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5 gennaio 2024

Il ragazzo e l'airone (Hayao Miyazaki, 2023)

Il ragazzo e l'airone (Kimitachi wa do ikiru ka)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2023
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Impero, con Sabrina.

Dopo la morte della madre Himiko in un incendio, all'inizio della seconda guerra mondiale, il dodicenne Mahito si trasferisce in campagna con il padre, ingegnere militare, e la nuova compagna di questi, Natsuko, sorella minore della stessa Himiko. Il ragazzo fatica ad adattarsi al nuovo ambiente e soprattutto ad accettare la matrigna e la nuova situazione famigliare. Attirato in una torre diroccata da un misterioso airone cenerino parlante, si ritrova trasportato in un’altra dimensione, un mondo fantastico popolato da uccelli antropomorfi e governato dalla magia, dal soprannaturale e da differenti leggi temporali. Qui, fra le altre cose, ritroverà sua madre da giovane e imparerà ad accettare il proprio destino. Dieci anni dopo "Si alza il vento" (che avrebbe dovuto essere il suo ultimo film, prima di ripensarci), Miyazaki realizza una delle sue pellicole più complesse, allegoriche e filosofiche, su un soggetto originale (e in parte autobiografico) ispirato al romanzo "E voi come vivrete?" di Genzaburo Yoshino (da cui proviene il titolo giapponese). All'apparenza è una rilettura/variazione de "La città incantata", con un protagonista (stavolta maschile) che, come in "Alice nel paese delle meraviglie", si ritrova in un mondo onirico, fantastico e surreale, dominato da regole strane e paradossali e popolato da creature bizzarre. La fantasia e la visionarietà sono però al servizio di temi particolarmente profondi – la morte, la nascita, la guerra, la famiglia – affrontati attraverso simboli e allegorie: l'intero percorso di Mahito è un viaggio dantesco (sulla porta della torre è letteralmente inscritta una citazione di Dante, in italiano: "Fecemi la divina potestate"), dagli inferi al paradiso, fino all'incontro con il creatore. Anche se a tratti si ha l'impressione che la fantasia di Miyazaki scorra un po' troppo a ruota libera, saltando di palo in frasca (e introducendo personaggi, creature o ambienti senza pausa), le suggestioni sanno come colpire nel segno e rimangono impresse nello spettatore perché risuonano di concetti e temi propri dell'essere umano. Certo, un film simile è evidentemente frutto della maturazione e della tarda età del suo autore, che riflette all'indietro sulla propria infanzia, e per questo motivo la pellicola potrebbe risultare meno gradita al pubblico più giovane, che al limite ne apprezzerà soltanto gli aspetti più fantasy, buffi e visionari (gli uccelli parlanti, i "wara-wara", gli echi avventurosi). La bella colonna sonora di Joe Hisaishi è meno sinfonica del solito, e per lo più composta al pianoforte. L'edizione italiana è fortunatamente Cannarsi-free (anche se alcune frasi qua e là tendono a ricordare il suo stile). Disegni, sfondi e animazioni eccellenti, come al solito.

4 novembre 2023

D&D: L'onore dei ladri (J. Goldstein, J. F. Daley, 2023)

Dungeons & Dragons: L'onore dei ladri
(Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves)
di Jonathan Goldstein e John Francis Daley – USA 2023
con Chris Pine, Michelle Rodriguez
**

Visto in TV (Sky Cinema).

Il bardo ed ex spia Edgin (Chris Pine) e la guerriera Holga (Michelle Rodriguez), rivoltisi al furto, si alleano con il giovane stregone Simon (Justice Smith) e la druida mutaforma Doric (Sophia Lillis) per salvare Kira (Chloe Coleman), la figlia di Edgin, rapita dal truffatore Forge (Hugh Grant), che si è impadronito del potere in una città-stato con l'aiuto della perfida maga Sofina (Daisy Head). Chi cerca una trama sensata e personaggi originali rimarrà deluso. Chi si "accontenta" dell'avventura, della fantasia e della magia, invece, no. La vastità e la varietà del mondo, dei suoi scenari, delle creature e delle situazioni garantisce il divertimento, anche se a livello di sceneggiatura gli snodi sono meccanici e improbabili, il ritmo manca di respiro, e soprattutto tutto è ricolmo di umorismo e di battutine con occasionali dissonanze tonali quando si sfiorano temi seri o momenti di pathos. Insomma, un tipico prodotto da intrattenimento hollywoodiano. Che però, a differenza dei precedenti tentativi di portare al cinema il celebre gioco di ruolo (tre film usciti fra il 2000 e il 2012, di cui solo il primo in sala: il secondo solo in TV e il terzo direttamente nell'home video), questa volta ha riscosso un certo successo, se non di pubblico almeno di critica, anche per merito del buon cast (fa eccezione la bambina, tremenda). Regé-Jean Page è lo stregone Xenk Yendar, Bradley Cooper l'halfling Marlamin. Certo, sarebbe stato carino se la storia avesse fatto maggior riferimento alle dinamiche del gioco (di cui porta in scena comunque numerose creature, razze e oggetti magici). Tantissima CGI: le poche scene dal vivo sono state girate in Irlanda del Nord.

23 dicembre 2022

Pinocchio (Guillermo del Toro, 2022)

Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro's Pinocchio)
di Guillermo del Toro, Mark Gustafson – USA 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver perso il figlio Carlo in un bombardamento durante la prima guerra mondiale, il falegname Geppetto lo "ricrea" con le fattezze di un burattino di legno, Pinocchio, al quale una fata infonde magicamente la vita. Inizialmente capriccioso e indisciplinato, Pinocchio – grazie anche ai consigli di Sebastian, il grillo parlante – saprà dimostrare generosità, coraggio e altruismo. Appassionato da sempre alla fiaba di Carlo Collodi (con cui era entrato in contatto in giovane età, come molti, attraverso la celebre versione animata della Disney), Del Toro ha voluto realizzarne una rilettura personale che, pur mantenendo l'impianto narrativo di base, se ne discosta in parecchi aspetti. Innanzitutto l'ambientazione è spostata agli anni del fascismo, con tanto di breve apparizione (per quanto caricaturale) di Mussolini stesso. Anche Lucignolo diventa il figlio del podestà locale, e lui e Pinocchio sono costretti ad arruolarsi in un campo di addestramento per soldati bambini. Ne conseguono toni dark, adulti e quasi horror, che si alternano ai momenti comici (come quelli che vedono protagonista il grillo), a quelli avventurosi (la lotta contro il mostro marino) e ad altri addirittura metafisici (l'aldilà dove Pinocchio si ritrova dopo ogni sua "morte": la Morte stessa, impersonificata da una sorta di chimera, è la sorella della fata dei boschi), oltre naturalmente al complesso rapporto fra padre e figlio che lega Geppetto al burattino. L'altalena di registri può lasciare perplessi, a dire il vero, visto che la pellicola non è sempre coerente nei suoi toni (e nel pubblico di riferimento: adulto o infantile?), ma è quantomeno da apprezzare la scelta di non fare l'ennesimo remake identico di una storia di cui il cinema ha ormai abusato allo sfinimento (la bella versione di Matteo Garrone, per esempio, risale a solo tre anni fa). Se molti degli aspetti più "oscuri", a ben vedere, non tradiscono il materiale originale (la fiaba di Collodi sapeva essere parecchio cupa e angosciante già di suo), Del Toro sorprende – ma nemmeno troppo – nel rifuggire le letture più moraliste e pedagogiche della vicenda, come la tentazione di "imbrigliare" il protagonista nell'obbedienza, nel conformismo e nel rispetto delle regole, qui simboleggiate dal fascismo. Anche il finale, in cui si rinuncia alla canonica trasformazione in un bambino in carne e ossa, suggerisce come questa non sia necessaria per diventare "un bambino vero": bastano le azioni che si compiono. Fra i personaggi minori spiccano il Conte Volpe, imbonitore del circo che "recluta" Pinocchio come attrazione, e il suo assistente-schiavo, la scimmia Spazzatura. Molti, invece, gli episodi e i personaggi iconici assenti, come il Gatto e la Volpe (fusi con Mangiafuoco nella figura del suddetto imbonitore) e il paese dei balocchi. L'animazione in stop motion è di ottima fattura, arricchita comunque dagli effetti visivi della fotografia digitale. Del tutto dimenticabile invece la colonna sonora di Alexandre Desplat, (brutte) canzoni comprese.

6 settembre 2022

La città incantata (Hayao Miyazaki, 2001)

La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2001
animazione tradizionale
****

Rivisto in TV (Netflix).

Impegnata con la famiglia in un trasloco da una città a un'altra, la piccola Chihiro si imbatte in un parco dei divertimenti apparentemente deserto in una località di campagna. In realtà il luogo non è abbandonato, ma semplicemente è riservato non agli esseri umani, bensì agli spiriti e alle divinità della natura, che vi giungono quando cala la notte. Per via della loro ingordigia, i genitori si ritrovano trasformati in... maiali e messi all'ingrasso, mentre la bambina, con l'aiuto di Haku, un misterioso ragazzo che afferma di conoscerla, riesce a farsi assumere come lavorante nel gigantesco edificio che funge da terme e bagni pubblici per gli spiriti, gestito dalla strega Yubaba. Questa, per avere potere su di lei, "ruba" il vero nome della bambina, che viene così ribattezzata Sen. Vivrà numerose avventure, prima di riuscire a riappropriarsi del proprio nome e a ottenere dalla strega il permesso di tornare al mondo degli umani, insieme ai suoi genitori. Difficile dire quale sia il capolavoro di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli (le mie preferenze personali vanno a "Laputa" e "Totoro"), ma questo va senza dubbio collocato nella lista delle sue opere migliori e forse dei film giapponesi animati più belli di sempre. Ricchissimo e affascinante, colmo di momenti, trovate e personaggi visionari, ispirati al vasto universo del folklore nipponico ma anche frutto di una rilettura personale di miti e fiabe occidentali (le "prove" che la piccola protagonista deve superare, il ruolo del cibo degli spiriti, le trasformazioni magiche, il divieto di guardarsi indietro mentre percorre il tunnel d'uscita...), il film offre immagini davvero suggestive, anche per merito della grande qualità di disegni, fondali e animazioni cui lo Studio Ghibli ci ha abituato, ma che in questo caso sembrano addirittura superiori alla media: il treno che corre sul pelo dell'acqua (popolato da spiriti: impossibile non pensare al "gatto-bus" di Totoro); le tante creature e creaturine che popolano questo universo soprannaturale, che ne siano normali abitanti o opera di magia come gli uccelli di carta; e naturalmente il gigantesco e complesso edificio termale, con i suoi interni, i ponti, i corridoi, le camere dove alloggiano i lavoranti e le grandi vasche frequentate dagli ospiti. In Giappone la cultura delle terme (onsen) è antica e radicata, e non stupisce come possa essere associata anche al mondo del mito, del folklore e degli spiriti, i cosiddetti kami: mi sovvengono, per esempio, alcune suggestive e inquietanti puntate di "Lamù" dirette da Mamoru Oshii.

