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6 dicembre 2022

Licorice pizza (Paul T. Anderson, 2021)

Licorice pizza (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 2021
con Alana Haim, Cooper Hoffman
**

Visto in TV (Prime Video).

L'intraprendente quindicenne Gary Valentine (Cooper Hoffman) e la giovane fotografa Alana Kane (Alana Haim) si conoscono a Encino, in California, all'inizio degli anni settanta. La loro relazione, un po' d'amicizia e un po' romantica, si sviluppa lentamente fra alti e bassi. Episodico, nostalgico, semi-biografico (le vicende narrate si ispirano ai ricordi e agli episodi vissuti da un amico di Anderson, Gary Goetzman, attore bambino e poi imprenditore e produttore cinematografico), il film si iscrive in quel filone del cinema americano che da "American graffiti", passando per le pellicole di Linklater fino a "C'era una volta a Hollywood" di Tarantino, rivolge lo sguardo all'indietro verso un "passato dorato" che ultimamente si identifica appunto negli anni settanta. Fra gli episodi narrati ci sono le esperienze di Gary come attore teenager in programmi televisivi (come quelli di Lucille Ball), come venditore di materassi ad acqua (fugace "moda" negli Stati Uniti di quegli anni) e come gestore di una sala giochi (cioè di flipper: i video arcade erano di là da venire), mentre la più adulta Alana prova invece a gettarsi nell'attivismo politico. Ma il risultato è pretenzioso (come tutto il cinema di PTA) e caotico (si salta di palo in frasca), poco accattivante e dai toni altalenanti (momenti grotteschi e personaggi caricaturali si alternano ad altri che vorrebbero essere più intensi e sinceri). Francamente, questo tipo di cinema comincia a stufare: da un lato si guarda continuamente all'indietro, dall'altro accatasta – all'insegna del post-moderno – situazioni ed episodi in maniera random, prolungandone alcuni senza motivo e lasciando l'impressione di un'improvvisazione narrativa. Buona comunque la ricostruzione d'epoca, che rende bene l'atmosfera di quegli anni (grazie anche alla fotografia calda, alla colonna sonora, ai costumi e alle scenografie: quanti maglioncini a righe e carte da parati!). Mediocre l'adattamento italiano, che in realtà adatta ben poco, lasciando termini in inglese e nomi e riferimenti culturali non spiegati. Cooper Hoffman è il figlio di Philip Seymour Hoffman, Alana Haim una giovane musicista: per entrambi è l'esordio come attori. Piccole parti (per lo più macchiette) per Sean Penn (il divo Jack Holden, ispirato a William Holden), Tom Waits (il suo amico Rex Blau), Bradley Cooper (il produttore Jon Peters) e Benny Safdie (il politico gay Joel Wachs). Lo strano titolo (due ingredienti apparentemente inconciliabili?) non viene citato né spiegato durante il film: era il nome di una catena di negozi di dischi presente all'epoca nella California del Sud, che secondo Anderson ricorderebbe all'istante (solo a chi era lì, però) l'atmosfera di quei giorni. Flop al botteghino, ma apprezzato dalla critica (con tre nomination agli Oscar, per il film, la regia e la sceneggiatura).

23 maggio 2021

Magnolia (Paul Thomas Anderson, 1999)

Magnolia (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 1999
con Tom Cruise, Julianne Moore
***

Rivisto in DVD.

