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31 luglio 2023

Avatar 2 (James Cameron, 2022)

Avatar: La via dell'acqua (Avatar: The Way of Water)
di James Cameron – USA 2022
con Sam Worthington, Stephen Lang
**

Visto in TV (Disney+).

Per proteggere la propria famiglia – la moglie Neytiri (Zoe Saldana) e i quattro figli Neteyam, Lo'ak, Tuk e Kiri (Sigourney Weaver!), quest'ultima adottata – dalla vendetta del redivivo colonnello Quaritch (Stephen Lang), tornato su Pandora nel corpo clonato di un Na'vi insieme a una nuova forza di invasione terrestre, l'ex marine Jake Sully (Sam Worthington) – diventato nel frattempo un capoclan Na'vi col nome di Omaticaya – decide di abbandonare insieme a loro il mondo delle foreste e di stabilirsi presso le tribù indigene che vivono sulla costa, vicino alle barriere coralline. Qui i suoi figli imparano le usanze dei popoli marini, "la via dell'acqua", cercando di integrarsi fra loro. Ma il colonnello li rintraccia lo stesso, e lo scontro sarà inevitabile. L'enorme successo commerciale di "Avatar", nel 2009, aveva portato James Cameron a mettere quasi immediatamente in cantiere un sequel, anzi una serie di seguiti (ne sono previsti quattro, per ora), la cui lavorazione si è però protratta talmente a lungo che il primo di questi è uscito ben tredici anni dopo il prototipo. Tredici anni in cui il mondo del cinema è andato avanti, in molteplici direzioni: la febbre del 3D (che tanto aveva contribuito agli incassi del primo film), per esempio, è quasi svanita. Il che aveva spinto molti analisti a immaginare un sonoro flop per il secondo "Avatar", anche considerando il fatto che il primo aveva lasciato ben poco nell'immaginario collettivo. E invece, ancora una volta Cameron ha avuto ragione, almeno dal punto di vista commerciale: "La via dell'acqua" ha fatto sfracelli al botteghino, incassando oltre due miliardi di dollari in tutto il mondo. Tecnicamente impeccabile, narrativamente parlando però è carente quasi quanto il film precedente: una storia esile e poco interessante, situazioni stereotipate (i bulli, le dinamiche da teenager), dialoghi mediocri, personaggi debolmente o per nulla caratterizzati.

Il punto di forza, ancora una volta, sono le immagini: l'aspetto visivo è spettacolare, anche se tutto è CGI e animazione digitale, per una serie di scenari "esageratamente" belli ma anche incapaci di offrire autentici agganci emotivi. È videografica (nemmeno videoarte), non più cinema, e più che a un film sembra di assistere a uno screensaver o a uno di quei filmati dimostrativi che scorrono sugli schermi dei televisori messi in mostra nei negozi di elettronica. Così come è difficile riconoscere gli attori dietro i loro "avatar" digitali (ho scoperto che uno dei personaggi è interpretato da Kate Winslet soltanto leggendo i titoli di coda). Fra i soggetti affrontati, sorvolando sugli abusati temi sul concetto di famiglia, spicca quello dell'incontro fra le diverse culture, che riguarda sia i buoni (la famiglia di Sully che cerca di integrarsi dei Na'vi del mare) sia i cattivi (Quaritch e i suoi uomini cercano di "imparare a pensare come il nemico"). Continua invece a mancare ogni riflessione sull'identità, a dispetto del titolo della franchise. Riguardo al world building, si ripetono gli stessi temi del primo film, a partire dalla "comunione con la natura", che qui si riflette nel rapporto fra i clan del mare e i giganteschi tulkun, enormi cetacei "intelligenti e sensibili" a cui ovviamente i cattivi danno la caccia come, sulla Terra, fanno le baleniere. Sully resta ai margini di quasi tutta la pellicola, lasciando il proscenio ai figli, salvo affrontare il cattivo nel finale. Fra i nuovi personaggi spicca "Spider" (Jack Champion), il figlio del colonnello, cresciuto fra i Na'vi e diventato amico dei figli di Sully, che si aggira fra gli indigeni quale unico umano con una maschera per respirare (ricordando in questo la Sandy Cheeks di Spongebob!). Nonostante la lunga durata (oltre tre ore), il film è complessivamente inconcludente nel quadro più ampio (la nuova invasione terrestre non viene sventata) e fa solo da preambolo ai capitoli successivi. Premio Oscar per gli effetti speciali, più altre tre nomination (sonoro, scenografie e film, quest'ultima regalata).

11 aprile 2021

Aliens of the deep (James Cameron, 2005)

Aliens of the deep (id.)
di James Cameron e Steven Quale – USA 2005
con James Cameron, Dijanna Figueroa
**

Visto in divx.

In compagnia di alcuni biologi marini, ma anche di scienziati dello spazio (perché l'esplorazione dell'ignoto sulla Terra è simile a quello su altri pianeti), James Cameron viaggia in diversi siti nell'Oceano Atlantico e Pacifico per immergersi con un mini-sottomarino e osservare le creature che vivono negli abissi, veri e propri "alieni" come quelli che, immagina, potrebbero trovarsi su altri mondi. Dopo "Expedition: Bismarck" e "Ghosts of the abyss", il regista continua a coltivare e a sguazzare nelle sue passioni con un altro documentario sul tema dell'esplorazione subacquea. Stavolta l'obiettivo non è il relitto di una nave, ma semplicemente la fauna (compresi batteri e molluschi!) che vive nei luoghi più remoti del nostro pianeta, a chilometri di profondità sotto il livello del mare, in particolare in corrispondenza di particolari conformazioni geologiche come i camini idrotermali: creature a tratti irreali, spesso sconosciute, e dall'aspetto decisamente "alieno". Non mancano divagazioni sulla tecnologia, sulle missioni della NASA (come l'invio dei rover su Marte o le ipotetiche esplorazioni di Europa) e la ricerca di vita extraterrestre, argomenti su cui il documentario specula e si interroga (con tanto di ricostruzione digitale: il film si conclude immaginando l'incontro con una razza di alieni sottomarini sul satellite di Giove). Nel complesso interessante, anche se salta un po' di palo in frasca e non approfondisce veramente l'argomento della vita sottomarina se non a livello di suggestione (si confronti per esempio con "Atlantis" di Luc Besson). Alla regia è accreditato anche Steven Quale, già direttore della seconda unità in "Titanic".

18 marzo 2021

The deep (Baltasar Kormákur, 2012)

The Deep (Djúpið)
di Baltasar Kormákur – Islanda 2012
con Ólafur Darri Ólafsson, Jóhann G. Jóhannsson
***

Visto in TV (Prime Video).

La storia vera di Guðlaugur "Gulli" Friðþórsson, marinaio su un peschereccio islandese che naufragò al largo delle isole Vestmann, nell'inverno del 1984. Sfidando ogni logica, il giovane riuscì a nuotare fino a riva, resistendo per sei ore e senza sintomi di ipotermia in acque gelide dove è difficile sopravvivere per più di venti minuti. La sua storia attrasse l'interesse dei media e degli scienziati, che cercarono di comprendere per quali motivi l'uomo fosse riuscito nella sua impresa. Il bel film la racconta con attenzione ai dettagli (la quotidianità di Gulli, la vita di bordo, il confronto con i parenti degli altri pescatori morti nel naufragio) e senza enfasi retorica o catastrofista, concentrandosi sul vissuto umano del protagonista, sul suo interrogarsi sulla natura del "miracolo" che lo ha visto coinvolto e lasciando che la bellezza delle immagini del mare islandese (con una fotografia oscura e gelida) faciliti la partecipazione dello spettatore. Un film in fondo semplice ma diretto, che senza dare risposte intende comunque stimolare riflessioni sul senso della vita e sull'incredibile forza e spirito di sopravvivenza che si nasconde nell'individuo più inaspettato, alle prese con la crudeltà della natura (il villaggio stesso di Gulli era già sopravvissuto alla grande eruzione vulcanica del 1973). Alla fine il protagonista non può far altro che tornare alla propria vita, imbarcandosi di nuovo. Sui titoli di coda, alcuni filmati di repertorio con interviste al "vero" Gulli.

21 gennaio 2021

L'affondamento del Lusitania (W. McCay, 1918)

L'affondamento del Lusitania (The sinking of the Lusitania)
di Winsor McCay – USA 1918
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube.

