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21 gennaio 2023

The outfit (Graham Moore, 2022)

The Outfit (id.)
di Graham Moore – GB/USA 2022
con Mark Rylance, Zoey Deutch
**

Visto in TV (Now Tv).

Nella Chicago degli anni cinquanta, un sarto di origine inglese (Mark Rylance) consente a una banda di gangster di usare la propria bottega come copertura per lo scambio di messaggi e informazioni. Ma quando la banda, impegnata in un regolamento di conti con un gruppo rivale, viene informata che fra di loro si nasconde una spia, le cose si complicano. E i vari banditi cominciano a sospettarsi fra di loro, mentre il sarto, umile e sottovalutato da tutti, nonché dal passato misterioso, inizia a manipolarli dietro le quinte, sfruttandone le rivalità sotterranee... Ambientato tutto in una notte e tutto all'interno del negozio del sarto (anzi, "tagliatore", come lui si definisce), il film segna l'esordio come regista di lungometraggi per Graham Moore, già sceneggiatore ("The imitation game"). Nonostante la collocazione spaziale e temporale così ridotta, i twist e i colpi di scena non mancano: ma la pellicola, pur dall'aspetto elegante, comincia ben presto ad apparire meccanica e persino prevedibile, senza vere emozioni. Non aiutano le caratterizzazioni semplicistiche e il fatto che le innumerevoli svolte e le decisioni dei personaggi non siano sempre credibili, e pure i continui riferimenti metaforici al mestiere di sartoria sembrano girare a vuoto. Alla fine l'impressione è quella di aver assistito a un "Le iene" dei poveri: ma in fondo ci si può accontentare, basta non attendersi di essere scossi da qualcosa di epocale. Zoey Deutch è la segretaria del sarto. Nel cast Dylan O'Brien (il figlio del boss), Johnny Flynn (il suo braccio destro), Simon Russell Beale (il boss irlandese), Nikki Amuka-Bird (il capo della gang rivale). Il titolo non si riferisce a un capo di vestiario, ma al nome di un'organizzazione criminale, una sorta di sindacato globale, fondata nientemeno che da Al Capone. Curiosamente, nel 1973 era uscito un altro gangster movie con il medesimo titolo (in italiano "Organizzazione crimini").

6 luglio 2022

Margin call (J.C. Chandor, 2011)

Margin call (id.)
di J.C. Chandor – USA 2011
con Kevin Spacey, Zachary Quinto
***

Visto in TV (Now Tv).

Quando un giovane analista del rischio (Zachary Quinto), studiando i dati raccolti da un collega appena licenziato (Stanley Tucci), si rende conto che il mercato dei mutui subprime sta per crollare e lo comunica al suo superiore (Paul Bettany), questi mobilita a sua volta il proprio capo (Kevin Spacey) e, risalendo la catena di comando, si arriva al grande boss (Jeremy Irons) della potente società di trading per la quale lavorano, una banca d'investimenti di Wall Street. In una drammatica riunione notturna, tutti si rendono conto che la loro stessa società è troppo esposta per reggere l'urto dell'imminente crisi. Viene così presa la decisione di svendere ad ogni costo, già l'indomani mattina, tutti i titoli tossici in loro possesso, senza preoccuparsi delle conseguenze sugli ignari acquirenti. Thriller notturno e corale su temi economici, sceneggiato dallo stesso regista (all'esordio nel lungometraggio) e ispirato alla grande crisi del 2008 (la società di trading nel film non viene mai nominata, ma è chiaramente modellata sulla Goldman Sachs). Ambientato nell'arco di sole 24 ore, rende interessante un argomento (per me) "fumoso" come il mercato finanziario, popolato da yuppie cinici e spregiudicati e da scambi di denaro e azioni spesso del tutto "virtuali" (gli stessi personaggi commentano amaramente come, molti di essi, abbiano lasciato professioni e lavori che producevano qualcosa di "tangibile", quali ponti o razzi, per dedicarsi all'analisi di numeri su uno schermo da cui però dipendono le vite e i destini di molte persone). "Se fossi rimasto a zappare la terra, ci sarebbe qualcosa di tangibile a testimoniarlo", dice uno di loro. Fra decisioni difficili, crisi personali, compromessi morali e riflessioni sul capitalismo (o meglio, sulla sopravvivenza delle grandi corporazioni, anche a scapito del bene comune), la pellicola si concentra sui dialoghi e gli scontri fra personaggi non privi di tratti umanizzanti (vedi il dolore di Kevin Spacey per la morte del suo cane). Visti i temi esistenzialisti, e fatte le dovute distinzioni, siamo più dalle parti del "Cosmopolis" di Cronenberg che da quelle de "La grande scommessa" di McKay (per citare altre due ottime pellicole recenti sull'argomento). Ottimo il cast, che comprende anche Simon Baker, Demi Moore e Penn Badgley. Nomination agli Oscar per la sceneggiatura.

5 ottobre 2021

The guilty (Antoine Fuqua, 2021)

The Guilty (id.)
di Antoine Fuqua – USA 2021
con Jake Gyllenhaal, Christina Vidal
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Mentre Los Angeles è preda al caos e le sue colline sono scosse dall'emergenza incendi, Joe Baylor (Gyllenhaal), poliziotto caduto in disgrazia e sotto processo per abuso della forza, deve affrontare un difficile turno di notte come operatore del 911, il centralino delle emergenze. E quando viene chiamato da una donna che afferma di essere stata rapita dall'ex compagno (e che gli telefona fingendo di stare parlando con la figlia), si prende personalmente a cuore la missione di salvarla. Anche perché ci sono di mezzo dei bambini, e Joe, fra una miriade di problemi personali, corre anche il rischio di perdere ogni rapporto con la propria figlioletta... Il messaggio, un po' banale, è "Chi soffre salva chi soffre". Remake del film danese "Il colpevole - The Guilty" di Gustav Möller, del 2018: un one-man-show che si svolge praticamente tutto in un unico ambiente (il centralino del 911) e con un solo attore (più una manciata di comparse intorno a lui) che comunica con il mondo esterno attraverso microfono e computer, mentre la vicenda è narrata esclusivamente per mezzo delle voci degli altri personaggi. L'idea è buona, anche se non certo nuova (basti pensare, in tempi recenti, al ben più riuscito "Locke"): peccato che la meccanica sia melodrammatica, la sceneggiatura abbia diversi buchi logici e la caratterizzazione sia snervante e problematica, con un protagonista sempre nervoso, collerico e impulsivo, a cui nessuno dice mai niente con chiarezza. Il tutto solo per fare andare avanti la storia e per giustificare il colpo di scena a metà pellicola, peraltro non imprevedibile. Aggiungiamoci un doppiaggio dei personaggi secondari non proprio eccellente, che per un film basato solo su dialoghi e voci non è certo il massimo (ah, se lo avessero doppiato negli anni 70/80, quando la qualità dei doppiatori italiani era ben diversa!): in originale le voci sono, fra gli altri, di Ethan Hawke, Riley Keough, Paul Dano e Peter Sarsgaard. In ogni caso, è un film evidentemente girato al risparmio (cachet del protagonista a parte). Regia mediocre.

10 giugno 2021

Mystery train (Jim Jarmusch, 1989)

Mystery Train - Martedì notte a Memphis (Mystery Train)
di Jim Jarmusch – USA 1989
con Youki Kudoh, Nicoletta Braschi
***

Visto in TV (Prime Video), in originale con sottotitoli.

