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21 aprile 2022

La Gomera (Corneliu Porumboiu, 2019)

La Gomera - L'isola dei fischi (La Gomera)
di Corneliu Porumboiu – Romania/Fra/Ger 2019
con Vlad Ivanov, Catrinel Marlon
***

Visto in divx.

A La Gomera, isola delle Canarie, esiste una bizzarra lingua fatta solo di fischi, simili quelli degli uccelli, sviluppata dai pastori locali per comunicare a grandi distanze. Cristi (Vlad Ivanov), poliziotto corrotto della squadra narcotici di Bucarest, immanicato con Zsolt (Sabin Tambrea), imprenditore che lavora per conto di una banda di trafficanti di droga, vi si reca per impararla: gli servirà infatti per comunicare con i complici dell'uomo e organizzarne la fuga, senza farsi intercettare dai colleghi che ormai sospettano di lui. Ma intrighi e doppi giochi sono in agguato... Insolito e interessante thriller/neo-noir poliziesco, sfaccettato e complesso, con una struttura narrativa costruita su una serie di flashback e divisa in otto capitoli – ciascuno intitolato a un diverso personaggio – non in ordine cronologico. Il tema del linguaggio e della comunicazione, a partire dalla strana lingua dei fischi (il "silbo gomero", che esiste realmente), si appoggia su una vicenda caratterizzata da una ragnatela di relazioni fra i vari personaggi, tutti con una notevole dose di ambiguità e dove il bene e il male si fondono fra loro: dal protagonista stesso, poliziotto corrotto ma "buono" (e soprattutto silenzioso e impenetrabile: non abbiamo mai accesso ai suoi pensieri), alla bella Gilda (Catrinel Marlon), femme fatale amante/complice di Zsolt, di cui anche Cristi si innamora; dalla spregiudicata procuratrice Magda (Rodica Lazar), superiore di Cristi, che non esita a usare metodi discutibili pur di raggiungere i propri scopi, al boss della droga Paco (Agustí Villaronga) e al suo sottoposto Kiko (Antonio Buíl), fino all'inquietante concierge (István Teglas), appassionato di opera e proprietario di un motel al centro di diverse scene. Linguaggio, infatti, non significa solo parole, o fischi: è anche musica (fra i brani ricorrenti ci sono "Casta Diva" dalla "Norma", l'aria di Barbarina dalle "Nozze di Figaro", e la Barcarola dai "Racconti di Hoffmann" di Offenbach), e naturalmente cinema (innumerevoli le citazioni (meta)filmiche: il nome stesso di Gilda, lo spezzone di "Sentieri selvaggi" in cui viene usata un'altra lingua dei fischi!, il fatto che lo showdown finale avvenga in uno stabilimento cinematografico abbandonato, l'allusione alla scena di "Psyco" nella doccia). Citazione anche per un classico del cinema noir rumeno, "Un commissario accusa" di Sergiu Nicolaescu. Il finale forse è un po' disgiunto e trascinato. Anche se perfettamente guardabile a sé stante, il film è di fatto un sequel/spin-off del precedente "Politist, adjectiv" (2009) di Porumboiu, in cui Cristi aveva conosciuto il giovane Zsolt.

7 marzo 2021

Domenica alle 6 (Lucian Pintilie, 1966)

Domenica alle 6 (Duminică la ora 6)
di Lucian Pintilie – Romania 1966
con Dan Nuțu, Irina Petrescu
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

