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12 maggio 2022

Impiegati... male! (Mike Judge, 1999)

Impiegati... male! (Office space)
di Mike Judge – USA 1999
con Ron Livingston, Jennifer Aniston
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Peter Gibbons (Ron Livingston) odia il suo lavoro. Programmatore per un'azienda che sviluppa software per le banche, trascorre le giornate in uno stretto cubicolo, in un ambiente frustrante e malsano, e in particolare è continuamente vessato dal suo capo Bill Lumbergh (Gary Cole), che inizia ogni discussione con la frase "Ci sono problemi?", gli chiede regolarmente di fare straordinari e si impunta sulle questioni più irrilevanti. Ipnotizzato accidentalmente da un terapeuta che lo "libera" da inibizioni e stress, sviluppa all'improvviso un atteggiamento più leggero e disincantato: e non solo non viene licenziato, ma addirittura promosso al ruolo di dirigente! Nel frattempo si dichiara alla ragazza che ha sempre amato da lontano (Jennifer Aniston, cameriera in un ristorante dove a sua volta ha i suoi problemi con un manager ipocrita e le sue assurde regole) e aiuta due colleghi (David Herman e Ajay Naidu), loro sì licenziati, a "vendicarsi" grazie a un virus che sottrae gli spiccioli degli arrotondamenti dai conti correnti delle banche ("Come in Superman 3"). Dal creatore di "Beavis and Butt-head", una satira del mondo del lavoro sulla falsariga di "Clerks" (qui a essere preso di mira è specificatamente l'ambiente dei colletti bianchi e delle società di software che impazzavano già negli anni Novanta: Peter, in particolare, è incaricato dell'aggiornamento dei sistemi in vista del Millenium Bug). Per certi versi, il tutto ricorda la strip a fumetti "Dilbert". Memorabili, fra le varie scene, il "pestaggio" ai danni della fotocopiatrice/fax che faceva impazzire gli impiegati, nonché i colloqui a cui i due "tagliatori di teste" Bob (John C. McGinley) e Bob (Paul Willson) sottopongono i dipendenti. Il film è ispirato a una serie di cortometraggi animati realizzati da Judge a inizio carriera, da cui proviene il personaggio di Milton (Stephen Root), l'impiegato licenziato che però continua a lavorare, sempre sull'orlo della follia. Cult movie in patria.

31 agosto 2021

Matrix (Andy e Larry Wachowski, 1999)

Matrix (The Matrix)
di Andy e Larry Wachowski – USA/Australia 1999
con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss
***

Rivisto in DVD.

L'irrequieto programmatore Thomas Anderson (Keanu Reeves), anche hacker con il nome di "Neo", ha sempre pensato che qualcosa non tornasse nel mondo attorno a lui. E non si sbagliava: contattato dal misterioso Morpheus (Laurence Fishburne), capo di un gruppo di resistenza clandestina al "sistema", scoprirà che la realtà in cui vive non è altro che una simulazione virtuale, chiamata "Matrix", all'interno della quale sono imprigionate le menti degli esseri umani, i cui corpi sono invece incapsulati e sfruttati come fonte di energia bioelettrica. Siamo infatti nel futuro, e non nel 1999 come lui credeva, un futuro in cui le "macchine" hanno vinto una guerra contro l'umanità. Ma proprio Neo potrebbe essere "l'eletto" che cambierà le carte in tavola, potendo alterare le regole del sistema dall'interno... Al secondo film come registi (dopo "Bound") e al terzo come sceneggiatori (dopo anche "Assassins"), gli allora fratelli – e oggi sorelle – Wachowski fanno il botto, realizzando una pellicola che colpì come poche l'immaginario collettivo, rinnovando il genere fantascientifico e in particolare il sottogenere del cyperpunk, di cui mai fino ad allora erano state sfruttate appieno le potenzialità sul grande schermo (fra i titoli che ci avevano provato negli anni novanta: "Johnny Mnemonic" con lo stesso Keanu Reeves, e "Strange days"). Certo, l'originalità è molto minore di quanto possa sembrare a prima vista: i contenuti "pescano" da innumerevoli racconti e romanzi di fantascienza letteraria (si pensi ai lavori di Philip K. Dick, Frederick Pohl e William Gibson) e a fumetti (come l'episodio "Terrore in una piccola città" dei Fantastici Quattro di John Byrne) ma anche da film precedenti ("Dark city" di Alex Proyas su tutti, ma pure "Essi vivono" e, se vogliamo, "The Truman Show"), anime ("Ghost in the shell") e serie tv ("Doctor Who"). Non basta: anche il mood e le atmosfere retrò si ispirano a pellicole precedenti (il neo-noir e la SF hanno sempre avuto un forte connubio), mentre le coreografie delle scene d'azione sono chiaramente debitrici al cinema di Hong Kong (i film di John Woo, Tsui Hark, Yuen Woo-ping: quest'ultimo, non a caso, è il responsabile delle arti marziali nel film). Il ricorso al wire-work è ubiquo, e persino abiti e look dei personaggi (gli spolverini neri, i completi in pelle, gli occhialini) sembrano uscire da pellicole dell'ex colonia britannica come "La vendetta della maschera nera". Il che non ha impedito loro di diventare iconici in occidente, come un po' tutto il film, che ha appunto avuto il merito di frullare molte cose insieme per dar vita a un mix intrigante e coinvolgente su più livelli, dando visibilità (e popolarità) mainstream a temi e atmosfere fino ad allora di nicchia.

Non si può negare infatti l'enorme impatto, anche culturale, che "Matrix" ha avuto sul grande pubblico. Al di là della storia fantascientifica (con tanto di finale aperto: Neo accetta il proprio ruolo di "eletto" a capo della resistenza, ma la guerra è tutt'altro che vinta), la pellicola ha saputo intercettare inquietudini da sempre presenti nella società, che in passato sfociavano nella contestazione e oggi, non di rado, nel complottismo ("Matrix è il mondo che ti è stato messi davanti agli occhi per nasconderti la verità", "è un sistema che [i poteri che ci governano segretamente] usano per tenerci sotto controllo", gli uomini non sanno nemmeno di essere schiavi, e di quelli che lo scoprono, non tutti vogliono svegliarsi o essere liberi), tanto che alcuni elementi, immagini e metafore del film (a partire dall'iconica scena della "pillola azzurra e pillola rossa") sono state adottate proprio dal mondo complottista. Altro dialogo cult: "Mi fanno male gli occhi" (Neo) – "Perché non li hai mai usati" (Morpheus). Il tema del risveglio, della presa di coscienza e della consapevolezza, comunque, consente illustri riferimenti letterari ("Alice nel paese delle meraviglie", pluricitata) e filosofici (dalle visioni del mondo orientali, "Il cucchiaio non esiste", a quelle dell'antica Grecia, la caverna di Platone e il "Conosci te stesso", fino a Baudrillard). A questo si aggiunge l'ambito digitale/informatico, per quanto questo aspetto oggi risulti un po' datato (e lo sembrava anche nel 1999: vedi i vecchi monitor a fosfori con le caratteristiche tonalità di verde – l'alternativa era l'ambra! – e le linee telefoniche usate per il trasferimento dei dati: le fibre ottiche erano ancora di là da venire). L'intera Matrix ricorda un po' quegli ambienti virtuali online, come "Second Life", che in epoca pre-social media andavano tanto di moda. Per quanto riguarda la rappresentazione del "mondo reale", ovvero la parte di film ambientata nel (vero) futuro, la CGI ci mostra suggestioni a metà fra "Terminator" e il body horror di Cronenberg e Tsukamoto. Parliamo infine degli aspetti messianici (Neo, la cui venuta è stata profetizzata da un Oracolo, a un certo punto letteralmente muore e risorge) e di quelli super-eroistici (l'ultima inquadratura del film ce lo mostra addirittura volare come Superman: ma altri riferimenti vanno a Batman, a Blade – che nel film del 1998 con Wesley Snipes sfoggiava occhialini e abiti molto simili ai suoi – e, perché no?, ai molteplici manga e anime giapponesi i cui personaggi ricevono un costante power upgrade.