Diversi personaggi (provenienti da varie parti del mondo) si ritrovano a Memphis, in Tennessee, e finiscono col pernottare nello stesso albergo. Diviso in tre parti distinte (ciascuna con un proprio titolo), il quarto lungometraggio di Jarmusch prosegue la sua esplorazione dell'America di provincia, pigra e desolata, vista dal di dentro ma anche dal di fuori (con gli occhi, cioè, di stranieri) e con il suo consueto minimalismo, attraverso atmosfere al tempo stesso realistiche, stranianti e surreali. E pur se lo stile è completamente diverso, col senno di poi sembra in molte cose un precursore di "Pulp fiction": storie parallele che si intersecano (sia pur debolmente), cronologia sfasata (con occasionali scene o momenti che si ripetono), dialoghi "liberi" e realistici su argomenti quotidiani o di cultura pop, vicende criminali. Da apprezzare, come dicevo, il bizzarro ma divertente scarto culturale nelle interazioni fra personaggi che provengono letteralmente da altre parti del pianeta e si ritrovano, come naufraghi da un mondo distante ("Lost in space"), sperduti a Memphis e ospiti nel suo albergo vecchio e cadente, le cui stanze tutte uguali (e dallo stesso prezzo) sono prive di televisione ma con un immancabile ritratto di Elvis Presley alle pareti. Proprio "il re", naturalmente, aleggia con la sua figura in ogni momento della pellicola. Nel primo episodio, "Lontano da Yokohama", una coppia di fidanzatini giapponesi (Masatoshi Nagase e Youki Kudoh) giunge in città in treno per visitare i luoghi simbolo del cantante e della sua musica. Nel secondo, "Il fantasma", una giovane vedova italiana (Nicoletta Braschi), costretta a farvi scalo per una notte, incontra il suo spettro. Nel terzo, "Perduti nello spazio", un operaio inglese (Joe Strummer) che ha perso il lavoro e la ragazza nello stesso giorno, e che è soprannominato proprio Elvis dagli amici per via della sua acconciatura, rapina un negozio di liquori. Oltre a personaggi ricorrenti che le legano l'una all'altra, le tre storie hanno in comune diversi elementi (l'accendino Zippo, la canzone "Blue moon" ascoltata alla radio nel cuore della notte) e sono unite anche stilisticamente dalla fotografia di Robby Müller (che enfatizza, per esempio, il colore rosso: l'abito del concierge dell'albergo, la valigia dei fidanzati giapponesi, il rossetto con cui giocano, il vestito e la borsa di Luisa, il pickup con cui Johnny/Elvis e i suoi due amici fuggono). La musica è di John Lurie, la voce dello speaker radiofonico è di Tom Waits (entrambi avevano recitato, insieme alla Braschi, nel precedente film di Jarmusch, "Daunbailò"). Il cast comprende anche Elizabeth Bracco (Dee Dee, la ragazza di Johnny), Steve Buscemi (il barbiere Charlie, suo fratello), Rick Aviles (Will Robinson), Tom Noonan (il tipo strambo che Luisa incontra nel bar), Screamin' Jay Hawkins e Cinqué Lee (rispettivamente il portiere notturno e il facchino dell'albergo). Cameo per Rufus Thomas (l'uomo nella stazione che chiede ai due giapponesi di fargli accendere il sigaro). Il titolo del film, oltre a far riferimento al treno delle scene iniziali e finali, è ovviamente lo stesso di una canzone di Elvis.

18 febbraio 2021

Malcolm & Marie (Sam Levinson, 2021)

Malcolm & Marie (id.)
di Sam Levinson – USA 2021
con John David Washington, Zendaya
**

Visto in TV (Netflix).

Di ritorno nella loro casa hollywoodiana dopo l'anteprima del suo primo film da regista, il cineasta Malcolm (Washington) e la sua musa e compagna Marie (Zendaya) hanno una lunga discussione, a metà fra il litigio e la messa in chiaro dei rispettivi sentimenti, che parte dalla delusione di lei per non essere stata citata nel discorso di ringraziamento (cosa ancor peggiore perché la protagonista del film è ispirata alla sua vita) e prosegue attraverso rancori, tensioni represse e punti di vista sull'arte, la vita e la relazione amorosa. Pubblicizzato dal reparto marketing di Netflix come "la prima pellicola girata durante l'epidemia di Covid-19", il film appartiene alla categoria di quelli con solo due attori che si muovono in un unico ambiente e praticamente in tempo reale (lo spazio di una notte): si potrebbe dire di impostazione teatrale (nulla vieterebbe di interpretarlo su un palcoscenico), se non fosse per le velleità autoriali – cinematograficamente parlando – del regista/sceneggiatore Sam Levinson: la fotografia sgranata in bianco e nero, l'utilizzo dei long takes, le citazioni e i rimandi cinefili (a cominciare dal Godard de "Il disprezzo" e dal Nichols di "Chi ha paura di Virginia Woolf?"), persino i titoli di testa vecchio stile (ma resi poi ridondanti dal fatto che i credits sono ripetuti anche alla fine). Ma tutto risulta un po' pretestuoso e, dunque, dona pretenziosità all'insieme: di fatto il film è verboso, incapace di rendere davvero interessanti questi personaggi, mentre nella scrittura c'è probabilmente molto di autobiografico (come nelle "tirate" di Malcolm contro i critici cinematografici, che a suo dire sono ossessionati dalle letture politiche e dai "messaggi" insiti anche nelle scelte puramente artistiche: punto su cui in parte ha anche ragione, se non fosse che la sua è una prospettiva puramente creativa e non tiene conto di chi è dall'altro lato dello schermo e ha tutto il diritto di vedere in un film qualcosa che il suo autore non ci aveva messo), col risultato che i dialoghi appaiono fin troppo "scritti", mai spontanei o realistici come forse era nelle intenzioni. Anche se non mancano sequenze che si lasciano ricordare (per merito più che altro degli attori), concludiamo la pellicola chiedendoci perché abbiamo dovuto condividere quasi due ore poco coinvolgenti con questi due personaggi che passano da una litigata a un momento di chiarimento senza un motivo, in un contesto forzato e generico, fra sfoggi di cinefilia fine a sé stessa e il maldestro tentativo di affrontare temi d'attualità (il razzismo a Hollywood). Probabilmente è un film che avrebbe avuto più senso se fosse uscito cinquant'anni fa.

31 gennaio 2021

Eyes wide shut (Stanley Kubrick, 1999)

Eyes wide shut (id.)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1999
con Tom Cruise, Nicole Kidman
***1/2

Rivisto in DVD.

Dopo nove anni di matrimonio, il rapporto fra il giovane medico Bill Harford (Tom Cruise) e la sua bella moglie Alice (Nicole Kidman) si trascina ormai nella noia e nella prevedibilità. L'uomo – cui peraltro non mancano tentazioni adulterine – dà per scontata la fedeltà della moglie, e rimane scosso quando lei gli confida di essere stata lì lì per tradirlo. In una notte in cui vaga sperso per la città, Bill si introduce clandestinamente (e avventatamente) in una festa esclusiva dove una misteriosa setta ha organizzato un'orgia in costume dai connotati quasi religiosi... L'esperienza si rivelerà più pericolosa del previsto ma l'uomo ne uscirà indenne, anche se non tutto si chiarirà il giorno successivo, quando farà ritorno al focolare domestico. L'ultimo film di Stanley Kubrick (che morì tre mesi prima della sua uscita in sala, e solo sei giorni dopo aver consegnato il montaggio finale) esplora i desideri sessuali, le curiosità e le tentazioni più o meno inconsce di una coppia alto-borghese. Tratto dal racconto "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler (co-sceneggiato con Frederic Raphael), ne sposta l'ambientazione dalla Vienna di inizio Novecento alla New York di fine secolo: una trovata geniale, perché c'è un evidente parallelo fra le due città a cento anni di distanza, entrambe centri culturali ed edonistici delle rispettive epoche, luoghi di attrazione ideali per mettere in scena un viaggio notturno nelle fantasie e nei sogni ad occhi aperti, come suggerisce già il titolo (che gioca a capovolgere l'espressione "eyes wide open", "occhi spalancati": una possibile traduzione italiana poteva essere "occhi spalanchiusi") nonché il dialogo fra i due personaggi nel finale, quando ringraziano il destino "per averci fatto uscire senza alcun danno da tutte le nostre avventure, sia da quelle vere che da quelle solo sognate. E nessun sogno è mai soltanto sogno". Lei si chiama Alice, ma a fare un viaggio in un pericoloso "paese delle meraviglie" popolato da strane creature (gli uomini e le donne mascherate alla festa, ma non solo) è soprattutto lui, il vero protagonista della pellicola. Il romanzo di Schnitzler era ambientato durante il Carnevale (il che spiega le maschere veneziane), mentre qui siamo sotto Natale: ma il tema del mascheramento e della finzione è essenziale per la trama, come la contrapposizione fra sogno/fantasia e realtà).