I giovani Radu (Nuțu) e Anca (Petrescu) si incontrano per caso a un ballo e si innamorano, prima di scoprire che fanno entrambi parte della stessa organizzazione clandestina e che proprio lei era la ragazza che lui doveva incontrare "domenica alle 6". La loro storia d'amore si dipana in parallelo alle vicende della resistenza che si oppone all'oppressione fascista in Romania (siamo negli anni della seconda guerra mondiale), anzi spesso ha il sopravvento... Pellicola che segna l'esordio dietro la macchina da presa per il regista teatrale Lucian Pintilie, che con i suoi film successivi (su tutti "La ricostituzione", "La bilancia" e "Terminus Paradis") racconterà la storia della Romania da inediti e intelligenti punti di vista. In questo primo film è già evidente una certa sofisticazione del linguaggio cinematografico, con notevoli influenze del cinema francese della Nouvelle Vague (Godard e Truffaut), ma anche con una sua cifra personale e originale: la regia dinamica con i primi piani ravvicinati, l'uso della camera a mano, il montaggio non lineare (numerose sequenze ripetute, come la carrellata lungo il palazzo di ringhiera, la soggettiva nel corridoio buio di un edificio diroccato o le scene alla stazione ferroviaria, anticipano momenti successivi), per non parlare dell'ottimo uso del sonoro o della direzione degli attori. L'attenzione è tutta sui personaggi e sui loro sentimenti, mentre il contesto storico non è approfondito più di tanto (la storia potrebbe benissimo svolgersi ai giorni nostri, anzi simbolicamente è proprio così: la società repressiva in cui i protagonisti si muovono riecheggia quella contemporanea del regime comunista e della Securitate; non a caso prima di ottenere l'autorizzazione a girare Pintilie dovette lottare a lungo con la censura). Nonostante la tragicità della vicenda, si respira un'aria fresca e leggera, tipica degli amori giovanili, con personaggi che riescono ad abbinare la lotta politica clandestina (anche a costo della vita) con giochi ed esplorazioni, segno del loro anelito di libertà. Graziela Albini interpreta Maria, la donna che fa da "collegamento" fra i due innamorati all'interno della resistenza.

26 luglio 2020

Il tesoro (Corneliu Porumboiu, 2015)

Il tesoro (Comoara)
di Corneliu Porumboiu – Romania 2015
con Toma Cuzin, Adrian Purcarescu
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Quando il vicino di casa Adrian, in difficoltà economiche, gli chiede di aiutarlo ad assumere un tecnico con un metal detector per andare alla ricerca di un presunto tesoro, sepolto anni prima dal nonno nel giardino di una villa di campagna, Costi accetta senza pensarci troppo. Per lui è un modo di vivere un'avventura simile a quelle dei libri (come "Robin Hood") che legge al figlioletto ogni sera. Una pellicola dai tempi dilatati e dai dialoghi realistici che convivono con una cifra assurda e iperreale (quasi alla Kaurismäki), dove la ricerca del tesoro si trasfigura in chiave esistenzialista ma, al contempo, conserva tutta la sua minimalistica concretezza – la meticolosa scansione del terreno con il metal detector, il lungo scavo, le questioni burocratiche (ogni rinvenimento deve essere comunicato alla polizia, nel caso di trattasse di oggetti legati al "patrimonio nazionale") – sfiorando dunque temi personali, politici, economici, famigliari. Quasi ogni scena, per quanto possa sembrare semplice o insignificante – dal capo del protagonista che trova più plausibile che lui abbia una relazione extraconiugale piuttosto che vada a caccia di un tesoro, al finale in cui l'uomo soddisfa il desiderio "romantico" e adolescenziale del figlioletto di vederlo tornare con una cassetta piena di oro e gemme – possiede come chiave di lettura l'elogio della fantasia e del perseguimento dei propri sogni rispetto all'accettazione di una realtà grigia e burocratica. E proprio nella soddisfazione (o nella condivisione) di queste aspettative la pellicola stessa assume un significato profondo, che la eleva al di sopra della sua narrazione lineare e senza fronzoli.

12 dicembre 2016

Storie (Michael Haneke, 2000)

Storie (Code inconnu)
di Michael Haneke – Francia/Germania/Romania 2000
con Juliette Binoche, Thierry Neuvic
**1/2

Rivisto in divx.

