Visualizzazione post con etichetta Almodovar. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Almodovar. Mostra tutti i post

3 novembre 2021

Madres paralelas (Pedro Almodóvar, 2021)

Madres paralelas (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2021
con Penélope Cruz, Milena Smit
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

La quarantenne Janis (Penélope Cruz), fotografa di moda, e la minorenne Ana (Milena Smit), entrambe single, partoriscono lo stesso giorno, nello stesso ospedale. Ma a loro insaputa le neonate vengono scambiate. Quando Janis se ne accorge, e dopo aver saputo che la bambina affidata ad Ana è morta in culla, sarà tentata di non rivelare la verità a nessuno... Due storie "parallele", appunto (almeno fino a un certo punto, visto che le esistenze delle due donne finiscono inevitabilmente per incrociarsi di nuovo), di maternità molto diverse fra loro: se per Ana è stato un "incidente" non voluto, per Janis, vista l'età, è forse l'ultima occasione per coronare un sogno (il che spiega la sua esitazione a rivelare la verità, nel timore di non avere un'altra possibilità). Il che porta a un altro "parallelo", quello fra Janis e Teresa (Aitana Sánchez-Gijón), la madre di Ana, che a sua volta ha l'ultima occasione per coronare un sogno in tarda età, ovvero diventare attrice teatrale, anche a costo di lasciare la figlia da sola in una situazione difficile. Se lo spunto di partenza (lo scambio di neonati) può ricordare "Father and son" di Hirokazu Koreeda, gli sviluppi e l'approccio scelto da Almodóvar sono diversi: innanzitutto perché la vicenda è letta in chiave esclusivamente femminile (e femminista, tanto che la Cruz sfoggia a un certo punto una maglietta con su scritto "We should all be feminist"), con donne/madri/figlie/nipoti che vivono da sole, per scelta o per obbligo, e persino con un condimento lesbico (che forse era superfluo, ma è di Almodóvar che stiamo parlando...). Ma poi c'è altro: se i bambini rappresentano il futuro, anche il passato torna a fare capolino attraverso la sottotrama della fossa comune, con le vittime della guerra civile (parenti e antenati) che l'antropologo forense Arturo (Israel Elejalde), il padre della figlia di Janis, è incaricato di riesumare. Parentele future e passate (nonché vissuto privato e pubblico/politico) si toccano e si influenzano a vicenda, dunque, con numerosi "paralleli" anche in questo caso (donne costrette a restare da sole; il conflitto fra il bisogno di sapere e l'innocenza del vivere nell'ignoranza; lo stesso test del DNA che viene usato con obiettivi diversi: per chiarire i dubbi sulla maternità in un caso, per identificare i corpi dei parenti nel secondo). Penélope Cruz ha vinto a Venezia la Coppa Volpi come miglior attrice. Il cast comprende anche habitué almodovariane come Rossy de Palma (l'amica caporedattrice) e Julieta Serrano (la vecchia zia). Tipici del regista spagnolo (che si sbizzarrisce in un paio di scene, come quella del flashback che parte nel momento in cui Janis va ad aprire la porta ad Arturo) anche i colori della fotografia e delle scenografie. Nella colonna sonora spicca "Summertime" (una ninna nanna, simbolo del legame fra una madre e il suo bambino!) cantata da Janis Joplin (a cui il personaggio interpretato dalla Cruz deve il suo nome).

11 aprile 2020

Parla con lei (Pedro Almodóvar, 2002)

Parla con lei (Hable con ella)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2002
con Darío Grandinetti, Javier Cámara
***1/2

Rivisto in DVD.

Lo scrittore e giornalista Marco (Darío Grandinetti) si innamora della torera Lydia (Rosario Flores), che però finisce in coma dopo una corrida. Nella clinica in cui è ricoverata, Marco stringe amicizia con l'infermiere Benigno (Javier Cámara), che accudisce amorevolmente la giovane ballerina Alicia (Leonor Watling), anch'essa in stato vegetativo, e che gli insegna come prendersi cura di una donna in coma (prima regola: "Parla con lei"). Colmo di riferimenti e rimandi artistici (gli spettacoli di danza di Pina Bausch: è a uno di questi, "Café Müller", che Benigno e Marco, seduti a fianco, si incontrano per la prima volta, con il primo che rimane colpito dalla risposta emotiva del secondo; il cameo di Caetano Veloso che canta una versione particolarmente struggente di "Cucurrucucú paloma"; il cinema muto, grande passione di Alicia, che Almodóvar omaggia nella sequenza surreale in cui un uomo miniaturizzato va all'esplorazione del corpo gigantesco della sua amata (Paz Vega), forse ispirata a "Storie di ordinaria follia" di Charles Bukowski), è uno dei film più stimolanti del regista spagnolo, che nonostante i temi scabrosi si rivela anche commovente e delicato nel portare sullo schermo molteplici storie d'amore. Un amore spesso a senso unico (Marco ama Lydia, che però pensa solo al proprio ex; Benigno ama Alicia, che essendo in coma non può certo ricambiarlo) ma non per questo meno sincero e sofferto, che si manifesta in forma sia astratta che concreta, con tanto di invasione (anche non autorizzata) della sfera più intima di una persona, fino a perdersi in essa (lo spezzone del film muto, ancora una volta, ne è una perfetta rappresentazione). E che investe sia il lato mentale/intellettuale che quello fisico e corporeo (i corpi, specialmente quelli femminili, guidano tutta la storia: non a caso sia Lydia che Alicia sono legate ad attività che richiedono proprio un uso forte e consapevole del proprio corpo, la corrida e la danza classica). La sceneggiatura, che vinse l'Oscar, è strutturata con flashback e inserti che aiutano a vivacizzare la storia, ricostruendo il passato dei personaggi e in particolare di Benigno, raccontando l'origine della sua ossessione per Alicia. Proprio Benigno, nel suo misto di fragilità e ingenuità, di innocenza e "saggezza", resta un personaggio indimenticabile: le scene in cui parla delle proprie inclinazioni (omo)sessuali o dei crimini pedofili dei preti rimanda forse a esperienze autobiografiche del regista che ispireranno poi il successivo "La mala educación". Geraldine Chaplin è l'insegnante di danza di Alicia. La sequenza con Veloso è stata girata nella villa privata dello stesso Almodóvar. La colonna sonora, di Alberto Iglesias, comprende anche "Por toda minha vida" di Antônio Carlos Jobim e un brano di Henry Purcell da "The Fairy Queen".

