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16 maggio 2023

Cry Macho (Clint Eastwood, 2021)

Cry Macho - Ritorno a casa (Cry Macho)
di Clint Eastwood – USA 2021
con Clint Eastwood, Eduardo Minett
*1/2

Visto in TV (Sky Cinema), con Sabrina.

L'attempato Mike Milo (Eastwood), un tempo stella dei rodei, viene convinto dal suo ex capo a recarsi in Messico per prevelare il suo figlio tredicenne Rafael (Eduardo Minett) e condurlo in Texas, dove intende usarlo come "merce di scambio" in una trattativa economica con la moglie. Durante il viaggio attraverso il deserto messicano, però, il vecchio cowboy e il giovane ribelle impareranno a conoscersi e svilupperanno una sorta di rapporto padre-figlio. Da un romanzo dello sceneggiatore N. Richard Nash (che circolava a Hollywood sin dagli anni settanta: fu proposto a diverse case di produzione, registi ed attori, e lo stesso Eastwood giunse vicino a interpretare il protagonista alla fine degli anni ottanta), un road movie che arriva – in tutti i sensi – fuori tempo massimo. Schematico nella sceneggiatura e già visto troppe volte nel soggetto, trasuda stereotipi e banalità. Il brutto doppiaggio italiano non aiuta. Macho è il nome del gallo da combattimento che il giovane Rafa porta sempre con sé. Per l'ultranovantenne Eastwood è il 39° film da regista.

29 novembre 2020

Brivido nella notte (Clint Eastwood, 1971)

Brivido nella notte (Play Misty for me)
di Clint Eastwood – USA 1971
con Clint Eastwood, Jessica Walter
**1/2

Visto in TV.

Dave Garner (Eastwood), DJ radiofonico che conduce una trasmissione notturna in una piccola emittente californiana, scopre che la sua affezionata ascoltatrice Evelyn (Jessica Walter), che telefona ogni sera per chiedere la canzone "Misty" di Erroll Garner, è una stalker psicopatica innamorata di lui. E dopo un incontro casuale di una notte, non riesce più a togliersela di dosso: dapprima la donna porta scompiglio nella sua sfera privata e professionale, e poi cerca addirittura di attentare alla sua vita. Il film che segna l'esordio alla regia per Eastwood è un thriller psicologico che in certe cose sembra anticipare "Misery": come nel classico di Stephen King e Rob Reiner, a renderlo memorabile è l'antagonista, una donna ossessiva e fanatica, violenta e senza inibizioni, magistralmente interpretata da una Jessica Walter che fu anche nominata ai Golden Globe. Pur con qualche calo di ritmo e qualche ingenuità sopra le righe, alla prima esperienza dietro la macchina da presa Clint si dimostra un regista già solido e capace di sfruttare bene sia gli attori (compreso sé stesso!) sia le scenografie (le coste frastagliate della penisola di Monterey: la sceneggiatura di Jo Heims era ambientata inizialmente a Los Angeles, ma Eastwood volle spostarne il setting per dare alla vicenda uno sfondo più particolare e realistico, vedi anche le scene girate durante il festival jazzistico). Donna Mills è la fidanzata ufficiale di Dave, Don Siegel (che lo stesso anno aveva diretto l'amico Clint nel primo "Ispettore Callaghan") è il barista, John Larch è il detective della polizia.

22 luglio 2019

Il corriere - The mule (C. Eastwood, 2018)

Il corriere - The mule (The Mule)
di Clint Eastwood – USA 2018
con Clint Eastwood, Bradley Cooper
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Giunto all'età di novant'anni, il floricultore Earl Stone (Eastwood, che torna a recitare in un suo film a dieci anni di distanza da "Gran Torino") deve fare i conti con i propri fallimenti: per pensare al lavoro ha sempre trascurato la famiglia, finendo con l'alienarsela. E l'avvento della concorrenza su internet ha portato comunque alla chiusura la sua attività, lasciandolo in mezzo ai debiti. Disperato, accetta dunque la proposta di diventare corriere per un cartello messicano della droga, trasportando la merce a bordo del proprio pickup dal Texas fino a Chicago. Insospettabile per via della sua età e dei suoi modi, diventerà così uno dei corrieri più affidabili e redditizi del cartello, sfuggendo per lungo tempo alle strette maglie delle indagini dell'agente della DEA Colin Bates (Bradley Cooper). Da una storia vera, una pellicola se vogliamo semplice e lineare, ma con il valore aggiunto dato dalla capacità di Clint (tanto come regista quanto come attore) di costruire un personaggio unico e interessante: Earl è incredibilmente disinibito a livello morale (non gli sorgono mai dubbi o scrupoli che quello che sta facendo sia sbagliato, ed è sempre perfettamente consapevole della situazione), dai modi grezzi ma in fondo buono (sempre pronto ad aiutare o a fare amicizia con chiunque, nonostante le venature razziste del personaggio), non tanto dissimile dunque da altre figure da lui portate sullo schermo in passato (a cominciare, appunto, dal protagonista di "Gran Torino"). E anche se qualche passaggio della vicenda è un po' inverosimile (possibile che Earl non si renda conto fino al terzo viaggio di cosa stia davvero trasportando?) o schematico (i rapporti del protagonista con la propria famiglia, il comportamento ottuso degli uomini che il cartello invia a sorvegliarlo durante i viaggi), il ritratto della vecchiaia (con tutte le sue idiosincrasie, come quelle per la tecnologia) e della capacità di "reinventarsi" che ne consegue è a suo modo affascinante, rendendo facile allo spettatore partecipare emotivamente ai lunghi viaggi sulle strade polverose che conducono dal Texas all'Illinois. Perfetto il finale. Nel cast anche Dianne Wiest (la moglie), Alison Eastwood (la figlia), Taissa Farmiga (la nipote), Andy García (il boss del cartello messicano), Laurence Fishburne (il capo della DEA) e Michael Peña (l'agente Trevino).

