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10 marzo 2020

Il volto (Ingmar Bergman, 1958)

Il volto (Ansiktet)
di Ingmar Bergman – Svezia 1958
con Max von Sydow, Ingrid Thulin
***

Rivisto in divx, per ricordare Max von Sydow.

A metà Ottocento, la "compagna medico-ipnotica" itinerante del dottor Vogler (Max von Sydow) – che comprende anche la sua moglie e assistente Manda (Ingrid Thulin), il prestigiatore Tubal (Åke Fridell) e una vecchia "strega" che vende pozioni magiche (Naima Wifstrand) – giunge in una cittadina, dove è accolta dai notabili del luogo. Il console Egerman (Erland Josephson) ha infatti deciso di ospitarli in casa propria perché ha fatto una scommessa con il medico Vergerus (Gunnar Björnstrand) sull'esistenza o meno del soprannaturale: il primo ci crede, così come sua moglie Ottilia (Gertrud Fridh), che intende chiedere a Vogler di lenire con i suoi poteri animistici e magnetici il proprio dolore per la recente scomparsa di una figlia; il secondo invece è scettico, convinto che in natura nulla sia inesplicabile. Dopo una notte movimentata in cui i membri della compagnia "fraternizzano" in vari modi con la servitù (e non solo) del palazzo, il giorno dopo lo "spettacolo magico" si tramuta in una forte umiliazione per Vogler e compagni: ma l'uomo saprà vendicarsi, fingendo di tornare dalla morte e fornendo per un attimo un'esperienza unica al medico scettico. Una pellicola misteriosa e bizzarra, tutta giocata sulla dicotomia fra verità e finzione (o "sull'illusione dell'arte e sul suo rapporto con il potere"). Manda dice all'inizio: "L'inganno è così univeralmente diffuso che dire la verità significa farsi tacciare da bugiardi". E in effetti, a prima vista, la compagnia del dottor Vogler sembra costituita solo da impostori, dediti all'inganno sia a livello di azioni che di aspetto: Vogler stesso indossa una barba finta e si trucca il volto, oltre a fingere di essere muto. Manda viaggia in abiti maschili ("per far perdere meglio le nostre tracce se siamo nei guai") e, pur ammettendo di far parte di un gruppo di ciarlatani, rimpiange la cosa: "Se solo una volta potessi dire che e vero...". Ma l'inganno domina anche gli altri personaggi, che mentono a sé stessi anche quando si impuntano nei rispettivi ruoli: Vergerus è lo scienziato razionalista e positivista, il console e sua moglie lasciano una porta aperta all'immateriale (o almeno fingono di farlo, perduti nei miti del romanticismo e negli inganni della propria relazione), memtre il capo della polizia (Toivo Pawlo), quale rappresentante dell'ordine, sembra indifferente alla questione e si preoccupa soltanto di non lasciarsi sfuggire di mano la propria autorità. Persino fra la servitù, benchè a livello più schietto e meno ipocrita, serpeggiano pose e finzioni: dalla servetta Sara (Bibi Andersson), che amoreggia con il giovane cocchiere Simson (Lars Ekborg), a sua volta fintamente spavaldo, alla capocuoca Sofia (Sif Ruud), che seduce Tubal, passando per l'attore ubriacone Johan (Bengt Ekerot: cosa c'è di più ingannevole della sua professione?) e lo stalliere Antonsson (Oscar Ljung), vittima della propria immaginazione. La fotografia espressionista di Gunnar Fischer e gli accurati primi piani della regia di Bergman indagano questi e altri personaggi con interesse quasi antropologico, mettendone in luce paure e contraddizioni: e il film non ci risparmia nemmeno alcune sequenze davvero suggestive e "magiche", come l'attraversamento iniziale del bosco, la notte di tempesta, e la scena in soffitta quando Vogler, grazie a ombre e specchi, tormenta Vergerus prima di svelarsi per quello che è nel finale. Ispirato forse a un testo teatrale di G. K. Chesterton ("Magic"), il film vinse il Leone d'argento alla Mostra di Venezia.

9 novembre 2018

L'inquilino del terzo piano (R. Polanski, 1976)

L'inquilino del terzo piano (Le locataire)
di Roman Polanski – Francia 1976
con Roman Polanski, Isabelle Adjani
***1/2

Rivisto in DVD.

Il timido Trelkowski (Polanski stesso: il personaggio non ha un nome ma solo un cognome) trova un appartamento in affitto in un vetusto condominio di Parigi. La precedente inquilina, Simone Choule, si è inspiegabilmente suicidata gettandosi da una finestra. E ben presto lo stesso Trelkowski, spinto verso la follia e la paranoia da vicini di casa sempre più invadenti e insofferenti (si lamentano del minimo rumore), comincia a identificarsi con lei e a sospettare di dover fare la stessa fine... Capolavoro dell'horror condominiale di Polanski, un thriller psicologico (tratto da un romanzo surrealista di Roland Topor) che insieme ai precedenti "Repulsion" e "Rosemary's baby" forma un'ideale trilogia sull'angoscia e l'incubo che nascono dal quotidiano, in un crescendo di claustrofobia e impotenza. Molte le possibili interpretazioni della vicenda, a partire dalla più ovvia, e cioè che Trelkowski diventi progressivamente pazzo e paranoico. C'è la lettura della cospirazione alla "Rosemary's baby", in cui effettivamente gli inquilini dello stabile formano una setta segreta per spingere al suicidio le persone (vedi i tentativi di far sì che Trelkowski assuma le stesse abitudini e i comportamenti di Simone: la portiera gli consegna la posta della ragazza, il barista gli offre la cioccolata e le Marlboro che lei fumava, ecc.). Ci sono le suggestioni mistiche egiziane (i geroglifici nel bagno, il bendaggio che ricompre Simone come una mummia, ecc.) che fanno pensare a una storia di reincarnazione (o di cicli che si ripetono, come in un loop: vedi anche il finale in cui il protagonista rivede sé stesso al proprio capezzale). C'è l'aspetto sociale e soprattutto autobiografico: Trelkowski è un polacco naturalizzato francese, come lo stesso regista (che lo interpreta personalmente e ha anche doppiato il personaggio nelle versioni in italiano e in inglese), e in quanto tale suscita a prescindere sospetto e diffidenza negli altri (in più Polanski ha origini ebraiche e ha sperimentato sentimenti antisemiti). E altre letture ancora (per esempio, cito da Wikipedia: "Trelkowski è una donna in un corpo da uomo e combatte contro la sua parte che si risveglia. Questo la porta a non fidarsi più di se stessa e di conseguenza degli altri. Nella società dell'epoca, una tendenza del genere era fonte di notevole disagio e, vista la rigidità culturale, questo portava a meccanismi di difesa molto elevati che sfociavano in puro delirio"). Personalmente mi piace leggere il film come una riflessione (grottesca e metaforica) sui rapporti di vicinato nelle moderne città, dove il minimo problema (i rumori notturni, per esempio) viene ingigantito e sfocia in faide, proteste, esposti di ogni tipo. Emblematiche le scene in cui il povero Trelkowski, inibito e a disagio, cerca di evitare ogni azione che possa comportare una reazione da parte dei suoi vicini (e alla minima infrazione, cominciano subito i colpi di avvertimento sul muro o sulle pareti), mentre invece il suo collega di lavoro esuberante e prepotente si permette di suonare musica fracassona a ogni ora e a scacciare in malo modo chiunque osi timidamente protestare. All'angosciante e intrigante atmosfera contribuiscono la fotografia di Sven Nykvist e le musiche di Philippe Sarde. Da notare che un giovane Jacques Audiard figura come assistente al montaggio. Isabelle Adjani è Stella (l'amica di Simone), Melvyn Douglas è il padrone di casa, Shelley Winters è la portinaia. Nel cast anche Jo Van Fleet, Bernard Fresson, Josiane Balasko ed Eva Ionesco (la bambina). Trelkowski ha dato il suo nome anche a un personaggio di "Dylan Dog", l'anziana medium alleata del protagonista.