Al di là dei generi in cui alcuni critici hanno provato a inscatolarlo (il thriller erotico o quello psicologico), il film – unico in sé stesso come quasi tutti i lavori di Kubrick – si dipana sul filo di un mistero quasi polanskiano ma anche dell'odissea notturna di un protagonista che entra in contatto con mondi a lui sconosciuti eppure così vicini (fra i membri della élite che partecipano alla festa ci sono sue conoscenze, come il ricco amico e cliente Ziegler). Mentre vaga accompagnato dall'ossessiva immagine, prodotta dalla sua mente, della moglie che amoreggia con uno sconosciuto, Bill avrà tre diverse occasioni/tentazioni di compiere atti di infedeltà (con Marion, la figlia di un suo paziente morto che all'improvviso e inaspettatamente gli dichiara il proprio amore; con Domino, una prostituta che lo abborda per strada e lo conduce in casa sua; e con la figlia minorenne del proprietario del negozio di costumi dove affitta la maschera per andare alla festa), cui resiste non sempre per sua ferma volontà, fino a giungere nella villa fuori città dove si svolge l'orgia. Qui verrà scoperto e smascherato, prima che una misteriosa donna (la cui identità forse sarà chiarita successivamente, o forse no) si "sacrifichi" per consentirgli di uscirne indenne ("Lucky to be alive", recita il titolo di un giornale la mattina successiva). "L'importante è che ora siamo svegli", gli dice Alice, fresca di una nuova comprensione del loro rapporto, che ha superato la noia e le convenzioni (nelle prime scene i due quasi non si guardano, nemmeno quando sono nudi in bagno l'una di fronte all'altro o si baciano davanti allo specchio). Se "il matrimonio rende l'inganno una necessità per le due parti", come afferma il gentiluomo ungherese che balla con Alice a casa di Ziegler (menzogne, finzioni e messinscene, come detto, sono un filo conduttore di tutto il film), la soluzione per recuperare l'intesa sincera fra i due coniugi è soprattutto una: "scopare". Il sesso può dunque essere elemento di frizione (se spogliato dagli aspetti di complicità e condivisione) ma anche di armonia all'interno di una coppia che impara a confidarsi a vicenda i propri sogni e le proprie fantasie, prendendole per quello che sono. E superando così paure e desideri inconsci (legati a questioni di fedeltà: sarà un caso, o uno scherzo del destino, che "Fidelio" è la parola d'ordine con cui Bill ha accesso – ma da solo, senza la moglie – a un mondo di trasgressione?).

Nonostante la grande attesa (dapprima perché si trattava del nuovo lavoro di un regista che mancava dalle sale da 12 anni, durante i quali aveva valutato diversi progetti non portati a termine, il più celebre dei quali era l'"A.I." poi passato a Spielberg; e in seguito perché, dopo la sua morte, era improvvisamente diventato l'ultimo tassello di una filmografia eccezionale), il film ebbe inizialmente un'accoglienza controversa, in particolare negli Stati Uniti, dove la censura aveva fatto "coprire" con artefatti digitali alcune delle nudità nella scena dell'orgia. Come per tutte le pellicole di Kubrick, però (da "Lolita" ad "Arancia meccanica", da "Shining" a "Full metal jacket"), il tempo ne ha accresciuto la fama e la considerazione sotto tutti i punti di vista. Pur tenendo conto del fatto che un autore così perfezionista avrebbe probabilmente modificato ulteriori elementi prima della definitiva uscita nelle sale (il lavoro di post produzione era ancora in corso, in particolare per quanto riguardava il montaggio sonoro e la color correction: la donna mascherata che "salva" Bill durante la festa, per esempio, fu doppiata da Cate Blanchett quando il regista era già morto perché l'attrice inglese Abigail Good non aveva un accento abbastanza americano), lo stile appare compiuto e curato in tutti i particolari, dall'eleganza delle inquadrature ai movimenti di macchina (con l'utilizzo dell'amata steadicam), dalla direzione degli attori alla scelta della musica (la colonna sonora di Jocelyn Pook, con le sue inquietanti sonorità esotiche nei brani durante la festa, è integrata dal valzer n. 2 di Shostakovich, sui titoli sia di testa che di coda, e dalla "musica ricercata" per piano di Ligeti). Cruise e la Kidman, che all'epoca erano marito e moglie, sono bravi e magnetici, anche se a tratti sembrano quasi intimoriti. E il doppiaggio italiano dà a lui una voce (quella di Massimo Popolizio) dal timbro forse un po' troppo giovanile. Nel cast anche Sydney Pollack (Ziegler), Sky du Mont (il gentiluomo ungherese), Marie Richardson (Marion), Rade Šerbedžija (Milich, il proprietario del negozio di costumi), Leelee Sobieski (sua figlia), Vinessa Shaw (Domino) e Fay Masterson (Sally). Todd Field è Nick Nightingale, l'amico pianista che suona con gli occhi bendati (eyes wide shut!). Una curiosità sul cognome del protagonista: Harford è la contrazione di Harrison Ford, il tipo di attore che Kubrick aveva immaginato per la parte.

25 novembre 2020

La strada (Karl Grune, 1923)

La strada (Die Straße)
di Karl Grune – Germania 1923
con Eugen Klöpfer, Aud Egede-Nissen
**

Visto su YouTube.

Attratto dai divertimenti e dalle promesse tentatrici della città notturna, un uomo esce di casa – mentre la moglie gli stava preparando la cena! – e si avventura nella strada affollata di persone, automobili e carrozze. Verrà abbordato da una prostituta, portato a ballare in un locale notturno, "spennato" in una partita a carte e persino coinvolto in un delitto, salvandosi dall'accusa di omicidio solo perché il vero assassino sarà tradito dal suo figlioletto. Infine, al termine di una notte tempestosa, alle prime luci dell'alba farà ritorno, pentito, al focolare domestico. Appartenente alla corrente dell'espressionismo tedesco (anche se le scenografie sono più realistiche), questo film muto – caratterizzato visivamente dall'uso marcato di luci e ombre, sovrimpressioni (la donna con la faccia da teschio che si ispira forse a "Von morgens bis mitternachts" di Karlheinz Martin, l'immagine della moglie che il protagonista vede attraverso la fede nuziale) ed effetti ottici (l'inquadratura della sala da ballo che rotea, a simulare l'euforia dell'osservatore) – è il capostipite di un piccolo filone cinematografico, i cosiddetti "Straßenfilme" ("Film della strada"), prodotti nella Repubblica di Weimar negli anni venti, che avevano come filo conduttore proprio le disavventure di esponenti della piccola e media borghesia attratti dalle tentazioni della grande città, dalla vita notturna e peccaminosa e dalla modernità, "pericoli istintivi al di fuori della loro casa sicura", che affrontavano "con fascino, ma anche paura". Da notare le insegne luminose e serpeggianti (il serpente è ovviamente simbolo di tentazione) che invitano a entrare nei locali di ballo, nonché il cartello dell'optometrista con un paio di occhi che si accendono e si spengono, e che sembrano scrutare il protagonista, mettendolo a disagio, come se la strada stessa fosse "viva" e lo osservasse. Eugen Klöpfer è l'impacciato protagonista, che gira sempre comicamente con l'ombrello come a volersi proteggere dalla tempesta che sta per investirlo. Lucie Höflich è la moglie, Aud Egede-Nissen la prostituta, Anton Edthofer il ruffiano (forse suo marito?), Leonhard Haskel il gentiluomo di provincia (a sua volta preso di mira dai criminali), Max Schreck ("Nosferatu"!) il vecchio cieco, la cui storia sembra inizialmente sembra slegata da quella principale, ma che l'incrocerà quando si scoprirà che il nipotino che gli fa da guida è il figlio della prostituta. Di nessuno dei personaggi viene detto il nome (il film ha pochissimi cartelli), come a renderli universali.

