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31 gennaio 2021

Eyes wide shut (Stanley Kubrick, 1999)

Eyes wide shut (id.)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1999
con Tom Cruise, Nicole Kidman
***1/2

Rivisto in DVD.

Dopo nove anni di matrimonio, il rapporto fra il giovane medico Bill Harford (Tom Cruise) e la sua bella moglie Alice (Nicole Kidman) si trascina ormai nella noia e nella prevedibilità. L'uomo – cui peraltro non mancano tentazioni adulterine – dà per scontata la fedeltà della moglie, e rimane scosso quando lei gli confida di essere stata lì lì per tradirlo. In una notte in cui vaga sperso per la città, Bill si introduce clandestinamente (e avventatamente) in una festa esclusiva dove una misteriosa setta ha organizzato un'orgia in costume dai connotati quasi religiosi... L'esperienza si rivelerà più pericolosa del previsto ma l'uomo ne uscirà indenne, anche se non tutto si chiarirà il giorno successivo, quando farà ritorno al focolare domestico. L'ultimo film di Stanley Kubrick (che morì tre mesi prima della sua uscita in sala, e solo sei giorni dopo aver consegnato il montaggio finale) esplora i desideri sessuali, le curiosità e le tentazioni più o meno inconsce di una coppia alto-borghese. Tratto dal racconto "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler (co-sceneggiato con Frederic Raphael), ne sposta l'ambientazione dalla Vienna di inizio Novecento alla New York di fine secolo: una trovata geniale, perché c'è un evidente parallelo fra le due città a cento anni di distanza, entrambe centri culturali ed edonistici delle rispettive epoche, luoghi di attrazione ideali per mettere in scena un viaggio notturno nelle fantasie e nei sogni ad occhi aperti, come suggerisce già il titolo (che gioca a capovolgere l'espressione "eyes wide open", "occhi spalancati": una possibile traduzione italiana poteva essere "occhi spalanchiusi") nonché il dialogo fra i due personaggi nel finale, quando ringraziano il destino "per averci fatto uscire senza alcun danno da tutte le nostre avventure, sia da quelle vere che da quelle solo sognate. E nessun sogno è mai soltanto sogno". Lei si chiama Alice, ma a fare un viaggio in un pericoloso "paese delle meraviglie" popolato da strane creature (gli uomini e le donne mascherate alla festa, ma non solo) è soprattutto lui, il vero protagonista della pellicola. Il romanzo di Schnitzler era ambientato durante il Carnevale (il che spiega le maschere veneziane), mentre qui siamo sotto Natale: ma il tema del mascheramento e della finzione è essenziale per la trama, come la contrapposizione fra sogno/fantasia e realtà).

Al di là dei generi in cui alcuni critici hanno provato a inscatolarlo (il thriller erotico o quello psicologico), il film – unico in sé stesso come quasi tutti i lavori di Kubrick – si dipana sul filo di un mistero quasi polanskiano ma anche dell'odissea notturna di un protagonista che entra in contatto con mondi a lui sconosciuti eppure così vicini (fra i membri della élite che partecipano alla festa ci sono sue conoscenze, come il ricco amico e cliente Ziegler). Mentre vaga accompagnato dall'ossessiva immagine, prodotta dalla sua mente, della moglie che amoreggia con uno sconosciuto, Bill avrà tre diverse occasioni/tentazioni di compiere atti di infedeltà (con Marion, la figlia di un suo paziente morto che all'improvviso e inaspettatamente gli dichiara il proprio amore; con Domino, una prostituta che lo abborda per strada e lo conduce in casa sua; e con la figlia minorenne del proprietario del negozio di costumi dove affitta la maschera per andare alla festa), cui resiste non sempre per sua ferma volontà, fino a giungere nella villa fuori città dove si svolge l'orgia. Qui verrà scoperto e smascherato, prima che una misteriosa donna (la cui identità forse sarà chiarita successivamente, o forse no) si "sacrifichi" per consentirgli di uscirne indenne ("Lucky to be alive", recita il titolo di un giornale la mattina successiva). "L'importante è che ora siamo svegli", gli dice Alice, fresca di una nuova comprensione del loro rapporto, che ha superato la noia e le convenzioni (nelle prime scene i due quasi non si guardano, nemmeno quando sono nudi in bagno l'una di fronte all'altro o si baciano davanti allo specchio). Se "il matrimonio rende l'inganno una necessità per le due parti", come afferma il gentiluomo ungherese che balla con Alice a casa di Ziegler (menzogne, finzioni e messinscene, come detto, sono un filo conduttore di tutto il film), la soluzione per recuperare l'intesa sincera fra i due coniugi è soprattutto una: "scopare". Il sesso può dunque essere elemento di frizione (se spogliato dagli aspetti di complicità e condivisione) ma anche di armonia all'interno di una coppia che impara a confidarsi a vicenda i propri sogni e le proprie fantasie, prendendole per quello che sono. E superando così paure e desideri inconsci (legati a questioni di fedeltà: sarà un caso, o uno scherzo del destino, che "Fidelio" è la parola d'ordine con cui Bill ha accesso – ma da solo, senza la moglie – a un mondo di trasgressione?).

Nonostante la grande attesa (dapprima perché si trattava del nuovo lavoro di un regista che mancava dalle sale da 12 anni, durante i quali aveva valutato diversi progetti non portati a termine, il più celebre dei quali era l'"A.I." poi passato a Spielberg; e in seguito perché, dopo la sua morte, era improvvisamente diventato l'ultimo tassello di una filmografia eccezionale), il film ebbe inizialmente un'accoglienza controversa, in particolare negli Stati Uniti, dove la censura aveva fatto "coprire" con artefatti digitali alcune delle nudità nella scena dell'orgia. Come per tutte le pellicole di Kubrick, però (da "Lolita" ad "Arancia meccanica", da "Shining" a "Full metal jacket"), il tempo ne ha accresciuto la fama e la considerazione sotto tutti i punti di vista. Pur tenendo conto del fatto che un autore così perfezionista avrebbe probabilmente modificato ulteriori elementi prima della definitiva uscita nelle sale (il lavoro di post produzione era ancora in corso, in particolare per quanto riguardava il montaggio sonoro e la color correction: la donna mascherata che "salva" Bill durante la festa, per esempio, fu doppiata da Cate Blanchett quando il regista era già morto perché l'attrice inglese Abigail Good non aveva un accento abbastanza americano), lo stile appare compiuto e curato in tutti i particolari, dall'eleganza delle inquadrature ai movimenti di macchina (con l'utilizzo dell'amata steadicam), dalla direzione degli attori alla scelta della musica (la colonna sonora di Jocelyn Pook, con le sue inquietanti sonorità esotiche nei brani durante la festa, è integrata dal valzer n. 2 di Shostakovich, sui titoli sia di testa che di coda, e dalla "musica ricercata" per piano di Ligeti). Cruise e la Kidman, che all'epoca erano marito e moglie, sono bravi e magnetici, anche se a tratti sembrano quasi intimoriti. E il doppiaggio italiano dà a lui una voce (quella di Massimo Popolizio) dal timbro forse un po' troppo giovanile. Nel cast anche Sydney Pollack (Ziegler), Sky du Mont (il gentiluomo ungherese), Marie Richardson (Marion), Rade Šerbedžija (Milich, il proprietario del negozio di costumi), Leelee Sobieski (sua figlia), Vinessa Shaw (Domino) e Fay Masterson (Sally). Todd Field è Nick Nightingale, l'amico pianista che suona con gli occhi bendati (eyes wide shut!). Una curiosità sul cognome del protagonista: Harford è la contrazione di Harrison Ford, il tipo di attore che Kubrick aveva immaginato per la parte.

6 novembre 2019

Full metal jacket (Stanley Kubrick, 1987)

Full Metal Jacket (id.)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1987
con Matthew Modine, Lee Ermey
***1/2

Visto in divx.

Il duro addestramento nel corpo dei marines di un giovane coscritto (Matthew Modine), insieme ad altre reclute, e poi le sue esperienze sul campo di battaglia durante la Guerra del Vietnam, dapprima come giornalista militare nelle retrovie e quindi come combattente in prima linea. L'ennesimo capolavoro di Kubrick nel genere bellico (il più frequentato dal grande regista, che già vi aveva firmato "Paura e desiderio", "Orizzonti di gloria" e, se vogliamo, "Il dottor Stranamore" e "Barry Lindon") è un raggelante ritratto della follia che circonda l'apparato militare, ispirato a un romanzo autobiografico di Gustav Hasford ("The Short-Timers", in italiano "Nato per uccidere"), che ha collaborato alla sceneggiatura. Diviso essenzialmente in due parti, il film è entrato nell'immaginario collettivo soprattutto per la prima sezione (che dura circa quarantacinque minuti), quasi un mediometraggio a sé stante: quella dell'addestramento dei soldati nel campo di Parris Island, in Carolina del Sud, agli ordini di un severissimo istruttore, il sergente maggiore Hartman (Ronald Lee Ermey), che pur di farne dei "duri" ("Non voglio dei robot, ma dei killer") li tartassa con esercizi e punizioni e li umilia verbalmente in continuazione, a partire dai degradanti nomignoli che affibbia loro per identificarli durante il loro soggiorno nel campo (il protagonista, per il suo spirito sarcastico, rimarrà il "soldato Joker" per tutto il film). A essere preso particolarmente di mira, come bersaglio preferito, è un giovane contadino sempliciotto, bonaccione e (purtroppo per lui) sovrappeso, subito rinominato "Palla di lardo" (Vincent D'Onofrio), il più fragile e il meno dotato del gruppo. Hartman riuscirà sì a piegarlo, a disumanizzarlo e a trasformarlo in una macchina da guerra, ma a prezzo della sua sanità mentale.