La ricchezza di spunti e temi è anche una scusa per portare sullo schermo scene d'azione spettacolari, all'epoca rivoluzionarie (per quanto ispirate, come già ricordato, al cinema di Hong Kong). Su tutte l'irruzione di Neo e Trinity (Carrie-Anne Moss) nel palazzo dove Morpheus è tenuto prigioniero, con una tempesta di proiettili che fanno a pezzi ogni centimetro quadrato della sala, o la scena in cui Neo "scansa" le pallottole che vengono sparate contro di lui (forse la più celebre del film, imitata e parodiata numerose volte negli anni a venire: fu realizzata con una tecnica chiamata da allora bullet time, che consiste nel piazzare una serie di videocamere attorno agli attori e di fondere insieme le immagini riprese per dare l'illusione del movimento al rallentatore mentre l'inquadratura gira intorno a velocità normale). La sequenza dell'addestramento, invece, ricorda ovviamente un videogioco (e non a caso fra i film che svilupperanno ulteriormente i concetti di "Matrix" ci sono pellicole dall'impianto dichiaratamente legato ai videogame, come "Ready Player One" e i nuovi "Jumanji"). Paradossalmente, tutto questo mondo sembra molto più interessante del protagonista, la cui natura di "eletto" gli impedisce di diventare davvero un personaggio con cui identificarsi (alla fine addirittura può "vedere" il codice sorgente attorno a sé). Meglio i personaggi secondari, dal carismatico Morpheus alla "tosta" Trinity. Hugo Weaving è l'agente Smith, il principale antagonista della pellicola, uno dei "programmi senzienti" che pattugliano Matrix in cerca dei ribelli (rappresentati come una sorta di "uomini in nero", con giacca, cravatta e occhiali scuri, capaci di forzare entro un certo limite le regole del mondo virtuale); Joe Pantoliano è il "traditore" Cypher, Gloria Foster il misterioso "Oracolo". La fotografia di Bill Pope punta su colori smorti, spesso con tinte di verde che richiamano i succitati monitor monocromatici dell'epoca. Il film riscosse un enorme successo commerciale e di critica (vinse quattro premi Oscar, tutti tecnici: per gli effetti speciali, il montaggio, il sonoro e il montaggio sonoro), il che consentì di mettere in cantiere due seguiti da girare back-to-back, "Matrix Reloaded" e "Matrix Revolutions", usciti nel 2003 ma non proprio indovinati. Il problema è che, nonostante il finale aperto (come già detto), i Wachowski non avevano davvero pensato a come proseguire la storia: e la mancanza di coesione e di progettazione visibile già in questo primo capitolo mostrerà tutte le sue crepe nei sequel.

9 febbraio 2019

Steve Jobs (Danny Boyle, 2015)

Steve Jobs (id.)
di Danny Boyle – USA 2015
con Michael Fassbender, Kate Winslet
**

Visto in TV, con Sabrina.

La vita di Steve Jobs, co-fondatore di Apple e figura chiave nel campo dell'innovazione tecnologica, raccontata attraverso i frenetici istanti che precedono tre celebri presentazioni di prodotto: quella del primo personal computer Macintosh nel 1984, quella del NeXT Computer nel 1988 (nel breve periodo in cui Jobs era uscito dall'azienda), e quella dell'iMac nel 1999 (che segnò il suo ritorno alla Apple). Prima di tutti e tre gli eventi, Jobs (Michael Fassbender, bravo come sempre, anche se non è particolarmente somigliante), coadiuvato dalla sua assistente e addetta al marketing Joanna Hoffman (Kate Winslet), incontra alcune persone, sempre le stesse (le tre sezioni del film portano avanti tante piccole sottotrame che si completano solo alla fine): l'ex amico e co-fondatore della Apple, Steve Wozniak (Seth Rogen), che cerca inutilmente di convincerlo a citare e ringraziare i colleghi che hanno lavorato allo sviluppo dell'Apple II, cosa che Jobs rifiuta perché non vuole agganciare il lancio di un nuovo prodotto a quelli del passato; l'amministratore delegato dell'azienda, John Sculley (Jeff Daniels), che farà licenziare Jobs dopo il flop del Macintosh, spingendolo a fondare una nuova società, la NeXT appunto, salvo poi tornare alla Apple come "salvatore" e riportarla in auge proprio con l'iMac (seguiranno successi planetari come l'iPod, preannunciato dalla scena finale, l'iPhone e l'iPad, nemmeno menzionati visto che il film termina nel 1999); Andy Hertzfeld (Michael Stuhlbarg), un membro del team del Macintosh originale; il giornalista Joel Pforzheimer (John Ortiz); Andrea "Andy" Cunningham (Sarah Snook), che gestisce gli eventi di lancio, e che viene continuamente confusa con Hertzfeld, visto che sono entrambi chiamati Andy; e infine Chrisann Brennan (Katherine Waterston), ex compagna di Jobs, e sua figlia Lisa (Perla Haney-Jardine), inizialmente non riconosciuta ma poi, lentamente, punto di riferimento per l'uomo (almeno nel film). Era difficile mettere in piedi una pellicola su un personaggio del genere, e tutto sommato la sceneggiatura di Aaron Sorkin fa un buon lavoro nel ritrarre le sue diverse facce: ambizioso, arrogante, testardo (e tirannico), più attento al design e al marketing dei suoi prodotti che non agli aspetti tecnici e creativi (le presentazioni devono essere degli spettacoli, anche a costo di "barare"), propugnatore dei "sistemi chiusi" ma comunque preveggente e visionario (come l'Arthur C. Clarke del quale è riportato uno spezzone di intervista nell'incipit). Peccato che il film, in questo modo, manchi di un vero focus: barcamenandosi fra il lato umano, quello imprenditoriale e quello pubblico di Jobs, non si sofferma fino in fondo su nessuno di essi, tanto che il personaggio viene mostrato soprattutto attraverso il modo in cui lo vedono gli altri (amici e collaboratori, più o meno traditi): e la sua vera natura, qual è?

28 gennaio 2015

The imitation game (Morten Tyldum, 2014)

The imitation game (id.)
di Morten Tyldum – GB/USA 2014
con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley
**

Visto al cinema Eliseo, con Paola e Marta.