17 maggio 2017

Tacchi a spillo (P. Almodóvar, 1991)

Tacchi a spillo (Tacones lejanos)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1991
con Victoria Abril, Marisa Paredes
**1/2

Visto in divx.

Rebeca (Victoria Abril), giovane annunciatrice televisiva che ha trascorso tutta la vita all'ombra della madre Becky (Marisa Paredes), celebre cantante ed attrice, ha sposato Manuel, giornalista e proprietario del network in cui lavora, ignorando che questi in gioventù è stato proprio una delle fiamme di Becky. Poco dopo che la madre è tornata in Spagna dopo una lunga assenza all'estero, riallacciando i rapporti con la figlia ma anche dando l'avvio a una nuova relazione con Manuel, l'uomo viene trovato ucciso con un colpo di pistola. Rebeca confessa in diretta tv di essere lei la colpevole, ma più tardi ritratta tutto... Con una struttura complessa che ricorre a flashback e "gioca" a ingannare lo spettatore, a metà fra il melodramma e il giallo, una delle pellicole di Almodóvar che riscosse maggior successo al botteghino nella prima parte della sua carriera. Pur meno anarchica dei film precedenti, contiene tutti gli elementi cari al regista spagnolo: torbidi rapporti familiari, riflessioni sulle passioni e i sentimenti, trasgressioni sessuali, rimandi nostalgici al cinema hollywoodiano classico (anche se si cita "Sinfonia d'autunno" di Bergman, la vera ispirazione è "Lo specchio della vita" di Douglas Sirk), il tutto in una struttura libera e accompagnata da una fotografia colorata e da una colonna sonora d'atmosfera. Indimenticabile Miguel Bosé, che recita in un triplo ruolo (fra cui il travestito Letal, che si esibisce nei locali cantando "Un año de amor" e "Piensa en mí" con la voce di Luz Casal). Da notare come Becky e Rebeca (madre e figlia) condividano in fondo lo stesso nome.

24 gennaio 2017

Non sparare, baciami! (David Butler, 1953)

Non sparare, baciami! (Calamity Jane)
di David Butler – USA 1953
con Doris Day, Howard Keel, Allyn McLerie
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

La pistolera Calamity Jane, che si guadagna da vivere scortando le diligenze nei pericolosi territori del South Dakota infestati dagli indiani, è segretamente invaghita del tenente Danny Gilmartin (Philip Carey), che però – come tutti gli uomini del villaggio di Deadwood – non la considera come una donna per via dei suoi atteggiamenti ruvidi e del mascolino modo di vestire. Quando proprio Calamity porterà da Chicago la celebre attrice Adelaid Adams (in realtà la sua cameriera Katie Brown, che all'insaputa della stessa Jane si è sostituita a lei) affinché si esibisca nel saloon locale, il tenente perderà la testa per quest'ultima. E dopo aver smaltito la delusione, Calamity scoprirà invece di essere innamorata – e ricambiata – dal rude Wild Bill Hickok (“Bill il selvaggio” nel doppiaggio italiano), da sempre suo amico e compagno di avventure. Simpatico e vivace musical western, animato dalla verve di Doris Day e dal contrasto fra la femminilità di Katie e i modi bruschi di Jane (che, proprio grazie all'amica, saprà lentamente trasformarsi da maschiaccio in signora). Naturalmente siamo in pieno entertainment hollywoodiano: del personaggio storico di Calamity c'è ben poco in questa rappresentazione comica e romantica, così come ogni verosimiglianza storica è bandita nella descrizione di un west popolato da minatori e pistoleri ballerini e cantanti, che sbavano dietro alle attrici di città e si appassionano alle vicende sentimentali che si dipanano attorno a loro. Ma poco male: il divertimento disimpegnato, la contagiosa allegria e le belle canzoni – fra cui la più celebre (vinse il premio Oscar e fu rifatta, fra gli altri, da Sinead O'Connor) è sicuramente “Secret Love” – lo rendono uno dei film più gradevoli fra quelli di Doris Day, nonché un mio piccolo cult movie personale. È ispirato al precedente "Anna prendi il fucile" del 1950, anch'esso con Keel come protagonista maschile.

9 gennaio 2017

Love exposure (Sion Sono, 2008)

Love exposure (Ai no mukidashi)
di Sion Sono – Giappone 2008
con Takahiro Nishijima, Hikari Mitsushima, Sakura Ando
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Vero amore e religione, perversione e spiritualità, alienazione e famiglie disfunzionali in un film-monstre di ben quattro ore: ma la lunghezza è in realtà uno dei suoi pregi, visto che sembra di assistere a un serial televisivo che, episodio dopo episodio, approfondisce sempre più i personaggi principali, consentendo al pubblico di affezionarsi e "vivere" al loro fianco. E paradossalmente, nonostante la durata mastodontica (ma il ritmo e l'attenzione non calano mai) e la vastità dei temi trattati, è forse uno dei film di Sono più accessibili e meno "estremi" (relativamente parlando), almeno fra quelli che ho visto finora. Forse addirittura il suo capolavoro. Anche se il regista giapponese – come sempre – non sembra porre limiti o freni inibitori alla propria visione, gli eccessi e le esagerazioni risultano funzionali ai contenuti e l'immenso senso di libertà (dai generi e dalle convenzioni, ma non solo) che si respira a pieni polmoni contagia progressivamente anche lo spettatore. La trama è ovviamente assai lunga, e anche riassumendone solo i punti essenziali le si fa un torto (è un film che deve essere visto, non raccontato!). Comunque: il giovane Yu (Takahiro Nishijima), cresciuto in una famiglia cattolica, si scopre trascurato dal padre (che dopo la morte della moglie è stato ordinato prete), e per riconquistare il suo affetto comincia a commettere "peccati" di ogni genere in modo da poterglieli confessare. In particolare, diventa esperto nell'arte del tosatsu, ovvero la fotografia voyeuristica delle mutandine sotto le gonne delle ragazze. Nel frattempo, è alla ricerca della sua "Maria", ovvero l'unica ragazza di cui potrà innamorarsi. La troverà in Yoko (Hikari Mitsushima), teenager ribelle che odia tutti gli uomini ("tranne Gesù Cristo e Kurt Cobain"). Avendola salvata da un agguato mentre, per una scommessa, vestiva i panni della vendicatrice mascherata Sasori (mantello nero, occhialoni e cappello a falde larghe: un personaggio reso celebre dell'attrice Meiko Kaji in una serie di film degli anni settanta), Yu si rende conto di poterla corteggiare soltanto sotto quella falsa identità. Anche perché sta per diventare suo fratello, visto che suo padre intende lasciare la tonaca per sposare Kaori, la madre adottiva di Yoko. E qui si inserisce la terza protagonista, la misteriosa Aya Koike (Sakura Ando), manipolatrice biancovestita con un violento passato, che si occupa di reclutare nuovi membri per conto di una setta religiosa, la Chiesa Zero. Aya si interessa a Yu e alla sua famiglia non solo perché, in quanto cristiani, sono "prede" particolarmente allettanti: la ragazza vede in Yu una copia di sé stessa, essendo lui ossessionato, proprio come lei, dal "peccato originale". Con questo, credeteci o meno, arriviamo giusto ai titoli di testa, che giungono dopo la prima ora di pellicola!