24 maggio 2019

Dolor y gloria (Pedro Almodóvar, 2019)

Dolor y gloria (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2019
con Antonio Banderas, Penélope Cruz
***

Visto al cinema Colosseo.

Il regista e scrittore Salvador Mallo (Antonio Banderas), che convive con la depressione e con dolori e malattie croniche, fatica a uscire dal guscio in cui si è rinchiuso negli ultimi anni. Un'opportunità gliela offre il restauro di una sua pellicola di 32 anni prima, "Sabor", alla cui presentazione viene invitato insieme all'attore protagonista, Alberto Crespo (Asier Etxeandía), con il quale non si parla da allora dopo aver litigato per divergenze sulla sua interpretazione. Riallacciare i rapporti con Alberto lo porta a ritrovare anche l'amante di un tempo, Federico (Leonardo Sbaraglia), di passaggio a Madrid da Buenos Aires, che assiste alla recita di un monologo incentrato proprio sulla loro vita insieme. E nel frattempo, mentre sperimenta pericolosamente con l'eroina nel tentativo di sopportare il dolore che lo attanaglia (cosa curiosa, visto che i rapporti con Alberto e con Federico furono messi a repentaglio proprio dalle loro tossicodipendenze), rivive la propria infanzia in una serie di sogni o di ricordi a occhi aperti: i momenti trascorsi insieme alla madre, il trasferimento con la famiglia in una "grotta" a Paterna, le prime pulsioni omosessuali verso il giovane imbianchino Eduardo (César Vicente)... Siamo di fronte all'"Otto e mezzo" (o "Lo specchio") di Almodóvar: un film praticamente autobiografico (il regista ha detto: "il tasso di autobiografia sul fronte dei fatti è del 40 per cento, ma per quello che riguarda un livello più profondo, si tratta del 100 per cento. In tutti i posti dove il personaggio di Antonio è stato, ci sono stato anche io, la casa di Salvador è una copia della mia, ci sono i miei mobili, i miei quadri, tutto quello che nel film non ho vissuto potrei però averlo vissuto"). E dunque c'è tutto quello che avevamo visto (o intravisto) nei precedenti film: l'amore per l'arte (che si fonde con la vita), o meglio la potenza salvifica dell'espressione artistica (il cinema, la scrittura, il teatro, il disegno), che permea non solo Salvador ma un po' tutti i personaggi; il fascino del cinema, in particolare quello della Hollywood classica (Natalie Wood in "Splendore sull'erba", Marilyn Monroe in "Niagara"); e ancora, le esperienze infantili e formative, la povertà, la scuola dai preti, la sofferenza della malattia. Non a caso Almodóvar fa ricorso ai suoi attori feticcio: un Banderas barbuto, mai così sofferto e misurato (all'ottavo film con il regista), una splendida Penélope Cruz nel ruolo della madre Jacinta da giovane (o forse, come ci rivela l'ultima inquadratura, è soltanto l'attrice che la interpreta nel nuovo film di Salvador: si spiegherebbe così la mancata somiglianza con Julieta Serrano, che interpreta invece Jacinta da anziana), e Cecilia Roth nel breve ruolo di Zulema. Nora Navas è la manager tuttofare Mercedes, Asier Flores è Salvador bambino. A livello di perfezione la regia, grazie anche a una fotografia che dona una concretezza eterea e iperrealista ai colori, ai materiali, alle scenografie, agli oggetti di scena.

14 luglio 2018

Carne trémula (Pedro Almodóvar, 1997)

Carne trémula (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1997
con Liberto Rabal, Francesca Neri, Javier Bardem
**1/2

Visto in divx.

Il giovane Victor (Liberto Rabal), puro, ingenuo e senza esperienza nella vita, si invaghisce al primo incontro della bella Heléna (Francesca Neri), figlia di un diplomatico italiano, e provoca senza volerlo una colluttazione nella quale il poliziotto David (Javier Bardem) rimane ferito alla spina dorsale da un colpo di pistola. Dopo aver trascorso sei anni in prigione, Victor scopre che David (diventato un campione di basket in carrozzella) ed Heléna si sono sposati. E ancora una volta, senza un reale intento maligno, torna nelle loro vite per cambiarle completamente... Dal romanzo "Carne viva" di Ruth Rendell (ma chissà perché il titolo del film è rimasto in spagnolo), un intenso melodramma con sfumature da thriller romantico e psicologico, che parla di colpa e tradimento, di espiazione e di riscatto, di amore vero e per compassione. La pellicola, una delle poche di Almodóvar a presentare un punto di vista più maschile che femminile, è costruita su una ragnatela di relazioni e rapporti incrociati fra i personaggi – oltre a Victor, Heléna e David, ci sono anche Sancho (José Sancho), il violento compagno di pattuglia di David, e sua moglie Clara (Ángela Molina), un tempo amante di David e ora di Victor – causata più dal destino e dalle coincidenze che dalle loro azioni. E sotto questa luce possono leggersi anche alcuni elementi apparentemente pretestuosi o spuri (come l'incipit che ci mostra la nascita di Victor a bordo di un autobus, per esempio, o i sottotesti sociali e politici). Ottima l'atmosfera (che attraversa varie epoche della storia di Spagna), la fotografia e la prova degli attori, in particolare quella di un Bardem alle prime armi (che per Almodóvar aveva già recitato in una piccola parte in "Tacchi a spillo"). Penélope Cruz è la madre di Victor nel prologo. Il film che Heléna sta guardando in tv quando arriva Victor è "Estasi di un delitto" di Buñuel.

17 maggio 2017

Tacchi a spillo (P. Almodóvar, 1991)

Tacchi a spillo (Tacones lejanos)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1991
con Victoria Abril, Marisa Paredes
**1/2

Visto in divx.