Dietro la superficie e la forma, però, ci sono anche i contenuti: siamo di fronte a una storia di coming-of-age, di crescita, che mostra una ragazzina (presentata nelle prime scene come disinteressata e annoiata, oltre che gracile e sgraziata: il character design è un po' diverso da quello solito di Miyazaki) costretta ad affrontare di colpo le difficoltà della vita, senza l'appoggio dei genitori; a dover imparare cosa sono la responsabilità, l'impegno, il rispetto delle regole (tutto ciò che si collega al lavoro), ma anche l'altruismo, la disponibilità, la bontà, il perdono. E supera tutte le prove grazie alla sua rettitudine, all'intelligenza, alla mancanza di quell'avidità e ingordigia che invece ha tradito i suoi genitori (si pensi, per esempio, a come rifiuti i doni e le pepite d'oro che lo spirito Senza-Volto le offre di continuo). Attorno a lei si muovono numerosi personaggi ben caratterizzati, tanto come personalità quanto dal lato estetico, per quanto (ovviamente) spesso bizzarri: il bello e misterioso Haku, per esempio, ragazzo che assume magicamente anche l'aspetto di un dragone e la cui vera identità – una trovata magnifica! – è svelata solo nel finale; l'inserviente Lin, che prende la piccola Sen sotto la sua ala protettiva; il vecchio e "ragnesco" Kamagi, che gestisce le caldaie dei bagni pubblici con l'aiuto di tante creaturine nere che ricordano gli spiriti della fuliggine di "Totoro"; l'avida strega Yubaba e la sua sorella gemella Zeniba (chi sia la buona e chi la cattiva rimane in bilico per quasi tutto il film); il figlio di Yubaba, il gigantesco "Piccino", trasformato in topo da Zeniba; i tanti lavoranti delle terme e i pittoreschi ospiti, fra i quali spiccano il "dio putrido" (Gualtiero Cannarsi, ma che hai in testa?), che in realtà è lo spirito di un fiume, e, appunto, il timido ma goloso Senza-Volto. A condire il tutto, la splendida colonna sonora firmata da Joe Hisaishi. La versione italiana che circola attualmente (si tratta del secondo doppiaggio del film) è purtroppo mediocre, per via del brutto adattamento dei dialoghi di Cannarsi (e non è nemmeno uno dei suoi lavori peggiori), per non parlare del titolo generico e incongruente che ha ereditato dalla precedente (quale sarebbe questa "città" incantata?). Quello originale può essere tradotto come "Sen e Chihiro rapite dagli spiriti": meglio allora il titolo inglese, "Spirited away".

24 luglio 2022

Doctor Strange nel multiverso della follia (S. Raimi, 2022)

Doctor Strange nel multiverso della follia (Doctor Strange in the Multiverse of Madness)
di Sam Raimi – USA 2022
con Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen
**

Visto in TV (Disney+).

Per proteggere la giovane America Chavez (Xochitl Gomez), teenager in grado di aprire "varchi" fra gli universi paralleli che compongono il Multiverso, da Wanda/Scarlet Witch (Elizabeth Olsen), che intende assorbirne i poteri per trasferirsi in un mondo alternativo in cui potrà vivere felice con i propri figli Billy e Tommy (che in realtà non esistono: li aveva creati con la propria magia nella serie televisiva "WandaVision"), il Dottor Strange (l'ottimo Cumberbatch) si getta alla ricerca del Libro dei Vishanti, il contraltare al Darkhold, il volume di incantesimi maledetti il cui utilizzo ha reso appunto cattiva Wanda. Il secondo film "a solo" del Dottor Strange (ma il personaggio nel frattempo ha avuto ruoli, anche di primo piano, nei film di Thor, degli Avengers e di Spider-Man) è una scorribanda attraverso alcuni (pochi, per la verità, e nemmeno tanto "folli", a dispetto del titolo) universi paralleli. Fra questi spicca Terra-838 (esattamente come nei fumetti, ogni mondo ha un proprio numero di catalogazione: quello del "normale" MCU è chiamato Terra-616, anche se in precedenza questa era la denominazione dell'universo dei comics, non di quello dei film), dove facciamo la conoscenza degli Illuminati, il gruppo di leader di supereroi di cui fanno parte il barone Mordo (Chiwetel Ejiofor, qui stregone supremo), Black Bolt/Freccia Nera (Anson Mount), Maria Rambeau/Captain Marvel (Lashana Lynch), Peggy Carter/Captain Carter (Hayley Atwell), Reed Richards/Mister Fantastic (John Krasinski), e Charles Xavier/Professor X (Patrick Stewart), tutte versioni alternative degli omonimi personaggi già apparsi in film e serie televisive precedenti. Degne di nota sono le apparizioni di Reed Richards e Charles Xavier, in quanto introducono ufficialmente nel MCU (seppure in un mondo parallelo, appunto) le franchise dei Fantastici Quattro e degli X-Men, i cui diritti cinematografici sono stati di recente riacquisiti dalla Marvel. Visivamente spettacolare (anche se forse mi aspettavo di più: le sequenze "alla Ditko" ambientate in dimensioni surreali dove le normali leggi della fisica non hanno valore sono molto poche e brevi), il film soffre per la sceneggiatura mediocre e schematica di Michael Waldron, con banalità come la cattiva che si tradisce praticamente subito, dicendo un nome che non dovrebbe conoscere, e il finale anticlimatico in cui si pente all'istante perché i suoi figli hanno paura di lei vedendola fare cose... da cattiva. E quelli che potevano essere gli spunti più interessanti (il concetto che i sogni sono finestre sulle altre realtà) vengono quasi subito messi da parte (se escludiamo l'accenno allo "sleepwalking": ma perché non chiamarlo sonnambulismo?). Inoltre ormai non stiamo nemmeno più parlando di film a sé stanti: sono in tutto e per tutto puntate di un enorme telefilm, sempre più a uso e consumo di un appassionato che dovrebbe essersi sciroppato tantissimi antefatti per comprendere o gustarsi appieno l'insieme (ormai i riferimenti non puntano nemmeno soltanto ai 27 (!) film precedenti del MCU, ma anche alle serie televisive, come appunto "WandaVision" ma anche "Loki" o "Inhumans": chi, come me, non guarda queste ultime, si sente tagliato fuori da molte cose). Alla regia c'è Sam Raimi, di ritorno alla Marvel dopo i tre "Spider-Man" con Tobey Maguire: il buon Sam fa quello che può, ma mentirei se dicessi che la sua mano si riconosce. Dal film precedente del Dottor Strange tornano Benedict Wong (complessivamente inutile), Rachel McAdams (con un ruolo invece di primo piano) e Michael Stuhlbarg (solo una comparsata).

16 luglio 2022

Encanto (B. Howard, J. Bush, 2021)

Encanto (id.)
di Byron Howard, Jared Bush – USA 2021
animazione digitale
**

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Grazie a un misterioso "miracolo", i numerosi membri della famiglia Madrigal sono dotati di magici e fantastici poteri, che si estendono persino alla loro casa e con i quali proteggono il proprio benessere e quello del villaggio colombiano in cui vivono. Ciascuno di loro ha infatti un particolare "talento", che si tratti di parlare con gli animali, controllare la vegetazione o il clima, cambiare aspetto, un super-udito o una super-forza... tutti tranne la giovane e occhialuta Mirabel, unica della famiglia senza apparentemente alcun potere magico. E cosa ancora peggiore, una profezia dello zio Bruno (la "pecora nera" dei Madrigal, emarginato da tutti perché il suo dono di prevedere il futuro è visto come portatore di sciagura) sembra presagire che proprio lei sarà la causa della fine della magia... Grande successo di critica (ha vinto l'Oscar per il miglior lungometraggio d'animazione, ed è stato scomodato persino il realismo magico di García Márquez) per uno dei film Disney più sopravvalutati degli ultimi tempi: la retorica motivazionale deborda da ogni sequenza, come i fiori e i colori che in ogni inquadratura dipingono l'irreale Colombia vista sullo schermo: il soggetto vorrebbe essere metaforico (la magia è sostenuta, in fin dei conti, dall'unità della famiglia), ma l'assenza di un vero villain e la complessiva mancanza di struttura e coesione nella trama e nella sua improvvisa risoluzione rendono il tutto generico e noioso. L'unico punto di forza (almeno quello) sarebbero i personaggi, ma gran parte dei membri della famiglia sono caratterizzati praticamente con un solo tratto, spesso legato al loro potere, che li definisce in sé stessi e nel rapporto con gli altri. Di fatto sono come i barbapapà! Canzoni (di Lin-Manuel Miranda) invadenti e poco ispirate, con due sole eccezioni: "La pressione sale" e, soprattutto, "Non si nomina Bruno" (We Don't Talk About Bruno). Piccola curiosità: come ricordato dal logo iniziale, si tratta del sessantesimo "classico Disney", e Byron Howard aveva firmato anche il cinquantesimo, "Rapunzel".

3 gennaio 2022

Il diavolo zoppo (Luigi Maggi, 1909)

Il diavolo zoppo
di Luigi Maggi – Italia 1909
con Ernesto Vaser, Gigetta Morano
**

Visto su YouTube.

Per sfuggire alle mire di Tomasa (Gigetta Morano), che intende sposarlo con l'inganno, il giovane Leandro (Ernesto Vaser) si rifugia nella casa di un alchimista. Qui trova Asmodeo (Ercole Vaser), il diavolo zoppo, tenuto prigioniero in una bottiglia, e lo libera. Riconoscente, il diavolo lo aiuterà prima a vendicarsi di Tomasa e poi a salvare la principessa Serafina e a conquistarne l'amore. Da un romanzo di inizio Settecento del francese Alain-René Lesage, ambientato a Madrid, una fiaba che fa uso di effetti speciali (come il "volo" di Leandro e Asmodeo sopra i tetti della città) e trucchi ottici. Prodotto dalla Ambrosio Film (per la quale Maggi aveva realizzato, l'anno prima, la pellicola di grande successo "Gli ultimi giorni di Pompei"), il film mescola con disinvoltura scene girate in studio e location in esterni, ha un buon ritmo narrativo e una discreta varietà di situazioni e ambientazioni. Da segnalare anche le sequenze che Leandro osserva attraverso la lente magica.

20 novembre 2021

Sir Gawain e il cavaliere verde (D. Lowery, 2021)

Sir Gawain e il cavaliere verde (The Green Knight)
di David Lowery – USA 2021
con Dev Patel, Alicia Vikander
***

Visto in TV (Prime Video).

