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26 maggio 2023

Le otto montagne (Van Groeningen, Vandermeersch, 2022)

Le otto montagne
di Felix Van Groeningen, Charlotte Vandermeersch – Italia/Bel/Fra 2022
con Luca Marinelli, Alessandro Borghi
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema), con Sabrina.

La storia dell'amicizia fra Pietro (Luca Marinelli) e Bruno (Alessandro Borghi), dal loro primo incontro da bambini – quando il primo, "cittadino" e introverso, si reca in vacanza con la famiglia da Torino sulle Alpi valdostane e conosce il secondo, bimbo "montanaro" e incolto – a quando, da adulti (e dopo la morte del padre di Pietro (Filippo Timi), l'uomo che aveva fatto innamorare il primo della montagna e aveva "adottato" il secondo come un figlio sostituto nel periodo in cui il vero figlio, per ribellione, non gli parlava più), restaureranno un vecchio rudere in alta quota per trascorrervi le estati; fino a quando le differenti personalità li spingeranno a prendere strade diverse. Pietro girerà il mondo alla ricerca di sé stesso, trovando un nuovo equilibrio scalando le vette tibetane; Bruno, invece, si inselvatichirà e si chiuderà sempre più in sé, incapace di lasciare la montagna dove è nato e cresciuto: due atteggiamenti di fronte alla vita che si rispecchiano nella metafora buddista delle "otto montagne" che circondano il mondo: è meglio fare il loro giro oppure rimanere al centro senza muoversi? Dal romanzo di Paolo Cognetti (vincitore del premio Strega), sceneggiato da una coppia di registi belgi (lei, in precedenza solo sceneggiatrice dei film di lui, firma qui la sua prima co-regia), una storia di amicizia ad ampio raggio (temporale e geografico), focalizzata su due personaggi agli opposti eppure in grande sintonia, accomunati soprattutto dall'amore per la montagna e dal rifiuto dei compromessi e dell'adattarsi alla vita "cittadina". Il soggetto è notevole, i temi profondi, i personaggi in grado di catturare lo spettatore, che potrebbe identificarsi nell'uno o nell'altro: peccato che l'esecuzione sia un po' zoppicante, soprattutto a livello di scrittura, con dialoghi e passaggi da fiction televisiva. Anche recitazione e regia non brillano più di tanto. Almeno ci sono bei paesaggi. Girato in 4:3. Premio della giuria a Cannes.

15 novembre 2022

Swiss Army Man (Daniels, 2016)

Swiss Army Man - Un amico multiuso (Swiss Army Man)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2016
con Paul Dano, Daniel Radcliffe
**

Visto su Rakuten Tv.

Naufragato su un'isola deserta, Hank (Paul Dano) viene salvato grazie al provvidenziale arrivo di Manny (Daniel Radcliffe), "cadavere vivente" le cui funzioni corporee, misteriosamente ancora attive, gli permettono di sopravvivere nella foresta e di tornare alla civiltà. Fra i due nasce anche una profonda amicizia: ma non tutto è come sembra... Bizzarrissima black comedy, opera prima del duo di registi Daniel Kwan e Daniel Scheinert (noti collettivamente come i "Daniels" e in precedenza autori di video musicali), un film carico di una comicità assurda e demenziale che sconfina a tratti nell'esistenzialismo. Certo, le gag su scorregge ed erezioni sono alquanto infantili, e la pellicola rischia più volte, sin dall'inizio, di indisporre uno spettatore che potrebbe persino annoiarsi per le lunghe sequenze in cui sono in scena soltanto i due personaggi (uno dei quali, appunto, "cadaverico"), isolati in mezzo alla natura, con il primo che cerca di spiegare al secondo come funzionano le cose della vita (a cominciare dall'amore): ma nel finale la stupidità lascia spazio a una sorta di visione filosofica del mondo e dei rapporti sociali che eleva l'insieme oltre il semplice cartoon o una delle tante varianti di titoli come "Weekend con il morto". Bravo Dano, mentre Radcliffe recita sempre immobile e inespressivo (e la cosa non gli riesce difficile): eppure, al di là degli scherzi, questa è forse una delle sue migliori interpretazioni. Nel cast, nelle scene finali, anche Mary Elizabeth Winstead (Sarah, la ragazza "amata" da Hank). Il titolo originale si riferisce al coltellino svizzero (Swiss Army knife), giustamente tradotto con "multiuso" nel doppiaggio italiano.

3 settembre 2022

Scompartimento n. 6 (J. Kuosmanen, 2021)

Scompartimento n. 6 - In viaggio con il destino (Hytti nro 6)
di Juho Kuosmanen – Finlandia/Russia 2021
con Seidi Haarla, Yuri Borisov
**

Visto in TV (Now Tv).

Laura (Haarla), giovane finlandese che studia archeologia a Mosca, parte in treno diretta verso nord per andare a osservare i petroglifi (antiche incisioni rupestri) su un'isola vicino a Murmansk, oltre il Circolo Polare Artico. Avrebbe dovuto accompagnarla Irina, la sua ragazza russa, che però all'ultimo momento si è tirata indietro (dal viaggio e forse dalla sua vita). Si trova così a condividere il lungo tragitto con un giovane russo sconosciuto, Ljoha (Borisov), che a sua volta sta recandosi a Murmansk per lavorare in una cava mineraria. All'inizio la convivenza è difficile, ma poi subentra l'amicizia e forse qualcosa di più... Da un romanzo di Rosa Liksom, un film gradevole ma esile nella trama e nei personaggi, la storia di un viaggio (e di una coabitazione forzata nello scompartimento di un treno) che avvicina due persone all'apparenza lontanissime fra loro (sono di paesi, lingue, sessualità diverse). Bella l'ambientazione e la descrizione degli ambienti, e bravi gli attori. Nulla, comunque, di sorprendente o che non si sia mai visto prima: anche per questo lascia perplessi il gran premio della giuria ricevuto a Cannes (ex aequo con "Un eroe" di Asghar Farhadi).

22 agosto 2022

Il talento di Mr. C (Tom Gormican, 2022)

Il talento di Mr. C (The unbearable weight of massive talent)
di Tom Gormican – USA 2022
con Nicolas Cage, Pedro Pascal
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Insoddisfatto di come procede la sua carriera, e in crisi nella relazione con la figlia sedicenne, Nicolas Cage (sé stesso) medita di abbandonare il cinema e, nel frattempo, accetta l'invito di un ricco fan, lo spagnolo Javi Gutierrez (Pedro Pascal), che lo ospita nella sua villa a Maiorca per discutere di una sceneggiatura da lui scritta. Ma si ritroverà al centro di un vero e proprio thriller, quando due agenti dell'FBI, sospettando che Javi sia un criminale internazionale, lo convinceranno a indagare per conto loro... L'idea dell'attore in crisi che interpreta sé stesso in una pellicola parodistica e auto-ironica non è certo nuova: qualche anno fa lo aveva fatto, per esempio, anche Jean-Claude Van Damme in "JCVD". Qui Gormican (anche sceneggiatore) gioca sul fatto che Cage ha la fama di non rifiutare quasi nessun ruolo e, pertanto, di apparire in moltissimi film, spesso di qualità discutibile, nonostante nella sua carriera non siano mancati lavori belli e importanti (fra i tanti che vengono citati in un modo o nell'altro durante la pellicola, "Face/Off" di John Woo e "Cuore selvaggio" di David Lynch, il cui protagonista – una versione giovane e ribelle dello stesso Cage – appare talvolta davanti agli occhi del suo alter ego per conversare con lui, come fosse la sua coscienza). Anche se l'idea è comunque carina e il divertimento non manca (toccante l'amicizia che Nick stringe con Javi, e spassose le scene in cui i due agiscono sotto effetto dell'LSD), alla resa dei conti il film è un po' piatto e meno dirompente di come avrebbe potuto essere senza il freno a mano tirato (per non parlare della commistione fra realtà e fantasia: alla fine non è chiaro se tutto ciò cui abbiamo assistito sia vero o sia cinema). Ma l'interpretazione di Cage, che parodizza più volte sé stesso e le proprie "doti sciamaniche d'attore", è ottima, come anche quella di Pascal. Il titolo italiano, che richiama "Il talento di Mr. Ripley", è più banale e meno evocativo di quello originale.