A Parigi, sulle facciate delle case, non ci sono citofoni: per aprire i portoni occorre digitare un codice numerico. E se non lo si conosce, è impossibile entrare in contatto. Il "codice sconosciuto" del titolo originale, dunque, allude al filo conduttore di questo film, il primo girato da Haneke fuori dall'Austria: la difficoltà nel comunicare, anche quando si vive sotto lo stesso tetto (che si tratti di coniugi, parenti o vicini di casa) o nella stessa città (e qui il riferimento va agli immigrati, di prima o di seconda generazione). Come nel precedente "71 frammenti di una cronologia del caso", la pellicola è composta da una serie di scene (quasi tutte in piano sequenza, e separate da un breve momento in cui lo schermo si fa nero) che seguono in parallelo le vicende di vari personaggi: l'attrice Anne (Juliette Binoche); il suo compagno Georges (Thierry Neuvic), fotografo di guerra; il giovane Jean (Alexandre Hamidi), fratello di Georges, che vuole fuggire di casa; il padre di questi (Josef Bierbichler), contadino taciturno; Amadou (Ona Lu Yenke), figlio di immigrati africani; Maria (Luminița Gheorghiu), migrante rumena; e tanti altri ancora. Stavolta, però, non c'è un punto di convergenza finale (anzi, c'è divergenza: molti di questi si incontrano nella prima scena per poi seguire strade differenti): il sottotitolo, "Racconto incompleto di diversi viaggi", preannuncia che in effetti mancherà un'esplicita risoluzione. I personaggi sembrano incapaci di comprendersi non soltanto perché parlano lingue diverse (nel film si odono il francese – doppiato in italiano – oltre all'arabo e al rumeno), ma anche perché, pur condividendo lo stesso linguaggio, non sono in grado di comprendere le ragioni o le esigenze degli altri, in una società dove mondi diversi possono coesistere senza mai entrare veramente in contatto. Eppure i possibili linguaggi con cui comunicare sarebbero molteplici, al di là di quello verbale: le immagini (le foto di guerra scattate da Georges), la recitazione o il doppiaggio (Anne), la religione (la madre di Amadou), i riti condivisi (il matrimonio festeggiato in Romania), le dinamiche di gruppo (come quelle fra compagni di classe), i gesti, le regole della convivenza civile, la ribellione, la solidarietà, o semplicemente l'empatia. Tutti sembrano destinati a fallire (persino i bambini sordomuti che aprono e chiudono la pellicola, impegnati nel gioco dei mimi con il linguaggio dei segni, non indovinano mai!). E se viene a mancare anche il rapporto fra innamorati (nella scena finale Georges rimane chiuso fuori di casa, perché non conosce il "codice" del portone che Anne ha cambiato), o quello fra padre e figlio, perché dovrebbe esserci solidarietà fra i popoli? Il film è stato girato nel 2000, all'alba del nuovo millennio: e rivisto oggi, in piena crisi dei migranti, si dimostra non solo preveggente, ma più realista che pessimista.

16 giugno 2016

Un padre, una figlia (Cristian Mungiu, 2016)

Un padre, una figlia (Bacalaureat)
di Cristian Mungiu – Romania 2016
con Adrian Titieni, Maria-Victoria Dragus
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alla vigilia della prima prova dell'esame di maturità, la giovane Eliza, studentessa modello, è vittima di un'aggressione con tentativo di stupro. Incolume ma sotto shock e con un polso lussato, la ragazza rischia di non rendere al meglio durante gli esami e di non raggiungere così la media necessaria per vincere una borsa di studio e trasferirsi in un college in Inghilterra, come – ancora più di lei – sogna il padre Romeo. L'uomo, un medico serio e stimato da tutti, decide così di mettere da parte la propria integrità, affidandosi a una rete di favori e di amicizie per "garantirsi" che i voti della figlia siano quelli sperati. Vincitore a Cannes del premio per la miglior regia, il film di Mungiu è un lucido e incisivo studio sull'onestà e i compromessi morali, tutto incentrato su un protagonista che vede, nel giro di pochi giorni, crollare il castello di certezze che si è costruito in un'intera vita. Convinto di avere il controllo su ogni cosa e di agire nel giusto, all'insegna del machiavellico "il fine giustifica i mezzi", Romeo sottopone sé stesso e la figlia a un profondo conflitto etico. Anche perché ha ormai perduto ogni illusione sul futuro del proprio paese: non vuole che la figlia rimanga in Romania e commetta i suoi stessi errori, e ha trasferito su di lei le proprie speranze di riscatto e di rivincita. Sarà invece proprio Eliza, con la sua determinazione, a costringerlo a cambiare e ad uscire dall'ipocrisia della sua vita (accettando la realtà degli altri e chiarendo finalmente le cose con la moglie e l'amante). Ricco di momenti significativi, il film ha una certa "vibrazione" alla Haneke, sin dalle scene iniziali del lancio di pietre che mandano in frantumi il vetro di casa e più tardi il parabrezza dell'automobile (che il responsabile sia il piccolo Matei, il figlio dell'amante di Romeo?), per proseguire con la sequenza del cane investito o del dialogo – in cima alla seggiovia – fra il medico e l'amico poliziotto, metafora del tempo che trascorre e cambia il modo di vedere le cose. Il finale, a suo modo liberatorio, è figlio di una – finalmente – serena accettazione.