Biopic su Alan Turing, genio della matematica e della crittografia, nonché inventore e pioniere del calcolo elettronico, delle intelligenze artificiali e dei computer. Gran parte della pellicola si sofferma sul suo lavoro durante la seconda guerra mondiale, in un centro di ricerca segreto, allo scopo di decrittare i codici della macchina "Enigma" con cui i tedeschi cifravano tutte le loro comunicazioni. In alternanza, qualche flashback sugli anni della sua gioventù (in cui scopre di essere gay) e qualche flashforward sui primi anni cinquanta (quando, in seguito a una rapina in casa sua, la sua omosessualità viene alla luce e il governo lo costringe a una terapia ormonale, a seguito della quale si suiciderà). La sua morte, tuttavia, è narrata fuori scena, con una didascalia: ed è un peccato, visto che le circostanze bizzarre ed iconiche dell'evento (Turing mangiò una mela avvelenata: e proprio da questo "simbolo della conoscenza" morsicato nacque poi il logo della Apple) avrebbero aggiunto strati e riferimenti simbolici a quella che, così narrata, rimane soltanto una storia di spionaggio, sia pure avvincente e – soprattutto – reale. Adattato da una biografia di Turing scritta da Andrew Hodges, il film offre francamente poco dal punto di vista puramente cinematografico: oltre alla sceneggiatura (a lungo rimasta nel limbo, in attesa di un interessamento delle case di produzione) e alla recitazione degli attori non c'è molto. E soprattutto, a parte il personaggio di Turing stesso (introverso, arrogante, antisociale, privo di sense of humour, quasi una sorta di Sheldon Cooper), tutto il resto – compresi i character che lo affiancano, interpretati fra gli altri da Keira Knightley, Matthew Goode e Mark Strong – è accessorio e fondamentalmente inutile, al punto che la rimozione di tali personaggi dal film (o la loro sostituzione con figure di origine o caratteristiche completamente diverse) non danneggerebbe in alcun modo la storia raccontata. Un difetto, ahimè, di parecchi film britannici di ambito storico-biografico (come "Il discorso del re", qui citato in apertura quando si odono proprio le parole che Giorgio VI pronunciava alla radio in quell'occasione): non sanno, o non vogliono, spaziare al di là del loro monotematico argomento. In questo caso particolare, sarebbe stato francamente preferibile dedicare maggior spazio ai tormenti cui Turing fu sottoposto negli anni cinquanta, che invece sullo schermo scivolano via in un attimo. Nonostante i limiti e le eccessive semplificazioni, tuttavia, a tratti la pellicola riesce ad emozionare, soprattutto nel finale quando comprendiamo l'importanza che il ricordo del primo amico dello scienziato, il compagno di scuola Christopher, ha avuto nel prosieguo del suo lavoro, nonché il vero messaggio del film: l'elogio della diversità. Il titolo si riferisce naturalmente al celebre "test di Turing", quello che si propone di distinguere fra un essere umano e un'intelligenza artificiale: peccato che l'argomento abbia ben poco a che vedere con gli esperimenti di decrittazione tramite computer che occupano quasi la totalità della pellicola.

22 luglio 2014

2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968)

2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1968
con Keir Dullea, Gary Lockwood
****

Rivisto in Blu-ray, con Sabrina.

"L'alba dell'uomo": in una Terra ancora primitiva e inospitale, un gruppo di scimmie antropoidi sopravvive a fatica, fino a quando l'improvvisa comparsa di un misterioso monolito nero sconvolge la loro esistenza. Sotto il suo influsso, una delle scimmie scopre di poter usare un osso come arma per procurarsi il cibo o per sconfiggere i rivali. Con uno dei salti logici e temporali più celebri della storia del cinema (l'osso, scagliato in aria dalla scimmia, rotea nel cielo e si trasforma in un modulo orbitante attorno al pianeta), passiamo all'inizio del ventunesimo secolo, quando l'uomo ha costruito stazioni spaziali intorno alla Terra: un monolito del tutto identico al precedente (o forse lo stesso), di evidente origine extraterrestre, viene rinvenuto sulla Luna, sepolto da quattro milioni di anni.
"Diciotto mesi dopo - In missione verso Giove": per svelare il mistero del monolito, che emette un messaggio radio in direzione di Giove, un'astronave (la "Discovery") viene inviata verso quel pianeta. A bordo ci sono cinque uomini (di cui tre ibernati) e il supercomputer senziente HAL 9000, che però nel corso del viaggio impazzisce e tenta di sterminare l'equipaggio. Sopravvive soltanto David Bowman, che riesce a disattivare il computer.
"Giove e oltre l'infinito": dopo essere passato attraverso una strana dimensione, Bowman vive incredibili esperienze: in particolare vede sé stesso invecchiare, morire e rinascere come "Bambino delle Stelle", una sorta di feto spaziale, nuovo stadio dell'evoluzione.

Pietra miliare della storia del cinema e chiave di volta nella carriera di Kubrick (che con essa acquisisce definitivamente anche agli occhi della critica lo status di "autore" in tutto e per tutto: nonostante nella sua filmografia non fossero mancati i successi – "Spartacus", "Lolita", "Il dottor Stranamore" – il regista era infatti percepito quasi come una figura di secondo piano rispetto agli interpreti o ai soggettisti di quelle opere), "2001" rappresenta un'esperienza sensoriale senza precedenti nel campo della settima arte. È considerato da molti il film di fantascienza più importante di tutti i tempi (diciamo che si gioca il podio con "Metropolis" e "Guerre stellari": pellicole diversissime fra loro, ma che hanno avuto un'influenza profonda e duratura non solo sul genere della SF ma sul cinema in generale), e questo nonostante l'impostazione dichiaratamente filosofica e antinarrativa che lo rende un kolossal sperimentale, a tratti ai limiti della videoarte. "Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film", ha dichiarato il regista. "Io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio". Puntando sulle suggestioni simboliche (e quasi mistiche), sulla qualità delle immagini, sulla musica e sugli effetti visivi (davvero stupefacenti per l'epoca: fra i responsabili figura Douglas Trumbull), Kubrick compie scelte volutamente criptiche che vanno a discapito di elementi del cinema tradizionale, come la recitazione (nessuno degli attori è passato alla storia per la sua interpretazione) o la struttura narrativa (che giusto nell'episodio di HAL 9000 "monta" a un certo livello di tensione). L'ultimo dei quattro "atti" in cui tradizionalmente si divide la pellicola, ovvero quello del viaggio psichedelico di Bowman, è emblematico: una sorta di "cancello stellare", al cui passaggio si dischiudono luoghi spazio-temporali mai visti e mai sperimentati prima dall'uomo, in una catena di immagini dove le normali dimensioni non hanno più senso (anche se diverse riprese sono evidentemente quelli di luoghi o paesaggi terrestri con filtri o viraggi di colore per renderli alieni o esotici). Prodotto da uno studio statunitense (la Metro Goldwyn Mayer), il film fu realizzato interamente in Inghilterra, dove Kubrick aveva girato anche i suoi due lavori precedenti.