4 maggio 2022

Luca (Enrico Casarosa, 2021)

Luca (id.)
di Enrico Casarosa – USA 2021
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Il piccolo Luca è un mostro marino (!) che vive con i suoi simili sui fondali del Mar Ligure, e ha la capacità di assumere fattezze umane quando si trova all'asciutto. In compagnia dell'amico Alberto, esplora con curiosità il mondo degli esseri umani, stringendo amicizia con la coetanea Giulia: insieme, i tre parteciperanno a una gara (di "triathlon italiano": nuoto, bicicletta e mangiata di pasta!) nella cittadina di Portorosso. Primo lungometraggio del regista italiano Enrico Casarosa (che per la Pixar dieci anni prima aveva già realizzato il corto "La luna", sempre a tema marino), è una storia di coming-of-age sui temi dell'amicizia, venata di fantastico e con rimandi a classici disneyani come "La sirenetta" (di cui è una versione maschile e più infantile) e "Pinocchio" (di cui capovolge le dinamiche: Luca, qui, desidera andare a scuola). Un film nel complesso gradevole, anche per via dell'estetica miyazakiana, ma essenzialmente innocuo, fatto di buoni sentimenti e poca originalità. Portorosso, come gli scenari circostanti, è ispirata ai paesini delle Cinque Terre, quando erano ancora villaggi di pescatori e non località turistiche: il film si svolge infatti negli anni Cinquanta, come testimoniano anche le locandine di film d'epoca – "La strada", "Vacanze romane" – affisse sui muri (mentre in tv passa "I soliti ignoti" e su una bici campeggia una foto di Marcello Mastroianni). L'Italia che ne risulta è decisamente stereotipata, un paese fuori dal mondo e dal tempo, dove gli uomini (e i gatti!) hanno i baffi, tutti ascoltano o cantano l'opera lirica, fanno gesti con le mani, mangiano pasta (al pesto, visto che siamo in Liguria!) e vanno in Vespa (proprio una Vespa è l'oggetto del desiderio dei protagonisti, che partecipano alla gara nella speranza di potersene comprare una). Anche i temi dell'amicizia e della scoperta del mondo e di sé stessi (attraverso la trasformazione) sono abbastanza inflazionati, tanto che saranno riproposti pari pari nel successivo film Pixar, "Red". Alcuni critici hanno avanzato un (ardito) parallelo con "Chiamami col tuo nome" di Luca Guadagnino, per via dell'ambientazione estiva-vacanziera, nostalgica e italiana. Nella colonna sonora, canzoni di Mina, Gianni Morandi, Rita Pavone ed Edoardo Bennato.

28 marzo 2022

Noi siamo infinito (Stephen Chbosky, 2012)

Noi siamo infinito (The perks of being a wallflower)
di Stephen Chbosky – USA 2012
con Logan Lerman, Emma Watson, Ezra Miller
***

Visto in TV (Prime Video).

Adolescente intelligente ma introverso, depresso e con tendenze suicide, Charlie (Logan Lerman) inizia il liceo senza amici e bullizzato dagli alunni più grandi. Ma tutto cambia quando conosce lo spigliato Patrick (Ezra Miller) e la sua sorellastra Sam (Emma Watson), studenti dell'ultimo anno, che lo introducono nella loro cerchia. Grazie ai nuovi amici, peraltro non esenti a loro volta da problemi e tormenti, Charlie uscirà dal guscio e saprà fare in qualche modo i conti con un tragico passato. Dal suo omonimo romanzo, Chbosky scrive e dirige una storia di coming-of-age che parte come una commedia scolastica adolescenziale ma si fa quasi subito dark ed esistenziale, mostrando il lato più oscuro dei personaggi e del loro difficile passaggio verso l'età adulta, fra piccoli e grandi drammi che solo il sostegno reciproco può aiutare a superare. L'amicizia con Patrick e l'amore verso Sam accompagnano Charlie durante il primo anno di liceo, insieme alle vicende scolastiche (la passione per la letteratura, incoraggiata dal professore di inglese), quelle famigliari (i rapporti con i fratelli) e ai traumatici ricordi del passato. Strutturata come un romanzo epistolare (Charlie scrive a un amico senza nome, raccontandogli le proprie vicende), la pellicola è ambientata all'inizio degli anni Novanta ed è accompagnata da una bella colonna sonora a base di rock (dove spicca "Heroes" di David Bowie, il brano che gli amici ascoltano mentre passano in macchina attraverso il tunnel) e da vari riferimenti culturali (come il "Rocky Horror Picture Show", alle cui rappresentazioni "dal vivo" – simbolo di apertura alla diversità e alla consapevolezza di sé stessi – il gruppo di amici partecipa in costume). Bravo e intenso il cast di giovani attori: Lerman e Miller sono ottimi, la Watson sorprende in un ruolo al di fuori della bolla di Harry Potter. Il titolo italiano è forse un po' troppo "mocciano" (o "mucciniano"?), ma si rifà alla battuta finale del film.

5 gennaio 2022

Il tempo si è fermato (Ermanno Olmi, 1959)

Il tempo si è fermato
di Ermanno Olmi – Italia 1959
con Natale Rossi, Roberto Seveso
***

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane studente Roberto (Seveso) trova lavoro durante il periodo invernale come guardiano presso la diga dell'Adamello, in alta montagna, in sostituzione di un collega, e raggiunge così l'anziano Natale (Rossi), che già si trova sul posto. All'inizio la convivenza fra i due è difficile, avendo poco in comune, a partire dall'età, dal carattere (esuberante l'uno, taciturno l'altro) e dall'esperienza: ma pian piano, da soli in una baracca sferzata dalla neve e immersa nel silenzio, diventeranno amici, complice anche una notte difficile per via di una tempesta. Il primo lungometraggio di Ermanno Olmi, girato con attori non professionisti, quasi non ha trama e punta sul realismo nel descrivere le condizioni di vita e i rapporti fra i due personaggi. Olmi aveva inizialmente concepito il progetto come documentario per conto della Edison-Volta, la compagnia energetica per la quale lavorava e per cui aveva già filmato numerosi cortometraggi aziendali. La semplicità dei personaggi, il realismo dell'ambientazione, le emozioni pure e distillate che vengono alla luce con facilità e senza la necessità di ricorrere a colpi di scena o a trovate drammaturgiche, favoriscono l'immersione dello spettatore in un quadro minimalista dove la natura stessa (la montagna, la neve, il silenzio) è protagonista al pari dei due uomini. Anche la regia si adegua, risultando rigorosa e rifuggendo la spettacolarità. Gran parte dei dialoghi, soprattutto quando parla Natale, sono in dialetto. Il titolo è identico a quello di un (bel) thriller americano del 1948.

4 gennaio 2022

Un viaggio a quattro zampe (C.M. Smith, 2019)

Un viaggio a quattro zampe (A Dog's Way Home)
di Charles Martin Smith – USA 2019
con Jonah Hauer-King, Ashley Judd
**

Visto in TV (Rai 1), con Sabrina.