27 maggio 2019

Sully (Clint Eastwood, 2016)

Sully (id.)
di Clint Eastwood – USA 2016
con Tom Hanks, Aaron Eckhart
**1/2

Visto in TV.

Biopic sul capitano Chesley "Sully" Sullenberger, pilota civile che il 15 gennaio 2009 fece ammarare con successo sul fiume Hudson un aereo di linea con 155 passeggeri a bordo, appena decollato dall'aereoporto La Guardia di New York, i cui motori erano stati messi entrambi fuori uso dall'impatto con uno stormo di uccelli. Più che sull'evento in sé – ottimamente ricostruito in un paio di flashback a metà pellicola – il film si concentra sui giorni immediatamente successivi, quelli in cui Sully, benché acclamato come un eroe (l'episodio fu soprannominato "il miracolo sull'Hudson", visto che tutte le persone coinvolte sopravvissero, e contribuì a riportare un po' di serenità in una New York ancora ferita dall'attentato delle Torri Gemelle e nel bel mezzo di una grave crisi economica), è costretto a fare i conti da un lato con l'improvvisa attenzione e la pressione mediatica, cui non è abituato (e la consapevolezza che monta poco a poco è spesso interrotta da dubbi e persino da incubi, più o meno a occhi aperti), e dall'altro con l'inchiesta delle autorità dell'aviazione civile per determinare se la sua decisione fu davvero quello più corretta e meno rischiosa possibile. La sceneggiatura (ispirata al libro di memorie dello stesso Sully) e la regia solida di Eastwood, insieme al concreto realismo degli effetti speciali, permettono di evitare il rischio dell'agiografia fine a sé stessa: pur celebrando l'eroismo del protagonista e di tutti i soccorritori impegnati successivamente per recuperare i passeggeri ("Il meglio di New York"), l'enfasi rimane sull'uomo prima che sull'eroe (un merito qui anche alla recitazione controllata di Tom Hanks) e il tema della collaborazione e della competenza durante le operazioni di salvataggio genera il senso di ottimismo che traspare dal finale. Grande successo di pubblico, con qualche polemica in patria per il ruolo eccessivamente "antagonistico" con cui è stato ritratto il board della sicurezza dell'aviazione civile.

5 agosto 2018

Space cowboys (C. Eastwood, 2000)

Space cowboys (id.)
di Clint Eastwood – USA 2000
con Clint Eastwood, Tommy Lee Jones
**

Visto in TV.

Quattro vecchi piloti collaudatori (Clint Eastwood, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland e James Garner), che negli anni '50 avevano dovuto mettere la parte il sogno di andare sulla Luna, vengono contattati dalla NASA per una missione di emergenza. Si tratta di partire con lo Space Shuttle per recuperare un vecchio satellite russo per le comunicazioni, uscito dall'orbita per un guasto ai sistemi di guida, e di ripararlo prima che rientri nell'atmosfera. Nonostante l'età avanzata e i tanti acciacchi (uno di loro è addirittura malato di cancro), i quattro amici dimostreranno di essere ancora in forma, nonché di cavarsela meglio di tanti astronauti giovani di fronte alle immancabili difficoltà. Con un occhio al cinema d'azione (in chiave... gerontologica!) e un altro ai classici dell'esplorazione spaziale (da "Uomini veri" ad "Apollo 13"), un divertissement senza troppe pretese ma decisamente gradevole, nonostante il ricorso a numerosi luoghi comuni e la struttura tradizionale dello spettacolo hollywoodiano. I buoni effetti speciali, il mestiere di Eastwood nel costruire la tensione e il carisma degli attori (impagabili soprattutto Tommy Lee Jones e Donald Sutherland) fanno il resto. Nel cast si riconoscono James Cromwell (il capo del progetto alla NASA), Marcia Gay Harden (l'astrofisica) e Rade Šerbedžija (l'ufficiale russo).

20 aprile 2017

Cacciatore bianco, cuore nero (C. Eastwood, 1990)

Cacciatore bianco, cuore nero (White Hunter, Black Heart)
di Clint Eastwood – USA 1990
con Clint Eastwood, Jeff Fahey
**

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

John Wilson (Eastwood), regista hollywoodiano anticonformista e poco incline ai compromessi ("Chi fa un film deve fregarsene altamente di chi va a vederlo"), accetta di dirigere un lungometraggio in Africa, ma solo perché intende approfittare dell'occasione per soddisfare un suo personale capriccio: quello di dare la caccia a un elefante. E infatti, una volta giunto in Kenya, trascura il lavoro e pensa soltanto a organizzare un safari, coinvolgendo anche lo sceneggiatore del film, Pete Verrill (Jeff Fahey), in quella che diventa una vera e propria ossessione. Girato in Zimbabwe e tratto da un romanzo (del 1953) di Peter Viertel, che romanzava le esperienze vissute durante la lavorazione de "La regina d'Africa" (il protagonista è evidentemente ispirato a John Huston, Verrill è l'alter ego dello stesso Viertel), un film non del tutto soddisfacente: il soggetto e soprattutto l'ambientazione avevano grandi potenzialità, ma la realizzazione manca della forza necessaria per elevare la vicenda su un piano larger-than-life, come forse autori come Peter Weir o Werner Herzog sarebbero riusciti a fare (per non parlare dello stesso Huston). Così com'è, l'ossessione di Wilson per la caccia all'elefante rimane qualcosa di elusivo e inspiegabile, un suo fatto personale – conseguenza forse della sua megalomania e delle sue insicurezze – che gli impedisce di connettersi non solo con gli altri personaggi ma anche con gli spettatori. E sequenze come quella in cui si dimostra intollerante al razzismo dei bianchi colonialisti in Africa sembrano quasi dei corpi estranei (curiosità: la scazzottata con Clive Mantle, secondo alcuni, è l'unico caso in cui Clint, sullo schermo, le busca in uno scontro alla pari).