15 giugno 2016

Sieranevada (Cristi Puiu, 2016)

Sieranevada (id.)
di Cristi Puiu – Romania 2016
con Mimi Branescu, Bogdan Dumitrache
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In occasione della commemorazione della morte del padre Emil, tutta la famiglia di Lary (Branescu) si riunisce a casa della madre. Ma è il prete è in ritardo, e nell'attesa del suo arrivo (e di poter cominciare a mangiare) i commensali chiacchierano del più e del meno. Interminabile (dura quasi tre ore) dramma da camera che si svolge tutto in spazi angusti e limitati, con la macchina da presa collocata nell'ingresso del piccolo appartamento, sul quale si aprono e si chiudono le porte delle varie stanze, e che cattura le conversazioni (realistiche e forse improvvisate: sono pochissimi i momenti in cui si percepisce un lavoro di scrittura) attraverso lunghi piani sequenza, mentre una radio in cucina trasmette canzoni italiane (da De André a Loretta Goggi!). Se inizialmente si parla di politica (con l'inevitabile nostalgica del vecchio regime comunista), di complottismo (si discute ancora dell'attentato alle Torri Gemelle), di salute e di medicina, man mano che passa il tempo vengono alla luce i contrasti e gli altarini di famiglia. Una cugina porta a casa un'amica straniera ubriaca, mettendo scompiglio nell'appartamento; uno zio fedifrago scatena pianti e accuse incrociate; e il dramma va di pari passo con le risate soffocate di Lary. Raccontata quasi in tempo reale e con una regia assai precisa, a questa riunione di famiglia manca l'intensità (presente solo a tratti) che consentirebbe la partecipazione emotiva di uno spettatore che, nonostante la durata, non fa in tempo a conoscere e ad approfondire quasi nessun personaggio. Tutto sembra fine a sé stesso, e di davvero interessante c'è soltanto la commemorazione vera e propria, con la cerimonia cantata del prete ortodosso e il rituale dell'abito del morto, indossato in sua vece da un familiare. Misterioso il titolo.

9 aprile 2013

Il responsabile delle risorse umane (Eran Riklis, 2010)

Il responsabile delle risorse umane (The Human Resources Manager)
di Eran Riklis – Israele 2010
con Mark Ivanir, Noah Silver
**

Visto in divx, con Giovanni, Eleonora, Alex e Sabrina.

Una giovane immigrata rumena, che lavorava come operaia in un grande panificio industriale di Gerusalemme, perde la vita in un attentato terroristico. Accusato da un giornalista di non avere a cura le sorti dei propri lavoratori, e nel tentativo di evitare un danno alle publiche relazioni del panificio, il responsabile delle risorse umane dell'azienda accetta di accompagnare la salma fino in patria e di assicurarsi che abbia un degno funerale. Le cose si complicano quando il figlio della donna, un giovane sbandato, pretenderà che il funerale si svolga nello sperduto villaggio di montagna dove vive la nonna, a mille chilometri dalla capitale. Tratto dall'omonimo romanzo di Abraham B. Yehoshua, e diretto dal regista de "La sposa siriana" e "Il giardino di limoni", un film che non mantiene appieno tutte le promesse. Dopo una prima parte incoraggiante, quella ambientata in Israele, con la presentazione dell'interessante protagonista (senza nome, come praticamente tutti i personaggi della pellicola tranne curiosamente la donna morta), delle indagini sull'operaia scomparsa, dei suoi conflitti di coscienza e dei suoi stessi problemi familiari, una volta trasferitisi in Romania il film si trasforma in un road movie surreale come tanti, fra scenari desolati e personaggi eccentrici (vengono alla mente "Ogni cosa è illuminata" e "Silent souls"), con il gruppo che attraversa il paese trasportando la bara prima su un vecchio furgone e poi su un mezzo corazzato, fino allo sperduto villaggio di contadini dove il corpo dovrebbe essere sepolto. Mancano però incisività e un vero motivo d'interesse, e i semi piantati nella prima metà del film non germogliano mai (l'unico spunto nuovo è quello del rapporto del protagonista con il ragazzo ribelle, il cui sviluppo è in ogni caso prevedibile).