Per tornare a casa dal suo padrone Lucas (Hauer-King), che l'ha adottata, la cagnolina randagia Bella affronta da sola un lungo viaggio di 650 chilometri, dal New Mexico al Colorado, attraversando (nel corso di oltre due anni) città e parchi naturali e affrontando i pericoli della natura e dell'uomo. Sulla falsariga di "Torna a casa, Lassie", un film d'avventura con protagonista canino: poco originale e pieno di cliché, ma anche moderatamente realistico, ottimamente realizzato e – quando sono di scena gli animali – avvincente e a tratti commovente. Se non mancano inevitabili tocchi di retorica, la sceneggiatura non è però del tutto superficiale e infantile, visto che non si premura di nascondere o edulcorare aspetti negativi o paurosi, come la morte. Memorabile l'amicizia fra Bella e un cucciolo di puma, da lei soprannominata "Gattina Gigante", fra le montagne del Colorado. La voce narrante della protagonista, che si rivolge agli spettatori, in originale è di Bryce Dallas Howard. Gli altri animali invece non parlano. Nel cast "umano" anche Ashley Judd, Alexandra Shipp, Edward James Olmos, Brian Markinson e Wes Studi.

12 giugno 2021

Giovani si diventa (Noah Baumbach, 2014)

Giovani si diventa (While We're Young)
di Noah Baumbach – USA 2014
con Ben Stiller, Naomi Watts, Adam Driver
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Il film si apre con una citazione da "Il costruttore Solness" di Ibsen, cui vagamente si ispira nel mettere a confronto vecchiaia e gioventù. Josh (Ben Stiller) e Cornelia (Naomi Watts) sono una coppia di ultraquarantenni in crisi di mezza età, che stanno cominciando a rendersi conto di quanto la loro vita sia ormai trascorsa in maniera improduttiva. Lui è un documentarista che sta lavorando da dieci anni al suo nuovo lavoro ("Un film di sei ore e mezza che sembra avere sette ore di troppo"), con la paura di concluderlo. Lei, figlia di un maestro del cinema nonché ex mentore del marito (Charles Grodin), ha abbandonato la danza e guarda con perplessità e timore a tutte le coppie di amici che hanno fatto figli. Naturalmente i due non hanno bambini, non viaggiano, non prendono decisioni e ripetono in maniera monotona e noiosa sempre le stesse cose. Ma questa routine viene sconvolta quando conoscono i venticinquenni Jamie (Adam Driver) e Darby (Amanda Seyfried), giovani e spregiudicati, pieni di idee e di iniziative che intraprendono senza paure. La nuova amicizia dona loro una carica di energia, gettandoli in avventure stravaganti e inedite, e spingendoli a ripensare la propria vita, i propri fallimenti e il vicolo cieco in cui si erano cacciati. Fino a quando capiranno però che anche Jamie e Darby non sono perfetti, che anche loro mentono o approfittano della situazione per il proprio tornaconto personale (Jamie, a sua volta aspirante documentarista, ambiva a entrare nelle grazie del padre di Cornelia per farsi produrre una pellicola). Quasi due film in uno: la prima parte è un confronto fra le mentalità di due diverse generazioni (con alcuni interessanti corollari, quasi paradossali: i "giovani", per esempio, si riappropriano delle cose che i "vecchi" hanno buttato, e così hanno la casa piena di vinili, VHS e audiocassette, mentre i "vecchi" sono diventati ormai dipendenti dalle abitudini, dai social media e dai cellulari); la seconda fa riflettere invece sul lavoro del documentarista e sul valore stesso dei documentari: risiedono nel ricercare l'autenticità a tutti i costi (come sostiene Josh, che rifiuta ogni compromesso, a costo di non completare il proprio lavoro o di renderlo noioso e inaccessibile al pubblico) o nella rappresentazione dell'esperienza (per rendere accattivante la quale si può anche mentire o modificare la realtà dei fatti, come fa Jamie)? Un ottimo cast e una buona sceneggiatura completano un film gradevole e sincero, divertente (anche se su toni dolce-amari) e profondo.

28 febbraio 2021

Il bacio della donna ragno (H. Babenco, 1985)

Il bacio della donna ragno (Kiss of the Spider Woman)
di Héctor Babenco – USA/Brasile 1985
con William Hurt, Raúl Juliá
***1/2

Rivisto in divx.

Rinchiusi nella stessa cella (siamo in un paese sudamericano sotto la dittatura), l'omosessuale Luis Molina (William Hurt) e il prigioniero politico Valentin Arregui (Raúl Juliá) stringono lentamente un forte legame, nonostante le diversità di vedute (il primo è convinto che si possa "evadere con la fantasia", e trascorre il tempo rievocando e raccontando le storie melodrammatiche e sentimentali dei film che ha visto al cinema; il secondo invece pensa solo alla rivoluzione, e ritiene che il piacere sia secondario, tanto da aver sacrificato l'amore per la propria donna alla lotta politica). E così Valentin impara a rispettare la sensibilità e la gentilezza di Luis, che a sua volta si innamora dell'amico e finisce con l'immolarsi per la sua causa, mentre il direttore del carcere (José Lewgoy) e il capo della polizia segreta (Milton Gonçalves) cercano di spingerlo a tradirlo. Dal romanzo omonimo dello scrittore argentino Manuel Puig (che ha dato vita anche a un adattamento teatrale e a un musical di Broadway), sceneggiato da Leonard Schrader (il fratello di Paul), il più celebre film di Héctor Babenco, che ottenne un meritato ma sorprendente successo di pubblico e di critica (fu la prima pellicola indipendente a essere candidata all'Oscar per il miglior film, oltre che per la regia, la sceneggiatura e l'attore, statuetta quest'ultima vinta da William Hurt), grazie alla potenza dei temi trattati e alle ottime interpretazioni. Lo strano titolo non inganni: la "donna ragno" del titolo, misteriosa divinità femminile che abita in un'isola tropicale (la supereroina Marvel non c'entra!), è la protagonista di uno dei tanti racconti di Luis, che – al pari del film ambientato nella Parigi occupata dai nazisti, in cui una diva francese (Sonia Braga) si innamora di un tenente tedesco (Herson Capri) e tradisce la resistenza – riecheggia le vicende reali dei due personaggi e in particolare quelle di Luis stesso. Personaggio straordinario e stratificato (forse imparentato con il transessuale Lilica del precedente lavoro di Babenco, "Pixote"), Luis domina la storia con il suo tormento interiore, la ricerca d'amore, il desiderio di fuga (escapicamente parlando), la capacità affabulatoria (accompagnata dalla passione per il cinema e il fascino per i vecchi film romantici) e il sacrificio finale. Oltre all'Oscar, per la sua memorabile interpretazione Hurt vinse il premio di miglior attore anche al Festival di Cannes e diede inizio al periodo più fortunato della sua carriera. E pensare che originariamente la parte avrebbe dovuto essere affidata a Burt Lancaster! Da notare anche come Sonia Braga vesta i panni di numerose donne da sogno (la donna ragno e la protagonista del "film nel film" sui nazisti), oltre all'amore reale di Valentin, Marta, che l'uomo ritrova nel finale quando "evade" proprio con l'immaginazione (un tema, questo, tipico del "realismo magico" dell'America latina: si pensi al racconto "Il miracolo segreto" di J.L. Borges).