26 febbraio 2017

Jersey boys (Clint Eastwood, 2014)

Jersey Boys (id.)
di Clint Eastwood – USA 2014
con John Lloyd Young, Vincent Piazza
**

Visto in TV.

La storia (in versione romanzata: la sceneggiatura è tratta dall'omonimo musical del 2006) di Frankie Valli e del gruppo The Four Seasons, che negli anni sessanta scalò le classifiche prima di sciogliersi per dissidi interni. Con la sua incredibile voce in falsetto, Frankie (interpretato da un convincente John Lloyd Young, che aveva recitato la parte anche a Broadway) riuscì a trascinare al successo gli amici Tommy DeVito (Vincent Piazza), Nick Massi (Michael Lomenda) e Bob Gaudio (Erich Bergen), elevandoli dal milieu di vita di strada nella comunità italo-americana del New Jersey dal quale provenivano e dal quale non riuscirono mai a staccarsi del tutto (soprattutto Tommy, i cui problemi di denaro – fra debiti e collusioni con la piccola criminalità – portano infine la band alla dissoluzione). Valli proseguì con un'ottima carriera solista (grazie anche ai pezzi scritti per lui da Bob). La pellicola, dopo aver raccontato momenti chiave della carriera professionale e della vita privata del gruppo, ma in special modo di Frankie (compresa la morte in giovane età della figlia Francine), si conclude nel 1990, quando i quattro membri originari dei Four Seasons furono introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame. La buona ricostruzione storica, ambientale e biografica e la tanta musica (nel film si possono udire molte delle loro canzoni più celebri: "Sherry", "Big Girls Don't Cry", "Walk Like a Man" e, per quanto riguarda Valli da solo, "My Eyes Adored You" e naturalmente "Can't Take My Eyes Off You") compensano una vicenda in fondo poco originale, che ricorda diverse pellicole simili ma ben più incisive (con echi scorsesiani, e non solo per la presenza – come personaggio, non come attore! – di Joe Pesci). L'idea di far parlare i personaggi direttamente con gli spettatori, rompendo il quarto muro, proviene dal musical, dove però era usata in maniera meno estemporanea (ciascuno dei quattro è il narratore di una delle "quattro stagioni" nelle quali è divisa la storia). Nel cast anche l'inimitabile Christopher Walken (il boss mafioso Gyp De Carlo, che protegge i ragazzi) e Mike Doyle (il producer gay Bob Crewe). Belli i titoli di coda, un balletto/videoclip che riporta in scena tutti gli interpreti della pellicola.

25 febbraio 2016

American sniper (Clint Eastwood, 2014)

American sniper (id.)
di Clint Eastwood – USA 2014
con Bradley Cooper, Sienna Miller
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

La storia vera di Chris Kyle (il film è ispirato alla sua autobiografia), soprannominato "il cecchino più letale della storia militare degli Stati Uniti" per aver ucciso in Iraq con il suo fucile, durante la seconda guerra del golfo, oltre 160 soldati e guerriglieri nemici. Cresciuto nel profondo e religioso Texas da un padre che gli ha insegnato che "nella vita esistono tre tipi di persone: le pecore, i lupi e i cani da pastore", lasciandogli poca scelta su quale dei tre diventare ("Noi proteggiamo chi amiamo"), Chris si arruola nei Navy Seals poco prima dell'attacco alle Torri Gemelle. Una volta mandato in Medio Oriente, scopre quasi subito di essere infallibile con il suo fucile, proteggendo i marines che battono le strade delle città casa per casa alla ricerca di sospetti terroristi. Ben presto, visto il numero dei suoi bersagli colpiti, diventa una specie di leggenda, tanto fra i compagni quanto fra i nemici, che giungono persino a mettere una taglia sulla sua testa. Stufo di restare appostato su un tetto, ottiene di partecipare anche alle missioni di terra, dando la caccia insieme al suo gruppo (soprannominato "I punitori", dal personaggio della Marvel il cui teschio diventa il loro simbolo) al terribile "Macellaio", braccio destro di Al-Zarkawi, e instaurando una sorta di duello personale a distanza con il cecchino più pericoloso del nemico, il misterioso Mustafa, campione olimpico siriano di tiro con il fucile. Nel frattempo, durante i fugaci ritorni a casa fra un turno di missione e l'altro, la moglie (Sienna Miller) si rende conto che Chris sta lentamente cambiando, e che diventa sempre più incapace di riabituarsi a una vita normale e civile, con lei e con i figli. La pellicola alterna le scene di guerra urbana in Iraq ai momenti (decisamente più interessanti) che mostrano il disadattamento di Chris in patria, tipico fra l'altro di molti reduci. Senza approfondire il contesto storico (e in particolare le ragioni e i retroscena del conflitto: Chris, come tanti, semplicemente accetta che sia "giusto" andare a combattere per difendere la propria patria), i pregi del film si concentrano tutti sul ritratto umano del protagonista, sul suo sentirsi fuori posto, sul suo irrisolto rapporto con la vita e con la morte, e sulla sua incredibile catena di bersagli colpiti che cominciano, caso crudele, con l'uccisione di una madre e di un bambino. Bravo Cooper. La pellicola si conclude con le immagini del vero corteo e della cerimonia funebre di Kyle, assassinato da un altro reduce poco prima dell'inizio delle riprese del film.

