Max aveva affidato la propria pallina preferita durante la sua assenza, dovrà introdursi in un appartamento pieno di gatti per recuperarla, "travestendosi" da felino. Nel terzo, il coniglio Nevosetto si improvvisa supereroe (Capitan Nevosetto!) per aiutare la shin tzu Marghi (Daisy nell'originale) a salvare un cucciolo di tigre bianca, Hu, dal circo del crudele Sergei. Alla fine, tutti gli amici si alleeranno per impedire a Sergei, ai suoi lupi e alla sua scimmietta, di riportare Hu in cattività (la tigre troverà infine rifugio insieme ai gatti della vecchia gattara). Il sequel di "Pets" ne ripropone personaggi e dinamiche, svariando fra diverse trame come se non avesse un tema preciso da seguire. Il risultato, grazie alla simpatia dei personaggi, è di certo gradevole, ma anche scontato, basilare e fondamentalmente innocuo (come tutti i prodotti Illumination). Nella versione originale, Harrison Ford fornisce la voce a Galletto, personaggio che ricorda quello interpretato da Jack Palance nel classico "Scappo dalla città – La vita, l'amore e le vacche", che al pari suo addestrava alla vita selvatica un gruppo di inetti abitanti metropolitani.

10 settembre 2020

Sto pensando di finirla qui (C. Kaufman, 2020)

Sto pensando di finirla qui (I'm thinking of ending things)
di Charlie Kaufman – USA 2020
con Jessie Buckley, Jesse Plemons
**1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Sotto una fitta nevicata, in un paesaggio vuoto e desolato, Lucy (Buckley) si sta recando in auto con il fidanzato Jake (Plemons) a conoscere i genitori di lui, che vivono in una fattoria fuori città. Incerta e piena di dubbi, la ragazza sta meditando (con le parole che danno il titolo alla pellicola) di troncare la relazione, o forse la propria vita, che va avanti solo per inerzia ed abitudine. Ma non tutto è come sembra... e non potrebbe essere altrimenti, visto che stiamo parlando di un film di Charlie Kaufman, il cerebrale sceneggiatore di pellicole altamente oniriche e metafisiche come "Essere John Malkovich" e "Se mi lasci ti cancello", che qui ha adattato un romanzo di Iain Reid. Lucy e l'intero mondo che la circonda sono infatti il prodotto della mente di Jake, anziano bidello e inserviente in un liceo, che al culmine di un'esistenza grigia e solitaria si costruisce un passato basato sui rimpianti e sulle svolte che non ha saputo cogliere. "Bisogna ricordarsi che il mondo è più grande dell'interno della tua testa". "Lucy" è dunque il simulacro di una ragazza che ha conosciuto fugacemente, ma con cui non si è davvero fidanzato, sulla quale l'uomo proietta tutti i suoi interessi, le sue aspirazioni e le sue conoscenze (è di volta in volta una biologa, una fisica, una poetessa, una pittrice, una critica cinematografica), discute di argomenti culturali, esistenziali, filosofici, ne cerca l'approvazione (la necessità di essere compreso e approvato è forte in lui) e quella soddisfazione che nella vita (o dai genitori) non ha mai avuto. I contenuti dei lunghi dialoghi fra i due personaggi riecheggiano episodi o elementi del mondo esterno, legati al passato o al presente di Jake. E l'atmosfera, irreale e ambigua (è quasi subito evidente che ci sia qualcosa di strano, come un mondo che viene creato e modificato sul momento), si fa a tratti surreale o inquietante come in un film di David Lynch (vedi la breve sosta al negozio di gelati). Nel finale, la forma filmica fa ricorso anche al balletto, all'animazione e al musical ("Oklahoma"). Ma in questa riflessione surreale ed esistenziale non tutto è riuscito: la visione del film potrebbe risultare snervante per le sue lungaggini, l'insistenza sui dettagli rivelatori e una certa pretenziosità. Ottimi gli attori. Toni Collette e David Thewlis (attraverso vari gradi di invecchiamento) interpretano i genitori, Guy Boyd è il vecchio bidello. Come a voler suggerire che ci troviamo in un luogo ristretto (ovvero la mente di Jake), la pellicola è girata in 4:3. Citazioni metacinematografiche per Robert Zemeckis (di cui si mostra uno pseudo-film) e John Cassavetes (si discute di "Una moglie").