2 settembre 2020

Demoni e dei (Bill Condon, 1998)

Demoni e dei (Gods and Monsters)
di Bill Condon – GB/USA 1998
con Ian McKellen, Brendan Fraser
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Alla fine degli anni cinquanta, James “Jimmy” Whale (McKellen), il leggendario regista del "Frankenstein" con Boris Karloff, trascorre la vecchiaia da recluso nella sua villa con piscina a Hollywood. Reduce da un ricovero in ospedale, è in fase di declino mentale, in preda a un fiume di ricordi incontrollati che si mescolano con i sogni e le allucinazioni legate al suo passato e alla sua arte (come i primi amori o le esperienze vissute in trincea durante la prima guerra mondiale). Omosessuale dichiarato, sembra attratto dal nuovo giardiniere della villa, il giovane e prestante Clayton Boone (Fraser), al quale chiede di posare per un ritratto e con cui stringe una singolare amicizia, essendo i due diversi in ogni cosa (per età, esperienze e vissuto: l'uno troppo legato al passato, l'altro senza apparente futuro). In realtà Jimmy sta progettando il proprio suicidio, e spera che proprio Clayton possa esserne l'artefice. Ispirato agli ultimi anni di vita del vero James Whale e alle sue creature più celebri, forse il più bel film di Condon: una riflessione sulla vita, l'amicizia e la tolleranza, attraverso la metafora del mostro più famoso della storia della settima arte: un "cattivo" che in realtà era soltanto un incompreso, con cui a tratti si identificano sia Jimmy che Clayton. Bello anche l'omaggio al cinema del passato: dai vecchi film degli anni trenta che ora fanno più ridere che paura (anche se Whale afferma che questo era l'intento sin da allora), alla dorata Hollywood dove vecchi relitti si tengono a galla con feste frivole ma sontuosissime. Il titolo della pellicola deriva da una frase de “La moglie di Frankenstein”, anche se la traduzione italiana è imprecisa (in originale era: "Dei e mostri"). E anche i titoli di coda richiamano quelli dei film che omaggia (con la dicitura “A good cast is worth repeating”). Ottimo Ian McKellen, in un ruolo particolarmente sentito. Fraser, con i capelli squadrati da marine, richiama in silhouette proprio il mostro di Frankenstein (e la cosa è naturalmente voluta). Bello anche il personaggio di Hanna, la fedele governante di casa Whale, interpretato da Lynn Redgrave. Il film vinse l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale (che Condon trasse dal romanzo "Father of Frankenstein" di Christopher Bram), oltre a ricevere nomination per le interpretazioni di McKellen e Redgrave.

25 agosto 2020

Tolkien (Dome Karukoski, 2019)

Tolkien (id.)
di Dome Karukoski – USA 2019
con Nicholas Hoult, Lily Collins
*1/2

Visto in TV.

Pellicola biografica su J.R.R. Tolkien, l'autore de "Il Signore degli Anelli": ma il film si concentra sui suoi primi anni di vita, quelli formativi e dell'adolescenza, interrompendosi dunque prima che iniziasse a scrivere i romanzi che lo hanno reso celebre, ovvero "Lo Hobbit" e la trilogia dell'anello. Si comincia nel 1902, quando il futuro scrittore, all'età di dieci anni, si trasferisce con la madre e il fratello Hilary dall'idilliaco villaggio di Sarehole (che ispirerà la Contea) alla moderna città di Birmingham. Qui, dopo la morte della madre, il giovane J.R.R. viene affidato a un prete cattolico, padre Francis Morgan (Colm Meaney), e si innamora di Edith Bratt (Lily Collins), che diventerà sua moglie (e gli farà capire che "una parola senza significato è solo un suono"). Nel frattempo comincerà a inventare da solo lingue e leggende, farà amicizia con un gruppo di studenti della King Edward's School di Birmingham, con i quali formerà un club artistico, culturale e letterario (il TCBS, Tea Club and Barrovian Society) e con cui rimarrà in contatto anche dopo il trasferimento all'Università di Oxford dove si dedicherà alla sua vera passione, le lingue antiche. A fare da cornice al tutto c'è la scioccante esperienza della Grande Guerra (Tolkien combatté nella Battaglia delle Somme), fra trincee, terra bruciata e morti, che ispirerà gli scenari di Mordor (ad accompagnarlo c'è anche un Sam). Nonostante la buona confezione (è il primo film in lingua inglese del regista finlandese Dome Karukoski) e una complessiva fedeltà agli eventi storici e biografici, il lungometraggio manca purtroppo di mordente e di profondità, preferendo appoggiarsi sulle solite banalità su amore e amicizia anziché approfondire temi più peculiari come il rapporto fra il quotidiano e il fantastico, la religione, la mitopoiesi e il significato mitologico delle creazioni letterarie. Insomma, come tante biografie sceglie di "normalizzare" il personaggio per mostrarne i lati più comuni anziché esaltarne le caratteristiche uniche. Forse il problema è che la vita dello scrittore non era così interessante da farci un film, che dunque può risultare appetibile giusto per i fan della Terra di Mezzo (io stesso in passato ho letto svariate sue biografie). O al limite era meglio dedicare la pellicola al periodo successivo della vita di Tolkien, quello appunto dei grandi romanzi e della frequentazione con gli Inklings, probabilmente più stimolante e meno stereotipato. Lo stesso Tolkien, fra parentesi, era convinto che "investigare sulla biografia di un autore sia un modo inutile e sbagliato di accostarsi alle sue opere". Non del tutto convincente Hoult nel ruolo del protagonista. Nel cast anche Harry Gilby (Tolkien da bambino) e Derek Jacobi (il professor Wright).

21 agosto 2020

Microbo & Gasolina (M. Gondry, 2015)

Microbo & Gasolina (Microbe et Gasoil)
di Michel Gondry – Francia 2015
con Ange Dargent, Théophile Baquet
**

Visto in TV, con Sabrina.

L'introverso Daniel, detto "Microbo" per la stazza minuta o "Schizzorock" per la sua indole artistica, e l'eccentrico nuovo compagno di classe Théo, ribattezzato "Gasolina" perché traffica sempre con motori e benzina, vengono emarginati a scuola perché troppo "diversi" dagli altri alunni. All'inizio dell'estate, per inseguire i propri sogni e la voglia di libertà e indipendenza, si costruiscono – mettendo insieme rottami di vario genere – un mezzo di trasporto tutto loro (una casetta di legno su cui hanno montato il motore di una falciatrice) per andarsene in giro da soli per le strade della Francia. Sarà un'occasione di crescita e di maturazione, alla scoperta del mondo e di sé stessi, fra avventure e disavventure di vario tipo. Sceneggiato e diretto dal regista di "Se mi lasci ti cancello", al secondo film in patria dopo "Mood indigo", una storia che affronta temi interessanti ma non molto originali (le insicurezze, la sessualità, l'amicizia, il rapporto con i genitori e gli adulti, la ribellione, l'anticonformismo, e tutto ciò che caratterizza il delicato passaggio dall'infanzia all'adolescenza) anche se è da apprezzare la cura nella descrizione dei personaggi e il mix di realismo e fantasia. Peccato che il ritmo con cui si svolga la vicenda sia un po' troppo compassato. Bravi i due giovani attori. Nel cast c'è anche Audrey Tautou nel ruolo della madre depressa di Daniel. Michel Gondry aveva già raccontato l'inizio dell'adolescenza nel suo ultimo film americano "The We and the I", passato – come questo – piuttosto inosservato.

7 luglio 2020

C'era una volta in America (Sergio Leone, 1984)

C'era una volta in America (Once upon a time in America)
di Sergio Leone – Italia/USA 1984
con Robert De Niro, James Woods
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina, per ricordare Ennio Morricone.