Rebeca (Victoria Abril), giovane annunciatrice televisiva che ha trascorso tutta la vita all'ombra della madre Becky (Marisa Paredes), celebre cantante ed attrice, ha sposato Manuel, giornalista e proprietario del network in cui lavora, ignorando che questi in gioventù è stato proprio una delle fiamme di Becky. Poco dopo che la madre è tornata in Spagna dopo una lunga assenza all'estero, riallacciando i rapporti con la figlia ma anche dando l'avvio a una nuova relazione con Manuel, l'uomo viene trovato ucciso con un colpo di pistola. Rebeca confessa in diretta tv di essere lei la colpevole, ma più tardi ritratta tutto... Con una struttura complessa che ricorre a flashback e "gioca" a ingannare lo spettatore, a metà fra il melodramma e il giallo, una delle pellicole di Almodóvar che riscosse maggior successo al botteghino nella prima parte della sua carriera. Pur meno anarchica dei film precedenti, contiene tutti gli elementi cari al regista spagnolo: torbidi rapporti familiari, riflessioni sulle passioni e i sentimenti, trasgressioni sessuali, rimandi nostalgici al cinema hollywoodiano classico (anche se si cita "Sinfonia d'autunno" di Bergman, la vera ispirazione è "Lo specchio della vita" di Douglas Sirk), il tutto in una struttura libera e accompagnata da una fotografia colorata e da una colonna sonora d'atmosfera. Indimenticabile Miguel Bosé, che recita in un triplo ruolo (fra cui il travestito Letal, che si esibisce nei locali cantando "Un año de amor" e "Piensa en mí" con la voce di Luz Casal). Da notare come Becky e Rebeca (madre e figlia) condividano in fondo lo stesso nome.

16 agosto 2016

Salomè (Pedro Almodóvar, 1978)

Salomè (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1978
con Isabel Mestres, Fernando Hilbeck, Agustín Almodóvar
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

I primi passi del giovane Almodóvar nel mondo del cinema consistono in una serie di cortometraggi amatoriali in Super 8, che il regista stesso proiettava nei locali notturni e nei circuiti della movida di Madrid e Barcellona, con una colonna sonora improvvisata a base di audiocassette e musica dal vivo. A questi seguirono un lungometraggio mai distribuito ("Folle... folle... fólleme, Tim!") e infine questo corto di ispirazione biblica, il suo primo lavoro su pellicola da 16 millimetri, prima di debuttare nelle sale cinematografiche vere e proprie nel 1980 con "Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio". Il corto mescola in maniera provocatoria due distinti episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Arrampicandosi fra colline brulle e spoglie, Abramo (interpretato da Agustín Almodóvar, il padre di Pedro) e suo figlio Isacco si imbattono in Salomè, che si presenta come "una danzatrice del palazzo reale". Affascinato dalla ragazza, Abramo le chiede di ballare per lui, promettendole in cambio qualsiasi cosa ella vorrà. Dopo aver eseguito la danza dei sette veli (accompagnata da una musica da corrida), Salomè gli ordina di sacrificare il figlio. Mentre sta per adempiere al proprio giuramento, Abramo è interrotto dalla voce di Dio, proveniente da un falò: aveva soltanto voluto mettere alla prova la sua fede. Salomè non era che una delle molte forme in cui la divinità può presentarsi, e ammirarne la bellezza significa dunque adorare il Signore. Un messaggio chiaro per ribadire come il sesso faccia parte integrante della vita e della natura, concetto reso ancor più evidente da una messa in scena scarna ed essenziale, che suggerisce una dimensione mitologica e ancestrale.

9 giugno 2016

Julieta (Pedro Almodóvar, 2016)

Julieta (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2016
con Emma Suárez, Adriana Ugarte
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Quando riceve per via traverse notizie della figlia Antía, di cui non sapeva più nulla da dodici anni, la madrilena Julieta si tuffa nei ricordi, rievocando gli ultimi trent'anni della propria vita: dal primo incontro con Xoan, il pescatore di cui si innamora e che sarà il padre di Antía, alla vita trascorsa insieme prima della scomparsa dell'uomo in mare; dal periodo di depressione vissuto con la figlia adolescente, alla misteriosa partenza di quest'ultima e al tentativo di rifarsi una vita con un nuovo conoscente. Tratto da alcuni racconti di Alice Munro, un melodramma che parla di addii e di separazioni, di perdite e di sensi di colpa: a partire dal primo e fugace incontro con uno sconosciuto in treno, del cui suicidio la protagonista si sente responsabile e il cui ricordo resterà vivo nella sua mente, per proseguire con l'abbandono dei familiari (il compagno, la figlia, i genitori: a volte Julieta è abbandonata, altre volte – come con il padre – è lei ad abbandonare). Altro tema ricorrente è quello della malattia e di come questa trasformi non tanto chi ne è colpito ma i cari che lo accudiscono: la moglie di Xoan (in coma da anni), la madre di Julieta (nella casa di campagna) e lei stessa (nella sua fase di depressione) hanno al loro fianco qualcuno che li sostiene ma che contemporaneamente pensa a sé stesso, al "dopo", a costruirsi un'altra vita senza il fardello che li opprime (Xoan e il padre di Julieta, una volta morte le rispettive mogli e anzi ancora prima, si trovano subito una nuova compagna; Antía pianifica la fuga e rinnega ogni cosa della vita precedente, persino l'amicizia con l'inseparabile Beatriz). La dimensione spirituale del personaggio principale, insegnante di letteratura classica, è accompagnata dalla mitologia: sembra quasi che ogni evento e ogni persona della sua vita si possa ricondurre a un mito greco, a partire dall'amato Xoan, inghiottito dal mare come un Ulisse che non può mettere radici sulla terra, mentre la stessa Julieta è una Penelope che attende invano il ritorno della figlia. La regia di Almodóvar è attenta ai dettagli e gioca come sempre con i colori (vedi l'abbigliamento di Julieta, che passa dall'azzurro al rosso e al bianco: ma i toni del passato perdono vivacità man mano che ci avviciniamo al presente), anche se la sceneggiatura manca un po' di focus e si perde in rivoli che non portano a nulla (ma così è la vita vera). Il risultato, paradossalmente, è un film stratificato ma senza particolare profondità, da ascrivere al filone più serio, realistico e meno "trasgressivo" del regista spagnolo (quello cui appartengono "Volver" e "Il fiore del mio segreto", per intenderci). Adriana Ugarte e Emma Suárez sono rispettivamente la Julieta giovane e invecchiata. Dopo alcuni film in cui mancava, si rivede Rossy de Palma (nei panni della governante Marian).