9 settembre 2020

La casa degli amori particolari (Y. Masumura, 1964)

La casa degli amori particolari (Manji)
di Yasuzo Masumura – Giappone 1964
con Kyoko Kishida, Ayako Wakao
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sonoko (Kyoko Kishida), ricca e annoiata moglie di un avvocato, si invaghisce della giovane Mitsuko (Ayako Wakao), che ha conosciuto a un corso di disegno. La relazione fra le due donne finirà per coinvolgere anche il marito di Sonoko, Kotaro (Eiji Funakoshi), rivoluzionando il loro rapporto ormai sterile, e l'ambiguo fidanzato di Mitsuko, l'impotente Watanuki (Yusuke Kawazu). Sceneggiato da Kaneto Shindo, è il primo adattamento cinematografico di un celebre romanzo di Junichiro Tanizaki, "La croce buddista" del 1928 ("Manji", il titolo originale, è il nome con cui i giapponesi designano la svastica, simbolo che con i suoi quattro bracci si riferisce ai quattro amanti interconnessi nel racconto), portato poi al cinema numerose altre volte (è alla base, fra gli altri, di "Interno berlinese" di Liliana Cavani). Fedele alla trama originale, la pellicola ne conserva tutti gli elementi principali: la morbosità psicologica, la struttura labirintica, l'ossessione per la bellezza che porta all'(auto)distruzione, la natura letteraria (l'intera vicenda è narrata da Sonoko a un misterioso ascoltatore, un uomo che resta muto e che potrebbe essere uno scrittore, un agente di polizia, o un rappresentante degli spettatori stessi). Non mancano infatti inganni, manipolazioni, sospetti e tentativi di suicidio. Peccato solo che il film possa oggi risultare un po' datato, per via di un'evoluzione dei rapporti fra i personaggi che, se funziona in astratto sulla pagina scritta, risulta più inverosimile nel realismo di una rappresentazione cinematografica che sfiora l'exploitation (ma che non supera mai il confine del cattivo gusto, mantenendo anzi una certa raffinatezza nella composizione). Ayako Wakao era la musa del regista, protagonista in una ventina dei suoi film.

8 settembre 2020

It follows (David Robert Mitchell, 2014)

It Follows (id.)
di David Robert Mitchell – USA 2014
con Maika Monroe, Keir Gilchrist
***

Visto in TV.

