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10 luglio 2023

Lola (Andrew Legge, 2022)

Lola (id.)
di Andrew Legge – GB/Irlanda 2022
con Emma Appleton, Stefanie Martini
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Agli inizi degli anni quaranta, nella campagna inglese, le sorelle Thomasina (Emma Appleton) e Martha (Stefanie Martini) Hanbury inventano "Lola", una macchina che può ricevere trasmissioni radiofoniche e televisive dal futuro. Dapprima si appassionano alla cultura e alla musica del tardo ventesimo secolo (in particolare a David Bowie, la cui canzone "Space Oddity" diventa per loro una sorta di inno personale e liberatorio), ma poi cominciano a usare la macchina per intercettare i notiziari bellici, con l'intento di aiutare il proprio paese a sconfiggere i tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Per una serie di paradossi, però, proprio le loro azioni porteranno invece i nazisti ad avere la meglio e a conquistare la Gran Bretagna, creando una distopia anche dal punto di vista culturale, dove la stessa musica pop si ammanta di toni fascisti... Realizzato durante il lockdown, in bianco e nero e in forma quasi amatoriale, usando cineprese 16mm e lenti d'epoca, nonché molto materiale di repertorio (riprese con Churchill e Hitler, per esempio, ma anche scene di folla, di guerra e di bombardamenti), un film di fantastoria che ricorre alla trovata del found footage (si finge cioè che tutto il girato sia opera delle sorelle stesse, giunto in qualche modo fino ai giorni nostri), anche se per una volta questa non è fine a sé stessa ma parte integrante della storia stessa e strumento essenziale per la risoluzione finale del paradosso. Il tutto è semplice (il film dura poco più di un'ora) ma a suo modo ingegnoso, e affascinante dal punto di vista fantascientifico, oltre che coerente nello stile. Il regista, anche sceneggiatore, è all'esordio. Interessante anche la colonna sonora di Neil Hannon, che fonde anacronisticamente suggestioni punk e glam rock.

4 luglio 2023

Il piatto piange (Paolo Nuzzi, 1974)

Il piatto piange
di Paolo Nuzzi – Italia 1974
con Aldo Maccione, Agostina Belli
**1/2

Visto su YouTube.

In un paese sul Lago Maggiore (il film è ambientato a Luino, ma in realtà è stato girato a Orta San Giulio, sul Lago d'Orta), nei primi anni trenta durante il ventennio fascista, un gruppo di amici perditempo trascorre le nottate a giocare a carte ("Abbiamo battezzato un altro giorno", dicono a ogni alba) e le giornate a bighellonare, fra scherzi e donne (che si tratti di avventure galanti o di visite al locale bordello). Mario, detto "Camola" (Aldo Maccione), lavora come factotum nello studio di un avvocato ed è innamorato (come tutti) della bella Ines (Agostina Belli). Dal romanzo omonimo di Piero Chiara (nativo appunto di Luino), un ritratto della pigra quotidianità di provincia, dove giorni e notti si succedono senza che accada mai nulla, soprattutto per personaggi – come il gruppo di protagonisti – che cercano di tenersi lontani dalle responsabilità lavorative e dalla politica (il fascismo imperante). I toni, come da commedia all'italiana, mischiano umorismo e malinconia, farsa (scollacciata) e tragedia, anche se l'analisi psicologica non è particolarmente approfondita e i personaggi sono alquanto macchiettistici: più che le singole parti (personaggi o situazioni, distillati in tanti piccoli episodi slegati gli uni dagli altri), è l'insieme ad avere un suo valore nel ricostruire un ambiente ozioso, arretrato, maschilista ma a suo modo pure sincero. È il primo dei due soli lungometraggi cinematografici diretti da Paolo Nuzzi, già collaboratore e aiuto regista di Federico Fellini (le similarità con alcuni suoi lavori sono evidenti, in primis "Amarcord") nonché amico di Cesare Zavattini (il cui figlio Arturo è qui il direttore della fotografia). Nel cast corale, molti caratteristi e nomi noti come Erminio Macario, Andréa Ferréol, Renato Pinciroli, Bernard Blier, Antonio Spaccatini, Guido Leontini, Elisa Mainardi, Giuseppe Maffioli.

22 aprile 2023

Tonight for sure (F. F. Coppola, 1962)

Tonight for sure
di Francis Ford Coppola – USA 1962
con Karl Schanzer, Don Kenney
*1/2

Visto su rarefilmm, in originale.

Due uomini si incontrano sulla Sunset Strip di Hollywood, decisi a sabotare un locale dove si svolgono spettacoli di spogliarello e di burlesque. Dopo aver piazzato una bomba nei bagni, e mentre siedono in platea in attesa della sua esplosione, si raccontano a vicenda i motivi della loro "intolleranza" verso la nudità e la pornografia. Naturalmente, in realtà ne sono segretamente attratti e, anzi, ossessionati. Caratterizzato da toni comici e satirici che mettono in luce l'ipocrisia dei perbenisti e dei puritani, l'umile e oscuro esordio di Francis Ford Coppola alla regia è in realtà un film di montaggio, che combina un suo corto, "The peeper", girato quando aveva 21 anni e frequentava la scuola di cinema dell'UCLA, con un film incompiuto di ambientazione western, "The wide open spaces", diretto da Jerry Schafer (i due corti rappresentano i "flashback" raccontati dai due uomini, rispettivamente un guardone che aveva cercato di distruggere un negozio di fotografie erotiche di fronte al suo appartamento, e un cowboy ossessionato da visioni di donne nude in pieno deserto), approfittando anche del fatto che la principale protagonista femminile, in entrambi i casi, era la stessa, ovvero la modella di Playboy Marli Renfro (più celebre per essere stata la controfigura di Janet Leigh nella scena della doccia di "Psycho"). A unire le due storie ci sono sequenze di raccordo girate appositamente. Il risultato, un curioso mix di exploitation (con numerose scene di fanciulle in topless) e satira sociale, è però soporifero e decisamente dimenticabile: a parte qualche divertente frammento di dialogo, anticipa ben poco dello stile del futuro regista de "Il padrino", "La conversazione" e "Apocalypse Now", e va considerato di interesse puramente storico.