Se la sezione dell'addestramento è entrata nell'immaginario collettivo (sin dalla sequenza iniziale, quella della rasatura dei capelli a zero con la macchinetta: un rimando al musical "Hair"?) e può essere giustamente considerata come il pezzo forte del film, con il suo esasperato militarismo (talmente agghiacciante da sconfinare spesso nella satira: si pensi al rapporto che i soldati devono instaurare con il proprio fucile, dedicandogli preghiere o chiamandolo con un nome da ragazza), anche quella successiva, pur meno dirompente e originale (ma comunque esteticamente notevole), non è da meno. La guerra è spogliata di qualsiasi eroismo e rivestita invece di disillusione, antiretorica (che emerge nelle "interviste" fatte ai soldati al fronte), incoscienza e infantilismo (basti pensare al finale, con i marines che vanno in battaglia cantando la "Marcia di Topolino": poco prima hanno ucciso a sangue freddo una giovane cecchina vietnamita che era, lei sì, poco più di una bambina). D'altronde gli stessi americani, come abbiamo visto nella prima parte, non erano altro che "bravi ragazzi" costretti spesso controvoglia a trasformarsi in macchine per uccidere, "uomini indistruttibili e senza paura". A farci da guida in questo inferno è lo sguardo sarcastico e disincantato di Joker (in un certo senso il personaggio più equilibrato di tutti), le sue citazioni di John Wayne, il suo humour nero ("Volevo tanto vedere l'esotico Vietnam, il gioiello dell'Asia orientale. Volevo incontrare gente interessante, stimolante, con una civiltà antichissima... e farli fuori tutti"), le sue ambiguità e contraddizioni, come la scelta di sfoggiare un distintivo con il segno della pace e contemporaneamente scrivere "Born to kill" sul proprio elmetto: un riferimento alla dualità dell'essere umano (una "teoria junghiana", spiega a un esterrefatto superiore).

La regia di Kubrick è tagliente ed efficace, con il consueto ampio uso di piani sequenza e carrelli. Le scene di battaglia in Vietnam furono ricostruite e girate in Gran Bretagna: la lunga sequenza dell'assalto del cecchino fra i palazzi della città semidistrutta e in fiamme, in particolare, presenta uno scenario urbano apocalittico che ispirerà, nella sua estetica, tanti videogiochi. La colonna sonora comprende diverse canzoni del periodo in cui si svolge la storia (gli anni sessanta), da "Hello Vietnam" di Johnnie Wright (sui titoli di testa) a "These Boots Are Made for Walkin'" di Nancy Sinatra, da "Surfin' Bird" dei Trashmen a "Paint It Black" dei Rolling Stones. Modine (qui con caratteristici occhiali con la montatura in metallo) aveva già interpretato un soldato in caserma quattro anni prima, nel bel film "Streamers" di Robert Altman. Lee Ermey era stato un vero istruttore di marines durante la Guerra del Vietnam: la sua interpretazione così sopra le righe, urlata e piena di volgarità (gran parte della quale fu scritta o improvvisata sul set: una rarità per Kubrick, che si fidò dell'attore in nome dell'autenticità), ha conquistato il pubblico ed è diventata oggetto di numerose parodie (lo stesso Ermey parodiò sé stesso in "Sospesi nel tempo"). Nel cast anche Adam Baldwin (Animal), Arliss Howard (Cowboy) e Kevyn Major Howard (Rafterman). Il titolo del film fa riferimento a un tipo di pallottole blindate (o "incamiciate" con un metallo più duro). Una nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Rispetto alla versione uscita originariamente nelle sale, la riedizione della Warner altera, chissà perché, alcune battute del doppiaggio italiano (come la frase sul finale, "Fottuta dedizione al dovere", che diventa un più banale "Adesso sei un duro, Joker") ed elimina la localizzazione della marcia di Topolino sulle scene conclusive (che torna ad essere in inglese). Qui un confronto fra le due versioni.

30 maggio 2018

Shining (Stanley Kubrick, 1980)

Shining (The shining)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1980
con Jack Nicholson, Shelley Duvall
****

Rivisto in DVD.

Jack Torrance (Nicholson), scrittore in cerca di pace e di ispirazione, viene assunto per trascorrere l'inverno – insieme alla moglie Wendy (Duvall) e al figlioletto Danny (Danny Lloyd) – nell'Hoverlook Hotel, un albergo isolato sulle Montagne Rocciose del Colorado, da custodire durante i cinque mesi di chiusura stagionale. Ma l'edificio, che è stato costruito su un antico cimitero indiano, ha qualcosa di sinistro: si tratta dei "residui" spirituali delle tragedie che vi sono accadute nel corso degli anni, che Danny (dotato del potere paranormale della "Luccicanza") riesce a percepire, e che – insieme all'isolamento e alla convivenza forzata – portano Jack verso la follia, spingendolo a voler uccidere la sua stessa famiglia. Da un romanzo di Stephen King (adattato da Kubrick insieme a Diane Johnson), forse il più grande film horror di tutti i tempi, un angosciante viaggio nella pazzia e nella dissociazione mentale, condito da elementi soprannaturali e inquietanti. A cominciare dalla stessa ambientazione: l'albergo è enorme, sinistro, labirintico, caratteristiche rese ancora più terrorizzanti dal suo essere vuoto e isolato. Si pensi agli ampi saloni (come quello dove Jack batte a macchina tutto il giorno), ai lunghi corridoi (percorsi da Danny con il suo triciclo, seguìto da dietro dalla steadicam di Garrett Brown, da poco inventata), ai pattern dei pavimenti di marmo e delle moquette (che richiamano a loro volta il labirinto), per non parlare dell'altro labirinto, quello di siepi che si trova all'esterno dell'hotel, dove sarà ambientato il finale del film. Altro elemento inquietante, presentato sin dall'inizio, sono i poteri paranormali di Danny, lo Shining (o "Luccicanza", appunto), che gli consentono di parlare con il suo "amico immaginario" Tony e gli donano visioni precognitrici (le due gemelline massacrate nell'albergo da un precedente custode, o i torrenti di sangue che fuoriescono dagli ascensori e inondano i corridoi: due fra le immagini più terrorizzanti di sempre). Lo stesso potere lo possiede Dick Hallorann (Scatman Crothers), il capocuoco dell'albergo, che cercherà inutilmente di proteggere Danny e la madre dalla furia di Jack; e probabilmente lo stesso Jack, anche se non se ne rende conto: si spiega così la sua capacità di vedere e interagire a sua volta con i "fantasmi" dell'albergo, dal barman Lloyd (Joe Turkel) al cameriere Delbert Grady (Philip Stone), il custode precedente, che lo assecondano e lo guidano sulla strada della follia. Naturalmente tutto può anche essere letto come una semplice metafora dell'alienazione che spinge un uomo, sotto stress e inconsciamente ostile alla propria famiglia, a sterminarla (i fantasmi sarebbero così "riflessi" della psiche dello stesso Jack): ma non si spiegherebbero i brevi momenti in cui il mondo reale e quello soprannaturale entrano fisicamente in contatto, come l'aggressione a Danny nella camera 237 o quando Grady aiuta Jack a uscire dalla dispensa dove Wendy lo ha rinchiuso.

Forse anche a causa dell'interpretazione di Nicholson, Jack Torrance ci appare da subito poco equilibrato e destinato alla follia: il suo ghigno satanico fa già capolino prima che impazzisca del tutto, e il suo atteggiamento – che si fa via via più irritabile e scontroso, oltre che trascurato fisicamente – denota insicurezza, insoddisfazione, mancanza di autostima, un profondo rancore nascosto verso la moglie e il figlio. Tutto precipita quando l'ispirazione per il suo romanzo non arriva: in una delle scene chiave, Wendy scopre che in tutto il tempo che il marito ha trascorso nel salone a lavorare, ha prodotto centinaia di fogli con una sola frase ripetuta ossessivamente, il proverbio "Il mattino ha l'oro in bocca" (in originale era "All work and no play makes Jack a dull boy": Kubrick scelse personalmente i proverbi da utilizzare per gli adattamenti del film nelle varie lingue, girando appositamente scene alternative che purtroppo non sempre i DVD hanno conservato). La magistrale e perfezionistica regia accentua in ogni modo la sensazione di angoscia e di pericolo imminente: lo fa con le inquadrature, i movimenti di macchina, il montaggio, e persino con le didascalie (che si fanno sempre più minimaliste e specifiche: "Martedì", "4pm"). E quando arriva la neve, che isola l'albergo (mettendo fuori uso i telefoni: la radio e il gatto delle nevi saranno poi sabotati dallo stesso Jack), i protagonisti si ritroveranno prigionieri di loro stessi. Da qui il film procede mescolando due generi: l'horror soprannaturale (con le visioni progressivamente più inquietanti di Danny, come la scritta "Redrum" – "Murder" al contrario, da leggere attraverso lo specchio – sulla porta della stanza) e il thriller (con la minaccia di Jack, munito di accetta, verso Wendy e Danny). Celebre la scena (riprodotta poi sulle locandine) in cui l'uomo, ghignante e sardonico, abbatte la porta del bagno in cui si è rifugiata la moglie, gridando "Sono il lupo cattivo!" (in originale diceva "Here's Johnny!", la frase che ha introdotto per anni lo show televisivo di Johnny Carson). Come detto, anche Jack si lascia influenzare dalle presenze nell'albergo e ha simili visioni: la donna nuda nella vasca (che diventa una vecchia putrefatta), gli ospiti nel salone delle feste, lo stesso Delbert Grady (che gli dice "È sempre stato lei il custode dell'albergo", rivelando come Jack sia intrappolato in un loop temporale, il che spiegherà l'enigmatica inquadratura finale del film, quella che mostra l'uomo in una fotografia scattata nell'albergo nel 1921).