Ondeggiando fra la commedia romantica e il coming of age esistenziale, il melodramma religioso e il cartoon demenziale, "Love exposure" è un film che spiazza in continuazione. Come tutti i lavori di Sono ha tanti pregi quanti difetti, che però sono perdonabili vista la genialità del regista e il suo bisogno di andare oltre i limiti pur di raccontare i temi che gli stanno a cuore: il legame fra l'individuo e la società, la rottura del cordone ombelicale con la famiglia – spesso descritta in termini negativi – e la conquista di un proprio posto nel mondo, che sia attraverso l'amore, il lavoro o la religione. E a proposito di quest'ultima, che nella pellicola gioca un ruolo fondamentale, ne vediamo sia gli aspetti più puri e spirituali (significativo che sia stato scelto il cristianesimo, che in Giappone è in fondo professato da una minoranza; ma il tema del peccato era strettamente necessario) che quelli socialmente patologici o distorti (la setta di Aya, che fa il lavaggio del cervello ai suoi adepti). I temi "alti" (l'amore, la purezza, la redenzione) vengono affiancati da quelli "bassi" (la perversione, la pornografia, la violenza), affrontati però non con intenti moralistici ma anzi con un approccio liberatorio e lontano da ogni ipocrisia, accompagnato da un'ironia da cinema trash o di exploitation (si pensi alle imprese "acrobatiche" di Yu per scattare foto sotto le gonne delle ragazze: sembra di vedere in azione Ataru Moroboshi!). E la nonchalance con cui si passa da sequenze esageratamente violente o gore (il flashback sulla gioventù di Aya, l'irruzione di Yu nella sede della setta) ad altre demenzialmente erotiche – le erezioni di Yu – o comiche (che sembrano uscire da un manga hentai), da situazioni intensamente romantiche o tragicamente liriche ad altre assolutamente improbabili e irreali, rivela tutto il talento cinematografico di un regista che, anche quando cerca di contenere alcuni dei suoi eccessi, è semplicemente incapace di fare film "normali" e che passino inosservati. Magistrale come sempre l'uso della colonna sonora: oltre ai brani composti appositamente da Tomohide Harada e alle canzoni del gruppo Yura Yura Teikoku, Sono ricorre con grande efficacia alla musica classica, in particolare al Bolero di Ravel (che accompagna la decisione di Yu di diventare esperto di tosatsu e tutto il suo "addestramento"), all'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven (nella scena sulla spiaggia in cui Yoko recita il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi) e all'Adagio della terza sinfonia di Saint-Saens (nella sequenza dell'incontro fra Yoko e Yu/Sasori all'ospedale psichiatrico). Ottimi i tre giovani protagonisti. Nel cast anche Makiko Watanabe (Kaori) e Atsuro Watabe (il padre di Yu). Il musicista Hiroshi Oguchi è Lloyd, il maestro di tosatsu.

26 luglio 2015

The love eterne (Li Han-hsiang, 1963)

The Love Eterne (Liang Shan-bo yu Zhu Ying-tai)
di Li Han-hsiang – Hong Kong 1963
con Betty Loh Ti, Ivy Ling Po
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Prodotto dagli Shaw Brothers, uno dei più celebri musical hongkonghesi degli anni '60, ispirato alla leggenda tradizionale cinese degli "amanti farfalla" (dalla scena finale in cui i due, dopo la morte, si tramutano in farfalle). I protagonisti sono Zhu Ying-tai, ragazza sedicenne di famiglia nobile e ricca, che vuole testardamente studiare e istruirsi come fanno i suoi coetanei maschi, e per questo motivo si traveste da uomo; e Liang Shan-bo, suo compagno di studi, "fratello giurato" e amico per la pelle, del quale naturalmente si innamora. Per tre anni i due studiano insieme e sono inseparabili: quando Ying-tai rivelerà a Shan-bo di essere una ragazza, questi chiederà di sposarla. Ma Ying-tai è già stata promessa dal padre a un altro uomo. Non potendo essere uniti in vita, i due finiranno con l'esserlo nella morte. Enorme successo di pubblico all'epoca, nonché fenomeno sociale e culturale, la pellicola rappresenta il picco – cinematograficamente parlando – del filone musicale dell'opera Huangmei, una forma di spettacolo teatrale di origine popolare e considerata meno "elitaria" rispetto ad altri tipi di opera cinese, una sorta di operetta dunque, i cui drammi prevedono spesso pochi personaggi (in questo caso, di fatto, solo due), situazioni vivaci e melodie semplici e cantabili. L'origine teatrale è conservata nell'impostazione della pellicola anche grazie a una regia elegante e a scenografie volutamente artificiose, con i personaggi immersi in scenari naturali che riflettono i loro sentimenti (alberi fioriti e laghetti ridenti quando sono felici e innamorati, desolazione e tempeste quando sono tragicamente pronti alla morte). I numeri musicali sono lunghi ed elaborati, ma scorrono con piglio leggero e vivace (si pensi al lungo cammino di Ying-tai verso casa, accompagnata da Shan-bo, con la prima che lancia continue allusioni al fatto di essere una ragazza, allusioni che il secondo non coglie). L'ambientazione della leggenda originale durante la dinastia Jin (265–420 d.C.) contribuisce a donare alla vicenda un'astrattezza fuori dal tempo, cui non è estraneo anche il memorabile finale metafisico. Anche se il tema principale della storia, all'apparenza, è la libertà di amare e sposare chi si desidera (a Ying-tai viene detto più volte che le ragazze non hanno voce in capitolo, e che a scegliere il loro futuro marito devono essere i genitori), con non pochi accenni alla parità di genere e ai diritti delle donne, dietro le quinte c'è un forte connotato omosessuale: di fatto Shan-bo amava Ying-tai anche quando credeva che fosse un maschio, al punto che non si scompone più di tanto alla rivelazione che si tratta di una donna. L'iniziale affinità intellettuale si tramuta in modo del tutto naturale in affinità sentimentale. Come se non bastasse, se Ying-tai (Betty Loh Ti, ma il canto è quello di Tsin Ting) è una donna che si veste da uomo nella finzione, Shan-bo lo è nella realtà: il personaggio (maschile) è infatti interpretato da un'attrice, Ivy Ling Po, che divenne immediatamente una star in tutto il sud-est asiatico. La stessa storia è alla base dei film "The lovers" (1994) di Tsui Hark e "The butterfly lovers" (2008) di Jingle Ma.