L'ultimo film di Sergio Leone, prodotto dopo una gestazione di oltre dieci anni e realizzato insieme ai suoi collaboratori più fidati (il direttore della fotografia Tonino Delli Colli, il montatore Nino Baragli e naturalmente il compositore Ennio Morricone, che firma qui una delle sue colonne sonore più belle), è una lunga – quasi quattro ore – e sofisticata gangster story, il cui titolo "fiabesco" sembra voler riecheggiare l'altro suo capolavoro "C'era una volta il west". Per la prima e unica volta, se non contiamo i peplum degli esordi, il regista romano si allontana dal territorio che ha frequentato con successo per tutta la sua carriera, ovvero il western: ma non dall'epica americana, di cui racconta a ben vedere un'altra sfaccettatura, affidandosi al secondo genere per eccellenza del cinema statunitense (il gangster movie, appunto) e realizzandone un titolo imprescindibile, che potremmo considerare il punto d'arrivo di un percorso che parte da "Nemico pubblico" e "Piccolo Cesare", passando per "Scarface" e "Il padrino". E anche in questo caso il titolo è programmatico: con esso Leone intende andare alle origini di un mondo vasto e legato all'immaginario culturale attraverso tanti film, romanzi e fumetti, ma soprattutto raccontare l'essenza dell'America, quegli Stati Uniti che sono una nazione giovane ("Questo è un paese in crescita, e certe malattie è meglio farle subito, da piccoli") e costruite sulla violenza, il tradimento e la sopraffazione. Il soggetto è ispirato al romanzo semiautobiografico "The Hoods" (1952) di Harry Grey, con una trama che Leone e i suoi sceneggiatori (Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli, Franco Ferrini) rendono complessa e articolata mediante l'incrocio di più piani temporali, con il continuo passaggio dal passato al presente attraverso una serie di flashback e flashforward. Si inizia in media res, nel 1933, alla fine del proibizionismo, quando il gangster David Aaronson detto "Noodles" (Robert De Niro) è costretto a fuggire da New York dopo la morte dei suoi tre soci, nonché più cari amici, "Max" Bercovicz (James Woods), "Patsy" Goldberg (James Hayden) e "Cockeye" Stein (William Forsythe). Tornerà nella Grande Mela soltanto trentacinque anni dopo, nel 1968 ("Che hai fatto in tutti questi anni?" - "Sono andato a letto presto", risponde, citando l'incipit de "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust), richiamato da una lettera anonima e da qualcuno che vuole assoldarlo per un ultimo misterioso lavoro...

Siamo a trenta minuti di film, e ancora non sappiamo nulla dei retroscena. Ma la storia fa ora un improvviso tuffo all'indietro, portandoci nei ruggenti anni Venti, quando un giovane Noodles cresceva in libertà e spensieratezza per le strade del quartiere ebraico del Lower East Side di Manhattan, con gli inseparabili amici Patsy, Cockeye e Dominic, guadagnandosi da vivere con furtarelli o piccoli "lavoretti" per il boss della zona, altercando con il poliziotto locale e spiando di nascosto la bella Deborah, aspirante ballerina e sorella dell'amico Fat Moe, il locale della cui famiglia funge da base e punto di aggregazione dell'intera comitiva. Quando Noodles e compagni stringono amicizia con il nuovo arrivato Max, le loro sorti iniziano a sollevarsi, cosa che non fa piacere a Bugsy (James Russo), il galoppino che prima di loro gestiva gli affari della malavita nel quartiere: a cadere vittima della sua vendetta sarà il più piccolo del gruppo, il simpatico monello Dominic, ancora soltanto un bambino. La sua morte rappresenta la fine improvvisa dell'infanzia, in tutti i sensi. Per vendicarlo, Noodles pugnalerà Bugsy e finirà in prigione, dalla quale uscirà solo all'inizio del decennio successivo, trovando i restanti tre amici ormai ben avviati nell'ambiente della malavita, visto che gestiscono di fatto il commercio illegale di alcolici nel quartiere dal locale di Fat Moe (Larry Rapp). Attraverso contatti con boss di maggior calibro, come l'italo-americano Frankie Monaldi (Joe Pesci), i quattro faranno ulteriore strada e acquisiranno sempre più potere, non disdegnando di interferire nelle dinamiche sociali e politiche della loro epoca, per esempio sostenendo (con la forza, naturalmente) le attività del sindacalista James O'Donnell (Treat Williams). E nel frattempo Noodles riallaccia i contatti con l'amata Deborah (Elizabeth McGovern), che però lo lascia per andare a Hollywood in cerca di fama. Intanto il sempre più ambizioso Max non intende fermarsi, nemmeno di fronte alla fine del proibizionismo: e nella speranza di salvargli la vita Noodles decide di denunciarlo alla polizia, causando senza volerlo la morte sua e degli altri due amici. O almeno questo è quanto ha creduto nei trentacinque anni successivi, vissuti nel rimorso, prima di scoprire che a essere tradito era stato proprio lui...

Il tema, come dicevamo, è quello dell'America che cresce come nazione (dopo che in "C'era una volta il west" si era celebrata la fine dell'età della frontiera). Ne è metafora non solo Max con la sua sfrenata ambizione, per la quale non esita a tradire gli amici, ma anche e soprattutto Noodles che, pur senza essere davvero cattivo, non può che agire sopraffacendo gli altri, rovinando le cose belle e prendendosi quello che vuole con la forza (emblematica la scena dello stupro ai danni di Deborah), proprio come l'America si è storicamente presa la terra e ha sfruttato la natura, per poi cercare di dimenticare le proprie colpe (magari attraverso l'oppio, di cui Noodles è un avido consumatore). Un'America che ha costruito il proprio potere e la propria fortuna sulla legge del più forte, sul tradimento, sulla corruzione, sulla connivenza fra malavita e politica. E che pure non può fare a meno di guardare a sé stessa nello specchio o a ripensare al proprio passato con una certa nostalgia, respirando nuovamente il fascino degli inizi, le botteghe di quartiere, i ragazzi e le ragazze che giocavano per le strade o amoreggiavano per le scale, i sogni di gloria e le piccole gioie della vita. Nella sua lunga esposizione, il film attraversa tutte queste fasi e accatasta situazioni e dialoghi indimenticabili, passando da momenti di poesia e di tenerezza ad altri in cui scoppia improvvisa la violenza (l'ultimo appuntamento fra Noodles e Deborah ne è un perfetto esempio). Lo fa anche grazie alla sua complessa struttura a incastro, che "ingarbuglia" la vicenda come in un gioco di scatole cinesi. E cinese è anche il teatro di ombre che ospita la fumeria d'oppio dove Noodles trova rifugio più volte, compresa la scena conclusiva del film, ambientata nel 1933. Non è chiaro se si svolga dopo lo stupro di Deborah, dopo la morte di Max o in un'altra occasione: ma il sorriso che De Niro rivolge agli spettatori nell'inquadratura ferma sui titoli di coda, immerso nella nebbia della dimenticanza e della confusione mentale, ha sempre affascinato critici e spettatori, spingendoli alle interpretazioni più azzardate, molte delle quali (come quella per cui tutto ciò che avviene in seguito non è altro che il frutto dell'immaginazione del personaggio) ben poco fondate.

La lavorazione del film fu assai lunga: le riprese durarono quasi un anno (dal giugno 1982 all'aprile 1983) e si svolsero per lo più a Brooklyn (in molte sequenze si può seguire la progressiva costruzione del ponte sullo sfondo: celebre per esempio quella della morte del piccolo Dominic), ma anche in New Jersey, in Florida, a Cinecittà e al Lido di Venezia. Fondamentale come sempre, nell'economia della pellicola, la musica di Morricone: meravigliosi in particolare il tema principale, lento, melodico e struggente; quello con il flauto di pan (suonato da Gheorghe Zamfir) legato ai ricordi d'infanzia dei protagonisti; e il tema di Deborah, che ricorre in più varianti, spesso diegetiche, sulle note del quale la bambina danza davanti a Noodles. Ottimi gli interpreti, che recitavano per la prima volta con Leone (naturalmente molti di loro, come De Niro o Pesci, non erano nuovi ai film di gangster!). Oltre a quelli già citati, sono da ricordare gli attori che interpretano i personaggi da ragazzi/bambini (per oltre un'ora di film!): Scott Tiler (Noodles), Rusty Jacobs (Max), Brian Bloom (Patsy), Adrian Curran (Cockeye), Noah Moazezi (Dominic), Mike Monetti (Fat Moe) e una Jennifer Connelly al suo esordio (Deborah). Nel cast anche Tuesday Weld (Carol, la donna di Max), Darlanne Fluegel (Eve), Danny Aiello (il poliziotto), Burt Young (Joe) e il produttore israeliano Arnon Milchan (l'autista di Noodles). Pur con un buon riscontro, la pellicola è stata rivalutata soprattutto negli anni successivi alla sua uscita: oggi è considerata uno dei capolavori del regista. Ironia della sorte, ebbe successo ovunque tranne che negli Stati Uniti, dove venne pesantemente tagliata dai produttori, che ne rimontarono anche le sequenze in ordine cronologico, alterandone così l'equilibrio ed eliminando gran parte del fascino e del mistero. In occasione dell'uscita in DVD del 2003, il film è stato completamente ridoppiato (cosa vergognosa, visto che il doppiaggio originale era stato curato dallo stesso Leone, come quelli di tutti i suoi film). Nel 2012, per fortuna, la pellicola è stata restaurata (con l'aggiunta di piccole scene inedite) e il doppiaggio originale è stato ripristinato. Leone morirà nel 1989 senza fare più altri film, anche se stava lavorato a un progetto sulla battaglia di Stalingrado. Il sorriso di De Niro nel freeze frame finale rappresenta dunque anche il commiato del grande regista dal cinema e da noi spettatori.