Per dare prova di valore, il giovane cavaliere Gawain (Dev Patel), nipote del re (Artù, anche se il suo nome – come quelli di Merlino, Excalibur, ecc. – non viene mai pronunciato), accetta la sfida postagli dal misterioso cavaliere verde che giunge alla corte di Camelot nel giorno di Natale: potrà colpirlo a suo piacimento, senza che lui si difenda, ma a un anno di distanza dovrà recarsi nella "cappella verde" situata nel lontano nord e accettare che gli venga restituito lo stesso colpo. E poiché Gawain, con la spada del re, decapita il cavaliere (che però, essendo una creatura magica, recupera la propria testa come se nulla fosse), il suo viaggio l'anno successivo – punteggiato peraltro da numerose avventure – si trasformerà in un cammino verso la (probabile) morte. Tratto da un poema cavalleresco del quattordicesimo secolo, appartenente al ciclo arturiano e reso popolare nella versione curata da J.R.R. Tolkien, il nuovo film di Lowery (già regista del bellissimo "Storia di un fantasma") è un fantasy cupo e austero, caratterizzato da un palpabile "realismo magico" che permea con la sua atmosfera tutta l'ambientazione medievale. Il protagonista – il cui nome in Italia è noto anche come Galvano – è costantemente al centro di un'avventura in cui deve misurarsi, più che con misteriosi nemici soprannaturali, soprattutto con sé stesso: con le sue paure, le sue insicurezze, le tentazioni, i suoi doveri di lealtà e di coraggio, e inevitabilmente con la morte. Il "cavaliere verde", creatura selvaggia e ultraterrena (il verde, ovviamente, è il colore della natura, ma anche quello del decadimento che ricopre ogni cosa), lo mette alla prova in una sorta di gioco che si riveste di innumerevoli significati (come tante sono le interpretazioni del poema originale). Al fascino del film contribuiscono le scenografie spoglie e la fotografia che le ammanta di mistero, mentre Gawain è alle prese con fantasmi, giganti, streghe o animali parlanti. Notevole anche la sequenza conclusiva, muta (a parte la musica), in cui il giovane cavaliere "vive" in un solo momento tutta la sua vita futura. Nel cast Sean Harris (il re), Kate Dickie (la regina), Alicia Vikander (in due ruoli: Essel, la compagna di Gawain, e la dama del castello), Joel Edgerton (il signore del castello: curiosamente, nel film "King Arthur" del 2014, Edgerteon aveva interpretato proprio Galvano), Barry Keoghan (il saccheggiatore), Erin Kellyman (Winifred) e Erin Kellyman (il cavaliere verde, il cui aspetto pare uscire da un film di Del Toro). Da notare i multipli titoli (che dividono la pellicola in capitoletti). Il poema era già stato portato al cinema due volte (nel 1973 e nel 1984).

4 agosto 2021

Jumanji: Benvenuti nella giungla (J. Kasdan, 2017)

Jumanji: Benvenuti nella giungla (Jumanji: Welcome to the Jungle)
di Jake Kasdan – USA 2017
con Dwayne Johnson, Jack Black
***

Visto in TV (Netflix).

Non un reboot, ma un vero seguito del "Jumanji" del 1995, che comincia esattamente dove quello era finito. Ma per adattarsi ai gusti moderni delle nuove generazioni, il board game incantato e misterioso che dà il titolo alla serie si tramuta magicamente nella... cartuccia di un videogioco. Risucchierà al proprio interno (nella stessa giungla dove era vissuto Alan Parrish nel primo film) dapprima il giovane Alex, e poi, vent'anni più tardi, un quartetto di liceali che si ritroveranno ad impersonare altrettanti "avatar" e a dover superare una missione avventurosa per poter tornare nel mondo reale. In tempi di remake selvaggi, meccanici e senza idee di pellicole classiche, questo è nel complesso un ottimo sequel, che diverte e intrattiene ma soprattutto che rispetta l'originale e lo innova al tempo stesso (cosa rara nel panorama hollywoodiano). Fra gli aspetti più indovinati ci sono proprio quelli legati alla natura del videogame (che sostituiscono gli elementi che erano tipici del gioco da tavola nel prototipo, come il tiro dei dadi). A cominciare dagli "avatar", appunto, i personaggi interpretati dai giocatori, tutti ovviamente con caratteristiche speculari a quelle reali dei quattro ragazzi (uno dei messaggi della pellicola, forse troppo ripetutamente esplicitato, è quello di andare oltre le apparenze e superare le proprie debolezze). E così il nerd Spencer (Alex Wolff) si ritrova nel corpo muscoloso e atletico di Dwayne "The Rock" Johnson; l'ochetta egocentrica e social-dipendente Bethany (Madison Iseman) finisce nei panni del barbuto e sovrappeso Jack Black; il campione di football Anthony (Ser'Darius Blain), che conta solo sulla prestanza fisica, diventa il "tappo" Kevin Hart; e l'insicura e introversa Martha (Morgan Turner) si tramuta nella discinta "ammazzauomini" Karen Gillan. Ad aiutarli ci sarà anche Alex, uno spericolato aviatore (Nick Jonas), in un ruolo parallelo a quello che fu di Robin Williams (con alcune differenze: stavolta, tornati nel mondo reale, tutti conserveranno la memoria dell'accaduto e non solo chi aveva iniziato la partita). Completano il cast Bobby Cannavale (il "cattivo" Van Pelt, il cui nome è un rimando al cacciatore del primo film) e Rhys Darby (Nigel, uno dei PNG, i "personaggi non giocanti" che ripetono a pappagallo sempre le stesse frasi). Altre caratteristiche mutuate dai videogiochi: il fatto che ognuno abbia tre vite, e l'elenco delle forze e dei punti deboli di ogni personaggio (utili o dannosi senza vie di mezzo). Nel complesso un film assai divertente (forse con qualche gag di troppo, come quelle sui peni: ma è evidente che gli attori se la siano spassata a recitare in parti così contro-tipo). Il regista è figlio di Lawrence Kasdan. Nonostante qualche iniziale critica all'annuncio del progetto (per la troppo breve distanza dalla morte di Robin Williams), la pellicola ha riscosso un grande successo al botteghino, il che ha portato a mettere subito in cantiere un ulteriore sequel, uscito nel 2019 ("Jumanji: The Next Level").

3 agosto 2021

Zathura - Un'avventura spaziale (Jon Favreau, 2005)

Zathura - Un'avventura spaziale (Zathura: A Space Adventure)
di Jon Favreau – USA 2005
con Jonah Bobo, Josh Hutcherson
**1/2

Visto in divx.

Ignorato o vessato dal fratello maggiore Walter (Josh Hutcherson), il piccolo Danny (Jonah Bobo) comincia una partita a un vecchio e misterioso gioco da tavolo trovato in cantina, "Zathura", che trasporterà magicamente lui e il fratello – nonché la sorella teenager Lisa (Kristen Stewart) – in una movimentata "avventura spaziale". La loro intera casa si troverà infatti a vagare alla deriva nel vuoto cosmico, e ogni turno del gioco porterà con sé pericoli "fantascientifici" di vario tipo (piogge di meteoriti, robot impazziti, alieni ostili...). Il soggetto è praticamente lo stesso di "Jumanji", solamente traslato di genere (dal safari africano alla fantascienza anni '50), e la cosa non deve stupire: il film è infatti tratto da un libro illustrato dello stesso autore, Chris Van Allsburg, che in originale esplicitava fra l'altro l'appartenenza di entrambi i giochi al medesimo "universo" (cosa che invece la pellicola ignora: qui il mood è più un incrocio fra "I Goonies" e "Guerre stellari", con un pizzico di "Guida galattica per gli autostoppisti"). Altrettanto movimentato del precedente, ma forse più infantile e meccanico, il lungometraggio ha il suo punto di forza nella relazione fra i due fratelli, che non vanno d'accordo per via della differenza di età (Danny ha sei anni, Walter dieci) ma che impareranno a "giocare insieme" e ad avere fiducia l'uno nell'altro: la loro caratterizzazione è piuttosto realistica, anche se la cosa può risultare fastidiosa (Danny si comporta proprio come un bambino piccolo). Il resto lo fanno gli effetti speciali, non solo digitali ma anche "vecchio stile", come modellini e costumi: il make-up degli alieni Zorgon è opera di Stan Winston, come pure la copia "congelata" di Kristen Stewart. La storia si svolge praticamente tutta all'interno della casa. Dax Shepard è "l'astronauta", personaggio equivalente a quello interpretato da Robin Williams in "Jumanji" (ma con un twist nel finale). Tim Robbins è il padre dei bambini. Come nel primo film non viene data alcuna spiegazione per l'origine e la natura "magica" del gioco.

2 agosto 2021

Jumanji (Joe Johnston, 1995)

Jumanji (id.)
di Joe Johnston – USA/Canada 1995
con Robin Williams, Bonnie Hunt
**1/2

Rivisto in divx.

"Jumanji" (parola zulu di incerto significato) è un misterioso gioco da tavolo a tema africano, simile al gioco dell'oca, che magicamente materializza nel mondo reale gli animali selvaggi o i pericoli di varia natura (comprese alluvioni e terremoti!) che corrispondono alle varie caselle in cui si fermano le pedine. L'unico modo per far sparire questi effetti è quello di terminare il gioco con la vittoria di uno dei partecipanti. Purtroppo non è quanto accaduto al giovane Alan Parrish (Adam Hann-Byrd), che nel 1969 fu risucchiato "nella giungla" a causa di uno sfortunato tiro di dadi, uscendone fuori soltanto ventisei anni più tardi, e ormai adulto (Robin Williams), grazie all'intervento di Judy (una Kirsten Dunst tredicenne!), ragazzina ricca di immaginazione, e di suo fratello Peter (Bradley Pierce), due orfani giunti ad abitare nella sua vecchia casa e che hanno continuato la partita da lui interrotta. Ispirato a un libro illustrato di Chris Van Allsburg, un film d'avventura ricco di effetti speciali: gli animali selvaggi (leoni, rinoceronti, scimmie...), in particolare, sono tutti realizzati in computer grafica dalla Industrial Light & Magic, in uno dei primi casi di uso estensivo della CGI in un prodotto hollywoodiano: se visto oggi il realismo delle creature lascia un po' a desiderare, all'epoca fu decisamente rivoluzionario. Pur trattandosi di un film per famiglie, non mancano momenti spaventosi (i "pericoli" del gioco fanno a tratti davvero paura, così come l'anarchia e la distruzione che seminano nella cittadina) o più cupi (si parla esplicitamente della morte dei genitori); sul versante prettamente comico vanno invece annoverate le peripezie del poliziotto Carl Bentley (David Alan Grier) con la sua automobile progressivamente danneggiata dai vari animali. Bonnie Hunt è Sarah, l'amica che iniziò il gioco con Alan; Bebe Neuwirth è Nora, la zia dei due bambini; Jonathan Hyde interpreta il doppio ruolo del padre di Alan e del cacciatore di safari Van Pelt. Curiosità: come protagonista Tom Hanks era la prima scelta del regista, che temeva le proverbiali improvvisazioni di Williams. Amato dal pubblico (ma non altrettanto dalla critica), il lungometraggio darà origine a una serie televisiva animata (1996-98) e a una sorta di sequel spirituale ("Zathura" del 2005), prima di essere riletto in chiave moderna (un videogioco anziché un board game) a partire dal 2017 in una serie di nuovi film con Dwayne Johnson e Jack Black.