6 giugno 2016

Che ho fatto io per meritare questo? (P. Almodóvar, 1984)

Che ho fatto io per meritare questo? (Qué he hecho yo para merecer esto!!)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1984
con Carmen Maura, Verónica Forqué
**1/2

Visto in divx.

Le vicende di una famiglia disfunzionale, ambientate in un caseggiato nella periferia di Madrid, sono al centro di una pellicola quasi corale, ricca di personaggi eccentrici e di situazioni sopra le righe. Gloria (Carmen Maura) lavora come donna delle pulizia e conduce una vita miserabile, cercando a fatica di far quadrare i conti del bilancio familiare. Il marito Antonio (Ángel de Andrés López), tassista, vive nel ricordo della sua prima fiamma, la cantante tedesca Ingrid Muller. Il figlio maggiore Toni (Juan Martínez) vende marijuana ed è l'unico che sembra andare d'accordo con la nonna (Chus Lampreave), una vecchietta taccagna e sciroccata, mentre il figlio minore, Miguel (Miguel Ángel Herranz), è gay e si prostituisce nonostante la giovane età. Fra i personaggi che si muovo attorno a loro, e le cui strade si intrecciano in continuazione, ci sono le vicine di casa Cristal (Verónica Forqué), prostituta con la passione per i travestimenti, e Juani (Kiti Manver), che maltratta ripetutamente la figlia Vanessa (dotata, all'insaputa di tutti, di poteri telecinetici). Ma anche Lucas (Gonzalo Suárez) e Patricia, coppia di scrittori alcolizzati. E ancora: uno psicanalista depresso, un poliziotto impotente, un dentista pedofilo, un ramarro domestico... Fra falsi diari di Hitler e delitti in famiglia, il quarto film di Almodóvar, quello che lo fece uscire dai confini del cinema underground per consacrarlo a livello nazionale, nonostante una certa mancanza di focus (alcuni personaggi minori lasciano il tempo che trovano) risulta complessivamente coerente ed equilibrato, oltre in linea con la sua poetica kitsch, fantasiosa e alternativa, con particolare attenzione ai personaggi femminili e a quelli più disagiati ed emarginati. Anche se non dichiaratamente comico, il tono è leggero e non si prende mai sul serio, risultando surreale e divertente: e questo nonostante il regista abbia dichiarato di aver voluto rendere omaggio al neorealismo italiano, con un film che fosse un "ritratto pulsante della vita suburbana nelle grandi città". In ogni caso, a livello formale rappresenta un deciso passo in avanti rispetto ai lavori precedenti. Cecilia Roth è la ragazza dell'annuncio pubblicitario in tv, mentre lo stesso Almodóvar appare cantando (in playback) in un programma trasmesso in televisione.

28 novembre 2015

L'indiscreto fascino del peccato (P. Almodóvar, 1983)

L'indiscreto fascino del peccato (Entre tinieblas)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1983
con Cristina Sánchez Pascual, Julieta Serrano
**

Visto in divx.

Un titolo "buñueliano" (nella versione italiana, s'intende: l'originale era "Nelle tenebre") per il terzo film di Almodóvar, con il quale il regista spagnolo continua a mettere in scena i suoi personaggi eccentrici e borderline all'interno di uno scenario provocatorio e irriverente. In fuga dalla polizia dopo la morte del suo compagno per overdose, la cantante di night club Jolanda si rifugia in un convento popolato da suore dai nomi bizzarri (Suor Perduta, Suor Maltrattata da Tutti, Suor Squallida, Suor Vipera) e che abbinano alla preghiera vizi e passatempi non proprio ortodossi (la madre superiore è lesbica e cocainomane, una delle suore scrive libri pornografici sotto falso nome, un'altra cucina dolci a base di LSD, e così via, per non parlare della tigre che custodiscono nel cortile del convento), forse perché per salvare i peccatori è necessario conoscere prima i loro peccati. Nonostante le premesse trasgressive, la pellicola è paradossalmente meno grottesca e più equilibrata (ma anche meno divertente) dei due lungometraggi precedenti. Non si tratta di un attacco diretto o di una satira sulla chiesa e la religione, e i personaggi non mancano di umanità, anche se l'ambientazione assurda e surreale è senza dubbio pensata per scuotere il pubblico conservatore. Ma l'assenza di una vera trama si fa sentire: la storia si snoda attraverso una serie di sketch poco collegati fra loro, e molti spunti vengono introdotti e poi abbandonati troppo presto. A tratti sembra di trovarsi di fronte a una versione distorta de "La conversa di Belfort" di Bresson. Il cast (praticamente tutto al femminile) comprende anche Marisa Paredes, Carmen Maura, Chus Lampreave, Lina Canalejas e Cecilia Roth, molte delle quali torneranno ripetutamente nei film successivi del regista.

2 giugno 2015

Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio (P. Almodóvar, 1980)

Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio
(Pepi, Luci, Bom y otras chicas del montón)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1980
con Carmen Maura, Félix Rotaeta
**1/2