8 maggio 2020

Giù la testa (Sergio Leone, 1971)

Giù la testa
di Sergio Leone – Italia/Spagna/USA 1971
con Rod Steiger, James Coburn
***

Rivisto in DVD.

Nel Messico di Pancho Villa e Huerta, scosso dalla rivoluzione (siamo nel 1913), il bandito messicano Juan Miranda (Rod Steiger) stringe un'improbabile amicizia con il bombarolo irlandese Sean Mallory (James Coburn). Il primo vorrebbe approfittare dell'abilità del secondo con gli esplosivi per svaligiare la banca di Mesa Verde: ma sarà da lui costretto a diventare giocoforza un eroe della rivoluzione. Dopo il successo dei suoi spaghetti western, e in particolare dopo aver terminato il magnum opus "C'era una volta il west", Sergio Leone cominciò a sentire l'esigenza di raccontare altri aspetti e altri momenti della storia dell'America. Mise perciò in cantiere questo film su suggerimento dell'amico Sergio Donati, autore della sceneggiatura insieme allo stesso Leone e a Luciano Vincenzoni, e inizialmente non avrebbe dovuto dirigerlo ma soltanto produrlo. Il regista da lui designato, Peter Bogdanovich, si tirò però indietro, e i finanziatori rifiutarono la seconda scelta di Leone, Sam Peckinpah. Il compito fu assegnato allora a Giancarlo Santi, già assistente del regista romano: ma dopo dieci giorni di riprese, questi decise di prendere le redini del film nelle proprie mani. Anche il casting subì alcune vicissitudini. Le due parti principali furono scritte con degli attori precisi in mente, vale a dire Eli Wallach e Jason Robards (con cui Leone aveva già lavorato, rispettivamente, ne "Il buono, il brutto, il cattivo" e in "C'era una volta il west"). Ma i produttori americani imposero Steiger (con cui avevano già un contratto: in italiano è comunque doppiato da Carlo Romano, che aveva già dato la voce a Tuco) e Coburn (considerato un nome di maggior spicco, e con il quale Leone voleva comunque lavorare già da tempo). Ampio spazio nella storia ha anche Romolo Valli nel ruolo del Dottor Villega, uno dei capi della rivoluzione. Del tutto assenti invece i personaggi femminili, con l'eccezione della donna (Vivienne Chandler) nei flashback di Sean Mallory e della passeggera (Maria Monti) nella carrozza della scena iniziale.

Si tratta probabilmente del film più "politico" di Leone, a cominciare dalla didascalia introduttiva con una citazione di Mao Tse-tung ("La rivoluzione non è un pranzo di gala [...] La rivoluzione è un atto di violenza"). D'altronde, dopo il Sessantotto e in un'epoca di fermenti sociali e lotte armate, il "mito" della rivoluzione era tornato fortemente in auge fra gli studenti e gli intellettuali (compresi i cineasti) di tutta Europa. Il regista romano gioca però a decostruire tale mito, proprio come nei film precedenti aveva decostruito il romanticismo del vecchio west, mostrandone le diverse sfaccettature e il lato più sporco e meno idealizzato. Se il personaggio di Sean passa semplicemente "da una rivoluzione all'altra" (i numerosi flashback di cui la pellicola è disseminata ci mostrano il suo passato come nazionalista irlandese), quello di Juan è il principale soggetto di un'evoluzione che lo porta da "povero" peone con una famiglia numerosa da mantenere (nella scena iniziale in cui è ospitato controvoglia nella carrozza dei ricchi, prima del colpo di scena che lo rivela essere un bandito) a furfante egocentrico e avido di denaro (e dunque di ricchezza personale), fino a sviluppare la coscienza di classe e il desiderio di giustizia che lo rendono un eroe patriottico: un percorso che ricorda, se vogliamo, quello dei personaggi dei film sovietici di Pudovkin (come "La fine di San Pietroburgo" o "Tempeste sull'Asia"). Leone dichiarò di non aver voluto fornire una rappresentazione realistica del contesto storico, e che la rivoluzione messicana era soltanto uno sfondo simbolico per una storia di amicizia: tuttavia alcune scene (per esempio quella in cui Juan a sua volta fa capire a Sean che c'è una forte distanza fra chi progetta le rivolte "a tavolino", ovvero gli intellettuali, e la povera gente, che comunque finisce con l'essere sfruttata) sono indubbiamente cariche di un significato politico valido anche nell'Italia del 1971.

Se la satira sociale della prima sequenza pare un po' di grana grossa rispetto al resto del film, più epico e avventuroso (a tratti è un vero e proprio film di guerra, senza contare sequenze come la rapina alla banca che nulla hanno da invidiare ai western classici), con i consueti tempi dilatati (ma forse meno del solito) e l'alternanza fra momenti comici (l'incontro fra i due protagonisti, che si fanno i dispetti come in una comica muta) o addirittura cartoonistici (l'esplosione del messicano, di cui rimane solo il cappello bruciacchiato) e quelli drammatici, la pellicola è comunque emozionante e coinvolgente. Spesso i riferimenti sembrano anche guardare alle lotte dei partigiani nell'Italia occupata durante la seconda guerra mondiale: le scene delle fucilazioni o quella dello sterminio dei rivoluzionari nelle grotte fanno subito pensare a episodi di resistenza o di rappresaglia come quello delle Fosse Ardeatine. E il "cattivo" colonnello Günther Reza (Antoine Saint-John), con il suo carro armato, ha in tutto l'aspetto di un nazista. La bella colonna sonora di Ennio Morricone gioca con l'assonanza dei nomi dei due protagonisti (sia Juan che Sean sono varianti locali di John, ovvero Giovanni) che sono inglobati nel tema principale ("Sean, Sean..."), una delle melodie più celebri del compositore, che accompagna in particolare i vari flashback (il passato di Sean è presentato a frammenti, come quello di Charles Bronson in "C'era una volta il west"). Il titolo completo che Leone aveva in mente era "Giù la testa, coglione!" (dalla frase di Sean a Juan), ma i distributori glielo accorciarono per evidenti motivi. In inglese rimane "Duck, you sucker!", anche se è noto pure con il titolo di lavorazione "C'era una volta la rivoluzione" (che lo accomuna in una sorta di trilogia con il precedente "...il west" e il successivo "...in America").

11 aprile 2020

Parla con lei (Pedro Almodóvar, 2002)

Parla con lei (Hable con ella)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2002
con Darío Grandinetti, Javier Cámara
***1/2

Rivisto in DVD.