Il 7 maggio 1915 il transatlantico britannico di linea RMS Lusitania, in viaggio da New York verso Liverpool, venne affondato dal siluro di un sommergibile tedesco al largo delle coste dell'Irlanda. I tedeschi, che stavano attuando un blocco navale attorno alla Gran Bretagna, sospettavano – a ragione – che la nave trasportasse munizioni e altro materiale bellico (eravamo agli inizi della prima guerra mondiale). Nel naufragio morirono 1200 persone, fra cui oltre un centinaio di americani. Ai quei tempi il magnate della stampa William Randolph Hearst sosteneva una politica statunitense di non interventismo nella guerra, e pertanto decise di non dare troppa evidenza all'evento sui suoi giornali. Deluso, McCay (che era impiegato come cartoonist proprio per i quotidiani di Hearst) cominciò nel 1916 a lavorare per proprio conto a un film d'animazione che ricostruisse l'affondamento sullo schermo, realizzandolo nei ritagli di tempo e di tasca propria. La pellicola fu completata in 22 mesi, e può essere considerata non solo uno dei primi "documentari animati" della storia, ma anche il primo esempio di animazione (foto)realistica e drammatica. A differenza dei suoi lavori precedenti, ma anche da quelli di altri colleghi, il cortometraggio (12 minuti) non ha intenti comici, parodistici o di puro intrattenimento: è un vero e proprio film di denuncia, con cartelli dai toni retorici, patriottici e propagandistici che si abbinano a immagini altamente realistiche. Il disegnatore e i suoi assistenti (fra i quali John Fitzsimmons e William Apthorp Adams) fecero uso per la prima volta dei rodovetri, fogli trasparenti in acetato di cellulosa che risparmiavano la fatica di dover ridisegnare ogni volta lo stesso fondale (come ancora veniva fatto nel precedente "Gertie il dinosauro"), una tecnica inventata quattro anni prima da Earl Hurd che rimarrà di uso comune nella produzione dei cartoni animati tradizionali (fino all'avvento cioè del digitale). McCay afferma di aver realizzato "25.000 disegni", un numero superiore a quello dei fotogrammi dell'intero film: si tratta dunque di una cifra esagerata o comprendente anche gli elementi separati dell'immagine. Non esistendo fotografie né tantomeno riprese dirette del naufragio, l'artista si affidò al giornalista August F. Beach, uno dei primi reporter a occuparsi dell'evento, per ottenere informazioni e dettagli (l'incontro fra i due è documentato nelle brevi sequenze dal vivo che precedono la parte animata). La cronistoria si dipana in maniera fluida e realistica, come se fosse un film in live action, anche se non mancano imprecisioni storiche (l'U-boot lanciò un solo siluro, non due) e una particolare enfasi sulla perdita di vite umane (l'obiettivo era al tempo stesso documentare l'accaduto e accendere l'animo degli spettatori in chiave anti-tedesca, in maniera non dissimile dalle vignette politiche sui quotidiani). Pietra miliare dal punto di vista tecnico, la pellicola non ebbe però l'influenza o il successo sperato, e i cartoni animati continuarono per lungo tempo a rimanere confinati nel campo degli sketch e delle commedie.

16 dicembre 2020

Submergence (Wim Wenders, 2017)

Submergence (id.)
di Wim Wenders – Francia/Germania/Spagna 2017
con James McAvoy, Alicia Vikander
*1/2

Visto in TV.

La ricercatrice oceanica Danielle Flinders (Alicia Vikander) e l'agente dei servizi segreti britannici James More (James McAvoy) si conoscono e si innamorano sulla costa atlantica della Francia. Quando lei partirà per una spedizione nel Mare del Nord e lui per una missione in Somalia (dove sarà catturato e imprigionato dagli jihadisti), la distanza li terrà separati ma non potrà bloccare il loro amore e una sorta di "connessione" attraverso l'acqua. Da un romanzo di J.M. Ledgard, un film confuso e malriuscito, passo falso di Wenders e flop di critica e al botteghino. I personaggi forse ci sono, ma mancano una storia coerente e significati che facciano da collante alle due vicende parallele, quella della scienziata che studia la vita nei fondali marini più oscuri (applicando la matematica alle immersioni in sommergibile) e quella dello 007 alle prese con i terroristi che cercano di convertirlo all'Islam. Se la parte con lui è un minimo avvincente, quella con lei pare un inutile riempitivo. Da un lato abbiamo stereotipi e luoghi comuni, dall'altro personaggi improbabili o di cui si fatica a capire il senso ultimo. E le belle immagini della spiaggia francese o delle isole del nord (peraltro un po' troppo fotografate o patinate) restano soltanto sullo sfondo di un intreccio che non giunge mai a catturarci veramente. La nave su cui si imbarca Danielle si chiama L'Atalante, e la scena finale, con l'immersione, sembra quasi voler citare il capolavoro di Jean Vigo.

12 novembre 2020

Atlantis (Luc Besson, 1991)

Atlantis (id.)
di Luc Besson – Francia/Italia 1991
**

Rivisto in DVD.

Accompagnate soltanto dalla musica di Éric Serra, una serie di riprese sottomarine che mostrano le evoluzioni di creature acquatiche (pesci e altri animali): è la prima incursione di Besson nel campo del documentario, girato forse sull'onda de "Le grand bleu", pellicola con la quale il regista francese si era avvicinato per la prima volta all'esplorazione delle profondità marine. "Le creature del mare" è il sottotitolo italiano: in una successione di sequenze precedute da un titoletto indicativo ("Il gioco", "La grazia", "L'amore", ecc.) osserviamo delfini, tartarughe, serpenti, otarie, piovre, mante, lamantini, squali, che si muovono o danzano al ritmo di una colonna sonora che attraversa diversi generi (dalla musica di pura atmosfera a quella lirica o corale). Il tutto è incorniciato da suggestioni arcaiche, come se ci trovassimo di fronte al "mondo originale", prima cioè dell'arrivo dell'uomo. Le riprese, effettuate per lo più nel Pacifico, sono opera di Christian Pétron e dello stesso Besson.

15 settembre 2020

La tartaruga rossa (M. Dudok de Wit, 2016)

La tartaruga rossa (La tortue rouge, aka The red turtle)
di Michaël Dudok de Wit – Francia/Giappone 2016
animazione tradizionale
***

Visto in TV.

Trascinato dalla forza delle onde su un'isola deserta, un naufrago non riesce ad abbandonarla perché una misteriosa tartaruga gigante dall'insolito colore rosso gli demolisce ogni zattera che costruisce. La tartaruga si trasformerà poi magicamente in una donna, con cui l'uomo sceglierà di trascorrere tutta la vita sull'isola... Il primo lungometraggio dell'animatore olandese Michaël Dudok de Wit, già autore di magnifici corti come "Il monaco e il pesce" e "Father and daughter", è un'incantevole pellicola completamente senza dialoghi, in cui i personaggi e la storia sono immersi in un mondo naturale, mistico e affascinante. Co-prodotto dallo Studio Ghibli (si tratta della prima collaborazione dello studio di Miyazaki & C. con un artista occidentale), il film è esteticamente davvero bellissimo, con un disegno ispirato alla linea chiara del fumetto franco-belga (i volti sembrano uscire dal "Tintin" di Hergé) e degli sfondi colorati e al tempo stesso realistici e astratti: un'autentica gioia per gli occhi. Il soggetto, invece, è assai semplice, quasi una variazione di "Laguna blu", anche se non privo di suggestioni con i suoi rimandi al soprannaturale (la natura misteriosa della tartaruga, i sogni e le visioni) e soprattutto con la comunione del protagonista (e poi di suo figlio) con il mondo immacolato della natura, un mondo che sa essere generoso ma anche terribile (vedi la sequenza dello tsunami che devasta l'isola), e che alla fine completa il suo cerchio: un tema quanto mai adatto a una pellicola universale in cui l'immaginario orientale e quello occidentale si fondono. Le spiagge, il mare, il canneto, gli animali – come i simpatici granchietti che fanno da testimone all'intera vicenda – e tutto ciò che fa parte dell'ambientazione sfiorano la perfezione artistica. Una volta visto la prima volta, sarebbe quasi da impostare come screen saver nel maxischermo di casa e da proiettare in loop, come un quadro in movimento.

27 agosto 2020

Prigionieri dell'oceano (A. Hitchcock, 1944)

Prigionieri dell'oceano (Lifeboat)
di Alfred Hitchcock – USA 1944
con Tallulah Bankhead, Walter Slezak
***

Visto in divx.