24 giugno 2020

L'immensità della notte (A. Patterson, 2019)

L'immensità della notte (The vast of night)
di Andrew Patterson – USA 2019
con Sierra McCormick, Jake Horowitz
**1/2

Visto in TV (Prime Video), in originale con sottotitoli.

Alla fine degli anni cinquanta, nella cittadina di Cayuga in Nuovo Messico, mentre l'intera popolazione è radunata nel palazzetto della scuola per assistere a una partita di basket liceale, il radioamatore Everett (Jake Horowitz), che gestisce l'emittente locale, e la giovane centralinista Fay (Sierra McCormick), appassionata di scienza e tecnologia, captano uno strano segnale di provenienza ignota. Alle prime ipotesi che si tratti di un codice militare o di un'interferenza dovuta ai sovietici (siamo in piena paranoia da guerra fredda, poco dopo il lancio dello Sputnik) si sostituisce la consapevolezza di essere di fronte a qualcosa di ben diverso e... alieno. Opera prima ambientata quasi in tempo reale e tutta in una notte, questa pellicola gioca con le inquietudini e le suggestioni dell'epoca in cui si svolge, ispirandosi nemmeno velatamente a celebri e misteriosi "incidenti" come quelli di Roswell o di Kecksburg. E se l'atmosfera è sospesa, notturna e inquietante (con una fotografia "nebbiosa" che avvolge tutto), i contenuti si rifanno a tutti gli elementi del mito degli alieni con i loro dischi volanti che fanno periodiche visite nel deserto, lontani dai centri abitati, per comunicare o per rapire gli esseri umani. Non a caso la cornice immaginaria è quella di un programma tv, "Paradox Theater", modellato su "Ai confini della realtà", di cui "The vast of night" sarebbe il titolo di un episodio. Stilisticamente inappuntabile, il film è costruito su una serie di lunghi piani sequenza, ma alla resa dei conti offre poche sorprese e si accontenta di andare incontro ai desideri e alle aspettative di un tipo di cinema nostalgico, con echi spielberghiani ("Incontri ravvicinati del terzo tipo" è naturalmente il titolo di riferimento). Ben costruiti comunque i personaggi, nerd al punto giusto (si pensi ai commenti su come sarà il futuro), e indovinati sia l'approccio intimistico e personale sia la collocazione temporale della vicenda. Forse è il caso di appuntarsi il nome del giovane regista, per seguirne le evoluzioni future.

19 maggio 2020

Dillinger è morto (Marco Ferreri, 1969)

Dillinger è morto
di Marco Ferreri – Italia 1969
con Michel Piccoli, Anita Pallenberg
***

Rivisto in streaming, per ricordare Michel Piccoli.

Un progettista industriale (Piccoli) torna a casa dal lavoro. La moglie Anita (Pallenberg) ha mal di testa, ha preso dei sonniferi ed è già a letto. Lui si prepara la cena, guarda i filmini delle vacanze in Spagna, amoreggia con la domestica Sabina (Annie Girardot), trova una vecchia pistola arrugginita, la smonta e la ripulisce, la dipinge di rosso a pallini bianchi, uccide la moglie e se ne va via di casa. Marco Ferreri è un regista che trovo spesso ostico, ma questo è un film stranissimo che, nella sua eccentrica astrattezza, colpisce l'immaginario dello spettatore e che non si dimentica facilmente. Attraverso la rappresentazione minimalista e banale dei piccoli gesti della routine domestica, esprime tutta l'alienazione e l'assurdo che si celano nell'esistenza quotidiana. A questo proposito la chiave di lettura ci è fornita già dalle primissime scene, quelle ambientate in fabbrica, dove il protagonista ha disegnato una maschera antigas da usare sul luogo di lavoro. Un collega (interpretato da Gino Lavagetto) commenta: "L'isolamento in una camera che non debba comunicare con l'esterno, perché piena di un'atmosfera mortale, una camera quindi dove per sopravvivere è necessaria una maschera, ricorda molto le condizioni di vita dell'uomo contemporaneo". E in effetti il personaggio di Piccoli sembra proprio indossare per tutto il film una maschera che cela le sue emozioni e i sentimenti. Per via dell'assenza di una voce fuori campo che esprima i suoi pensieri (l'uomo è quasi sempre in scena da solo, e i suoi gesti sono accompagnati per lo più dalla musica della radio che ascolta), non sappiamo cosa stia elucubrando, e anche per questo la sua scelta finale ci coglie del tutto di sorpresa, visto che non ci sembrava in preda a dilemmi esistenziali o a conflitti interiori. Forse è genericamente la noia, l'insoddisfazione o l'infelicità per la routine di una vita senza significato a prendere di colpo il sopravvento sulle sue azioni, che in precedenza si erano limitate a far venire in superficie alcuni atteggiamenti curiosi o ludico-infantili. Si torna dunque allo straniamento in un mondo moderno, industriale e consumistico, dove le forme di intrattenimento (la tv, la radio) sono solo apparentemente valvole di sfogo a un bisogno di emergere, viaggiare e fuggire che le consuetudini sociali e le norme morali ostacolano ("In queste condizioni, la vecchia alienazione diventa impossibile", commenta sempre il collega). Piccoli, cui Ferreri lasciò ampia libertà nell'interpretazione del personaggio (ai limiti dell'improvvisazione), era alla prima collaborazione (di sette) con il regista. I giochi con le mani che "recitano" e danzano sono opera di Maria Perego. Il titolo del film fa riferimento al celebre rapinatore di banche John Dillinger, la cui morte è riportata nei giornali d'epoca che avvolgono la pistola: un personaggio iconico e suggestivo che faceva parte di un mondo (e un immaginario avventuroso) ormai scomparso. La pellicola fu girata nella casa romana del pittore Mario Schifano (di cui si intravedono alcuni dipinti appesi alle pareti). La cucina è invece quella di Ugo Tognazzi. L'ultima sequenza è ambientata nelle acque di Portovenere, in Liguria, dove il protagonista si imbarca romanticamente su una nave a vela diretta a Tahiti, simbolo e inizio di una nuova vita.

11 giugno 2019

Il traditore (John Ford, 1935)

Il traditore (The Informer)
di John Ford – USA 1935
con Victor McLaglen, Margot Grahame
***

Visto in TV.