24 giugno 2012

Oltre le colline (C. Mungiu, 2012)

Oltre le colline (După dealuri)
di Cristian Mungiu – Romania 2012
con Cosmina Stratan, Cristina Flutur
**

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alina e Voichiţa sono due ragazze cresciute insieme all'orfanotrofio: ora la prima ha trovato un lavoro in Germania, mentre la seconda è entrata in un piccolo convento ortodosso sulle colline. Nel tentativo di convincere l'amica – di cui è innamorata – a lasciare il convento e partire con lei, Alina soggiorna temporaneamente a sua volta nel monastero: ma il suo temperamento irascibile e impaziente turba quel luogo di pace e di preghiera, mettendo in subbuglio la già difficile vita (non immune da sacrifici e problemi economici) della comunità formata dalle monache e del pope ortodosso (che le ragazze, come in una famiglia, chiamano "papà": e il tema della famiglia ricorre continuamente nella pellicola, come nella scena in cui Alina torna a visitare i suoi "genitori" adottivi, che hanno già preso un'altra ragazza per sostituirla e fare i lavori in casa). Resasi conto che ormai Voichiţa "ha Dio nel cuore" e che non intende seguirla, Alina si farà prendere da una furia sempre più violenta e distruttrice, tanto da essere considerata "indemoniata". Dopo "4 mesi, 3 settimane e 2 giorni", Mungiu racconta un'altra storia di dolore e sofferenza femminile, ispirata a un episodio avvenuto realmente (un caso di esorcismo, con conseguenze tragiche, in un monastero in Moldavia) all'insegna del contrasto fra fede e amore (più che Alina, resa cieca dai suoi desideri e incapace di accettare la realtà, la vera protagonista e vittima della vicenda è Voichiţa, che ama sinceramente l'amica – anche se "in maniera diversa rispetto al passato" – e soffre per lei). Lo stile austero del regista (sobri piani sequenza, assenza di musica) si sposa bene con l'ambientazione (l'angusto e spartano monastero di campagna) e con l'ottima prova delle protagoniste (premiate a Cannes). Peccato, però, che il film risulti inefficace nel comunicare qualcosa allo spettatore: il conflitto fra fede e amore non è risolto, le intenzioni rimangono confinate in uno sterile esercizio di estetica cinematografica pura ed essenziale, e persino lo scenario così fuori dal mondo e dal tempo finisce col repellere ogni significato anziché catalizzarne uno universale. Insomma, Bresson era un'altra cosa. In una pellicola complessivamente cupa, spicca almeno una scena assai divertente: quella in cui, per preparare Alina alla confessione, le viene letto l'elenco numerato di tutti i possibili peccati.

17 settembre 2010

Morgen (Marian Crisan, 2010)

Morgen
di Marian Crisan – Romania 2010
con András Hatházi, Yilmaz Yalcin
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Nelu lavora come sorvegliante in un supermercato, fatica a trovare i soldi per rifare il tetto di casa e abita con una moglie bisbetica presso il confine fra Romania e Ungheria, che attraversa frequentemente per andare a pescare o per seguire le partite in trasferta della squadra di calcio locale. Quando trova nella sua fattoria un immigrato clandestino turco che sta cercando di raggiungere la Germania, istintivamente decide di ospitarlo e di aiutarlo. I due non capiscono una sola parola delle rispettive lingue (l'unica che condividono è "Morgen", in tedesco "domani", con la quale Nelu continua a procrastinare il momento della partenza di Behran), ma diventeranno lo stesso amici. Nel frattempo, il fatto che Nelu ospiti il turco in casa sua si rivela un segreto di Pulcinella: ne sono al corrente tutti, comprese le guardie di confine, che però preferiscono non intervenire per non trovarsi impastoiati nelle procedure burocratiche. Noi italiani siamo abituati allo stereotipo del rumeno emigrante, ma anche loro – soprattutto da quando sono entrati a far parte dell'Unione Europea – hanno a che fare con l'immigrazione (e nei bar la gente commenta a proposito dell'eccessivo numero di stranieri nelle squadre di calcio: "Vengono qui per i soldi"). Questo film affronta l'argomento dei confini e della sicurezza nazionale con leggerezza e forse in modo un po' semplicistico, ma è sincero ed efficace nel mostrare l'altra faccia della medaglia e nel veicolare l'idea – gridata anche dal protagonista – che "le frontiere non dovrebbero più nemmeno esistere", soprattutto quelle ormai rese inutili da eventi storici come la dissoluzione del blocco orientale e l'avvento dell'Europa unita (assurda la scena iniziale in cui una zelante guardia ungherese impedisce a Nelu di portare dall'altra parte il pesce che ha appena pescato). Il regista (anche sceneggiatore) è esordiente, avendo realizzato in precedenza soltanto un cortometraggio, "Megatron", premiato a Cannes nel 2008.