A bordo di una scialuppa di salvataggio malmessa, alla deriva nel bel mezzo dell'Oceano Atlantico, ci sono nove sopravvissuti all'affondamento di una nave americana che da New York era diretta a Londra, colpita dal siluro di un sommergibile tedesco. Non hanno bussola né radio, e solo poca acqua e cibo. Fra i nove c'è anche il capitano del sommergibile nazista (anch'esso colato a picco), che gli altri naufraghi hanno salvato e, dopo un'accesa discussione, hanno deciso di accogliere fra loro. Ma pur essendo in teoria un prigioniero, approfittando della loro fame, della sete e della disperazione, riuscirà pian piano a manipolarli a proprio piacimento... Da un romanzo di John Steinbeck, un piccolo capolavoro di Hitchcock nonché uno dei suoi primi film a essere ambientato interamente in un luogo ristretto (come, in seguito, saranno "Nodo alla gola", "Il delitto perfetto" e "La finestra sul cortile"): in questo caso la scialuppa in balìa delle onde dell'oceano, che la macchina da presa riprende sempre dall'interno, come se ci trovassimo anche noi in compagnia dei passeggeri (non c'è una sola inquadratura dal di fuori dello scafo!), in uno stato di perenne confusione e ondeggiamento che contribuisce alla sensazione di essere perduti e alla deriva. Costruito su un impianto corale, che mostra le personalità dei vari occupanti della barca cozzare le une contro le altre (corrispondono infatti a diverse classi sociali, etnie, convinzioni politiche, personalità psicologiche: abbiamo uomini e donne, militari e civili, ricchi e poveri, egoisti e solidali), il lungometraggio generò polemiche e controversie alla sua uscita (in piena seconda guerra mondiale) perchè rappresenta il tedesco Willi (interpretato da un grande Walter Slezak) come "superiore" in tutto e per tutto ad americani e britannici. Pur essendo da solo contro otto, è infatti furbo, calcolatore, più forte fisicamente e capace di resistere alle avversità. Hitchcock e lo sceneggiatore Jo Swerling spiegarono che la loro intenzione era proprio quella di mettere in guardia gli alleati: se il nemico è così organizzato, efficiente e subdolo, per sconfiggerlo è necessario rimanere uniti, mettendo da parte i dissidi, le differenze o le antipatie reciproche. Il cast corale comprende Tallulah Bankhead (la giornalista snob Connie Porter), Henry Hull (l'industriale armaiolo e conservatore Charles "Ritt" Rittenhouse Jr.), John Hodiak (il macchinista comunista John Kovac), William Bendix (il timoniere Gus Smith, con la gamba ferita nell'esplosione), Hume Cronyn (il marconista Stanley Garrett), Mary Anderson (l'infermiera Alice MacKenzie), Canada Lee (il cameriere di colore Joe Spencer). Memorabile in particolare Connie, che man mano che la storia procede perde in mare tutte le cose materiali che le sono care (la macchina fotografica, quella per scrivere, la pelliccia, il braccialetto di diamanti). Ma in generale, tutti i personaggi perdono qualcosa: chi un figlio, chi la gamba, chi le proprie certezze, e tutti l'orientamento. Più attiva a teatro che al cinema, la Bankhead non recitava in un film di finzione da oltre dieci anni. Quanto a sir Alfred, non potendo apparire in uno dei suoi consueti cameo, sceglie di figurare in una delle foto sul giornale che si trova a bordo della barca (nella pubblicità di una cura dimagrante!). Da notare l'assenza di una tradizionale colonna sonora extradiegetica: a parte il rumore delle onde e del mare, gli unici brani musicali presenti sono quelli suonati o cantati dagli stessi personaggi a bordo della scialuppa. Curiosità: esiste un remake fantascientifico, "Lifepod", del 1993.

12 maggio 2020

L'Albatross (Ridley Scott, 1996)

L'Albatross - Oltre la tempesta (White Squall)
di Ridley Scott – USA 1996
con Jeff Bridges, Scott Wolf
**

Rivisto in DVD.

Insieme ad altri coetanei, il giovane Charles "Chuck" Gieg (Scott Wolf) si imbarca sul brigantino Albatross, nave scuola comandata dal capitano Chris Sheldon (Jeff Bridges), a bordo della quale frequenterà l'ultimo anno di liceo e imparerà l'arte della navigazione. Salpati dalla Florida e diretti prima verso i Caraibi e poi Panama, i ragazzi apprenderanno a rispettare l'autorità e seguire le regole, ma anche a crescere e a vincere le proprie paure, a fare squadra e diventare un gruppo ("Dove va uno andremo tutti", è il loro motto). Un'improvvisa burrasca, con la formazione di un'onda anomala, investirà però la nave nel momento meno opportuno... Ispirata a una storia vera (siamo all'inizio degli anni Sessanta), è praticamente una versione marinaresca de "L'attimo fuggente": c'è il gruppo di ragazzi che devono trovare la propria strada, la figura di riferimento che insegna loro disciplina e responsabilità, i genitori che dall'esterno non comprendono la situazione, la ribellione finale verso il sistema che li vuole imbrigliare... Peccato però che la sceneggiatura non brilli particolarmente: se la sequenza della tempesta in mare è senza dubbio adrenalinica ed emozionante, tutta la prima parte del film è davvero troppo scontata, con personaggi stereotipati o anonimi, e quella finale con il processo al comandante trasuda di retorica (al pari della confezione, con regia, fotografia e musica da spot pubblicitario). Dopo "1492" (anch'esso sul tema della navigazione), fu un altro flop per Ridley Scott. Caroline Goodall è la moglie di Sheldon nonché il medico dell'Albatross (unica donna a bordo), John Savage l'insegnante di letteratura. Fra i ragazzi ci sono Jeremy Sisto e Ryan Phillippe. La canzone sui titoli di coda ("Valparaiso") è di Sting.

30 aprile 2020

Titanic (James Cameron, 1997)

Titanic (id.)
di James Cameron – USA 1997
con Leonardo DiCaprio, Kate Winslet
****

Rivisto in DVD.

Il naufragio del RMS Titanic, transatlantico di lusso che calò a picco nella notte fra il 14 e il 15 aprile 1912, durante il suo viaggio inaugurale dall'Inghilterra verso gli Stati Uniti, a causa della collisione con un iceberg che provocò l'allagamento dello scafo e causò la morte di 1500 dei suoi 2200 passeggeri, è narrato attraverso la storia personale di una dei superstiti, la giovane Rose DeWitt (Kate Winslet), che ai giorni nostri la racconta da anziana (Gloria Stuart) all'equipaggio di una nave da recupero impegnata a cercare nel relitto una collana con un preziosissimo diamante, "Il cuore dell'oceano", acquistato per lei dall'allora fidanzato Cal Hockley (Billy Zane). Filo conduttore del suo racconto (e del film) è la storia d'amore "impossibile" fra Rose, facoltosa passeggera di prima classe, e Jack Dawson (Leonardo DiCaprio), spiantato artista che viaggia in terza classe ma che saprà far breccia nel cuore dell'irrequieta ragazza, strappandola a un destino che sembrava già scritto. Mettiamo subito le cose in chiaro: "Titanic" è un capolavoro, oltre che uno dei kolossal di maggior successo del cinema americano, fortemente voluto dal regista-sceneggiatore James Cameron contro tutto e contro tutti: costò uno sproposito (200 milioni di dollari, che all'epoca lo resero il film più dispendioso di sempre) e richiedette il coinvolgimento di non uno ma due grandi studios (la 20th Century Fox e la Paramount, che vollero dividersi le spese e i rischi), ma si rifece al botteghino con gli interessi (è stato il primo film nella storia a superare il miliardo di dollari di incassi; per la precisione arrivò a 1.843 milioni, che divennero poi 2.194 con la successiva riedizione in 3D: un record battuto soltanto dodici anni più tardi da un altro film dello stesso Cameron, "Avatar"). Eppure, prima della sua uscita, non pochi addetti ai lavori prevedevano un sonoro flop, anche per via delle eccessive ambizioni. E in effetti l'enorme successo nelle sale non fu immediato ma montò pian piano: contrariamente alla consuetudine che vede i film registrare la maggior parte del loro incasso nella prima settimana di programmazione, "Titanic" carburò lentamente ma continuò a riempire i cinema per mesi e mesi. A suggellare la sua strepitosa popolarità fu una combinazione di elementi: la grandiosità della pellicola, la maestria tecnica, gli agganci emotivi che facevano appiglio su pubblici diversi (gli appassionati di film d'azione o catastrofici, quelli attratti dalla ricostruzione storica, gli amanti dei kolossal spettacolari, i patiti delle storie d'amore) e naturalmente l'esplosione della "DiCaprio mania" (un aneddoto personale: quando il film giunse al cinema, lo vidi due volte a distanza di circa una settimana. La prima volta la sala era semivuota, ma la seconda, dopo pochi giorni, era già strapiena di ragazzine sognanti, pronte a gridare e a sospirare ad ogni inquadratura ravvicinata degli occhi azzurri del buon Leo).

Il successo e la popolarità, da sempre, hanno anche dei lati negativi. Non solo Cameron e il film stesso si attirarono gli strali snobistici dei cinefili anti-mainstream (compresi i molti ammiratori del regista rimasti irritati dalla sua scelta di abbandonare il cinema di genere, per lo più di fantascienza, che lo aveva reso celebre) e anche di molti spettatori che, pur avendolo segretamente apprezzato, lo denigravano in pubblico liquidandolo come un film buono solo per ragazzine adolescenti (che in effetti contribuirono agli incassi andando in sala a vederlo più volte), ma anche i due protagonisti rischiarono di restarne bollati per sempre: per alcuni anni soprattutto DiCaprio si fece la fama di attore belloccio la cui carriera era dovuta solo a questo unico titolo. Col tempo, però, seppe dimostrare (e lo stesso vale per la bravissima Winslet) di essere un interprete di grande calibro, collaborando con il fior fiore dei registi hollywoodiani (da Scorsese a Tarantino, da Nolan a Spielberg, da Scott a Iñárritu). E naturalmente il film riportò all'attenzione del grande pubblico il "mito" del Titanic, a dire il vero mai veramente tramontato (a parte gli innumerevoli film e romanzi sull'argomento, come la pellicola del 1958 "Titanic, latitudine 41 Nord" di Roy Ward Baker che avrebbe ispirato Cameron in più scene, si pensi solo alla canzone "Titanic" di Francesco De Gregori, dall'album omonimo), anche per via dei tantissimi sottotesti storici, sociali e culturali che portava con sé: la nave colossale e lussuosa, il cui nome tira in ballo addirittura la mitologia greca (i titani dominarono la Terra, prima di essere sconfitti e spodestati dai loro figli, gli dèi), pomposamente soprannominata "l'inaffondabile" e dunque simbolo dell'orgoglio e delle ambizioni dell'uomo; ma anche la divisione in classi al proprio interno, che ne fa un microcosmo dell'intera struttura sociale umana (le scene del film ambientate nell'enorme sala macchine, un livello ancora più in basso della terza classe, ricordano in maniera impressionante quelle delle fabbriche nel "Metropolis" di Fritz Lang, altro film incentrato su questo tema); e ovviamente il contesto cronologico, quell'inizio di un ventesimo secolo che tutti immaginavano foriero di conquiste scientifiche, di progresso e di belle arti (era la Belle Époque, dopotutto!): proprio l'affondamento del Titanic, prima ancora dello scoppio della prima guerra mondiale e della caduta dei grandi imperi, rappresentò un brusco risveglio per tutti coloro che si illudevano di un progresso continuo e di una conquista infinita. Come dice Massimo Polidoro, fu "la fine di una leggenda che sposava la tecnologia alla ricchezza, il materialismo al romanticismo, l'illusione alla fantasia".

