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10 maggio 2023

Soul (Pete Docter, 2020)

Soul (id.)
di Pete Docter [e Kemp Powers] – USA 2020
animazione digitale
***

Visto in TV (Disney+).

Joe Gardner, insegnante di musica part-time in una scuola media, sogna da tutta la vita di diventare un grande pianista jazz. Il giorno stesso in cui viene ingaggiato in un quartetto, però, muore per una caduta in un tombino. Giunto nell'aldilà, cerca in ogni modo di ritornare sulla Terra e nel suo corpo: e nel frattempo si ritrova assegnato come "mentore" a Ventidue, un'anima che si rifiuta di nascere, affinché la aiuti a trovare la propria "scintilla", ovvero la propria ragione di vita... Dietro un canovaccio visto già mille volte al cinema (a partire da "Il paradiso può attendere"), un film che prosegue nella tradizione Pixar di affrontare temi filosoficamente e psicologicamente complessi con l'ausilio dell'animazione. Questa volta, fra le altre cose, si parla di determinismo (la personalità e le passioni di un individuo sono fissate già alla nascita?) e dello scopo ultimo della vita. Che alla fine – e la cosa non dovrebbe stupire – si rivela essere... proprio vivere. Arguto nella caratterizzazione dei personaggi, eccellente nell'animazione e nella grafica (soprattutto per quanto riguarda l'aldilà, non tanto per le anime-fantasmino quanto per i vari consulenti e burocrati, creature bidimensionali il cui aspetto è ispirato all'arte astratta ma anche alla "Linea" di Osvaldo Cavandoli), adulto e profondo nei temi trattati, anche se a tratti corre il rischio di risultare un po' pesante, pedante e retorico. Ma proprio come i precedenti lavori di Docter (da "Monsters & Co." a "Inside Out"), riesce miracolosamente a mantenersi in equilibrio fra l'intrattenimento e l'insight psicologico. A causa della pandemia di Covid, non è uscito in sala ma direttamente in streaming sulla piattaforma Disney+. Due premi Oscar: per il miglior film animato e per la colonna sonora.

5 febbraio 2023

Primo caso, secondo caso (A. Kiarostami, 1979)

Primo caso, secondo caso (Ghazieh-e shekl-e aval, ghazieh-e shekl-e dovom)
di Abbas Kiarostami – Iran 1979
con attori non professionisti
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Uno studente indisciplinato, seduto in fondo alla classe, disturba la lezione facendo rumore sul banco. Non riuscendo a identificare il responsabile, l'insegnante fa uscire dall'aula tutti i sette alunni dell'ultima fila, minacciando di lasciarli in punizione in corridoio per l'intera settimana, a meno che uno di loro non riveli chi era il colpevole. Dopo aver intervistato i genitori dei ragazzi, chiedendo loro come dovrebbero comportarsi (fare la spia oppure no?), Kiarostami proietta a questi e a un gruppo di educatori, intellettuali, leader politici e religiosi, due differenti "finali" della storia: nel primo caso, dopo due giorni uno degli studenti, seppure a malincuore, denuncia il compagno colpevole e viene così riammesso in classe a seguire le lezioni; nel secondo caso, tutti e sette gli alunni "resistono" per l'intera settimana senza tradirsi a vicenda. In entrambi i casi gli intervistati esprimono le proprie opinioni sull'accaduto. La maggior parte di essi elogia l'unità mostrata dagli alunni e condanna l'eventuale "traditore", in nome dei valori della solidarietà all'interno di una comunità o di un gruppo di appartenenza. Le critiche vengono invece rivolte per lo più all'insegnante, per averli messi in quella situazione, e al sistema educativo, visto come specchio di una società oppressiva, che incoraggia la delazione e il tradimento e che reprime la personalità dei suoi membri. Naturalmente, però, c'è anche chi condanna il comportamento indisciplinato di alunni che dovrebbero pensare soprattutto a studiare e a rispettare le regole. E quello che era un comune episodio di vita scolastica si colora di interpretazioni sociali e politiche. All'apparenza uno dei tanti corti e mediometraggi di ambientazione scolastica e dagli intenti pedagogici diretti da Kiarostami per conto del Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti (non dissimile, per esempio, dal precedente "Due soluzioni per un problema"), questo film di una cinquantina di minuti è in realtà un importante documento della transizione dell'Iran da repubblica laica a stato islamico. Proprio mentre il regista lo stava completando, infatti, la rivoluzione guidata dall'ayatollah Khomeini rovesciava la monarchia e il regime dello scià, costringendo di fatto il regista a modificare il progetto (il "secondo caso" venne aggiunto in corso d'opera) e a cambiare la struttura del film, eliminando parte dei commenti già girati e aggiungendone di altri (in particolare le interviste ad alcuni dei "nuovi" leader politici e religiosi del paese). Ciò nonostante, il film venne vietato dalla censura (forse perché mostra comunque un dibattito non allineato, caratterizzato da una grande varietà di opinioni) ed è rimasto a lungo inaccessibile. Curiosità: gli alunni in piedi nel corridoio ricordano "I soliti sospetti".

4 dicembre 2022

Monsieur Lazhar (Philippe Falardeau, 2011)

Monsieur Lazhar (id.)
di Philippe Falardeau – Canada 2011
con Fellag, Sophie Nélisse, Emilien Néron
**1/2

Visto in divx.