12 marzo 2014

Lo straniero senza nome (C. Eastwood, 1973)

Lo straniero senza nome (High Plains Drifter)
di Clint Eastwood – USA 1973
con Clint Eastwood, Verna Bloom
***

Rivisto in TV.

Un misterioso pistolero giunge a Lago, sperduto avamposto di frontiera, i cui abitanti lo assoldano per sbaragliare tre criminali che stanno dirigendosi fin lì per vendicarsi. I tre, un tempo al soldo della compagnia mineraria, erano stati infatti arrestati un anno prima per aver ucciso lo sceriffo locale. L'uomo accetta l'incarico, ma lo svolge a modo suo: e i suoi metodi sembrano diretti non soltanto a sconfiggere i banditi, ma a punire gli stessi cittadini. Archetipico, essenziale (persino nelle scenografie: il villaggio consiste in poche case di legno – alcune non ne mostrano che lo scheletro – collocate come modellini in mezzo al deserto e sulle rive del lago), dai toni surreali e visionari (memorabile il paese tutto dipinto di rosso e ribattezzato Hell, "inferno", per accogliere nel migliore dei modi i tre banditi): il primo western diretto da Eastwood (e il suo secondo lungometraggio da regista in assoluto dopo "Brivido nella notte") da un lato si rifà esplicitamente agli stilemi delle pellicole italiane che lo avevano reso una star (in particolare nelle caratterizzazioni dei personaggi, che sembrano davvero uscire da uno spaghetti western; e anche l'idea del protagonista senza nome sembra provenire più da "Per un pugno di dollari" – e di converso da "La sfida del samurai" di Kurosawa – che non da prototipi a stelle e strisce più o meno celebri), ma dall'altro presenta una propria e precisa identità, dai toni lugubri ed espressionisti, evidenti non solo nelle scene di violenza improvvisa e stilizzata quanto soprattutto nella costruzione dell'attesa (si pensi ai flashback che mostrano la morte dello sceriffo, accompagnati dalla musica spettrale di Dee Barton), al punto da sospettare che fra le fonti di ispirazione ci sia non solo l'ovvio "Mezzogiorno di fuoco" (il cui assunto è ribaltato: qui tutti i cittadini sono coinvolti e costretti a collaborare) ma anche il teatro dell'assurdo di Beckett. L'esile ma intensa sceneggiatura è di Ernest Tidyman (già responsabile di quella de "Il braccio violento della legge"), autore anche del soggetto. Nella scena finale il doppiaggio italiano chiarisce la vera identità del protagonista, che in originale rimaneva ambigua e velata di soprannaturale: al nano Mordecai, che afferma di non conoscere il suo nome, Clint risponde "Yes, you do" (da sottolineare come l'attore che interpreta il defunto sceriffo Duncan sia Buddy Van Horn, da sempre la controfigura di Eastwood). Sempre nel finale, al cimitero sarebbero presenti due tombe con i nomi di Sergio Leone e Don Siegel: un tributo di Clint ai suoi due registi di riferimento.

25 febbraio 2014

L'uomo nel mirino (Clint Eastwood, 1977)

L'uomo nel mirino (The Gauntlet)
di Clint Eastwood – USA 1977
con Clint Eastwood, Sondra Locke
**

Visto in TV.

Il poliziotto Ben Shockley (Eastwood) viene incaricato di scortare da Las Vegas a Phoenix una prostituta, "Gus" Mally (Locke), che dovrà testimoniare in un processo contro il capo della polizia Blakelock (William Prince), accusato di collusioni con la mafia. Ma questi farà di tutto per impedire che i due giungano a destinazione, scatenando contro di loro l'intero corpo di polizia dell'Arizona. Poliziesco on the road piuttosto convenzionale e prevedibile, con un soggetto stereotipato e implausibile al tempo stesso: si salva per la viscerale interpretazione di Clint, per una sottile ironia di fondo (gli scommettitori clandestini di Las Vegas che "quotano" il mancato arrivo della testimone al processo, dandola 100 a 1) e per il visionario finale in cui l'autobus corazzato con a bordo i due protagonisti viaggia per le strade deserte di Phoenix ed è preso di mira da centinaia di poliziotti che lo crivellano di colpi (pare che in tutta la pellicola siano stati sparati diecimila proiettili, allora un record degno di figurare persino nel Guinness dei Primati). Shockley, nonostante il coraggio e l'eroismo, è ritratto come un personaggio mediocre, alcolizzato (numerosi i product placement di una nota marca di whisky) e che non brilla per intelligenza (ci mette un bel po' a capire quello che è evidente a tutti gli altri, compresa la prostituta, ovvero che la "mela marcia" è il suo capo). La Locke, al secondo film con Eastwood dopo "Il texano dagli occhi di ghiaccio", era al tempo la compagna di Clint. La locandina originale, che mostra il protagonista in una posa eroica alla "Conan il barbaro", è opera di Frank Frazetta.