17 marzo 2023

Serafin Geronimo (Lav Diaz, 1998)

Serafin Geronimo: The criminal of Barrio Concepcion
(Serafin Geronimo: Ang kriminal ng Baryo Concepcion)
di Lav Diaz – Filippine 1998
con Raymond Bagatsing, Angel Aquino
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il contadino Serafin Geronimo (Bagatsing) si reca a Manila in cerca di una giornalista (Aquino) alla quale raccontare la sua storia: tre anni prima, spinto dalla necessità di guadagnare denaro per curare la giovane moglie malata di tumore (Ana Capri), aveva fatto parte di una banda di rapitori che aveva sequestrato la moglie e la figlia neonata di un importante uomo d'affari cinese, rapimento poi finito in maniera cruenta... Il film d'esordio del filippino Lav Diaz è forse ancora un po' grezzo nello stile e presenta alcune caratteristiche mainstream che in seguito il regista abbandonerà, come una durata tutto sommato "normale" (poco più di due ore) e la fotografia a colori, ma già mette in mostra molti dei suoi punti di forza: una storia intensa, che si dipana con lentezza ma catturando lo spettatore nei suoi rivoli e meandri, e uno studio dei personaggi attraverso il loro vissuto e il rapporto con la realtà circostante. La sceneggiatura fa ampio ricorso all'uso dei flashback, mediante il lungo racconto di Serafin alla giornalista e anche i suoi continui ricordi, in diversi casi anche sfasati temporalmente (ma alla fine tutto sarà chiaro, compresi sentimenti e motivazioni). Alla fine della visione, si scopre di essere rimasti catturati e scossi, come la giornalista, dal racconto di Serafin. E quella che poteva sembrare una convenzionale storia di gangster e criminalità si colora di toni umanistici e sfiora a tratti anche la denuncia sociale.

15 marzo 2023

Fucking Åmål (Lukas Moodysson, 1998)

Fucking Åmål - Il coraggio di amare (Fucking Åmål)
di Lukas Moodysson – Svezia 1998
con Alexandra Dahlström, Rebecka Liljeberg
***1/2

Rivisto in divx.

La sedicenne Agnes (Liljeberg), intelligente e introversa, è segretamente innamorata della compagna di classe Elin (Dahlström), bella e popolare ma annoiata e insoddisfatta della propria vita. All'apparenza le due non potrebbero essere più diverse: ma in qualche modo faranno amicizia, e proprio il loro coraggioso "coming out" lesbico le aiuterà a rivendicare orgogliosamente la propria identità. Ambientata nella piccola cittadina di Åmål, che ingiuriano in continuazione e da cui sognano di fuggire (e i cui abitanti, inizialmente, se la presero con il titolo dissacrante), l'opera prima del regista svedese Lukas Moodysson è un credibile e realistico ritratto dei tormenti dell'adolescenza alla scoperta di sé e dei propri sentimenti, in un contesto caratterizzato dalla crudeltà e dai pregiudizi dei coetanei, dall'angoscia del non sentirsi (ri)amati, dalla vergogna per le proprie emozioni, dalle esigenze di rispondere alle aspettative degli altri (la famiglia in primis, ma anche gli amici e i compagni di scuola). Pur guardando stilisticamente a Lars von Trier (estetica povera, camera a mano, immagini sgranate, quasi come un film Dogma), Moodysson gira in maniera più leggera e sincera, focalizzandosi sui suoi personaggi e sul loro microcosmo sociale-scolastico senza inutili sovrastrutture, aiutato dall'ottima prova dei giovani interpreti (solo le due protagoniste erano attrici professioniste). E il lieto fine, in cui le due ragazze si incamminano orgogliosamente mano nella mano per i corridoi della scuola, sfidando ogni giudizio, scalda il cuore. Il film è noto anche con il titolo "Show me love", dalla canzone di Robyn sui titoli di coda.

21 gennaio 2023

The outfit (Graham Moore, 2022)

The Outfit (id.)
di Graham Moore – GB/USA 2022
con Mark Rylance, Zoey Deutch
**

Visto in TV (Now Tv).

Nella Chicago degli anni cinquanta, un sarto di origine inglese (Mark Rylance) consente a una banda di gangster di usare la propria bottega come copertura per lo scambio di messaggi e informazioni. Ma quando la banda, impegnata in un regolamento di conti con un gruppo rivale, viene informata che fra di loro si nasconde una spia, le cose si complicano. E i vari banditi cominciano a sospettarsi fra di loro, mentre il sarto, umile e sottovalutato da tutti, nonché dal passato misterioso, inizia a manipolarli dietro le quinte, sfruttandone le rivalità sotterranee... Ambientato tutto in una notte e tutto all'interno del negozio del sarto (anzi, "tagliatore", come lui si definisce), il film segna l'esordio come regista di lungometraggi per Graham Moore, già sceneggiatore ("The imitation game"). Nonostante la collocazione spaziale e temporale così ridotta, i twist e i colpi di scena non mancano: ma la pellicola, pur dall'aspetto elegante, comincia ben presto ad apparire meccanica e persino prevedibile, senza vere emozioni. Non aiutano le caratterizzazioni semplicistiche e il fatto che le innumerevoli svolte e le decisioni dei personaggi non siano sempre credibili, e pure i continui riferimenti metaforici al mestiere di sartoria sembrano girare a vuoto. Alla fine l'impressione è quella di aver assistito a un "Le iene" dei poveri: ma in fondo ci si può accontentare, basta non attendersi di essere scossi da qualcosa di epocale. Zoey Deutch è la segretaria del sarto. Nel cast Dylan O'Brien (il figlio del boss), Johnny Flynn (il suo braccio destro), Simon Russell Beale (il boss irlandese), Nikki Amuka-Bird (il capo della gang rivale). Il titolo non si riferisce a un capo di vestiario, ma al nome di un'organizzazione criminale, una sorta di sindacato globale, fondata nientemeno che da Al Capone. Curiosamente, nel 1973 era uscito un altro gangster movie con il medesimo titolo (in italiano "Organizzazione crimini").

24 novembre 2022

La casa sulla scogliera (Lewis Allen, 1944)

La casa sulla scogliera (The uninvited)
di Lewis Allen – USA 1944
con Ray Milland, Gail Russell
**1/2

Visto in divx.

Il musicista londinese Roderick Fitzgerald (Ray Milland) si trasferisce con la sorella Pamela (Ruth Hussey) in una villa appena acquistata, situata sulla scogliera in Cornovaglia. La casa, rimasta disabitata da vent'anni, ha la fama di essere stregata, dopo la morte della precedente proprietaria Mary Meredith, la cui giovane figlia Stella (Gail Russell), che vi aveva vissuto fino all'età di tre anni e che sembra incapace di staccarsi dai ricordi del passato, ne è attratta in maniera misteriosa e morbosa... In effetti, di notte nelle stanze soffiano strani spifferi, si ode un profumo di mimose e, a volte, persino il pianto di una donna. E quando una forza inspiegabile sembra trascinare Stella verso il baratro della scogliera, Roderick (che nel frattempo se ne è innamorato), decide di indagare, ricorrendo a una seduta spiritica... Da un romanzo dell'irlandese Dorothy Macardle, una ghost story delicata e sospesa, con un finale a sorpresa. Anche se il protagonista sembra Roderick, tutto ruota intorno a Stella, ai suoi traumi passati e alla necessità di superarli per entrare nell'età adulta. I ritmi compassati non sono certo quelli di un horror moderno, così come la tensione e la suspence, spesso sotto il livello di guardia: a renderlo un film interessante sono le atmosfere e l'intricato background della dimora, i cui precedenti abitanti (Mary, la madre di Stella, descritta da tutti come pura e virtuosa; suo marito, pittore fedifrago; e Carmela, la sua "rivale", una zingara spagnola infida e passionale), pur defunti, continuano ad "agire" all'interno del misterioso ambiente e a smuovere la psiche di Stella. Nel cast anche Donald Crisp (il nonno di Stella), Alan Napier (il medico) e Cornelia Otis Skinner (l'inquietante signorina Holloway, ex infermiera e amica di Mary). La canzone "Stella by Starlight", composta nel film da Roderick, diventerà un classico del repertorio jazzistico. Nomination agli Oscar per la fotografia di Charles Lang (che comprende anche un "effetto speciale" nell'apparizione del fantasma). Il regista Lewis Allen era all'esordio nel lungometraggio (aveva diretto soltanto un corto di propaganda in tempo di guerra).