25 marzo 2015

Una nuova amica (François Ozon, 2014)

Una nuova amica (Une nouvelle amie)
di François Ozon – Francia 2014
con Anaïs Demoustier, Romain Duris
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Alla prematura morte di Laura, di cui era amica del cuore sin da quando erano bambine, Claire (Demoustier) promette che si prenderà cura del marito di lei, David (Duris), e della loro figlia nata da poco, Lucy. Quando scopre che l'uomo ama vestirsi da donna, dopo qualche reticenza accoglierà "Virginia" come la sua "nuova amica". E insieme, i due andranno alla scoperta delle rispettive pulsioni e identità sessuali: la disforia di genere per lui, che prenderà finalmente coscienza del proprio desiderio di essere una donna, e l'omosessualità repressa di lei, che aveva nascosto dietro un matrimonio di facciata l'amore da sempre nutrito per l'amica. Scritto da Ozon a partire dal romanzo "The New Girlfriend" di Ruth Rendell, una pellicola di respiro almodóvariano (si pensi alla scena in cui Claire e Virginia assistono all'esibizione della cantante nel locale notturno, così come a una certa teatralità e ad atmosfere da anni '50, elementi peraltro spesso presenti nei lavori di Ozon) ma lontana dai toni grotteschi del regista spagnolo. È un film che non esita a ricorrere ad alcuni snodi apparentemente forzati e poco originali (vedi il finale) per raccontare con essenzialità e sorprendente leggerezza una storia dove la protagonista, attraverso l'incontro e la frequentazione con Virginia, finisce invece con lo scoprire molte più cose di sé. Il controfinale ambientato sette anni più tardi lascia volutamente qualche dubbio allo spettatore (Claire sta ancora con il marito? È incinta di lui oppure di David? Può essere che Virginia continui a essere per lei solo una "amica", così come può invece essere che Claire abbia ormai accettato la propria omosessualità) ma è necessario per chiudere alcuni punti lasciati in sospeso, rivelandoci fra l'altro come David sia ormai felicemente "integrato" nel suo nuovo ruolo femminile, e che i suoi timori di vedersi privato della figlia nel caso avesse fatto "coming out" fossero del tutto infondati. D'altronde non è un film sull'intolleranza o l'accettazione delle diversità sessuali da parte della società o dei parenti (come potevano essere "Boys don't cry" o "La mia vita in rosa"), bensì sulla scoperta e sulla presa di coscienza della propria identità. In quanto tale, si allontana da Almodóvar (dove queste fasi vengono spesso date come per scontate o già acquisite) e si avvicina di più all'analisi delle ambiguità e delle pulsioni che ha da sempre caratterizzato il cinema del regista francese.

28 agosto 2014

La mia vita in rosa (Alain Berliner, 1997)

La mia vita in rosa (Ma vie en rose)
di Alain Berliner – Belgio/Francia 1997
con Georges du Fresne, Jean-Philippe Ecoffey
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il piccolo Ludovic, un bambino di sette anni che si è appena trasferito con la famiglia in un nuovo quartiere, si veste da bambina, gioca con le bambole e sogna, una volta cresciuto, di diventare donna e di sposare il suo compagno di scuola Jérôme. La sua famiglia fatica ad accettarne la natura, al punto da mandarlo persino da uno psicologo: ma di fronte all'ostracismo e all'emarginazione da parte dei vicini e della comunità in cui vivono, serrerà le fila e arriverà a comprendere il bisogno di Ludovic di affermare la propria identità di genere. Una pellicola che affronta il tema della transessualità in maniera leggera e da un punto di vista infantile, come dimostrano anche le scelte formali (i colori vivaci o pastello della fotografia) e il tono fumettoso e surreale (con la ricorrente fantasia di Ludovic di far parte del "mondo di Pam", personaggio simil-Barbie di cui segue le vicende in tv, nella cui "casa di bambola" sogna di abitare, e che appare più volte come una sorta di "fata madrina" che lo protegge). Di fronte alle ipocrisie e alle proteste degli adulti, il piccolo protagonista fatica a comprendere perché tutti se la prendano con lui o complichino qualcosa che per lui è assolutamente semplice (esilarante la scena in cui cerca di immaginare come possa essere avvenuto l'errore che ha portato ad assegnargli i cromosomi sbagliati alla nascita). Significativo l'ambiente in cui si svolge la storia: un quartiere di periferia composto da villette a schiera tutte uguali, metafora di quell'omologazione che rifiuta ogni forma di diversità o di devianza (un escamotage simile a quello cui era ricorso Tim Burton nel suo "Edward Mani di Forbice", ambientato in un quartiere simile). Questa e altre caratteristiche donano alla pellicola – al di là della serietà del tema trattato – i toni di un "film giocattolo". Incredibilmente vietato ai minori negli Stati Uniti. Il titolo allude scherzosamente alla celebre canzone di Edith Piaf "La vie en rose".

5 agosto 2014

Boys don't cry (Kimberly Peirce, 1999)

Boys don't cry (id.)
di Kimberly Peirce – USA 1999
con Hilary Swank, Chloë Sevigny
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

Nato biologicamente come donna, il ventunenne Teena Brandon si percepisce come un maschio: e dunque va in giro per il Nebraska vestito e acconciato da uomo, con il nome di Brandon Teena. Dopo aver fatto conoscenza con un gruppo di ragazzi alquanto problematici e distruttivi, si innamora di Lana e progetta di fuggire con lei lontano da un'esistenza vuota e senza prospettive: ma quando il suo segreto verrà alla luce, scoppierà la tragedia. Ambientato nell'America più profonda, arretrata e intollerante, un film tratto da un fatto reale di cronaca che sfiora temi ad ampio spettro come l'identità, l'autodeterminazione e l'accettazione (di sé e degli altri). È anche una delle rare pellicole a denunciare le problematiche dei transgender in un ambiente ostile che, nel migliore dei casi, non li distingue dai gay o dalle lesbiche. L'approccio realistico nella narrazione culmina, nel finale, in una serie di scene di forte impatto emotivo che rappresentano un vero e proprio pugno nello stomaco, anche per merito della fotografia di Jim Denault (che coinvolge lo spettatore nel girovagare notturno di Brandon e compagni, catturandone al contempo la solitudine, l'isolamento e la disperata ricerca di libertà: non a caso un critico ha parlato di una versione transgender di "Gioventù bruciata"). Ma c'è anche un'eccellente recitazione e una regia solida che non si concede divagazioni o distrazioni. Primo film della regista Kimberly Peirce (la cui carriera successiva, almeno per ora, non ha prodotto granché), è valso alla Swank il premio Oscar come miglior attrice: se pensiamo che era stata protagonista del quarto capitolo di "Karate Kid" (la scena in cui Brandon, in auto con i suoi amici, si ferma davanti a una scuola di karate potrebbe essere una strizzatina d'occhio a quella pellicola) e che successivamente ha ripetuto l'exploit come pugile nel "Million Dollar Baby" di Clint Eastwood, risulta evidente la prevalenza di ruoli mascolini nella sua filmografia. Il titolo proviene da una canzone dei The Cure, una cover della quale è presente nella colonna sonora.

20 novembre 2013

Venere in pelliccia (R. Polanski, 2013)

Venere in pelliccia (La Vénus à la fourrure)
di Roman Polanski – Francia 2013
con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric
***1/2

Visto al cinema Eliseo.