Le vicende di vari personaggi, molti dei quali collegati direttamente o indirettamente fra loro, si intersecano in maniera rocambolesca nell'arco di 24 ore, culminanti in una bizzarra pioggia di rane (un fenomeno meteorologico raro ma effettivamente possibile) su Magnolia Boulevard, a Los Angeles (da cui il nome del film). L'anziano produttore televisivo Earl Partridge (Jason Robards), in punto di morte, chiede all'infermiere che lo accudisce, Phil (Philip Seymour Hoffman), di rintracciare il figlio che ha abbandonato anni prima. Questi, che ora si fa chiamare Frank T.J. Mackey (Tom Cruise), è diventato un "guru" del sesso che conduce una trasmissione chiamata "Seduci e distruggi", dove insegna come conquistare (e abbandonare) le donne. La nevrotica Linda (Julianne Moore), giovane moglie di Earl, che ha sposato solo per il suo denaro, ha scoperto di amarlo proprio adesso che sta per morire e progetta di suicidarsi insieme a lui con una robusta dose di farmaci. Jimmy Gator (Philip Baker Hall), conduttore veterano del quiz show per bambini prodotto da Earl, è a sua volta malato di tumore, nonché alcolizzato e in crisi perché la figlia Claudia (Melora Walters) non vuole più vederlo né parlargli. Quest'ultima, tossicomane e sregolata, incontra il poliziotto Jim (John C. Reilly), single in cerca di amore che si invaghisce di lei. Anche Donnie Smith (William H. Macy), un tempo bambino prodigio protagonista della trasmissione di Jimmy e ora un perdente che conduce una vita miserabile, è in cerca di amore (è innamorato di un barista), e nel frattempo progetta di derubare il proprietario del negozio dove lavora. Il piccolo Stanley (Jeremy Blackman) è invece l'attuale star del quiz televisivo: ma le aspettative su di lui, fomentate dal padre e dal pubblico intero, lo fanno andare in crisi e scatenano la sua ribellione...

Il terzo film di Paul Thomas Anderson è tuttora forse il suo lavoro migliore ("Boogie nights" a parte). Lungo (tre ore abbondanti) e complesso, dalla struttura corale e altmaniana, pieno di rimandi e citazioni interne (i numeri 8 e 2, per esempio, si ripetono in continuazione: si tratta di un riferimento al passo biblico Esodo 8:2, che preannuncia la pioggia di rane), affronta tanti e tali temi di "peso" (la malattia, la morte, il rapporto fra padri e figli, i tradimenti, i sensi di colpa, la dipendenza – dal sesso, dalle droghe, dal successo, dall'alcol, o semplicemente dall'amore) da risultare estremamente ambizioso, forse troppo se pensiamo che è opera di un regista così giovane (soltanto 29 anni al momento dell'uscita nelle sale). E dire che inizialmente Anderson intendeva realizzare un film "piccolo" e intimo: ma in fase di scrittura la pellicola "ha continuato a sbocciare" (come una magnolia, appunto?), ingigantendosi sempre di più. Certo, non mancano alcuni passaggi un po' troppo melodrammatici, con certi eccessi emotivi e lungaggini che vanno forse a discapito dell'insieme. Come per "Il favoloso mondo di Amélie" di Jeunet, si ha a tratti l'impressione che "il troppo stroppia" (lo stesso PTA, in retrospettiva, ha ammesso che avrebbe fatto meglio a ridurre la durata della pellicola e a tagliare qualche cosa). Ma la tensione riesce a reggere per tutto il film, grazie anche a un eccellente montaggio, coadiuvato dalla fotografia (di Robert Elswit) e dalla colonna sonora (di Jon Brion, con molte canzoni di Aimee Mann), tutti elementi che fanno da collante fra le diverse scene, collaborando in maniera continua e incessante fra loro e con la regia.

Si parte da una voce narrante che riepiloga alcuni fatti bizzarri, strane coincidenze o casualità (in parte eventi reali, in parte leggende urbane), per sottolineare come quelli che sembrano scherzi del caso o fatalità possono invece accadere di continuo: le vicende che seguono ce lo dimostreranno, con frequenti collegamenti fra i personaggi o analogie fra le situazioni di cui sono protagonisti. Molte di queste si infatti ripetono o si rispecchiano l'una nell'altra: e le storie, oltre a intersecarsi, procedono anche in parallelo, in un crescendo che va di pari passo con l'evoluzione della situazione meteorologica all'esterno (la pioggia incessante, il breve momento di calma – in cui tutti i personaggi intonano, ciascuno per proprio conto, la canzone "Wise Up" – e infine la suddetta pioggia di batraci che, in qualche modo, contribuisce a sciogliere molti nodi). Ottimo e convincente Tom Cruise, forse alla sua prova migliore di sempre, in un ruolo sopra le righe e decisamente diverso da quelli che ha interpretato in precedenza. Eccellente anche Julianne Moore (meravigliosa la scena in farmacia), ma bene tutto il cast, che comprende numerosi habitué del regista (Philip Baker Hall, Philip Seymour Hoffman e John C. Reilly). Jason Robards era al suo ultimo film. Piccole parti per Luis Guzmán (uno dei concorrenti adulti del quiz show), Melinda Dillon (la moglie di Jimmy), Michael Bowen (il padre di Stanley), April Grace (la giornalista che intervista Frank), Alfred Molina, Henry Gibson, Felicity Huffman. Tre nomination agli Oscar (per Cruise come attore non protagonista, per la sceneggiatura, e per la canzone "Save Me").