16 novembre 2022

Il tesoro (G. W. Pabst, 1923)

Il tesoro (Der Schatz)
di Georg Wilhelm Pabst – Germania 1923
con Hans Brausewetter, Lucie Mannheim
**

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Svetelenz (Werner Krauss), lavorante al servizio di un fabbricante di campane (Albert Steinrück), si convince che nella casa del suo padrone è nascosto un tesoro, sepolto prima dell'occupazione dei turchi. A trovarlo sarà Arno (Hans Brausewetter), giovane orafo e scultore, ma Svetelenz se ne impossesserà con l'inganno, con l'intenzione di cederlo al padrone in cambio della mano di sua figlia Beate (Lucie Mannheim), che invece è innamorata proprio di Arno... Il primo film diretto dall'austriaco G. W. Pabst, uno dei più influenti registi di lingua tedesca durante la repubblica di Weimar, è una parabola sull'avidità umana, di ambientazione quasi medievale, che mette a confronto tre personaggi accecati dalla brama di oro – il mastro campanaro, sua moglie (Ilka Grüning) e Svetelenz – con due che invece scelgono l'amore e la povertà (Arno e Beate). La storia è semplice ma girata con mestiere. Oltre ai personaggi, ben caratterizzati, spiccano i set e le scenografie, in particolari gli interni della casa e della fonderia delle campane, costruiti da un team di architetti influenzati dalla corrente dell'espressionismo. Eppure, già in questo film d'esordio si nota la tendenza di Pabst ad allontanarsi dall'astrazione dei contemporanei tedeschi per muoversi in direzione di un maggiore naturalismo e di un certo realismo, come dimostreranno i suoi lavori successivi. Esiste una colonna sonora originale, appositamente composta da Max Deutsch.

15 novembre 2022

Swiss Army Man (Daniels, 2016)

Swiss Army Man - Un amico multiuso (Swiss Army Man)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2016
con Paul Dano, Daniel Radcliffe
**

Visto su Rakuten Tv.

Naufragato su un'isola deserta, Hank (Paul Dano) viene salvato grazie al provvidenziale arrivo di Manny (Daniel Radcliffe), "cadavere vivente" le cui funzioni corporee, misteriosamente ancora attive, gli permettono di sopravvivere nella foresta e di tornare alla civiltà. Fra i due nasce anche una profonda amicizia: ma non tutto è come sembra... Bizzarrissima black comedy, opera prima del duo di registi Daniel Kwan e Daniel Scheinert (noti collettivamente come i "Daniels" e in precedenza autori di video musicali), un film carico di una comicità assurda e demenziale che sconfina a tratti nell'esistenzialismo. Certo, le gag su scorregge ed erezioni sono alquanto infantili, e la pellicola rischia più volte, sin dall'inizio, di indisporre uno spettatore che potrebbe persino annoiarsi per le lunghe sequenze in cui sono in scena soltanto i due personaggi (uno dei quali, appunto, "cadaverico"), isolati in mezzo alla natura, con il primo che cerca di spiegare al secondo come funzionano le cose della vita (a cominciare dall'amore): ma nel finale la stupidità lascia spazio a una sorta di visione filosofica del mondo e dei rapporti sociali che eleva l'insieme oltre il semplice cartoon o una delle tante varianti di titoli come "Weekend con il morto". Bravo Dano, mentre Radcliffe recita sempre immobile e inespressivo (e la cosa non gli riesce difficile): eppure, al di là degli scherzi, questa è forse una delle sue migliori interpretazioni. Nel cast, nelle scene finali, anche Mary Elizabeth Winstead (Sarah, la ragazza "amata" da Hank). Il titolo originale si riferisce al coltellino svizzero (Swiss Army knife), giustamente tradotto con "multiuso" nel doppiaggio italiano.

6 novembre 2022

Cars 3 (Brian Fee, 2017)

Cars 3 (id.)
di Brian Fee – USA 2017
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Il campione delle corse automobilistiche Saetta McQueen deve vedersela con un nuovo rivale, il giovane Jackson Storm, e in generale con una nuova generazione di piloti che minacciano di spodestare le vecchie glorie come lui. Sull'orlo del pensionamento, è costretto dal suo nuovo sponsor Sterling ad affidarsi ai consigli della "coach motivazionale" Cruz Ramirez. Ma sarà invece McQueen a ispirare Cruz a diventare a sua volta una pilota e a scendere in pista per vincere la gara contro Storm. Il terzo capitolo di "Cars", il primo non diretto dal veterano e creativo John Lasseter ma dall'esordiente Brian Fee (in un insolito parallelo con la trama del film stesso!), è decisamente migliore del secondo (forse perché, come il primo, torna a essere un lungometraggio sportivo a tutti gli effetti e a concentrarsi quasi esclusivamente sul protagonista) e affronta un tema interessante e, a suo modo, pregnante: quando giunge il momento di "appendere le gomme al chiodo"? L'arrivo di nuovi e sempre più aggressivi rivali, che fanno ricorso a metodi di allenamento ultramoderni e contro i quali gli anziani campioni non possono più competere, rappresenta un momento di crisi che va affrontato nel migliore dei modi: c'è chi abbandona la lotta, chi non rinuncia a gareggiare e chi, più saggiamente, riesce a riciclarsi in una nuova forma, come quella del mentore nei confronti di una nuova generazione. Nonostante la semplicità estetica (i personaggi di "Cars", per evidenti ragioni di design, non sono certo i più ispirati a livello grafico fra tutte le franchise della Pixar) e una generale limitatezza di scenari per quello che sembrava in tutto un film minore, ancora una volta si resta colpiti di come la sceneggiatura sappia affrontare questioni mature senza banalizzarle, coinvolgendo al tempo stesso gli spettatori di ogni età in una vicenda sportiva intrigante, condita da personaggi simpatici e buone caratterizzazioni (comprese le new entry). Non so se ci saranno ulteriori episodi ma, se così non fosse, per Saetta questa è un'ottima uscita di scena.