Dopo aver fatto sesso per la prima volta con un ragazzo, la diciannovenne Jay (Maika Monroe) comincia a essere perseguitata da "qualcosa" che assume le sembianze di una persona, sempre diversa, che cammina lentamente ma inesorabilmente verso di lei, unica in grado di vederla. Se sarà raggiunta, le spiega il ragazzo, Hugh (Jake Weary), verrà uccisa: e il solo modo per sbarazzarsene è quello di "passarla" ad un altro, attraverso un rapporto sessuale. Un horror dalle premesse semplici ma ricche di significato metaforico: c'è chi ci ha visto un'analogia con le malattie sessualmente trasmissibili (come l'AIDS), chi con un rito di passaggio nel mondo adulto, chi semplicemente una variante mortale del classico gioco infantile del "Ce l'hai" (chiamato anche "It!" in inglese). Alla seconda regia, Mitchell fa un ottimo lavoro nel realizzare, con pochi mezzi (e praticamente senza effetti speciali di rilievo), un film che trasmette davvero angoscia e paura, che parte da una premessa originale ma implausibile (l'origine della "cosa" non viene mai spiegata, né tantomeno la sua natura) per poi seguirla con coerenza e senza deviazioni. Nella sua fuga per la sopravvivenza, in assenza degli adulti, Jay è aiutata dalla sorella minore Kelly (Lili Sepe) e da altri amici che credono in lei, Yara (Olivia Luccardi), Paul (Keir Gilchrist) e Greg (Daniel Zovatto), tutti caratterizzati con realismo e che per fortuna rifuggono dai comportamenti assurdi o stereotipati dei tipici teen horror, ma che trasmettono a loro volta una certa inquietudine per la rassegnazione e il cinismo con cui affrontano un pericolo in fondo inesorabile e ineludibile. Un valore aggiunto è dato dalla confezione: la musica di Disasterpeace (alias Rich Vreeland), la fotografia fredda e cupa ma sempre comprensibile e avvolgente di Mike Gioulakis, e la regia di Mitchell, che si sbizzarrisce in panoramiche a 360° e gioca con le figure che si intravedono in lontananza sullo sfondo, ciascuna delle quali potrebbe essere la "cosa" che si avvicina lentamente. Nel valorizzare così l'atmosfera, il regista ha detto di essersi ispirato a Romero e Carpenter. L'idea di base non poteva che nascere nell'ambito della cultura americana/anglosassone, così sessuofoba e repressa: ma la pellicola la sviluppa nel modo giusto, senza degenerare, e anzi esplorando (anche grazie a ottimi dialoghi) i sottotesti psicologici sulle paure del sesso per gli adolescenti (Jay non vuole farlo con Paul perché non lo ama, oppure al contrario perché gli è affezionata e non vuole metterlo in pericolo?).

7 settembre 2020

Pionieri a Ingolstadt (R. W. Fassbinder, 1971)

Pionieri a Ingolstadt (Pioniere in Ingolstadt)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1971
con Hanna Schygulla, Harry Baer
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una truppa del genio pionieri dell'esercito giunge nella città di Ingolstadt per costruire un ponte. Le ragazze del luogo, in particolare quelle delle classi inferiori, si affrettano a farsi corteggiare dai soldati. C'è chi, come Alma (Irm Hermann), passa da uno all'altro con estrema disinvoltura, suscitando la gelosia delle compagne. E chi, come la domestica Berta (Hanna Schygulla), cerca l'amore vero, illudendosi di averlo trovato in Karl (Harry Baer), soldato scontroso e malinconico che invece non si cura di lei e finirà con l'abbandonarla, anche perché ha già una fidanzata (e magari un figlio) in ogni città. Tratto da una pièce teatrale di Marieluise Fleisser (scritta nel 1928, ispirata a fatti reali, modificata in collaborazione con Bertolt Brecht e infine riveduta nel 1968), un film per la tv che è – ingiustamente – fra i lavori meno noti di Fassbinder, anche perché frutto di compromessi fra il regista e la committenza televisiva (il primo avrebbe voluto ambientarlo nella Germania contemporanea, convinto che i temi trattati – sessismo, oppressione, invidia, grettezza – fossero comuni a ogni società piccolo-borghese; l'emittente invece voleva mantenere il setting negli anni Venti, soprattutto per non offendere l'esercito: il risultato è una collocazione temporale ambigua e indistinta). Costruito su una serie di scenette vagamente interconnesse fra loro, il dramma segue le vicende di numerosi personaggi: le ragazze, i soldati (in lotta contro un dispotico sergente maggiore), i notabili del luogo (segnatamente il datore di lavoro di Berta, un arcigno negoziante, e suo figlio, un giovane inetto senza esperienze sessuali). Nel cast, Klaus Löwitsch (il sergente maggiore), Günther Kaufmann (il soldato Max), Walter Sedlmayr (il mercante Unertl), Rudolf Waldemar Brem (suo figlio Fabian), Margit Carstensen e Carla Aulaulu (Margarete e Frieda). Realizzato mentre stava smantellando il collettivo dell'Antiteater (di cui, insieme ad "Attenzione alla puttana santa", è l'ultimo titolo prodotto), il film è considerato l'ultimo lavoro del periodo formativo (1969-71) di Fassbinder, prima che il regista cambiasse il suo stile rivolgendosi al melodramma americano di Sirk come modello e girando i film che gli daranno la notorietà.