4 dicembre 2012

Potere assoluto (Clint Eastwood, 1997)

Potere assoluto (Absolute Power)
di Clint Eastwood – USA 1997
con Clint Eastwood, Gene Hackman
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Impegnato a svaligiare una lussuosa villa, un anziano ladro di gioielli (interpretato dallo stesso Eastwood) si nasconde dietro un falso specchio ed è testimone dell'assassinio di una donna, amante del Presidente degli Stati Uniti (Gene Hackman), da parte degli agenti addetti alla sua sicurezza. Costretto alla fuga (i servizi segreti cercano infatti di addossare a lui la responsabilità), lotterà per dimostrare la propria innocenza, e nel frattempo proverà a recuperare il rapporto con la figlia, giovane avvocatessa che disapprova il suo stile di vita. Un thriller teso e appassionante, sceneggiato da William Goldman a partire da un romanzo di James Baldacci, in cui il cattivo è nientemeno che la massima carica dello stato, ritratto come un uomo ipocrita e corrotto, mentre l'eroe è un fuorilegge che dimostra però molta più integrità morale del suo rivale: una situazione simile (con il "buono" che è un bandito e il "cattivo" che in teoria è il tutore della legge) a quella proposta cinque anni prima, in chiave western, nel capolavoro di Clint, "Gli spietati", dove pure il nostro eroe se la vedeva con Hackman. Certo, la sospensione dell'incredulità è necessaria, alcuni snodi sono un po' forzati, la risoluzione è troppo improvvisa, e al tema della riconciliazione famigliare viene dato a tratti uno spazio eccessivo (anche se la figura del padre che si tramuta nell'angelo custode della figlia, a insaputa di lei, è perfettamente in linea con il cinema di Eastwood), ma Clint dimostra per l'ennesima volta di conoscere bene le regole del gioco e di saper sfornare una pellicola d'intrattenimento con i fiocchi, seppur forse meno ambiziosa di altri suoi lavori. Nell'ottimo cast, anche Ed Harris (l'ostinato detective che indaga sul caso), Laura Linney (la figlia di Luther), Judy Davis (il capo dello staff presidenziale), Scott Glenn (uno degli agenti segreti) ed E.G. Marshall (l'anziano "nume tutelare" del presidente, alla sua ultima apparizione sul grande schermo). Eastwood, come suo solito, è anche autore delle musiche.

26 maggio 2012

Mystic River (Clint Eastwood, 2003)

Mystic River (id.)
di Clint Eastwood – USA 2003
con Sean Penn, Kevin Bacon, Tim Robbins
***

Rivisto in DVD con Giovanni, Ilaria, Eleonora e Ginevra.

Nei sobborghi di Boston, presso le scure acque del fiume Mystic, una terribile tragedia torna a far incrociare il destino di tre uomini che già trent’anni prima, quando erano bambini e compagni di giochi, avevano vissuto una brutta esperienza: uno di loro, Dave, era infatti stato sequestrato da una coppia di pedofili che avevano abusato di lui per alcuni giorni, prima che riuscisse a liberarsi. Da allora i tre hanno preso strade diverse: Sean Devine (Kevin Bacon) si è allontanato dal quartiere, diventando un detective dell’FBI; Jimmy Markum (Sean Penn) gestisce un negozio di liquori dopo una discreta “carriera” nella malavità locale, con la quale continua a mantenere i contatti; mentre il complessato Dave Boyle (Tim Robbins) non si è mai ripreso completamente da quell’esperienza (“il bambino che ero è morto in quella notte”). Quando Katie, la giovane figlia di Jimmy, viene barbaramente uccisa da uno sconosciuto, proprio Sean viene incaricato delle indagini. Gli indizi punteranno in direzione di Dave e la vendetta personale di Jimmy non tarderà ad arrivare, ma si rivelerà prematura e affrettata. Uno fra i più cupi film di Eastwood, tratto da un romanzo di Dennis Lehane sceneggiato da Brian Helgeland e caratterizzato da personaggi ambigui e tormentati, dal tema dell’ineluttabilità del destino, dal passato che ritorna, dalla violenza che irrompe come un pugno nello stomaco e da un finale che non può certo essere conciliatorio. Clint dirige il tutto con lucidità e grande intensità, ritraendo un microcosmo plumbeo e disperato come i cieli che sovrastano le strade in cui si svolge la vicenda, mentre le crisi personali e i sensi di colpa escludono ogni possibilità di redenzione. Forse la sceneggiatura, così attenta al dipanarsi della narrazione, avrebbe potuto scavare più in profondità nella psicologia dei tre protagonisti, di cui spesso (soprattutto nel caso di Dave, la cui possibile colpevolezza è suggerita allo spettatore in maniera tutt’altro che sottile) ci viene mostrata solo la superficie: Ma a questo difetto rimediano i tre straordinari interpreti, fra i quali giganteggia in particolare Sean Penn (che vinse meritatamente l’Oscar come miglior attore, mentre a Tim Robbins andò la statuetta per l’attore non protagonista). Nel cast figurano anche Laurence Fishburne (il collega di Sean), Marcia Gay Harden (la moglie di Dave) e Laura Linney (la moglie di Jimmy).

30 gennaio 2012

J. Edgar (Clint Eastwood, 2011)

J. Edgar (id.)
di Clint Eastwood – USA 2011
con Leonardo DiCaprio, Armie Hammer
**

Visto al cinema Colosseo.