Con una durata di oltre tre ore, il film si prende il suo tempo per raccontare tutto quello che ha da dire: si comincia con un prologo ambientato ai giorni nostri, la parte più tecnologica della pellicola e forse la più squisitamente "cameroniana" (il regista è sempre stato attratto dall'esplorazione delle profondità sottomarine, come si evince da titoli quali "Abyss" e dai documentari "Ghosts of the abyss" e "Aliens of the deep"). Un robot-sommozzatore teleguidato ci porta a esplorare il (vero!) relitto del transatlantico, ritrovato nel 1985, mostrandoci ambienti (il parapetto di prua, i saloni, i ponti) e oggetti (il lampadario, il camino, il fermacapelli, la cassaforte con il ritratto), ormai degradati dai batteri o ricoperti dalle alghe, che più tardi rivedremo nuovi fiammanti durante il viaggio inaugurale di 84 anni prima. Protagonisti di questa sezione sono i "cacciatori di tesori" guidati da Brock Lovett (Bill Paxton), che soltanto alla fine del film giungeranno a comprendere finalmente "l'elemento umano" della tragedia. Assai efficace è la trovata di mostrare, attraverso una simulazione al computer, tutte le fasi dell'affondamento della nave: quando poi ci ritroveremo a bordo di essa, sapremo già cosa ci aspetta e questo non farà che accrescere la tensione (un trucco ben noto a Hitchcock: conoscere già qualcosa incrementa la suspense, anziché andare a suo detrimento). Dicevamo della divisione in classi: la forbice non potrebbe essere più ampia di quella fra i due protagonisti, Jack e Rose, il primo in terza e senza un soldo in tasca (ha vinto i biglietti per il viaggio, per sé e l'amico Fabrizio, in una mano fortunata alle carte), la seconda in prima, in una delle cabine più lussuose, colma di gioielli e di oggetti preziosi (fra cui alcuni quadri "acquistati a Parigi": qualche critico si è lamentato della presenza fra questi di opere di Picasso o di Monet che non erano state ancora dipinte o che all'epoca erano già esposte in qualche museo, ma nulla esclude che si tratti di dipinti simili o di versioni alternative degli stessi, andate poi perdute nel naufragio; ben più gravi sono altri errori o anacronismi, come l'accenno a Freud, le costellazioni sbagliate nel cielo – poi corrette nella riedizione del 2012 – o alcuni brani musicali che anccora non erano stati composti). Fidanzata al ricco e arrogante Cal con il beneplacito della madre (Frances Fisher), Rose si sente prigioniera e intrappolata in una vita già scritta e che ovviamente le va stretta, lei che vuole sentirsi libera e indipendente. Indicativa una frase della madre: "L'università serve solo a trovare un buon marito, e questo Rose l'ha già fatto". Nonostante la differenza sociale, l'affinità con Jack sarà totale: dal primo incontro, quando lui sventerà il suo tentativo di suicidio (buttandosi dalla poppa della nave: il luogo opposto a quella prua dove invece si cementerà il loro amore, con l'iconica scena del "volo", appoggiati al parapetto e con le mani distese: "Ti fidi di me?" "Mi fido di te"), ai vari passaggi della loro (breve) relazione: conoscersi meglio (scoprendo i molti punti in comune, a partire dall'amore per l'arte), frequentarsi prima nell'ambiente di lei (la cena in prima classe) e poi in quello di lui (il ballo in terza classe), scoprire di amarsi.

Se pure ha giocato un ruolo ampio e forse decisivo per l'enorme successo del film, la trama romantica rappresenta anche il suo aspetto più scontato e retorico, quello più convenzionalmente hollywoodiano e "costruito a tavolino". Eppure non si può negare la sua efficacia (l'assenza parziale di lieto fine è anche assai commovente) e, in fondo, fa parte del gioco: senza contare che proprio l'ampio spazio dato alla storia sentimentale dei due personaggi, mentre sullo sfondo si dipana una tragedia di proporzioni storiche, imparenta il film con l'altro grande classicone del cinema americano, "Via col vento", tuttora il film con il maggior incasso di sempre se si tiene conto dell'inflazione. Entrambi rappresentano il meglio di quello che Hollwyood ha da offrire, in quanto "fabbrica di sogni" su vastissima scala, al pubblico di tutto il mondo. Ma torniamo alla nostra storia. Se per molti sarà una tragedia, per Rose in un certo senso l'affondamento del Titanic rappresenta una liberazione, l'occasione (grazie anche a Jack, certo) di rompere le catene della sua prigionia e di rifarsi una nuova vita: le fotografie che da anziana porta sempre con sé mostrano le varie tappe di una vita libera e avventurosa, piena di viaggi e di esperienze che non avrebbe certo mai potuto fare se fosse rimasta a fianco di Cal. "Lui mi ha salvato. In tutti i modi in cui una persona può essere salvata", spiegherà, riferendosi a Jack: ma il merito è un po' anche di quel transatlantico che è affondato (per lei) al momento giusto, portandosi dietro gran parte del "mondo di ieri", per dirla alla Stefan Zweig. I segni premonitori sul destino della nave sono presenti, nel film, in numerosi dialoghi sin dall'inizio: dall'armatore Ismay (Jonathan Hyde) che ordina al comandante Smith (Bernard Hill) "Questo viaggio inaugurale del Titanic deve finire in prima pagina", allo stesso Jack che proclama a Fabrizio "La nostra vita sta per cambiare". La sequenza del naufragio occupa l'intera seconda metà della pellicola e si svolge quasi in tempo reale (nella realtà passarono solo due ore e quaranta dall'urto con l'iceberg al completo affondamento), in un crescendo sempre più teso e spettacolare che trasforma il film da romantico a catastrofico. Naturalmente, a seconda del tipo di pubblico, c'è chi ha gradito più la prima parte e chi più la seconda: ma è l'insieme, e la perfetta fusione delle due anime (la vicenda di Jack e Rose continua a dipanarsi anche durante le varie fasi del naufragio), a renderla una pellicola eccezionale.

L'iceberg compare di colpo davanti allo scafo, in una notte serena e senza vento, con il mare "piatto come una tavola", sorprendendo chi è a bordo quasi come il pubblico in sala (che magari, preso dalla fuga d'amore dei protagonisti e dal conflitto con il "cattivo" Cal, si era quasi dimenticato cosa stava per arrivare). La falla sul fianco provoca l'allagamento dello scafo e della sala macchine, dando il via al lento sprofondare della nave. Di colpo ci torna in mente la simulazione al computer vista in precedenza, e sappiamo che il Titanic si inclinerà fino a spezzarsi in due. Equipaggio e passeggeri, chi prima e chi dopo, passano dall'iniziale incredulità al rendersi conto della situazione (in modo non dissimile dalla situazione che stiamo vivendo in questi giorni, dovuta all'epidemia di Coronavirus: c'è chi rifiuta di accettare la realtà e le sue conseguenze e chi la comprende quasi subito). Con grande anticipo ci è stato anche detto che le scialuppe non basteranno per tutti i passeggeri a bordo: mentre scoppia il caos e il panico, e assistiamo a piccoli e grandi episodi di codardia o di coraggio, verrà data la preferenza a donne e bambini, ma anche ai passeggeri di prima classe rispetto agli altri (Cal afferma che deve salvarsi "la metà giusta"). La tragedia monta inesorabilmente, il dramma collettivo si fonde con quello personale dei due protagonisti, mentre la regia costruisce una concretezza e una tensione da grande film d'azione e d'avventura, per esempio nella sequenza in cui Rose deve liberare Jack, falsamente accusato di furto e ammanettato, mentre sale il livello dell'acqua gelida (si nota tutta la maestria che Cameron ha accumulato e sfoggiato in lavori precedenti come "Aliens" e "Terminator"). Il destino dei due innamorati rimane in ballo fino all'ultimo, così come quello degli altri personaggi. Non tutti si salveranno, e a decidere chi lo farà non sarà il loro ruolo nella storia: ci sono personaggi negativi fra i superstiti (Cal, Ismay) e positivi fra i deceduti (Jack, l'ingegnere Andrews (Victor Garber) che rimane a morire sulla nave, così come il comandante Smith). Grazie anche alla fotografia di Russell Carpenter, ora così scura e fredda (quando nella prima parte era calda e avvolgente, capace di catturare spettacolari tramonti), percepiamo quanto l'acqua sia gelida. Le immagini ci mostrano la disperazione delle persone, di chi è stato abbandonato a morire, ma anche di chi è condannato a sopravvivere. Per inciso, il "mito" dell'orchestra che avrebbe continuato a suonare anche durante l'affondamento, incurante del naufragio, è parzialmente sbufalato: qui i membri del quartetto d'archi continuano a suonare sì, ma lo fanno consapevolmente, su ordine del capitano, per evitare il panico e per esorcizzare a proprio modo la fine imminente tramite il potere dell'arte.