Lo scrittore e giornalista Marco (Darío Grandinetti) si innamora della torera Lydia (Rosario Flores), che però finisce in coma dopo una corrida. Nella clinica in cui è ricoverata, Marco stringe amicizia con l'infermiere Benigno (Javier Cámara), che accudisce amorevolmente la giovane ballerina Alicia (Leonor Watling), anch'essa in stato vegetativo, e che gli insegna come prendersi cura di una donna in coma (prima regola: "Parla con lei"). Colmo di riferimenti e rimandi artistici (gli spettacoli di danza di Pina Bausch: è a uno di questi, "Café Müller", che Benigno e Marco, seduti a fianco, si incontrano per la prima volta, con il primo che rimane colpito dalla risposta emotiva del secondo; il cameo di Caetano Veloso che canta una versione particolarmente struggente di "Cucurrucucú paloma"; il cinema muto, grande passione di Alicia, che Almodóvar omaggia nella sequenza surreale in cui un uomo miniaturizzato va all'esplorazione del corpo gigantesco della sua amata (Paz Vega), forse ispirata a "Storie di ordinaria follia" di Charles Bukowski), è uno dei film più stimolanti del regista spagnolo, che nonostante i temi scabrosi si rivela anche commovente e delicato nel portare sullo schermo molteplici storie d'amore. Un amore spesso a senso unico (Marco ama Lydia, che però pensa solo al proprio ex; Benigno ama Alicia, che essendo in coma non può certo ricambiarlo) ma non per questo meno sincero e sofferto, che si manifesta in forma sia astratta che concreta, con tanto di invasione (anche non autorizzata) della sfera più intima di una persona, fino a perdersi in essa (lo spezzone del film muto, ancora una volta, ne è una perfetta rappresentazione). E che investe sia il lato mentale/intellettuale che quello fisico e corporeo (i corpi, specialmente quelli femminili, guidano tutta la storia: non a caso sia Lydia che Alicia sono legate ad attività che richiedono proprio un uso forte e consapevole del proprio corpo, la corrida e la danza classica). La sceneggiatura, che vinse l'Oscar, è strutturata con flashback e inserti che aiutano a vivacizzare la storia, ricostruendo il passato dei personaggi e in particolare di Benigno, raccontando l'origine della sua ossessione per Alicia. Proprio Benigno, nel suo misto di fragilità e ingenuità, di innocenza e "saggezza", resta un personaggio indimenticabile: le scene in cui parla delle proprie inclinazioni (omo)sessuali o dei crimini pedofili dei preti rimanda forse a esperienze autobiografiche del regista che ispireranno poi il successivo "La mala educación". Geraldine Chaplin è l'insegnante di danza di Alicia. La sequenza con Veloso è stata girata nella villa privata dello stesso Almodóvar. La colonna sonora, di Alberto Iglesias, comprende anche "Por toda minha vida" di Antônio Carlos Jobim e un brano di Henry Purcell da "The Fairy Queen".

19 febbraio 2020

I due papi (Fernando Meirelles, 2019)

I due papi (The two popes)
di Fernando Meirelles – USA/GB/Italia/Argentina 2019
con Jonathan Pryce, Anthony Hopkins
**1/2

Visto in TV.

Nel 2012, frustrato dall'incapacità della chiesa cattolica di rinnovarsi in un mondo che cambia e in un momento critico funestato da scandali e da perdita di consensi, il cardinale argentino Jorge Bergoglio invia le proprie dimissioni a Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI. Ma questi, anziché accettarle, lo invita a Roma per una lunga conversazione a porte chiuse, nella residenza estiva di Castel Gandolfo, durante la quale gli rivela in anteprima l'intenzione di lasciare a sua volta il trono pontificio. E gli chiede di rimanere cardinale, visto che in prospettiva proprio lui potrebbe essere eletto nuovo papa e intraprendere finalmente le riforme che ritiene necessarie: cosa in effetti avverrà, quando salirà al soglio in Vaticano con il nome di papa Francesco. Da un'opera teatrale di Anthony McCarten, un insolito biopic che immagina l'amicizia "dietro le quinte" fra due papi – l'attuale e il precedente – diversissimi fra loro sotto ogni profilo (da notare che è anche la prima volta da seicento anni che due pontefici coesistono simultaneamente). Due attori straordinari e decisamente in parte, entrambi candidati all'Oscar (Pryce come protagonista, Hopkins come non protagonista), danno vita a personaggi ritratti nella loro intimità, lontano dalle cerimonie, dai riti e dai fasti delle apparizioni in pubblico. Ne risulta un film simpatico e gradevole, ma forse troppo innocuo e leggero, oltre che lievemente agiografico e compiacente. C'è senza dubbio qualche libertà nella caratterizzazione, e i dialoghi semplificano un po' troppo le questioni religiose, politiche e sociali nonché i loro contrasti: anche se si confrontano ripetutamente sulle rispettive visioni del mondo e della chiesa, il film preferisce mostrarci il loro volto umano e quotidiano, mentre mangiano la pizza, canticchiano, fischiettano o danzano, guardano la televisione o si raccontano barzellette, ma anche i rimpianti per il passato, i sensi di colpa e il peso della solitudine. Bergoglio non si perdona il ruolo durante la dittatura militare in Argentina, quando non ha saputo alzare la voce contro la giunta preferendo collaborare con essa per salvare più vite possibile, mentre Ratzinger confessa di attraversare una crisi personale e spirituale, e di non sentire più la voce di Dio come un tempo. E sembra quasi paradossale che proprio uno dei papi considerati più conservatori, tradizionalisti e dogmatici abbia preso una decisione così "rivoluzionaria" come quella di rinunciare al proprio incarico. "La verità può essere vitale, ma senza l'amore e insostenibile": sembra una frase di Bergoglio, ma in realtà l'ha scritta Ratzinger. E dopo averci mostrato il nuovo papa viaggiare per il mondo e immergersi fra i poveri, i rifugiati e gli immigrati, il film si conclude con i due "amici" che assistono insieme (sui titoli di coda) alla finale dei mondiali di calcio del 2016, Germania-Argentina appunto. Juan Minujín è Jorge Bergoglio da giovane, in una serie di flashback (particolarmente intensi quelli ambientati durante la dittatura militare).

3 dicembre 2019

The irishman (Martin Scorsese, 2019)

The Irishman (id.)
di Martin Scorsese – USA 2019
con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci
***

Visto in TV (Netflix).

La (vera) storia di Frank Sheeran (Robert De Niro), gangster di origini irlandesi che dopo la seconda guerra mondiale divenne un sicario per la mafia italo-americana. Ispirato alle memorie dello stesso Sheeran (raccolte in un libro di Charles Brandt, "I heard you paint houses": la frase "imbiancare case" in gergo significa eliminare qualcuno per conto della malavita), il film – attraverso una serie di flashback concatenati – mostra Frank, autotrasportatore di Filadelfia, fare la conoscenza del boss Russell Bufalino (Joe Pesci) e diventarne un protetto, e poi il suo lavoro come guardia del corpo del potente e controverso sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), con cui stringerà una forte amicizia, facendo anche da tramite fra lui e la mafia. Ma quando Hoffa comincerà a essere troppo scomodo, sarà proprio Frank a doverlo uccidere. Prodotto da Netflix, con una distribuzione limitata in sala prima di essere reso disponibile in esclusiva sulla piattaforma televisiva on demand, il film è un lungo affresco – dura tre ore e mezza – che mescola finzione ed eventi reali, incrociando di sfuggita e a più riprese la storia americana degli anni '60 e '70 (l'incidente della Baia dei Porci, l'elezione e l'attentato di Kennedy, il Watergate). E proprio questo sguardo ad ampio raggio, con una vicenda che si estende su più decenni e che incrocia numerose figure vissute realmente, dona spessore ed epicità alla vita di un personaggio brutalmente impenetrabile, che procede a testa bassa e non mette mai in discussione il proprio stile di vita. Frank è talmente fedele ai suoi superiori da uccidere per loro conto persino i propri amici (d'altronde aveva imparato a eseguire ogni ordine, anche quelli di questo tipo, quando era nell'esercito) e da sacrificare il rapporto con la figlia maggiore. Mafioso fino al midollo, non parla mai in maniera diretta di sé o del proprio lavoro, ma sempre con allusioni, eufemismi, mezze frasi o discorsi obliqui, rendendo talvolta difficile empatizzare con lui. Più appariscente è invece l'istrionico Hoffa di Al Pacino, nevrotico, ostinato e a tratti davvero spassoso, che litiga con tutti e non si tira mai indietro. L'amicizia fra Frank e Jimmy, che lo fa anche entrare nel sindacato mettendolo a capo di una delle sue sezioni, è il vero cuore della pellicola. Ucciso Hoffa, a Frank non resta che tirare a campare, attendendo da solo e in silenzio la propria fine (e nel frattempo scegliendosi la cassa da morto).