13 giugno 2010

Aurora (Cristi Puiu, 2010)

Aurora
di Cristi Puiu – Romania 2010
con Cristi Puiu, Clara Voda
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Ultimamente il cinema rumeno sta attraversando un buon momento (basti pensare a Mungiu e Porumboiu) e anche questo "Aurora" ha i suoi motivi d'interesse: in parte ricorda addirittura l'assurdità esistenziale di "Dillinger è morto" di Ferreri, pur con le dovute differenze. Vediamo un uomo (interpretato dallo stesso regista) uscire di casa, apparentemente per recarsi a ripulire e imbiancare un vecchio appartamento. Ma porta con sé anche un fucile, con il quale intende compiere una serie di omicidi. Soltanto nel finale ci verrà rivelato il vero significato delle sue azioni. La durata estenuante (tre ore) e la rarefazione dei dialoghi non impediscono di provare una certa curiosità per le azioni enigmatiche del personaggio sullo schermo, che si muove in un contesto urbano e casalingo con spersa inquietudine. Lo stile è compatto e coerente, il ritmo rilassato, con numerosi e lunghi piani sequenza: da un lato lo spettatore è tenuto a distanza, in quanto non gli viene spiegato né fatto capire cosa stia pensando il protagonista (è assente qualsiasi tipo di inserto o di dialogo di carattere didascalico); dall'altro ne diventa però il "compagno di viaggio", visto che l'uomo non viene abbandonato nemmeno per un istante ed è sempre presente sullo schermo per tutta la durata del film. La lunga successione di piccoli gesti, azioni, spostamenti, visite a familiari, inframmezzata dai colpi di fucile che rompono improvvisamente il silenzio, ha un qualcosa di ipnotico che – grazie anche all'iniziale enigmaticità della vicenda – lascia incollati allo schermo fino alla fine.

11 giugno 2009

Racconti dell'età dell'oro (aavv, 2009)

Racconti dell'età dell'oro (Amintiri din epoca de au)
di Hanno Höfer, Razvan Marculescu, Cristian Mungiu, Constantin Popescu, Ioana Uricaru – Romania 2009
con Vlad Ivanov, Diana Cavallioti
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

"L'età dell'oro" era la definizione che la propaganda del partito comunista attribuiva al periodo in cui la Romania era governata da Ceausescu. Questo film a episodi è ambientato appunto negli anni ottanta e racconta cinque "leggende urbane" sullo sfondo della dittatura, con toni che vanno dal grottesco al malinconico, dal sarcastico al (finto) nostalgico. Più che sui personaggi storici, il film si sofferma su figure minori più o meno significative, dai piccoli lavoratori che si arrangiano per sbarcare il lunario a una miriade di funzionari e ispettori troppo solerti o incapaci che si affannano a compiacere i propri superiori, dando vita a un quadro tragicomico e surreale ma a suo modo realistico ed efficace nel rappresentare l'assurdità di quel periodo. Non a caso quasi tutte le storie, più o meno verosimili, sono ambientate in cittadine e province ben lontane dai veri centri di potere e non affrontano temi politici, preferendo divertire lo spettatore con una sorta di commedia degli errori. Fra i registi il più noto è Mungiu, già vincitore della Palma d'Oro con "Quattro mesi, tre settimane e due giorni". Nei vari episodi assistiamo alla mobilitazione di un intero paesino di campagna che si prepara al passaggio di un corteo politico ufficiale, ma le cose andranno storte e tutti i responsabili si ritroveranno (letteralmente e metaforicamente) a girare su una giostra che non può essere fermata; alla stravagante trovata di un ragazzo e una ragazza che si trasformano in imbottigliatori di aria per impadronirsi di una grande quantità di bottiglie vuote da rivendere; alle peripezie di due fotografi incaricati di ritoccare le foto ufficiali di Ceausescu prima che vadano in stampa; alla toccante vicenda di un camionista che trasporta pollame e che pensa bene di rubare le uova che gli animali depongono durante il viaggio; alle vicissitudini di un poliziotto di quartiere al quale il cognato di campagna regala un maiale vivo: non potendo macellare l'animale senza richiamare l'attenzione dei vicini, decide di ucciderlo con il gas, facendolo però esplodere nell'appartamento!

