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4 luglio 2023

Il piatto piange (Paolo Nuzzi, 1974)

Il piatto piange
di Paolo Nuzzi – Italia 1974
con Aldo Maccione, Agostina Belli
**1/2

Visto su YouTube.

In un paese sul Lago Maggiore (il film è ambientato a Luino, ma in realtà è stato girato a Orta San Giulio, sul Lago d'Orta), nei primi anni trenta durante il ventennio fascista, un gruppo di amici perditempo trascorre le nottate a giocare a carte ("Abbiamo battezzato un altro giorno", dicono a ogni alba) e le giornate a bighellonare, fra scherzi e donne (che si tratti di avventure galanti o di visite al locale bordello). Mario, detto "Camola" (Aldo Maccione), lavora come factotum nello studio di un avvocato ed è innamorato (come tutti) della bella Ines (Agostina Belli). Dal romanzo omonimo di Piero Chiara (nativo appunto di Luino), un ritratto della pigra quotidianità di provincia, dove giorni e notti si succedono senza che accada mai nulla, soprattutto per personaggi – come il gruppo di protagonisti – che cercano di tenersi lontani dalle responsabilità lavorative e dalla politica (il fascismo imperante). I toni, come da commedia all'italiana, mischiano umorismo e malinconia, farsa (scollacciata) e tragedia, anche se l'analisi psicologica non è particolarmente approfondita e i personaggi sono alquanto macchiettistici: più che le singole parti (personaggi o situazioni, distillati in tanti piccoli episodi slegati gli uni dagli altri), è l'insieme ad avere un suo valore nel ricostruire un ambiente ozioso, arretrato, maschilista ma a suo modo pure sincero. È il primo dei due soli lungometraggi cinematografici diretti da Paolo Nuzzi, già collaboratore e aiuto regista di Federico Fellini (le similarità con alcuni suoi lavori sono evidenti, in primis "Amarcord") nonché amico di Cesare Zavattini (il cui figlio Arturo è qui il direttore della fotografia). Nel cast corale, molti caratteristi e nomi noti come Erminio Macario, Andréa Ferréol, Renato Pinciroli, Bernard Blier, Antonio Spaccatini, Guido Leontini, Elisa Mainardi, Giuseppe Maffioli.

11 aprile 2023

L'addomesticamento (Nagisa Oshima, 1961)

L'addomesticamento (Shiiku)
di Nagisa Oshima – Giappone 1961
con Rentaro Mikuni, Eiko Oshima
**

Visto su rarefilmm, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel 1945, mentre la seconda guerra mondiale sta avviandosi verso la conclusione, un soldato americano di colore, ferito dopo essersi paracadutato dal suo aereo, viene fatto prigioniero dai contadini di un villaggio giapponese isolato fra le montagne. La sua presenza catalizza contrasti e discordie fra gli abitanti del piccolo insediamento, anche perché i motivi di dissidio già non mancavano prima del suo arrivo, fra le difficoltà dovute alla guerra (la scarsità di cibo, la presenza di rifugiati fuggiti da Tokyo, le notizie sempre peggiori che provengono dai soldati al fronte) e le tensioni sotterranee all'interno della comunità. Ed è facile trovare nel nemico il capro espiatorio per ogni cosa. Da un racconto giovanile di Kenzaburo Oe (pubblicato in italiano con il titolo "L'animale d'allevamento"), un altro film con cui Oshima prosegue la sua analisi (o meglio, critica feroce) della società giapponese, di cui denuncia una corruzione che prescinde dalla guerra (c'era prima, e ci sarà dopo: la guerra le offre soltanto una scusa o una giustificazione). Si tratta di una produzione indipendente, dopo che il regista aveva rotto con la Shochiku in seguito al boicottaggio del suo "Notte e nebbia del Giappone", che era stato ritirato dalle sale dopo pochi giorni. È un cinema di emozioni forti, che non si fa scrupolo di mettere in scena personaggi caratterizzati da vizi e difetti di ogni tipo (come l'avidità, la codardia, o il razzismo disumanizzante nei confronti del "negro" americano), evidenziati da una fotografia contrastata e un montaggio espressivo (non mancano alcuni notevoli long take): ma la storia corale è un po' troppo dispersiva (sono pochi i personaggi la cui caratterizzazione rimane con lo spettatore) e la narrazione è spesso pesante. Per questo motivo, rimane uno dei lungometraggi meno noti di Oshima, almeno in occidente.

29 marzo 2023

Mouchette (Robert Bresson, 1967)

Mouchette - Tutta la vita in una notte (Mouchette)
di Robert Bresson – Francia 1967
con Nadine Nortier, Jean-Claude Guilbert
***

Rivisto in divx.

La quattordicenne Mouchette (Nadine Nortier) vive con la madre malata e il padre ubriacone e violento in un villaggio nella campagna francese. Qui è ostracizzata dalle compagne, sfruttata dalla famiglia, incompresa da tutti. Dopo la morte della madre, e dopo essere stata violentata da un cacciatore in una notte di tempesta, prenderà la decisione più drastica. Tratto dal romanzo "Nouvelle histoire de Mouchette" (1937) di Georges Bernanos, un altro ottimo esempio del cinema esistenzialista e minimalista di Bresson: nonostante la sua breve durata, è estremamente intenso dal punto di vista emotivo e, soprattutto, non sfiora mai la retorica o il patetismo. Anzi, Mouchette, pur umiliata e maltrattata (tanto dagli uomini quanto dal destino), mostra sempre uno sguardo orgoglioso e non nasconde la propria rabbia, il proprio odio e disprezzo verso il mondo e le persone che la circondano. Lo si nota da mille piccoli gesti, evidenti (il lancio di fango verso le compagne di scuola) o meno (la "stonatura" dell'ultima nota durante il coro in classe: più tardi, quando canterà la stessa canzone per Arsène, sarà perfettamente intonata), spesso anche in risposta a gesti apparentemente gentili ma ipocritamente convenzionali (la rottura della tazza della negoziante, lo sporcare il tappeto dell'anziana che le regala il lenzuolo funebre per la madre). E per essere un personaggio che parla pochissimo, quando lo fa non esita a lasciarsi andare a invettive anch'esse esplicite (come quel "Merda" di ribellione verso il padre, o il "Mi fate solo schifo!", nel finale, rivolto idealmente all'intero villaggio). Curiosamente, l'unica persona verso la quale mostra una certa tenerezza ed empatia (a parte il giovane che le sorride durante il breve momento di svago al luna park, quando grazie alla gentilezza di una sconosciuta può permettersi uno giro sugli autoscontri) è proprio Arsène, l'uomo che si approfitta di lei. E la sua ribellione non può sfociare in una vera fuga se non sotto forma del suicidio che Bresson rappresenta sullo schermo in maniera originale ed esemplare, in una scena finale memorabile, quella in cui la ragazzina, avvolta nel lenzuolo, si lascia rotolare lungo la collina più volte, fino a finire dentro lo stagno. Personaggio indimenticabile, Mouchette attraversa tutta la pellicola con forza e intensità, mentre l'ambiente crudele in cui vive è descritto tramite tanti piccoli dettagli (si pensi alla "faida" fra il cacciatore di frodo Arsène e il guardiacaccia Mathieu: e i vari animaletti catturati o uccisi, uccellini e leprotti, simboleggiano l'innocenza e la gioventù). Sui titoli di testa e di coda si ode il "Magnificat" di Claudio Monteverdi. Jean-Claude Guilbert, che interpreta Arsène, aveva già recitato per Bresson nel precedente "Au hasard Balthazar": cosa rara per il regista, che quasi mai lavorava più volte con gli stessi attori.