Se queste visioni rappresentano dei "residui" del passato ("Sono come figure dentro un libro, non sono cose vere", si dice Danny), la follia di Jack è invece autentica e il pericolo che Wendy e Danny corrono è reale. La trasformazione di una persona amata in una pericolosa minaccia – e dunque la tematica della violenza domestica – è resa palpabile dallo sguardo terrorizzato e angosciato di Shelley Duvall (protagonista di una prova maiuscola, al pari di Nicholson, per quanto entrambi recitino parecchio sopra le righe), per esempio nella scena in cui l'uomo le si rivolge con ironia ("Wendy, tesoro, luce della mia vita... Non ti farò niente... Soltanto, quella tua testolina te la spacco in due..."), mentre lei cerca di tenerlo a distanza sulla scalinata con una mazza da baseball. Forse per lo shock o per la tensione, nel finale anche Wendy comincia a vedere i "fantasmi" dell'Hoverlook Hotel (l'uomo vestito da cinghiale, quello con la testa spaccata), prima che la pellicola si chiuda con l'inseguimento nel labirinto innevato, dove Danny cerca di sfuggire a un Jack zoppicante ma munito di ascia e dove sfrutta uno dei trucchi tipici delle fiabe, quello di camminare a ritroso sui suoi passi per depistarlo con le impronte. Ottima la versione italiana, con l'adattamento curato da Mario Maldesi: Kubrick stesso si complimentò con Giancarlo Giannini, che doppia Jack Nicholson. La colonna sonora, insolita e originale nella sua qualità spettrale (che ricorda in parte "2001: Odissea nello spazio"), è fondamentale nella costruzione della suspense: oltre che al fido/a Wendy Carlos (insieme a Rachel Elkind), ricorre a brani di Bartók, Ligeti e Penderecki. Il film si apre con il tema gregoriano del "Dies Irae" (lo stesso che si sente nella "Sinfonia fantastica" di Berlioz). La canzone nelle scene della festa è "Midnight, the Stars and You" di Al Bowlly. Naturalmente la pellicola è diventata quasi subito un cult movie, citato e rivisitato in innumerevoli occasioni (da serie animate come "I Simpson" al film "Ready player one" di Spielberg). I suoi tanti enigmi, i misteri e le suggestioni (per dirne una: in alcune scene Danny indossa una maglia con il disegno di un razzo e la scritta "Apollo 11", il che ha alimentato le teorie di complotto secondo cui lo stesso Kubrick sarebbe stato coinvolto nei video dei falsi allunaggi) sono stati sviscerati anche in un bel documentario, "Room 237". Ma al di là di tutto ciò che si è scritto e detto, rimane semplicemente un film ipnotico, affascinante e terrorizzante, quasi perfetto nel suo genere. Ciò nonostante, Stephen King si dichiarò insoddisfatto dell'adattamento del suo romanzo, al punto da supervisionare una nuova versione nel 1997 sotto forma di miniserie tv.

30 maggio 2017

Barry Lyndon (Stanley Kubrick, 1975)

Barry Lyndon (id.)
di Stanley Kubrick – GB/USA 1975
con Ryan O'Neal, Marisa Berenson
***

Rivisto in DVD.

Nell'Irlanda di metà Settecento, il giovane e impetuoso Redmond Barry (Ryan O'Neal) è costretto alla fuga dopo aver ferito in duello un ufficiale inglese, promesso sposo di sua cugina (di cui era innamorato). I casi della vita lo porteranno ad arruolarsi nell'esercito di re Giorgio, allora impegnato nella Guerra dei Sette Anni contro la Francia, per poi disertare e finire invece nell'esercito prussiano, alleato degli inglesi. Terminata la guerra, in compagnia dell'avventuriero Chevalier de Balibari (Patrick Magee), Barry farà fortuna dapprima con il gioco d'azzardo, e poi sposando la bella e ricchissima Contessa di Lyndon (Marisa Berenson), il cui nome aggiungerà al suo. Ma l'insano desiderio di ottenere a propria volta un titolo nobiliare inglese, e l'inimicizia del figlio di primo letto della Contessa, Lord Bullingdon (Leon Vitali), gli faranno perdere tutto. Da un romanzo ottocentesco di William M. Thackeray (l'autore del "Falò delle vanità"), adattato con qualche libertà, uno dei film di Stanley Kubrick più ambiziosi e celebrati (almeno dal punto di vista tecnico). Stupefacente la ricostruzione storica: non solo per quanto riguarda scenografie e costumi (giustamente premiati con l'Oscar), ma soprattutto per la cinematografia. La fotografia di John Alcott dona una qualità pittorica alla pellicola, tanto nelle scene in esterni (dove vengono valorizzati i paesaggi e i cieli nuvolosi) quanto in quelle in interni (che sembrano uscire da dipinti d'epoca). Celebre fu la scelta di girare soltanto con luce naturale: per poter catturare la fioca illuminazione delle candele o delle lampade ad olio, per esempio, Kubrick dovette ricorrere a speciali macchine da presa con lenti ultra-veloci, messe a punto dalla Zeiss per la NASA. Il regista, naturalmente, ci aggiunge del suo: il film è graziato dal consueto talento per la composizione della scena, dalla cura di ogni dettaglio, dalle lente carrellate in funzione narrativa (splendida, per esempio, la sequenza del primo bacio fra Barry e Lady Lyndon sulla veranda), che donano all'intera pellicola un senso di perfezione formale senza pari. Lungo (tre ore), lento, ma di certo esteticamente bellissimo!

Un narratore velatamente ironico ci accompagna durante tutto il racconto della vita di Barry, una storia di ascesa e caduta punteggiata dai duelli (con la spada ma soprattutto con la pistola), alcuni dei quali – da quello iniziale con il capitano inglese a quello finale con il figliastro – restano fra i momenti più memorabili del film. Le accuse di freddezza e di eccessivo formalismo che alcuni hanno rivolto alla pellicola cadono di fronte ad episodi ad alta intensità emotiva (la breve storia d'amore con la contadina tedesca, il dramma della morte del figlio Bryan), all'attenzione verso figure tragiche come la Contessa di Lyndon, o quasi comiche come lo Chevalier (uno dei diversi "mentori" che accompagnano la crescita di Barry: prima di lui ci sono l'amico ufficiale Grogan e poi il capitano prussiano Potzdorf). Barry stesso, nel corso della sua esistenza, ricopre diversi ruoli (soldato, disertore, eroe di guerra, spia e controspia, giocatore d'azzardo, arrampicatore sociale, affermato nobiluomo, e infine alcolizzato in disgrazia), così come evolve il suo rapporto con gli altri, che si tratti di onore (certe volte ci appare meschino e codardo, altre volte onesto e coraggioso) o di amore (passa da giovane romantico e idealista a vuoto e disilluso). La colonna sonora di Leonard Rosenman riarrangia diversi brani di musica barocca e classica, in particolare la sarabanda dalla Suite n. 4 HWV 437 di Händel (anche sui titoli di coda) e l'andante con moto dal Trio n. 2 D.929 di Schubert. Il castello in Irlanda dove furono girate la maggior parte delle scene della seconda parte andò distrutto per un incendio pochi mesi dopo la fine delle riprese. Nel complesso, "Barry Lyndon" è il film di Kubrick dove l'immagine ha il maggior peso. Più che il destino dei suoi personaggi, ai quali comunque si affeziona e il cui comportamento non giudica mai, al regista sembra interessare soprattutto ritrarli come in un quadro d'epoca, e anche per questo la pellicola si sposa perfettamente con la sua ambientazione storica (c'è chi ha detto che si tratta della "più ampia e rigorosa rappresentazione del Settecento che il cinema abbia mai prodotto"). Con quattro Oscar vinti (costumi, scenografie, fotografia e colonna sonora), alla pari di "Spartacus", è stato il film di Kubrick che ha riscosso il maggior riscontro di critica alla sua uscita. E ha influenzato, fra gli altri, Ridley Scott ("I duellanti") e Martin Scorsese ("L'età dell'innocenza").

30 agosto 2016

Arancia meccanica (Stanley Kubrick, 1971)

Arancia meccanica (A Clockwork Orange)
di Stanley Kubrick – GB/USA 1971
con Malcolm McDowell, Patrick Magee
****

Rivisto in DVD.