31 ottobre 2022

Hereditary (Ari Aster, 2018)

Hereditary - Le radici del male (Hereditary)
di Ari Aster – USA 2018
con Toni Collette, Alex Wolff
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Poco tempo dopo la morte della vecchia madre, Annie Graham (Toni Collette) perde anche la figlia Charlie (Milly Shapiro) in un bizzarro incidente provocato dal figlio Peter (Alex Wolff). Le difficoltà a elaborare il lutto, i rancori mai sopiti e i problemi personali (soffre di sonnambulismo, ha strane visioni) la mandano in crisi nei rapporti famigliari e nel lavoro. E nonostante lo scetticismo del marito Steve (Gabriel Byrne), che la crede pazza, si convince di essere vittima di una strana setta, di cui proprio sua madre era a capo, che intende evocare un demone... Il primo lungometraggio del regista e sceneggiatore Ari Aster, dopo diversi corti, è un horror psicologico su una famiglia disfunzionale, in preda a sensi di colpa, risentimenti e relazioni irrisolte, che si colora poi di soprannaturale (guardando in parte a "Rosemary's baby") e che brilla soprattutto per la confezione. L'ottima regia, molto attenta alle scenografie (d'altronde Annie si occupa di realizzare diorami e modellini in scala, e gran parte delle inquadrature degli ambienti fanno sembrare le stanze quasi finte), è a tratti kubrickiana, con un uso sapiente di movimenti lenti e geometrie interne. Convince meno la sceneggiatura: la sua complessità finisce per sembrare meccanica e un po' fine a sé stessa, con un accumulo di elementi nella prima parte in attesa del payoff nella seconda: insomma, vuole provarci un po' troppo. Discrete le prove degli attori, ottimo il riscontro della critica. Una nota sulla distribuzione: c'era proprio bisogno di un sottotitolo italiano ("Le radici del male")?

28 ottobre 2022

Fuori di testa (Peter Jackson, 1987)

Fuori di testa (Bad taste)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1987
con Peter Jackson, Craig Smith
***

Rivisto in divx.

Nella campagna neozelandese, un piccolo nucleo di agenti speciali inviati dal governo deve vedersela con un'invasione di alieni cannibali, scoprendo che gli extraterrestri lavorano per una compagnia di fast food intergalattica e intendono fare provviste di carne umana. Il primo film di Peter Jackson è un lavoro amatoriale (girato con pochi soldi e insieme a un gruppo di amici) che mette in mostra tutte le qualità cinematografiche e... artigianali del futuro regista de "Il Signore degli Anelli". Le scene splatter e "disgustose" abbondano (cervelli scoperchiati, tanto sangue e "frattaglie", bevute di vomito), così come costumi "fatti in casa" (gli alieni "patatosi", le cui maschere hanno le dimensioni del... forno nella cucina della madre di Jackson, dove sono state preparate) e practical effects (la casa vittoriana che decolla nel finale, ovvero un modellino spettacolarmente ben riuscito) debitori della lezione di Tom Savini: il tutto al servizio di una trama assurda e di momenti grotteschi a loro modo indimenticabili (la pecora che esplode!) e che naturalmente fanno parte del gioco. Il risultato è ridicolmente appassionante e divertente, grazie anche al dinamismo della regia, con camera mobile e a mano (nello stile del Sam Raimi de "La casa") e una musica che aggiunge dimensione alle scene d'azione. Quasi tutti recitano in più ruoli: Jackson stesso interpreta sia Derek, lo scienziato del gruppo (che perde pezzi di cervello e deve chiudersi il cranio con la cintura dei pantaloni), sia Robert, uno degli alieni. Inizialmente doveva trattarsi solo di un cortometraggio di 20 minuti, che poi è stato ampliato. La lavorazione si è protratta per quattro anni. Un bel documentario, "Good taste made bad taste", ne svela i retroscena e i metodi artigianali usati, grazie ai quali Jackson e i suoi collaboratori (qui c'è già il montatore Jamie Selkirk) si sono fatti le ossa per i film successivi (compresa la trilogia tolkieniana).

22 ottobre 2022

Re-Animator (Stuart Gordon, 1985)

Re-Animator (id.)
di Stuart Gordon – USA 1985
con Jeffrey Combs, Bruce Abbott
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Lo studente di medicina Herbert West (Jeffrey Combs), appena trasferitosi dall'Europa alla Miskatonic University di Arkham, in Massachusetts, conduce nel seminterrato strani esperimenti volti a riportare in vita i morti, iniettando nei cadaveri un miracoloso "reagente" in grado di riattivare le funzioni cerebrali. Peccato solo che i "rianimati" esibiscano istinti animaleschi e violenti. West sarà aiutato, dopo un'iniziale riluttanza, dal suo nuovo coinquilino e collega Dan Cain (Bruce Abbott), fidanzato con la figlia (Barbara Crampton) del direttore dell'istituto (Robert Sampson), mentre il perfido professor Hill (David Gale) cercherà di rubargli la formula segreta. Da un racconto di H.P. Lovecraft, di cui sposta il setting ai giorni nostri, un vero e proprio cult movie, opera prima di Stuart Gordon sotto l'egida del produttore Brian Yuzna (che firmerà come regista i due seguiti: "Bride of Re-Animator" nel 1990, in italiano intitolato semplicemente "Re-Animator 2", e "Beyond Re-Animator" nel 2003). Il soggetto, a metà fra un Frankenstein (nel senso del dottore pazzo, non del mostro) e un film di zombie (in fondo si parla di morti che tornano in vita), è svolto con passione e parecchia ironia, nonché con una robusta dose di gore e splatter, dando vita a sequenze memorabili nella loro demenzialità, su tutte quelle con il corpo che cammina portando in mano la propria testa, per non parlare delle scene di nudo nel finale (spassosa la recitazione del "cattivo" Gale). Il divertimento consente di passare sopra ai difetti del film (come una certa goffaggine da B-movie), anche perché gli effetti speciali – pratici e artigianali – sono talmente "disgustosi" e sopra le righe (anche quando evidentemente irrealistici: mitico il gatto morto) da catturare l'attenzione di uno spettatore non ancora abituato a quelli digitali odierni, che saranno sì più realistici ma anche molto meno coinvolgenti. E alla fine si sguazza con piacere nel folle caos scatenato da personaggi psicopatici come West e Hill. Curiosità: il "reagente", liquido dal colore verde fluorescente, era semplice luminol. Realizzato a basso costo, il film ha raggiunto la fama grazie alla successiva distribuzione nel circuito dell'home video. L'anno successivo Gordon, Yuzna, Combs e Crampton lavoreranno insieme a "From Beyond", un altro adattamento da Lovecraft.