Nella Dublino del 1922, scossa dalle lotte per l'indipendenza, l'energumeno e sempliciotto Gypo Nolan (McLaglen) si arrabatta come può, dopo essere stato espulso da un gruppo di ribelli dell'IRA per non avere avuto il cuore di giustiziare una spia. In un momento di debolezza, accecato dalle venti sterline di taglia (con le quali progetta di andarsene in America insieme all'amata Katie), si trasforma lui stesso in delatore, denunciando alla polizia inglese il suo miglior amico Frankie (Wallace Ford). Ma funestato dai sensi di colpa, si ubriacherà e sperpererà tutto il denaro in bagordi e in atti di generosità, prima di essere catturato e processato dai ribelli... Uno dei primi grandi successi di Ford, che gli valse il premio Oscar come miglior regista (oltre a quelli a McLaglen come miglior attore, a Dudley Nichols per la sceneggiatura non originale e a Max Steiner per la colonna sonora): si tratta del secondo adattamento del romanzo omonimo di Liam O'Flaherty, dopo una versione inglese del 1929 di Arthur Robison. Ambientato tutto in una notte, e praticamente in tempo reale, per le strade nebbiose di una Dublino di periferia, fra bettole e nascondigli di vario genere, è il ritratto di un personaggio ricco di contrasti, forte fisicamente ma debole di spirito, egoista ma dal cuore d'oro, che commette un atto di tradimento (verso l'amico e verso la "causa" dei patrioti) per poi chiedere perdono in lacrime. Insieme al muto "Gloria" del 1926, il film rappresentò l'apice della fama per il caratterista McLaglen. Nel cast anche Preston Foster, Heather Angel, Donald Meek e Una O'Connor. Ford tornerà a raccontare la rivoluzione irlandese due anni più tardi, nel meno noto "L'aratro e le stelle".

11 febbraio 2019

Good time (Josh e Benny Safdie, 2017)

Good time (id.)
di Josh e Benny Safdie – USA 2017
con Robert Pattinson, Buddy Duress
**1/2

Visto in TV.

Constantine "Connie" Nikas (un sorprendente Pattinson), delinquente di mezza tacca, tenta di rapinare una banca insieme al fratello Nickolas (Ben Safdie), ritardato mentale, il quale durante la fuga viene catturato dalla polizia. Connie cerca allora di farlo evadere dall'ospedale dove è stato ricoverato, ma per errore libera l'uomo sbagliato, il malcapitato Ray (Buddy Duress). Dopo essersi rifugiati nella casa di un'ignara famiglia di colore (dove Connie, ormai ricercato, si tinge i capelli), i due decidono di collaborare per recuperare una sacca piena di denaro che un altro rapinatore ha nascosto in un vicino parco dei divertimenti... Un'odissea psicotica e notturna (la pellicola si svolge nell'arco di 24 ore, ma essenzialmente tutta in una notte) in un'America violenta, nevrotica e sospettosa, popolata da piccoli criminali o in generale da persone senza alcuna empatia verso il prossimo (c'è chi l'ha definita un "crime story nell'era di Trump"). Acclamata dalla critica, che ci ha rivisto l'energia di Scorsese e di Friedkin e ha apprezzato la metafora della città che marginalizza e imprigiona i suoi personaggi, ma forse un po' sopravvalutata. Il ritmo è serrato, la fotografia iperrealista e avvolgente, la regia elegante e non priva di idee: quello che manca è una vera sceneggiatura, visto che tutto gira a vuoto, il caso e le coincidenze abbondano (quasi come in "Detour" di Ulmer) e soprattutto il finale giunge random e inconcludente. Jennifer Jason Leigh è la compagna di Connie, Taliah Webster la ragazzina che ingenuamente lo aiuta, Peter Verby il terapista che ha in cura Nick. I due registi (uno anche attore), cineasti underground al quinto film (il primo con ambizioni mainstream, sia pure d'autore), sono a loro volta fratelli.

7 maggio 2018

Fuori orario (Martin Scorsese, 1985)

Fuori orario (After Hours)
di Martin Scorsese – USA 1985
con Griffin Dunne, Rosanna Arquette
***

Rivisto in DVD.

Paul Hackett (Griffin Dunne, qui forse nel ruolo più celebre della sua carriera), impiegato e single che conduce una vita noiosa e senza scosse, conosce per caso una ragazza in un caffè, Marcy (Rosanna Arquette), che gli lascia il suo numero di telefono. La sera stessa Paul la chiama e lei lo invita a raggiungerla a Soho (il quartiere "alternativo" e degli artisti di New York) in casa della sua coinquilina, Kiki Bridges (Linda Fiorentino), una scultrice che realizza inquietanti figure di cartapesta. La serata non comincia per il verso giusto, visto che tutto il denaro che Paul ha con sé (una banconota da venti dollari) gli vola via dal finestrino del taxi. E prosegue ancora peggio: fra situazioni strane o imbarazzanti, personaggi eccentrici o problematici, incredibili coincidenze e assurdi scherzi del destino, il ritorno a casa diventerà un'autentica chimera e la notte di Paul si trasforma in una vera e propria Odissea tra locali equivoci, bande di ladri di quartiere, minacciosi vigilantes, amici che si trasformano in nemici (e viceversa). Come in una tragedia greca (o in una commedia screwball degli anni trenta), il personaggio che esce dalla sua zona di comfort viene perseguitato da un destino che assume caratteristiche ironiche, assurde e kafkiane. E soltanto al mattino successivo, dopo tante avventure, le circostanze riporteranno Paul nel suo mondo: rinchiuso all'intero di una statua di cartapesta, sarà depositato per puro caso davanti al palazzo dove lavora, proprio mentre si aprono i cancelli. Primo lavoro di Scorsese in oltre dieci anni senza Robert De Niro nel cast, fu girato quasi come ripiego mentre il regista cercava inutilmente di trovare sostegno finanziario per uno dei suoi progetti più ambiziosi, "L'ultima tentazione di Cristo": e in effetti questa black comedy "tutta in una notte" ha molte stimmate del piccolo film indipendente e a basso budget. E forse le disavventure del protagonista riflettono in parte le frustrazioni del regista in un periodo particolare della sua carriera. Il bel finale, che mostra un Dunne stanco e impolverato che si siede alla sua scrivania all'inizio di una nuova giornata di lavoro, mentre la macchina da presa si muove con dinamismo e senza sosta nei corridoi di un ufficio open space, fu scelto soltanto all'ultimo momento fra una serie di possibili conclusioni. La pellicola si apre e si chiude sulle note della sinfonia K. 95 attribuita a Mozart. La sceneggiatura di Joseph Minion (inizialmente proposta a Tim Burton) nasce da un monologo radiofonico di Joe Frank, e ispirerà a sua volta un episodio del Dylan Dog di Tiziano Sclavi ("Dopo mezzanotte"). Fra gli interpreti anche Teri Garr, Catherine O'Hara, John Heard e Verna Bloom. Il titolo del film, naturalmente, sarà ripreso da Enrico Ghezzi per la sua trasmissione notturna su Rai Tre.

24 settembre 2017

Disappearance (Ali Asgari, 2017)

Disappearance (Napadid shodan)
di Ali Asgari – Iran/Qatar 2017
con Sadaf Asgari, Amir Reza Ranjbaran
**1/2

Visto al cinema Centrale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Una giovane coppia di fidanzati, Hamed e Sara, vaga tutta la notte per le strade della città, fra ospedali, pronto soccorsi e cliniche private, con un "problema" da risolvere, conseguente della loro prima esperienza sessuale. Il guaio è che i due non sono sposati, e per sottoporre la diciannovenne Sara a un'operazione servirebbe l'autorizzazione del marito o del padre. E naturalmente la ragazza non vuol far sapere nulla alla famiglia... Un piccolo film focalizzato su un tema decisamente delicato (in Iran, come in molti paesi islamici, arrivare vergini al matrimonio è una questione d'onore: non a caso sono assai frequenti gli interventi di ricostruzione dell'imene). I ragazzi (ai due protagonisti, nella loro odissea notturna, si aggiungono alcuni amici che cercano di aiutarli) si ritrovano sperduti in un mondo che li respinge, vittime di un sistema sanitario che dà un lato sembra efficiente, moderno e organizzato, ma dall'altro segue ancora regole vecchie e conservatrici, che non prendono in considerazione le esigenze delle giovani coppie e le lasciano in balia delle loro insicurezze e paure. E nel frattempo, mentre le strutture ufficiali compiono questo tipo di interventi solo a fronte di fior di documenti, i medici illegali li praticano clandestinamente dietro lauto compenso. La scena finale giustifica l'enigmatico titolo.