Il giovane Alex (Malcolm McDowell) è a capo di una banda di teppisti che trascorrono le serate a bere "latte più" (ovvero "potenziato" con varie droghe) e a praticare quella che senza mezzi termini chiamano "ultra-violenza": pestare barboni, battersi con altre gang e compiere irruzioni in case isolate – come quella dello scrittore Frank (Patrick Magee) – per distruggere ogni cosa, malmenare gli inquilini e stuprare le donne. Incurante delle conseguenze delle proprie azioni, trascurato dai genitori e seguito inutilmente dai servizi sociali, Alex viene infine arrestato e portato in prigione quando è tradito dai suoi stessi compagni dopo aver provocato la morte di una delle sue vittime. Qui sarà scelto dal governo autoritario – che intende svuotare le carceri dai criminali comuni per riservarle invece a quelli politici – come cavia per un trattamento sperimentale che mira a riabilitare forzatamente i detenuti: la “cura Lodovico”, un condizionamento psicologico che lo spingerà ad associare nausea e malessere fisico ad ogni atto di violenza, impedendogli così di commettere del male... Da un romanzo di Anthony Burgess (che Kubrick, come suo solito, adatta molto liberamente, omettendo per esempio il capitolo finale in cui Alex si redimeva, capitolo peraltro eliminato anche nell'edizione americana del libro; ma manca anche ogni riferimento al significato del titolo), un capolavoro sui temi della violenza, dell'etica e del libero arbitrio. Dopo la cura, Alex diventa “buono” per costrizione, non per scelta, e non perde mai veramente la pulsione verso il male. Una volta liberato e reinserito nella società, inoltre, il ragazzo si ritrova vittima di tutti coloro che aveva incontrato nella vita precedente, come in una sorta di contrappasso (il barbone, i genitori, i suoi ex compagni, lo scrittore). Il finale, sardonico, rimette le cose a posto.

Ambientato in Inghilterra e in un futuro prossimo, il film appartiene a quel genere distopico così popolare nella fiction britannica sin dai tempi di Orwell e Wells, ma affronta temi di attualità come la delinquenza minorile e l'efficacia del sistema punitivo ed educativo. La rappresentazione della violenza, degli stupri e del sadismo dei vari personaggi (non soltanto Alex e compagni, ma anche le autorità, a partire dalla polizia) fu alquanto controversa all'epoca, ma la collocazione in un mondo alternativo (evidente nelle architetture, nell'arredamento, nelle vetture e negli abiti) contribuisce a renderla – almeno in parte – astratta, trasformando l'intera vicenda in una riflessione morale sul significato del bene e del male. In certi momenti, la società in cui si svolge il film sembra immorale e anestetizzata alla violenza tanto quanto Alex: si pensi ai suoi genitori, praticamente impassibili di fronte alle vicende del figlio, al sadismo della polizia o al diffuso erotismo quasi pornografico nella vita di tutti i giorni (l'arredamento del Korova Milk Bar o quello della clinica per dimagrire in cui vive la “donna dei gatti”). A contribuire al world building, uno degli aspetti più interessanti del film (nonché quello che colpì maggiormente Kubrick quando lesse il romanzo) è il linguaggio utilizzato da Alex e compagni: un misto di neologismi, slang (“drughi”, “gulliver”), formule (“right-right”), costrutti lessicali (“ultra-violenza”, “il dolce su-e-giù”), e termini di origine russa (“karasho”, “devochka”), ottimamente reso nell'adattamento italiano di Riccardo Aragno e nel doppiaggio diretto da Mario Maldesi (supervisionati dallo stesso Kubrick). Nelle loro scorribande, Alex e i suoi drughi (“compagni”) indossano una sorta di uniforme – abito bianco con sospensori che ricorda una divisa da cricket, bombette o cilindri neri, ciglia finte, ed eventualmente maschere durante le irruzioni – che identifica la loro banda (quella rivale di Billy Boy, per esempio, veste in abiti militari), come ad anticipare “I guerrieri della notte”.

L'aspetto satirico, già presente in altre opere kubrickiane (come “Il dottor Stranamore”), oltre che nella natura della cura stessa ("Lei si sente male perché comincia a stare meglio", dice l'infermiera ad Alex), risalta qui in personaggi come l'assistente sociale, il signor Deltoid (Aubrey Morris), o il direttore della prigione (Michael Bates), per non parlare dell'ipocrisia del ministro (Anthony Sharp), rappresentante di un governo con tendenze totalitariste (non che gli oppositori, come Frank e i suoi seguaci, siano descritti con maggior indulgenza: entrambe le parti intendono usare Alex a fini politici). Gli ambienti sono valorizzati dalle consuete geometrie e dalle ampie carrellate che caratterizzano la regia attenta e precisa di Kubrick: ricordiamo lo zoom all'indietro che apre la pellicola e che dal primo piano di Alex finisce a mostrare gli interni del Korova Milk Bar, ma anche i due movimenti identici quando Alex suona alla porta di Frank (la prima volta, la macchina da presa si sposta verso destra mostrando la moglie dello scrittore; la seconda volta, al posto della donna c'è invece una guardia del corpo). Fra i momenti memorabili di regia, anche quello in cui Alex ascolta in casa sua “La gran Nona del Ludovico Van”, con le inquadrature che staccano sui vari dettagli dell'arredamento della sua stanza (dal poster sul muro alle quattro statuette di Cristo: il tema tornerà più avanti, quando – in prigione – Alex si immagina di partecipare alla flagellazione di Gesù). Per non parlare della scena accelerata in cui Alex si intrattiene in camera propria con due ragazze abbordate in un negozio di dischi, che si rispecchia in quella invece rallentata in cui il giovane si vendica dei due “drughi” che avevano messo in dubbio la sua autorità (entrambe le scene sono accompagnate dalla musica di Rossini).

E proprio la colonna sonora gioca un ruolo fondamentale. Alla musica elettronica di Walter (non ancora Wendy) Carlos, che ingloba motivi classici come il "Funeral of the Queen Mary" di Purcell o il tema medievale del "Dies Irae" (lo stesso che sarà riutilizzato da Kubrick anche in “Shining”), si affiancano le ouverture de “La gazza ladra” e del “Guglielmo Tell” di Rossini (spesso utilizzate come commento musicale alle “imprese” di Alex e dei suoi drughi), le “Pomp and Circumstances” di Elgar, ma soprattutto – in chiave diegetica – la nona sinfonia di Beethoven. Come già detto, Alex è un grande fan del compositore tedesco. E quando viene sottoposto al condizionamento artificiale, che consiste nell'assistere alla proiezione non-stop di film violenti (gli occhi vengono mantenuti spalancati da un “fissapalpebre”, mentre un addetto provvede a versare gocce di collirio), per coincidenza proprio la nona di Beethoven fa da commento musicale a un video su Hitler e l'olocausto, cosicché Alex si ritrova condizionato ad associare il proprio malessere anche a quella musica che tanto amava. A proposito di Beethoven, il film accatasta tanti riferimenti incrociati: il trattamento cui Alex viene sottoposto si chiama “Cura Lodovico”, il campanello in casa dello scrittore fa risuonare le prima quattro note della quinta sinfonia, un piccolo busto dello scrittore si intravede – fra i tanti dipinti e le sculture erotiche – in casa della donna dei gatti. La musica ha infine un altro ruolo chiave nella trama: la canzone “Singin' in the rain”, che Alex canta al momento dell'irruzione in casa di Frank, lo tradirà quando la intonerà nuovamente dopo essere stato accolto da lui, che non lo aveva riconosciuto. Ultimo riferimento musicale: nel negozio di dischi è in bella mostra un album con la colonna sonora di “2001: Odissea nello spazio”.

22 luglio 2014

2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968)

2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1968
con Keir Dullea, Gary Lockwood
****

Rivisto in Blu-ray, con Sabrina.

"L'alba dell'uomo": in una Terra ancora primitiva e inospitale, un gruppo di scimmie antropoidi sopravvive a fatica, fino a quando l'improvvisa comparsa di un misterioso monolito nero sconvolge la loro esistenza. Sotto il suo influsso, una delle scimmie scopre di poter usare un osso come arma per procurarsi il cibo o per sconfiggere i rivali. Con uno dei salti logici e temporali più celebri della storia del cinema (l'osso, scagliato in aria dalla scimmia, rotea nel cielo e si trasforma in un modulo orbitante attorno al pianeta), passiamo all'inizio del ventunesimo secolo, quando l'uomo ha costruito stazioni spaziali intorno alla Terra: un monolito del tutto identico al precedente (o forse lo stesso), di evidente origine extraterrestre, viene rinvenuto sulla Luna, sepolto da quattro milioni di anni.
"Diciotto mesi dopo - In missione verso Giove": per svelare il mistero del monolito, che emette un messaggio radio in direzione di Giove, un'astronave (la "Discovery") viene inviata verso quel pianeta. A bordo ci sono cinque uomini (di cui tre ibernati) e il supercomputer senziente HAL 9000, che però nel corso del viaggio impazzisce e tenta di sterminare l'equipaggio. Sopravvive soltanto David Bowman, che riesce a disattivare il computer.
"Giove e oltre l'infinito": dopo essere passato attraverso una strana dimensione, Bowman vive incredibili esperienze: in particolare vede sé stesso invecchiare, morire e rinascere come "Bambino delle Stelle", una sorta di feto spaziale, nuovo stadio dell'evoluzione.