Anche Jack, a sorpresa (essendo un personaggio immaginario, non legato dunque alla realtà degli eventi storici, poteva in fondo salvarsi, come ci si aspetterebbe da una pellicola mainstream con lieto fine hollywoodiano), lentamente ci dà l'addio mentre svanisce nelle scure profondità dell'oceano. La scena è ad effetto, ma chissà perché il ragazzo non ha potuto salire sulla zattera improvvisata che porta in salvo Rose, una dei soli 6 superstiti fra i 1500 passeggeri finiti in acqua (per non parlare del fatto che lei si tiene addosso i vestiti ghiacciati). E dopo tante immagini terribili dei cadaveri gelati in mare (anche una mamma col bambino!) e la scomparsa di Jack, quasi irreale, il racconto di Rose termina: chi l'ha ascoltato (nella "realtà filmica" come in sala) è in preda a forti emozioni, e sembra quasi di uscire da un film per tornare in un altro. Come il cacciatore di tesori, ci rendiamo conto di non aver mai veramente compreso cos'è stato il Titanic prima d'ora. La penultima scena, in cui l'anziana Rose getta il diamante in mare (filo conduttore di tutta la pellicola, ma in fondo un MacGuffin), ovvero restituisce all'oceano il suo "cuore", è una conclusione un po' scontata ma inevitabile. L'ultima è invece riservata all'ennesimo "passaggio" fra il passato e il presente, dal relitto sommerso alla nave del suo splendore primigenio, con Rose (defunta?) che viene accolta a bordo da tutti coloro che sono scomparsi nel naufragio, Jack in primis. La commozione sale a livelli esorbitanti e partono le note di "My Heart Will Go On", la popolarissima canzone di Céline Dion che si è legata indissolubilmente a questa pellicola, composta dall'autore della colonna sonora James Horner (inizialmente contro il volere di Cameron, che non voleva alcun brano vocale sui titoli di coda: ma cambiò idea dopo averla sentita) e il cui tema melodico aveva già accompagnato i momenti più romantici della vicenda di Jack e Rose. Capiamo che la storia è finalmente finita: una storia che ci ha coinvolti e tenuti avvinti per oltre tre ore, un'esperienza cinematografica come poche, un capolavoro (senza mezzi termini) del cinema epico, colossale, catastrofico e romantico, di una Hollywood al suo meglio. E anche un film d'altri tempi: non a caso, appunto, il paragone che viene più spontaneo da fare è quello con un titolo del 1939, "Via col vento". Per realizzarlo c'è voluto un "autore" visionario come Cameron, che ne ha fatto un proprio pet project, perché i dirigenti delle major (ormai pallidi simulacri di quelli del passato) non ne avrebbero mai avuto la visione, il desiderio o il coraggio di pensarlo o di produrlo da soli.

Parliamo un po' anche degli inevitabili aspetti tecnici: in un'epoca in cui il digitale era riservato soltanto ad effetti speciali aggiuntivi, fu necessario costruire un modello in scala 1:1 dell'intero Titanic (in realtà soltanto del 90% della nave, visto che alcune sezioni considerate ridondanti furono omesse), e le riprese vennero effettuate all'interno di una cisterna (una "horizon tank", che permette cioè di simulare l'oceano in tutte le direzioni) contenente decine di milioni di litri d'acqua. La lavorazione, lunga e faticosa, durò sei mesi, molto di più se si considera anche l'immenso lavoro di post-produzione. Quanto agli interpreti, il casting seppe anche andare contro alcuni luoghi comuni: se non c'è dubbio che DiCaprio fu scelto per l'aspetto efebico (e gli occhi azzurri!), la Winslet appare ben più "paffutella" della tipica eroina hollywoodiana, e la sua personalità guida la vicenda anche più di quella del suo co-protagonista. In ogni caso, l'alchimia fra di loro è innegabile: indimenticabili scene come quella (poi iper-parodiata, a partire da "Rat-Man") in cui lui la ritrae nuda, sul divano, con il diamante addosso e basta, un vero momento liberatorio per una fanciulla che tutti, tranne appunto Jack, vogliono reprimere (fu la prima scena che i due girarono insieme, fra l'altro). Entrambi gli interpreti, come già detto, si confermeranno grandi attori e avranno una carriera di successo (tornando occasionalmente a recitare in coppia, come nell'ottimo "Revolutionary Road" di Sam Mendes). Fra i molti ruoli minori, da ricordare Kathy Bates nei panni di Molly "l'inaffondabile", una dei pochi passeggeri di prima classe a prendere Jack in simpatia (d'altronde anche lei, in quanto "nuova ricca", è vista con snobismo e dall'alto in basso dagli aristocratici) e David Warner in quelli di Lovejoy, il valletto di Cal, vera spina nel fianco dei nostri eroi. Nominato a 14 premi Oscar (record di sempre, insieme a "Eva contro Eva" e "La La Land"), il film ne vinse ben undici (anche questo un record, spartito con "Ben-Hur" e "Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re"): miglior film, regia, fotografia, montaggio, scenografia, costumi, sonoro, montaggio sonoro, effetti speciali, colonna sonora e canzone (gli sfuggirono quelli per l'attrice (Winslet), l'attrice non protagonista (Stuart) e il trucco; né DiCaprio né la sceneggiatura furono invece candidati). Nel ricevere la sua statuetta, Cameron ripetè sul palco una delle frasi più celebri della pellicola, quel "Sono il re del mondo!" pronunciato da Jack in preda all'entusiasmo per essere a bordo della nave e fare parte, a suo modo, della storia. Nel 2012, in occasione del centesimo anniversario del naufragio del Titanic, il film è stato riproposto nelle sale in versione 3D.

28 aprile 2020

Moby Dick (John Huston, 1956)

Moby Dick, la balena bianca (Moby Dick)
di John Huston – USA 1956
con Gregory Peck, Richard Basehart
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Rivisto in TV.

Comandata dal capitano Achab (Peck), ossessionato dall'odio e dal desiderio di vendetta, la baleniera Pequod viaggia per i sette mari alla ricerca di Moby Dick, la leggendaria balena bianca che anni prima aveva tranciato al capitano la gamba sinistra. La sua storia è narrata in prima persona da uno dei marinai, Ismaele (Basehart), che sarà anche l'unico sopravvissuto dell'impresa. Non la prima versione cinematografica del capolavoro di Herman Melville (c'erano già stati un film muto nel 1926, "Il mostro del mare", e uno sonoro nel 1930, "Moby Dick", entrambi con John Barrymore nel ruolo del capitano) ma senza dubbio la più celebre, anche per via dei grandi nomi coinvolti. La sceneggiatura è firmata da Ray Bradbury, la regia da un John Huston che progettava il film da dieci anni (e inizialmente pensava di affidare la parte di Achab a suo padre, Walter Huston: ma questi morì nel 1950) e che impiegò tre anni per realizzare la pellicola, girandola in esterni in Irlanda, in Galles, in Portogallo e alle Canarie (ma in alcune scene è evidente la retroproiezione) e con ampio uso di modellini di balene. Fu però un flop di pubblico e di critica: in effetti non riesce a restituire la complessità, la potenza e i significati di quello che è probabilmente il più grande romanzo della letteratura statunitense, conservandone solo gli aspetti più superficiali della trama. E nonostante il talento dei suoi realizzatori (e le ampie risorse spese), non aggiunge né fa nulla meglio del libro, di cui risulta alla fine una sorta di Bignami. Di tutta la simbologia della balena (il mitico leviatano come metafora della morte o del destino dell'uomo, il mostro "interiore" che si manifesta come forza esterna, feroce ma indifferente) e di ciò che si porta appresso (il misticismo del colore bianco, l'ossessione di Achab che diventa una lotta personale contro Dio e la natura, e dunque contro sé stesso) resta ben poco nelle scene di caccia e di avventura, nonostante le dichiarazioni dello stesso Huston ("Achab è l’uomo che odia Dio e che vede nella balena bianca la maschera della perfidia del creatore"). Fra le cose da salvare c'è senza dubbio Gregory Peck, in uno dei ruoli più celebri della sua carriera, caratterizzato dalla cicatrice che gli procura un ciuffo bianco su barba e capelli. Nel resto del cast (dove Leo Genn è il primo ufficiale Starbuck, Harry Andrews il secondo Stubb e Friedrich von Ledebur il ramponiere polinesiano Queequeg) sono da segnalare Royal Dano nel ruolo del "profeta" pazzo Elia, Joan Plowright in quello della moglie di Starbuck (nella scena in chiesa) e soprattutto Orson Welles nei panni di Padre Mapple, il parroco del villaggio di pescatori. La sua scena, nella quale predica (su Giona) da un pulpito a forma di prua di una nave su cui sale con una scaletta di corda, è però del tutto superflua nel contesto della pellicola. Da notare che l'anno precedente all'uscita del film (1955) Welles aveva scritto un testo teatrale su un gruppo di attori intenti a recitare Melville ("Moby Dick — Rehearsed"). Pur avendolo scelto personalmente, Huston entrò in conflitto con Ray Bradbury (che molti anni più tardi, nel 1992, raccontò i retroscena della lavorazione del film nel romanzo "Green Shadows, White Whale") e finì per modificarne il lavoro, facendosi poi accreditare come co-sceneggiatore.