6 settembre 2020

Dilili a Parigi (Michel Ocelot, 2018)

Dilili a Parigi (Dilili à Paris)
di Michel Ocelot – Francia/Belgio 2018
animazione digitale
**

Visto in TV.

Nella Parigi della Belle Époque, la piccola meticcia canaca Dilili indaga insieme al giovane corriere Orel su una misteriosa setta segreta che rapisce bambine e ragazze. Nel corso dei loro spostamenti per i quartieri della Ville Lumière, i due incontreranno molti celebri artisti e personaggi dell'epoca: dalla soprano Emma Calvé (doppiata da Natalie Dessay, e vera e propria co-protagonista) a Toulouse-Lautrec, da Marie Curie a Sarah Bernhardt, passando per Louis Pasteur, Pablo Picasso, Marcel Proust, Alberto Santos-Dumont, Louise Michel, e ancora Colette, Debussy, Satie, Rodin, Claudel, Eiffel, Degas, Monet, Renoir e molti altri, i cui nomi Dilili si annota con diligenza nel proprio taccuino. L'incipit che sembra ambientato in Africa pare voler richiamare il film più famoso di Ocelot, "Kirikù e la strega Karabà", ma in realtà siamo in un parco di Parigi, fra le cui strade, i locali, i monumenti, i quartieri centrali o periferici e persino le fognature si svolge l'intera vicenda. Tutte le scenografie sono rappresentate con realismo fotografico, creando uno stacco rispetto ai personaggi bidimensionali. E anche il soggetto è un mix fra l'intreccio giallo-avventuroso (che affronta temi sociali come l'uguaglianza e la diversità, il razzismo e il sessismo, ma soprattutto il diritto all'emancipazione femminile) e il semplice omaggio a un periodo magico della storia di Parigi e dell'Europa intera, quando grandi artisti e personalità condividevano uno spazio comune: il primo aspetto, che pure guida la storia, può risultare a tratti inquietante per un pubblico infantile (la setta dei "maschi maestri" mira a sottomettere l'intero genere femminile, costringendo donne e ragazze a vestirsi di nero e camminare a quattro zampe), mentre il secondo fa solo da contorno, anche se a tratti è preponderante. Peccato che la parata di VIP, con poche eccezioni, non vada oltre la collezione di figurine (molti artisti sono solo citati di sfuggita, altri non vengono nemmeno menzionati). Bella la canzoncina ("C'è il sole e la pioggia...") che celebra la diversità.

5 settembre 2020

Il siciliano (Michael Cimino, 1987)

Il siciliano (The Sicilian)
di Michael Cimino – USA 1987
con Christopher Lambert, Joss Ackland
*1/2

Visto in divx.