8 marzo 2023

Una pistola per cento bare (U. Lenzi, 1968)

Una pistola per cento bare
di Umberto Lenzi – Italia/Spagna 1968
con Peter Lee Lawrence, John Ireland
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane Jim (Peter Lee Lawrence), testimone di Geova refrattario per fede all'uso della violenza, si trasforma in pistolero per vendicare la morte dei suoi genitori, uccisi nel loro ranch da un gruppo di quattro assassini. Dopo aver rintracciato ed eliminato i primi tre, scopre che il quarto, il texano Corbett (Piero Lulli), è a capo di una banda che progetta di rapinare la banca di un villaggio. Si trasferisce dunque lì, in attesa dei banditi, e viene incaricato di difendere la città insieme a un misterioso predicatore itinerante (John Ireland). Spaghetti western (il secondo di Lenzi, dopo "Tutto per tutto") piuttosto convenzionale, nonostante le premesse particolari che però non hanno grande rilevanza nel resto della storia. Nei primi minuti gli eventi si succedono molto in fretta (persino sui titoli di testa), per poi rallentare nella parte centrale. I personaggi sono stereotipati e senza una grande personalità, e molti elementi sembrano introdotti tanto per far numero (il gruppo di pazzi incarcerati, per esempio). Franco Pesce è il vecchietto cassamortaro. Inutile la figura femminile (Gloria Osuna). Qualche (non certo imprevedibile) colpo di scena nel finale.

19 gennaio 2023

Pane, amore e gelosia (L. Comencini, 1954)

Pane, amore e gelosia
di Luigi Comencini – Italia 1954
con Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida
***

Visto in TV (RaiPlay).

Proseguono le vicende del maresciallo dei carabinieri Antonio Carotenuto (De Sica), della bella "Bersagliera" Maria (Gina Lollobrigida) e degli altri abitanti di Sagliena (immaginario paese sulle montagne abruzzesi), da dove si erano interrotte nel precedente "Pane, amore e fantasia". Visto l'enorme successo di quella pellicola, infatti, l'anno successivo venne prodotto un sequel con il medesimo cast e troupe e girato negli stessi luoghi. Questo secondo capitolo racconta cosa succede dopo il "lieto fine": le due coppie formatesi nel precedente film vengono messe a rischio da inattesi conflitti e gelosie, causati in parte dal regolamento dell'arma che impedisce ai carabinieri di fidanzarsi con le ragazze locali. Pietro (Roberto Risso), trasferito in un paese vicino, si raccomanda col maresciallo affinché vigili su Maria, ma le chiacchiere delle malelingue gli fanno credere che fra i due ci sia una tresca; le voci arrivano anche ad Annarella (Marisa Merlini), che peraltro ha già dei dubbi sul matrimonio con Antonio, anche perché all'improvviso ricompare il padre (Nico Pepe) del suo figlioletto Ottavio, intenzionato a riprendersela con sé. Rispetto al film precedente, questo è meno attento al realismo e al lato "antropologico", e più ricco di gag (si pensi alla scena della lettera di dimissioni, o ai due pranzi di battesimo presso le famiglie rivali) e di attenzione ai personaggi (alla sceneggiatura ha collaborato anche Eduardo De Filippo). Ha anche momenti drammatici (la "rottura" fra le due coppie) ed è forse meno organico, ma non certo meno indovinato per atmosfere e leggerezza. Nel finale, la "Bersagliera" è tentata brevemente di dedicarsi al teatro, attratta da una compagnia itinerante e dal ruolo di "sciantosa", prima di riappacificarsi con Pietro e trasferirsi nel paese di lui, in Trentino. La Lollo sarà sostituita da Sophia Loren (e Comencini da Dino Risi) nel terzo film della serie, intitolato semplicemente "Pane, amore e...". Nel cast ritornano Tina Pica (la domestica del maresciallo), Virgilio Riento (il parroco) e Maria Pia Casilio (l'intrigante Roberta). Saro Urzì è il capocomico, Yvonne Sanson la nuova levatrice del villaggio nella scena finale.

17 gennaio 2023

Pane, amore e fantasia (L. Comencini, 1953)

Pane, amore e fantasia
di Luigi Comencini – Italia 1953
con Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida
***

Visto in TV (RaiPlay), per ricordare Gina Lollobrigida.