Sceneggiato insieme allo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke (che si ispirò ad alcuni suoi racconti e che quasi contemporaneamente pubblicò l'omonimo romanzo), il film affronta temi ad ampio spettro come quelli dell'evoluzione umana, del rapporto con possibili entità extraterrestri, del viaggio attraverso il tempo e lo spazio, della percezione relativistica di essi, oltre che lo sviluppo della tecnologia, dell'intelligenza artificiale e dell'esplorazione dello spazio. Ma il contesto non è certo quello avventuroso o da space opera che permeava la fantascienza vista fino ad allora al cinema o in televisione ("Star Trek", "Il pianeta proibito", i tanti B-movie): per la prima volta forse dopo l'epoca delle sperimentazioni a tutto campo del cinema muto, la fantascienza assurge al rango di cinema di serie A, inaugurando una breve e fortunata stagione che si sarebbe conclusa dopo una decina d'anni con l'avvento di Lucas e Spielberg e la nascita del blockbuster fantascientifico di intrattenimento rivolto a un pubblico adolescenziale. Molte le caratteristiche che concorrono a renderlo un film unico e memorabile. La pellicola si apre con una lunga introduzione con lo schermo nero, riempito solo dalle sonorità inquietanti della musica di Ligeti: una sorta di "ouverture" come quella che Kubrick aveva utilizzato in "Spartacus" (e che si usava talvolta all'epoca in pochissimi lungometraggi particolarmente lunghi o epici: altri casi celebri sono quelli di "Lawrence d'Arabia" e "Il dottor Zivago"). Allo stesso modo, a metà film c'è una "intermissione", e al termine un prolungato schermo nero finale (tutte sequenze che vengono abitualmente tagliate quando il film passa in televisione, e dunque visionabili soltanto al cinema o in home video). A tratti lo stile del regista sembra sovrastare il contenuto: dal punto di vista visivo, è evidente la ricerca di geometrie nella composizione delle immagini, nella messa in scena degli ambienti e nella collocazione dei personaggi all'interno di essi (basti pensare alla hostess che si muove nello shuttle, o a Bowman che si esercita correndo nel modulo circolare dell'astronave, o ancora a tutte le sequenze che mostrano l'occhio circolare e inquietante di HAL 9000; e naturalmente allo stesso monolito nero, forma geometrica perfetta, le cui dimensioni sarebbero proporzionali a 1:4:9, ossia i quadrati dei primi tre numeri interi).

Le scenografie sono realistiche e particolarmente curate. Gli shuttle, la stazione orbitale, l'interno del "Discovery" (l'astronave che viaggia verso Giove) sono bianchi, asettici, finalizzati non soltanto a trasmettere l'idea di un immaginario futuro ma anche a mettere in risalto le figure degli uomini al loro interno. A questi scenari "futuribili" fa da impressionante contrasto il senso di "passato" (sarebbe forse meglio dire che ci troviamo "fuori dal tempo") comunicato dalla camera da letto settecentesca in cui si ritrova Bowman nel finale, arredata con mobili d'antan ma anche con una pavimentazione all'avanguardia, e comunque impregnata da una luce soffusa di chiara origine artificiale. La sequenza è inquietante quasi soltanto per le scelte di art direction (lo scenografo Anthony Masters fu nominato agli Oscar, così come Kubrick per la regia e, insieme a Clarke, per la sceneggiatura: l'unica statuetta vinta fu però quella per gli effetti speciali visivi). D'altronde, che il regista intendesse il film come una "esperienza primariamente non verbale" è evidente da tutte le sue scelte: le immagini e le musiche contano assai più dei dialoghi, che sia nell'incipit (con le scimmie) sia nel finale (il viaggio di Bowman) sono del tutto assenti. Tuttavia non mancano momenti (le scene con HAL su tutte) dove "le parole sono importanti" (cit. morettiana). Ma lo stesso HAL non ha bisogno di udire le parole degli astronauti per comprenderne le intenzioni: il computer ha infatti l'incredibile capacità di leggere le loro labbra! Dicevamo della colonna sonora, che svolge un ruolo davvero essenziale nell'economia della pellicola: inizialmente Kubrick aveva incaricato i compositori Alex North (con cui aveva lavorato in "Spartacus" e "Stranamore") e Frank Cordell di realizzare musica originale per il film, di impronta pare mahleriana. Ma alla fine scelse invece di ricorrere ad alcuni brani di musica classica: oltre al citato Ligeti ("Atmospheres"), è diventato ormai iconico l'utilizzo dell'incipit di "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss (ormai indelebilmente associato a questo film, e pluri-ricorrente in innumerevoli parodie e citazioni) e del valzer "Sul bel Danubio blu" di Johann Strauss figlio, abbinato a uno strepitoso "balletto" nello spazio fra lo shuttle e la stazione orbitale. Infine, la soundtrack è completata dall'Adagio dal "Gayane" di Aram Khachaturian (nelle sequenze che mostrano la routine di Bowman e Poole a bordo della missione verso Giove): un brano molto emozionale, ripreso fra l'altro molti anni dopo da Jerry Goldsmith in "Aliens".

Dunque, "2001" è tutto forma e niente contenuti? Per nulla. I temi, come già detto, sono tanti e pure "di spessore": l'evoluzione umana (compresa la deriva sull'intelligenza artificiale), l'esplorazione dello spazio, il contatto con un'altra civiltà. E ancora: la nascita della violenza e della guerra, ma pure il suo superamento attraverso la cooperazione internazionale (mitica la scena dei russi sulla stazione orbitante, ancor più significativa se si pensa che nel 1968 si era in piena Guerra Fredda: ma già nel precedente "Stranamore" Kubrick aveva dimostrato di auspicare, a modo suo, un dialogo fra le due superpotenze). C'è chi dice che il film non abbia un vero protagonista. Anche in questo caso, è errato: i protagonisti sono essenzialmente tre, ovvero Bowman (l'eroe finale, paladino di tutta l'umanità e novello Ulisse alla scoperta dell'inesplorato: nel titolo la parola "Odissea" non è certo casuale), HAL 9000 (la figura che rimane più impressa nella mente dello spettatore) e naturalmente il monolito nero (icona, collante e catalizzatore dell'intera pellicola). Ci sono poi tre figure minori ma fondamentali per l'economia della trama: la scimmia Guarda-la-Luna che scopre la "tecnologia", il dottor Heywood R. Floyd (interpretato da William Sylvester) e Frank Poole, il secondo membro dell'equipaggio del "Discovery". Molta curiosità ha destato il fatto che il nome di HAL, il computer senziente che scopre di essere fallibile e per questo motivo impazzisce, sembra derivare dalle lettere che precedono di una, nell'ordine alfabetico, quelle di IBM (sigla che a quei tempi era quasi sinonimo di computer). In realtà, come spiegò lo stesso Clarke, si tratta solo di una coincidenza: la sigla HAL starebbe per "Heuristically ALgoritmic". In ogni caso, il suo sensore visivo (l'occhio rosso che scruta minaccioso ogni cosa) e la toccante scena della sua disattivazione (man mano che vengono estratti i moduli di memoria e di logica, il computer decade a un livello infantile, fino a spegnersi mentre intona la canzoncina "Giro Girotondo"; nella versione originale, il brano era "Daisy Bell") lo rendono indimenticabile. La voce italiana di HAL è di Gianfranco Bellini (in inglese era di Douglas Rain).