31 maggio 2021

Fantasia (aavv, 1940)

Fantasia (id.)
di Samuel Armstrong, James Algar, Bill Roberts, Hamilton Luske, Norman Ferguson, Wilfred Jackson, et al. – USA 1940
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD.

Sin dall'avvento del sonoro, il legame fra musica classica e cinema d'animazione è sempre stato molto stretto. Proprio Walt Disney si era reso rapidamente conto del grande potenziale artistico insito nell'abbinare perfettamente la musica e i disegni animati (si dice che il grande successo di "Steamboat Willie", il primo cortometraggio di Topolino, fosse dovuto anche a questo aspetto). E contemporaneamente alla serie dedicata al topo, aveva messo in cantiere un ciclo di corti a tema musicale, le "Silly Symphonies" ("Sinfonie allegre" in italiano), dove proprio la colonna sonora (e il suo abbinamento con l'animazione, perfettamente sincronizzato) giocava un ruolo fondamentale, scandendo i tempi dell'azione e accompagnando i movimenti dei personaggi. Apprezzata dal pubblico e dalla critica, la serie non aveva un personaggio o un tema fisso, e spaziava in generi, ambientazioni e stili molto diversi, inaugurando fra l'altro (con "Flowers and trees", nel 1932) l'uso del colore in casa Disney. Anche il primo cortometraggio a colori di Mickey Mouse, "The band concert" ("Fanfara") del 1935, era a tema musicale, con Topolino nei panni del direttore di una banda di paese e Paperino in quelli del disturbatore. Nel 1937, infine, in collaborazione con il direttore d'orchestra Leopold Stokowski fu messo in cantiere "L'apprendista stregone", basato sul poema sinfonico di Paul Dukas (a sua volta ispirato all'omonima ballata di Goethe), che venne realizzato l'anno successivo. Resosi però conto che il cortometraggio era troppo bello (e costoso!) per uscire da solo nelle sale, Disney pensò di costruirvi attorno un intero film. Insieme a Stokowski e al critico musicale Deems Taylor, la cui voce narrante introdurrà i singoli pezzi, selezionò così altri sette brani di musica classica da trasformare in altrettante sequenze animate: nacque così il suo progetto culturalmente più ambizioso, una pellicola con cui avrebbe tentato di coniugare l'arte "popolare" e quella "colta", desiderio che aveva sempre covato nel profondo. E il risultato è effettivamente affascinante, un film bello e multiforme, che per molti bambini può costituire forse il primo incontro con l'incanto della musica classica. A questo proposito è da apprezzare la varietà: si va dal barocco (Bach) al contemporaneo (Stravinsky). Oltre a quelli presenti nel film, fra i brani presi in considerazione c'era inizialmente anche il "Clair de lune" dalla Suite bergamasque di Claude Debussy: ma la sequenza, già completamente animata, venne poi tagliata all'ultimo momento e riutilizzata con una nuova colonna sonora nell'antologia "Musica maestro" del 1946.

Il titolo "Fantasia" (in italiano, in quanto facente parte della terminologia musicale: quello di lavorazione era semplicemente "The concert feature") è programmatico: l'obiettivo era infatti di lasciare che "la fantasia si liberasse (...), che l'azione controllata dalla musica producesse fascino nel reame dell'irrealtà". A questo scopo, la pellicola nei suoi vari segmenti esplora stili molto diversi, passando da sequenze astratte (la "Toccata e fuga") ad altre più espressive ("Lo schiaccianoci", "La sagra della primavera"), da episodi comici e slapstick ("L'apprendista stregone", "La danza delle ore", la "Pastorale") a momenti ad alta intensità drammatica ("Una notte sul Monte Calvo") e persino religiosa (l'"Ave Maria"). In tutto questo, la ricerca sul rapporto fra musica e immagine non viene mai meno, e la grande cura nella sincronizzazione della colonna sonora con i disegni è evidente. Distribuito inizialmente in forma limitata fra il 1940 e il 1942, in una serie di roadshow in giro per l'America (il che ne fa cronologicamente il terzo lungometraggio classico della Disney, dopo "Biancaneve" e "Pinocchio"), il film venne infine distribuito dalla RKO nelle sale di tutta la nazione soltanto nel 1942 ma in una versione tagliata che eliminava la "Toccata e fuga" (troppo sperimentale) e le sequenze di raccordo, che vennero poi reintegrate a partire dal 1946. Nonostante i primi commenti positivi, però, il successo non arrise: i critici musicali lamentarono i rimaneggiamenti nelle partiture, quelli cinematografici l'arbitrarietà di alcune interpretazioni (su tutte la "Pastorale" e "La sagra della primavera"), mentre il pubblico trovò il film troppo lungo e i bambini si annoiarono durante le sequenze meno narrative. Per la delusione (sia per il flop commerciale che per il rifiuto da parte del mondo accademico), Disney accantonò ogni ulteriore proposito di accostarsi al mondo della cultura "alta". Il progetto iniziale era quello di riproporre "Fantasia" al cinema a intervalli regolari, sostituendo di volta in volta alcuni brani con altri nuovi, in modo che il pubblico potesse assistere sempre a qualcosa di diverso. Di fatto, questo avverrà soltanto sessant'anni più tardi, quando uscirà il sequel "Fantasia 2000" con sette nuovi segmenti al fianco dell'"Apprendista stregone". Il film originale, come quasi tutti i lungometraggi disneyani, sarà invece riedito nelle sale a più riprese, nel 1956, 1963, 1969 (quando finalmente rientrò nei costi!), 1977, 1982 (con una nuova colonna sonora diretta da Irwin Kostal al posto di quella di Stokowski, ormai deteriorata), 1985 e 1990 (con la musica originale digitalmente restaurata).

- "Toccata e fuga in re minore" di Johann Sebastian Bach.
Dopo l'introduzione di Taylor nei panni del maestro di cerimonie, e l'ingresso di Stokowski e dell'orchestra che accorda i suoi strumenti, proprio come in un concerto, si comincia con il primo brano. E non poteva trattarsi di un inizio più ardito e ostico. Non tanto per la musica, una versione sinfonica del celebre pezzo per organo di Bach, quanto per l'accompagnamento visivo, forse la sequenza più astratta mai prodotta dalla Disney (secondo alcuni critici, la sua fantasia psichedelica e caleidoscopica di colori e forme geometriche anticiperebbe addirittura il "2001" di Kubrick). La regia è di Samuel Armstrong, mentre l'animatore tedesco Oskar Fischinger è accreditato come responsabile dello sviluppo visivo (anche se le sue idee non piacquero a Disney, che inizialmente pensava addirittura di proiettare la sequenza in 3D, con tanto di occhialini distribuiti al pubblico).

- "Suite dello Schiaccianoci" di Pyotr Ilyich Ciajkovskij.
Il secondo brano è costituito da un pot-pourri di danze tratte dal balletto "Lo schiaccianoci", fra cui il celebre "Valzer dei fiori", interpretate visivamente da varie creature della natura durante l'alternanza delle stagioni (fatine che irrorano di rugiada i fiori, fanno appassire le foglie o pattinano sui ruscelli ghiacciati; funghi dalle fattezze "cinesi", pesci "arabi" dalle pinne seducenti, foglie e semi portati dal vento, fiocchi di neve o i fiori stessi – come campanule e tulipani "cosacchi" – che ballano vorticosamente le differenti danze). Le coreografie, che seguono il ritmo e le note della musica con mirabile sincronizzazione, sono opera di Jules Engel e (nel caso dei funghi) dell'animatore Art Babbitt. Anche questa sequenza, forse la più lodevole tecnicamente ma anche la più "innocua" e meno originale della pellicola, è diretta da Samuel Armstrong, con la direzione artistica di Sylvia Holland.

- "L'apprendista stregone" di Paul Dukas.
Il segmento più famoso, nonché il vero "manifesto" del film. Il brano sinfonico di Dukas, con la sua melodia assai orecchiabile, è ispirato a un poema di Goethe che racconta essenzialmente la stessa storia che possiamo vedere nel cartone animato, in cui Topolino interpreta il giovane apprendista di uno stregone che, approfittando dell'assenza del suo padrone, prova a usare la magia per animare una scopa affinché questa porti l'acqua dal pozzo al suo posto. Seguiranno sogni di gloria, ma anche inevitabili disastri. Comico e con morale annessa, il cortometraggio segna l'esordio del restyling di Mickey Mouse pensato da Fred Moore (movenze più morbide, corpo più flessibile, occhi più espressivi al posto delle enormi iridi precedenti). Per il ruolo del protagonista ingenuo e combinaguai, a dire il vero, in un primo momento si era pensato al Cucciolo (Dopey) di "Biancaneve", che perse così l'occasione di diventare una star autonoma: forse sarebbe stato più adatto, visto che la caratterizzazione di Topolino (anche nei fumetti) aveva ormai preso strade diverse, perdendo la trasgressività giovanile che qui recupera almeno in parte. In ogni caso, visivamente questa è una delle sue raffigurazioni più iconiche. Il nome (non ufficiale) dello stregone è Yen Sid, ovvero Disney letto al contrario: il suo rapporto autoritario e paternalistico con Mickey sarebbe simile a quello di Walt con gli animatori e i disegnatori al suo servizio. Un critico paragonò il segmento, e i suoi temi dell'abuso di potere e del "perverso tradimento delle migliori intenzioni", a una rappresentazione del nazismo che in quegli anni dominava l'Europa. La regia è di James Algar. Al termine del brano, Topolino – smessi i panni di "attore" – raggiunge il palco per stringere la mano a Stokowski (in silhouette).

- "La sagra della primavera" di Igor Stravinsky.
La storia della Terra, dalle origini geologiche alle violente eruzioni vulcaniche con la formazione della crosta, fino alla comparsa delle prime creature viventi, all'epoca dei grandi dinosauri e infine alla loro estinzione. Insieme alla "Pastorale", è l'episodio più controverso: non per la sua qualità (disegni, animazione e atmosfera sono di alto livello), ma per l'interpretazione data da Disney a quello che era un balletto su temi antropologici e tribali (peraltro pesantemente "tagliato" da Stokowski: in un primo momento gli animatori avevano pensato di adattare "L'uccello di fuoco"). Per evitare di indispettire i creazionisti, si preferì evitare di mostrare sullo schermo uomini preistorici, il che non impedì l'insorgere di polemiche legate a una concezione "materialistica" dell'origine della vita. Venne comunque richiesta la consulenza di celebri paleontologi, biologi e astronomi. John Hubley è il direttore artistico, Bill Roberts e Paul Satterfield i registi. È il brano musicalmente più "recente" del film: Stravinsky, unico compositore ancora in vita al momento della sua uscita, non apprezzò l'arrangiamento e la semplificazione della partitura. Bruno Bozzetto, quando realizzerà il suo spoof "Allegro non troppo", si ricorderà forse di questo segmento per il "Bolero".

Segue un breve intermezzo, come a spezzare il concerto in due parti, nel quale i musicisti si dilettano in improvvisazioni di stampo jazzistico. Viene poi introdotta la "colonna sonora", rappresentata in maniera stilizzata, che timidamente emette suoni per dimostrare al pubblico come i diversi strumenti possono apparire visivamente sotto forma di linee e onde sullo schermo.