Il maresciallo Antonio Carotenuto (De Sica), appena trasferito nel piccolo paese appenninico di Sagliena per dirigere la locale caserma dei carabinieri, fa la conoscenza della giovane ed esuberante Maria, detta "la Bersagliera" (Lollobrigida), una ragazza povera ma molto bella e vivace, che per questo motivo ha la fama (in un paese dove tutti sparlano di tutti) di essere di facili costumi. In realtà Maria è una ragazza onesta, segretamente innamorata di Pietro (Roberto Risso), un giovane carabiniere di stanza nel villaggio, troppo timido per dichiararsi a sua volta. Quando capirà come stanno le cose, Carotenuto favorirà la loro relazione, e nel frattempo troverà anche lui l'amore nelle braccia di Annarella (Marisa Merlini), la levatrice del villaggio. Da una sceneggiatura di Ettore Margadonna (che modellò il paese dove si svolge la vicenda sul proprio luogo natìo, ovvero Palena in Abruzzo: ma il film venne girato a Castel San Pietro Romano nel Lazio), uno dei capostipiti della commedia all'italiana, una pellicola ricca di equivoci che ebbe un eccezionale riscontro di pubblico, lanciò la Lollo nell'olimpo delle attrici più note del paese (e più tardi del mondo, visto che sbarcò a Hollywood) e diede origine a tutto un filone caratteristico (a partire da tre sequel ufficiali, "Pane, amore e gelosia" (1954) dello stesso Comencini, "Pane, amore e..." (1955) di Dino Risi, e "Pane, amore e Andalusia" (1958) di Javier Setó) che, in un certo senso, ha condotto fino a "Benvenuti al Sud". I personaggi vivono in un microcosmo (il paesino isolato sui monti) pigro e caratteristico, dove ogni evento è oggetto di chiacchiere e speculazioni, e ogni storia d'amore è conosciuta da tutti: è un paese ancora arretrato, con le ferite del dopoguerra (la case diroccate dai bombardamenti), le antiche superstizioni (il "miracolo" di Sant'Antonio), la delicata convivenza fra stato e chiesa (ma qui il prete locale, in parroco interpretato da Virgilio Riento, è alleato del protagonista, a differenza del coevo "Don Camillo") e i primi accenni di modernità (il venditore ambulante) in un ambiente ancora caratterizzato da povertà e antichi modi di vivere ("Si va a letto con le galline"). Nel cast anche Tina Pica (Caramella, la domestica del maresciallo), Maria Pia Casilio, Vittoria Crispo, Guglielmo Barnabò. Musiche popolari di Alessandro Cicognini. Il progetto iniziale (il cui titolo doveva essere semplicemente "Pane e fantasia", come ciò che uno degli abitanti del villaggio dice al maresciallo di star mangiando) prevedeva Gino Cervi come protagonista. De Sica lo sostituì dopo che il produttore Marcello Girosi, suo amico, ottenne dal corpo dei carabinieri il beneplacito per girare quella che in un primo momento poteva sembrare una pellicola lesiva dell'onore dell'arma.

2 novembre 2022

Midsommar (Ari Aster, 2019)

Midsommar - Il villaggio dei dannati (Midsommar)
di Ari Aster – USA/Svezia 2019
con Florence Pugh, Jack Reynor
***

Visto in TV (Prime Video).

La studentessa americana Dani (Florence Pugh), insieme al fidanzato Christian (Jack Reynor) ed altri amici interessati ai riti e all'antropologia, si reca in un remoto villaggio nel nord della Svezia per assistere a un antico e misterioso festival pagano che celebra la "mezza estate". Ma ben presto i ragazzi – fra i quali già serpeggia una certa tensione, e che non esitano nel far uso di droghe – si accorgono che, dietro l'atmosfera quasi hippy e idilliaca e all'accoglienza apparentemente cordiale degli abitanti del villaggio, si nascondono usanze e cerimonie macabre e ancestrali, legate alla natura e al ciclo della vita e della morte. Il secondo film di Aster dopo "Hereditary" del 2018 è un horror decisamente particolare, dalle atmosfere sospese e inquietanti, che non punta su mostri o jump scare bensì su un senso crescente di straniamento, cui la protagonista, peraltro, non è affatto insensibile: proprio lei, fra tutti, si scoprirà sempre più assorbita dagli strani riti e dalle usanze del villaggio, al punto da entrare lentamente a far parte di quella che è un'unica grande "famiglia", comprendendo e accettando il significato delle cerimonie meglio degli altri, mentre gli amici, perché rifiutano o trasgrediscono le regole (come in una fiaba), faranno una brutta fine, in un crescendo terrificante. A livello di contenuti non mancano elementi disturbanti, come il suicidio, la disabilità, l'endogamia. A livello di stile, invece, la bella regia sa come creare una sensazione di sospensione angosciante senza dover ricorrere a particolari effetti speciali (solo scenografie e costumi, ma anch'essi molto semplici: quasi tutto il film è girato in esterni e in un grande campo verde, con una fotografia luminosa – d'altronde siamo sotto il sole di mezzanotte – mentre gran parte degli abiti degli abitanti del villaggio sono tuniche bianche). Anche in questo caso, brutto e del tutto inappropriato il sottotitolo italiano (che c'entrano i dannati?), che richiama il classico di Wolf Rilla del 1960 (o il suo remake di John Carpenter), con cui non ha invece nessun legame.

29 ottobre 2021

Riunione di famiglia (T. Vinterberg, 2007)

Riunione di famiglia (En mand kommer hjem)
di Thomas Vinterberg – Danimarca/Svezia 2007
con Oliver Møller-Knauer, Thomas Bo Larsen
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il cantante lirico Hans Kristian (Thomas Bo Larsen) torna nella sua cittadina natale per un concerto in occasione del 750° anniversario della fondazione del villaggio. Nell'albergo in cui alloggia lavora come cuoco Sebastian (Oliver Møller-Knauer), un giovane che, a sua insaputa, è suo figlio. Balbuziente fin da bambino (per lo shock di aver creduto che il padre si fosse suicidato sotto un treno, come gli aveva raccontato la madre), Sebastian sta vivendo un grande dilemma, visto che medita di lasciare la fidanzata Claudia (Helene Reingaard Neumann) per mettersi con Maria (Ronja Mannov Olesen), suo amore di sempre, da poco tornata in paese dopo un soggiorno in una clinica psichiatrica... Il titolo italiano di questo film (quello originale significa "Un uomo torna a casa") prova a rievocare il primo successo di Vinterberg, "Festen – Festa in famiglia", lasciando intendere che i temi siano gli stessi. E in effetti i dissidi familiari (anche di lunga data), i rapporti fra genitori e figli, le tragedie del passato, i segreti, le infedeltà e i tradimenti fanno capolino anche qui, soltanto trattati con maggior leggerezza e ironia. Peccato che l'insieme sia fiacco e già visto, con il padre che rivede sé stesso nel figlio e nei suoi problemi sentimentali. Karen-Lise Mynster è la madre di Sebastian, Brigitte Christensen la moglie del cantante. Attorno ai protagonisti si muovono personaggi e figure eccentriche, come il capo cuoco (Shanti Roney), il direttore dell'albergo (Morten Grunwald) e lo "zio" transgender (Ulla Henningsen). La fotografia di Anthony Dod Mantle è particolarmente luminosa e dorata. Al concerto Hans canta "Di Provenza il mar, il suol" dalla Traviata (scelta non a caso, visto che parla proprio del rapporto fra un padre e un figlio).