Pietra miliare della storia del cinema e chiave di volta nella carriera di Kubrick (che con essa acquisisce definitivamente anche agli occhi della critica lo status di "autore" in tutto e per tutto: nonostante nella sua filmografia non fossero mancati i successi – "Spartacus", "Lolita", "Il dottor Stranamore" – il regista era infatti percepito quasi come una figura di secondo piano rispetto agli interpreti o ai soggettisti di quelle opere), "2001" rappresenta un'esperienza sensoriale senza precedenti nel campo della settima arte. È considerato da molti il film di fantascienza più importante di tutti i tempi (diciamo che si gioca il podio con "Metropolis" e "Guerre stellari": pellicole diversissime fra loro, ma che hanno avuto un'influenza profonda e duratura non solo sul genere della SF ma sul cinema in generale), e questo nonostante l'impostazione dichiaratamente filosofica e antinarrativa che lo rende un kolossal sperimentale, a tratti ai limiti della videoarte. "Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film", ha dichiarato il regista. "Io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio". Puntando sulle suggestioni simboliche (e quasi mistiche), sulla qualità delle immagini, sulla musica e sugli effetti visivi (davvero stupefacenti per l'epoca: fra i responsabili figura Douglas Trumbull), Kubrick compie scelte volutamente criptiche che vanno a discapito di elementi del cinema tradizionale, come la recitazione (nessuno degli attori è passato alla storia per la sua interpretazione) o la struttura narrativa (che giusto nell'episodio di HAL 9000 "monta" a un certo livello di tensione). L'ultimo dei quattro "atti" in cui tradizionalmente si divide la pellicola, ovvero quello del viaggio psichedelico di Bowman, è emblematico: una sorta di "cancello stellare", al cui passaggio si dischiudono luoghi spazio-temporali mai visti e mai sperimentati prima dall'uomo, in una catena di immagini dove le normali dimensioni non hanno più senso (anche se diverse riprese sono evidentemente quelli di luoghi o paesaggi terrestri con filtri o viraggi di colore per renderli alieni o esotici). Prodotto da uno studio statunitense (la Metro Goldwyn Mayer), il film fu realizzato interamente in Inghilterra, dove Kubrick aveva girato anche i suoi due lavori precedenti.

Sceneggiato insieme allo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke (che si ispirò ad alcuni suoi racconti e che quasi contemporaneamente pubblicò l'omonimo romanzo), il film affronta temi ad ampio spettro come quelli dell'evoluzione umana, del rapporto con possibili entità extraterrestri, del viaggio attraverso il tempo e lo spazio, della percezione relativistica di essi, oltre che lo sviluppo della tecnologia, dell'intelligenza artificiale e dell'esplorazione dello spazio. Ma il contesto non è certo quello avventuroso o da space opera che permeava la fantascienza vista fino ad allora al cinema o in televisione ("Star Trek", "Il pianeta proibito", i tanti B-movie): per la prima volta forse dopo l'epoca delle sperimentazioni a tutto campo del cinema muto, la fantascienza assurge al rango di cinema di serie A, inaugurando una breve e fortunata stagione che si sarebbe conclusa dopo una decina d'anni con l'avvento di Lucas e Spielberg e la nascita del blockbuster fantascientifico di intrattenimento rivolto a un pubblico adolescenziale. Molte le caratteristiche che concorrono a renderlo un film unico e memorabile. La pellicola si apre con una lunga introduzione con lo schermo nero, riempito solo dalle sonorità inquietanti della musica di Ligeti: una sorta di "ouverture" come quella che Kubrick aveva utilizzato in "Spartacus" (e che si usava talvolta all'epoca in pochissimi lungometraggi particolarmente lunghi o epici: altri casi celebri sono quelli di "Lawrence d'Arabia" e "Il dottor Zivago"). Allo stesso modo, a metà film c'è una "intermissione", e al termine un prolungato schermo nero finale (tutte sequenze che vengono abitualmente tagliate quando il film passa in televisione, e dunque visionabili soltanto al cinema o in home video). A tratti lo stile del regista sembra sovrastare il contenuto: dal punto di vista visivo, è evidente la ricerca di geometrie nella composizione delle immagini, nella messa in scena degli ambienti e nella collocazione dei personaggi all'interno di essi (basti pensare alla hostess che si muove nello shuttle, o a Bowman che si esercita correndo nel modulo circolare dell'astronave, o ancora a tutte le sequenze che mostrano l'occhio circolare e inquietante di HAL 9000; e naturalmente allo stesso monolito nero, forma geometrica perfetta, le cui dimensioni sarebbero proporzionali a 1:4:9, ossia i quadrati dei primi tre numeri interi).

Le scenografie sono realistiche e particolarmente curate. Gli shuttle, la stazione orbitale, l'interno del "Discovery" (l'astronave che viaggia verso Giove) sono bianchi, asettici, finalizzati non soltanto a trasmettere l'idea di un immaginario futuro ma anche a mettere in risalto le figure degli uomini al loro interno. A questi scenari "futuribili" fa da impressionante contrasto il senso di "passato" (sarebbe forse meglio dire che ci troviamo "fuori dal tempo") comunicato dalla camera da letto settecentesca in cui si ritrova Bowman nel finale, arredata con mobili d'antan ma anche con una pavimentazione all'avanguardia, e comunque impregnata da una luce soffusa di chiara origine artificiale. La sequenza è inquietante quasi soltanto per le scelte di art direction (lo scenografo Anthony Masters fu nominato agli Oscar, così come Kubrick per la regia e, insieme a Clarke, per la sceneggiatura: l'unica statuetta vinta fu però quella per gli effetti speciali visivi). D'altronde, che il regista intendesse il film come una "esperienza primariamente non verbale" è evidente da tutte le sue scelte: le immagini e le musiche contano assai più dei dialoghi, che sia nell'incipit (con le scimmie) sia nel finale (il viaggio di Bowman) sono del tutto assenti. Tuttavia non mancano momenti (le scene con HAL su tutte) dove "le parole sono importanti" (cit. morettiana). Ma lo stesso HAL non ha bisogno di udire le parole degli astronauti per comprenderne le intenzioni: il computer ha infatti l'incredibile capacità di leggere le loro labbra! Dicevamo della colonna sonora, che svolge un ruolo davvero essenziale nell'economia della pellicola: inizialmente Kubrick aveva incaricato i compositori Alex North (con cui aveva lavorato in "Spartacus" e "Stranamore") e Frank Cordell di realizzare musica originale per il film, di impronta pare mahleriana. Ma alla fine scelse invece di ricorrere ad alcuni brani di musica classica: oltre al citato Ligeti ("Atmospheres"), è diventato ormai iconico l'utilizzo dell'incipit di "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss (ormai indelebilmente associato a questo film, e pluri-ricorrente in innumerevoli parodie e citazioni) e del valzer "Sul bel Danubio blu" di Johann Strauss figlio, abbinato a uno strepitoso "balletto" nello spazio fra lo shuttle e la stazione orbitale. Infine, la soundtrack è completata dall'Adagio dal "Gayane" di Aram Khachaturian (nelle sequenze che mostrano la routine di Bowman e Poole a bordo della missione verso Giove): un brano molto emozionale, ripreso fra l'altro molti anni dopo da Jerry Goldsmith in "Aliens".

Dunque, "2001" è tutto forma e niente contenuti? Per nulla. I temi, come già detto, sono tanti e pure "di spessore": l'evoluzione umana (compresa la deriva sull'intelligenza artificiale), l'esplorazione dello spazio, il contatto con un'altra civiltà. E ancora: la nascita della violenza e della guerra, ma pure il suo superamento attraverso la cooperazione internazionale (mitica la scena dei russi sulla stazione orbitante, ancor più significativa se si pensa che nel 1968 si era in piena Guerra Fredda: ma già nel precedente "Stranamore" Kubrick aveva dimostrato di auspicare, a modo suo, un dialogo fra le due superpotenze). C'è chi dice che il film non abbia un vero protagonista. Anche in questo caso, è errato: i protagonisti sono essenzialmente tre, ovvero Bowman (l'eroe finale, paladino di tutta l'umanità e novello Ulisse alla scoperta dell'inesplorato: nel titolo la parola "Odissea" non è certo casuale), HAL 9000 (la figura che rimane più impressa nella mente dello spettatore) e naturalmente il monolito nero (icona, collante e catalizzatore dell'intera pellicola). Ci sono poi tre figure minori ma fondamentali per l'economia della trama: la scimmia Guarda-la-Luna che scopre la "tecnologia", il dottor Heywood R. Floyd (interpretato da William Sylvester) e Frank Poole, il secondo membro dell'equipaggio del "Discovery". Molta curiosità ha destato il fatto che il nome di HAL, il computer senziente che scopre di essere fallibile e per questo motivo impazzisce, sembra derivare dalle lettere che precedono di una, nell'ordine alfabetico, quelle di IBM (sigla che a quei tempi era quasi sinonimo di computer). In realtà, come spiegò lo stesso Clarke, si tratta solo di una coincidenza: la sigla HAL starebbe per "Heuristically ALgoritmic". In ogni caso, il suo sensore visivo (l'occhio rosso che scruta minaccioso ogni cosa) e la toccante scena della sua disattivazione (man mano che vengono estratti i moduli di memoria e di logica, il computer decade a un livello infantile, fino a spegnersi mentre intona la canzoncina "Giro Girotondo"; nella versione originale, il brano era "Daisy Bell") lo rendono indimenticabile. La voce italiana di HAL è di Gianfranco Bellini (in inglese era di Douglas Rain).