11 novembre 2020

Ubriaco d'amore (P. T. Anderson, 2002)

Ubriaco d'amore (Punch-drunk love)
di Paul Thomas Anderson – USA 2002
con Adam Sandler, Emily Watson
**

Rivisto in TV.

Proprietario di una piccola azienda di articoli sanitari, Barry (Sandler) è un loser infelice e solitario, incapace a socializzare, privo di una vita sentimentale e vessato dalle sette (!) sorelle che non perdono occasione per farlo sentire patetico e inadeguato, scatenandogli irrefrenabili attacchi d'ira. Quando conosce la graziosa Lena (Emily Watson), che ricambia la sua simpatia, qualcosa sembra cambiare. Ma nel frattempo si scopre vittima di un ricatto perché, in un momento di debolezza, ha chiamato una linea di sesso telefonico. Ho sempre provato un fastidio a livello pelle per questo film, sin da quando lo vidi al cinema alla sua uscita (e mi coinvolse talmente poco che non mi ricordavo praticamente nulla della trama). Probabilmente è a causa della sgradevolezza dei personaggi (il protagonista su tutti), ma anche per gli elementi "poetici" collocati in modo random (l'harmonium trovato in strada), una forma filmica eccentrica che non porta a niente (le luci stroboscopiche nella fotografia, la confusione acustica nella colonna sonora che vorrebbe indicare come il mondo intero sia contro Barry) e la sottotrama pulp-moralista (per non dire bacchettona) relativa al "pericoloso" sesso telefonico. Ma riguardandolo, a dire il vero, ne ho apprezzato almeno la stralunaticità e il fatto che, per una volta, Anderson cerchi di "limitare" in parte le proprie ambizioni. In ogni caso gode di un'inspiegabile (per me) popolarità presso i fan di questo regista così sopravvalutato. Nel cast anche Philip Seymour Hoffman (il "materassaio" che gestisce la hotline), Luis Guzmán (il socio di Barry) e Mary Lynn Rajskub (una delle sorelle). Curiosità: la promozione che regala miglia aeree, di cui Barry vuole approfittare, si ispira alla storia vera di David Phillips, ma forse anche al celebre "errore di marketing" che nel 1992 portò al disastro finanziario la divisione europea della Hoover.

10 gennaio 2020

Boogie nights (Paul T. Anderson, 1997)

Boogie Nights - L'altra Hollywood (Boogie Nights)
di Paul Thomas Anderson – USA 1997
con Mark Wahlberg, Burt Reynolds
***

Rivisto in TV.