- "Sinfonia n. 6, Pastorale" di Ludwig van Beethoven.
Un'ambientazione mitologica (il monte Olimpo, residenza degli dèi) fa da sfondo alle vicende quotidiane di unicorni, pegasi, satiri, amorini e centauri (maschi e femmine, che amoreggiano). L'arrivo di Dioniso (o meglio, Bacco) e del suo corteo segna il momento della vendemmia, ma la festa è interrotta dai fulmini di Zeus e dalla tempesta che scuote ogni cosa. Però poi torna il sereno e tutti salutano il carro del sole trainato da Apollo, prima del sopraggiungere della notte. Il mondo del mito greco-romano, rappresentato in modo colorato e simpatico, ha fatto storcere il naso a gran parte dei critici, anche per l'arbitrarietà con cui è stato abbinato a una sinfonia così celebre e importante (per quanto si tratti di una delle composizioni di Beethoven più "descrittive", ovvero che più si presta a essere legata a immagini narrative e di natura bucolica, "pastorale" appunto, come un poema sinfonico). Da notare che nel programma iniziale si pensava a tutt'altro brano, "Cydalise et le Chèvre-pied" di Gabriel Pierné, con la sua marcia di apertura, "L'entrata dei piccoli fauni": ma gli animatori ebbero problemi nello sviluppare la storia e si decise di cambiare la musica. I registi sono Hamilton Luske, Jim Handley e Ford Beebe. Questo segmento è famigerato anche per la presenza delle stereotipate centaurine "nere" al servizio di quelle "bianche": furono rimosse a partire dagli anni sessanta, uno dei più celebri di casi di censura in un lungometraggio della Disney.

- "La danza delle ore" di Amilcare Ponchielli.
Il popolare balletto tratto dall'opera "La gioconda" è interpretato da una serie di animali, scelti fra quelli esteticamente più improbabili e apparentemente meno adatti alla danza classica: struzzi, ippopotami, elefanti (femmine) e alligatori (maschi). È l'episodio più buffo, divertente, comicamente contagioso, e probabilmente quello che meglio interpreta la natura giocosa della musica di partenza. I quattro gruppi di animali rappresentano i quattro momenti della giornata che si succedono (mattina, pomeriggio, sera e notte: le "ore", appunto), prima dello scatenato finale in cui tutti interagiscono fra di loro, fino al rovinoso crollo del palazzo neoclassico che li ospita. L'espressività degli animali antropomorfi è sempre stata uno dei punti di forza dei disegnatori della Disney, e qui dimostrano il perché. La regia è di T. (Thornton) Hee e Norman Ferguson. Gli animatori studiarono i movimenti di veri ballerini per realizzare una danza che, pur caricaturale, apparisse legittima.

- "Una notte sul Monte Calvo" di Modest Mussorgsky.
Si conclude con il botto. Da sempre i "cattivi" sono uno dei segreti del successo dei lungometraggi disneyani, e Chernabog, il gigantesco diavolo che emerge dalla montagna e ricopre di oscurità il sottostante villaggio con il suo sabba infernale di spiriti maligni e anime risvegliate dal cimitero, non fa eccezione. Evidenti le reminiscenze della prima "Silly Simphony", "La danza degli scheletri" del 1929 (a sua volta forse ispirata a un altro celebre brano musicale, la "Danse macabre" di Camille Saint-Saëns). Al culmine del sabba degli spiriti, che danzano e si contorcono, il suono di una campana segna il sopraggiungere dell'alba che li spazza via, mentre il demone ripiega le sue ali e si riaddormenta. Il terribile Chernabog venne animato da Vladimir Tytla ispirandosi a un disegno dell'artista svizzero Albert Hurter e ai bozzetti dell'illustratore Kay Nielsen. Il regista è Wilfred Jackson.

- "Ave Maria" di Franz Schubert.
Senza soluzione di continuità, come se si trattasse di un unico brano, dal pezzo di Mussorsgky si passa a una versione corale dell'Ave Maria di Schubert che accompagna una processione di monaci verso una cattedrale, attraversando un ponte e un bosco, ciascuno recante una fiaccola in mano che si riflette nel fiume sottostante. Evidente il desiderio di Disney di contrapporre subito una forza del bene, religiosa e celeste, alle potenze del male evocate sullo schermo in precedenza (il conflitto fra bene e male è sempre al centro dei suoi lavori), per terminare la pellicola su toni di quiete e speranza. La voce solista è di Julietta Novis, su un testo scritto appositamente da Rachel Field. Quasi statica, la sequenza fa ampio uso della cosiddetta multiplane camera, un dispositivo che permetteva di filmare, animare e fondere insieme diversi livelli di profondità (da quelli in primo piano fino ai fondali). Come nel segmento precedente, la regia è di Wilfred Jackson e i bozzetti di Kay Nielsen.

19 febbraio 2021

Le streghe son tornate (A. de la Iglesia, 2013)

Le streghe son tornate (Las brujas de Zugarramurdi)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2013
con Hugo Silva, Carmen Maura
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

José (Hugo Silva), padre di Sergio (Gabriel Delgado) e separato dalla moglie Silvia (Macarena Gómez), dopo aver rapinato un "Compro oro" nel centro di Madrid in compagnia del figlioletto, fugge verso il confine insieme a lui, al complice Antonio (Mario Casas) e al tassista Manuel (Jaime Ordóñez), con i quali condivide odio e risentimento verso tutto il genere femminile. Inseguiti dall'ex moglie e da due poliziotti (Secun de la Rosa e Pepón Nieto), finiranno tutti nel villaggio di Zugarramurdi, "infestato" da una congrega di streghe (fra cui Terele Pávez, Carmen Maura e Carolina Bang, rispettivamente nonna, madre e figlia), che intendono sacrificare il bambino alla "grande madre" per restituire alle donne la supremazia sull'intero creato. Black comedy horror dai toni grotteschi e sopra le righe, in purissimo stile de la Iglesia (prendere o lasciare): non mancano momenti geniali (come la scena iniziale della rapina, con i ladri vestiti da artisti da strada e un'irresistibile dissonanza culturale nel vedere statue di Gesù Cristo o personaggi quali Spongebob e Minnie comportarsi da criminali) o sequenze disgustosamente gore, ma il tono è sempre ironico quando non pseudo-tarantiniano nel suo mix di generi (il paragone più azzeccato è quello con "Dal tramonto all'alba"). In ogni caso, da non prendere troppo sul serio, soprattutto quando affronta – in chiave di divertimento provocatorio – il tema dei rapporti con le donne e i tanti luoghi comuni "maschilisti" sull'argomento (dai discorsi in auto sulle rispettive ex, alla "litigata" fra José ed Eva durante la fuga, con inconciliabili differenze di vedute). Proprio queste aggiunte rendono la pellicola qualcosa di più di un semplice intrattenimento post-moderno. Buoni gli effetti speciali.

28 dicembre 2020

Polar Express (Robert Zemeckis, 2004)

Polar Express (The Polar Express)
di Robert Zemeckis – USA 2004
animazione digitale
**

Visto in TV, con Sabrina.

La notte di Natale, un bambino – che ha proprio l'età in cui si cominciano ad avere dubbi sull'esistenza di Babbo Natale – sale a bordo del Polar Express, treno magico diretto al Polo Nord, su cui vivrà numerose avventure che lo porteranno di nuovo a credere nella magia del Natale. Tratto da un libro illustrato per ragazzi di Chris Van Allsburg (adattato dallo stesso Zemeckis e da William Broyles Jr., già sceneggiatore di "Cast Away"), il primo – e tutto sommato il migliore – dei tre film di animazione in performance capture realizzati dal regista fra il 2004 e il 2009 (gli altri sono "La leggenda di Beowulf" e un altro film natalizio, "A Christmas Carol"), impantanando per un decennio la propria carriera in sperimentazioni tecniche. Per l'epoca, in ogni caso, la pellicola fu a suo modo innovativa nella resa digitale dei personaggi che si basano sulla recitazione di attori in carne e ossa. il mattatore in particolare è Tom Hanks, che interpreta il protagonista (ma la voce in originale è di Daryl Sabara) nonché tutti i personaggi "adulti": il controllore del treno, il vagabondo clandestino, Babbo Natale, e altri ancora (nel progetto originario Hanks avrebbe dovuto ricoprire proprio tutti i ruoli, ma l'impresa si rivelò troppo faticosa, e dunque salirono a bordo altri attori: la ragazzina per esempio è Nona Gaye, l'amico solitario è Peter Scolari). Nonostante un fastidioso effetto "uncanny valley" (la sensazione sgradevole che si prova quando la resa dei volti e delle figure umane si avvicina troppo alla realtà, ma non abbastanza da risultare credibile e realistica), il tono magico, fiabesco e natalizio della vicenda, tipico appunto dei libri illustrati e di avventure per bambini, facilita l'immersione dello spettatore e a tratti ricorda altri classici del cinema americano del genere come "Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato" (anche citato, attraverso il biglietto dorato che dà accesso al treno) o "Il mago di Oz". E naturalmente, per lo stesso motivo, le peripezie dei protagonisti non sono da prendere sul serio: tutto è magico, fantastico e implausibile, come in un sogno, anche se ogni azione porta con sé una ricompensa, un'ammonizione o una morale.

9 novembre 2020

Cats (Tom Hooper, 2019)

Cats (id.)
di Tom Hooper – GB/USA 2019
con Francesca Hayward, Judi Dench
*1/2

Visto in TV (Netflix).