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il primo vero film di Almodóvar, girato con pochi mezzi (e si vede) ma già ricolmo di tutti i suoi personaggi e le sue tematiche: al centro un gruppo di ragazze (il "montón" del titolo originale) che frequentano il sottobosco alternativo di una Madrid fatta di musica punk, trasgressione, arte, libertà, omosessualità e travestitismo. Pepi (Carmen Maura), aspirante scrittrice e regista (che nel corso della pellicola scriverà la propria storia e quella delle sue amiche: e se il film che stiamo vedendo fosse proprio il frutto della sua fantasia anziché la realtà?), è costretta a cedere la propria verginità a un poliziotto (Félix Rotaeta) che ha scoperto che coltiva piante di marijuana sul terrazzo. Per vendicarsi, ne seduce la moglie Luci (Eva Siva), casalinga con tendenze masochistiche. Ben presto Luci abbandona il marito per frequentare Bom (Olvido Gara), giovane cantante punk che ne diventa la "padrona"... Fra festini improvvisati, concerti scalcinati, progetti di lavoro eccentrici o a lungo termine, perversioni vissute con naturale leggerezza, il film scoppia di colore e vitalità, lasciando intravedere – pur con una confezione raffazzonata e una diffusa povertà tecnica – la mano di un autore destinato a fare strada. La struttura episodica (non si contano i personaggi minori che irrompono in una scena per essere poi dimenticati nel resto della pellicola: la donna barbuta, l'attrice vestita da Rossella O'Hara, ecc.) favorisce l'impressione di un racconto di tranche de vie, quasi bohémiano, in cui si alternano momenti che costruiscono la trama ad altri di puro e satirico intrattenimento all'insegna del trash (vedi gli "spot pubblicitari" ideati da Pepi per le mutande Ponte, la cui protagonista è Cecilia Roth). A contrapporsi a questo gruppo di personaggi, in cerca di libertà e di autodeterminazione (anche sessuale), non poteva essere che un rappresentante dell'ordine e del sistema: il poliziotto prevaricatore e reazionario, evidente residuo di quel regime franchista che in Spagna era caduto da pochissimo tempo. Carmen Maura rimarrà a lungo l'interprete preferita del regista. Belli e colorati i titoli di testa, così come gli occasionali cartelli (che ricordano il cinema muto) in stile cubista. Il titolo originale funziona meglio di quello italiano, per via della rima.

4 settembre 2013

La mala educación (P. Almodóvar, 2004)

La mala educación (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2004
con Gael García Bernal, Fele Martínez
***

Rivisto in TV.

Enrique, regista gay in crisi creativa, riceve la visita inattesa di Ignacio, suo compagno (e amante) ai tempi in cui erano bambini in un collegio religioso. Ignacio, che ora si fa chiamare Angel, si propone come attore e gli lascia da leggere un racconto da lui scritto, ispirato alle loro esperienze passate. Nel testo, intitolato "La visita", si parla del tentativo di Zahara, un travestito, di ricattare Padre Manolo, il prete che aveva abusato di lui quando era al collegio. Affascinato, Enrique decide di trarne un film, scritturando per la parte di Zahara (dopo molte esitazioni) proprio Ignacio. Ma questi nasconde un terribile segreto. Sin dai titoli di testa il film dichiara il proprio debito verso il cinema di Hitchcock: e infatti proprio di un thriller melodrammatico si tratta, in linea con lavori precedenti del regista spagnolo (come "Matador" o "La legge del desiderio"), e non di una pellicola di denuncia contro gli abusi sessuali (alla "Magdalene") come molti, all'epoca della sua uscita, lo avevano etichettato. Certo, i temi scabrosi non mancano, ma come sempre sono alleggeriti e immersi nell'atmosfera sospesa e stilizzata che scaturisce dalla regia di Almodóvar , coadiuvato come al solito dalla coloratissima fotografia di José Luis Alcaine. La narrazione procede a strappi in una serie di scatole cinesi dove realtà e finzione (i ricordi dei personaggi, il racconto scritto da Ignacio), presente e passato si fondono, e non mancano i misteri che si svelano poco a poco, anche se a dire il vero la vicenda non è proprio memorabile (a diversi anni di distanza dalla prima visione, avevo rimosso gran parte della trama). Ottima la prova di Bernal, che si sdoppia (e triplica) in abiti maschili e femminili, mentre Fele Martínez (Enrique da adulto) era il protagonista dei primi film di Alejandro Amenábar. Javier Cámara, già nel precedente "Parla con lei", ha il piccolo ruolo di Paquito. Assai curiosa la colonna sonora, che comprende – fra le altre – "Cuore matto", "Quizas quizas quizas", "Torna a Surriento" e "Moon River" (queste ultime, cantate in spagnolo da Ignacio bambino).

29 marzo 2013

Gli amanti passeggeri (P. Almodóvar, 2013)

Gli amanti passeggeri (Los amantes pasajeros)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2013
con Javier Cámara, Cecilia Roth
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

A bordo di un aereo di linea diretto dalla Spagna in Messico, ma costretto a girare in tondo su Toledo in attesa di trovare una pista libera per un atterraggio di emergenza a causa di un carrello in avaria, i piloti e gli assistenti di bordo (tutti gay) cercano di distrarre come possono i passeggeri della prima classe (quelli della seconda sono stati invece addormentati con un sonnifero). La trama principale e le storie personali si intrecciano fra loro in maniera più o meno comica, dando vita ad una farsa ad alta quota che a tratti sembra quasi una versione spagnola e d'autore di pellicole come i vari "aerei più pazzi del mondo" di Jim Abrahams e dei fratelli Zucker. Almodóvar in persona, in alcune interviste, ha voluto definirla come "una commedia molto, molto leggera", peraltro nella stessa vena bizzarra e surreale di altre opere da lui dirette, come "Donne sull'orlo di una crisi di nervi" (se lì c'era il gazpacho drogato, qui c'è l'Agua de Valencia allungata con la mescalina). Fra eccessi a base di sesso, droga, rock'n'roll (imperdibile l'esibizione canora, con tanto di balletto, dei tre steward sulle note di "I'm so excited" delle Pointer Sisters), amoralità senza pudori, dialoghi scoppiettanti, vicende improbabili e personaggi macchiettistici, il divertimento non manca di certo, anche se alla resa dei conti si rivela un po' fine a sé stesso (nonostante ci sia chi ha parlato di "metafora" della situazione socio-politica della Spagna odierna, con la classe economica sedata mentre i piloti girano a vuoto e in classe business ne combinano di tutti i colori). Mancano invece le sorprese: le varie storie dei singoli passeggeri sono abbastanza prevedibili e si concludono tutte immancabilmente con il lieto fine (il banchiere in fuga che si riconcilia con la figlia, l'escort sadomaso che si innamora del killer assoldato per ucciderla, la sensitiva vergine a causa dei suoi poteri che trova infine l'amore). Nel ricco cast, che comprende tanti habitué del regista come Javier Cámara, Cecilia Roth, Lola Dueñas, Paz Vega, Blanca Suárez e Carmen Machi, da segnalare la comparsata iniziale dei due attori hollywoodiani che proprio da Almodóvar furono lanciati (Antonio Banderas, doppiato in maniera impagabile, e Penélope Cruz). Interessante il titolo, in cui è possibile scambiare fra loro sostantivo e aggettivo.