L'ascesa (e la caduta) di Dirk Diggler, nome d'arte di Eddie Adams (Mark Wahlberg), star del porno nella Los Angeles di fine anni '70 e inizio anni '80, alla fine dell'età d'oro del cinema per adulti, prima che l'avvento del video cambiasse radicalmente volto all'intera industria. Il giovane Eddie è convinto che "ognuno nasce con un talento speciale": e visto che il suo è nei suoi pantaloni, non c'è nulla di male nel provare a diventare un pornodivo. Ci riesce grazie all'aiuto dell'affermato regista Jack Horner (Burt Reynolds), che aspira a dirigere pellicole pornografiche di "qualità" (cioè che raccontino anche una storia) e che lo prende sotto la propria protezione, trasformandolo in una vera e propria stella. Il successo, e la vita dorata ed eccessiva che ne conseguirà, fra feste scatenate e droga che scorre a fiumi, gli faranno però perdere progressivamente il contatto con la realtà... Sceneggiato dallo stesso Anderson, che si è ispirato a un breve mockumentary da lui stesso realizzato nel 1988, "The Dirk Diggler Story", è un film dall'impianto corale (il punto di riferimento del regista, come sarà evidente anche nei lavori successivi, è Robert Altman) che segue le parabole non solo del protagonista Dirk e del regista Jack, ma di tutte le persone che fanno parte del loro entourage, unite da legami di lavoro, di amicizia e di affetto (molti di loro, con il passare degli anni, cercheranno con alterne fortuna di cambiare vita). Il maggior pregio della pellicola, oltre a fornire una visione d'insieme – senza pregiudizi o moralismi di alcun genere – dell'industria del porno in un'epoca ingenua e spensierata, sta proprio nella struttura corale che dona consistenza e spessore anche a storie e personaggi che, se presi singolarmente, sarebbero in fondo banali o già visti. Essenzialmente siamo di fronte a una vicenda già raccontata tante volte, da "A che prezzo Hollywood" in poi, soltanto che stavolta non si parla del cinema mainstream ma di quello per adulti. Al secondo lungometraggio, Anderson sembra già preoccupato di voler dare sfoggio della sua tecnica, con ampio uso (ed abuso) di piani sequenza, e inserisce anche finti video e filmati d'epoca (i "film" interpretati da Dirk, come la serie porno-poliziesca "Brock Landers", e gli spezzoni di interviste). Buona la ricostruzione storica, con la citazione di tante "mode" di quegli anni (il kung fu, gli stereo ad alta fedeltà) e una colonna sonora ricca di brani del periodo.

Il cast è ampio e di altissimo livello: comprende Julianne Moore (Amber Waves, compagna di Jack e "figura materna" per Dirk e gli altri giovani attori, anche se lei stessa si vede tolta la propria vera figlia per colpa dell'ambiente in cui lavora), John C. Reilly (Reed Rothchild, collega e miglior amico di Dirk), Heather Graham (Rollergirl, cameriera e attricetta porno che non si leva mai i pattini a rotelle), Don Cheadle (Buck, esperto di Hi-Fi, che vorrebbe aprire un negozio di elettronica), Philip Seymour Hoffman (Scotty J., membro della troupe dalle tendenze gay e innamorato di Dirk), William H. Macy (Little Bill, l'assistente regista che andrà fuori di matto in seguito ai continui tradimenti della moglie), Luis Guzmán (il portoricano Maurice), Thomas Jane (il ballerino e spogliarellista Todd), Robert Ridgely (il "colonnello", produttore dei film di Jack), Ricky Jay, Jack Wallace, Nicole Ari Parker, Philip Baker Hall, fino ad Alfred Molina (Rahad, l'uomo che Dirk, Reed e Todd tentano di truffare vendendogli cocaina fasulla). L'attenzione maggiore rimane però puntata su Dirk, che da ragazzo timido, insicuro e disprezzato dai genitori diventa rapidamente una celebrità, assapora la ricchezza e l'eccesso, crolla e litiga con tutti, cerca inutilmente altre strade (diventare un cantante o un attore "serio", per esempio), prima di tornare lentamente nell'oblio e ricucire i rapporti con il suo mentore Jack. E se il mondo attorno a lui sembra cambiare in peggio (gli anni '80 appaiono più brutti e squallidi, rispetto ai dorati '70), i legami di amicizia e di solidarietà continuano a rappresentare un rifugio per quella che è in fondo una "grande famiglia". Pur occupandosi di pornografia, il film non mostra mai esplicitamente scene di sesso o nudi integrali fino all'ultima sequenza in cui Eddie/Dirk, mentre prova la parte da solo davanti allo specchio (la scena è ispirata a quella analoga di Robert De Niro in "Toro scatenato"), mostra finalmente anche a noi spettatori il suo tanto famoso pene (realizzato con una protesi). Tre nomination agli Oscar (per la sceneggiatura e per Reynolds e Moore come attori non protagonisti).