25 settembre 2022

Il giardino delle streghe (Fritsch, Wise, 1944)

Il giardino delle streghe (The curse of the Cat People)
di Gunther von Fritsch, Robert Wise – USA 1944
con Ann Carter, Simone Simon
***

Rivisto in DVD.

Dopo gli eventi de "Il bacio della pantera", Oliver (Kent Smith) si è risposato con la collega Alice (Jane Randolph), ma il ricordo della prima moglie defunta, Irina (Simone Simon), lo tormenta ancora. La famiglia si è trasferita fuori città, nel villaggio di Tarrytown, dove Amy (Ann Carter), la figlia della coppia, frequenta la scuola. Solitaria, introversa e "sognatrice", la bambina ha molta fantasia e pochi amici ("c'è come un muro fra lei e la realtà", dice il padre, preoccupato perché "l'immaginazione uccide"): non stupisce, dunque, che si faccia una "amica" immaginaria, un fantasma che ha proprio le fattezze di Irina, con la quale trascorre gran parte del suo tempo... Insolito horror dalle sfumature famigliari e sospese, incentrato più sulle insicurezze e le angosce infantili, in particolare le sofferenze della solitudine, che non su un pericolo esterno e concreto. Il film può essere visto e valutato a sé stante: le correlazioni con il precedente sono deboli e spurie, quasi un'imposizione dello studio per sfruttare il cast identico a quello del successo di due anni prima, mentre il produttore Val Lewton, che vi ha riversato ricordi autobiografici, avrebbe preferito differenziare le due pellicole (e lanciare questa con il titolo "Amy and her friend"). Non ci sono uomini gatto, infatti, e nemmeno streghe, se è per questo: il giardino del titolo è quello della vecchia villa che i bambini del villaggio dicono essere maledetta e abitata da spiriti. A risiederci c'è invece una vecchia e svampita attrice di teatro, Julia Farren (Julia Dean), convinta che la propria figlia sia morta e che la donna che si prende cura di lei, Barbara (Elizabeth Russell), non sia che un'impostora. Le due vicende si incrociano più volte, quando Amy fa visita a Julia e ne diventa amica, suscitando l'invidia e il rancore di Barbara. Il risultato è un insieme di temi psicoanalitici e suggestioni inquietanti (c'è di mezzo anche la leggenda di Sleepy Hollow, visto che il racconto di Washington Irving si svolge proprio a Tarrytown), favorite dalla bella fotografia – come nel film precedente – di Nicholas Musuraca, e da una colonna sonora che nella versione italiana saccheggia ampiamente la sinfonia "Patetica" di Ciajkovskij. La pellicola era stata iniziata da Gunther von Fritsch, al suo debutto nel lungometraggio: ma non avendo rispettando le tempistiche (dopo i 18 giorni di riprese previsti aveva terminato solo metà film), venne sostituito dal montatore Robert Wise, che esordì così a sua volta nella regia. Alla sua uscita passò quasi inosservato, ma la rivalutazione successiva da parte della critica l'ha portato a diventare un piccolo cult movie.

4 settembre 2022

Fritz il gatto (Ralph Bakshi, 1972)

Fritz il gatto, aka Il ritorno del pornogatto (Fritz the cat)
di Ralph Bakshi – USA 1972
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

Nella New York dei tardi anni sessanta, in preda ai fermenti della contestazione giovanile, lo studente universitario Fritz si mostra più interessato alle ragazze e alle droghe leggere che non alle questioni sociali. Il che non gli impedisce – sotto gli effetti di un allucinogeno – di scatenare una rivolta a Harlem, sobillando la folla a ribellarsi contro le autorità e le classi agiate. Quando la sommossa sarà soffocata nel sangue, Fritz è costretto a fuggire dalla città per recarsi verso la costa ovest, dove finirà comunque nei guai, lasciandosi coinvolgere in un attentato progettato da una cellula di neonazisti... Dal fumetto underground di Robert Crumb, ambientato in un mondo popolato da animali antropomorfi (Fritz ovviamente è un gatto, gli afroamericani sono corvi, i poliziotti sono maiali), il primo lungometraggio di Ralph Bakshi è una feroce satira del movimento della controcultura, degli hippy e dei diritti civili, di cui mette in luce gli aspetti più paradossali e ipocriti, non risparmiando comunque frecciatine a ogni strato della società (dalle forze dell'ordine alle diverse confessioni religiose), e portando per la prima volta ad ampio raggio nel mondo dell'animazione il sesso, la nudità, le droghe, la violenza, i conflitti razziali, e persino la satira politica (le silhouette di Topolino, Paperino e Paperina esultano, sventolando una bandiera americana, al passaggio degli aerei dell'esercito che vanno a bombardare Harlem). Peccato che gran parte di tutto questo si perda nella sconcertante versione italiana, che adatta (o meglio, stravolge) i contenuti ricorrendo a dialoghi in dialetto (tutti i personaggi diventano immigrati italiani, di questa o quella regione) – in maniera simile a "Monty Python e il sacro Graal": d'altronde c'è sempre lo zampino di Oreste Lionello – e soprattutto a un profluvio di battute pecorecce di bassissima qualità. Ogni scena è stravolta in chiave sessuale, con dialoghi o monologhi completamente inventati (presenti anche quando nella versione inglese i protagonisti non parlavano!) che modificano personaggi e situazioni senza alcun rispetto per l'originale. Di Fritz, per dirne una, si dice che è nientemeno che "Romeo, il gatto del Colosseo" (sì, quello degli Aristogatti!, che già di suo era stato trasformato dalla versione italiana di quel film da irlandese in romano) trasferitosi negli Stati Uniti; la rivolta da lui sobillata non è più legata al razzismo negli USA, al socialismo o ai diritti civili, ma è una protesta contro le tariffe troppo alte delle prostitute; e nei dialoghi si citano con nonchalance Mike Bongiorno, Iva Zanicchi, Ornella Vanoni, Sofia Loren (con la tremenda battuta "Carletto, abbiamo rotto i... ponti!", in riferimento a Carlo Ponti), l'IVA (all'epoca appena introdotta, e quindi argomento di attualità) e gli scioperi alla Fiat. La cosa curiosa è che del film, alla sua uscita nelle sale italiane, esisteva anche una versione tradotta in modo fedele all'originale, pare con la voce di Giancarlo Giannini (anziché quella di Lionello) sul protagonista, che però è andata perduta. Ne parla, con dovizia di particolari, il buon Evit in un articolo del suo blog Doppiaggi italioti. La stessa trovata (due doppiaggi, uno serio e uno "cafone") era stata fatta anche per "La pacifista" di Miklós Jancsó. Anche se non è certo un capolavoro (la storia si trascina in maniera noiosa, e l'animazione è di bassa qualità: non mancano però alcune ottime scene, come quella della morte del corvo Duke, con le palle da biliardo che simulano il battito del cuore) e non piacque nemmeno a Crumb, il film ebbe un discreto successo, forse per via dell'effetto shock (si tratta pur sempre di uno dei primi esempi di lungometraggio animato per adulti), tanto che due anni dopo uscì un sequel, "Le nove vite di Fritz il gatto", senza però coinvolgere Bakshi o Crumb.