Thomas, scrittore e regista teatrale, intende mettere in scena una commedia tratta dal romanzo "Venere in pelliccia" di Leopold von Sacher-Masoch (da cui deriva il termine masochismo). Alle audizioni si presenta (in ritardo, quando ormai tutti sono andati via e nel teatro è rimasto lui solo) un'attrice che aspira alla parte femminile e che si chiama Wanda, proprio come il personaggio che dovrebbe interpretare. Inizialmente titubante a farle un provino (la donna, anche se piena di energia, sembra sboccata e ignorante), Thomas si deve ricredere quando scopre, già dalle prime battute, che conosce la parte a menadito, fin nelle più sottili sfumature, e che sarebbe dunque perfetta per il ruolo. Ma nel prosieguo della serata, mentre si lascia trascinare sempre più dalla recitazione identificandosi a fondo con il suo protagonista, scoprirà che forse Wanda è qualcosa di più di una semplice attrice: un'incarnazione della stessa dea Venere, giunta lì per vendicarsi di lui. Tratto a sua volta da una pièce teatrale (di David Ives, che ha collaborato alla sceneggiatura), il nuovo film di Polanski è – come il precedente "Carnage" – un altro perfetto esempio di "cinema da camera". Stavolta gli attori in scena sono solo due, gli ottimi Amalric e Seigner (moglie dello stesso Polanski, qui davvero strepitosa), e forse rispetto alla pellicola precedente il ritmo è meno incalzante, ma l'autoironia e la "crudeltà" nel mettere in scena una sorta di guerra dei sessi (del tutto sui generis, visto che in fondo asseconda il desiderio di degradazione del personaggio maschile) sono allo stesso livello, il crescendo degli eventi è ben dosato e il gioco del "teatro nel teatro" (qui, in realtà, si tratta di "teatro nel cinema") è sfruttato fino alle estreme conseguenze, a cominciare dalla straniante scenografia (i resti di uno spettacolo western precedente, che fa sì che si debba recitare fra cactus finti e fornelli da campo). Sul palco i due interpreti entrano ed escono in continuazione dai rispettivi personaggi (con il comico contraltare fra la svagata semplicità e la volgarità dell'attrice rispetto all'eleganza e la raffinatezza della Contessa che interpreta) e si scambiano più volte i ruoli, non solo quelli dei personaggi ma anche la posizione dominante e quella di sottomissione (nella "realtà", almeno all'inizio, è il regista a dirigere l'attrice e dunque a dare ordini; nella "finzione", invece, è la donna a comandare), tanto che, pian piano, anche sul palco avviene lo stesso ribaltamento di potere descritto nel romanzo e nella commedia. Allo stesso tempo omaggio a Sacher-Masoch, rilettura delle sue ossessioni in chiave psicanalitica e moderna, e attacco alla sua misoginia di fondo (che non poteva non scatenare l'ira "divina" di Afrodite), la vicenda assume così i contorni di un gioco intellettuale che richiama appunto i miti greci e che sfocia – in un crescendo irresistibile – in uno sberleffo finale contro la megalomania dell'artista, che viene "demolito" sia come uomo che come scrittore-demiurgo, in balia di forze più grandi di lui (e che stesse per scatenarsi un intervento soprannaturale lo suggerivano già le inquadrature iniziali, quelle di una Parigi vuota e sferzata dalla pioggia).

4 settembre 2013

La mala educación (P. Almodóvar, 2004)

La mala educación (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2004
con Gael García Bernal, Fele Martínez
***

Rivisto in TV.

Enrique, regista gay in crisi creativa, riceve la visita inattesa di Ignacio, suo compagno (e amante) ai tempi in cui erano bambini in un collegio religioso. Ignacio, che ora si fa chiamare Angel, si propone come attore e gli lascia da leggere un racconto da lui scritto, ispirato alle loro esperienze passate. Nel testo, intitolato "La visita", si parla del tentativo di Zahara, un travestito, di ricattare Padre Manolo, il prete che aveva abusato di lui quando era al collegio. Affascinato, Enrique decide di trarne un film, scritturando per la parte di Zahara (dopo molte esitazioni) proprio Ignacio. Ma questi nasconde un terribile segreto. Sin dai titoli di testa il film dichiara il proprio debito verso il cinema di Hitchcock: e infatti proprio di un thriller melodrammatico si tratta, in linea con lavori precedenti del regista spagnolo (come "Matador" o "La legge del desiderio"), e non di una pellicola di denuncia contro gli abusi sessuali (alla "Magdalene") come molti, all'epoca della sua uscita, lo avevano etichettato. Certo, i temi scabrosi non mancano, ma come sempre sono alleggeriti e immersi nell'atmosfera sospesa e stilizzata che scaturisce dalla regia di Almodóvar , coadiuvato come al solito dalla coloratissima fotografia di José Luis Alcaine. La narrazione procede a strappi in una serie di scatole cinesi dove realtà e finzione (i ricordi dei personaggi, il racconto scritto da Ignacio), presente e passato si fondono, e non mancano i misteri che si svelano poco a poco, anche se a dire il vero la vicenda non è proprio memorabile (a diversi anni di distanza dalla prima visione, avevo rimosso gran parte della trama). Ottima la prova di Bernal, che si sdoppia (e triplica) in abiti maschili e femminili, mentre Fele Martínez (Enrique da adulto) era il protagonista dei primi film di Alejandro Amenábar. Javier Cámara, già nel precedente "Parla con lei", ha il piccolo ruolo di Paquito. Assai curiosa la colonna sonora, che comprende – fra le altre – "Cuore matto", "Quizas quizas quizas", "Torna a Surriento" e "Moon River" (queste ultime, cantate in spagnolo da Ignacio bambino).

31 marzo 2013

The Rocky Horror Picture Show (Jim Sharman, 1975)

The Rocky Horror Picture Show (id.)
di Jim Sharman – GB/USA 1975
con Tim Curry, Susan Sarandon
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Rivisto in DVD, con Paola e Sabrina.