Nel 1968 l'anno 2001, in fondo non troppo distante, sembrava tuttavia ancora molto lontano: una sensazione accentuata dal fatto che si trattava dell'alba di un nuovo millennio. Ora che l'abbiamo superato da un po', può essere divertente andare a vedere se la tecnologia presente nella pellicola risulta ancora credibile, e in generale se le sue previsioni si sono avverate. Indubbiamente sono più le cose azzeccate che quelle errate, almeno per la media dei film di fantascienza. Per dirne una, già l'anno seguente l'uomo arrivò sulla Luna (e le scene girate nello spazio appaiono quanto mai realistiche: non c'è traccia di suoni o di esplosioni nel vuoto come invece le saghe action-avventurose da "Flash Gordon" in poi ci hanno abituato, e tanto i movimenti a gravità zero quanto quelli all'interno delle astronavi, dove la gravità è invece prodotta dalla rotazione dei moduli, sono del tutto attendibili). Certo, non abbiamo ancora voli di linea (targati Pan Am!) fra la Terra e la Stazione Spaziale Internazionale, ma di contro gli schermi piatti sono ormai diffusi ovunque, effettuamo abitualmente videotelefonate (anche se non dallo spazio: a proposito, la bambina che interpreta la figlia del dottor Floyd è Vivian Kubrick, figlia dello stesso Stanley) e in generale il design di molte tecnologie sembra davvero essersi rifatto a quello del film. Che la realtà possa essersi ispirata alla fantasia è testimoniato anche dalle teorie di complotto secondo cui Kubrick sarebbe stato il regista, per conto della NASA, delle presunte false immagini dell'allunaggio dell'Apollo 11. Anche la sequenza in cui Bowman rientra nell'astroname rimanendo per un breve istante immerso nel vuoto dello spazio, unico momento che parrebbe un'esagerazione cinematografica, è in realtà stato considerato verosimile da parte degli esperti. Tuttavia la previsione su cui molti nel 1968 avrebbero scommesso come attendibile, che invece non si è avverata, è quella della nascita di supercomputer senzienti. Lo sviluppo di un'intelligenza artificiale era un obiettivo che molti ritenevano ormai prossimo, ma che è rimasto sempre ben lontano dall'essere raggiunto, forse anche per un'errata intepretazione del termine "intelligenza". Da notare che l'argomento affascinava molto Kubrick, tanto da fargli mettere in cantiere un altro film intitolato appunto "A.I." ("Artificial Intelligence"), che non riuscì a girare prima della morte e il cui progetto passò poi nelle mani di Steven Spielberg.

In realtà il film non si svolge nel 2001, o almeno non interamente: a parte ovviamente l'incipit con le scimmie ("L'alba dell'uomo", appunto) e la sequenza finale con Bowman (dove il tempo non pare aver più significato), fra le due sezioni centrali (quella del dottor Floyd e quella del viaggio del "Discovery") ci sono diciotto mesi di differenza: almeno una delle due, dunque, è ambientata nel 2000 o nel 2002. L'indicazione cronologica nel titolo va dunque interpretata in senso simbolico, come indicazione di un futuro prossimo ("oltre la frontiera del nuovo millennio"). Fra le tante eredità lasciate dalla pellicola c'è purtroppo la "moda", diffusasi negli anni seguenti soprattutto in Italia (e anche nei casi in cui nel titolo originale non ce n'era traccia), di premettere un anno futuribile nei titoli di film di fantascienza, forse per far capire immediatamente allo spettatore a quale genere appartenesse la pellicola che stava per vedere: alcuni esempi fra i tanti sono "1997: Fuga da New York" (che in originale era semplicemente "Escape from New York"), "2022: I sopravvissuti" (in originale "Soylent Green"), "1999 - Conquista della Terra" ("Conquest of the Planet of the Apes"), "2013 - La fortezza" ("The fortress"), per non parlare di "2002: la seconda odissea" ("Silent Running") che il titolo addirittura spacciava come sequel del film di Kubrick. Un autentico seguito, in effetti, fu però realizzato dopo qualche anno: si tratta di "2010 - L'anno del contatto" di Peter Hyams, tratto dal primo dei tre romanzi che Clarke scrisse come seguiti ufficiali. Kubrick però non ci ebbe nulla a che fare (il regista addirittura aveva distrutto set, modellini e costumi nel timore che qualcun altro avesse voluto riutilizzarli). Pochi film hanno comunque avuto un'eredità consistente come "2001: Odissea nello spazio", non solo nel cinema ma in tanti altri campi. Jack Kirby ne disegnò un adattamento a fumetti passato alla storia (pubblicato anche in Italia in un'impressionante edizione di formato gigante). Di certo, in campo cinematografico, il film ha rappresentato uno spartiacque (non fu più possibile realizzare pellicole di fantascienza nello stile dei B-movie da drive in come in precedenza) e pose le basi per una rappresentazione realistica della tecnologia che sarebbe rimasta per almeno un decennio. A modo loro, e pur andando in direzioni diverse, gli sono debitori Spielberg ("Incontri ravvicinati del terzo tipo"), Scott ("Alien"), Zemeckis ("Contact") e Nolan ("Interstellar"), per non parlare di autori non anglosassoni come Tarkovskij (il cui "Solaris" fu pubblicizzato come "la risposta sovietica a 2001").

20 marzo 2014

Lei (Spike Jonze, 2013)

Lei (Her)
di Spike Jonze – USA 2013
con Joaquin Phoenix, Amy Adams
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

In un futuro prossimo vengono sviluppati nuovi sistemi operativi per computer (OS) talmente sofisticati da adattarsi all'utente, provare emozioni ed evolversi, utilizzando l'intuito e imparando dalle esperienze. E il solitario, introverso ma sensibile Theodore, scrittore reduce da un matrimonio fallito e che fa fatica a intraprendere una nuova relazione, finisce con l'innamorarsi di "Samantha", il suo OS personale. Dal regista di "Essere John Malkovich" (qui anche sceneggiatore), un'insolita storia d'amore fra un uomo e un'intelligenza artificiale. L'idea non è nuova (già nel 1984 c'era stato "Electric Dreams", triangolo amoroso fra un ragazzo, una ragazza e un computer... ma se vogliamo si può risalire fino al mito di Pigmalione: in fondo è Theodore stesso che "forgia" Samantha, a cominciare dalla scelta di darle una voce e una personalità femminile), ma Jonze riesce a trattarla con la giusta delicatezza e introspezione. Da un lato si concentra solo sul rapporto fra i due protagonisti, sviluppando il bizzarro punto di partenza senza perdersi in inutili rivoli (e senza ricorrere al cinismo o alla satira, come sarebbe stato anche comprensibile visto l'argomento, bensì mantenendosi su toni inaspettatamente dolci e teneri), e dall'altra fa riflettere sulle possibili (e credibili) evoluzioni dei rapporti sociali nell'era dell'informatica pervasiva, dei social network e dell'ossessione per la tecnologia (cosa c'è in fondo di così diverso dalle varie chat room, dai siti di incontri o dalle relazioni a distanza tramite Skype? La tecnologia può aiutare a combattere la solitudine?). Non mancano i paradossi che sorgono dalla dicotomia fra reale e virtuale (che si rispecchia anche nel lavoro di Theodore, il quale di professione scrive intime ed appassionate lettere per conto terzi, piene di quei sentimenti e di quella sensibilità che invece fatica ad esprimere nella vita reale). Quello fra Theodore e Samantha è un rapporto fra due menti e un corpo solo, con tutti i limiti che questo comporta. A tratti si cerca di porvi rimedio, come nella sequenza in cui viene coinvolta un'altra ragazza, che però non risolve il problema: si passa a tre menti e due corpi, c'è sempre qualcosa di troppo! (Strano, però, che non si sia pensato a mettere in commercio bambole gonfiabili, robot o animatroni in cui "inserire" l'OS).