4 settembre 2019

20.000 leghe sotto i mari (R. Fleischer, 1954)

20.000 leghe sotto i mari (20,000 Leagues Under the Sea)
di Richard Fleischer – USA 1954
con Kirk Douglas, James Mason
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Rivisto in TV.

Salpati alla ricerca di un misterioso "mostro" che affonda le navi mercantili, il professor Aronnax (Paul Lukas), il suo assistente Consiglio (Peter Lorre) e il fiocinatore Ned Land (Kirk Douglas) scoprono che si tratta in realtà di un avveniristico sottomarino, il Nautilus, comandato dal carismatico Capitano Nemo (James Mason), in guerra contro l'umanità intera e intenzionato a fermare gli approvvigionamenti di armi ai vari governi della Terra. Non è il primo lungometraggio completamente in live action della Disney (il primato va a "L'isola del tesoro" del 1950) ma il primo in Cinemascope e con un cast di grandi nomi (oltre che il primo distribuito direttamente, attraverso la neonata Buena Vista). Ambizioso e girato con un grande dispendio di risorse (si trattava del film più costoso mai prodotto a Hollywood fino ad allora) ed effetti speciali e visivi all'avanguardia (ovvero set dipinti, modellini e animatroni), è probabilmente il miglior adattamento per il grande schermo di un romanzo di Jules Verne (mai particolarmente fortunato al cinema). Il che, ahimè, non basta a compensarne i difetti (è lungo, episodico e noioso, soprattutto nella prima parte, oltre che diretto con uno stile datato e con un ritmo tutt'altro che accattivante se giudicato con i progressi che il cinema d'intrattenimento ha compiuto dagli anni settanta in poi). Da salvare le interpretazioni, su tutte quelle di un Mason barbuto nei panni del Capitano Nemo (anche se il personaggio, le sue origini e i dettagli delle sue scoperte sono annacquati nella genericità rispetto al romanzo originale), e alcune scene d'azione (in particolare la lotta contro la piovra gigante). Molte comunque le alterazioni al romanzo originale (come la sorte finale di Nemo) e le concessioni al gusto disneyano (vedi la foca Esmeralda). Due Oscar per le scenografie e gli effetti speciali. La colonna sonora è di Paul Smith. Harper Goff ha disegnato gli interni del Nautilus.

9 luglio 2019

Aquaman (James Wan, 2018)

Aquaman (id.)
di James Wan – USA 2018
con Jason Momoa, Amber Heard
*1/2

Visto in TV.

Figlio di un abitante della superficie e di una regina del regno sommerso di Atlantide, e dunque "ponte fra terra e mare", il forzuto Arthur Curry (Jason Momoa) è il supereroe noto come "Aquaman" (già apparso nel film del 2017 "Justice League", appartenente come questo al cosiddetto DC Extended Universe). Per impedire al suo fratellastro Orm (Patrick Wilson) – che aspira a unificare tutte le tribù sottomarine sotto il ridicolo nome di "Ocean Master" – di dichiarare guerra alla superficie, Arthur è costretto a rivendicare il trono di Atlantide: e a questo scopo, con l'aiuto della principessa Mera (Amber Heard), si lancia alla ricerca del leggendario tridente di re Atlan. Dal fumetto della DC Comics creato da Mort Weisinger e Paul Norris, un film che può contare su tanti effetti speciali, su spettacolari scene sottomarine (a tratti con "vibrazioni" che ricordano il "Ponyo" di Miyazaki: ma la sensazione di assistere a una pellicola d'animazione può far venire in mente anche il "Nemo" della Pixar) e su un protagonista dall'innegabile carisma fisico (stendiamo un velo pietoso invece sulla caratterizzazione psicologica). Peccato però che soggetto, sceneggiatura e dialoghi siano a livelli più che basilari e che in due ore manchi la minima sorpresa (con l'unica eccezione, forse, della scena legata alle origini del villain minore Black Manta). Tutto sembra già visto: l'origine del personaggio, la quest, le prove che deve superare, lo scontro finale con il cattivo (ma non troppo: c'è una sorta di riconciliazione finale). I pochi temi che avrebbero meritato un approfondimento (l'inquinamento dei mari da parte degli esseri umani, la ricerca di vendetta di Black Manta) sono soltanto abbozzati, e il grande sfoggio di tecnica e di budget non aiuta a superare la noia. Fra le location spicca una Sicilia più idilliaca che realistica. Willem Dafoe è Vulko, il mentore dell'eroe; Nicole Kidman è la regina Atlanna, sua madre; Dolph Lundgren è Nereus, il padre di Mera.

5 dicembre 2017

The abyss (James Cameron, 1989)

The Abyss (id.)
di James Cameron – USA 1989
con Ed Harris, Mary Elizabeth Mastrantonio
**

Rivisto in divx.

Per recuperare gli armamenti nucleari da un sommergibile militare, affondato per cause misteriose presso il bordo della fossa delle Cayman, la marina degli Stati Uniti chiede la collaborazione degli occupanti di un'avveniristica piattaforma petrolifera sottomarina che opera nelle vicinanze. La missione è resa difficile da numerosi elementi, esterni e interni: le condizioni meterologiche (un ciclone tropicale sta per abbattersi nella zona), quelle politiche (come mostrano le scene aggiunte nella special edition in DVD, il coinvolgimento di missili atomici fa crescere la tensione fra USA e URSS) e le ostilità latenti fra l'equipaggio civile della piattaforma – guidato da Virgil "Bud" Brigman (Ed Harris) e dalla sua (quasi ex) moglie Lindsey (Mary Elizabeth Mastrantonio) – e i Navy Seals incaricati di supervisionare le operazioni, a partire dal tenente Coffey (Michael Biehn), reso via via più folle e paranoico dalla "psicosi da alta pressione". Il tutto senza contare che sul fondale dell'oceano si cela qualcosa di misterioso: una razza di creature aliene e luminose, di origine sconosciuta. Le profondità degli abissi marini come quelle dello spazio cosmico: senza rinunciare alle sue personali ossessioni (l'esplorazione subacquea, la tecnologia, la proliferazione degli armamenti), Cameron trasferisce un canovaccio da fantascienza anni '50 (nella minaccia degli alieni di distruggere il pianeta per evitare il rischio di un nuovo conflitto nucleare si percepiscono echi del classico "Ultimatum alla Terra", mentre il tema del ristretto gruppo di scienziati o militari in un ambiente isolato e alle prese con una misteriosa minaccia viene dritto da "La cosa da un altro mondo", peraltro già reinterpretato di recente da Scott in "Alien" e da Carpenter ne "La cosa") in un'ambiziosa pellicola ad alta intensità, un thriller claustrofobico e tecnicamente impressionante, che fa sfoggio di innovativi effetti visivi (il tentacolo d'acqua rappresenta una delle prime e più riuscite istanze di computer grafica 3D in un film ad alto budget, opera della Industrial Light & Magic, anticipando il "Terminator 2" delle stesso Cameron). Le riprese subacquee, assai realistiche, sono opera dell'esperto Al Giddings, già noto per "Abissi" di Peter Yates, che poi Cameron vorrà nuovamente al suo fianco in "Titanic". Fra i difetti (purtroppo non trascurabili): personaggi poco memorabili (rivedendo il film per la terza volta, ho scoperto che di loro non mi ricordavo praticamente nulla: sono più interessanti i macchinari e le tecnologie che le persone!), una trama stiracchiata per oltre due ore (che diventano quasi tre nella special edition), tanti luoghi comuni del cinema d'azione e da totomorti (che pure, va ammesso, proprio Cameron ha contribuito a codificare), il ruolo marginale – nonostante tutto – recitato dagli alieni (che compaiono brevemente all'inizio e in un paio di scene intermedie, ritornando nel finale come una sorta di deus ex machina; ma per gran parte della pellicola seguiamo solo i contrasti fra i personaggi umani, che per di più agiscono come se non avessero mai avvistato le creature: si pensi invece a "Incontri ravvicinati del terzo tipo", dove gli alieni sono il focus e non un accessorio). Come quasi sempre per le opere del regista canadese (anche sceneggiatore: l'idea gli venne quando andava ancora al liceo!), la lavorazione del film è stata lunga (circa due anni) e travagliata. Il che consentì alla "concorrenza" di far uscire nelle sale, pochi mesi prima, altre pellicole con premesse simili e ambientate nelle profondità marine, quali "Leviathan" e "Creatura degli abissi". La relazione fra i personaggi interpretati da Harris e Mastrantonio riflette quella fra lo stesso Cameron e la produttrice Gale Ann Hurd, che si erano sposati nel 1985 e divorziarono poco dopo la fine delle riprese.