Nel 1968 l'anno 2001, in fondo non troppo distante, sembrava tuttavia ancora molto lontano: una sensazione accentuata dal fatto che si trattava dell'alba di un nuovo millennio. Ora che l'abbiamo superato da un po', può essere divertente andare a vedere se la tecnologia presente nella pellicola risulta ancora credibile, e in generale se le sue previsioni si sono avverate. Indubbiamente sono più le cose azzeccate che quelle errate, almeno per la media dei film di fantascienza. Per dirne una, già l'anno seguente l'uomo arrivò sulla Luna (e le scene girate nello spazio appaiono quanto mai realistiche: non c'è traccia di suoni o di esplosioni nel vuoto come invece le saghe action-avventurose da "Flash Gordon" in poi ci hanno abituato, e tanto i movimenti a gravità zero quanto quelli all'interno delle astronavi, dove la gravità è invece prodotta dalla rotazione dei moduli, sono del tutto attendibili). Certo, non abbiamo ancora voli di linea (targati Pan Am!) fra la Terra e la Stazione Spaziale Internazionale, ma di contro gli schermi piatti sono ormai diffusi ovunque, effettuamo abitualmente videotelefonate (anche se non dallo spazio: a proposito, la bambina che interpreta la figlia del dottor Floyd è Vivian Kubrick, figlia dello stesso Stanley) e in generale il design di molte tecnologie sembra davvero essersi rifatto a quello del film. Che la realtà possa essersi ispirata alla fantasia è testimoniato anche dalle teorie di complotto secondo cui Kubrick sarebbe stato il regista, per conto della NASA, delle presunte false immagini dell'allunaggio dell'Apollo 11. Anche la sequenza in cui Bowman rientra nell'astroname rimanendo per un breve istante immerso nel vuoto dello spazio, unico momento che parrebbe un'esagerazione cinematografica, è in realtà stato considerato verosimile da parte degli esperti. Tuttavia la previsione su cui molti nel 1968 avrebbero scommesso come attendibile, che invece non si è avverata, è quella della nascita di supercomputer senzienti. Lo sviluppo di un'intelligenza artificiale era un obiettivo che molti ritenevano ormai prossimo, ma che è rimasto sempre ben lontano dall'essere raggiunto, forse anche per un'errata intepretazione del termine "intelligenza". Da notare che l'argomento affascinava molto Kubrick, tanto da fargli mettere in cantiere un altro film intitolato appunto "A.I." ("Artificial Intelligence"), che non riuscì a girare prima della morte e il cui progetto passò poi nelle mani di Steven Spielberg.

In realtà il film non si svolge nel 2001, o almeno non interamente: a parte ovviamente l'incipit con le scimmie ("L'alba dell'uomo", appunto) e la sequenza finale con Bowman (dove il tempo non pare aver più significato), fra le due sezioni centrali (quella del dottor Floyd e quella del viaggio del "Discovery") ci sono diciotto mesi di differenza: almeno una delle due, dunque, è ambientata nel 2000 o nel 2002. L'indicazione cronologica nel titolo va dunque interpretata in senso simbolico, come indicazione di un futuro prossimo ("oltre la frontiera del nuovo millennio"). Fra le tante eredità lasciate dalla pellicola c'è purtroppo la "moda", diffusasi negli anni seguenti soprattutto in Italia (e anche nei casi in cui nel titolo originale non ce n'era traccia), di premettere un anno futuribile nei titoli di film di fantascienza, forse per far capire immediatamente allo spettatore a quale genere appartenesse la pellicola che stava per vedere: alcuni esempi fra i tanti sono "1997: Fuga da New York" (che in originale era semplicemente "Escape from New York"), "2022: I sopravvissuti" (in originale "Soylent Green"), "1999 - Conquista della Terra" ("Conquest of the Planet of the Apes"), "2013 - La fortezza" ("The fortress"), per non parlare di "2002: la seconda odissea" ("Silent Running") che il titolo addirittura spacciava come sequel del film di Kubrick. Un autentico seguito, in effetti, fu però realizzato dopo qualche anno: si tratta di "2010 - L'anno del contatto" di Peter Hyams, tratto dal primo dei tre romanzi che Clarke scrisse come seguiti ufficiali. Kubrick però non ci ebbe nulla a che fare (il regista addirittura aveva distrutto set, modellini e costumi nel timore che qualcun altro avesse voluto riutilizzarli). Pochi film hanno comunque avuto un'eredità consistente come "2001: Odissea nello spazio", non solo nel cinema ma in tanti altri campi. Jack Kirby ne disegnò un adattamento a fumetti passato alla storia (pubblicato anche in Italia in un'impressionante edizione di formato gigante). Di certo, in campo cinematografico, il film ha rappresentato uno spartiacque (non fu più possibile realizzare pellicole di fantascienza nello stile dei B-movie da drive in come in precedenza) e pose le basi per una rappresentazione realistica della tecnologia che sarebbe rimasta per almeno un decennio. A modo loro, e pur andando in direzioni diverse, gli sono debitori Spielberg ("Incontri ravvicinati del terzo tipo"), Scott ("Alien"), Zemeckis ("Contact") e Nolan ("Interstellar"), per non parlare di autori non anglosassoni come Tarkovskij (il cui "Solaris" fu pubblicizzato come "la risposta sovietica a 2001").

30 maggio 2009

Il dottor Stranamore (S. Kubrick, 1964)

Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove, or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb)
di Stanley Kubrick – GB 1964
con Peter Sellers, George C. Scott
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Rivisto in DVD, con Marisa.

Il paranoico generale americano Jack D. Ripper (ovvero "Jack lo squartatore"), convinto che i comunisti stiano avvelenando le risorse idriche del mondo e contaminando i "fluidi corporei" degli uomini liberi, ordina alla sua flotta di bombardieri nucleari di scatenare un attacco preventivo contro l'Unione Sovietica. Il Presidente degli Stati Uniti, riunito nella war room con il suo staff, cerca di risolvere la crisi coinvolgendo l'ambasciatore russo e tentando di richiamare indietro gli aerei, anche perché nel frattempo i sovietici hanno messo segretamente in funzione l'ordigno-fine-di-mondo, un deterrente che in caso di esplosione nucleare porrà fine alla vita sulla Terra. Ma uno dei bombardieri non torna alla base e riesce a sganciare il missile atomico, che il pilota cavalca come un mandriano texano (in una delle scene più famose della storia del cinema). L'ex scienziato nazista Stranamore, consigliere del presidente, ha comunque i suoi folli piani per gestire le conseguenze del disastro... Uno dei grandi capolavori di Kubrick è anche uno dei più celebri film sulla guerra fredda e sull'incubo del conflitto nucleare (la crisi dei missili di Cuba risaliva a pochi mesi prima), caratterizzato da una vena satirica che non fa sconti a nessuno, dalle performance del grande Peter Sellers che interpreta tre personaggi (il comandante Lionel Mandrake della RAF, il presidente degli Stati Uniti e naturalmente il dottor Stranamore; avrebbero dovuto essere quattro, ma all'ultimo momento il ruolo del pilota texano T.J. "King" Kong venne affidato al caratterista western Slim Pickens) e dalle inquietanti sequenze ambientate nella stanza della guerra (che in realtà non esiste: si dice che Ronald Reagan, non appena eletto presidente degli Stati Uniti e stabilitosi a Washington, abbia chiesto di visitarla: allo staff che gli spiegava che non c'era nessuna war room, avrebbe risposto: "Ma io l'ho vista in un film!", riferendosi appunto a "Stranamore").

Kubrick ebbe la grande idea di impostare la pellicola su toni umoristici e satirici che, a quanto pare, erano invece assenti nel libro su cui si basa la sceneggiatura, "Red alert" di Peter George, senza risparmiarsi simboli fallici, astruse paranoie, doppi sensi visionari, momenti surreali e pungenti frecciate contro l'ottusità di politici, militari e scienziati. Il risultato non è solo un atto d'accusa contro la corsa agli armamenti e le logiche distruttive dei militari, ma anche un efficace pamphlet contro il complottismo (ante litteram!), la stupidità umana e i rischi dell'efficientismo tecnologico (tanto l'ordigno-fine-di-mondo quanto il piano di rappresaglia aerea degli americani sono sistemi che una volta messi in moto non possono più essere fermati). Sellers aveva fatto le prove generali per il personaggio del dottor Stranamore nel precedente film girato con Kubrick, "Lolita", dove in una sequenza si era finto uno psicologo tedesco: ma le scene con il braccio meccanico che impazzisce, fa il saluto nazista e cerca di strangolare lo stesso Stranamore sono state improvvisate dall'attore durante le riprese e davanti al resto del cast che a fatica tratteneva le risate. Ottime e memorabili anche le prove di Sterling Hayden (il folle generale Ripper) e soprattutto di George C. Scott (l'infantile e guerrafondaio generale Turgidson), e ricche di fascino le sequenze che vedono i bombardieri (in realtà dei semplici modellini) sorvolare l'Unione Sovietica (in realtà la Scandinavia e il Circolo Polare Artico), per non parlare dei titoli di testa che mostrano il rifornimento in volo di un B52 come se si trattasse di un rapporto sessuale e l'abbinamento fra le immagini delle esplosioni atomiche e la canzone "We'll meet again".

16 aprile 2009

Lolita (Stanley Kubrick, 1962)

Lolita (id.)
di Stanley Kubrick – GB 1962
con James Mason, Sue Lyon
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Rivisto in DVD, con Marisa.