I gatti di Jellicle, magica comunità felina di Londra cui si è appena unita la micia bianca Victoria (Francesca Hayward), si radunano come ogni anno in un vecchio teatro per scegliere chi fra di loro è degno di rinascere a nuova vita. Ma il perfido Macavity (Idris Elba) intende rapire gli altri contendenti per costringere la leader del gruppo, Old Deuteronomy (Judi Dench), a scegliere lui. Adattamento cinematografico del celebre musical di Andrew Lloyd Webber, ispirato alla raccolta di poesie "Old Possum's Book of Practical Cats" (1939) di T.S. Eliot. Ma l'aggiunta di una trama spuria, la non eccezionale qualità degli arrangiamenti delle canzoni, e soprattutto l'inquietante resa in CGI dei personaggi (mezzi gatti e mezzi uomini, ma collocati in un ambiente iperrealistico e "in scala"), ne hanno decretato il completo insuccesso. Di fatto, l'unica cosa da salvare sono le (già note) canzoni, anche se non tutte sono interpretate in modo impeccabile (le migliori sono quella di Skimbleshanks con il tip tap, quella di Macavity – cantata in maniera trascinante da Taylor Swift nel ruolo di Bombalurina – e ovviamente la sempre commovente "Memory", cantata da Jennifer Hudson nel ruolo di Grizabella). Disturbanti e molto kitsch invece le scenografie e le coreografie, fastidiosa la fotografia ipercorretta, stereotipata la trama (spogliata di ogni poesia), infantili le caratterizzazioni dei personaggi, e discutibile – come detto – la resa grafica e visiva, che "appiccica" forzatamente i volti degli attori su ibridi umano-animale disgustosamente inquietanti (l'effetto "uncanny valley" è sempre in agguato). Come se non bastasse, per non "mancare" la data d'uscita della pellicola nelle sale, gli effetti al computer furono realizzati in fretta e furia e il film venne presentato con sequenze incomplete o mancanti, tanto da costringere la casa di distribuzione a rendere disponibile agli esercenti una nuova copia digitale da scaricare pochi giorni dopo, cosa mai accaduta prima per un film di tali proporzioni. Il regista Hooper (al secondo musical dopo "Les Misérables") ha confermato che gli effetti furono completati a sole poche ore dalla prima proiezione. Di fronte a questi problemi, le variazioni apposte al musical originale (la promozione di Victoria a personaggio centrale della storia; l'aggiunta di una nuova canzone a lei riservata, "Beautiful Ghosts"; la trasformazione di Old Deuteronomy da maschio a femmina) contano persino poco. La protagonista Hayward, danzatrice prestata al cinema, mostra sempre la stessa espressione (con occhioni sognanti) per tutto il film. Nel cast anche Laurie Davidson (Mr. Mistoffelees), Robbie Fairchild (Munkustrap), James Corden (Bustopher Jones), Ian McKellen (Gus), Jason Derulo (Rum Tum Tugger) e Rebel Wilson (Jennyanydots). La versione italiana alterna dialoghi doppiati e canzoni lasciate in originale con sottotitoli, risultando fastidiosa nelle transizioni (in "Evita" e in "Jesus Christ Superstar", per fare esempi di altri film tratti da musical di Lloyd Webber, era stato lasciato tutto con i sottotitoli). Colossale flop di pubblico e di critica (una famosa recensione recita: "It's the worst thing to happen to cats since dogs"), secondo alcuni potrebbe conquistarsi con gli anni la fama di cult movie (del genere "So bad it's good"): tutto è possibile, ma se accadrà sarà soltanto grazie al comparto musicale, che invita gli spettatori a cantare insieme agli attori.

30 ottobre 2020

La famosa invasione degli orsi in Sicilia (L. Mattotti, 2019)

La famosa invasione degli orsi in Sicilia
(La fameuse invasion des ours en Sicile)
di Lorenzo Mattotti – Francia/Italia 2019
animazione tradizionale
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Dal romanzo di Dino Buzzati (che ho letto e apprezzato da bambino), affascinante fiaba a sfondo morale ambientata in una Sicilia arcaica, immaginaria e fantastica, quando l'isola era piena di montagne e vi coesistevano uomini e animali parlanti, un film d'animazione diretto e illustrato dal grande disegnatore Lorenzo Mattotti, alla sua prima regia in un lungometraggio (dopo aver collaborato con un segmento nel 2007 al film collettivo "Peur(s) du noir"). La vicenda degli orsi che scendono dalle montagne in cerca di cibo e soprattutto di Tonio, il figlio del re Leonzio che è stato rapito dagli esseri umani per farlo esibire in un circo, comincia come una fiaba classica (ed è narrata infatti da un cantastorie), piena di animali antropomorfi ed elementi fantastici (il mago, i fantasmi, l'orco, il gigantesco gatto mammone...). Ma è la seconda parte, che giunge dopo l'apparente lieto fine, a dare alla vicenda il suo maggior peso, un ammonimento contro il vizio e la corruzione che può fare presa anche sulle creature più innocenti: dopo la vittoria, e vivendo a contatto con gli esseri umani, anche gli orsi si lasciano infatti contaminare dai loro difetti, a partire dalla sete di potere e di ricchezza. Ed ecco che l'utopia di pace e prosperità che sembrava regnare si corrompe attraverso delitti e tradimenti. Il film ha richiesto sei anni di lavoro: l'animazione è morbida, ma sono soprattutto i disegni – che si ispirano peraltro alle illustrazioni dello stesso Buzzati – a colpire per l'eleganza, l'astrattezza, la ricchezza cromatica e l'uso delle ombre, tutte caratteristiche del tratto di Mattotti anche nelle pagine dei suoi libri e fumetti, con alcuni riferimenti pittorici (Paolo Uccello, Giorgio De Chirico...) in aggiunta. Il cast vocale può contare su diverse star (quali Toni Servillo, Andrea Camilleri, Antonio Albanese e Corrado Guzzanti nella versione italiana; Jean-Claude Carrière, Leïla Bekhti e lo stesso Mattotti in quella francese).

17 agosto 2020

La morte ti fa bella (R. Zemeckis, 1992)

La morte ti fa bella (Death becomes her)
di Robert Zemeckis – USA 1992
con Meryl Streep, Bruce Willis, Goldie Hawn
**1/2

Rivisto in divx.

L'attrice Madeline Ashton (Meryl Streep) e la scrittrice Helen Sharp (Goldie Hawn), pur conoscendosi fin dall'infanzia, sono acerrime rivali sotto ogni aspetto. Helen, in particolare, detesta Madeline perché le ha rubato il fidanzato Ernest (Bruce Willis), un apprezzato chirurgo estetico che, dopo aver sposato la donna, è diventato un alcolizzato. Dal canto suo Madeline è ossessionata dalla bellezza perduta e dalla gioventù. Una pozione magica, fornita alle due donne dalla strega Lisle Von Rhoman (Isabella Rossellini), dona loro quello che desiderano più di tutto: una nuova giovinezza, accompagnata dalla vita eterna. Peccato che ciò vada preso alla lettera: non possono morire, per quanti danni facciano al loro corpo. E il conteso Ernest diventa ancora più prezioso, viste le sue abilità nel ritoccare il loro aspetto, "aggiustandole" e riverniciandole come se fossero due manichini. Black comedy dai toni grotteschi, la pellicola fece furore alla sua uscita per i rivoluzionari effetti digitali (ad opera della Industrial Light & Magic) che permettevano di mostrare la Streep con il collo torto e la Hawn con un buco nello stomaco. Si trattava della prima applicazione, almeno a questi livelli, di immagini generate al computer e integrate poi nel materiale filmato, riproducendo in maniera realistica particolari del corpo e della pelle degli attori ("Terminator 2", in precedenza, aveva dato "vita" soltanto a personaggi robotici o di metallo liquido). A livello di contenuti la storia è ironica e intrigante, anche se la satira dell'ossessione per l'aspetto fisico può apparire fin troppo esplicita e scontata (anche se siamo a Los Angeles!). Da apprezzare, comunque, il crescendo che fa virare il lungometraggio sempre più sul grottesco e la natura amorale, narcisistica e decadente delle due protagoniste, fra le quali Bruce Willis fa la figura del classico vaso di coccio. Isabella Rossellini è indimenticabile nel ruolo della strega seminuda. Sydney Pollack, non accreditato, appare brevemente nei panni di un medico. Nella scena della festa in casa di Lisle, fra le diverse celebrità che si suggerisce abbiano inscenato la propria morte, appaiono Marilyn Monroe, James Dean, Elvis Presley, Jim Morrison e Andy Warhol.

24 marzo 2020

Arcana (Giulio Questi, 1972)

Arcana
di Giulio Questi – Italia 1972
con Lucia Bosè, Maurizio Degli Esposti
**1/2

Visto in divx, per ricordare Lucia Bosè.

Nell'appartamento di un grande condominio alla periferia milanese, la signora Tarantino (Lucia Bosè), con la complicità del figlio (Maurizio Degli Esposti), si guadagna da vivere come maga, sensitiva e chiromante, attraverso sedute sia di gruppo (i cui partecipanti vanno "in trance") sia individuali. Forse è soltanto una ciarlatana. O forse ha davvero poteri arcani, come d'altronde li avevano i suoi antenati: di questo almeno è convinto il figlio, che si dedica a strani rituali personali nella propria stanza, mostra a sua volta di avere poteri di precognizione e telecinesi, e rimane ossessionato da Marisa (Tina Aumont), giovane cliente in cerca d'amore che torna ripetutamente a farsi predire il futuro... Il terzo film di Giulio Questi, scritto come sempre insieme al montatore Franco Arcalli, è una pellicola onirica, psichedelica e surreale, che perde via via la concretezza che la caratterizza all'inizio (i caseggiati con i bambini che giocano negli androni e sulle scale; le strade, ricolme di passanti curiosi; le poste e le banche, con la fila dei disabili che devono ritirare la pensione; le metropolitane, con gli operai intenti a scavare nuove gallerie, di una Milano moderna) per accogliere in sé l'ignoto, le tradizioni ancestrali delle comunità rurali e contadine, fenomeni di poltergeist, strani legami fra oggetti di uso comune... La signora Tarantino legge le mani, i tarocchi, i fondi di caffè, inventa quello che i suoi clienti vogliono sentirsi dire. Eppure sia lei che il figlio hanno anche delle premonizioni autentiche: e sogni e visioni, realtà e fantasia finiscono col mescolarsi, verso un finale misterioso e aperto. A condire il tutto non mancano sottotesti edipici e violenti, con alcune sequenze che ricordano Antonioni o Buñuel (le rane che escono dalla bocca della donna) o anticipano addirittura Lynch. Resta il dubbio se il tutto serva solo a stimolare la suggestione dello spettatore o se ci sia un messaggio di fondo, che potrebbe essere quello dell'alienazione dell'uomo contemporaneo, della mancanza di comunicazione diretta e della perdita delle proprie radici (individuali o collettive che siano), al di là della compenetrazione fra diversi piani di realtà. Come nella lettura dei tarocchi, ognuno può trovarci il significato che più si adatta a sé. D'altronde l'enigmatico cartello iniziale mette subito in guardia gli spettatori: "Questo film non è una storia. È un gioco di carte. Perciò non è credibile l'inizio né tanto meno il finale. Giocatori siete voi. Giocate bene e vincerete". La Bosè è bellissima ed elegante, il figlio (senza nome) davvero straniante, sadico e inquietante. Un film originale, bizzarro e particolare, girato con pochi mezzi e che godette di una scarsissima diffusione, tanto da essere considerato un "film maledetto": di fatto il regista, dopo di questo, si ritirò dal mondo del cinema e continuò a lavorare solo in televisione.

12 marzo 2020

Biancaneve e i sette nani (D. Hand, et al., 1937)

Biancaneve e i sette nani (Snow White and the Seven Dwarfs)
di David Hand, et al. – USA 1937
animazione tradizionale
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Rivisto in divx.