Una coppia di fidanzatini "perbene" e repressi, Brad e Janet, si ritrova con l'auto in panne sotto la pioggia mentre sta attraversando un bosco, e chiede ospitalità nel castello dove è in corso una bizzarra convention "transilvana". Il padrone di casa, Frank N. Furter, scienziato extraterrestre bisessuale che sta per dar vita nel proprio laboratorio a una "creatura" (un uomo biondo e muscoloso, chiamato Rocky), li trascinerà in un vortice di sesso e di piaceri sfrenati. Tratto dal musical "The Rocky Horror Show" di Richard O'Brien, è il cult movie più cult di tutta la storia del cinema, al punto che ancora oggi, a quasi quarant'anni dalla sua uscita (quando fu inizialmente ignorato), viene regolarmente proiettato in alcuni cinema selezionati di tutto il mondo con la partecipazione "attiva" degli spettatori (che si vestono come gli attori, rispondono alle loro battute e ricostruiscono dal vivo le scene del film). La trama, che in superficie omaggia tante classiche pellicole di horror e fantascienza degli anni trenta e degli anni cinquanta (a partire dal "Frankenstein" di James Whale), è in realtà solo una scusa per mettere in scena un inno alla liberazione sessuale e alla trasgressione vissuta in chiave salvifica, all'insegna della scoperta di sé e dell'autodeterminazione. Figlia della rivoluzione sessuale di quegli anni, la filosofia del film è riassumibile in una delle strofe più celebri, quella che recita "Don't dream it, be it!" (Non sognatelo, siatelo!"). Nel cast spiccano Tim Curry nei panni di Frank N. Furter, parodistico dottor Frankenstein in guêpière e tacchi a spillo, e una giovanissima Susan Sarandon in quelli di Janet Weiss, mentre il suo fidanzato Brad Majors è Barry Bostwick. Richard O'Brien, autore della sceneggiatura e delle musiche, è il maggiordomo gobbo Riff Raff, Patricia Quinn è sua sorella, la domestica Magenta (entrambi, come Frank, alieni transilvani). Completano il gruppo Nell Campbell (indicata come Little Nell nei credits) nei panni della "groupie" Columbia, seguace di Frank; Peter Hinwood in quelli di Rocky; il rocker Meat Loaf, che interpreta il biker Eddie; Jonathan Adams, nel ruolo di Everett Scott, professore di scienze di Brad e Janet, rivale di Frank e zio di Eddie; e infine Charles Gray, che è il misterioso "criminologo" che narra agli spettatori l'intera storia. Da notare che nella versione teatrale Meat Loaf interpretava sia Eddie che il dottor Scott. Bellissima la colonna sonora, ricca di canzoni memorabili come "Science Fiction/Double Feature" (sorta di ouverture che cita nel testo decine e decine di film e b-movie di horror e fantascienza, da "Ultimatum alla Terra" a "L'uomo invisibile", da "King Kong" a "Pianeta proibito") o "Time Warp" (lo scatenato ballo a base di "spinte pelviche", con tanto di schemi e illustrazioni su come danzarlo adeguatamente). "Science Fiction" è cantata da O'Brien, ma le labbra rosse che si vedono sullo schermo (raffigurate anche sull'iconica locandina del film) sono di Patricia Quinn. E in effetti a teatro la canzone è di solito eseguita proprio dall'attrice che recita nel ruolo di Magenta, vestita però da usherette. Gag, citazioni e riferimenti metacinematografici si sprecano (sono citate, per esempio, quasi tutte le case di produzione hollywoodiane dell'epoca, con particolare risalto all'ormai defunta RKO, produttrice del "King Kong" con Fay Wray). Nel 1981 Sharman e O'Brien hanno realizzato uno pseudo-sequel, "Shock Treatment", tutto ambientato in uno studio televisivo.

24 novembre 2012

Marsupilami (Alain Chabat, 2012)

Marsupilami (Sur la piste du Marsupilami)
di Alain Chabat – Francia/Belgio 2012
con Jamel Debbouze, Alain Chabat
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Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

Il Marsupilami è un personaggio ideato dal disegnatore belga André Franquin e apparso nei popolari albi a fumetti di "Spirou", chiaramente ispirato all'Eugene the Jeep (Eugenio il Gip) delle strisce di "Popeye". Si tratta di un bizzarro e rarissimo animale esotico, un marsupiale che vive nella giungla amazzonica di Palombia, stato fittizio dell'America del Sud. Protagonista di una serie di albi personali e di diversi cartoni animati, sbarca ora al cinema in una pellicola che mescola live action e animazione digitale. Chabat interpreta Dan Geraldo, reporter televisivo ormai caduto in disgrazia, che per risollevare i bassi ascolti della sua trasmissione viene inviato in Palombia alla ricerca di uno scoop (l'intenzione sarebbe quella di intervistare gli ultimi superstiti di una tribù amazzonica, i Paya) e si imbatte nello scalcinato Pablito, guida locale e veterinario imbroglione che sostiene di aver visto, tempo prima, proprio un esemplare del leggendario e mitologico Marsupilami. Nessuno gli crede, tranne l'anziano professor Hermoso, che ha scoperto che la creatura si nutre con un'orchidea dai cui fiori è possibile ricavare un filtro dell'eterna giovinezza. Per salvare il Marsupilami dal malvagio scienziato, che nel frattempo è diventato il dittatore della piccola nazione, Geraldo e Pablito dovranno imbarcarsi un'avventura dalle mille difficoltà e convincere il mondo di non essere quei bugiardi che tutti credono (Geraldo perché si scopre che tutti i suoi scoop precedenti erano falsi, Pablito perché è sempre vissuto di truffe e di piccoli espedienti). La comicità di Chabat (al suo secondo film tratto da un fumetto dopo "Asterix e Obelix: missione Cleopatra", nel quale già figurava Debbouze) è al servizio di una storia che mescola avventura, azione e umorismo senza soluzione di continuità. Se la sceneggiatura a tratti arranca (forse perché mette troppa carne al fuoco, con il rischio di risultare eccessivamente stratificata per un pubblico infantile) e il messaggio ecologista contro lo sfruttamento della natura lascia un po' il tempo che trova, non mancano però le sequenze esilaranti, come l'esibizione canora del deposto generale Pochero (Lambert Wilson) nei panni di Céline Dion o la satira contro il mondo della televisione, comprese le finte pubblicità (Loréins, lo sponsor del programma di Geraldo, è chiaramente una parodia di L'Oréal), una trovata che era già presente nel capolavoro dei "Nuls", "La cité de la peur".

27 ottobre 2011

Tomboy (Céline Sciamma, 2011)

Tomboy (id.)
di Céline Sciamma – Francia 2011
con Zoé Héran, Malonn Lévana
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Visto al cinema Eliseo, con Costanza.

Il termine tomboy può essere tradotto con "maschiaccio", ed è proprio quello che è la giovane Laure: dieci anni, taglio di capelli corti, canottiera e scarpe da tennis, alle bambole preferisce il calcio e la lotta con gli altri maschietti, e ai nuovi amici – si è appena trasferita con la famiglia in un altro quartiere – dice appunto di chiamarsi Michaël. In questa sorta di "gioco di ruolo", giunge addirittura al punto di infilarsi nel costume da bagno un finto pene, fatto di plastilina, per ingannare meglio gli altri bambini. Tutt'altro che scabrosa, questa pellicola delicata e minimalista affronta il tema dell'ambiguità sessuale da un punto di vista decisamente infantile (gli adulti, a parte l'intervento della madre della protagonista nel finale, sono quasi assenti – come nei "Peanuts" – o non si rendono conto della situazione: eppure i genitori di Laure vedono bene come si veste e come si comporta! Ma in fondo sono loro stessi ad avallarla, come il padre che – forse spinto dal desiderio di trovare nella figlia quel figlio maschio che non ha – beve con lei la birra e vorrebbe insegnarle a giocare a poker). In questo tipo di film si corre sempre il rischio di ritrarre bambini che sembrano più maturi della loro età: ma la trappola è schivata per merito dell'approccio leggero e dalla nonchalance con cui gli argomenti sono trattati. Oltre all'androgina Zoé Héran, convincono un po' tutti i piccoli attori: a cominciare dalla simpatica sorellina minore, la furbissima Jeanne (Malonn Lévana; sei anni), che a sua volta si diverte a partecipare al "gioco", ma anche l'intensa Lisa (Jeanne Disson), unica compagna di giochi di sesso femminile di Laure/Michaël, di cui si innamora e alla quale nel bel finale spetta il compito di far ripartire la relazione su basi più solide e sincere ("Allora, qual è il tuo vero nome?"). La regista è al suo secondo lungometraggio: anche il primo ("Naissance des pieuvres" del 2007, mai uscito in Italia) affrontava temi simili, anche se in quel caso la maggiore età delle protagoniste favoriva una più approfondita analisi psicologica.

18 aprile 2011

Offside (Jafar Panahi, 2006)

Offside (id.)
di Jafar Panahi – Iran 2006
con Sima Mobarak-Shahi, Safdar Samandar
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Visto al cinema Arlecchino.