Nonostante il loro amore e l'apparente comunanza di spiriti, gli ostacoli alla relazione fra Theodore e Samantha sono tanti: il sospetto che la personalità e le emozioni dell'OS non siano spontanee ma soltanto il frutto della sua programmazione; o che i sentimenti di Theodore per lei siano una "scorciatoia" di comodo (l'ex moglie gli rinfaccia di non saper gestire una relazione con una persona vera); per non parlare delle complicazioni che sorgono quando Theodore si rende conto che le capacità dell'OS di lavorare in multitasking gli permettono di "interfacciarsi" nello stesso istante con numerosi altri utenti (il mondo è troppo limitato per una creatura capace di amore infinito!). Eppure il furbo Jonze lascia che la narrazione fluisca in maniera quieta e naturale ("mimando" i vari step di una vera relazione romantica, comprese le piccole crisi, i dubbi e le incomprensioni), senza appesantire la storia con riflessioni filosofiche che, pur presenti, rimangono sottotraccia: e questo aiuta il film a risultare meno cervellotico e più accessibile rispetto ai lavori passati del regista, il che forse ha contribuito in parte a fargli vincere il premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale. A livello tecnico, buona la cura con cui si è descritto il mondo prossimo futuro, a partire dagli abiti, dagli arredamenti e dalle architetture, per finire con le interfacce grafiche dei computer (e vogliamo parlare dei videogiochi?). Nella versione originale la voce di Samantha è di Scarlett Johansson, che per questo ruolo ha vinto il premio come miglior attrice al Festival di Roma pur non apparendo mai di persona: un caso simile, ma speculare, a quello del film "Locke", dove invece un solo attore ci "mette la faccia" e tutti gli altri personaggi recitano solo con la voce. In italiano Samantha è doppiata da Micaela Ramazzotti. Bravo e intenso come sempre il qui baffuto Joaquin Phoenix, mentre nel resto del cast figurano Amy Adams, Rooney Mara e Olivia Wilde. Il regista stesso dà invece la voce al buffo e dispettoso personaggio del videogioco.

19 settembre 2013

The zero theorem (Terry Gilliam, 2013)

The zero theorem - Tutto è vanità (The zero theorem)
di Terry Gilliam – GB 2013
con Christoph Waltz, Mélanie Thierry
***

Visto al cinema Arlecchino, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

In un futuro dominato dalla pubblicità, dai computer e dalle videocamere, e dove tutto – dal lavoro al sesso – ha i connotati di un videogioco, l'asociale programmatore Qohen Leth (Christoph Waltz) si occupa di calcolare "entità" per divisione di ricerca ontologica della mega-corporazione Mancom. In seguito alle sue continue richieste di poter lavorare da casa, viene incaricato da Management, l'elusivo e cameleontico boss della società, di dimostrare il "teorema zero", un complesso calcolo sul destino finale dell'universo e sul significato stesso dell'esistenza umana. Terry Gilliam torna con successo alla fantascienza visionaria, distopica e sociale che gli è tanto cara ("Brazil", "L'esercito delle dodici scimmie") e sforna una pellicola intima, claustrofobica, dai toni psicologici e – soprattutto – filosofici. Al centro di tutto (è praticamente sempre in scena) c'è il personaggio di Qohen Leth con la sua personalità complessata e antisociale, emotivamente disturbato, che parla di sé stesso al plurale (come Gollum) ed è convinto che riceverà, prima o poi, una telefonata di origine divina che gli spiegherà il senso della sua vita. Per questo motivo non ama uscire di casa (abita in una chiesa sconsacrata e abbandonata, infestata da topi e colombe) e rifugge la compagnia degli altri esseri umani. A tirarlo fuori dal suo guscio proveranno, con esiti diversi, la prostituta Bainsley (Mélanie Thierry), che lo spinge a unirsi a lei in sedute di sesso virtuale, e il giovane hacker Bob (Lucas Hedges), figlio di Management, interessato affinché Qohen completi la dimostrazione del teorema zero. Secondo quest'ultimo, l'universo si concluderà come è iniziato, collassando nel nulla all'interno di un buco nero, e dunque non esiste né un aldilà né un significato ultimo: quale scenario migliore per una corporazione come la Mancom – il cui slogan è "Dare un senso alle cose belle" – per prosperare a colpi di consumismo e di edonismo virtuale? Ma a Qohen tutto questo non interessa, e l'uomo esegue i suoi estenuanti calcoli senza curarsi di quello che significano... almeno fino a quando la giovane Bainsley non lo porterà a mutare radicalmente le sue prospettive. Concepito già nel 2009 (il ruolo di protagonista avrebbe dovuto essere di Billy Bob Thornton), il film è stato rinviato in seguito alla morte del produttore Richard D. Zanuck, alla cui memoria è dedicato. Alla fine è stato girato a Bucarest, in Romania, con un budget relativamente basso e in un limitato periodo di tempo (almeno rispetto agli altri film del regista). Fra i molti rimandi kafkiani, da segnalare l'eterna attesa di Qohen per una telefonata che forse non arriverà mai, forse un rimando al racconto dello scrittore ceco "Davanti alla legge". Ma il vero punto di forza del film (oltre alla prova di Waltz) è la straordinaria capacità inventiva di Gilliam, capace di deformare in modo grottesco e visionario il presente, le sue tendenze e le sue ossessioni, per dare vita a un futuro che non è altro, in fondo, che una ironica parodia della nostra vita quotidiana. Nel cast anche David Thewlis (l'"amichevole" supervisore di Qohen), Matt Damon (il camaleontico Management, che si confonde con l'ambiente) e un'eccezionale e irriconoscibile Tilda Swinton (la psicanalista virtuale).

15 aprile 2011

Moon (Duncan Jones, 2009)

Moon (id.)
di Duncan Jones – GB 2009
con Sam Rockwell, Robin Chalk
***1/2

Visto in divx, con Elena e Cristiano.

In un futuro non troppo remoto, la maggior parte dell'energia necessaria agli esseri umani viene raccolta sulla Luna, recuperando quella solare che è rimasta imprigionata nelle rocce del satellite sotto forma di elio-3. Per operare una di queste stazioni di raccolta, quasi del tutto automatizzate, basta un solo uomo, coadiuvato da robot e computer. Sam Bell è giunto al termine dei suoi tre anni di servizio ed è in attesa di essere sostituito per poter tornare a casa: ma un incidente imprevisto gli farà scoprire un'incredibile verità. Sorprendente film di fantascienza che recupera e restituisce il fascino delle pellicole di questo genere dei primi anni settanta, al punto da presentare qua e là persino echi di "2001" (l'ambiente bianco e asettico della base lunare, il rapporto fra un uomo e un'intelligenza artificiale, l'astronauta che incontra sé stesso) e "Solaris" (la solitudine, le allucinazioni). E come nelle miglior pellicole del genere, costruite più sulle idee e le atmosfere che sulle scene d'azione e sui budget gonfiati, attraverso una storia avvincente e fuori dagli schemi riesce a far riflettere sulla natura dell'uomo, sul significato di ricordi ed emozioni, e sui possibili sviluppi della tecnologia. Quello di Sam Rockwell, che sullo schermo si sdoppia, è praticamente un one-man-show. Il regista (noto in passato come Zowie Bowie) è il figlio di David Bowie: il suo è un esordio cinematografico che lascia ben sperare. Un plauso, comunque, va anche alla sceneggiatura di Nathan Parker, alle scenografie di Hideki Arichi e alla musica di Clint Mansell, capace di creare sonorità inquietanti come in "Requiem for a dream". Nella versione originale, la voce di Gerty (il robot) è di Kevin Spacey.