2 dicembre 2019

Sydney (Paul Thomas Anderson, 1996)

Sydney (Hard Eight)
di Paul Thomas Anderson – USA 1996
con Philip Baker Hall, John C. Reilly
**

Visto in divx.

Il misterioso Sydney (Philip Baker Hall), anziano gentiluomo dai modi affabili che bazzica i casinò del Nevada, prende sotto la propria ala protettiva il giovane e sprovveduto John (John C. Reilly), insegnandogli a barcamenarsi ai tavoli da gioco e tirandolo fuori dai guai quando si ficcherà in un brutto pasticcio per aver aiutato Clementine (Gwyneth Paltrow), la cameriera di un locale di cui si è innamorato. Ma qual è il vero motivo della sua gentilezza? All'esordio nel lungometraggio, Paul Thomas Anderson costruisce un noir già valido per atmosfera e regia, ma con una storia irrisolta e che perde progressivamente interesse: se l'enigmatica prima parte cattura lo spettatore lasciandogli immaginare chissà che cosa, nella seconda la vicenda cambia direzione e si rivela piuttosto banale. Tarantiniano nei dialoghi e nella costruzione episodica della vicenda (nonché per la presenza di Samuel L. Jackson in un ruolo minore, quello del delinquente ricattatore), il film solletica a lungo l'immaginazione dello spettatore, smarrendo poi il focus sui personaggi e trasformandosi essenzialmente in un esercizio di stile, difetto che sarà congenito a tutto il cinema di un regista che manterrà sempre meno di quel che promette. Breve parte anche per Philip Seymour Hoffman, che come Hall e Reilly si rivedrà spesso nei lavori di Anderson. Il titolo originale si riferisce al punteggio del gioco dei dadi in cui escono due quattro (chiamato "otto reale" nei dialoghi).

26 febbraio 2018

Il filo nascosto (Paul T. Anderson, 2017)

Il filo nascosto (Phantom Thread)
di Paul Thomas Anderson – USA 2017
con Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Lo stilista Reynolds Woodcock (Day-Lewis), apprezzatissimo creatore di abiti d'alta moda per clienti reali e altolocate, trova nella giovane cameriera Alma (Krieps) una nuova fiamma, musa e modella. La ragazza si trasferisce a vivere a casa sua, ma deve fare i conti con la difficoltà di stare al fianco di un artista così ambito e con le molte spigolosità ed eccentricità quasi patologiche del carattere dell'uomo. Tanto infatti Woodcock è meticoloso, pianificatore e dedicato al suo lavoro, tanto è ossessivo, insofferente ai cambiamenti e dipendente dalla sorella Cyril (Lesley Manville), sua ingombrante assistente, che lui chiama "la mia tale-e-quale". Non riuscendo ad "addomesticarlo" e a smussarne gli spigoli e le idiosincrasie con l'amore e la dolcezza, Alma dovrà ricorrere alle maniere forti, puntando sul suo lato infantile e rendendolo inerme e bisognoso della sua assistenza... Ambientato nella Londra degli anni cinquanta, il primo film girato da Anderson fuori dagli Stati Uniti racconta una relazione di coppia dove i rapporti di forza sono alternativamente asimmetrici (un soggetto che ricorda – si pensi ai funghi velenosi! – "La notte brava del soldato Jonathan"), mescolando tensione drammatica/romantica a una certa ironia: l'ottima costruzione dei personaggi (straordinari i tre attori principali) lo eleva al di sopra dei suoi limiti, che stanno essenzialmente nella regia ingessata e monotona, incapace di scalare le marce e di salire di tono. Il titolo fa riferimento all'abitudine di Woodcock di cucire, all'interno dei suoi abiti, un messaggio nascosto e significativo, in analogia con i tratti caratteriali che si celano all'interno delle persone, invisibili agli estranei ma ben noti a chi ci convive e impara a conoscerli. Le musiche di Jonny Greenwood rievocano Beethoven.