Forse il più rappresentativo regista iraniano della generazione post-Kiarostami (di cui è stato assistente e del quale ha anche portato sullo schermo alcune sceneggiature), e già autore di ottime pellicole come "Il palloncino bianco", "Lo specchio", "Il cerchio" e "Oro rosso", Jafar Panahi è salito agli onori della cronaca – se così si può dire – per l'arresto nel 2010 con l'accusa di girare film contro il regime, e soprattutto per la condanna (insieme a un altro cineasta, Mohammad Rasoulof) a sei anni di carcere con l'assurdo divieto di dirigere film o scrivere sceneggiature per i prossimi vent'anni. Questo "Offside" (ma perché in italiano non chiamarlo "Fuorigioco"?) è dunque l'ultimo lungometraggio che ha completato: esce nelle nostre sale con cinque anni di ritardo (ma meglio tardi che mai) e racconta la storia di un gruppo di ragazze che, vestite da uomo e spinte dalla passione per il calcio (ma non solo), cercano di intrufolarsi nello stadio di Teheran per assistere alla partita fra Iran e Bahrein, valida per la qualificazione ai campionati del mondo del 2006 in Germania. Identificate, vengono rinchiuse in un gabbiotto all'esterno dello stadio, dove sono sorvegliate – non senza un certo imbarazzo – da alcuni giovani militari in attesa di essere portate in questura: nel paese islamico, infatti, alle donne è vietato assistere ad eventi sportivi maschili (e viceversa). Fresco e brillante, attraverso il tono da commedia leggera e le situazioni ironiche (esilarante la sequenza in cui uno dei soldati deve accompagnare una delle ragazze alla toilette maschile) il film mette in luce le contraddizioni di leggi o tradizioni che le nuove generazioni percepiscono sempre più come sorpassate o discriminatorie. E la passione calcistica (che raramente è stata portata sullo schermo in maniera così diretta, ingenua e felice, lontana anni luce da quella fasulla e ideologicizzata delle curve ultras nostrane) maschera il desiderio di emancipazione, di uguaglianza o di maggior libertà. Il film è stato girato quasi per intero allo stadio e in tempo reale, nel giorno stesso della partita: per potervi entrare con i suoi attori e la troupe, Panahi – sotto falso nome – aveva presentato alle autorità uno script che nulla aveva a che fare con la pellicola che poi ha effettivamente realizzato. Da notare che l'Iran vinse la partita (e le scene di celebrazione fra la folla, nel finale, sono autentiche e spontanee): se l'avesse persa, il regista aveva già pronto un finale differente.

19 marzo 2011

Mulan (B. Cook, T. Bancroft, 1998)

Mulan (id.)
di Barry Cook, Tony Bancroft – USA 1998
animazione tradizionale
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Rivisto in DVD, con Giovanni e Costanza.

Seguendo il progetto di "rotazione dei continenti" deciso dalla Disney per l'ambientazione dei suoi film di animazione, dopo l'Africa de "Il re leone", l'America di "Pocahontas", e l'Europa de "Il gobbo di Notre Dame", nel 1998 toccava all'Asia: ecco allora il primo lungometraggio disneyano ambientato in Estremo Oriente, ispirato alla leggenda cinese di Hua Mulan (ma nel film si usa la dizione Fa Mulan), una ragazza che si traveste da uomo per arruolarsi nell'esercito imperiale al posto dell'anziano padre e combattere le truppe nomadi che avevano invaso la Cina (insomma, una specie di Giovanna d'Arco!). Nonostante la presenza di quelle che all'epoca erano ancora caratteristiche irrinunciabili di ogni lungometraggio disneyano (le canzoni, che troppo spesso rallentano la vicenda; gli animaletti come spalla comica, in questo caso il draghetto Mushu – che nella versione originale aveva la voce di Eddie Murphy – e un grillo portafortuna, più un cavallo e un cagnolino ai quali viene dato fortunatamente meno spazio), il film è ben riuscito e rappresenta uno dei migliori esempi del cosiddetto "rinascimento disneyano" degli anni novanta: scenari e ambientazioni sono azzeccati (memorabile l'attacco degli Unni sulla neve), la storia è coinvolgente, lo stile di disegno minimalista è gradevole, i temi sono decisamente adulti e la psicologia del personaggio principale (gli altri sono poco più che macchiette) è sfaccettata e dinamica. Ad appesantire il tutto, purtroppo, c'è la succitata colonna sonora, con canzoni fra le meno ispirate mai sentite in un film disneyano (quasi tutte concentrate nella prima parte della pellicola: quando la trama decolla, fortunatamente, se ne fa a meno): si salva solo (ed è una delle mie canzoni Disney preferite!) quella relativa all'addestramento delle truppe, "Farò di te un uomo", che oltre ad essere assai orecchiabile ha anche il merito di non presentarsi come un semplice intermezzo musicale ma di contribuire a portare avanti la storia. La scena nel finale in cui l'imperatore si inchina davanti a Mulan, e tutta la sua corte fa lo stesso, potrebbe avere ispirato quella analoga ne "Il ritorno del re" di Peter Jackson. Il film venne proiettato anche in Cina (fra i doppiatori della versione in mandarino c'è persino Jackie Chan), ma con una distribuzione limitata che frustrò nell'immediato le speranze della Disney di conquistare il lucroso mercato dell'intrattenimento di quel paese.

15 gennaio 2011

Victor Victoria (B. Edwards, 1982)

Victor Victoria (id.)
di Blake Edwards – GB/USA 1982
con Julie Andrews, Robert Preston
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Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Paola.

Nella fredda Parigi dell'inverno del 1934, l'affamata e disoccupata cantante Victoria Grant (Julie Andrews) cerca inutilmente di ottenere una scrittura in un cabaret. Su suggerimento dell'amico gay Toddy (un simpatico e sarcastico Robert Preston), si presenta a un agente teatrale simulando di essere un uomo: il conte Victor Grazinsky, aristocratico polacco che sul palco si esibisce in abiti femminili e di cui Toddy finge di essere l'amante. Divenuta rapidamente una stella e una celebrità in tutta Parigi, attira l'interesse del rude gangster di Chicago King Marchand (James Garner), che non sa spiegarsi perché si senta tanto attratto da un maschio... Divertentissima commedia musicale sul tema del travestitismo e dell'ambiguità sessuale, questa farsa scoppiettante su "una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna" – ispirata a un film tedesco del 1933 ("Viktor und Viktoria", di Reinhold Schünzel) – è forse il capolavoro di Blake Edwards: a un incipit melodrammatico e dickensiano seguono dialoghi impertinenti e sofisticati, un'esilarante comicità slapstick, numeri musicali ricchi di glamour (grazie anche agli splendidi costumi e alle coreografie) e colpi di scena a ripetizione. Naturalmente il tema dell'identità sessuale gioca un ruolo primario: si veda il gangster che per rassicurarsi della propria virilità si lascia coinvolgere in risse in palestra e nelle peggiori bettole di Parigi. Ma il film è anche – attraverso il filtro dell'ironia e della musica – un inno alla tolleranza e all'accettazione. Da vedere e da rivedere. Meravigliosi tutti gli interpreti, dai tre protagonisti principali ai numerosi caratteristi e ai personaggi di contorno: la sensibile guardia del corpo di Garner (Alex Karras), la gelosa "pupa" del gangster (Lesley Ann Warren), l'elegante agente di Victor (John Rhys-Davies), l'imperturbabile cameriere (Graham Stark), il maldestro e sfortunato investigatore (Sherloque Tanney) e molti altri. Fra le canzoni (di Henri Mancini, collaboratore abituale di Edwards, che nell'occasione vinse l'Oscar) spiccano "Le Jazz Hot", "You and Me" e "Crazy world", quest'ultima usata anche come tema nei titoli di testa.