Biografia romanzata di J. Edgar Hoover, uno degli uomini più popolari, controversi e temuti d'America, fondatore e direttore per quasi cinquant'anni dell'FBI (Federal Bureau of Investigation). Il film – che ne racconta la vita attraverso una serie di flashback (si immagina infatti che lo stesso Hoover, ormai invecchiato, detti le sue memorie a una serie di scrittori per pubblicare un libro autobiografico) – lo ritrae come fermo, solitario, represso, omosessuale, ossessionato dalla lotta al comunismo e alla criminalità, ma anche cacciatore di gloria personale e fortemente attaccato al potere e alla propria poltrona: impagabili le scene in cui, alla nomina di ogni nuovo Presidente degli Stati Uniti (nel corso della sua carriera se ne sono succeduti ben otto), si reca alla Casa Bianca con un dossier “scomodo” su di lui, per poterlo ricattare e assicurarsi in questo modo il suo appoggio. L’intero film – dominato da un ottimo DiCaprio – si poggia sulla figura di Hoover: gli altri personaggi appaiono in scena soltanto in funzione del suo rapporto con lui (tant’è che, fra di loro, non interagiscono mai). Ma il ritratto che ne esce fuori è ambiguo e poco lucido, e alla fine ci si chiede che cosa volesse raccontare questo film. Si salta di palo in frasca, in maniera talvolta arbitraria e senza collegamento: dall’introduzione del metodo scientifico nelle indagini (impronte digitali, archivi, intercettazioni: “l’informazione è potere” era uno dei suoi motti) al racconto di alcuni episodi e “casi” celebri (il rapimento del figlio di Charles Lindbergh, la lettera di minacce inviata a Martin Luther King), dalla relazione con il suo braccio destro Clyde Tolson (Armie Hammer) al rapporto con la madre (Judi Dench). Non sempre convincente il trucco che invecchia i personaggi: ancora accettabile su DiCaprio, del tutto inadeguato per Hammer o per Naomi Watts (la segretaria). Alla fine si resta con la sensazione che Clint – qui autore anche delle musiche – negli ultimi anni stia sfornando un po’ troppi film: se dedicasse più tempo a “limare” i difetti di ciascuno di essi, per esempio curando meglio le sceneggiature (nulla da dire su regia e fotografia, invece), sarebbero potenzialmente tutti capolavori.

13 gennaio 2011

Hereafter (Clint Eastwood, 2010)

Hereafter (id.)
di Clint Eastwood – USA 2010
con Matt Damon, Cécile De France
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Hiromi.

Un sensitivo di San Francisco, in grado di comunicare con i defunti attraverso i loro familiari, vorrebbe smettere di usare la propria capacità perché la sente più come una condanna che un dono. Una giornalista televisiva francese, scampata a un catastrofico tsunami durante il quale ha intravisto l'aldilà mentre si trovava fra la vita e la morte, sceglie di raccontare la propria esperienza in un libro. Un bambino londinese, in seguito alla scomparsa del fratello gemello in un incidente stradale, cerca disperatamente un modo per rimettersi in contatto con lui. Le tre storie scorrono in parallelo, e solo nel finale (in maniera un po' debole, a dire il vero) finiscono per intrecciarsi. Non so se Clint Eastwood o l'autore della sceneggiatura, Peter Morgan, credano davvero nell'esistenza dell'aldilà o nella possibilità di comunicare con i defunti: ma non importa, perché in realtà il film – che poggia su ottime interpretazioni e su una regia solida e asciutta, come da tempo ci ha abituato il grande Clint – è apprezzabile anche da chi è scettico su questi argomenti, visto che è più interessato a parlare della vita terrena dei suoi personaggi (l'obiettivo, per tutti e tre, è ricominciare a vivere) che non della cosiddetta "vita dopo la morte". Eastwood, anzi, è abile a non lasciarsi prendere la mano dal soggetto: non siamo di fronte né a un'apologia delle convinzioni irrazionali sul soprannaturale (numerosi ciarlatani vengono messi alla berlina, sono assenti – per fortuna – implicazioni religiose, e il messaggio finale è quello di "andare avanti" nel mondo reale e di staccarsi da coloro che se ne sono andati) né a un banale thriller sui fantasmi nel filone de "Il sesto senso" (che qualcuno aveva evocato prima dell'inizio delle riprese). Ho apprezzato come alcuni eventi recenti e drammatici (lo tsunami nell'Oceano Indiano del 2004, gli attentati terroristici nella metropolitana di Londra) siano stati inglobati nella trama in maniera funzionale e senza alcuna forzatura. Davvero impressionante, in ogni caso, la sequenza iniziale dello tsunami (girata alle Hawaii), con l'ondata che sembra trascinare via anche la macchina da presa, e ottimi i momenti di cinema che riguardano i due bambini. A tratti il mood del film è molto europeo, più che americano, soprattutto nei segmenti francesi. Bravi Matt Damon e i piccoli Frank e George McLaren, deliziosa Cécile de France. In piccole parti ci sono anche Bryce Dallas Howard (la ragazza con cui George frequenta un corso di cucina italiana) e Derek Jacobi (che interpreta sé stesso mentre legge un brano di Dickens). La colonna sonora (dello stesso Eastwood, che realizza le musiche dei suoi film proprio come Carpenter!) saccheggia ampiamente – soprattutto per le scene ambientate a Londra – l'Adagio del secondo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov. Il personaggio interpretato da Matt Damon è un appassionato lettore di Charles Dickens (a Londra ne va a visitare anche l'abitazione): non un caso, visto che l'opera più famosa dello scrittore inglese, il "Canto di Natale", ha proprio a che fare con spiriti e fantasmi.

14 aprile 2009

Changeling (Clint Eastwood, 2008)

Changeling (id.)
di Clint Eastwood – USA 2008
con Angelina Jolie, Michael Kelly
**

Visto in DVD, con Albertino, Ghirmawi ed Enzo.