22 ottobre 2011

Donne sull'orlo di una crisi di nervi (P. Almodóvar, 1988)

Donne sull'orlo di una crisi di nervi
(Mujeres al borde de un ataque de nervios)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1988
con Carmen Maura, Julieta Serrano
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Ilaria, Paola ed Eleonora.

L'attrice e doppiatrice cinematografica Pepa (una strepitosa Carmen Maura) è stata lasciata dal suo amante Ivan (Fernando Guillén), che sta per partire per l'estero con un'altra donna. Ma non si tratta della sua ex moglie Lucia (Julieta Serrano), uscita da poco dall'ospedale psichiatrico e che a sua volta sospetta di Pepa, bensì dell'avvocatessa femminista Paulina (Kiti Manver). In crisi e in depressione, anche perché ha scoperto da poco di essere incinta, Pepa cerca inutilmente di contattare Ivan, con il quale riesce a comunicare soltanto attraverso messaggi registrati (e proprio la voce dell'uomo, a sua volta doppiatore – all'inizio del film vediamo lui e Pepa incidere, su tracce separate, una scena di "Johnny Guitar" con Sterling Hayden e Joan Crawford – è il segreto che gli permette di conquistare così tante donne). La situazione si complica a dismisura quando nell'appartamento di Pepa si ritrovano anche la sua amica Candela (Maria Barranco), in fuga dalla polizia dopo aver ospitato in casa un terrorista sciita di cui si era innamorata; e il figlio di Ivan e Lucia, Carlos (Antonio Banderas), in cerca di un attico da affittare insieme alla sua fidanzata Marisa (Rossy De Palma). Commedia screwball, femminista (il pavido e fedifrago Ivan non ci fa certo una bella figura), cinica e soprattutto divertentissima, caratterizzata da personaggi frizzanti e imprevedibili, da continui colpi di scena e da una scenografia colorata e vivace che diventerà un marchio di fabbrica del regista, è probabilmente la più popolare e la più fortunata fra le prime pellicole di Almodóvar (è stata persino adattata più volte in forma di musical e di spettacolo teatrale), nonché quella che lo ha portato definitivamente alla ribalta internazionale, forse anche perché più leggera e meno "estrema" di lavori precedenti come "Pepi, Luci e Bom", "Labirinto di passioni" e "Matador". Molte le citazioni che guardano, parodizzandolo, al cinema classico (il gazpacho con il sonnifero ricorda il latte de "Il sospetto" di Hitchcock, mentre l'inseguimento finale fra il "mambo taxi" e il motorino sembra prendere in giro le scene d'azione viste in tanti film hollywoodiani). Brillante la colonna sonora di Bernardo Bonezzi, con la canzone "Soy infeliz" di Lola Beltrán.

28 settembre 2011

La pelle che abito (P. Almodóvar, 2011)

La pelle che abito (La piel que habito)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2011
con Antonio Banderas, Elena Anaya
***

Visto al cinema Colosseo.

Robert, chirurgo plastico di successo, è ossessionato dalla scomparsa della moglie, rimasta carbonizzata sei anni prima in un incidente stradale. Per questo ha messo a punto una nuova pelle sintetica in grado di resistere alle ustioni e la sperimenta su Vera, una donna che tiene reclusa in una stanza della sua villa, alla quale ha modellato il volto per imitare proprio quello della defunta moglie. In una serie di drammatici flashback e di controversi colpi di scena, scopriremo le tragedie del passato che hanno portato a questa bizzarra situazione, nonché la vera identità della misteriosa Vera (mai nome fu più ironico). Ispirato al mito di Pigmalione, un soggetto che nelle mani di un altro regista sarebbe degenerato in qualcosa di grottesco: e invece, vuoi perché Almodovar sguazza da sempre in mezzo a questi temi (l'ambiguità sessuale, la follia e l'ossessione creativa, le insolite relazioni fra i personaggi), vuoi perché la particolare struttura narrativa cambia più volte le carte in tavola, sfumando il melodramma in thriller e tenendo sempre desta la curiosità dello spettatore, il risultato è appassionante. Soltanto nel finale, però, capiremo la reale portata di quello che abbiamo visto: la pellicola passa infatti dagli iniziali temi "transgenici" a quelli, tipicamente almodovariani, "transgender". Da menzionare le grandiose scenografie di Antxón Gómez (la villa del medico, con lo schermo gigante da cui Robert osserva in segreto la stanza di Vera o l'enorme tappeto che viene spesso inquadrato dall'alto; le scritte dalla stessa donna sulla parete della sua "prigione"), i personaggi eccentrici o dal passato tragico e complesso (dal chirurgo psicopatico e senza scrupoli impersonato da Banderas alla tenera e arrendevole – almeno in apparenza – Vera, cui la bella Elena Anaya – che ha sostituito Penélope Cruz – dona una memorabile caratterizzazione; dal criminale e stupratore con il costume da "uomo tigre", figlio della domestica Marilia, fino a quest'ultima – interpretata dalla solita Marisa Paredes – che in segreto è anche la madre di Robert), la suggestiva colonna sonora (di Alberto Iglesias), i costumi (la tuta color carne di Vera e l'uniforme da governante di Marilia sono stati disegnate da Jean-Paul Gaultier, ma nel film ci sono anche abiti di Dolce & Gabbana e di altre maison) e i numerosi riferimenti artistici, letterari e cinematografici (i dipinti del Tiziano, di Guillermo Pérez Villalta e John Baldessari, le sculture di Louise Bourgeois, i film di Luis Buñuel, Alfred Hitchcock e Fritz Lang, i testi di Mary Shelley – "Frankenstein", naturalmente – e di Shakespeare). La pellicola è stata girata e ambientata in Galizia, nei pressi di Santiago de Compostela, il che spiega l'occasionale uso del portoghese a fianco dello spagnolo (per esempio, nelle canzoni di Concha Buika).