14 ottobre 2010

Resident Evil (Paul W.S. Anderson, 2002)

Resident Evil (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/Francia/Germania 2002
con Milla Jovovich, Michelle Rodriguez
**1/2

Rivisto in DVD.

Ispirato a una popolare collana di videogiochi, il film – vagamente carpenteriano e primo di una serie che a oggi conta quattro pellicole (ma altre sono già in programma) – aggiorna il filone dei classici zombie movie alla Romero con un'ambientazione moderna, asettica e fantascientifica, e ha contribuito a trasformare Milla – sexy e aggressiva come non mai – in un'icona del genere action/horror. A parte l'incipit nella sontuosa villa neoclassica in cui la protagonista si risveglia senza alcun ricordo del proprio passato (una tipica situazione da videogioco, appunto, come una nascita) e la bella inquadratura finale in cui si scopre che il contagio ha ormai invaso l'intera Raccoon City, quasi tutto il film è ambientato nelle stanze e nei corridoi di un complesso sotterraneo chiamato "l'Alveare", un sofisticato laboratorio di ricerca di proprietà della potente e corrotta Umbrella Corporation dove vengono sperimentate armi virali e batteriologiche. Proprio una di queste, il Virus T, in grado di trasformare gli esseri viventi in non-morti affamati di carne umana, ha contaminato l'intera struttura: e il computer centrale, la Regina Rossa (riferimenti ad "Alice nel paese delle meraviglie" sono sparsi un po' ovunque, a partire dal nome della protagonista), l'ha isolata dall'esterno per impedire che l'epidemia si diffonda. A una prima parte fredda e piena di tensione, con Alice e un gruppo di soldati che cercano di penetrare nell'Alveare per scoprire che cosa è successo e devono vedersela con il computer (una versione femminile dello HAL 9000 di "2001: Odissea nello spazio") e le trappole in stile "The cube" (come il laser che taglia a fettine) che questi ha disseminato attorno a sé, ne segue una seconda più concitata e ricca invece di azione, in cui i personaggi devono fuggire dall'assalto dei non-morti, fra i quali – oltre a uomini – ci sono anche animali (memorabile la scena in cui Alice lotta contro i cani: a proposito, Milla ha effettuato tutti gli stunt in prima persona, senza controfigure!) e mostri vari (il cosiddetto "licker"). Fra i comprimari si segnalano Michelle Rodriguez (la tosta soldatessa Rain, un classico personaggio "alla Vasquez"), Eric Mabius (Matt, attivista contro le multinazionali) e James Purefoy (Spence, il misterioso "marito" di Alice). Tranne che nella scena iniziale, in cui si sveglia nuda nella doccia, e in quella finale, in cui indossa soltanto un telo da ospedale, Milla veste per tutta la pellicola un costume molto essenziale, che comprende stivaletti neri e un leggero abito da sera rosso. Il regista Paul W.S. Anderson – che aveva già sfornato l'adattamento cinematografico di un videogioco con "Mortal Kombat" – si limiterà a scrivere e a produrre il secondo e il terzo film della serie ("Resident Evil: Apocalypse" e "Resident Evil: Extinction"), tornando dietro la macchina da presa soltanto con il quarto episodio ("Resident Evil: Afterlife"). Nel frattempo è diventato il fortunato marito di Milla, nonché il padre di sua figlia Ever (il cui padrino è Wim Wenders!).

7 dicembre 2009

Alphaville (Jean-Luc Godard, 1965)

Agente Lemmy Caution: missione Alphaville
(Alphaville, une étrange aventure de Lemmy Caution)
di Jean-Luc Godard – Francia 1965
con Eddie Constantine, Anna Karina
***

Visto in DVD, con Giovanni.

Sotto le false spoglie del giornalista Ivan Johnson del "Figaro-Pravda", l'agente speciale Lemmy Caution giunge ad Alphaville, capitale di un'altra galassia, per rintracciare il professor Von Braun, scienziato transfuga con le sue pericolose invenzioni. Alphaville è una città dominata dai computer, dove i nomi delle strade sono dedicate a scienziati (come Enrico Fermi), a leggi fisiche o a teoremi matematici, i sentimenti sono messi al bando e tutto è freddo e logico: chi esprime le proprie emozioni viene eliminato (attraverso grottesche cerimonie collettive per l'intrattenimento delle élite) o ricondizionato, e le donne sono programmate per essere sottomesse (e numerate come gli ebrei nei campi di concentramento). La città, oltre che indicare un possibile sviluppo (secondo Godard) delle tendenze sociali, tecnologiche e capitalistiche che erano in atto nel dopoguerra, è l'evidente metafora di un formicaio, dove ogni abitante segue le direttive del computer centrale Alfa-60 (che ha sviluppato l'autocoscienza e sta progettando addirittura di attaccare i "paesi esterni", i residui del mondo come lo conosciamo noi, le cui capitali hanno nomi familiari come Tokyorama, Angoulême City e Nuova York): quando nel finale il computer viene distrutto, infatti, i cittadini impazziscono e muoiono come formiche lasciate senza una guida da seguire.

Anticipando "Blade runner" con la sua fusione di due generi letterari e cinematografici ben distinti (ovvero il noir e la fantascienza), Godard realizza un film insolito e affascinante, con un messaggio forse semplicistico (l'amore che si oppone alla disumanizzazione e alla mercificazione risultante dalla tecnologia) ma con uno stile originale e coerente. Fra le fonti di ispirazione spicca senza dubbio "1984" di Orwell, a partire dal "Grande Fratello" che controlla tutti (qui il computer di Von Braun) e dall'alterazione del linguaggio: ad Alphaville le parole vengono continuamente cancellate, bandite o mutate di significato, la Bibbia è sostituita da un dizionario, e vige un'assurda formula di saluto universale, ripetuta meccanicamente in ogni occasione ("Io sto benissimo-grazie-prego"). Ma che non si tratti di un'operazione legata solo al passato lo dimostra il fatto che il film precorre a sua volta molto cinema che verrà: il dialogo del protagonista con il computer Alfa-60 non può non far pensare all'occhio di Hal 9000 in "2001: Odissea nello spazio", mentre di "Blade runner" (o meglio, della sua versione cinematografica originale) sembra anticipare anche il finale, con la fuga del detective in compagnia della ragazza "robotizzata" che sta lentamente imparando a riconoscere i propri sentimenti e a riacquistare le emozioni. Echi del film si ritroveranno anche nei fumetti di Moebius e degli altri "umanoidi associati".