6 marzo 2015

Vizio di forma (Paul T. Anderson, 2014)

Vizio di forma (Inherent vice)
di Paul Thomas Anderson – USA 2014
con Joaquin Phoenix, Josh Brolin
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

California, 1970: l'ex fricchettone e ora detective privato italo-americano Larry Sportello, detto "Doc" (Phoenix), indaga sulla misteriosa scomparsa di un importante costruttore edile, amante fra l'altro della sua ex fidanzata Shasta Fay (Katherine Waterston). In un'atmosfera di confusione, paranoia e improvvisazione (sono gli anni della cultura hippie, nella quale Doc è immerso a piene mani), dovrà fronteggiare non solo l'ostilità della polizia, rappresentata dalla sua vecchia conoscenza "Bigfoot" Bjornsen (Brolin), ma anche le ingerenze dell'FBI e gli intrighi di una misteriosa organizzazione, la Golden Fang, che gestisce – fra le altre cose – il traffico di eroina dall'Indocina alla California. Da un romanzo neo noir di Thomas Pynchon, sceneggiato dallo stesso Anderson, un film che fonde una trama contorta e complicata, alla Raymond Chandler, con un'ambientazione accattivante, quella della controcultura degli anni settanta, fra sette e bande di vario tipo (si cita spesso il caso Manson), abuso di droga e di sesso, libertà e profonde trasformazioni sociali in corso. Narrativamente, a tratti si perde il filo: e in effetti a una prima visione molte cose possono sfuggire, anche perché il protagonista stesso è perennemente confuso e annebbiato, come in un trip in cui la realtà e i ricordi del passato tendono a sovrapporsi. Il sottile velo di umorismo, onnipresente e a volte sfociante nel grottesco, può ricordare "Il grande Lebowski" (un film a sua volta dichiaratamente ispirato a Chandler, e anch'esso con un protagonista "fattone"), ma nel finale Anderson conferma di essere ben più ambizioso dei fratelli Coen, e non è detto che in questo caso sia un bene. Gran cast: ci sono anche Owen Wilson, Benicio Del Toro, Reese Witherspoon, Martin Short, Jena Malone ed Eric Roberts. L'intera storia è raccontata agli spettatori dalla voce di una narratrice fuori campo, Sortilège, una delle tante donne di Doc, che nel libro di Pynchon era solo un personaggio minore. Buona la colonna sonora (di Jonny Greenwood dei Radiohead, alla terza collaborazione con Anderson), che comprende anche diversi brani dell'epoca (da "Harvest" di Neil Young a "Sukiyaki" di Kyu Sakamoto). Una cosa che mi ha dato fastidio: nel doppiaggio l'espressione "inherent vice" è resa come "vizio intrinseco", mentre nel titolo è "vizio di forma": uniformità no, eh?

16 gennaio 2013

The master (Paul T. Anderson, 2012)

The Master (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 2012
con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina, Marco ed Eleonora.