14 gennaio 2021

Lo straniero della valle oscura (A. Prochaska, 2014)

Lo straniero della valle oscura - The Dark Valley (Das finstere Tal)
di Andreas Prochaska – Austria/Germania 2014
con Sam Riley, Paula Beer
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il fotografo itinerante Greider (Sam Riley) giunge in una valle inospitale dove spadroneggia la famiglia Brenner, che gestisce la legge in maniera feudale, con tanto di ius primae noctis imposto agli abitanti. In effetti Greider è lì per vendicare la madre, che vent'anni prima fu vittima della famiglia. Ambientato fra le nevi delle Alpi, un cupissimo e insolito "western" europeo, dai toni gravi e opprimenti, anche nella fotografia gelida e nella colonna sonora ricca di bassi (se si eccettua una canzone pop che c'entra come i cavoli a merenda). Per quanto i temi siano inflazionati (lo straniero, la vendetta) e il contesto sia implausibile dal punto di vista storico, l'atmosfera (anche grazie alla regia e alla fotografia) è notevole: il terrore imposto dai Brenner al villaggio, la rabbia repressa della giovane Luzi, il ritmo lento ma elegante, le sparatorie nella neve... sono tutti elementi che affiorano concretamente dalle immagini sullo schermo. Meglio sorvolare invece sulla struttura narrativa (il poco mistero che c'è all'inizio sull'identità dello straniero e su quella di colui che uccide i fratelli Brenner, ovvero se coincidano o meno, viene subito svelato) e su alcune scelte inspiegabili dei personaggi (come quando Greider, pur avendo i suoi nemici a portata di fucile, li risparmia). E naturalmente, a parte gli scenari montuosi, non c'è nulla di europeo o tantomeno di alpino nei personaggi, negli abiti e nelle scenografie, tanto che – se non fosse per alcuni accenni nei dialoghi – sembrerebbe di trovarsi fra le montagne del Nord America. Tratto da un romanzo del tedesco Thomas Willmann, il film è stato girato in Alto Adige, per la precisione in Val Senales.

24 dicembre 2020

Il segreto di Natale (Peter Sullivan, 2014)

Il segreto di Natale (Christmas under wraps)
di Peter Sullivan – USA 2014
con Candace Cameron Bure, David O'Donnell
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

La giovane dottoressa Lauren Brunell (Cameron Bure), che aspira a un posto da praticante chirurgo in un prestigioso ospedale di Boston, viene invece inviata come medico generale nella sperduta e isolata cittadina di Garland, in Alaska. Qui, in mezzo alla neve e fra persone semplici, imparerà che le cose migliori della vita giungono inaspettate e non sono il frutto di un'accurata pianificazione. Si scoprirà infatti circondata dall'affetto dell'intera popolazione del villaggio, e troverà l'amore nel "tuttofare" Andy (O'Donnell), figlio di Frank Holliday (Brian Doyle-Murray), il patriarca locale che potrebbe essere, forse, Babbo Natale... Scritto e diretto da uno specialista in tv movie natalizi, un film con una bella ambientazione nordica, buoni sentimenti e tanti luoghi comuni ("segui quello che ti dice il cuore, non la mente"), a malapena ravvivato dal "mistero" su Frank (sarà davvero Santa Claus?) e dal tema della dottoressa rampante che si ritrova suo malgrado a fare il medico di base. Guardabile in periodo di feste, ma non ci si attenda più di quello che il filone promette. Robert Pine e Joyce Cohen sono i genitori di Lauren, Kendra Mylnechuk è l'infermiera Billie. Sulle piattaforme di streaming è noto anche con il titolo originale.

24 novembre 2020

L'isola di ferro (Mohammad Rasoulof, 2005)

L'isola di ferro (Jazireh ahani)
di Mohammad Rasoulof – Iran 2005
con Ali Nassirian, Hossein Farzi-Zadeh
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una gigantesca petroliera in disuso, arrugginita e ancorata al largo della costa meridionale dell'Iran, ospita una vasta comunità di profughi sunniti. È come una comune o un piccolo villaggio galleggiante, con tanto di scuola e fattorie, autosufficiente e completa di dinamiche sociali (matrimoni, nascite, morti). A gestire tutto è il capitano Nemat (Ali Nassirian), che distribuisce e organizza i lavori, mantiene l'ordine, riscuote gli "affitti", tiene i conti e coordina le diverse attività, come la periodica vendita clandestina delle parti d'acciaio della nave o dei barili di petrolio che ancora si riescono a pompare dalla stiva. Fra i problemi cui deve far fronte ci sono le vicissitudini di Ahmad (Hossein Farzi-Zadeh), il suo giovane aiutante e "addetto alle comunicazioni", innamorato di una ragazza (Neda Pakdaman) con cui si scambia messaggi contro il volere del padre di lei; le preoccupazioni del maestro della scuola, che avverte che lo scafo sta lentamente affondando, ogni giorno di più; e soprattutto l'invito ad evacuare la nave, destinata alla demolizione dalla compagnia proprietaria. Alla fine, come un novello Mosé, il capitano guiderà i passeggeri in un esodo sulla terraferma, verso la "terra promessa", in una regione arida e polverosa ("Qui costruiremo una città": ma l'ultima scena mostra un bambino che sente il richiamo del mare – e della libertà – e si tuffa). Il secondo lungometraggio di Rasoulof funziona a più livelli: come racconto corale (con numerosi e variopinti personaggi ben caratterizzati con pochi tratti: dal bambino che pesca i pesci nella stiva allagata, per poi rigettarli in mare, al vecchio che scruta costantemente il cielo in attesa di qualcosa di misterioso, dal giovane in sedia a rotelle che gestisce l'ascensore lungo lo scafo, al maestro che si fabbrica i gessetti per la lavagna con le cartucce di vecchie pallottole come stampi), come fotografia delle dinamiche sociali e culturali (la ragazza costretta a sottomettersi alla volontà del padre, e in generale il conflitto fra autocrazia e libertà evidente anche nel rapporto fra il capitano e il giovane Ahmad), come allegoria dell'isolamento delle comunità e delle minoranze (con la diffidenza per ciò che viene dall'esterno, comune in fondo all'intera nazione: significativa la scena in cui i ragazzi vengono puniti perché hanno cercato di guardare canali televisivi stranieri via satellite), come metafora del cambiamento che schiaccia le realtà più povere e rurali (la vendita della nave), come ritratto della capacità di arrangiarsi e reinventarsi sfruttando ogni risorsa a disposizione, come immagine del conflitto fra materialismo e umanesimo. Grazie anche a ottime interpretazioni e all'originale ambientazione, la solida regia alterna un pragmatico realismo a suggestioni simboliche e allegoriche. Tratto da una pièce teatrale scritta dieci anni prima dallo stesso regista, è stato girato presso il porto di Bandar Abbas, sulla costa iraniana del Golfo Persico.