Versione romanzata della vita di Salvatore Giuliano, bandito che nell'immediato dopoguerra scosse la Sicilia (e l'Italia intera) con le sue rivendicazioni a favore della "povera gente". Ritratto come una sorta di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri, Giuliano dichiara guerra sia allo stato che alla mafia, pur essendo sotto la protezione del capocosca locale, Don Masino (Joss Ackland), che intende sfruttarne la popolarità a fini politici. Rifugiatosi sulle montagne con i suoi seguaci dopo aver lottato per "regalare la terra ai braccianti", rimane coinvolto in faide sociali e lotte politiche incrociate, fino a essere tradito dall'uomo di cui si fidava di più, Gaspare "Aspanu" Pisciotta (John Turturro). Tratto dall'omonimo libro di Mario Puzo (sceneggiato da Steve Shagan e, non accreditato, da Gore Vidal), il film fu girato sull'onda del successo de "Il padrino", di cui puntava a replicare i fasti oltre che a rinverdire la fama di Cimino, reduce da una serie di flop. Ma poco funziona nella pellicola, almeno nella versione uscita nelle sale cinematografiche (esiste infatti una "director's cut", di circa una mezz'ora più lunga, che a quanto pare sistemerebbe alcuni difetti), a partire da un ritmo narrativo tutto sbagliato, da una scarsa consapevolezza della materia trattata (il realismo del contesto sociale, politico e storico è contaminato da cliché hollywoodiani: il protagonista, per esempio, risulta moralmente innocente per la strage di Portella della Ginestra), da un montaggio confuso, da una fotografia che rende spesso le scene poco chiare, e da alcune interpretazioni risibili, a partire da un protagonista (un Christopher Lambert doppiato in italiano da Tonino Accolla) che manca completamente di espressività. Male anche i vari personaggi di contorno, che appaiono e spariscono senza un filo logico, alcuni dei quali – come la duchessa americana Camilla (Barbara Sukowa), spesso tette al vento – sono francamente ridicoli. Giulia Boschi è la fidanzata del bandito, Terence Stamp il principe Borsa, Richard Bauer il professor Adonis. Sulla vita di Salvatore Giuliano, naturalmente, c'è anche il film di Francesco Rosi del 1962.

4 settembre 2020

Local hero (Bill Forsyth, 1983)

Local hero (id.)
di Bill Forsyth – GB 1983
con Peter Riegert, Burt Lancaster
***

Visto in TV.

Il giovane addetto agli acquisti MacIntyre, detto "Mac" (Peter Riegert), viene inviato in Scozia da una società petrolifera texana per trattare l'acquisizione di tutti i terreni di un remoto villaggio costiero dove dovrà sorgere una grande raffineria. Gli abitanti del paese, guidati dall'albergatore Gordon Urquhart (Denis Lawson), sono ben disposti a cedere le loro proprietà in cambio di dollari sonanti: tutti tranne il vecchio Ben Knox (Fulton Mackay), che vive in una baracca sulla spiaggia e si rifiuta di vendere il proprio appezzamento. Mentre Mac comincia lentamente ad affezionarsi a quel luogo così isolato e idilliaco, e il suo aiutante Oldsen (Capaldi) si innamora della bella Marina (Jenny Seagrove), oceanografa che sogna di organizzare in mare un osservatorio protetto, il grande boss della società Felix Happer (Burt Lancaster) decide di recarsi sul posto di persona per vedere come stanno le cose... Il soggetto sembrerebbe retorico e pieno di cliché: e invece il film sorprende perché realizzato con un piglio e un'ironia quasi surreale. I personaggi sono realistici, malinconici e divertenti, ma la cosa più bella è il tono low key e il ritmo compassato che facilita l'immersione dello spettatore. Mac è un protagonista che da yuppie rampante si fa via via più solitario e riflessivo, entra lentamente in sintonia con la natura, trova la propria dimensione nelle passeggiate sulla spiaggia per raccogliere conchiglie, e si emoziona come un bambino quando vede per la prima volta l'aurora boreale. Memorabile anche Lancaster nei panni dell'industriale appassionato di astrologia e di fenomeni celesti, nonché protagonista di bizzarri siparietti con uno psicoterapeuta (Norman Chancer) che non fa altro che insultarlo. La colonna sonora è di Mark Knopfler.

3 settembre 2020

I segreti di Wind River (T. Sheridan, 2017)

I segreti di Wind River (Wind River)
di Taylor Sheridan – USA 2017
con Jeremy Renner, Elizabeth Olsen
**

Visto in TV, con Sabrina.