31 luglio 2017

La morte e la fanciulla (R. Polanski, 1994)

La morte e la fanciulla (Death and the Maiden)
di Roman Polanski – USA/GB/F 1994
con Sigourney Weaver, Ben Kingsley
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina e Daniela.

In un paese sudamericano non identificato (modellato sul Cile post-Pinochet), Paulina (Weaver), ex attivista politica sopravvissuta alla prigionia durante la dittatura e ora moglie di Gerardo (Stuart Wilson), un importante avvocato che si occupa di diritti umani, crede di aver identificato nel dottor Miranda (Ben Kingsley) l'uomo responsabile delle torture cui fu brutalmente sottoposta. E lo sequestra nella villa isolata di campagna dove abita col marito, con l'intenzione di estorcergli una piena confessione. Da un dramma teatrale di Ariel Dorfman (che ha contribuito all'adattamento), l'ennesimo magistrale "thriller da camera" polanskiano, che mette in scena tre soli personaggi in una casa e nell'arco di una notte. La tensione è altissima e palpabile, grazie alla maestria del regista (che sfrutta ogni mezzo a disposizione: l'illuminazione di Tonino Delli Colli, le inquadrature, il ritmo della narrazione), a dialoghi ficcanti ed espliciti, a interpreti in stato di grazia (Kingsley e soprattutto la Weaver sfornano forse le prove migliori della loro carriera) e a un soggetto sfaccettato e pieno di ambiguità, che mescola dilemmi morali e drammi personali, l'abuso di potere e il desiderio di giustizia, i sensi di colpa e la ricerca della verità, la vendetta e il perdono, ferite ancora aperte e altre che si aprono solo ora, il confine fra bene e male (non a caso si cita Nietzsche), ribaltando anche i ruoli di vittima e carnefice nell'ottica di un insolito revenge movie. Il risultato è intensissimo e, nonostante l'origine teatrale, tutt'altro che statico. A fare da filo conduttore, come indica il titolo, c'è il quartetto d'archi di Schubert "La morte e la fanciulla", che il dottore ascoltava durante gli stupri e le torture di Paulina, e che lei ha associato in maniera indelebile a quei momenti (quasi come la nona sinfonia di Beethoven in "Arancia meccanica"). E se le premesse del dramma sembrano un po' costruite ad arte (la casa isolata per via di un temporale, il fortuito incontro che porta Miranda nella villa), la storia mantiene la sua potenza e la sua ambiguità fino alla fine, lasciando lo spettatore in dubbio a lungo (e forse anche dopo la conclusione del film) sulla reale colpevolezza o meno di Miranda. Di fronte a un personaggio femminile così forte, che passa da momenti di furiosa violenza ad altri di freddo distacco, dal desiderio di amore e conforto al tragico ricordo della propria degradazione (come nelle scene in cui rievoca i dettagli delle torture subite, raccontati a voce senza che nulla venga mostrato sullo schermo, ma non per questo meno devastanti per lo spettatore), il marito avvocato risulta una figura debole e impotente, il cui desiderio di rispettare la legge a tutti i costi ha un cedimento solo nel finale. Attraverso lui, Dorfman intendeva mettere in dubbio l'efficacia e la reale capacità di fare giustizia delle varie commissioni presidenziali istituite a questo scopo in Cile dopo la dittatura.

18 luglio 2017

La notte dei morti viventi (G. Romero, 1968)

La notte dei morti viventi (Night of the living dead)
di George A. Romero – USA 1968
con Duane Jones, Judith O'Dea
***

Rivisto in divx, per ricordare George Romero.

Una misteriosa epidemia fa risorgere i cadaveri sotto forma di "morti viventi", affamati di carne umana. Un gruppo di sopravvissuti, barricati in una casa isolata presso un cimitero in Pennsylvania, cerca di resistere per tutta la notte al loro assedio. George Romero (anche direttore della fotografia e, con John A. Russo, sceneggiatore e montatore), fino ad allora filmmaker per la pubblicità e la tv, esordisce alla regia con un B-movie autoprodotto che non soltanto diventerà un film di culto, capace di influenzare il cinema horror e l'intera cultura occidentale con le sue inquietudini e i suoi sottotesti, ma darà vita a un nuovo e fortunato filone dell'immaginario fantastico, ancora frequentatissimo ai giorni nostri (anche in tv, nei fumetti e nei videogiochi: si pensi alle serie di "Resident Evil" o "The Walking Dead"). In questo primo film, la parola zombi (o zombie, all'inglese) in realtà non compare mai: ma è evidente che l'ispirazione – oltre che dal romanzo "Io solo leggenda" di Richard Matheson e dal film "L'ultimo uomo della Terra" che quattro anni prima ne era stato tratto – nasca dalle leggendarie creature della tradizione folkloristica di Haiti (fino ad allora relegate al setting caraibico ma già protagoniste di pellicole come "Ho camminato con uno zombi" e nei fumetti con personaggi come il "Gongoro" di Carl Barks). Romero però rivisita il mito a modo suo, innanzitutto spogliandolo dalle radici dei riti voodoo (qui una possibile spiegazione del fenomeno che riporta in vita i morti è fornita sotto forma delle radiazioni emesse da una sonda spaziale inviata dalla NASA verso Venere) e poi caratterizzando i mostri in maniera originale e terrificante: la camminata lenta e strascicata, l'insaziabile appetito, l'apatia e il comportamento meccanico sono tutti fattori che contribuiranno a plasmare l'idea di zombi nell'immaginario collettivo (tanto che la parola stessa entrerà a far parte del linguaggio comune con il significato di persona apatica o assente).

Gli zombi di Romero, privi di intelligenza e mossi solo da istinto animale e fame atavica, rappresentano forze primarie e istintuali, di cui è fin troppo facile aver paura, anche perché espongono o infrangono quasi tutti i più temuti tabù della nostra società (il cannibalismo, la morte, i legami familiari: scene come quella della bambina che uccide la madre fecero scalpore). Questi mostri temono solo il fuoco, e possono essere definitivamente uccisi soltanto da esso (o da un colpo in testa, visto che la riattivazione del cervello è ciò che li fa risorgere). La loro minaccia è fisica e concreta, sono assenti significati soprannaturali. Ma naturalmente non mancano le metafore, a tratti persino sovversive: se alcuni critici ci hanno visto riferimenti alla guerra fredda o al conflitto in Vietnam, altri ci hanno letto una critica al razzismo (significativo che "l'eroe" del film sia nero, ma ancora più significativo che nei dialoghi non vi si faccia mai riferimento) o in generale ai rapporti umani. Girato in bianco e nero, con attori sconosciuti (molti erano amici di Romero o addirittura co-finanziatori della pellicola) e con pochi mezzi a disposizione, il film riesce a costruire una tensione palpabile e inquietante grazie non solo alla violenza esplicita (che scatenò forti polemiche all'epoca) ma anche alla maestria del regista, che si rifà agli stilemi del muto (in particolare dell'espressionismo tedesco) con le sue immagini sghembe, le soggettive, i giochi di ombre e i primi piani. Le atmosfere, fra gli altri, ispireranno Sam Raimi e Dylan Dog. Memorabile il finale shockante e a sorpresa, beffarda risoluzione di una vicenda cupa e progressivamente più disperata. L'enorme successo al botteghino genererà cinque sequel "ufficiali" diretti dallo stesso Romero (a partire dal mitico "Zombi" del 1978, il migliore), una serie "parallela" (da "Il ritorno dei morti viventi" di Dan O'Bannon del 1985) e svariati remake (fra cui quello di Tom Savini nel 1990). Curiosità: il film doveva inizialmente uscire con il titolo "Night of the Flesh Eaters". Quando questo fu cambiato, per errore venne eliminata anche la didascalia del copyright, rendendo così i diritti della pellicola di dominio pubblico.