7 settembre 2010

Il fiore del mio segreto (P. Almodóvar, 1995)

Il fiore del mio segreto (La flor de mi secreto)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1995
con Marisa Paredes, Juan Enchanove
**

Visto in DVD alla Fogona con Marisa.

Leocadia scrive – sotto pseudonimo – sdolcinati romanzi sentimentali e d'evasione di enorme successo; ma la crisi in cui precipita la sua relazione con un marito che non la ama più e che trascorre la maggior parte del tempo all'estero (è un militare impegnato nelle missioni di pace) la spinge a cambiare stile affondando la penna nella realtà, a pubblicare feroci critiche contro sé stessa, e persino a tentare il suicidio. Verrà salvata dall'affetto delle amiche, dalla famiglia, e da un nuovo amore. Più maturo e meno "trasgressivo" del solito, il film mescola ingredienti tipicamente almodovariani (donne, madri, figli, sorelle, lutti, tradimenti, intrighi, passioni, arte, rappresentazioni teatrali, citazioni cinefile) ma sembra privo della scintilla in grado di accendere il tutto e gli mancano la verve e l'imprevedibilità delle opere migliori del regista spagnolo. Ottima la Paredes (la futura Huma Rojo di "Tutto su mia madre"), nonché l'irresistibile – come sempre – Rossy De Palma. Da notare che la trama del nuovo romanzo scritto da Leo verrà usata da Almodóvar stesso, in seguito, nel film "Volver".

21 novembre 2009

Gli abbracci spezzati (P. Almodóvar, 2009)

Gli abbracci spezzati (Los abrazos rotos)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2009
con Lluís Homar, Penélope Cruz
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Mateo Blanco, un tempo regista cinematografico e ora – divenuto cieco – sceneggiatore con lo pseudonimo di Harry Caine, ricorda l'episodio che ha cambiato la sua vita: l'amore per la giovane attrice Lena, già amante di un anziano e potente uomo d'affari (nonché produttore del film che i due stanno girando) che naturalmente giura vendetta. Narrato attraverso flashback e piani temporali che si intersecano, "Gli abbracci spezzati" è probabilmente il film più "cinefilo" di Almodóvar, e forse proprio in questa caratteristica risiede il senso ultimo di una pellicola che per il resto sembra un po' indecisa su cosa voler raccontare (l'arroganza e la seduzione del potere? una "semplice" storia d'amore? una vicenda di dolorosi segreti e annosi rimpianti? l'arte che trionfa sulla vita e sulla morte?) e sui toni con cui farlo (il melodramma? la commedia, anche scollacciata? il noir? un diario di lavorazione?). Il film è infatti un continuo omaggio al cinema d'autore, visto che cita e menziona Rossellini (la scena di "Viaggio in Italia" con Ingrid Bergman che il protagonista guarda in tv), Malle (Mateo vuole ascoltare la voce di Jeanne Moreau in "Ascensore per il patibolo"), Buñuel (Severine, il nome che Lena usava quando lavorava per una casa di appuntamenti, è un riferimento a "Bella di giorno"), Lang, Ray, Fellini (le cui opere figurano nella videoteca del regista), e così via, senza contare che Lena viene esplicitamente truccata come Audrey Hepburn. Ma è soprattutto un auto-omaggio allo stesso Almodóvar, che gioca a evocare molte delle sue pellicole precedenti (la scena di "Ragazze e valigie", il film diretto da Mateo, è un chiaro spoof di "Donne sull'orlo di una crisi di nervi", con tanto di gazpacho corretto col sonnifero; il tema della disabilità proviene da "Parla con lei" e "Carne tremula", quello del figlio segreto da "Tutto su mia madre", il voyeurismo e l'ossessione per le immagini riprese dalle videocamere da "Kika"). Anche la storia d'amore fra Mateo e Lena, così irreale e perfetta, sembra essere stata scritta apposta per il cinema, con tanto di melodramma, fuga e conclusione tragica. E all'amore per la ragazza da parte del protagonista si sostituisce infine quello per la settima arte: morta Lena, al regista non resta che amare il lungometraggio che ha girato insieme a lei, e ritrova pace e soddisfazione solo quando finalmente riesce a montarlo come aveva sempre desiderato: "i film devono essere finiti, anche se alla cieca". Come le foto strappate possono essere reincollate, così i filmati dei vari ciak possono essere rimontati fino a restituire il quadro d'insieme.
Di una certa importanza è inoltre il tema dei rapporti fra padri e figli (quello, inconsapevole, fra Mateo e Diego, il figlio che non sapeva di avere ma che già aveva adottato scegliendolo come suo assistente; e quello, pieno di ostilità, fra il produttore Ernesto e il figlio gay e represso che porta lo stesso nome e che documenta su pellicola tutta la lavorazione del film a uso e consumo del padre). E comunque sono tante le trovate geniali e le scene memorabili: le sessioni con la lettrice delle labbra (che il produttore assolda perché le immagini "rubate" dal figlio sul set sono senza sonoro), la Cruz che doppia sé stessa per dare l'addio al vecchio amante, il sesso sotto le lenzuola, i paesaggi "alieni" di Lanzarote.

18 marzo 2008

Kika (Pedro Almodóvar, 1993)

Kika – Un corpo in prestito (Kika)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1993
con Verónica Forqué, Peter Coyote
**1/2

Visto in DVD.