Nella riserva indiana di Wind River, fra le montagne del Wyoming, il cacciatore Cory (Renner) – che ha l'incarico di tenere sotto controllo la fauna selvatica – trova il cadavere di una ragazza fra la neve. Collaborerà con l'inesperta agente dell'FBI Jane (Elizabeth Olsen) nella ricerca del colpevole, anche perché ha un motivo personale: tre anni prima, la sua stessa figlia era morta in circostanze simili. Scritto e diretto da Taylor Sheridan (alla sua prima regia, dopo l'horror semi-amatoriale "Vile" e dopo aver firmato le sceneggiature di altri due thriller ambientati nei luoghi più remoti della frontiera americana, "Sicario" e "Hell or High Water"), un film che ha il suo punto di forza principale nell'ambientazione, monti e pianure innevate dove l'uomo è a contatto diretto con la natura e con i propri istinti primordiali, una vera e propria frontiera dove farsi giustizia da soli – sotto lo sguardo di lupi e puma selvatici – risulta, appunto, naturale. Poco interessante invece la trama gialla (di fatto c'è una sola traccia da seguire, che porta più o meno direttamente al colpevole), come la struttura narrativa (con molte lungaggini) e la caratterizzazione semplicistica dei personaggi (l'unico interessante è il protagonista, mentre comprimari e cattivi sono figurine stereotipate). Graham Greene interpreta lo sceriffo della riserva indiana. Qualche rimando, forse, a "Neve rossa" di Nicholas Ray. Come suggerisce la didascalia conclusiva, il regista voleva porre l'attenzione sul grande numero di donne native americane che vengono violentate e uccise, eppure nulla nel film lascia intendere che la vittima sia stata scelta a causa della sua etnia. Il titolo italiano (come già era capitato con "Brokeback Mountain") scimmiotta "I segreti di Twin Peaks".

2 settembre 2020

Demoni e dei (Bill Condon, 1998)

Demoni e dei (Gods and Monsters)
di Bill Condon – GB/USA 1998
con Ian McKellen, Brendan Fraser
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Alla fine degli anni cinquanta, James “Jimmy” Whale (McKellen), il leggendario regista del "Frankenstein" con Boris Karloff, trascorre la vecchiaia da recluso nella sua villa con piscina a Hollywood. Reduce da un ricovero in ospedale, è in fase di declino mentale, in preda a un fiume di ricordi incontrollati che si mescolano con i sogni e le allucinazioni legate al suo passato e alla sua arte (come i primi amori o le esperienze vissute in trincea durante la prima guerra mondiale). Omosessuale dichiarato, sembra attratto dal nuovo giardiniere della villa, il giovane e prestante Clayton Boone (Fraser), al quale chiede di posare per un ritratto e con cui stringe una singolare amicizia, essendo i due diversi in ogni cosa (per età, esperienze e vissuto: l'uno troppo legato al passato, l'altro senza apparente futuro). In realtà Jimmy sta progettando il proprio suicidio, e spera che proprio Clayton possa esserne l'artefice. Ispirato agli ultimi anni di vita del vero James Whale e alle sue creature più celebri, forse il più bel film di Condon: una riflessione sulla vita, l'amicizia e la tolleranza, attraverso la metafora del mostro più famoso della storia della settima arte: un "cattivo" che in realtà era soltanto un incompreso, con cui a tratti si identificano sia Jimmy che Clayton. Bello anche l'omaggio al cinema del passato: dai vecchi film degli anni trenta che ora fanno più ridere che paura (anche se Whale afferma che questo era l'intento sin da allora), alla dorata Hollywood dove vecchi relitti si tengono a galla con feste frivole ma sontuosissime. Il titolo della pellicola deriva da una frase de “La moglie di Frankenstein”, anche se la traduzione italiana è imprecisa (in originale era: "Dei e mostri"). E anche i titoli di coda richiamano quelli dei film che omaggia (con la dicitura “A good cast is worth repeating”). Ottimo Ian McKellen, in un ruolo particolarmente sentito. Fraser, con i capelli squadrati da marine, richiama in silhouette proprio il mostro di Frankenstein (e la cosa è naturalmente voluta). Bello anche il personaggio di Hanna, la fedele governante di casa Whale, interpretato da Lynn Redgrave. Il film vinse l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale (che Condon trasse dal romanzo "Father of Frankenstein" di Christopher Bram), oltre a ricevere nomination per le interpretazioni di McKellen e Redgrave.