Humbert Humbert, intellettuale europeo trasferitosi per lavoro in una cittadina americana, rimane folgorato dalla bellezza della quattordicenne "ninfetta" Lolita, al punto da sposarne la madre pur di poterle stare vicino. Dopo la morte (accidentale) della donna, si trasferirà con la ragazzina in un'altra città, ma i sospetti, la gelosia e la paranoia gli impediranno di vivere tranquillo insieme a lei. Tratto dal celebre e "scandaloso" romanzo di Vladimir Nabokov (che ha collaborato alla sceneggiatura, peraltro ampiamente rimaneggiata da Kubrick), è il film che ha portato il nome del regista definitivamente all'attenzione della critica e del grande pubblico. Visto l'argomento pruriginoso (ma sullo schermo non ci sono mai scene volgari o sessualmente esplicite, anche se è facile intuire cosa accade fra una dissolvenza e l'altra), Kubrick ha dovuto lottare duramente contro la censura dell'epoca, andando a girare in Inghilterra anziché negli Stati Uniti, innalzando l'età del personaggio (che nel romanzo ha solo dodici anni) ed eliminando alcuni dei passaggi più controversi (in alcune interviste successive, il regista si è lamentato di non aver potuto rendere più evidente l'attrazione erotica fra i due protagonisti). Anche così, tuttavia, la tensione psicologica rimane a livelli alti per tutto il film, mentre la scelta di cominciare la pellicola dal finale del libro (la resa dei conti fra Humbert e il suo "rivale" Quilty) e di narrare il resto attraverso un flashback aggiunge profondità alla seconda parte della vicenda, quella "on the road". Oltre ai due personaggi principali (la Lyon era all'esordio ma poi non ha avuto una carriera brillante, Mason rende bene la caratteristiche del suo personaggio, subdolo, ambiguo, intelligente e autodistruttivo), spiccano le ottime interpretazioni di Shelley Winters nei panni della madre di Lolita e di Peter Sellers (alla sua prima collaborazione con il regista che lo avrebbe poi diretto nel "Dottor Stranamore") in quelli del camaleontico e mefistofelico Clare Quilty. La scelta del cast fu alquanto problematica, visto che molti attori (come Laurence Olivier, cui era stata proposta la parte di Mason) rifiutarono di farsi coinvolgere, dati i temi tabù e l'assenza di personaggi positivi. Indimenticabile la scena (proposta anche all'inizio, sui titoli di testa), in cui Humbert mette lo smalto alle dita dei piedi di Lolita. Il nome del personaggio è entrato poi nel linguaggio comune e ha generato anche diversi neologismi (come "lolicon", da "lolita complex", usato spesso in Giappone).

15 gennaio 2008

Spartacus (Stanley Kubrick, 1960)

Spartacus (id.)
di Stanley Kubrick – USA 1960
con Kirk Douglas, Laurence Olivier
**1/2

Rivisto in DVD.

Il più lungo e il meno personale fra tutti i film di Kubrick è anche quello che ho sempre ritenuto il meno bello. Rivedendolo, però, l'ho apprezzato molto più della prima volta, anche se naturalmente lo stile del grande regista è quasi del tutto assente, sommerso dalle esigenze narrative di un kolossal (che però, a parte la durata – oltre tre ore –, il tono epico e le grandi scene di battaglia nel finale, è più intimo, più minimalista e meno sfarzoso rispetto alla media del genere) il cui progetto era già in uno stato avanzato quando il giovane Kubrick è stato chiamato a dirigerlo, sostituendo Anthony Mann che aveva litigato con i produttori (e fu l'unico lavoro su commissione di tutta la sua carriera), forse su suggerimento di Douglas con il quale aveva lavorato in "Orizzonti di gloria". Spartaco, lo schiavo divenuto prima gladiatore e poi comandante di una rivolta in nome della libertà, viene descritto come un personaggio forte, sensibile e fuori dal tempo: la sua lotta contro la schiavitù, destinata al fallimento come ci rivela all'inizio della pellicola la voce di un narratore che poi scomparirà dal film, può essere letta in chiave moderna, così come gli interessanti intrighi politici sullo sfondo (la rivalità fra Gracco, senatore corrotto e vizioso ma amante della libertà e difensore della plebe, cui va la simpatia dello sceneggiatore blacklisted Dalton Trumbo, e il freddo e ambiguo Crasso, militare patrizio che aspira alla dittatura) riflettono la dicotomia fra gli schieramenti odierni. Devo ammettere che proprio le scene nel senato di Roma mi sono sembrate le più interessanti della pellicola. Ottimo e grandioso il cast: più che Douglas e Olivier, però, spiccano Peter Ustinov nei panni del mercante di gladiatori e Charles Laughton in quelli del sarcastico Gracco. Ci sono anche Tony Curtis (lo schiavo cantore Antonino, una cui scena in compagnia di Crasso nella quale si alludeva all'omosessualità di quest'ultimo – in maniera po' ridicola, a dire il vero, con i suoi discorsi sulle lumache e le ostriche – era stata tagliata all'epoca e reintegrata soltanto di recente), Herbert Lom (il pirata arabo) e Woody Strode (il gladiatore nero). Dimenticabile invece l'interpretazione di Jean Simmons, la moglie di Spartaco, che gli mostra il figlio "nato libero" mentre lui sta morendo sulla croce, anche se il tema musicale che la accompagna mi è piaciuto molto. Curiosamente, i romani "civilizzati" sono interpretati da attori inglesi (Olivier, Laughton), mentre schiavi e gladiatori dai più "rozzi" americani. Quattro premi Oscar (record per un film di Kubrick, ex aequo con "Barry Lyndon"): fotografia, scenografie, costumi e attore non protagonista (Ustinov). Il film comprende anche una "ouverture", con schermo nero e musica per quasi quattro minuti prima dei titoli di testa, e un "intermezzo" di altri due minuti: residui e testimonianza di un tempo in cui gli spettatori potevano permettersi di giungere al cinema anche a film già cominciato.

20 aprile 2007

Orizzonti di gloria (S. Kubrick, 1957)

Orizzonti di gloria (Paths of glory)
di Stanley Kubrick – USA 1957
con Kirk Douglas, George Macready
***1/2

Rivisto in DVD, con Andrea e Cristina.

Prima guerra mondiale, fronte franco-tedesco. Il colonnello Dax viene incaricato da un ambizioso generale di tentare una missione suicida: conquistare il "formicaio", un avamposto tedesco considerato inespugnabile. Quando il tentativo fallisce, il generale furioso ordina che tre soldati vengano processati per codardia davanti alla corte marziale. Il colonnello si batterà invano per salvarli contro le logiche assurde e disumane del potere. Il primo capolavoro di Kubrick, che può contare su ottime prove degli attori – Douglas in testa – è un grande film antibellico, cinico e amaro, nel quale il nemico non si trova dall'altra parte del fronte, ma dalla propria: cita anche la frase anti-idealistica di Samuel Johnson ("il patriottismo è l'ultimo rifugio delle canaglie") e fino al 1976 è stato proibito e censurato in Francia (ma che i protagonisti siano francesi, tedeschi o di qualsiasi altra nazionalità non ha la minima importanza). Stilisticamente, la mano del regista si vede già in molte scene, per esempio nella carrellata nelle trincee durante l'ispezione del generale (che ricorda quelle dei corridoi di "Shining"), nell'attacco al "formicaio" o nella soggettiva di avvicinamento al luogo della fucilazione. Che il tema stesse a cuore a Kubrick è testimoniato dal fatto che il genere bellico è stato l'unico da lui rivisitato più volte (anche in "Paura e desiderio", in "Full metal jacket" e, più indirettamente, nel "Dottor Stranamore" e in "Barry Lindon").

Nota: Susanne Christian, l'unica donna che compare nel film (nel finale, nei panni della giovane tedesca che canta davanti ai soldati francesi), l'anno dopo divenne la moglie di Kubrick.

16 marzo 2007

Rapina a mano armata (S. Kubrick, 1956)

Rapina a mano armata (The killing)
di Stanley Kubrick – USA 1956
con Sterling Hayden, Elisha Cook Jr.
***

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Heist movie tesissimo, scandito da un narratore metodico che descrive le azioni dei personaggi sottolineando le ore e i minuti con una precisione pari a quella del piano organizzato in ogni dettaglio dai protagonisti per rapinare l'incasso delle scommesse di una giornata all'ippodromo. Ma come in ogni noir che si rispetti, il destino incombe: basterà qualche granello di polvere in un ingranaggio ritenuto perfetto per mandare a monte il colpo e condannare, in maniera diversa, tutti i membri della banda, che si tratti di criminali recidivi o di impiegati onestissimi (fino ad allora). Le motivazioni di alcuni di essi vengono descritte con brevissime scene (il barista che si occupa della moglie malata, il poliziotto alle prese con un debito da pagare), altri hanno decisamente più spazio nella trama (il cassiere umiliato dalla moglie che lo tradisce), altri ancora "recitano" semplicemente il ruolo che la sceneggiatura impone loro (la ragazza del protagonista, l'amico-padre putativo). La fotografia è scura e ombrosa, carica di tensione e ricca di primi piani, attenta a mostrare solo il necessario al momento giusto. E ben prima di Tarantino in "Jackie Brown" e con risultati di più alto livello, Kubrick si diverte a giocare con il flusso temporale accompagnando lo spettatore al momento decisivo, la partenza della corsa all'ippodromo, per ben quattro (o più?) volte, per poi tornare indietro nel tempo e ricominciare da capo l'avvicinamento. Brillante e indimenticabile il finale, tragico e beffardo.

15 marzo 2007

Il bacio dell'assassino (S. Kubrick, 1955)

Il bacio dell'assassino (Killer's kiss)
di Stanley Kubrick – USA 1955
con Jamie Smith, Frank Silvera
**1/2

Rivisto in DVD.