12 giugno 2008

Boogie (Radu Muntean, 2008)

Boogie
di Radu Muntean – Romania 2008
con Dragos Bucur, Anamaria Marinca
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Bogdan, detto "Boogie", è in vacanza con la moglie e il figlio di quattro anni sulla costa rumena del Mar Nero, a Neptun, il paese dove ha trascorso la propria infanzia (e dove Ceausescu aveva una villa). È il primo maggio, l'acqua è ancora fredda e il divertimento latita. Quando incontra due suoi amici, ex compagni di scuola che non rivedeva da tempo, Boogie decide di trascorrere tutta la serata con loro (prima al bowling e poi in discoteca, dove rimorchiano una prostituta), anche se questo scatena il risentimento della moglie. La lite è inevitabile e il peso degli obblighi familiari sembra opprimente. Le incomprensioni reciproche, accumulate nel corso degli anni, si dissolveranno però all'alba con la decisione di comunicare più spesso e con maggiore libertà. Ambientato tutto in una giornata, anzi praticamente in una notte, il film mi è piaciuto per la descrizione dei personaggi (fra ricordi, rimpianti e progetti per il futuro) e dei loro rapporti (Boogie è benestante, mentre i suoi amici sono proletari), ma soprattutto per il flusso della narrazione, che scorre in maniera leggera, continua e naturale.

12 novembre 2007

Un'altra giovinezza (F. F. Coppola, 2007)

Un'altra giovinezza (Youth without youth)
di Francis Ford Coppola – USA/Romania/Italia 2007
con Tim Roth, Bruno Ganz
**1/2

Visto al cinema Apollo.

Dopo dieci anni di inattività (se si eccettua la parentesi di "Supernova"), Coppola torna al cinema con un film assurdo e complesso, affascinante e diseguale, con echi di Lynch e di Greenaway, che mi è piaciuto abbastanza anche se non sempre ne ho colto il senso ultimo e intimo. Tratto da un racconto di Mircea Eliade, celebre storico delle religioni, narra di uno studioso orientalista rumeno che a 70 anni, quando è ormai sull'orlo del suicidio, viene colpito da un fulmine che incredibilmente lo rigenera e lo ringiovanisce, gli dona poteri paranormali e un'ampliamento della memoria e della conoscenza, oltre a sviluppare la nascita di un suo "doppio". Siamo nel 1938, e anche gli scienziati nazisti si interessano a lui. Ma dopo che si è rifugiato nella neutrale Svizzera, la sua vicenda prosegue negli anni '60 quando conosce una ragazza che a sua volta ha subito un'esperienza simile, regredendo sempre più indietro nel tempo e vivendo tutta una serie di incarnazioni precedenti. L'incontro fra i due, tra un viaggio in India e uno a Malta, potrebbe consentire allo studioso di svelare le origini del linguaggio, la nascita della coscienza umana e l'inizio della storia. Nel mediocre "Jack", Coppola aveva presentato un personaggio giovane che invecchiava precocemente. Qui fa il contrario, realizzando con tecnica, calore e passione un film sul tema del tempo, della morte e della rinascita quasi unico nel suo genere, che vive di suggestioni mistiche e metaforiche e che potrebbe degnamente rappresentare il suo testamento artistico. Belli i titoli di testa, "vecchio stile", che elencano attori e staff prima dell'inizio del film e non dopo la conclusione.

13 giugno 2007

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (C. Mungiu, 2007)

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (4 luni, 3 saptamini si 2 zile)
di Cristian Mungiu – Romania 2007
con Anamaria Marinca, Laura Vasiliu
***