30 agosto 2020

Manon delle sorgenti (Claude Berri, 1986)

Manon delle sorgenti (Manon des sources)
di Claude Berri – Francia/Italia 1986
con Emmanuelle Béart, Yves Montand, Daniel Auteuil
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Seconda parte del dittico iniziato con "Jean de Florette" e tratto dai romanzi di Marcel Pagnol (nonché dal suo film, omonimo di questo, del 1952). È trascorsa una decina d'anni, durante i quali Ugolin Soubeyran (Auteuil) ha coltivato garofani nella tenuta acquistata dalla vedova di Jean, sfruttando la ricca sorgente d'acqua che era nascosta al suo interno. Suo zio, il vecchio patriarca "Papet" (Montand), giunto in tarda età senza eredi, vorrebbe che il nipote si sposasse per garantire la sopravvivenza della famiglia. E in effetti Ugolin si innamora di... Manon (una giovanissima e luminosa Béart), la figlia di Jean, che vive quasi allo stato selvatico fra le colline, nei pressi della fattoria che era appartenuta al padre, portando al pascolo un gregge di capre e cacciando lepri e uccellini. La ragazza sospetta dell'inganno che Ugolin e lo zio ordirono dieci anni prima, e viene ora a sapere che anche gli altri abitanti del villaggio erano a conoscenza della sorgente. Decide allora di vendicarsi, bloccando in una grotta l'afflusso che alimenta tutte le fontane della regione. Di fronte all'improvvisa mancanza d'acqua, gli abitanti del paese vanno in crisi. E quando nemmeno un ingegnere statale riesce a risolvere il problema, si rivolgono alla religione... Oltre a fungere da sequel a "Jean de Florette" (portando a compimento le traiettorie di tutti i personaggi, a partire da una Manon protagonista di una vendetta che, nel suo piccolo, ricorda quella di celebri figure della letteratura francese vittime di ingiustizie altrui, da "Il Conte di Montecristo" in poi), il film ne eleva i temi a proporzioni “mitologiche” e universali: è una vera e propria tragedia greca, con tanto di punizione che il destino riserva a coloro che si sono macchiati di colpe (il riferimento esplicito a Tebe, nella predica del parroco, richiama il mito di Edipo): quanto mai azzeccato, dunque, il tema musicale da "La forza del destino" di Verdi. Altri aspetti mitologici sono legati all'ambientazione agreste e alla stessa Manon, pastorella in simbiosi con la natura (come in fondo sognava di fare il padre) e "ninfa" che fa il bagno nuda nelle acque delle colline. Colpisce anche l'approfondimento di tutti i personaggi, persino i "cattivi" (Ugolin e Papet), che sono quasi i veri protagonisti e a cui non mancano tratti umani ed empatici. Entrambe le pellicole hanno ricevuto un grande consenso da parte della critica (con premi, in particolare, per Auteuil e Béart) e del pubblico.

2 luglio 2020

Il Cristo proibito (Curzio Malaparte, 1951)

Il Cristo proibito
di Curzio Malaparte – Italia 1951
con Raf Vallone, Alain Cuny
***

Visto su YouTube.

Alla fine della seconda guerra mondiale, liberato da un campo di prigionia in Russia, Bruno (Raf Vallone, doppiato da Emilio Cigoli) fa ritorno nel suo paese di origine nella campagna toscana. Qui scopre che tutti, concluse le tragedie della guerra, vogliono solo dimenticare e andare avanti. Lui invece è rimasto con un conto in sospeso: intende vendicare il fratello Giulio, partigiano fucilato dai tedeschi, uccidendo l'abitante del villaggio (di cui ignora l'identità) che lo ha tradito e consegnato al nemico. L'unico film mai diretto dallo scrittore Curzio Malaparte è un oggetto strano, dallo stile post-neorealista e pre-pasoliniano. Più che la forma, però, furono i contenuti a fare scalpore: la guerra era ancora fresca nella memoria di tutti, e la tesi che bisognasse chiudere i conti con il passato non venne accolta nel migliore dei modi, specialmente quando alla domanda "Di chi è la colpa?" si risponde "È anche colpa nostra, è colpa di tutti". Nella sua ricerca ossessiva di giustizia, Bruno si scontra non soltanto con amici e parenti – la madre (Rina Morelli), la servetta Maria (Anna Maria Ferrero), l'amica d'infanzia Nella (Elena Varzi) – che rifiutano di rivelargli il nome del traditore, ma soprattutto con il carpentiere del villaggio, Mastro Antonio (Alain Cuny), figura ascetica che predica la necessità del sacrificio di un innocente per espiare le colpe collettive e uscire così dalla spirale infinita di odio e vendetta. È lui "il Cristo proibito" del titolo, un riferimento alle parole del sindacalista (Gino Cervi) che invece nega questa possibilità ("Oggi nessuno vuole più soffrire per gli altri, agli uomini è proibito ripetere il sacrificio del Cristo") e cerca di dimostrarlo durante la processione nel villaggio, quando invita gli abitanti a farsi mettere letteralmente in croce "per la salvezza del mondo", sbeffeggiando la loro ritrosia. Se gli argomenti sono dunque di attualità, come il tema della riappacificazione e della necessità di chiudere i conti con il passato (dopo un periodo in cui tutti hanno vissuto traumi di vario genere), il film presenta anche aspetti universali, archetipici (il capro espiatorio) o esistenziali ("Neppure la libertà è riuscita a fare di noi degli uomini liberi, e felici") ed è ambientato in un mondo al tempo stesso vecchio e moderno, dove convivono un'antica cultura contadina, le tradizioni famigliari, le cerimonie religiose, le feste rurali, le rivendicazioni dei lavoratori (si pensi al partecipante alla processione con il mascherone e la tuta della Pirelli) e le tante contraddizioni e i segreti nascosti dell'Italia post-bellica (il negoziante con il ritratto di Stalin in bella vista e quello di Mussolini nascosto dietro un'anta). Bellissimi paesaggi e scenari: la pellicola è stata girata in provincia di Siena, a Sarteano e (soprattutto) a Montepulciano. Oltre a soggetto, sceneggiatura e regia, Malaparte firma anche il commento musicale.