Se i dialoghi parlano di galassie, armi atomiche e (auto)coscienza, e gli interni sono geometrici, freddi ed essenziali (i corridoi, gli ascensori, le porte e le scale a chiocciola tutte uguali ricordano Tativille, il gigantesco set che Jacques Tati aveva fatto costruire per "Playtime"), le scene in esterno non fanno invece uso di architetture futuristiche, anzi sono girate nella Parigi contemporanea e si rifanno agli stilemi del noir, come d'altronde gli abiti dei personaggi (impermeabili e cappelli anni '40) e la stessa scelta di una fotografia in bianco e nero, seppure l'uso delle illuminazioni e delle ombre sia davvero notevole. Ma tutto il film gioca sul contrasto fra vecchio e nuovo, fra tradizione e modernità, fra il confortante passato (rappresentato anche dalla macchinetta fotografica, quasi un giocattolo, con cui Lemmy Caution scatta di continuo le sue foto, apparentemente senza motivo) e il minaccioso futuro (il pericolo, nemmeno tanto velato, è quello di un conflitto nucleare). La rivisitazione intellettuale di generi popolari della narrativa o del cinema (un'operazione simile a certe cose fatte in quegli anni da Chabrol) affiora continuamente: uno degli agenti che hanno preceduto Lemmy Caution nella stessa missione, fallendo, si chiamava Dick Tracy; il vero nome del professor Von Braun è Nosferatu; a un certo punto Lemmy risponde a una domanda citando Shakespeare ("dormire, sognare forse"); e il titolo che originalmente Godard aveva pensato per la pellicola era "Tarzan contro l'IBM". Il personaggio di Lemmy Caution, sempre interpretato da Eddie Constantine, era già apparso in due film polizieschi (tratti da romanzi gialli degli anni '40) che nulla avevano a che vedere con le provocazioni filosofiche e intellettuali di Godard, né con la fantascienza.

13 ottobre 2008

Guida galattica per autostoppisti (G. Jennings, 2005)

Guida galattica per autostoppisti (The hitchhiker's guide to the galaxy)
di Garth Jennings – USA/GB 2005
con Martin Freeman, Mos Def
**

Rivisto in DVD, con Giovanni e Ilaria.

Sopravvissuto all'improvvisa distruzione della Terra (che è stata demolita dagli alieni Vogon per far posto a un'autostrada spaziale), l'everyman inglese Arthur Dent vaga per il cosmo in compagnia dell'amico Ford Prefect e di altri bizzarri compagni, facendo l'autostop e cercando di scoprire quale sia la domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto (la risposta invece è già nota: 42, come sa anche Google). In sé il film in fondo non è poi male: leggero e demenziale, divertente al punto giusto e con una buon mix fra effetti digitali e artigianali. Insomma, poteva andare peggio. Ma quando alle spalle c'è materiale di partenza del calibro della mitica serie radiofonica e dei romanzi di Douglas Adams, un po' di delusione è inevitabile. Gran parte dell'umorismo dell'autore inglese, paradossale e verbale, sullo schermo semplicemente non funziona: basti pensare a scene come quella del vaso di petunie e della balena, o al Vogon che declama le sue poesie. Come se non bastasse, molte gag sono troncate a metà, e a quel punto era quasi meglio che non fossero inserite affatto ("Per vedere i piani sono dovuto scendere in cantina". E stop, quel dialogo finisce qui, niente cartello "Attenti al leopardo"!). In compenso, c'è parecchio materiale ex novo (ideato in gran parte proprio dal compianto Adams, accreditato come co-sceneggiatore), come le sequenze che coinvolgono John Malkovich, quelle della fuga dal pianeta dei Vogon (mitici i battipanni viventi) e in generale la storia d'amore fra Arthur e Trillian. Nel complesso la comicità diventa più visiva che concettuale, il ruolo della Guida stessa risulta sminuito (non viene quasi mai consultata) e la sottotrama principale, quella dei topi, non è particolarmente convincente. Fra le cose migliori, invece, c'è la tecnologia: il computer Pensiero Profondo, l'astronave Cuore d'Oro e il robot depresso Marvin rimangono impressi sia per il design "arrotondato" sia per la loro personalità. A proposito, nella versione originale Marvin (al cui interno si muove Warwick Davis) ha la voce di Alan Rickman e Pensiero Profondo quella di Helen Mirren, mentre il narratore è Stephen Fry. Le differenze con la vecchia serie televisiva della BBC sono notevoli: più "inglese" e scalcinata quella, più "americana" e professionale questa (alcune scenografie, come l'officina di pianeti su Magrathea, sono spettacolari e lasciano davvero a bocca aperta!). Carina anche la sequenza di apertura, con i delfini che cantano "Addio e grazie per tutto il pesce". Fra gli attori spiccano per simpatia Zooey Deschanel nella parte di Trillian e Sam Rockwell in quella del folle Zaphod Beeblebrox.

Nota: i romanzi originali sono una fonte talmente smisurata di citazioni e di ispirazioni che molti spettatori, guardando il film, in certe scene avranno creduto di trovarsi di fronte a omaggi o parodie, senza sapere che invece è proprio la Guida a essere all'origine di termini, frasi e concetti poi utilizzati da altri (per fare un solo esempio, il nome del traduttore automatico Babelfish). Un po' come era accaduto con i film del Signore degli Anelli, che qualcuno ha accusato di poca originalità perché troppo pieni di quei cliché fantasy che proprio Tolkien aveva invece creato, cinquant'anni prima.

14 novembre 2007

Sunshine (Danny Boyle, 2007)

Sunshine (id.)
di Danny Boyle – GB/USA 2007
con Cillian Murphy, Chris Evans
**1/2

Visto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

2057: il Sole si sta spegnendo, e per riaccenderlo parte una navicella con la quale otto uomini dovranno trasportare una bomba e scagliarla contro la stella. Si tratta della seconda missione di questo tipo: ma della prima, precedente di sette anni, non si è saputo più nulla. Film di fantascienza vecchio stile, ipnotico e suggestivo, forse fin troppo ambizioso, che maschera una trama non particolarmente originale (e decisamente non verosimile) con echi da "Alien" e soprattutto da "2001 Odissea nello spazio", compreso il computer senziente e il finale psichedelico-metafisico. Lasciando da parte le incongruenze scientifiche (ma almeno la sceneggiatura ha il pregio di restare sul vago, senza addentrarsi in spiegazioni tecniche che non consentirebbero allo spettatore la necessaria sospensione dell'incredulità), rimane un thriller spaziale di buona fattura, con attori sorprendentemente adeguati (oltre al bravissimo Cillian Murphy e a Chris "Human Torch" Evans c'è anche Michelle Yeoh, a dire il vero un po' sacrificata). In fin dei conti non è altro che una pellicola da totomorti: rispetto a quelle omologhe degli anni '80, però, è vestita a nuovo grazie agli effetti speciali e ad alcuni dei temi new age tanto cari al regista.

24 gennaio 2007

La segretaria quasi privata (W. Lang, 1957)

La segretaria quasi privata (Desk Set)
di Walter Lang – USA 1957
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn
**

Visto in DVD, con Hiromi, Daniela e Alfredo.

L'ufficio "quesiti" di un'emittente radiofonica (ovvero il dipartimento che si occupa di fornire informazioni sui più svariati argomenti a chiunque ne faccia richiesta) è messo sottosopra dall'arrivo di un misterioso addetto che intende installarvi un computer. Le impiegate temono naturalmente di perdere il posto in favore del cervello elettronico, capace di eseguire il loro stesso lavoro in maniera più veloce ed efficace. Alla battaglia fra l'uomo e la macchina si aggiunge quella fra i sessi, con la love story fra l'esperto di informatica e la direttrice dell'ufficio, anche se da questo punto di vista il film risulta piuttosto annacquato e poco intrigante, nonostante la presenza di una coppia spumeggiante come quella Tracy/Hepburn. Interessante in prospettiva storica (l'introduzione del computer come "strumento di lavoro" per le impiegate è un'idea che non le sfiora nemmeno per un attimo: la macchina è da loro vista soltanto come un concorrente e non come un database che va a sostituire la polverosa biblioteca), il film non è particolarmente vivace dal punto di vista cinematografico: è registicamente piatto, senza primi piani o sequenze di rilievo.