12 giugno 2017

Heart of the sea (Ron Howard, 2015)

Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick
(In the Heart of the Sea)
di Ron Howard – USA 2015
con Chris Hemsworth, Benjamin Walker
*1/2

Visto in TV.

Nel 1850, in cerca di ispirazione per il suo nuovo libro, Herman Melville (Ben Whishaw) si reca al porto di Nantucket per parlare con l'anziano Thomas Nickerson (Brendan Gleeson), che trent'anni prima era stato uno dei pochi sopravvissuti al naufragio della baleniera Essex. Inizialmente riluttante, Nickerson finisce col raccontare allo scrittore tutta l'avventura: di come la nave su cui si era imbarcato come mozzo – guidata dal capitano George Pollard (Walker) e dal primo ufficiale Owen Chase (Hemsworth) – fu distrutta da una gigantesca balena bianca e di come l'equipaggio, a bordo delle scialuppe di salvataggio, dovette ricorrere al cannibalismo pur di sopravvivere in mare aperto. Non è la storia di Moby Dick, ma quella (realmente accaduta: fu raccontata nelle memorie, fra gli altri, degli stessi Chase e Nickerson) cui Melville si ispirò in parte per il suo capolavoro. Howard la trasforma in un action movie hollywoodiano (c'è addirittura un'esplosione!) senza particolare spessore, che sfiora soltanto marginalmente temi chiave come la sfida dell'uomo a sé stesso o alla natura. La sceneggiatura affastella luoghi comuni e la caratterizzazione dei personaggi è piatta: gli unici con un po' di spessore sono i due arroganti ufficiali Pollard e Chase, in perenne rivalità fra loro, il primo un novellino proveniente da una famiglia di grande tradizione marinaresca, il secondo un esperto navigatore bollato da tutti come "campagnolo". Regia senza qualità, incapace di rendere avvincenti persino le scene di caccia in mare aperto (anche perché quasi tutto è girato in studio o in CGI). Si salva la seconda parte, quella successiva al naufragio, che mostra le privazioni dell'equipaggio e la lotta per la sopravvivenza. Nel cast anche Cillian Murphy (il secondo ufficiale) e Tom Holland (Nickerson da giovane).

8 dicembre 2016

Le grand bleu (Luc Besson, 1988)

Le grand bleu (id.)
di Luc Besson – Francia 1988
con Jean-Marc Barr, Jean Reno, Rosanna Arquette
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Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela e Gianluca.

Il francese Jacques Mayol (Jean-Marc Barr) e l'italiano Enzo Molinari (Jean Reno), amici-rivali sin da bambini, sono due campioni di immersione in apnea. A livello caratteriale non potrebbero essere più diversi: Jacques è introverso e incapace di comunicare con il mondo esterno (soprattutto dopo aver assistito, da bambino, alla morte del padre in mare); Enzo è esuberante, guascone e fiero della propria sicilianità. Eppure i due condividono non solo l'amore per il mare e per le immersioni, ma anche un profondo rispetto reciproco. L'assicuratrice americana Johanna (Rosanna Arquette), innamorata di Jacques, e il giudice di gara Novelli (Sergio Castellitto) sono testimoni delle loro continue sfide. Ispirato a personaggi reali (Mayol ed Enzo Maiorca – rinominato qui Molinari perché il vero Maiorca ebbe da ridire sul modo "ridicolo e stereotipato" in cui era stato rappresentato, al punto da impedire a lungo l'uscita del film in Italia: da noi arrivò soltanto nel 2002, dopo che ne furono tagliati 15 minuti – tra gli anni sessanta e gli anni ottanta si soffiarono a vicenda e a ripetizione il record di immersione in apnea), attraverso il rapporto di amicizia e rivalità fra i due protagonisti la pellicola mette in scena la lotta con sé stessi. In particolare Mayol si sente fuori posto nel mondo ed è evidentemente incapace di trovare la felicità sulla terraferma (in mare, con le creature acquatiche e segnatamente i delfini, non sembra invece avere problemi: emblematico il fatto che nel portafogli conservi la foto di un delfino... "La mia famiglia", spiega). Nonostante l'amore offertogli da Johanna, nel finale (ambiguo ma fino a un certo punto) si consegnerà volontariamente alle profondità marine. In questo la sceneggiatura del film (cui ha collaborato lo stesso Mayol) sembra aver compreso alla perfezione il carattere del campione francese, anticipandone il suicidio all'Isola d'Elba nel 2001, vittima della depressione. Nonostante le modalità stereotipate e sopra le righe con cui vengono rappresentati gli italiani sullo schermo (filtrati da una visione alquanto sciovinista da parte dei francesi, anche se a tratti simpatica: vedi la mitica Fiat 500 di Enzo), la pellicola riesce a fondere l'aspetto romatico e poetico con quello avventuroso, e in alcuni momenti – anche attraverso il kitsch, certo: Besson non è certo un regista raffinato e sottile – sfiora vette sublimi. Cult movie in patria alla sua uscita, grazie anche alla colonna sonora di Éric Serra. Suggestive le riprese del mare (con immagini delle coste e dei fondali del Mediterraneo, dalla Grecia alla Sicilia e alla Costa Azzurra): la passione per l'argomento porterà Besson tre anni dopo a girare un documentario sulla fauna marina, "Atlantis". Paul Shenar è il dottor Laurence, Griffin Dunne è il capo di Johanna.

14 novembre 2016

Maelström (Denis Villeneuve, 2000)

Maelström (id.)
di Denis Villeneuve – Canada 2000
con Marie-Josée Croze, Jean-Nicolas Verreault
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Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Depressa dopo un aborto, in crisi con il lavoro, sotto pressione per essere la "figlia di una celebrità", la venticinquenne Bibiane Champagne (Croze) è in piena fase autodistruttiva. Una sera, mentre torna a casa ubriaca dopo aver cercato inutilmente sfogo in discoteca, investe e uccide con la sua auto un uomo, l'anziano pescatore Karlsen. Quando se ne rende conto, presa dai sensi di colpa, medita addirittura il suicidio. Ma non appena incontrerà il figlio del defunto, Evian (Verreault), finirà con l'innamorarsene e trovare in lui una nuova ragione di vita... A rendere particolare il secondo lungometraggio di Villeneuve non è tanto la trama in sé (che pure ha diversi punti in comune con il precedente, la commedia romantica "Un 32 août sur terre", al punto da sembrarne quasi una rilettura più cupa e stratificata) quanto la complessa simbologia: a partire dal titolo, il termine di origine norvegese che indica i vortici oceanici. Qui il "vortice" è quello della vita e della morte, che lega il destino dei personaggi attraverso le misteriose concatenazioni del caos (si pensi per esempio alla sequenza che, a partire da un'ordinazione al ristorante da parte della protagonista e della sua amica, porta alla scoperta del cadavere dell'uomo investito). Elemento ricorrente è il mare, con le sue onde, la schiuma, i vortici appunto, ma anche i pesci e le creature acquatiche. Karlsen, ex marinaio, ora lavora in un mercato ittico, mentre suo figlio Evian è un sommozzatore. Bibi cerca di cancellare la propria colpa buttando la sua automobile in fondo al porto. E non mancano numerose suggestioni "norvegesi" (dai continui riferimenti al folklore scandinavo, alla provenienza stessa di Evian e di suo padre). Come bizzarra cornice, l'intera vicenda è raccontata agli spettatori da un pesce parlante, "torturato" in una dimensione ultraterrena da un pescatore infernale. La trovata dona alla pellicola un'impronta da fiaba dark, che non stona con la sua qualità surreale e a tratti persino semi-umoristica, tongue in cheek, come sottolinea la colonna sonora (dove spiccano le canzoni "Les deux guitares" ed "Et pourtant" di Charles Aznavour: ma ci sono anche Tom Waits ed Edward Grieg). Un film strano, dunque, pretenzioso (si parla della condizione umana...) e affascinante al tempo stesso, che ha portato Villeneuve all'attenzione della critica ma anche a una sorta di impasse creativo, tanto che ci vorranno ben nove anni prima di vedere un suo nuovo lungometraggio (del tutto diverso stilisticamente: "Polytechnique", semi-documentaristico e in bianco e nero).