Visto al cinema Colosseo con Hiromi, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Il titolo indica il tempo trascorso da quando Gabita, una giovane studentessa, è rimasta incinta. La sua coinquilina Otilia la aiuta a organizzare un aborto clandestino, racimolando i soldi, prenotando una camera d'albergo e contattando il "medico" che dovrà eseguire l'intervento (e che vorrà essere pagato in natura). Ambientato non a caso nella Bucarest del 1987, dunque prima del crollo del regime comunista, il vincitore della Palma d'Oro è un film intenso e straziante, che non condanna e non assolve, rappresentante di quella sorta di neo-neorealismo che spesso trionfa al festival di Cannes (vedi per esempio il cinema dei Dardenne). Tutta la vicenda si svolge nell'arco di meno di una giornata, nel corso della quale seguiamo le disperate peregrinazioni di Otilia (è lei la vera protagonista, non l'amica che deve abortire). Lo stile limpido e diretto di Mungiu fa abbondante uso di piani sequenza, abbinandoli a inquadrature fisse – come nella magnifica scena della cena a casa dei genitori del fidanzato della ragazza – o alla camera a spalla – per esempio nella sua disperata corsa notturna per disfarsi del feto lungo le strade cittadine vuote e bagnate dalla pioggia – e non è accompagnato da orpelli di alcun tipo: niente musica, per esempio (tranne che nei titoli di coda). Ne risaltano così la bravura delle interpreti, ottime nel tratteggiare personaggi complessi e profondi (l'inconscienza di Gabita, la responsabilità e le preoccupazioni di Otilia), e l'ambientazione a base di strade desolate con passanti scostanti, alberghi grigi anche quando ospitano una festa di matrimonio, autobus affollati ma riscaldati dalla solidarietà fra i passeggeri pronti a passarsi un biglietto al momento dell'arrivo dei controllori: un mondo dove in ogni momento possono essere controllati i documenti d'identità. Indimenticabile l'inquadratura che indugia sul feto per pochi e interminabili secondi, grottesco il finale al ristorante davanti a un piatto di carne.

18 giugno 2006

Transylvania (Tony Gatlif, 2006)

Transylvania
di Tony Gatlif – Francia 2006
con Asia Argento, Birol Ünel
**

Visto al cinema Plinius, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Cannes)

Dal regista di "Gadjo Dilo", il solito viaggio fra usi e costumi gitani dell'Europa dell'est. Una ragazza si reca in Transilvania alla ricerca dell'uomo che l'ha messa incinta ed è fuggito. Quando lo trova e viene abbandonata nuovamente, si mette a vagare per il paese in compagnia di un misterioso avventuriero che traffica in oro e oggetti vari. La prima parte del film mi è sembrata insulsa e noiosa, piena di musica gitana e di scene folcloristiche: un perfetto film-cartolina per turisti, che mostra la Romania secondo i più scontati stereotipi. Meglio la seconda, "on the road", con diverse scene divertenti e un po' surreali. Nel complesso, però, una pellicola che non emoziona particolarmente, coinvolge poco e lascia il tempo che trova.
Curiosità: i personaggi parlano fra loro in moltissime lingue diverse (italiano, francese, tedesco, inglese, rumeno, ungherese). Se mai il film dovesse uscire nelle sale italiane, doppiarlo sarebbe una sciocchezza.

14 giugno 2006

A est di Bucarest (C. Porumboiu, 2006)

A est di Bucarest (A fost sau n-a fost?)
di Corneliu Porumboiu – Romania 2006
con Mircea Andreescu, Ion Sapdaru
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes)

Siamo sotto Natale, in un piccolo centro abitato della Romania, a malapena ravvivato dai bambini che fanno esplodere incessantemente i petardi per le strade. Il 22 dicembre, anniversario della liberazione del paese dal dittatore Ceausescu, una scalcinata emittente televisiva locale manda in onda un dibattito per determinare se anche questa città di provincia abbia partecipato in maniera attiva alla conquista della "libertà": si tratta di chiarire innanzitutto se ci sia stata davvero una rivoluzione (il titolo originale significa appunto "C'è stata o non c'è stata?") oppure se tutti siano scesi in piazza quando ormai i giochi erano già stati fatti nella Capitale. Il dibattito è esilarante, grazie agli interventi di un professore ubriacone, perennemente indebitato, e di un anziano pensionato che si veste da Babbo Natale: tutto viene ridimensionato, e alla fine i grandi eventi storici sembrano un po' più piccoli e insignificanti. Un film brillante che strappa molte risate, pur trattando di temi seri e tragici: godibile e divertente, è permeato di un umorismo amaro, essenziale e surreale che ricorda un po' le pellicole di Aki Kaurismäki. Credo che sia stato il primo film rumeno che abbia mai visto. E nonostante già sapessi che il rumeno è una lingua latina, e non slava, mi sono stupito nel sentire come gran parte delle parole fossero comprensibili e simili all'italiano (e anche al francese e allo spagnolo, naturalmente).