Kika, estroversa truccatrice, è fidanzata con il complessato Ramon ma ha una relazione con il patrigno del ragazzo, Nicholas, scrittore di origine americana che è forse coinvolto nel suicidio della moglie e ha una strana attrazione per i serial killer e le storie di omicidi. A complicare la vicenda si aggiungono strani personaggi: Pablo, attore porno e stupratore evaso dal carcere; Juana (la "solita" Rossy de Palma), lesbica dichiarata, sorella di Pablo e domestica in casa di Kika e Ramon; Susana, una misteriosa bionda che frequenta Nicholas; e soprattutto Angela "la sfregiata" (Victoria Abril), ex psicologa e conduttrice di un programma di tv spazzatura, che gira con una tuta bondage/fantascientifica e una videocamera in testa per raccogliere notizie e filmati da trasmettere sul suo network. Fra menzogne, segreti (molti personaggi nascondono agli altri il proprio passato o anche il semplice fatto di conoscersi), tradimenti e vendette, il film mi è piaciuto parecchio nella sua prima parte, irriverente, frenetica e col tono trasgressivo e grottesco delle migliori commedie di Almodóvar, come "Donne sull'orlo di una crisi di nervi". Il passaggio nel finale ad atmosfere da thriller-horror più drammatiche e cruente lo rende invece poco equilibrato. E la denuncia della televisione spazzatura non convince fino in fondo, visto che in realtà il regista sembra nutrire una certa simpatia e accondiscendenza verso quello che Angela manda in onda (tanto da non tirarsi indietro nel mostrarci, con ironia, lo stupro prolungato di Kika da parte di Pablo). Interessanti comunque i temi dei guardoni, della privacy, dell'occhio televisivo, insoliti per Almodóvar (sono invece più nelle corde di un Wenders). Belli i costumi e le scenografie, colorate come sempre. Peter Coyote, che interpreta Nicholas, è perfetto come personaggio ambiguo e dai lati oscuri (lo ricordo come tale anche in "Luna di fiele" di Polanski). Con il successivo "Tutto su mia madre" il film non ha in comune soltanto la venerazione di Ramon per la madre ma anche una citazione esplicita del cinema hollywoodiano classico: Ramon guarda in tv "The prowler" ("Sciacalli nell'ombra") di Joseph Losey, una scena del quale è fondamentale per la soluzione della vicenda. Senza senso il sottotitolo italiano.

29 luglio 2007

Lègami! (P. Almodóvar, 1990)

Lègami! (¡Átame!)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1990
con Victoria Abril, Antonio Banderas
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Uno psicopatico appena uscito dal manicomio (il solito Banderas, che spesso aveva parti simili nei primi film di Almodóvar: ma questa è forse la sua interpretazione più significativa) sequestra un'attrice porno, che ha appena finito di recitare in un film horror, e la tiene legata in casa nella speranza che, prima o poi, si innamori di lui. Il che puntualmente accade. Una storia d'amore leggermente sadomasochistica, narrata con il tono lieve e leggero della commedia. Forse non memorabile come altri film del regista, ma comunque piacevole e ben recitato. La fotografia, soprattutto nella prima parte, insiste decisamente sul rosso vivace: sono numerosissimi gli oggetti in scena di questo colore. La musica è di Ennio Morricone. Per la prima volta dopo anni, Almodóvar non ricorre a Carmen Maura (considerata troppo vecchia per recitare la parte della protagonista) nel cast, e in compenso inizia una collaborazione con Victoria Abril, già apparsa in un cameo ne "La legge del desiderio". Francisco Rabal interpreta il regista. Quando venne distribuito negli Stati Uniti, il film scatenò un dibattito che portò alla revisione del sistema di rating cinematografico.

27 aprile 2007

Tutto su mia madre (P. Almodóvar, 1999)

Tutto su mia madre (Todo sobre mi madre)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1999
con Cecilia Roth, Marisa Paredes
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

È stato il primo film di Almodóvar che ho visto. Non potevo cominciare meglio, naturalmente, visto che probabilmente si tratta del suo capolavoro. Come gran parte dei film del regista spagnolo, è fondamentalmente una storia di donne (vere o... "costruite"). Ma stavolta Almodóvar mette in scena qualcosa di più complesso dei suoi soliti personaggi grotteschi o trasgressivi, e i toni non sono quelli della commedia bensì quelli del dramma. Manuela, la protagonista, è una donna piena di speranze e di sofferenza che, fuggita da Barcellona con un figlio in grembo, ci fa ritorno diciotto anni dopo in seguito alla morte del ragazzo. E la sua storia si intreccia con quella di Huma Rojo, attrice bettedavisiana (il film, sin dal titolo e dalla splendida musica di Alberto Iglesias, cita a piene mani "Eva contro Eva" – in originale "All about Eve" – di Mankiewicz) alle prese con una rappresentazione di "Un tram che si chiama desiderio"; con quella di suor Maria, una giovane Penelope Cruz, a sua volta incinta di Lola, l'ex compagno di Manuela che nel frattempo è diventato un transessuale; e con quella di Agrado, altro transessuale simpatico e scalcinato; tutti personaggi (compresi quelli minori, qui non citati) estremamente "vivi" e descritti con un'amore e un'attenzione che – per una volta – lascia da parte sberleffi e caricature per scavare nelle loro anime e nella loro psicologia in maniera più matura. Il risultato è insieme caldo e appassionante, triste e malinconico, popolare e intellettuale, dove le trasgressioni – sessuali, artistiche, sociali – non sono mai fine a sé stesse ma sembrano necessarie a esprimere la vera essenza delle persone.

22 aprile 2007

Matador (Pedro Almodóvar, 1986)

Matador (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1986
con Antonio Banderas, Assumpta Serna
***

Visto in DVD, con Hiromi e Martin.

Angel, giovane e complessato aspirante torero con strane capacità paranormali, confessa di essere l’autore di alcuni misteriosi omicidi. Il vero colpevole è in realtà il suo maestro, matador costretto al ritiro dopo un incidente nell’arena, che non riesce più a far a meno di uccidere. E che troverà l’anima gemella nell’avvocatessa del ragazzo, sua grandissima fan, che uccide gli amanti con uno spillone e che a sua volta è ossessionata dall'idea della morte. Un film che comincia in puro stile Almodóvar (grottesco e trasgressivo), prosegue come un giallo all’italiana (ricorda il Dario Argento prima maniera) e termina citando “Duello al sole” di King Vidor. Più che il giovanissimo Banderas (in un ruolo che ricorda quello di “Labirinto di passioni”, madre castratrice compresa), i protagonisti sono la coppia di assassini Nancho Martinez e Assumpta Serna: ma non si tratta di pazzi furiosi o di amanti diabolici, semmai di personalità “dipendenti” dalla morte (che si tratti di quella dei tori, di altri esseri umani o addirittura della propria). Caratterizzato da squarci surreali e tonalità forti (il colore rosso su tutti: non a caso si cita il film di King Vidor, che a sua volta aveva una fotografia molto intensa), mi è sembrato uno dei film meglio curati dell'Almodóvar degli inizi.