28 aprile 2010

A qualcuno piace caldo (B. Wilder, 1959)

A qualcuno piace caldo (Some like it hot)
di Billy Wilder – USA 1959
con Jack Lemmon, Tony Curtis, Marilyn Monroe
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Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra e Courtney.

"Nessuno è perfetto", recita la celeberrima battuta di Joe E. Brown che conclude il film: eppure, dopo averlo rivisto per l'ennesima volta, viene la tentazione di affermare che siamo proprio di fronte a qualcosa di perfetto. Merito della regia frizzante di Billy Wilder, naturalmente, e della sceneggiatura da lui scritta insieme al fidato I.A.L. Diamond, che non risparmia battute e gag "ardite" per l'epoca e ancora oggi, ma anche dell'interpretazione del trio di protagonisti di quella che è una delle migliori commedie della storia del cinema: la deliziosa Marilyn, nei panni di Zucchero Kandiski, svampita suonatrice di ukulele a caccia di milionari, e l'affiatata coppia formata da Jack Lemmon e Tony Curtis, spiantati suonatori di jazz (rispettivamente contrabbasso e sassofono), costretti a fuggire in tutta fretta da Chicago dopo essere stati testimoni involontari del massacro di San Valentino (siamo nel 1929) e travestitisi da donna per infiltrarsi in un'orchestra femminile diretta in Florida. Laggiù, Curtis ("Josephine") cambierà ancora travestimento, indossando i panni di un raffinato e occhialuto magnate del petrolio (che colleziona le conchiglie della Shell) per far colpo su Marilyn, mentre Lemmon ("Daphne") dovrà fare i conti con l'ostinato corteggiamento da parte dell'attempato Osgood (Brown), lui sì milionario per davvero. Gag strepitose, battute fulminanti, equivoci a sfondo sessuale e l'irresistibile simpatia di tutti i personaggi rendono la pellicola un vero capolavoro nel suo genere, mentre l'ambientazione negli anni del proibizionismo e la cornice da film di gangster (che giustifica la scelta della fotografia in bianco e nero: inizialmente il film avrebbe dovuto essere girato a colori, ma il regista cambiò idea a causa del pesante make-up necessario per truccare da donna Lemmon e Curtis) aggiungono la necessaria tensione. La sensualissima Marilyn canta alcuni dei suoi brani più famosi: "Runnin' wild", "I'm through with love" e soprattutto "I wanna be loved by you". Il titolo della pellicola (che si riferisce al jazz) proviene da un verso di una filastrocca per bambini, "Pease porridge hot".

5 marzo 2010

Il diavolo è femmina (G. Cukor, 1935)

Il diavolo è femmina (Sylvia Scarlett)
di George Cukor – USA 1935
con Katharine Hepburn, Cary Grant
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Rivisto in DVD, con Martin.

Per accompagnare il padre vedovo (Edmund Gwenn), ricercato dalla polizia per appropriazione indebita e in fuga dalla Francia verso l'Inghilterra, la giovane Sylvia Scarlett (Hepburn) si taglia i capelli e si traveste da maschio, facendosi passare per suo "figlio" Sylvester. A Londra i due incontreranno Jimmy Monkley (Grant), un simpatico furfante che vive di imbrogli e di raggiri, e ne diventeranno complici. I loro tentativi di arricchirsi con il furto e le truffe, tuttavia, non andranno a buon fine, e il gruppo si convertirà in una compagnia di saltimbanchi e attori girovaghi che va in giro a esibirsi per le campagne inglesi. Ma l'amore per un ricco pittore dandy, Michael (Brian Aherne), spingerà "Sylvester" ad abbandonare il proprio travestimento da maschio. Tratto da un romanzo di Compton Mackenzie (i cui contenuti vengono compressi e compattati per esigenze cinematografiche), questo insolito film a base di ambiguità sessuali e morali disorientò all'epoca pubblico e critica, che ne decretarono il clamoroso insuccesso: in realtà, nonostante una certa anarchia narrativa e il continuo e improvviso cambio di toni e di setting, è una pellicola moderna che dietro la classica leggerezza da commedia sentimentale alla Cukor (ma stavolta tutt'altro che raffinata o sofisticata) affronta il tema dell'amore da punti di vista inediti e contrastanti. Gli stessi personaggi non sanno bene cosa fare con i propri sentimenti, tendono a confonderli (il pittore, pur affezionato a Sylvia, la deride per la sua eccentricità) e solo nel finale si renderanno veramente conto della loro natura. La sceneggiatura, che forse procede un po' troppo a "strappi", punta dunque molto sull'accurato resoconto psicologico dei primi turbamenti amorosi di una ragazza, e utilizza a questo scopo l'androginia della Hepburn, le sue insicurezze, il continuo passaggio da un comportamento maschile a uno femminile, la sua esitazione sul come rapportarsi con l'uomo che ama. Fu il terzo film di Cukor con la Hepburn, nonché il primo dell'attrice insieme a Grant (prima di capolavori come "Susanna", "Incantesimo" e "Scandalo a Filadelfia"). E la personalità dei due interpreti (forte, volitiva ma anche fragile, la Hepburn; sbruffone, farabutto e con un caratteristico accento Cockney, Grant) domina in maniera evidente quasi ogni scena. Senza senso il titolo italiano.

13 febbraio 2010

Un ragazzo come gli altri (L. Gottlieb, 1985)

Un ragazzo come gli altri (Just one of the guys)
di Lisa Gottlieb – USA 1985
con Joyce Hyser, Clayton Rohner
**1/2

Visto in divx.

Terry, liceale bella e popolare, vorrebbe diventare una reporter ma si sente discriminata dai professori in quanto ragazza. Per partecipare a un concorso di giornalismo decide così di travestirsi da maschio per una settimana, frequentando un'altra scuola dove nessuno la conosce. Non solo scoprirà che anche i ragazzi hanno i loro problemi, ma si innamorerà del suo "miglior amico". Spigliata teen comedy dalle atmosfere tipicamente anni ottanta, sul tema dell'ambiguità sessuale: se il soggetto non è il massimo dell'originalità e la confezione (regia, fotografia, recitazione) è da tv movie, la sceneggiatura è comunque vivace e il risultato finale, pur senza troppe pretese, è decisamente simpatico. La pellicola affronta a viso aperto tutti i luoghi comuni delle pellicole sul travestitismo (i problemi di Terry con le lezioni di ginnastica, lo spogliatoio maschile, i bagni, gli equivoci sessuali, i continui e frenetici cambi di abito per gestire la sua doppia vita), oltre naturalmente a quelli delle commedie liceali (i bulli, i corteggiamenti, le gelosie, il ballo della scuola). La brava Joyce Hyser è assai credibile anche in versione "maschile", più di quanto non fosse Hilary Swank in "Boys don't cry", e memorabile è la scena in cui, per convincere l'amico Rick del fatto che è una donna, si mostra a seno nudo. Billy Jacoby è il fratello minore e sessuomane che le elargisce consigli su come "comportarsi da uomo".