La bellezza della giovane principessa Biancaneve fa ingelosire la regina cattiva, sua matrigna, che ordina a un cacciatore di condurla nella foresta e di ucciderla. Ma l'uomo non ha il coraggio di portare a termine il compito: la fanciulla si rifugia così nel bosco, dove è accolta nella casa dei sette nani. Tramutatasi in strega grazie alla magia nera, la regina avvelena Biancaneve con una mela incantata: ma il "primo bacio d'amore" del principe azzurro la ridesterà dal sonno mortale. Fortemente voluto da Walt Disney in persona (che nel cartello introduttivo si sentì in dovere di ringraziare tutti i suoi dipendenti e collaboratori), supervisionato dal regista David Hand, con sequenze dirette da William Cottrell, Wilfred Jackson, Larry Morey, Perce Pearce e Ben Sharpsteen, "Biancaneve" è il primo lungometraggio d'animazione della Disney, che fino ad allora aveva sfornato soltanto corti: quelli dedicati a Mickey Mouse e Donald Duck, certo, ma anche la serie delle "Silly symphonies" (Sinfonie allegre), con suoni e immagini perfettamente abbinati, molti dei quali prendevano spunto da celebri fiabe e anticipavano dunque, nonostante la breve durata, i grandi capolavori che sarebbero seguiti. Non solo: "Biancaneve" è il primo lungometraggio interamente in animazione tout court (un'impresa che all'epoca molti addetti ai lavori ritenevano impossibile, convinti che l'interesse e l'attenzione degli spettatori non avrebbero mai potuto essere catturati per così tanto tempo da un film senza attori in carne e ossa), anche se bisogna precisare: stiamo parlando dell'animazione tradizionale con disegni su rodovetri, perché altrimenti il primato andrebbe a "Le avventure del principe Achmed" di Lotte Reininger, realizzato nel 1926 con la tecnica delle silhouette animate, o forse addirittura a due film (andati purtroppo perduti) dell'italo-argentino Quirino Cristiani, "El Apóstol" (1917) e "Sin dejar rastros" (1918), con ritagli di carta animati a passo uno. Di più: "Biancaneve" è il primo lungometraggio d'animazione interamente a colori, con visual spettacolari (ispirati in parte alle illustrazioni di Arthur Rackham, ma anche ai classici dell'espressionismo tedesco), eccellenti sfondi dipinti, un'animazione morbida e fluente, movimenti realistici, una credibile profondità di campo (grazie alla nuova camera multiplane) e persino occasionali effetti speciali che contribuiscono a "immergere" il pubblico nella vicenda.

Lasciando da parte i risvolti psicanalitici della fiaba originale dei fratelli Grimm, che non è il caso di affrontare in questa sede (ma che in parte sono conservati anche nel film, a differenza delle versioni edulcorate delle favole in molte pellicole disneyane successive), è da segnalare come la sceneggiatura, pur semplificando a tratti la vicenda, non glissi sui suoi elementi fondanti: si parla esplicitamente di oscurità e di morte, e sono presenti scene assai espressive e che fanno visceralmente paura (la fuga di Biancaneve nella foresta, con gli alberi che ghermiscono le sue vesti) od orrore (l'antro della strega, con il corvo e lo scheletro nella cella). La stessa regina è davvero inquietante, anche visivamente (nel suo aspetto originale è anche dotata di una notevole carica sexy che contrasta con le forme più morbide da adolescente, se non addirittura da bambina, della protagonista). E non dimentichiamo uno degli elementi "magici" più iconici e misteriosi, ovvero lo specchio che la regina consulta ogni giorno per soddisfare la propria vanità ("Specchio, servo delle mie brame: chi è la più bella del reame?"), dotato di volto parlante. Ma naturalmente ci sono anche ingredienti più leggeri, comici e romantici, in un intreccio azzeccato ed equilibrato (anche se forse la parte centrale riservata ai nani, con le sequenze del lavaggio delle mani o della danza, si trascina un po' troppo a lungo: e per fortuna che altre scene di questo tipo sono state tagliate, vedi sotto). Un mix che ha fatto la fortuna del film e ha indicato la strada sui cui proseguire e su cui si focalizzeranno i successivi lavori della casa di Burbank, a cominciare dalle spalle comiche (qui i nani, ma anche gli animaletti del bosco) e dalle canzoni (di fatto i film Disney, con poche eccezioni, saranno sempre dei musical). A intonare i brani è soprattutto Biancaneve (con canzoni celeberrime come "Impara a fischiettar" e "Il mio amore un dì verrà"), affiancata dal principe azzurro ("Oggi non ho che un canto") e ovviamente dai nani (la popolarissima marcetta "Ehi-Ho!" e la cosiddetta "Tirolese"). Nessuna canzone, invece, per la regina cattiva (nonostante in futuro proprio ai cattivi Disney saranno riservati alcuni dei brani più belli) e per il cacciatore, unici altri personaggi umani presenti nella storia. Il resto del "cast" è infatti composto solo da animali: quelli della foresta, che accompagnano Biancaneve comunicando con lei (e aiutandola nei lavori domestici!), più il cavallo bianco del principe, il corvo nero della strega, e i due avvoltoi.

La scelta di adattare una fiaba già nota anziché partire da un soggetto originale, e il successo che ne conseguirà, condizionerà non solo tutti i futuri film disneyani (dando vita nel dopoguerra, in particolare, al fortunato filone delle "principesse") ma contribuirà anche a caratterizzare lo stesso Walt Disney nell'immaginario collettivo come un moderno affabulatore e narratore di storie per grandi e (soprattutto) piccini. In fondo le fiabe, pur nella loro apparente semplicità, veicolano nella maniera più efficace le emozioni, le paure e i sentimenti primordiali, anche grazie all'ampio ricorso agli archetipi. Ecco perché il contesto storico e l'ambientazione della vicenda rimangono ambigui o generici. In che paese siamo? In che epoca? Di quale regno è principessa Biancaneve e regina Grimilde? (A proposito, il nome della regina cattiva – come d'altronde quelli del principe o del cacciatore, tutti archetipi appunto – non viene mai pronunciato nella pellicola: "Grimilde" le viene affibbiato soltanto nell'adattamento ufficiale a fumetti scritto da Merrill De Maris, disegnato da Hank Porter e Bob Grant e pubblicato sui quotidiani, e deriva probabilmente da Crimilde, versione tedesca della norrena Gudrun, un personaggio della saga dei Nibelunghi; da notare anche l'assonanza con la parola inglese "grim", ovvero "truce, torvo"). E il principe azzurro, da quale regno proviene? Il suo castello, nella scena finale, sembra trovarsi in mezzo alle nuvole: il che lascia intendere che si tratti di un luogo immaginario, e che il personaggio stesso (e l'infatuazione di Biancaneve) siano una metafora dell'amore e dell'avvento della vita sessuale adulta ("Someday my prince will come..."), con il crudele distacco dai genitori come corollario. Ops, avevo scritto che avrei lasciato da parte i risvolti psicanalitici, ma evidentemente quando si tratta di fiabe è impossibile ignorarli... Anche per questo, è pericoloso quando l'adattamento di una fiaba ne modifica gli elementi cardine (come avverrà in alcuni brutti remake moderni o nelle versioni live action che si sono viste di recente). Qui, per fortuna, le differenze con il testo originale sono poche e tendono per di più alla semplificazione: nella fiaba dei Grimm, per esempio, quello con la mela avvelenata era il terzo tentativo della regina di attentare alla vita di Biancaneve, dopo averci provato con una veste magica e un pettine stregato (che nel film non compaiono).

E parlando di differenze con la fiaba originale, veniamo ai sette nani. Eletti in tutto e per tutto a co-protagonisti della vicenda, tanto da condividere l'onore del titolo con Biancaneve, essi erano presenti anche nella versione dei fratelli Grimm, ma formavano un gruppo indistinto, senza personalità o nomi individuali. Disney sceglie invece di caratterizzarli separatamente e di dare un nome a ciascuno di loro (non fu il primo a farlo: l'idea proviene da una commedia di Broadway del 1912, trasposta poi in un film muto nel 1916 che l'allora quindicenne Walt ricorda di aver visto), contribuendo così a stagliarli indelebilmente nella memoria dello spettatore. Quelli che rimangono più impressi, anche perché protagonisti con maggiore frequenza di scene loro dedicate, sono indubbiamente Dotto (Doc), il leader del gruppo, con il suo pomposo farfugliare; Brontolo (Grumpy), sempre di cattivo umore, maldisposto verso Biancaneve perché teme le donne e le loro "arti subdole"; e Cucciolo (Dopey), il più giovane dei sette, che non parla "perché non ci ha mai provato". Completano il lotto Pisolo (Sleepy), Eolo (Sneezy), Gongolo (Happy) e il timido Mammolo (Bashful). Prima di scegliere i nomi e le relative personalità, Disney e i suoi collaboratori ne presero in considerazione più di cinquanta (siamo quasi di fronte agli antesignani dei Puffi)! Il numero sette, fra le altre cose, rimanda naturalmente ai sette vizi capitali, e in effetti le caratteristiche dei nani sembrano un distillato delle inclinazioni morali e universali dell'uomo (come l'ira o la pigrizia). Misteriose sono anche le loro età, quasi indefinibili: le lunghe barbe suggeriscono anzianità, eppure il loro comportamento è decisamente infantile (quando Biancaneve entra per la prima volta nella loro casa, pensa che sia abitata da bambini; e quando li rimprovera per avere le mani sporche, li tratta proprio come tali). Ma nella scena in cui pregano attorno alla bara di cristallo, sembrano una comunità di vecchi frati. Fa eccezione Cucciolo, caratterizzato in tutto e per tutto come un giovane monello, anche se è poi l'unico che richiede più volte a Biancaneve un bacio sulla bocca (gli altri si accontentano di essere baciati sulla "pelata" sotto il berretto). Infine, ci viene mostrato che i nani sono minatori: possiedono infatti una miniera di diamanti e altre gemme preziose, di cui però non è chiaro che cosa facciano: le pietre vengono semplicemente ammassate in un magazzino, la cui chiave è appesa fuori dalla porta alla mercé del primo che passa. Un'ultima considerazione: i nani sono figure classiche del folklore germanico e scandinavo, e oltre che nelle fiabe come quella dei Grimm sono presenti per esempio nell'Edda norrena (che, di converso, ha ispirato quelli che appaiono nelle saghe tolkeniane, per esempio ne "Lo hobbit", pubblicato nello stesso 1937). L'età avanzata, la professione di minatori e la vita isolata nei boschi ne fanno quasi una razza a parte, più simile agli gnomi che agli esseri umani.