Anni cinquanta: Freddie Quell, reduce di guerra che fatica a reinserirsi nella società (anche per problemi di alcol e la sua ossessione per il sesso), incontra Lancaster Dodd, leader e guru del movimento filosofico “La Causa”, che si propone di riportare l’uomo al suo stato originario e ancestrale di felicità attraverso metodi psicoterapeutici e sedute di pseudo-ipnosi (ovvi i riferimenti a L. Ron Hubbard e a Dianetics, precursore di Scientology) e ne diventerà, almeno per un certo tempo, un adepto e un seguace. Se il film brilla per le interpretazioni dei due protagonisti (colpisce soprattutto un Joaquin Phoenix magro e nervoso come non mai, con tanto di semiparalisi al volto che ricorda a tratti Takeshi Kitano; Seymour Hoffman invece non fa altro che mostrare le doti che già tutti conosciamo), nel complesso manca di mordente e non dà mai la sensazione di coinvolgere a livello emotivo. Il che non stupisce, visto che tutte le pellicole di Paul Thomas Anderson hanno almeno tanti difetti quanto pregi: anche in questo caso la narrazione è pesante e farraginosa, e alcune scene si trascinano così a lungo che un'ulteriore sforbiciata in fase di montaggio sarebbe stata auspicabile (si pensi alle snervanti sequenze in cui ci vengono mostrati all’opera i “metodi” di Dodd, come quella in cui Freddie cammina avanti e indietro per la stanza, toccando pareti e finestre: se voleva farci riflettere sull’assurdità delle procedure terapeutiche della “Causa”, si poteva fare in modo più essenziale). Inoltre non c’è un climax, non c’è un riscatto, non c’è una catarsi; semplicemente a un certo punto Freddie abbandona Dodd: forse non ne era mai stato veramente un adepto, lo seguiva per mancanza di alternative ma senza convinzione (tanto che l’unico momento in cui sembra davvero sincero è quando, in prigione, si scaglia contro di lui), e se sceglie di lasciarlo non è certo al termine di un sofferto percorso personale. Il film fallisce anche nel voler raccontare il “fenomeno” Dianetics: non solo per mancanza di coraggio (nomi, episodi e riferimenti sono alterati, forse per evitare problemi legali) o di chiarezza (non viene mai detto esplicitamente che Dodd è un ciarlatano, anche se il modo in cui reagisce alle critiche o alle contraddizioni, o con cui definisce arbitrariamente i fondamenti del suo metodo, lasciano comunque intendere che si tratti di fuffa), quanto per un evidente scarso interesse, già in partenza, da parte di Anderson (anche sceneggiatore) nel voler sviscerare a fondo il tema delle pseudoscienze e delle sette. Aveva fatto sicuramente di meglio con “Magnolia” (ricordate l’imbonitore televisivo interpretato da Tom Cruise?). Certo, bisogna anche riconoscere che il focus del film non sta nel guru in sé, quanto nel suo rapporto con il seguace. E nel modo in cui viene ritratto sullo schermo, oltre che nella buona prova dei due interpreti, sta forse il maggior pregio della pellicola. Niente per cui entusiasmarsi, comunque.

20 febbraio 2008

Il petroliere (Paul T. Anderson, 2007)

Il petroliere (There will be blood)
di Paul Thomas Anderson – USA 2007
con Daniel Day-Lewis, Paul Dano
**

Visto al cinema Orfeo, con Hiromi.

Dopo due film interessanti anche se non completamente riusciti ("Boogie Nights" e "Magnolia"), che lo avevano portato all'attenzione generale della critica, e un terzo francamente indifendibile ("Ubriaco d'amore"), l'altmaniano Paul Thomas Anderson (che dedica questa sua nuova pellicola proprio al suo mentore Robert Altman, recentemente scomparso) continua parzialmente a deludermi e a mostrare i soliti difetti che, a questo punto, temo essergli congeniti, soprattutto a livello di sceneggiatura: l'incapacità di sintesi e la smisurata ambizione nel voler affrontare temi larger than life senza avere i mezzi per saperli gestire. Di questo "There will be blood" (no comment sul titolo italiano), che racconta la storia di un rude cercatore di oro nero all'inizio del novecento alle prese con le trivellazioni in una regione popolata da una comunità religiosa bigotta, tormentato da difficili rapporti familiari (un figlio probabilmente non suo, un falso fratellastro) e da una paranoia che va di pari passo con la solitudine, si salvano soltanto gli ultimi dieci minuti: peccato che per goderseli ci si debba prima sorbire due ore e mezzo pesanti, monotone e prive di emozioni, con una sceneggiatura sfilacciata e piena di vicoli narrativi ciechi, dove i personaggi rappresentano soltanto sé stessi, la grande Storia americana è assente e la tensione non monta quasi mai, anche se la regia i suoi buoni momenti li offre. Ma la pellicola, finale violento e "blasfemo" a parte, ha comunque due altri pregi: l'eccellente recitazione di Daniel Day-Lewis (meglio sorvolare invece sul resto del cast, a partire dal ridicolo Paul Dano nei panni del giovane predicatore fanatico) e l'interessantissima colonna sonora, così anti-hollywoodiana, nella quale spiccano sonorità per archi e il terzo movimento del concerto per violino di Brahms.