6 luglio 2022

Margin call (J.C. Chandor, 2011)

Margin call (id.)
di J.C. Chandor – USA 2011
con Kevin Spacey, Zachary Quinto
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Visto in TV (Now Tv).

Quando un giovane analista del rischio (Zachary Quinto), studiando i dati raccolti da un collega appena licenziato (Stanley Tucci), si rende conto che il mercato dei mutui subprime sta per crollare e lo comunica al suo superiore (Paul Bettany), questi mobilita a sua volta il proprio capo (Kevin Spacey) e, risalendo la catena di comando, si arriva al grande boss (Jeremy Irons) della potente società di trading per la quale lavorano, una banca d'investimenti di Wall Street. In una drammatica riunione notturna, tutti si rendono conto che la loro stessa società è troppo esposta per reggere l'urto dell'imminente crisi. Viene così presa la decisione di svendere ad ogni costo, già l'indomani mattina, tutti i titoli tossici in loro possesso, senza preoccuparsi delle conseguenze sugli ignari acquirenti. Thriller notturno e corale su temi economici, sceneggiato dallo stesso regista (all'esordio nel lungometraggio) e ispirato alla grande crisi del 2008 (la società di trading nel film non viene mai nominata, ma è chiaramente modellata sulla Goldman Sachs). Ambientato nell'arco di sole 24 ore, rende interessante un argomento (per me) "fumoso" come il mercato finanziario, popolato da yuppie cinici e spregiudicati e da scambi di denaro e azioni spesso del tutto "virtuali" (gli stessi personaggi commentano amaramente come, molti di essi, abbiano lasciato professioni e lavori che producevano qualcosa di "tangibile", quali ponti o razzi, per dedicarsi all'analisi di numeri su uno schermo da cui però dipendono le vite e i destini di molte persone). "Se fossi rimasto a zappare la terra, ci sarebbe qualcosa di tangibile a testimoniarlo", dice uno di loro. Fra decisioni difficili, crisi personali, compromessi morali e riflessioni sul capitalismo (o meglio, sulla sopravvivenza delle grandi corporazioni, anche a scapito del bene comune), la pellicola si concentra sui dialoghi e gli scontri fra personaggi non privi di tratti umanizzanti (vedi il dolore di Kevin Spacey per la morte del suo cane). Visti i temi esistenzialisti, e fatte le dovute distinzioni, siamo più dalle parti del "Cosmopolis" di Cronenberg che da quelle de "La grande scommessa" di McKay (per citare altre due ottime pellicole recenti sull'argomento). Ottimo il cast, che comprende anche Simon Baker, Demi Moore e Penn Badgley. Nomination agli Oscar per la sceneggiatura.

30 aprile 2022

Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, 1964)

Mattone e specchio (Khesht o ayeneh)
di Ebrahim Golestan – Iran 1964
con Zakaria Hashemi, Taji Ahmadi
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Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il tassista Hashem trova nella sua auto un neonato, lasciato lì da una passeggera velata. Dopo aver cercato inutilmente di rintracciare la donna, proverà a portare il bambino alla polizia, dove gli viene suggerito di custodirlo fino al giorno seguente e di consegnarlo all'orfanotrofio. Durante la notte, trascorsa con la compagna Taji, i due discuteranno sulla possibilità di tenerlo con sé... Il primo degli unici due film di finzione diretti dallo scrittore e documentarista Golestan, pioniere della nouvelle vague iraniana, si svolge nell'arco di 24 ore in una Teheran moderna e ostile, attraverso una serie di scene concatenate l'una nell'altra (i palazzi diroccati della periferia, il locale dove si ritrovano i tassisti alla fine del turno, il posto di polizia, la casa di Hashem, l'ospedale, il tribunale, l'orfanotrofio). Nel corso dell'odissea di Hashem, di Taji e del bambino, osserviamo vari rappresentanti di un'umanità allo sbando che, fra egoismo e disperazione, filosofeggia sulla vita e sulle relazioni fra persone: si pensi, per esempio, alla discussione fra il medico (aggredito dai parenti di una donna che ha perso il figlio) e il poliziotto, o allo scambio di battute che Hashem ha in tribunale con un uomo che con cinismo gli suggerisce di abbandonare il bambino e di pensare solo a sé stesso (salvo rivedere lo stesso uomo, nel finale, pontificare in televisione sulla necessità di una maggiore compassione verso gli altri). Il cinismo, l'ipocrisia, le paranoie (la "paura" di Hashem sull'essere osservato dai vicini di casa in compagnia di Taji) influiscono sui rapporti di amicizia e su quelli sentimentali: la relazione con Taji, in particolare, attraversa varie fasi, con la donna che lo accusa di vivere alla giornata e di non pensare al futuro (la scelta di tenere il bambino equivale a quella di voler vivere e crescere insieme). Realizzato prima della rivoluzione islamica degli anni settanta, il film colpisce per quanto è diverso da tutto ciò che abbiamo imparato ad aspettarci dal cinema iraniano: la città è moderna e tentacolare (nella prima sequenza, di notte, abbondano le insegne luminose al neon, mentre alla radio sono trasmessi racconti gialli – la voce è di Golestan stesso – e messaggi pubblicitari), mentre l'elegante e avvolgente fotografia in bianco e nero (a tratti quasi da film noir), i tempi dilatati e la regia espressiva (con notevoli movimenti di macchina, ma anche sequenze statiche significative, si pensi alla telefonata "muta" dell'infermiera) ricordano il contemporaneo cinema d'autore europeo. Memorabile il finale, ambientato nell'orfanotrofio, con lunghe inquadrature silenziose sui bambini lì custoditi, abbandonati, malati e piangenti, durante le quali Taji, nonostante tutta la sua buona volontà, capisce che non può assumere su di sé tutte le sofferenze del mondo. Il significato del titolo è spiegato dallo stesso regista: «Il titolo è tratto da un verso proverbiale di una poesia di Farid al-Din Attaar, un poeta persiano ucciso in un massacro durante l’invasione mongola dell’Iran nel XIII secolo. Il verso recita: “Quello che i giovani vedono nello specchio, gli anziani lo vedono nel mattone grezzo”. La citazione è stata inserita non solo per dire che i dettagli della storia sono un riflesso della durezza della società che il film ritrae, o alla quale allude. Intende anche richiamare l’attenzione sui dettagli presenti parallelamente in una dimensione meno visibile, portatrice di un significato estraneo ma tangibile, e quasi complementare, di ciò che sta avvenendo: come due distinti strumenti musicali che, suonando note e tonalità differenti, producono un suono o un’aria compositi, da ascoltare, o da esprimere...».