10 ottobre 2016

Alla ricerca di Dory (Andrew Stanton, 2016)

Alla ricerca di Dory (Finding Dory)
di Andrew Stanton [e Angus McLane] – USA 2016
animazione digitale
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Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Di tutti i comprimari del fortunato "Alla ricerca di Nemo", il più riuscito ed amato dagli spettatori era senza dubbio Dory, il pesce chirurgo con problemi di memoria che aiutava il protagonista Marlin a ritrovare suo figlio. Non stupisce dunque che proprio lei sia stata promossa al rango di title character di questo sequel, che giunge tredici anni dopo la pellicola originale. Il canovaccio rimane lo stesso (è la storia di una ricerca), e anche il tema trattato non cambia (il rapporto fra padri e figli). Si capovolgono però le parti: questa volta è la figlia (Dory) a lanciarsi alla ricerca dei suoi genitori Charlie e Jenny, dopo essersi "ricordata" di averli perduti (o di essersi perduta lei?) quando era piccola. I pochi frammenti di memoria che emergono a fatica la faranno risalire fino in California, il suo luogo di nascita, all'interno di un parco acquatico aperto al pubblico. Qui la ricerca avrà fine grazie all'aiuto di numerosi amici come il polpo cinico e mimetico Hank, lo squalo balena Destiny, il beluga Bailey, i leoni marini Fluke e Rudder. Come spesso capita, i film della Pixar sono costruiti su più livelli: a quello dell'azione e del divertimento, rivolto al pubblico infantile (le avventure, gli ostacoli da superare, le scene d'azione sopra le righe come – nel finale – quella in cui il polpo guida un camion!), si affianca una seconda lettura, apprezzabile più dagli spettatori adulti. In questo caso è il tema dell'handicap, già presente nel film originale (la pinna atrofica di Nemo) ma stavolta ancora più centrale, visto che la perdita di memoria a breve termine di Dory viene sottolineata in continuazione (rendendo a tratti la sceneggiatura persino ripetitiva) e vi si allude ironicamente anche con la scelta della canzone sui titoli di coda (una cover di "Unforgettable"). Peraltro, Dory non è l'unico personaggio che deve imparare a convivere con una disabilità: Hank è privo di un tentacolo, Destiny è miope, Bailey è convinto di non sapere più usare le proprie capacità di ecolocalizzazione, per non parlare di animali evidentemente sciroccati o disadattati (l'anatra Becky, il leone di mare Geraldo). E senza mai risultare retorico, il film riesce a essere profondamente edificante. Fra un'avventura e l'altra, e mentre veniamo a conoscenza dell'origine di quasi tutti i tratti salienti che caratterizzavano Dory nel primo film (l'ottimistica filosofia di vita, la canzone "Zitto e nuota", la convinzione di saper parlare il "balenese"), quasi non ci si rende conto che in tutta la pellicola non c'è un solo "cattivo", o almeno non un cattivo tradizionale: i pericoli vengono semmai dagli esseri umani, che si tratti dei responsabili dell'inquinamento dei fondali marini (dove si ritrovano rottami di auto, confezioni di plastica, in generale acque sporche e torbide) o di bambini incauti che vogliono accarezzare i pesci nelle vasche del parco acquatico. Nell'edizione italiana Licia Colò dà la voce (e il nome) all'annunciatrice dell'istituto oceanografico (in originale si trattava di Sigourney Weaver). Nella scena dopo i titoli di coda, ritroviamo Branchia e gli altri pesci fuggiti dall'acquario del dentista nel primo film. Alla proiezione in sala è abbinato il corto "Piper", su un uccellino che deve superare la paura delle onde del mare.

8 ottobre 2016

Alla ricerca di Nemo (Andrew Stanton, 2003)

Alla ricerca di Nemo (Finding Nemo)
di Andrew Stanton [e Lee Unkrich] – USA 2003
animazione digitale
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Rivisto in divx.

Il pesce pagliaccio Marlin vive sulla grande barriera corallina con il figlio Nemo, l'unico sopravvissuto (quando era ancora un uovo) all'attacco di un predatore: per questo motivo Marlin è estremamente protettivo nei suoi confronti, al punto da impedirgli di allontanarsi da solo. Ma quando Nemo, proprio il primo giorno di scuola, viene "rapito" da un sommozzatore, che lo porta con sé in superficie per metterlo nel suo acquario, Marlin dovrà vincere le proprie paure e affrontare l'oceano per andare alla ricerca del figlio. Lo aiuterà la pesciolina Dory, che nonostante soffra della perdita di memoria a breve termine (come in "Memento"!) si rivelerà una grande alleata e lo guiderà fino a Sydney. Qui, infatti, il sommozzatore ha portato Nemo nell'acquario del suo studio di dentista, dal quale il pesciolino proverà a scappare con l'aiuto degli altri pesci tropicali presenti (fra i quali il "veterano" Branchia, che progetta continuamente arditi piani di fuga). Il quinto lungometraggio della Pixar (nonché il primo di Stanton, che aveva già co-diretto "A Bug's Life" e che dirigerà "Wall-E"), è uno dei titoli più popolari della casa di John Lasseter. A fianco dei temi del viaggio, dell'avventura e della ricerca, come nella migliore tradizione della Pixar, ne affronta in seconda lettura altri più sensibili: il rapporto fra padre e figlio, con Marlin che imparerà a essere meno protettivo nei suoi confronti e a lasciarlo libero di crescere e di affrontare il mondo esterno (anche confrontandosi con altre modalità di approccio alla vita, per esempio quelle delle tartarughe: "Quando sono pronti, lo sai anche tu"), nonché a superare le proprie paure e ad avere fiducia negli amici. Altro tema è quello del superamento del proprio handicap (la pinna atrofica per Nemo, i problemi di memoria per Dory), con i quali si può vivere e convivere. Nutritissimo il cast di personaggi (tanti, troppi, quelli da ricordare: dallo squalo Bruto, che si sforza di non mangiare gli altri pesci, al pellicano Amilcare, che aiuta Marlin a raggiungere Nemo, passando per la tartaruga "giamaicana" Scorza, per le belle ma terribili meduse, per i vari pesci – più o meno "schizzati" – prigionieri dell'acquario. Eccezionale il comparto tecnico: il fondo marino e gli ambienti "acquatici" non erano mai stati resi così bene graficamente in CGI. Enorme successo al botteghino (con tanto di boom di richieste di pesci pagliaccio negli acquari: evidentemente la trama del film non ha insegnato molto...) e Oscar come miglior film d'animazione (il primo di una lunga serie per la Pixar): nel 2016 è arrivato l'inevitabile sequel, "Alla ricerca di Dory". Sui titoli di coda c'è "La mer" di Trenet cantata in inglese da Robbie Williams. Fra le piccole citazioni, da ricordare la colonna sonora "hitchcockiana" nei momenti in cui compare Darla, la nipotina del dentista alla quale è destinato come regalo il piccolo Nemo.

4 ottobre 2016

Fuocoammare (Gianfranco Rosi, 2016)

Fuocoammare
di Gianfranco Rosi – Italia 2016
con Samuele Caruana, Pietro Bartolo
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Visto in TV, con Sabrina, Daniela, Domenico e Roberta.

Documentario che segue – in parallelo – gli arrivi delle imbarcazioni cariche di migranti africani al largo delle coste di Lampedusa e la vita quotidiana degli abitanti dell'isola, che non sembra toccata dai drammatici eventi che accadono a poca distanza da loro (che "l'occhio pigro" del piccolo Samuele, protagonista principale di queste sezioni, sia una metafora della "cecità selettiva" di molti europei nei confronti di questa tragedia?). Come in "Sacro GRA", l'altro documentario che aveva reso celebre Rosi (vincendo il Leone d'Oro a Venezia), il regista non segue un filo narrativo preciso ma lascia che la macchina da presa documenti la realtà attorno a sé come farebbe un naturalista. Gli episodi apparentemente insignificanti che riguardano gli abitanti dell'isola (mamme e nonne che cucinano, un deejay di una radio locale che trasmette canzoni e dediche, i pescatori al lavoro o preoccupati per il maltempo, e soprattutto il piccolo Samuele che si fabbrica una fionda, gioca con un amico, va a "caccia" di uccelli, studia inglese a scuola – un segnale di speranza per un'apertura al mondo? – e cerca di vincere il proprio mal di mare) fanno da contrappunto alle immagini tragiche degli sbarchi dei migranti e alle testimonianze di coloro che li soccorrono (toccante, in particolare, quella del medico Pietro Bartolo). È come se fossimo tutti sulla stessa barca, dice Rosi: soltanto che alcuni non se ne accorgono. Stilisticamente, in quanto docu-drama, il film è quasi diviso in due: le scene con i lampedusani sembrano prevalentemente "ricostruite" con attori che interpretano sé stessi, mentre quelle con i migranti – decisamente intense – sono catturate dalle videocamere in guisa di reportage. Nel complesso il film ha il merito di affrontare un argomento d'attualità in modo sincero e non ricattatorio, lasciando allo spettatore il compito di trarre le proprie conclusioni. Ma il vero cinema è un'altra cosa. Orso d'Oro al Festival di Berlino, e candidatura italiana ai premi Oscar. Il titolo proviene da una canzone che ricorda i bombardamenti delle navi nel porto di Lampedusa durante la seconda guerra mondiale, con le fiamme e i razzi di segnalazione che tingevano il mare di rosso.