Los Angeles, 1928: la centralinista e madre single Christine Collins denuncia l'improvvisa scomparsa del figlioletto Walter. Quando la polizia afferma di averlo trovato, lei nega fermamente che il bambino restituitole sia suo figlio. Per evitare di essere messi pubblicamente in imbarazzo e di dover ammettere il proprio errore, i corrotti vertici delle forze dell'ordine fanno passare la donna per pazza e la internano in un manicomio. Ma grazie alle indagini di un ostinato detective e all'appoggio di un predicatore radiofonico, la verità verrà a galla e lo scandalo travolgerà il capo della polizia. Tratto da una storia vera, il film non mi ha convinto molto: la sceneggiatura (del "fumettaro" J. Michael Straczynski) è forzata e manichea nel dividere i personaggi in assolutamente buoni e assolutamente cattivi, e il comportamento dei poliziotti e dei medici appare francamente esagerato e sopra le righe, lasciando il sospetto che Straczynski si sia preso molte libertà nel romanzare la storia originale, dando inoltre vita a situazioni stereotipate (tutta la parte ambientata nella clinica, per esempio). Ma anche la confezione è troppo ricercata nello stile, soprattutto per quanto riguarda la fotografia e le scenografie d'epoca. Inutilmente lunga, infine, la "coda" del film dopo il rilascio della protagonista dal manicomio. L'interpretazione della Jolie, che nelle scene ambientate nella clinica mentale sembra tornare alle origini (non dimentichiamo che si era fatta scoprire con "Ragazze interrotte") non esalta: molto meglio invece l'ottimo cast maschile. Eastwood (autore anche delle musiche) ha sostituito alla regia Ron Howard all'ultimo momento, e si vede: la pellicola ha ben poco in comune con i suoi lavori recenti. Il titolo, che fa riferimento a una figura del folklore scandinavo e britannico (una creatura fatata che prende il posto di un bambino umano), è forse un po' pretestuoso, visto che in realtà nel film è del tutto assente la dimensione fantastica, simbolica o misteriosa. Per la cronaca, "Changeling" era anche il nome di un personaggio della DC Comics, un giovane mutaforma che faceva parte dei Teen Titans (un albo dei quali è stato il primo lavoro di Straczynski in campo fumettistico).

19 marzo 2009

Gran Torino (Clint Eastwood, 2008)

Gran Torino (id.)
di Clint Eastwood – USA 2008
con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

La "Gran Torino" del titolo è una storica automobile della Ford (il modello di "Starsky & Hutch", per intenderci) che fa bella mostra di sé nel polveroso garage dell'anziano Walt Kowalski, reduce della guerra in Corea, metalmeccanico in pensione e vedovo da poco. L'anacronistico Walt vive ora da solo in compagnia del cane Daisy in una villetta nei sobborghi di Detroit: il quartiere è ormai degradato e invaso da immigranti del sud-est asiatico, che il burbero protagonista poco sopporta. Ma il suo razzismo è solo apparenza (non molto diverso dal tono sfrontato, di facciata, con cui si rivolge agli amici, come il barbiere italiano): scoprirà di avere molto più in comune con i nuovi vicini che con la sua stessa famiglia (i rapporti con i figli sono infatti ai minimi termini), e si prenderà a cuore le sorti del giovane Thao, introverso e poco propenso a entrare a far parte della gang di teppisti del quartiere che lo ha preso di mira. In fondo Walt è "solo" xenofobo, non razzista (e lo rimane fino alla fine del film, non c'è cambiamento, nonostante le apparenze): detesta il figlio perché compra auto straniere e "adotta" Thao non in quanto immigrato ma perché è un giovane in grado di adeguarsi ai valori americani (casa, ragazza, lavoro onesto e naturalmente auto americana). L'intero film – "piccolo" e intimo, tutto ambientato in un microcosmo (una casetta con giardino, un isolato e poco altro) che riflette l'intero pianeta, e girato con stile classico anche se a tratti caricaturale – è un elogio dell'integrazione all'american way of life, non certo dell'apertura al diverso e del rispetto delle culture straniere. Attento al contesto sociale e indulgente con la sua retorica e gli stereotipi, Eastwood riesce a coinvolgere lo spettatore senza rinunciare a molti dei suoi temi preferiti (il rapporto con la religione, quello fra genitori e figli, l'individualismo, l'uso e i limiti della violenza, la difficoltà del compiere una scelta drastica). Ma in un mondo che sta cambiando e che ha ormai perso la propria identità (la crisi economica, la globalizzazione, la microcriminalità, l'immigrazione), anche l'ispettore Callaghan deve aggiornare i propri metodi e modificare le sue prospettive. Peccato solo per una certa prevedibilità (dopo dieci minuti di film, è facile immaginare come proseguirà). Il valore aggiunto della pellicola, naturalmente, è Clint stesso, con il suo volto rugoso, i grugniti e lo sguardo tagliente: se veramente questo sarà il suo ultimo ruolo da protagonista sul grande schermo, come avrebbe fatto trapelare, non sarà stato in fondo un cattivo epitaffio. E con un finale davvero ironico se riportato alla sua intera carriera.