10 aprile 2022

Donnie Darko (Richard Kelly, 2001)

Donnie Darko (id.)
di Richard Kelly – USA 2001
con Jake Gyllenhaal, Jena Malone
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Rivisto in TV (Prime Video).

Liceale con problemi psichiatrici, Donnie Darko (Jake Gyllenhaal) riceve una notte la visita soprannaturale di "Frank", un individuo con un (mostruoso) costume da coniglio, che gli annuncia che la fine del mondo è prossima: mancano solo 28 giorni, 6 ore e spiccioli... La notte stessa, il motore di un aereo di linea piomba misteriosamente giù dal cielo, schiantandosi sulla casa dei Darko, e precisamente sulla stanza del ragazzo. E nei giorni che seguono, nel corso di un progressivo "distacco dalla realtà", il traumatizzato Donnie – che si è salvato soltanto perché era fuori di casa, in preda a un consueto sonnambulismo – compie una serie di atti vandalici (istigato da "Frank") ai danni della scuola e degli adulti ipocriti che lo circondano, si innamora di Gretchen (Jena Malone), una ragazza appena arrivata nel quartiere, e si lascia ossessionare dal concetto dei viaggi nel tempo, che potrebbe spiegare molte delle cose strane che gli accadono intorno... Da una sceneggiatura scritta dal regista stesso (all'esordio) subito dopo essersi diplomato alla scuola di cinema, un film bizzarro e unico nel suo genere: un thriller enigmatico che innesta suggestioni e angosce disturbanti, alla David Lynch, su uno scenario da tipica commedia scolastica liceale, con tanto di rapporti con gli amici, i famigliari, gli insegnanti in una piccola cittadina (in Virginia). Passato quasi inosservato alla sua uscita, si conquisterà rapidamente la fama di cult movie per il fascino che esercita su uno spettatore al quale vengono forniti numerosi elementi che sembrano acquistare significato soltanto con il senno di poi, al termine del "loop" temporale, o con una seconda visione (altamente ripagante: è un film che andrebbe certamente visto più di una volta). Eccezionale il comparto attoriale: Jake Gyllenhaal era quasi agli esordi, sua sorella Maggie interpreta la sorella maggiore dello stesso Donnie, i genitori sono Holmes Osborne e l'ottima Mary McDonnell, mentre fra i comprimari troviamo nomi noti come Drew Barrymore (l'insegnante di letteratura), anche produttrice, e Patrick Swayze (il "guru" del pensiero attitudinale), oltre a Katharine Ross (la terapista), Beth Grant (l'insegnante bigotta) e Jolene Purdy (la compagna introversa). Nella colonna sonora di Michael Andrews, anche canzoni dei Tears for Fears (compresa una cover di "Mad World"), Joy Division, Echo & the Bunnymen. Curiosità: il film si svolge nell'arco di 28 giorni (dal 2 ottobre 1988 al 30, Halloween): lo stesso periodo di tempo impiegato da Kelly prima per scriverlo e poi per girarlo. Nel 2009, senza il contributo del regista originale, è uscito "S. Darko", un sequel dedicato alla sorella minore di Donnie, Samantha.

3 aprile 2022

Red (Domee Shi, 2022)

Red (Turning Red)
di Domee Shi – USA 2022
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Quando entra nella pubertà, la tredicenne Mei – ragazzina di origine cinese, ma residente con la famiglia a Toronto – scopre di trasformarsi in un gigantesco panda rosso ogni volta che è in preda a forti emozioni. Si tratta di una "maledizione" che da sempre colpisce le donne della sua famiglia, ma che è possibile eliminare con un complicato rituale: peccato che questo debba essere eseguito nella stessa sera di plenilunio in cui la ragazzina progettava di andare con le amiche (e di nascosto dai genitori) al concerto della loro boy band preferita... I temi della crescita, dell'improvviso e inaspettato ingresso nell'età adulta ("Sono un orribile mostro rosso", esclama Mei dopo la prima trasformazione, con un esplicito riferimento alle prime mestruazioni), della ribellione ai genitori (una sfida mossa dalle difficoltà di essere all'altezza delle aspettative della madre, una tipica e terribile asian mom, ingombrante e protettiva, che controlla ogni aspetto della vita della figlia e si attende da lei l'eccellenza in ogni campo) e del "non nascondere il lato negativo di sé, ma trovargli posto e conviverci" (il messaggio di "non reprimere la bestia, ma darle sfogo" fa inevitabilmente volare il pensiero al "Dottor Jekyll e Mister Hyde" di Stevenson, di cui la pellicola è praticamente una rilettura, magari ispirata anche a "Ranma 1/2" e "Totoro") sono al centro di un film simpatico, benché semplicistico e un po' troppo piacione e giovanilistico. Targato Pixar, sembra quasi strizzare gli occhi più alla televisione che al cinema. In effetti, come i precedenti "Soul" e "Luca", è uscito direttamente sulla piattaforma di streaming Disney+, anziché nelle sale. È il primo lungometraggio diretto dalla sino-canadese Domee Shi (anche sceneggiatrice), dopo il corto "Bao" del 2018.

30 marzo 2022

Un chien andalou (Luis Buñuel, 1929)

Un cane andaluso (Un chien andalou)
di Luis Buñuel – Francia 1929
con Pierre Batcheff, Simone Mareuil
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Rivisto su YouTube.

Il film surrealista più celebre della storia del cinema, concepito da Luis Buñuel (alla sua prima esperienza cinematografica, dopo aver lavorato per un breve periodo come assistente di Jean Epstein) insieme all'amico Salvador Dalì, con cui firma la "sceneggiatura", è un cortometraggio di una ventina di minuti che ancora oggi, come quando uscì, non lascia indifferenti. E, soprattutto, fa pensare a cosa avrebbe potuto essere il cinema se fosse diventato (o rimasto, almeno in parte) un'arte più astratta, come la pittura o la poesia, e non avesse scelto quasi universalmente la via narrativa (e "realistica"). «Nessuna tra le arti tradizionali manifesta una sproporzione così grande tra le possibilità che offre e le proprie realizzazioni», ha detto lo stesso regista spagnolo, lamentando questa occasione perduta: forse però era già troppo tardi, visto che questa strada era stata intrapresa, probabilmente definitivamente, alla fine del primo decennio del ventesimo secolo, quando le prime grandi case di produzione (inizialmente francesi, poi soprattutto americane) tolsero lo spazio alle sperimentazioni individuali e artistiche dei pionieri degli esordi. In ogni caso, anche se ciò che "Un cane andaluso" ci mostra può apparirci onirico, stravagante, come un sogno (e molte delle immagini sono state suggerite a suggerite a Buñuel e Dalì proprio dai loro sogni: non sono mancate, di conseguenza, le interpretazioni psicanalitiche, soprattutto in chiave freudiana), in realtà il regista si è premurato di affermare in seguito che il film "non è la descrizione di un sogno". In effetti Buñuel ha sempre insistito sul lato ideologico e morale del surrealismo rispetto a quello puramente onirico («Nulla, nel film, simboleggia qualcosa. L'unico metodo di investigazione dei simboli può essere, forse, la psicanalisi»). Dopo tutto, «ciò che vi è di più meraviglioso nel fantastico – ha detto André Breton – è che il fantastico non esiste, tutto è reale». Lo dimostra l'attenzione che, sia nella sceneggiatura sia nella pellicola finale, è rivolta agli oggetti, ai luoghi, ai personaggi, alle situazioni, che ricorrono, si rispecchiano e danno l'impressione di essere stati studiati in modo ben preciso; che non si tratti cioè dell'accostamento random di elementi tanto per far numero, dove una cosa vale l'altra o potrebbe essere sostituita da qualsiasi altra, come invece capita, ed è capitato, anche in tempi recenti, nel cinema post-moderno (che infatti, una volta che si acquisisce la consapevolezza di questa sua natura, dà più fastidio che altro).