22 aprile 2017

The red spectacles (Mamoru Oshii, 1987)

The Red Spectacles (Akai megane)
di Mamoru Oshii – Giappone 1987
con Shigeru Chiba, Machiko Washio
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Siamo in un mondo parallelo, in un futuro cupo e non molto remoto (il film si svolge nel 1998). Tre anni dopo aver disertato dall'unità militare speciale Kerberos ("i cani da guardia dell'inferno") della Polizia Metropolitana ed essere fuggito dalla città per essersi ribellato alla dispotica autorità che la controlla, Koichi Todome (Chiba) vi fa ritorno in incognito, in cerca dei suoi compagni di un tempo, Midori Washio e Soichiro Toribe... Ma dovrà guardarsi dai "gatti" che gli danno la caccia, guidati dall'infido Bunmei. Le sue peregrinazioni nei bassifondi della città assumono ben presto contorni bizzarri, paranoici e claustrofobici: Koichi non sa di chi può fidarsi, nemmeno degli amici di una volta, e si ritrova imprigionato in situazioni kafkiane, grottesche e oniriche. Molto di ciò che sperimenta durante la notte si rivela in effetti una messinscena "cinematografica", il tutto mentre sembra perseguitato dal misterioso volto di una ragazza, esposto in manifesti affissi un po' ovunque. Distinguere fra sogno e realtà si fa sempre più difficile: e se fosse tutto frutto della sua immaginazione? Sceneggiato insieme a Kazunori Ito, si tratta del primo film in live action di Mamoru Oshii, che fino ad allora si era occupato soltanto di animazione (in particolare lavorando alla serie di "Lamù, la ragazza dello spazio"). E proprio da "Urusei Yatsura" proviene la maggior parte degli interpreti (Shigeru Chiba, Machiko Washio, Hideyuki Tanaka, Tessho Genda, Ichiro Nagai), che lì erano semplici doppiatori e qui invece recitano in carne e ossa. Superato il difficile impatto con i primi, imbarazzanti, minuti (dove sembrava di trovarsi di fronte a un film fanta-bellico di bassissima qualità), si scopre che si tratta in effetti di un noir distopico ed esistenzialista, ambientato tutto in una notte, che peraltro si dipana nel consueto (ma spesso spiazzante) mix di atmosfere inquietanti e comicità demenziale, pretenziosità avanguardistica e citazioni letterarie (Shakespeare, fiabe) cui Oshii ci aveva già abituato durante la serie di Lamù. Forse per via del basso budget ma anche per scelta artistica, l'estetica è volutamente povera, con una fotografia in bianco e nero o color seppia (a parte i primi e gli ultimi minuti) che ricorda certe pellicole dell'Europa dell'est (o "L'elemento del crimine" di Lars von Trier, che a sua volta si rifaceva a Tarkovskij), ma ha anche echi di Carroll ("Alice nel paese delle meraviglie") e Gilliam ("Brazil"). Memorabile Chiba (che doppiava Megane in "Urusei Yatsura"), sempre con occhiali da sole anche di notte, impermeabile e valigiona. E bellissimo (anche se da interpretare) il finale con Mako Hyodo, futura Ketsune "Croquette" O-Gin. Fra gli elementi più interessanti che vengono introdotti, il fatto che il governo abbia vietato le bancarelle che vendono cibo per la strada, costringendo alcuni gruppi di resistenza a frequentare ristoranti clandestini di soba e udon (si citano qui diversi "professionisti delle mangiate", o "maestri del fast food" che dir si voglia, pittoreschi personaggi addestrati ad abbuffarsi nei chioschi di strada senza pagare il conto, già apparsi in un episodio di Lamù e che torneranno poi in altre opere di Oshii, come "Tachiguishi retsuden"). Già, perché "The Red Spectacles", insieme al radiodramma "While Waiting for the Red Spectacles", realizzato nello stesso anno, costituisce di fatto il primo capitolo di un lunghissimo corpus narrativo (la "Kerberos saga"), ambientato in una realtà parallela, che Oshii ha portato avanti per tutta la vita, attraverso diversi media (romanzi, film dal vivo e in animazione, radiodrammi, manga). I film immediatamente successivi (tecnicamente dei prequel di questo) saranno "Stray Dog: Kerberos Panzer Cops" (live action, 1991) e "Jin-Roh" (animazione, 1997). Da notare come una delle pietanze che si dicono essere state dichiarate illegali è "l'uovo dell'angelo", il titolo di un film d'animazione dello stesso regista ("Tenshi no tamago"). La musica di Kenji Kawai, frequente collaboratore di Oshii (lavorerà anche in "Patlabor" e "Ghost in the Shell"), presenta anch'essa momenti spiazzantemente buffi.

21 novembre 2014

Chi ha paura di Virginia Woolf? (Mike Nichols, 1966)

Chi ha paura di Virginia Woolf? (Who's afraid of Virginia Woolf?)
di Mike Nichols – USA 1966
con Richard Burton, Elizabeth Taylor
**1/2

Visto in divx, per ricordare Mike Nichols.

Reduci da una festa in casa del padre di lei, rettore di una prestigiosa università del New England, il professore di storia George (Richard Burton) e la moglie Martha (Liz Taylor) ricevono in casa, alle due di notte, una giovane coppia conosciuta poco prima: un aitante insegnante di biologia (George Segal) e la sua minuta compagna (Sandy Dennis). Il matrimonio fra George e Martha è un totale disastro, e i due non perdono occasione per litigare, offendersi, vomitarsi volgarità, rinfacciarsi i rispettivi fallimenti e umiliarsi a vicenda in pubblico, coinvolgendo lentamente – complice anche l'alcol – i due nuovi arrivati in una feroce e inesorabile autodistruzione. Impietoso, cinico e senza via di scampo, il film d'esordio di Nichols – tratto dall'omonima opera teatrale di Edward Albee – sembra anticipare diverse pellicole polanskiane (come "Luna di fiele" o "Carnage"). Ambientato tutto in una notte (si conclude con la mattina) ed essenzialmente con soli quattro personaggi, scava nel fallimento, nelle bugie, nelle illusioni (il figlio mai nato) e nel malessere di una coppia che riesce a sopravvivere soltanto perché legata da un forte rapporto di amore-odio (anche se nel finale il crollo delle ultime illusioni pare suggerire il raggiungimento di un nuovo equilibrio). Naturalmente, a interpretarla non potevano esserci attori più adatti di Burton e della Taylor, che anche nella vita reale passavano da un bisticcio all'altro, da un matrimonio a un divorzio (nel periodo in cui fu girata la pellicola, per la cronaca, erano sposati). Liz, allora al massimo del suo fulgore, venne qui ingrassata, invecchiata e imbruttita per esigenze di copione (inizialmente Albee avrebbe voluto Bette Davis, mentre Nichols aveva pensato a Marlene Dietrich). Sceneggiatura un po' troppo "gridata" per i miei gusti, ma all'epoca fece scalpore per i toni espliciti, le frasi volgari e le allusioni sessuali portate sullo schermo: è considerata una delle pellicole che maggiormente testimoniano il cambio di linguaggio di Hollywood negli anni sessanta (curiosamente, all'inizio la Taylor se la prende con i "polpettoni" prodotti fino ad allora dalla Warner Bros., che era proprio la casa produttrice del film). Il titolo fa riferimento a una canzoncina udita durante il party, che parodizza in chiave "intellettuale" la celebre "Who's afraid of the big bad wolf?" ("Chi ha paura del lupo cattivo?") dal cartone animato "I tre porcellini". Il debutto alla regia di Nichols si fa notare per la buona padronanza della macchina da presa, che incapsula i personaggi negli spazi e si sofferma in un paio di occasioni sui volti di Burton e della Taylor impegnati in lunghi monologhi. Nonostante i timori per la crudezza del linguaggio usato, il film riscosse un grande successo critico e venne nominato all'Oscar in ogni categoria possibile (all'epoca 13), comprese le quattro per gli interpreti. Vinse cinque statuette, fra cui le due per le attrici (Liz Taylor e Sandy Dennis) e quella per la fotografia in bianco e nero.