21 giugno 2020

Il dolce domani (Atom Egoyan, 1997)

Il dolce domani (The Sweet Hereafter)
di Atom Egoyan – Canada 1997
con Ian Holm, Sarah Polley
***

Rivisto in divx, con Sabrina, per ricordare Ian Holm.

Quando lo scuolabus locale esce di strada e sprofonda nel lago ghiacciato, gli abitanti di una cittadina devono far fronte alla tragedia collettiva della perdita di tutti i loro figli. Ognuno reagisce a proprio modo: chi con la rabbia, chi con la rassegnazione e chi si chiude nel proprio dolore. È allora che fa la sua apparizione Mitchell Stephens (Ian Holm), avvocato che intende convincere tutti i genitori ad unirsi insieme per intentare una causa di risarcimento (non è chiaro verso chi: il produttore dell'autobus? l'autista alla guida (Gabrielle Rose), che pure amava profondamente quelli che chiamava "i miei bambini"? l'ente che doveva curare le strade o il guardrail?). Lo stesso Stephens, però, ha in fondo perduto una figlia: la sua Zoe (Caerthan Banks), tossicodipendente, che un tempo amava alla follia e che ora è diventata una fastidiosa estranea... Sceneggiato dallo stesso regista a partire da un romanzo di Russell Banks, a sua volta ispirato a un episodio realmente accaduto, è forse il miglior film di Egoyan, che dopo "Exotica" torna ad affrontare i temi della perdita, della manipolazione del dolore e del contatto emotivo: una riflessione acuta e profonda, intensa e niente affatto cinica, sul caso e la fatalità, sul lutto e le conseguenze, che coglie parte del proprio fascino dal suggestivo parallelo con la favola del Pifferaio di Hamelin, il quale portò via tutti i bambini di un villaggio per punire i genitori. Mentre nella fiaba a rimanere indietro fu un solo bambino perché zoppo, qui l'unica sopravvissuta è Nicole (Sarah Polley), costretta su una sedia a rotelle (e dalla cui testimonianza dipende l'esito della causa), per la quale la tragedia diventa un modo per uscire dalla propria infanzia e prendere consapevolezza della dura realtà della vita, compreso il torbido rapporto con il proprio genitore (Tom McCamus). Se c'è chi spera di ottenere del denaro dalla tragedia, altri – come il vedovo Billy (Bruce Greenwood), che ha perso i due figli – hanno una visione più fatalista: l'incidente è semplicemente capitato, ora è meglio voltare pagina e guardare avanti. Dopo tutto, interrogarsi sulle ragioni della tragedia per "incanalare la propria rabbia" (come dice Stephens), quando nulla fa pensare a qualcosa di diverso di una fatalità (una lastra di ghiaccio sulla strada), è come prendersela con una punizione divina. La struttura decostruita intervalla la trama principale con numerosi flashback (vedremo l'incidente soltanto a metà film) e flashforward (le sequenze di Stephens in aereo, mentre parla della figlia a una vecchia amica), mentre scenari e ambientazione (neve, ghiaccio) sembrano voler "congelare" i sentimenti per impedire loro di esplodere. Ma alla fine, in un modo o nell'altro, tutti troveranno la pace. Ottimo Holm in uno dei suoi rari ruoli da protagonista, che alterna momenti in cui appare freddo e cinico ad altri in cui si dimostra compassionevole (la stessa ambivalenza che ha verso la figlia).

20 giugno 2020

Buttiamo giù l'uomo (Savage Cole, Krudy, 2019)

Buttiamo giù l'uomo (Blow the Man Down)
di Bridget Savage Cole, Danielle Krudy – USA 2019
con Morgan Saylor, Sophie Lowe
**

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Dopo la morte della madre, le sorelle Mary Beth (Morgan Saylor) e Priscilla Connolly (Sophie Lowe) cercano di mandare avanti la pescheria di famiglia nel freddo e remoto villaggio costiero di Easter Cove, nel Maine. Quando Priscilla uccide accidentalmente un misterioso forestiero, le due decideranno di disfarsi del cadavere, facendolo a pezzi e gettandolo ai pesci. Ma si ritroveranno così coinvolte in una serie di intrighi che riguardano gran parte delle donne della piccola comunità. A metà strada fra "Fargo" e "Soldi sporchi", di cui è una variante tutta al femminile, una pellicola che avrebbe molti punti di forza: innanzitutto l'ambientazione, un remoto villaggio di pescatori dove le donne tirano le fila di tutto, visto che gli uomini sono sempre fuori a pesca (alcuni di questi, con le loro canzoni, forniscono letteralmente un "coro" alle vicende). Ottimi anche i volti dei numerosi personaggi, tutti particolari e ambigui, anche perché non ci sono figure completamente buone o completamente cattive; e notevole la colonna sonora acustica e distonica di Brian McOmber e Jordan Dykstra, così come la confezione in generale (in particolare la gelida fotografia). Dove invece il film non funziona, purtroppo, è nella cosa più importante: la sceneggiatura (delle stesse registe), che non decolla mai, non riesce a sviluppare con la dovuta cura i molti spunti forniti dall'ambientazione, dalla trama e dai personaggi – come la tenutaria del bordello locale (Margo Martindale, la migliore del cast), una delle prostitute (Gayle Rankin), o le varie vecchiette che dominano dietro le quinte – e non approfondisce né loro né gli eventi, che si succedono "semplicemente" e in maniera persino sfilacciata, senza suscitare l'interesse o la partecipazione dello spettatore e senza mai dare l'impressione che alle azioni seguano delle conseguenze.

4 aprile 2020

La grande avventura del piccolo principe Valiant (I. Takahata, 1968)

La grande avventura del piccolo principe Valiant, aka
Il segreto della spada del sole (Taiyo no oji - Horusu no daiboken)
di Isao Takahata – Giappone 1968
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx.