Il film racconta una storia d'amore. Nel prologo ("C'era una volta..."), un uomo (interpretato dallo stesso Buñuel), con un rasoio, taglia in orizzontale l'occhio di una ragazza, seduta e impassibile, proprio mentre una nuvola fa lo stesso con la Luna nel cielo. Innumerevoli sono state le interpretazioni di questa celeberrima prima scena: a me piace pensare al regista che incide con la propria opera lo sguardo dello spettatore, o forse lo stesso schermo cinematografico, illuminato dalla luce del proiettore. "Otto anni più tardi" un giovane (un uomo vestito con un grembiule femminile) percorre a bordo di una bicicletta le strade vuote di una città. Una donna, dalla finestra del proprio appartamento, assiste alla sua caduta, lo soccorre e lo porta in casa propria. Dispone sul letto i suoi vestiti e la scatola che portava a tracolla. Da un buco sulla mano dell'uomo escono delle formiche (il "formicolio" dell'amore?). All'esterno, una folla si raduna attorno a una mano mozzata, in mezzo alla strada. La mano viene consegnata dalla polizia a una giovane donna efebica (Fano Messan), che si perde in estasi ed è poi travolta da una macchina. Nell'appartamento scoppia la passione, o meglio il desiderio dell'uomo verso la donna. Questa si protegge dai suoi assalti brandendo una racchetta da tennis, appesa alla parete, come un crocifisso. E i sensi di colpa, ovviamente di ispirazione cristiana, si manifestano sotto forma di due corde con cui l'uomo trascina a fatica, dietro di sé, due preti (uno dei quali è interpretato da Dalì in persona), le tavole dei dieci comandamenti (!) e due pianoforti a coda (!) contenenti le carcasse di due asini in putrefazione (!). La donna si rifugia nella stanza da letto, dove la sua immaginazione "ricrea" il giovane a partire dai vestiti che aveva appoggiato sul letto. "Verso le tre del mattino" l'uomo, o meglio la sua "metà cattiva", frutto di una scissione, punisce il giovane, come mettendolo in castigo (e il ritorno all'infanzia è sottolineato, oltre da un'altra didascalia, "Sedici anni prima", dalla presenza del banco di scuola, sporco e disordinato). I due libri scolastici si trasformano in rivoltelle, con cui il giovane uccide la sua metà adulta. Questi precipita fuori dalla finestra, è raccolto e portato via da alcuni passanti. La donna e il giovane possono "consumare" (Eros e Thanatos si fondono: una farfalla con un teschio sul dorso, la bocca dell'uomo che scompare, sostituita dai peli dell'ascella di lei), si ritrovano a camminare lungo la spiaggia, rinvengono la cassetta di legno ormai distrutta (e i vestiti rovinati). Infine, "in primavera", i loro corpi sono semi-sepolti nella sabbia e divorati dagli insetti.

Girata in soli dieci giorni nel marzo del 1928, grazie a un finanziamento della madre del regista (e quando il denaro terminò, Don Luis dovette completare il montaggio personalmente nella propria cucina, senza poter ricorrere a una moviola o ad altre apparecchiature), la pellicola venne accolta con notevole successo a Parigi, dove Buñuel e Dalì si erano trasferiti nel 1925, unendosi al gruppo dei surrealisti di Breton. Fra gli spettatori illustri presenti alla "prima" c'erano, fra gli altri, Jean Cocteau, Pablo Picasso e Le Corbusier. Ma il film fu amato anche da quel pubblico "borghese" che il regista voleva invece provocare, traumatizzare e sconvolgere, al punto da fargli dichiarare, deluso di questo successo: «Cosa posso fare per le persone che adorano tutto ciò che è nuovo, anche quando va contro le loro convinzioni più profonde, o per la stampa insincera e corrotta e il gregge insensato che ha visto la bellezza o la poesia in qualcosa che in fondo non era altro che una disperata e appassionata richiesta di omicidio?». Fra gli entusiasti ci furono i visconti Charles e Marie-Laure de Noailles, che si offrirono di finanziare il lavoro successivo di Buñuel e Dalì, "L'age d'or" (che inizialmente avrebbe dovuto essere proprio un seguito di "Un chien andalou"). Non mancarono tuttavia spettatori indignati (anche per la fama del regista quale ateo e anticlericale) e richieste di censura o di divieto della pellicola. Inizialmente il film – che è muto – veniva proiettato accompagnato da musiche suonate dal vivo o con un grammofono. Soltanto nel 1960 Buñuel vi aggiungerà l'attuale colonna sonora, che comprende soprattutto brani del Liebestod dal "Tristano e Isotta" di Wagner, ma anche due tanghi argentini. Il titolo (traduzione in francese di "Un perro andaluz", una raccolta di scritti di Buñuel pubblicata nel 1927) può essere autobiografico: il "cane" sarebbe lo stesso regista. Fra gli aneddoti: l'occhio tagliato nel prologo è quello di un vitello (e non di una capra, come a lungo si è creduto: non che faccia qualche differenza). Nella pellicola ci sono riferimenti ai quadri di Vermeer, alle opere di Federico García Lorca (amico di Buñuel e Dalì, sin dai tempi in cui vivevano in Spagna) e a quelle di altri scrittori dell'epoca (si dice che le carcasse degli asini nei pianoforti rappresentino uno sberleffo verso "Platero e io" di Juan Ramón Jiménez). Vera pietra miliare del cinema (o almeno, di un certo tipo di cinema), il film è sempre entrato indelebilmente nelle menti, le memorie e le coscienze di cineasti e spettatori, influenzando, fra gli altri, molti registi di video musicali, per via del suo flusso di associazioni visive e tematiche.