1 settembre 2020

Opera senza autore (F. Henckel von Donnersmarck, 2018)

Opera senza autore (Werk ohne Autor)
di Florian Henckel von Donnersmarck – Germania 2018
con Tom Schilling, Sebastian Koch
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Visto in divx alla Fogona.

La vita di un giovane pittore, Kurt Barnert (Schilling), raccontata attraverso le trasformazioni della Germania nell'arco di 30 anni: dalla Dresda del 1937 durante l'ascesa nazista, alle tragedie della seconda guerra mondiale, all'avvento della DDR socialista, alla fuga nella BRD del boom economico. La sua vicenda si intreccia con quella del professor Carl Seeband (Koch), primario di ginecologia che si compromette con il regime nazista, entra nelle SS e collabora al programma di eugenetica, per poi riciclarsi durante il comunismo. Ma al centro della lunga pellicola (tre ore), ancora più degli eventi storici (che fanno solo da sfondo, fornendo il contesto – la tela – sulla quale dipingere) c'è il concetto di arte e il suo legame con l'identità, la ricerca dell'espressione artistica del proprio "io", temi che mi hanno fatto pensare a un'altra pellicola che – nonostante lo stile completamente diverso – affronta lo stesso argomento, "Achille e la tartaruga" di Takeshi Kitano. Al terzo film e dopo il passo falso di "The tourist", Henckel von Donnersmarck torna, se non ai livelli del suo lavoro d'esordio, "Le vite degli altri" (da cui riprende uno degli interpreti, Sebastian Koch), quantomeno alle stesse ambizioni e alla sua qualità nel ritrarre alcuni periodi delicati ma importanti della storia tedesca. Incoraggiato nelle proprie velleità artistiche sin da piccolo dalla giovane zia Elisabeth (che, per la sua pazzia, verrà internata e poi "soppressa" in un campo di concentramento), il protagonista si interessa all'arte moderna, considerata "degenerata" dai nazisti perché mostra un lato deforme e perturbante della realtà. "Questo sapresti farlo anche tu", dice – davanti a un Kandinsky – una guida tedesca a un Kurt ancora bambino. Le cose non migliorano sotto il comunismo, quando Kurt comincia a frequentare l'accademia di belle arti: ogni personalismo è scoraggiato e l'unico stile che è permesso seguire è il realismo socialista, una forma che celebra il popolo ma annulla l'individuo, rendendo gli artisti indistinguibili gli uni dagli altri. Sarà anche per sfuggire a quella che ritiene "pura decorazione", e alla ricerca della verità artistica, che Kurt – con la sua novella sposa Ellie (Paula Beer), figlia di Seeband – fuggirà all'ovest poco prima della costruzione del muro, nel 1961. Si stabilirà a Düsseldorf, epicentro delle correnti più innovative dell'arte moderna tedesca, ma anche qui farà fatica a trovare la propria strada. Dopo molti tentativi sempre più forzatamente originali e bizzarri, tornerà alle basi, ispirandosi a quelle fotografie amatoriali che, a loro modo, esprimono più "verità" di ogni dipinto artificioso e programmatico. E curiosamente troverà il proprio "io" in uno stile artistico in cui i critici, invece, vedono una semplice copia del mondo, la rinuncia a esprimere la personalità del pittore e il suo vissuto autobiografico, creando così "opere senza autore" (e lui glielo lascia credere, mentendo spudoratamente durante la conferenza stampa di presentazione della sua prima esposizione). Il soggetto è ispirato alla vita reale del pittore Gerhard Richter e alla sua biografia firmata da Jürgen Schreiber. Oliver Masucci interpreta l'eccentrico insegnante d'arte Antonius van Verten, a sua volta ispirato a Joseph Beuys. Ottime la regia e la confezione, anche se la fotografia di Caleb Deschanel (peraltro nominata all'Oscar) pecca forse per un eccesso di correzione digitale.