Il secondo lungometraggio di Kubrick (dopo "Paura e desiderio", ritirato dalla distribuzione e di cui lo stesso regista ha fatto distruggere quasi tutte le copie), da lui anche scritto, prodotto, montato e fotografato, è un noir basato su una trama piuttosto semplice che racconta fondamentalmente dell'incontro tra due personaggi soli in una New York ostile (basti pensare alle strade deserte e desolate dell'ultima parte). Lui è un pugile fallito ma dal cuore d'oro, lei (Irene Kane) la sua vicina di casa: quando il padrone del dancing dove la ragazza lavora la aggredisce, il pugile – che ha assistito a tutto dalla finestra di fronte – interviene, e tra i due nasce l'amore. Ma il "cattivo" non demorde e cercherà di impedire che la coppia lasci la città per rifarsi una vita altrove. Strutturato come un lungo flashback, il film introduce lentamente i personaggi in una ventina di minuti forse memori di "Day of the fight", il primo corto di Kubrick, anch'esso incentrato sulla giornata di un pugile. Qua e là affiorano squarci che mostrano già l'abilità del regista: mi riferisco al breve sogno notturno con lo scorrere delle strade della città, deserte e viste "in negativo"; al lungo racconto della ragazza su sua sorella Iris, tutto in voice over sulle immagini della ballerina che danza nell'oscurità; alla scena con Silvera che scaglia il bicchiere contro la macchina da presa, rompendone anche il vetro; e ovviamente alla fuga finale sui tetti e soprattutto al combattimento nella fabbrica di manichini. Belle le musiche di Gerald Fried.

7 ottobre 2006

The seafarers (Stanley Kubrick, 1953)

The seafarers (id.)
di Stanley Kubrick – USA 1953
con Don Hollenbeck, Paul Hall
*1/2

Visto su YouTube, in originale.

Girato su commissione per la SIU (Seafarers International Union, un sindacato dei lavoratori marittimi), questo cortometraggio di 30 minuti che Kubrick realizzò subito dopo aver terminato il suo primo lungometraggio ("Paura e desiderio", mai distribuito nelle sale) rappresenta anche il suo primo lavoro a colori. Con la voce narrante del giornalista Don Hollenbeck, il film racconta la storia della SIU, ne descrive l'organizzazione e il modus operandi, ed elenca i vari servizi che offre agli associati (marinai, pescatori e in generale personale di bordo sulle navi commerciali e mercantili), in particolare nei periodi in cui sono a terra: non solo benefici legati al lavoro, come gestione degli incarichi e dei contratti e battaglie per i diritti, ma anche quelli relativi alla famiglia e al tempo libero. Semplicemente poco interessante (se non come documento storico e sociale), il film non presenta quasi traccia dello stile registico di Kubrick, tanto che potrebbe averlo girato chiunque (a partire da immagini di repertorio). Da segnalare giusto la carrellata nella scena della caffetteria, mentre secondo alcuni critici la sequenza del discorso del segretario della SIU davanti agli associati ricorda alcune pellicole di Eisenstein come "Sciopero" e "Ottobre". Del film, per lungo tempo, gli storici del cinema hanno ignorato l'esistenza: è stato "scoperto" solo nel 1973, il che ha portato a domandarsi se Kubrick non abbia diretto altri documentari dello stesso genere.

29 giugno 2006

Paura e desiderio (S. Kubrick, 1953)

Paura e desiderio (Fear and desire)
di Stanley Kubrick – USA 1953
con Frank Silvera, Paul Mazursky
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Quattro soldati, non appartenenti a un esercito in particolare ma impegnati a combattere una guerra indefinita che rappresenta ogni conflitto mai esistito ("siamo al di fuori della Storia, solo le immutabili forme della paura, del dubbio e della morte provengono dal nostro mondo", dice il narratore), si ritrovano intrappolati in territorio ostile, dietro le linee nemiche, dopo che il loro aereo è stato abbattuto. Dapprima incontrano nella foresta una ragazza, che catturano e legano a un albero; ma il più giovane del gruppo, incaricato di sorvegliarla, impazzirà, la farà fuggire e sarà costretto a spararle. Poi, scoperta la residenza di un generale nemico, improvviseranno un'azione per ucciderlo pur di dare un senso alla propria missione. Infine, grazie a una zattera, riusciranno a tornare – chi sano e salvo, chi no – alla propria base. Pellicola bellica di genere "metafisico", condita da riflessioni e pensieri che rimbombano sullo schermo, una preponderanza di primi o di primissimi piani, e scelte stilistiche evocative e oniriche (il generale nemico e il suo aiutante, per esempio, hanno gli stessi volti dei due soldati che li uccidono), il primo lungometraggio di Kubrick – realizzato dopo un paio di cortometraggi – è rimasto a lungo "invisibile" perché lo stesso regista ne ha impedito la circolazione, ritirandolo dal mercato e distruggendone tutte le copie (ne sono sopravvissute soltanto alcune cadute in mano a collezionisti privati, da una delle quali proviene probabilmente la versione – non proprio ottima per audio e video, a dire il vero – contenuta in questo DVD). Kubrick odiava questa pellicola "per le pretenziosità, le carenze drammatiche, l'approssimazione tecnica e la falsa poeticità dei dialoghi" (cito dal Castorino di Ghezzi). Finanziato da parenti e amici, il film può sembrare in qualche passaggio un antesignano de "La sottile linea rossa". Le ambizioni sono alte (non è certo puro cinema di genere: si scandaglia l'animo umano, si parla per simboli e metafore, si anticipano addirittura Bergman e Tarkovskij) ma il risultato, per quanto a tratti suggestivo (le imperfezioni del video donano un particolare fascino alla fotografia in bianco e nero), è ancora confuso e immaturo.

8 maggio 2006

Flying padre (Stanley Kubrick, 1951)

Flying Padre
di Stanley Kubrick – USA 1951
con Fred Stadmueller
**

Visto su YouTube, in lingua originale.

Subito dopo aver terminato il suo primo cortometraggio, "Day of the fight", a Kubrick venne offerta la possibilità di realizzarne un secondo, da proiettare all'interno della serie di documentari "Screenliner". Con una durata di soli nove minuti, il film segue per due giorni un prete cattolico, il reverendo Fred Stadmueller, la cui parrocchia nel New Mexico è così vasta (4000 miglia quadrate) e scarsamente popolata che l'unico modo che ha per visitare le varie comunità è quello di spostarsi su un piccolo aereo leggero (un Piper J-3 Cub) che lui stesso pilota. Soprannominato "il padre volante", Stadmueller visita villaggi e insediamenti rurali, celebra messe, funerali e matrimoni, e risolve piccoli problemi (come rimproverare un ragazzino che bullizza una coetanea). Poco più che un esercizio per Kubrick, che ha l'occasione di mettere al lavoro la sua esperienza di fotografo: la macchina da presa si sofferma sui volti dei parrocchiani, per lo più contadini o allevatori di lingua spagnola, e mostra il prete anche nel tempo libero (alleva uccellini e si diletta nel tiro a segno, oltre che nella manutenzione dell'aereo, che può servire anche in casi di emergenza, come il trasporto di un bambino malato da un ranch isolato all'ospedale). Curiosità: il soggetto della pellicola, priva di dialoghi (le immagini sono accompagnate da una voce narrante e dalla musica), è simile a quello di uno dei primi lavori di Werner Herzog ("I medici volanti dell'Africa orientale").

30 aprile 2006

Day of the fight (Stanley Kubrick, 1951)

Il giorno del combattimento (Day of the fight)
di Stanley Kubrick – USA 1951
con Walter Cartier, Vincent Cartier
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

Ispirato a un servizio fotografico da lui stesso realizzato nel 1949 per la rivista "Look", questo cortometraggio – che segna l'esordio cinematografico di Stanley Kubrick – segue il pugile Walter Cartier nella giornata che precede il suo incontro sul ring contro il peso medio Bobby James. Oltre all'atleta e al suo fratello gemello Vincent, che gli fa da manager, protagonisti sono gli scorci e gli edifici del Greenwich Village e del New Jersey, ritratti con realismo documentario e competenza fotografica. Assistiamo così al risveglio di Walter, alla messa domenicale, alla colazione, alla visita medica, al pranzo e all'attesa che precede l'incontro, in compagnia del fratello o dell'amato cane, fino al match di cui ci vengono mostrati alcuni minuti (con alcune trovate di regia che già mostrano il talento dell'autore, come le riprese dal basso, effettuate dallo stesso Kubrick con una cinepresa a mano). Fra i risvolti interessanti, il fatto che Walter e Vincent siano gemelli identici, il che sembra quasi sdoppiare il protagonista. La voce narrante è quella del giornalista televisivo Douglas Edwards. L'aiuto regista e cameraman era un ex compagno di scuola di Kubrick, Alexander Singer, che in seguito lavorò in televisione, mentre la musica è opera di un altro amico, Gerald Fried, alla prima esperienza come compositore di colonne sonore. Dopo che il committente originale dell'opera chiuse per fallimento, Kubrick riuscì a vendere il corto alla RKO Pictures per 4000 dollari (realizzando così un utile di 100 dollari). Per proiettarlo all'interno della propria serie "This is America", la RKO vi aggiunse quattro minuti di introduzione (portando così la durata del film da 12 a 16 minuti), nella quale lo storico Nat Fleischer illustra le origini del pugilato negli Stati Uniti.