Da notare, come detto, la struttura a doppio flashback: l'intera vicenda è narrata da Frank in una sorta di confessione finale (non si sa a chi: a un prete? agli agenti federali? o forse direttamente a noi spettatori?) quando, ormai anziano, si trova in un ospizio: ma gran parte di essa (quella che precede l'omicidio di Hoffa) è racchiusa all'interno di un altro flashback, mentre Frank e Russell sono in viaggio per recarsi al matrimonio di una nipote di quest'ultimo. L'aver dovuto mostrare eventi che si dipanano per più decenni ha costretto gli interpreti (in particolare De Niro e Pesci) a farsi ringiovanire o invecchiare in numerose scene grazie alla computer grafica (e proprio l'ingente costo di questi effetti speciali ha fatto sì che il progetto, inizialmente della Paramount, passasse a Netflix). Non sempre però il risultato è eccellente: il De Niro "giovane" sembra già pieno di rughe, mentre Pesci finisce col diventare davvero decrepito (in alcune scene ricorda Andreotti!). Nulla da dire invece sulla regia: in questo tipo di film Scorsese sembra trovarsi talmente a proprio agio da sfornare scene e inquadrature memorabili senza il minimo sforzo, come se dirigesse con il pilota automatico. E rivedere questo regista e questi attori (sia pure ormai invecchiati) all'opera su questi temi, in cui hanno già sguazzato molte volte in passato (basti pensare a "Quei bravi ragazzi", di cui il film è quasi una versione aggiornata, più realistica e meno glamour), è sempre un piacere. Tanto che la pellicola potrebbe essere considerata un degno canto del cigno per il grande cineasta (sarebbe stato un peccato se la sua carriera si fosse conclusa con il precedente, e poco riuscito, "Silence"). Da notare che è soltanto la terza volta che De Niro e Pacino recitano insieme, dopo "Heat" e "Sfida senza regole" (ne "Il padrino - Parte II", infatti, non condividevano mai lo schermo). L'agile sceneggiatura si concede piccoli vezzi, come le scritte in sovrimpressione che anticipano il destino dei personaggi di contorno, quasi tutte morti violente (e non prive di ironia, come quando di uno dei mafiosi, "benvoluto da tutti", si dice che morirà di vecchiaia nel proprio letto). Nel vasto cast si riconoscono Harvey Keitel (un altro habituè di Scorsese, di cui ha intepretato i primissimi film) e Anna Paquin (Peggy, la figlia di Frank). La colonna sonora è a base di canzoni d'epoca.

10 novembre 2019

Naissance des pieuvres (C. Sciamma, 2007)

Naissance des pieuvres
di Céline Sciamma – Francia 2007
con Pauline Acquart, Adèle Haenel
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La minuta e taciturna quindicenne Marie (Pauline Acquart) si invaghisce della bella Floriane (Adèle Haenel), spigliata capitana della squadra di nuoto sincronizzato, e fa di tutto per diventarne amica e confidente, accettando persino di favorirne gli incontri con François, il ragazzo di cui anche l'amica Anne (Louise Blachère) è innamorata. Inedito in Italia (a quanto mi risulta), il film è l'opera d'esordio di Céline Sciamma, regista che con i successivi "Tomboy" e "Ritratto della giovane in fiamme" continuerà a raccontare storie di giovani donne alla scoperta dei propri sentimenti e della propria sessualità. Già in questa opera prima dimostra di saperlo fare con estrema delicatezza, ritraendo tutto il disagio e l'insicurezza di chi si sente fuori posto nel mondo ("Non sono normale", dice Marie ad Anne) e cerca disperatamente di trovare qualcosa o qualcuno cui aggrapparsi. Di fronte alla goffaggine e all'infantilismo di Anne, Marie pensa bene di "scaricarla" in favore di Floriane, che le appare invece più sicura di sé, matura e disinibita (ha infatti la fama di ragazza che ha già avuto molte esperienze): ma si renderà conto che non è così. Gli sguardi, i silenzi, le dinamiche dell'amicizia e degli amori adolescenziali (con annesse delusioni, sofferenze e tradimenti che conducono a una presa di consapevolezza anche amara) rendono il film molto gradevole e realistico, nonostante qualche leggera forzatura. Buona anche la regia, che gioca molto col "non detto", soprattutto nelle scene finali. Adèle Haenel era la compagna della regista all'epoca.

5 luglio 2019

La mia vita con John F. Donovan (X. Dolan, 2018)

La mia vita con John F. Donovan (The Death and Life of John F. Donovan)
di Xavier Dolan – Canada/Gran Bretagna 2018
con Kit Harington, Jacob Tremblay
**

Visto al cinema Colosseo.

L'undicenne Rupert (Jacob Tremblay), trapiantato dagli Stati Uniti in Gran Bretagna insieme alla madre (Natalie Portman), aspira a diventare un attore come il suo idolo John F. Donovan (Kit Harington), eroe di una serie tv. Ma non è l'unica cosa che hanno in comune: sia il bambino incompreso e bullizzato a scuola, sia il divo dalla vita apparentemente di successo, sono in realtà soli, infelici, emarginati e impossibilitati a esprimere la propria vera natura. John è gay, ma non può dichiararlo al pubblico né agirlo, prigioniero del proprio ruolo e dello show business (con tanto di una fidanzata di facciata): e come Rupert, si sente fuori posto nel mondo e schiacciato da tutto ciò che lo circonda, compreso il difficile rapporto con la madre (i padri, come spesso capita nel cinema di Dolan, sono assenti). All'insaputa di tutti, pur non essendosi mai incontrati di persona (anché perché vivono in continenti diversi), i due hanno una lunga corrispondenza epistolare: che anni più tardi, dopo la morte di John, sarà al centro di un libro scritto da Rupert, diventato a sua volta autore e divo di successo, intervistato da una giornalista (Thandie Newton) poco ricettiva ("Sono solo disavventure del primo mondo"). Al primo film in lingua inglese del francofono Dolan non mancano certo gli spunti e i temi interessanti (molti dei quali, come al solito, semi-autobiografici), così come la forte attenzione ai personaggi, ai loro sentimenti e alle loro relazioni: peccato che, man man che la pellicola proceda, aumentino i cliché e si notino momenti sempre più retorici e forzati (in particolare quando è di scena il bambino, personaggio poco credibile e dai dialoghi innaturali: la meno riuscita è la scena del tema sulla madre con successiva riconciliazione). E le due storie narrate in flashback scorrono troppo parallele, senza un reale punto di contatto (fra John e Rupert non c'è una comunicazione diretta, tanto che non leggiamo mai le loro lettere, con l'eccezione di quella finale, e dunque non percepiamo in che modo il divo tormentato abbia il tempo di riuscire a dare fiducia e un appiglio a distanza al suo giovane fan). Nel cast anche Ben Schnetzer (Rupert da adulto), Susan Sarandon (la madre di John) e Kathy Bates (la manager). Michael Gambon è l'uomo incontrato nel ristorante. Nella colonna sonora pop si sentono "Rolling In The Deep" di Adele, "Bittersweet Symphony" dei Verve e "Stand by me" nella versione di Florence and The Machine. Curiosità: da piccolo Dolan ammirava Leonardo DiCaprio e gli scrisse una lettera che, a differenza di quanto accade nel film, rimase senza risposta.