Alla morte del padre, e armato della leggendaria "spada del sole", il giovane Hols parte verso il Nord per difendere gli abitanti di un villaggio dagli attacchi del demone Grunwald e dei suoi malvagi lupi argentati. Il nemico ordinerà alla propria sorella Hilda di infiltrarsi nel villaggio per carpire la fiducia di Hols e ucciderlo. Ma la ragazza, combattuta fra il bene e il male, finirà con l'aiutare il giovane eroe. Ambientato in un mondo scandinavo barbaro e fiabesco, popolato da mostri e animali parlanti, e realizzato (nel corso di tre anni!) quasi in totale autonomia creativa da un gruppo di giovani artisti dello studio d'animazione Toei (guidati dal direttore e supervisore dell'animazione Yasuo Otsuka), che dal canto suo ne consentì la lavorazione soltanto per andare incontro alle richieste dello staff in un periodo in cui lo studio era scosso da scioperi e rivendicazioni di vario genere (tanto che, una volta completato, ne boicottò la distribuzione nelle sale, dove rimase solo dieci giorni), questo film rappresenta uno spartiacque per l'industria dell'animazione giapponese. Innanzitutto si discosta notevolmente sia dagli altri lavori animati della Toei (e degli altri studi nipponici), che fino ad allora si rivolgevano a un pubblico esclusivamente infantile, sia dai coevi lungometraggi Disney, indicando la strada che farà la fortuna degli anime giapponesi negli anni a venire (storie più adulte e complesse, ricche di energia e di azione, con personaggi moralmente ambigui, temi politici e sociali, e violenza stilizzata). Inoltre segna l'inizio della lunga collaborazione fra Isao Takahata (all'esordio nella regia) e Hayao Miyazaki (qui animatore e disegnatore delle scene), che anni più tardi avrebbero dato vita allo Studio Ghibli. In effetti molti elementi sembrano anticipare i lavori successivi del duo, e in particolare di Miyazaki. Il protagonista, e l'incipit della pellicola, non possono non ricordare la serie televisiva "Conan il ragazzo del futuro". Gli scenari fantasy anticipano "Nausicaä della valle del vento", e non mancano suggestioni che torneranno in "Laputa", mentre il complesso personaggio femminile di Hilda (che da metà film in poi diventa di fatto la protagonista) sembra quasi l'archetipo dell'eroina miyazakiana che ritroveremo un po' ovunque: da Lana di "Conan" alla Clarissa de "Il castello di Cagliostro". Se Hols ha una caratterizzazione piuttosto semplice (come semplici e stilizzati sono i disegni, a volte poco più che bozzetti: attenzione, semplici ma non piatti o scialbi, anzi assai efficaci!), Hilda è sicuramente il personaggio più originale e memorabile di una pellicola che nel suo piccolo ha avuto un forte impatto sul mondo dell'animazione giapponese. Nonostante il nome del protagonista sia chiaramente Hols (o Horus, come il dio egizio, nella versione in lingua inglese), il titolo italiano – e solo il titolo! – lo identifica inspiegabilmente come "principe Valiant", attribuendogli il nome del personaggio del celebre fumetto di Hal Foster.

19 marzo 2020

Se sei vivo spara (Giulio Questi, 1967)

Se sei vivo spara, aka Oro Hondo
di Giulio Questi – Italia/Spagna 1967
con Tomas Milian, Marilù Tolo
**1/2

Rivisto in divx.

Tradito dai suoi stessi complici dopo una rapina e lasciato a morire nel deserto, il messicano Hermano (Tomas Milian) viene salvato da due sciamani indiani ed esce dalla tomba per vendicarsi. Ma i banditi che insegue sono già stati uccisi tutti dagli abitanti della cittadina dove si erano rifugiati: tutti tranne il capo, Oaks (Piero Lulli), di cui fa giustizia proprio Hermano con i suoi proiettili d'oro (!). Tormentato e disilluso, il messicano decide di rimanere nel villaggio (che gli indiani chiamano "Il campo dell'angoscia"!) e si ritrova così in mezzo alle faide incrociate che scoppiano fra i suoi abitanti per entrare in possesso del bottino, "gente onesta" che di fronte all'oro si dimostra crudele e spietata, come il proprietario del saloon Tembler (Milo Quesada) e il negoziante Hagerman (Francisco Sanz). Opera prima (dopo alcuni episodi di film collettivi) di Giulio Questi e del suo co-sceneggiatore (e montatore) Franco Arcalli, con cui forma un sodalizio destinato a durare per il resto della sua (poco prolifica) carriera, è un western atipico e nichilista che gode di molta fama fra i cultori del genere per via della sua atmosfera inquietante e della sua violenza, con scene estremamente cruente e scabrose (su cui si scagliò la censura italiana): si pensi al bandito scempiato dagli abitanti del paese per recuperare le pallottole d'oro, ad alcune morti atroci, o alla sequenza in cui si lascia intendere che il giovane Evan (Raymond Lovelock) sia stato violentato dagli uomini del ranchero Sorrow (Roberto Camardiel). Per alcuni di questi episodi, il regista si sarebbe ispirato agli orrori di cui era stato testimone in guerra, quando aveva fatto parte della resistenza partigiana. Al netto di tutto ciò, però, temi e situazioni sono in fondo simili a quelli di molti altri spaghetti western (dal capostipite "Per un pugno di dollari" in poi), con il forestiero che rimane implicato nelle dinamiche di un villaggio sconvolto da tensioni sotterranee. E la pellicola, forse un po' lunga e compiaciuta, si trascina cambiando focus più volte: di certo le parti sono superiori all'insieme. Marilù Tolo e Patrizia Valturri interpretano i due unici personaggi femminili, rispettivamente l'amante di Tembler (che lo manipola come Lady Macbeth) e la moglie di Hagerman, fatta credere pazza e reclusa nella sua stanza dal marito geloso. Interessanti la fotografia di Franco Delli Colli (cugino del più celebre Tonino) e la colonna sonora di Ivan Vandor. Gianni Amelio è aiuto regista. Sequestrato pochi giorni dopo la sua uscita e poi ridistribuito con diversi tagli, il film è stato riproposto nelle sale nel 1975 con il titolo "Oro Hondo". In diversi paesi (come USA e Germania) è stato spacciato come un capitolo della saga di Django.

26 febbraio 2020

Il selvaggio (László Benedek, 1954)

Il selvaggio (The Wild One)
di László Benedek – USA 1954
con Marlon Brando, Mary Murphy
***

Visto in divx.