3 ottobre 2007

Flags of our fathers (C. Eastwood, 2006)

Flags of our fathers (id.)
di Clint Eastwood – USA 2006
con Ryan Phillippe, Jesse Bradford
**1/2

Visto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

Mi ero perso al cinema il primo film del dittico di Eastwood sulla battaglia di Iwo Jima (avevo visto soltanto il secondo, lo splendido "Lettere da Iwo Jima", che legge l'episodio dal punto di vista dei giapponesi), e dunque l'ho recuperato solo adesso in DVD. Più che i temi classici della guerra, il film affronta quelli della propaganda e della percezione dell'eroismo, mettendo in dubbi i valori patriottici in favore di quelli dell'amicizia e del rapporto fra commilitoni. Al centro della pellicola c'è la celebre fotografia di Joe Rosenthal che immortalava sei soldati nell'atto di innalzare la bandiera americana sull'isola giapponese: tre di loro morirono in battaglia poco dopo, mentre i restanti tre (due marines, uno dei quali indiano, e un infermiere della marina) vennero fatti rientrare negli Stati Uniti per intraprendere un tour di apparizioni pubbliche a sostegno della campagna di raccolta fondi per proseguire lo sforzo bellico. La fotografia divenne infatti istantaneamente un simbolo dell'eroismo militare americano e impressionò profondamente l'opinione pubblica, aumentando la fiducia e il coinvolgimento nella guerra. In realtà, gran parte delle convinzioni riguardo alla foto erano errate: non era stata issata al termine della cruenta battaglia, per esempio, ma quasi al suo inizio. E non era nemmeno la prima bandiera a essere issata, ma la seconda. Eastwood lo racconta con una struttura scomposta, che alterna scene e ricordi della battaglia con momenti del tour propagandistico negli Stati Uniti, il tutto narrato retrospettivamente dal figlio di uno dei protagonisti che, ai giorni nostri, scrive un libro sull'argomento (ed è proprio da questo libro che il film è tratto). Meno intenso e struggente del film gemello (col quale ha in comune la disumanizzazione della battaglia: i nemici non si vedono praticamente mai), "Flags" è comunque interessante nell'affontare temi solitamente poco usuali per un film di guerra e per l'accuratezza nel descrivere la nascita di un'icona come la storica fotografia di Rosenthal.

21 febbraio 2007

Lettere da Iwo Jima (C. Eastwood, 2006)

Lettere da Iwo Jima (Letters from Iwo Jima)
di Clint Eastwood – USA 2006
con Ken Watanabe, Kazunari Ninomiya
***1/2

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi e Albertino, in originale con sottotitoli.

Secondo titolo del dittico di Eastwood dedicato alla battaglia di Iwo Jima, narrata da entrambi i punti di vista (quello americano e quello giapponese). Purtroppo non ho ancora visto il primo film, "Flags of our fathers", e quindi non posso fare un confronto diretto fra i due, magari relativo al diverso atteggiamento dei due schieramenti nei confronti della guerra (ho avuto l'impressione che le due pellicole si distinguano proprio per questo), ma Albertino mi ha detto che comunque i due film sono indipendenti e – argomento a parte – assai diversi fra loro. In ogni caso, questo secondo film descrive perfettamente lo scontro dalla prospettiva giapponese, con tutto il senso di ineluttabilità (la battaglia è disperata e destinata alla sconfitta ancor prima di iniziare, vista la disparità di uomini e di mezzi), la "rassegnazione" al destino, il profondo senso delle gerarchie e soprattutto le costrizioni sociali, che culminano con l'obbligo morale del suicidio in caso di sconfitta, anche se il concetto di "morire per la patria" non è mai vissuto come vuota retorica: il tutto attraverso una serie di personaggi di diversa origine, classe e personalità.
"Lettere da Iwo Jima", come indica il titolo, descrive il conflitto utilizzando come spunto proprio le lettere scritte dai soldati al fronte: missive che forse non verranno mai spedite e dunque mai lette dalle persone cui sono destinate, ma che costituiscono un formidabile punto in comune fra tutti i soldati – dai quelli semplici ai grandi generali – di entrambi gli schieramenti. Tanto che quando i giapponesi leggono ad alta voce la lettera del soldato americano che catturano, non solo non vi trovano alcuna differenza con le proprie, ma il tenente colonnello Nishi ne cita alcune parole nel suo successivo discorso di incoraggiamento alla truppa. Il film è splendidamente girato con una fotografia slavata che ricorda il bianco e nero, e descrive in maniera eccellente tutti gli aspetti della sanguinosa battaglia, dalla lunga attesa che precede l'attacco americano fino all'inevitabile conclusione. Fra i numerosi personaggi messi sotto i riflettori ne spiccano due in particolare: il comandante in capo, il generale Kuribayashi, e l'ultimo dei soldati, l'impacciato Saigo che però riesce sempre – in un modo o nell'altro – a sopravvivere: un character quasi kurosawiano, anche se il flashback di lui seduto in casa con la moglie ricorda anche lo stile di Ozu. Ma anche altri personaggi (come il già citato barone Nishi, ex cavallerizzo alle olimpiadi, o il kempeitai fallito Shimizu) rimangono impressi nella memoria, così come i vari compagni di Saigo che spariscono dalla scena, uno dopo l'altro, spesso in maniera improvvisa o crudele. Nel complesso Eastwood realizza una rappresentazione della guerra ancor più meritevole se si pensa che è vista dalla prospettiva del "nemico" (almeno per quanto riguarda il regista e i produttori). C'è da dire che USA e Giappone, in seguito, si sono riconciliati abbastanza in fretta: se durante la guerra il Giappone era il "nemico" per eccellenza agli occhi dell'opinione pubblica e per la propaganda statunitense, nel dopoguerra il bersaglio si è spostato – col senno di poi e forse con qualche senso di colpa – più verso la Germania di Hitler. Chissà quali sarebbero state le reazioni se un film del genere fosse stato girato dal punto di vista dei nazisti. E chissà se un giorno, fra qualche decina di anni, non sarà possibile fare un'operazione simile anche con la guerra del Vietnam o addirittura con quella dell'Iraq.

Nota: la scena del soldato che dall'alto del monte Suribachi vede avvicinarsi la sterminata flotta americana, che occupa tutto il mare a perdita d'occhio, mi ha ricordato le sequenze analoghe degli eserciti di Saruman e Sauron ne "Il signore degli Anelli"!