Se Biancaneve è la prima di tante eroine Disney senza un padre (le figure paterne, salvo rare eccezioni – come Geppetto –, saranno essenzialmente assenti dalle pellicole disneyane fino al "Re leone" del 1994!), la regina/matrigna è la prima dei molti fortunatissimi villain della cinematografia animata, in questo caso due cattivi in uno: altrettanto memorabile della sua algida forma da sovrana, infatti, è quella decrepita e mostruosa da strega in cui si trasforma grazie alle sue arti oscure, una vera e propria megera con mani adunche e naso bitorzoluto che ricorda l'iconografia classica della befana. È degno di nota il fatto che, pur di avvicinare Biancaneve e consegnarle la mela, la perfida regina giunga a sacrificare (momentaneamente) la cosa alla quale tiene di più, ovvero la sua bellezza. Il grido di compiacimento "E ora la più bella sono io!", che Grimilde esclama nel momento in cui la fanciulla cade a terra avvelenata e lei pregusta il trionfo, è quasi paradossale: in quel momento a guardarla è tutt'altro che bella. E se poi, come si dice, la bellezza non è quella esteriore ma quella interiore, in quel momento la regina è priva sia dell'una che dell'altra. A punirla per i suoi delitti – anche in questo ci si discosta dalla fiaba dei Grimm – saranno i nani, richiamati dagli animaletti del bosco, che inseguiranno la strega sotto la pioggia con armi e bastoni (in una delle rare scene in cui non recitano ruoli buffi ma appaiono invece decisi e minacciosi), ma anche il destino, che la farà precipitare in un burrone mentre si apprestava a smuovere un enorme masso per scagliarlo sui suoi inseguitori. A chiudere il film, infine, c'è l'iconica scena del bacio del principe che risveglia la fanciulla distesa nella sua bara di cristallo (prefigurando ciò che accadrà a un'altra eroina Disney, l'Aurora de "La bella addormentata nel bosco"). Anche la magia nera, infatti, ha le sue regole, e il veleno usato dalla strega (che rende la mela di un rosso scarlatto vivissimo e innaturale, grazie anche al Technicolor) non procurava semplicemente la morte ma solo un sonno apparente che il "primo bacio d'amore" può dissolvere. Eppure, nelle prime fasi di progettazione del film si era pensato a un approccio comico anche per gli altri personaggi (come il principe o la regina), prima di riservarlo ai soli nani. Se Disney era partito da subito con l'idea di rendere questi ultimi i veri protagonisti della pellicola, la scelta di spostare il focus sul conflitto fra Biancaneve e la matrigna costrinse gli animatori ad eliminare alcune sequenze (già completate!) con i sette nani, come quella in cui mangiano la zuppa preparata da Biancaneve (che avrebbe dovuto seguire la scena, rimasta nella pellicola, in cui si lavano prima di andare a tavola).

La lunga e difficile lavorazione richiese quasi quattro anni (dall'inizio del 1934, quando – come racconta un celebre aneddoto – Walt Disney "recitò" l'intero film a voce, mimando tutti i personaggi, davanti al suo staff, fino al dicembre 1937, quando la pellicola ormai completata venne proiettata in anteprima al Carthay Circle Theatre di Los Angeles, per poi essere finalmente distribuita nelle sale di tutto il mondo – Italia compresa – nel corso del 1938) e coinvolse gran parte degli animatori che a quei tempi lavoravano negli studi Disney (situati a Hollywood, in Hyperion Avenue, e non ancora a Burbank). Scorrendo i credits – posti a inizio film, come si usava allora, e non alla fine – si riconoscono infatti molti nomi noti o destinati a diventarlo: per esempio Samuel Armstrong fra i disegnatori dei fondali, Merrill De Maris, Earl Hurd e Ted Sears fra gli autori degli storyboard, Hamilton Luske, Fred Moore, Vladimir "Bill" Tytla e Norman Ferguson fra i supervisori dell'animazione, James Algar, Art Babbitt, Les Clark, Bill Roberts, Frank Thomas, Ward Kimball, Grim Natwick e Woolie Reitherman fra gli animatori. Dei registi ho già detto sopra, mentre i character designer sono Albert Hurter e Joe Grant, i concept artist Ferdinand Hovarth e Gustaf Tenggren, e la colonna sonora (nominata all'Oscar) è firmata da Frank Churchill (per le canzoni), Leigh Harline e Paul J. Smith. La pellicola venne distribuita dalla RKO (la Buena Vista, la casa di distribuzione della stessa Disney, non esisteva ancora). Per la sua realizzazione furono necessarie ingenti risorse e anche un notevole progresso tecnologico, evidente dalla fluidità dell'animazione e dalla maestria tecnica che rimarrà a lungo ineguagliata (persino fra i lungometraggi della stessa Disney: l'unico, di quelli immediatamente successivi, che ci si avvicina è "Pinocchio"). Per i personaggi umani (Biancaneve, il principe, la regina e il cacciatore), allo scopo di ottenere un maggior realismo, in alcune scene si scelse di ricorrere alla tecnica di animazione rotoscope, che consiste nel "ricalcare" le movenze filmate di un attore in carne e ossa. La modella per Biancaneve, in particolare, fu la ballerina quindicenne Marge Belcher (la voce originale, invece, è quella della cantante italo-americana Adriana Caselotti, allora diciannovenne, la cui carriera paradossalmente ne risentì perché lo stesso Walt Disney non volle che la sua voce venisse più utilizzata successivamente in altre produzioni "per non rovinare l'illusione di Biancaneve").

Nonostante in molti, compreso suo fratello Roy e sua moglie Lillian, spaventati dal costo del film (dieci volte superiore a quello di un normale cartone animato), avessero cercato di dissuaderlo da un'impresa che altri produttori hollywoodiani consideravano "una follia", Disney riuscì alla fine nel suo intento. E la pellicola riscosse uno strepitoso successo di pubblico (per qualche tempo fu il film con il maggior incasso di sempre, superato poi da "Via col vento" un paio d'anni più tardi) e di critica (tanto che Walt ricevette, dalle mani di Shirley Temple, un Oscar alla carriera che consisteva in una statuetta di dimensioni normali attorniata da sette statuette in miniatura). Di fatto contribuì ad aumentare il prestigio della Disney, proiettandola definitivamente al di sopra di tutte le case concorrenti che lavoravano nel campo dei cartoni animati. Amatissimo da Sergej Eisenstein (che lo definì "il più grande film mai realizzato") e da Charles Chaplin, il lungometraggio spinse la MGM a mettere in cantiere "Il mago di Oz" e i fratelli Fleischer a produrre a loro volta un film d'animazione, "I viaggi di Gulliver". E naturalmente convinse definitivamente Disney che quella dei lungometraggi era la strada giusta: grazie anche ai ricchi proventi della pellicola, che consentirono di finanziare i nuovi studios di Burbank, negli anni seguenti (dal 1940 al 1942) uscirono "Pinocchio", "Fantasia", "Dumbo" e "Bambi", che insieme a "Biancaneve" compongono il gruppo dei big five, i primi cinque "classici Disney", prima che la guerra e la crisi economica spingessero lo studio a ripiegare su più economiche compilation di corti (i lungometraggi veri e propri torneranno soltanto nel 1950 con la seconda principessa, "Cenerentola"). Rieditato e ridistribuito nelle sale cinematografiche a intervalli regolari, all'epoca della sua uscita in Italia il film godette di una localizzazione con i titoli, i cartelli e persino le scritte (come quelle sui letti dei nani) nella nostra lingua. In occasione della riedizione del 1972, il film fu interamente ridoppiato perché la versione originale del 1938 era considerata troppo datata e infarcita di dialoghi eccessivamente aulici. Fra le curiosità del ridoppiaggio: nel 1938 il cacciatore ingannava la regina portandogli il cuore di un capretto, nel 1972 quello di un cinghiale (in originale era di un maiale!). Alla sua uscita il film fece molta impressione, fra gli altri, anche sul giovane disegnatore veneziano Romano Scarpa, che nel corso della sua carriera pubblicherà poi su "Topolino" diversi sequel a fumetti in cui si immagina che la strega cattiva sia sopravvissuta alla caduta nel burrone.

10 marzo 2020

Il volto (Ingmar Bergman, 1958)

Il volto (Ansiktet)
di Ingmar Bergman – Svezia 1958
con Max von Sydow, Ingrid Thulin
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Rivisto in divx, per ricordare Max von Sydow.

A metà Ottocento, la "compagna medico-ipnotica" itinerante del dottor Vogler (Max von Sydow) – che comprende anche la sua moglie e assistente Manda (Ingrid Thulin), il prestigiatore Tubal (Åke Fridell) e una vecchia "strega" che vende pozioni magiche (Naima Wifstrand) – giunge in una cittadina, dove è accolta dai notabili del luogo. Il console Egerman (Erland Josephson) ha infatti deciso di ospitarli in casa propria perché ha fatto una scommessa con il medico Vergerus (Gunnar Björnstrand) sull'esistenza o meno del soprannaturale: il primo ci crede, così come sua moglie Ottilia (Gertrud Fridh), che intende chiedere a Vogler di lenire con i suoi poteri animistici e magnetici il proprio dolore per la recente scomparsa di una figlia; il secondo invece è scettico, convinto che in natura nulla sia inesplicabile. Dopo una notte movimentata in cui i membri della compagnia "fraternizzano" in vari modi con la servitù (e non solo) del palazzo, il giorno dopo lo "spettacolo magico" si tramuta in una forte umiliazione per Vogler e compagni: ma l'uomo saprà vendicarsi, fingendo di tornare dalla morte e fornendo per un attimo un'esperienza unica al medico scettico. Una pellicola misteriosa e bizzarra, tutta giocata sulla dicotomia fra verità e finzione (o "sull'illusione dell'arte e sul suo rapporto con il potere"). Manda dice all'inizio: "L'inganno è così univeralmente diffuso che dire la verità significa farsi tacciare da bugiardi". E in effetti, a prima vista, la compagnia del dottor Vogler sembra costituita solo da impostori, dediti all'inganno sia a livello di azioni che di aspetto: Vogler stesso indossa una barba finta e si trucca il volto, oltre a fingere di essere muto. Manda viaggia in abiti maschili ("per far perdere meglio le nostre tracce se siamo nei guai") e, pur ammettendo di far parte di un gruppo di ciarlatani, rimpiange la cosa: "Se solo una volta potessi dire che e vero...". Ma l'inganno domina anche gli altri personaggi, che mentono a sé stessi anche quando si impuntano nei rispettivi ruoli: Vergerus è lo scienziato razionalista e positivista, il console e sua moglie lasciano una porta aperta all'immateriale (o almeno fingono di farlo, perduti nei miti del romanticismo e negli inganni della propria relazione), memtre il capo della polizia (Toivo Pawlo), quale rappresentante dell'ordine, sembra indifferente alla questione e si preoccupa soltanto di non lasciarsi sfuggire di mano la propria autorità. Persino fra la servitù, benchè a livello più schietto e meno ipocrita, serpeggiano pose e finzioni: dalla servetta Sara (Bibi Andersson), che amoreggia con il giovane cocchiere Simson (Lars Ekborg), a sua volta fintamente spavaldo, alla capocuoca Sofia (Sif Ruud), che seduce Tubal, passando per l'attore ubriacone Johan (Bengt Ekerot: cosa c'è di più ingannevole della sua professione?) e lo stalliere Antonsson (Oscar Ljung), vittima della propria immaginazione. La fotografia espressionista di Gunnar Fischer e gli accurati primi piani della regia di Bergman indagano questi e altri personaggi con interesse quasi antropologico, mettendone in luce paure e contraddizioni: e il film non ci risparmia nemmeno alcune sequenze davvero suggestive e "magiche", come l'attraversamento iniziale del bosco, la notte di tempesta, e la scena in soffitta quando Vogler, grazie a ombre e specchi, tormenta Vergerus prima di svelarsi per quello che è nel finale. Ispirato forse a un testo teatrale di G. K. Chesterton ("Magic"), il film vinse il Leone d'argento alla Mostra di Venezia.