Una banda di bikers, guidata dal ribelle Johnny (Marlon Brando), arriva in una tranquilla cittadina di provincia, in cerca di birra, musica e divertimento, seminando disordine, confusione e anarchia. La tensione fra i motociclisti e gli abitanti del paese cresce a dismisura, nonostante i tentativi dell'anziano sceriffo di mantenere la calma, fino a sfociare in tragedia. Uno dei primi film hollywoodiani a descrivere il mondo delle gang di motociclisti, antesignano di "Easy rider" nel dare corpo al desiderio di fuga, di libertà e di ribellione di giovani insofferenti verso le regole e le convenzioni sociali dei loro padri. Brando, con il suo giubbotto di pelle nera, le basette, gli occhiali scuri e il berretto, divenne una vera e propria icona, un bad boy che influenzò profondamente l'immaginario culturale degli anni cinquanta (in coppia con James Dean, che l'anno successivo sarà protagonista di "Gioventù bruciata"). Il film si dipana quasi come un western, con la cittadina di provincia la cui tranquillità è messa a dura prova dall'arrivo dei motociclisti, ma quello che più colpisce è la figura di Johnny, antieroe al tempo stesso carismatico e perdente, che vaga senza meta e senza alcun rispetto o fiducia per l'autorità o il conformismo. A chi gli chiede, infatti, "Contro che cosa vi ribellate?", risponde senza battere ciglio: "Contro di voi". E dunque persino nei confronti della banda rivale guidata da Chino (Lee Marvin) mostra una solidarietà che non può invece essere espressa verso la polizia o il sistema. L'unico personaggio con cui sembra poter stringere una qualche forma di contatto umano è Kathie (Mary Murphy), la giovane barista che, proprio come lui, sogna di fuggire dall'ambiente in cui vive ma che è comunque legata alla propria comunità e al rispetto delle regole, anche perché è la figlia dello sceriffo locale (Robert Keith). Fra i due sboccia qualcosa, forse amore (anche se entrambi lo negano), e l'ultima cosa che il ragazzo farà prima di abbandonare il paese sarà donarle quel trofeo di corsa (rubato) che per lui simboleggiava l'orgoglio e il riscatto sociale. Pur fra molte controversie per l'aver portato la violenza delle bande sullo schermo e il ritratto simpatetico dei protagonisti (nonostante gli atti di teppismo, i bikers non sono veramente cattivi: la sceneggiatura punta semmai il dito contro i "benpensanti"), la pellicola – ispirata ai disordini di Hollister del 1947, gonfiati dalla stampa sensazionalistica – riscosse un grande successo e contribuì a collocare Brando nell'olimpo dei più grandi attori americani.

26 settembre 2019

You will die at 20 (Amjad Abu Alala, 2019)

You will die at 20
di Amjad Abu Alala – Sudan/Francia 2019
con Mustafa Shehata, Islam Mubark
**

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Un santone itinerante, dal quale Sakina aveva portato il figlio neonato Muzamil per essere benedetto, profetizza che il bambino morirà all'età di vent'anni. La previsione sconvolge la comunità, che pure la accetta senza metterla in discussione. Abbandonata dal marito, Sakina è costretta a crescere il figlio tutta da sola, cercando di proteggerlo in ogni maniera. Il piccolo, che viene dileggiato e chiamato "Il figlio della morte" dai suoi coetanei, non esce mai dal suo villaggio. Ciò nonostante, crescendo, comincia a sviluppare sempre più curiosità e sete di conoscenza. Iscritto alla scuola coranica, ne diventa uno degli alunni più promettenti. E contemporaneamente frequenta la casa di uno "straniero" ai margini della comunità, che gli insegna la matematica e l'amore per le culture occidentali, e dal quale apprenderà anche a "peccare". Nel frattempo, però, man mano che il suo ventesimo compleanno si avvicina, tutto il villaggio comincia a fare i preparativi per il suo funerale. E la ragazza di cui è innamorato viene data in sposa a un altro, visto che il legame con lui non avrebbe prospettive... Uno spunto interessante, legato alla fede assoluta nella religione e alle superstizioni fondate sul nulla, per un film pittoresco che però alla resa dei conti mantiene forse meno di quello che promette. Se il contesto è interessante, i temi morali e quelli della predestinazione sono svolti con una certa pretestuosità. Deludente in particolare il finale, anticlimatico e incapace di tirare adeguatamente le fila della vicenda.

19 settembre 2019

Nafi's father (Mamadou Dia, 2019)

Nafi's father (Baamum Nafi)
di Mamadou Dia – Senegal 2019
con Alassane Sy, Saikou Lô
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

In un villaggio nel nord-est del Senegal dove l'Islam convive con le antiche tradizioni e alcune credenze animiste, il Tierno (l'imam locale) disapprova il fidanzamento della propria figlia Nafi con il cugino Tokara, figlio del suo fratello maggiore Ousmane. La questione, però, non è solo familiare ma anche religiosa e politica: Ousmane è infatti legato a un gruppo di integralisti islamici, finanziati da uno sceicco fondamentalista che vorrebbe prendere il potere nella zona e imporre la sharia. La rivalità fra i due fratelli divide pian piano la comunità: e per screditare Ousmane, il Tierno suggerisce ai due ragazzi di mettere in scena una "fuga d'amore"... Il primo lungometraggio del regista senegalese Mamadou Dia mette in scena lo scontro (fratricida) fra una concezione gentile e moderata dell'autorità religiosa (quella dell'imam protagonista) e una invece rigida, oppressiva e imposta con il potere della forza e dei soldi (grazie ai quali Ousmane si compra pian piano il favore e l'approvazione degli abitanti del villaggio). Efficace nel mettere in scena drammi, dubbi e aspirazioni personali all'interno di un contesto sociale (Nafi sogna di andare a studiare all'università, e in effetti il suo fidanzamento con il cugino fa parte di una strategia per poter trasferirsi nella capitale Dakar, dove anche il ragazzo vorrebbe studiare la danza), la pellicola ha come suo centro nevralgico un personaggio di forte integrità, coerente e deciso nell'opporsi (anche se passivamente) alle ingiustizie e alla barbarie che avanza, ma al tempo stesso diviso fra i suoi doveri di padre, di fratello, di autorità religiosa e di guida spirituale per i membri della comunità (oltre che sofferente per una malattia terminale che lentamente lo sta devastando).