13 settembre 2014

A fantastic fear of everything (C. Mills, 2012)

A Fantastic Fear of Everything
di Crispian Mills [e Chris Hopewell] – GB 2012
con Simon Pegg, Amara Karan
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Jack (Pegg), scrittore di libri per l'infanzia, vorrebbe cambiare genere e dare alle stampe un saggio sui serial killer londinesi. Documentandosi sui più efferati omicidi, sviluppa però una crescente e incontrollabile paranoia, un'irrazionale "paura di tutto", che lo spinge a rinchiudersi in casa nel timore di essere preso di mira a sua volta da un assassino seriale. A questo si somma la sua fobia, risalente all'infanzia, verso le lavanderie automatiche (fu proprio in una di queste che venne abbandonato dalla madre, quando era un bambino). Opera prima del cantautore e chitarrista Crispian Mills (anche autore della sceneggiatura), una black comedy claustrofobica e surreale che si appoggia soprattutto sulla recitazione esagitata di Pegg, chiuso in casa e terrorizzato da ogni cosa (ombre, movimenti, telefoni che squillano). La trama si vivacizza da metà pellicola in poi, quando Jack è costretto a uscire per recarsi a un appuntamento con un agente letterario, e prende una piega inaspettata nel finale, con il protagonista alle prese con un vero serial killer (pur con toni comici, questa parte di film sembra un incrocio tra "Fuori orario" di Scorsese, il segmento centrale di "Pulp Fiction" e diversi film horror, con tanto di citazioni da "Psycho"). C'è anche una breve sequenza in animazione (a passo uno), che illustra la storia del riccio Harold, l'animaletto protagonista dei libri per l'infanzia scritti da Jack. Non sempre le battute colpiscono nel segno, anche perché l'umorismo britannico non è per tutti i gusti, ma Pegg è comunque una garanzia. Mitica, comunque, la scena in cui Jack discute con il killer (che ama gli Europe) dei suoi gusti musicali. Il film, a quanto ne so, non è mai stato tradotto in italiano.

13 luglio 2014

Una pura formalità (G. Tornatore, 1994)

Una pura formalità
di Giuseppe Tornatore – Italia 1994
con Gérard Depardieu, Roman Polanski
***

Visto in TV.

È notte, piove, e un uomo (Depardieu) viene portato in una cadente e isolata stazione di polizia di campagna, in mezzo al bosco, per essere interrogato dal commissario locale (Polanski) a proposito di un delitto che si è svolto in un casolare vicino. L'uomo afferma di essere un famoso scrittore, Onoff, che da anni vive isolato dal resto del mondo e delle cui opere – guarda caso – il commissario è un fervente lettore. La pioggia all'esterno è incessante, la corrente elettrica va e viene, le linee telefoniche sono interrotte, i dintorni sono disseminati di trappole e le penne non scrivono. Fra reticenze, vuoti di memoria, amare confessioni e vani tentativi di fuga, l'interrogatorio si protrarrà tutta la notte, fino a quando la verità verrà a galla. Da una sceneggiatura dello stesso Tornatore che pare scritta per il teatro (e infatti, negli anni a venire, sarà rappresentata più volte sul palco), una pellicola decisamente atipica per il cinema italiano (non a caso è interpretata da due "star" straniere, peraltro frutto di un casting altrettanto atipico: Polanski, in particolare, raramente recita da protagonista in pellicole non sue). L'atmosfera, più che ricordare un thriller poliziesco, oscilla fra il claustrofobico e il kafkiano, fino a sfociare nel metafisico (il finale può far venire in mente, per associazione d'idee, "After life" di Hirokazu Koreeda). Ma soprannaturale a parte, se l'avesse diretto lo stesso Polanski non ci sarebbe stato da stupirsene, visti i tanti elementi che ricordano le sue pellicole, soprattutto quelle degli esordi. In ogni caso, prova d'autore per il regista (con senno di poi, il titolo può essere letto anche come "Solo una questione di forma") e d'attore per i due protagonisti, che hanno recitato in francese e sono stati doppiati nella versione italiana da Corrado Pani (Depardieu) e Leo Gullotta (Polanski). Colonna sonora di Ennio Morricone, in collaborazione con il figlio Andrea: la canzone "Ricordare", intonata da vari personaggi durante il film e con testo dello stesso Tornatore, è cantata in italiano da Depardieu sui titoli di coda.

16 maggio 2014

Solo gli amanti sopravvivono (J. Jarmusch, 2013)

Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive)
di Jim Jarmusch – GB/Germania 2013
con Tom Hiddleston, Tilda Swinton
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

I coniugi vampiri Adam ed Eve (che nomi ingombranti!) sono sposati da secoli ma vivono momentaneamente separati: lui a Detroit, dove si atteggia a recluso musicista underground; lei a Tangeri, dove frequenta un altro membro della propria razza, nientemento che il drammaturgo cinquecentesco Christopher Marlowe (di cui si insinua che abbia scritto le opere attribuite a Shakespeare). Per sopravvivere non assaltano più le giugulari degli esseri umani (anche perché le loro vene sono spesso "contaminate"), ma si procurano sangue direttamente dagli ospedali, tramite medici compiacenti e corruttibili. Spinta da un forte desiderio di rivedere il marito, Eve vola da lui a Detroit, dove vengono presto raggiunti anche dalla sorella di lei, la più "giovane" Ava. Ma questa, incapace di trattenere i propri istinti, li metterà nei guai... I vampiri secondo Jarmusch (come se il tema non fosse fin troppo abusato dal cinema contemporaneo), in una pellicola gotico-romantica che però lascia il tempo che trova, soffocata dal suo stesso estetismo e dalla sua atmosfera poetica e crepuscolare. Fra un eccesso di citazioni snob e un ritmo dilatato e disteso, questi vampiri annoiati e dalle tendenze suicide (Adam si procura, a questo scopo, un proiettile di legno), che nel corso della loro vita hanno frequentato scienziati (Tesla) e artisti (Byron, Schubert) ma che non amano più confondersi con gli esseri umani (che chiamano, disprezzamente, "zombie"), hanno alcune caratteristiche classiche (succhiano sangue, sono immortali, vivono solo di notte, devono essere invitati per entrare in una casa) ma non altre (non si trasformano in nebbia o in animali, non temono più l'aglio, e anche le croci o la religione non sembrano più essere argomento a loro correlato). E in generale il tema del vampirismo sembra un pretesto per imbastire un'atmosfera decadente, morbosa e notturna nel quale muovere personaggi apatici e inerti, che vivono nel passato fra reliquie polverose e oggetti di antiquariato (o modernariato: vedi le chitarre e i dischi di Adam; Eve, però, possiede uno smartphone!), all'insegna di un romanticismo che si fonde con l'esistenzialismo fine a sé stesso. Poche idee, in fondo, e gettate lì quasi a casaccio, senza un filo conduttore: l'amore come punto di riferimento anche a distanza (con tanto di metafora sulla correlazione quantistica), la Detroit abbandonata dopo la crisi dell'auto e del mercato immobiliare, l'esibizione di una cantante libanese in un bar di Tangeri... sono tutte scene che non si collegano fra loro né a nient'altro. A ravvivare la pellicola non bastano alcuni improvvisi tocchi di ironia (il ghiacciolo al sangue!) o la breve parentesi con Ava (Mia Wasikowska) che "movimenta" per una notte l'esistenza dei protagonisti. Tilda Swinton e Tom "Loki" Hiddleston (che ha sostituito all'ultimo momento Michael Fassbender) sembrano perfetti per la parte. John Hurt è Marlowe. Interessante la colonna sonora (Jozef van Wissem).