Bashir Lazhar (Fellag), esule algerino in Canada, è assunto come nuovo insegnante in una scuola elementare di Montreal, in sostituzione di una docente che si è misteriosamente impiccata in classe. I suoi metodi sono "tradizionali", in contrapposizione con le moderne correnti pedagogiche in auge nell'istituto, ma proprio per questo riesce a stringere un rapporto più sincero e diretto con i piccoli alunni, aiutandoli a superare lo shock della morte della precedente insegnante (il cui suicidio torna continuamente nei loro ricordi e discussioni) e a "crescere" affrontando questioni importanti (come l'ingiustizia) durante le lezioni. Tratto da un monologo teatrale di Évelyne de la Chenelière e "cucito" attorno al protagonista Mohamed Saïd Fellag (comico e scrittore algerino, la cui vita ha diversi punti in comune con quella di Bashir, essendosi trasferito in Francia per le turbolenze politiche in patria), un piccolo film sulla scuola e l'insegnamento che affronta temi maturi in modo delicato. Forse è un po' dispersivo, visto che si muove in tante direzioni e affronta numerosi argomenti (i rapporti di Bashir con i bambini, i genitori, la preside e gli altri insegnanti; lo status stesso di Bashir in quanto rifugiato politico, e il passato tragico da cui è in fuga; il tema del suicidio, della morte e del superamento appunto dei lutti e delle difficoltà; lo "scontro" di culture), sempre però con garbo e sensibilità, aiutato anche dai piccoli (e ottimi) interpreti, dove spiccano l'intelligente e matura Alice (Sophie Nélisse) e il traumatizzato e introverso Simon (Emilien Néron). Le strade e i cortili innevati di Montreal fanno da sfondo alle scene ambientate in classe. Premio del pubblico al festival di Locarno e nomination agli Oscar come miglior film straniero.

8 settembre 2022

Il maestro di Vigevano (Elio Petri, 1963)

Il maestro di Vigevano
di Elio Petri – Italia 1963
con Alberto Sordi, Claire Bloom
**1/2

Visto su Facebook Watch

Antonio Mombelli (Sordi) lavora da diciannove anni come maestro elementare a Vigevano, fiorente cittadina che prospera grazie all'industria delle scarpe. La moglie Ada (Bloom), che sogna una vita migliore, vorrebbe che abbandonasse la scuola per dedicarsi, come molti altri, alla fabbricazione di calzature: ma lui rifiuta di cambiare attività e di abbandonare quella che reputa la sua vocazione per diventare uno "scarparo" o, peggio ancora, un arricchito volgare come il commendator Bugatti (Piero Mazzarella), industriale agli antipodi del proprio mondo. E questo nonostante le umiliazioni che subisce quotidianamente dal direttore dell'istituto (Vito De Taranto), lo stipendio da fame, i sacrifici che deve compiere per mantenere la propria "dignità", e la triste fine che vede fare al suo unico amico Nanini (Guido Spadea), timido insegnante che vive di supplenze. Dall'omonimo romanzo di Lucio Mastronardi, adattato dallo stesso regista insieme ad Age e Scarpelli, il terzo film di Petri (il suo primo successo al botteghino, nonostante qualche concessione al patetismo) è un ritratto malinconico e dolceamaro di un personaggio che cerca di rimanere sé stesso di fronte a un mondo che cambia (siamo al culmine del boom economico) e dove la ricchezza dell'industria sta spazzando via i valori del passato. Mombelli si identifica a tal punto con la figura del maestro che, quando la scuola è chiusa, è come se anche lui non esistesse. I sogni di elevazione sociale e di ricchezza della moglie non fanno presa su di lui, che è tormentato da ben altri incubi (non mancano scene legate all'immaginazione), i suoi problemi di coscienza sono sbeffeggiati da chi lo circonda, e gli esempi di onestà e correttezza che vorrebbe dare al figlioletto Rino cadono nel vuoto. Quando, dopo un anno di alti e bassi, torna l'autunno e la scuola riapre, è come se non fosse cambiato nulla. Ottimo Sordi, a suo agio con un personaggio complesso, e memorabili a modo loro le figure meschine o macchiettistiche che gli girano attorno, come il pomposo direttore della scuola che parla di sé al plurale e lascia sempre le parole a metà per farle completare al suo interlocutore, il tragico Nanini ("Francamente crepare sarebbe l'unico modo per fottere tutti"), che sogna di "vivere agrestamente, primitivamente" come nel giardino dell'Eden, o anche l'avvocato Racalmuto, che pensa di sostituire le parole con numeri per avere un linguaggio universale. Musiche di Nino Rota.

25 maggio 2021

Le cose che verranno (Mia Hansen-Løve, 2016)

Le cose che verranno (L'avenir)
di Mia Hansen-Løve – Francia/Germania 2016
con Isabelle Huppert, Roman Kolinka
***

Visto in divx.

La vita di Nathalie (Isabelle Huppert), insegnante di filosofia in un liceo parigino, sembra cambiare improvvisamente nel giro di pochi mesi: il marito Heinz (André Marcon), dopo venticinque anni di matrimonio, le confessa di amare un'altra donna e va a vivere con lei; l'anziana madre (Édith Scob), ansiosa e depressa, viene prima ricoverata in una casa di riposo e poi muore; i figli vanno via di casa e mettono su famiglia; la casa editrice per cui pubblica i suoi saggi, in seguito a "valutazioni della divisione marketing", le fa sapere che non intende proseguire la collaborazione... Ma la donna andrà avanti comunque, adattandosi alle nuove situazioni e trovando nuove gratificazioni in ciò che la vita le regala (come la nascita di un nipotino). Ritratto di una donna immersa in un mondo che rischia di lasciarla dietro mentre invecchia (gli studenti picchettano e contestano fuori dalla scuola, il marito si trova una donna più giovane, i suoi libri non vanno più incontro ai gusti del pubblico, lei stessa diventa nonna e si scopre lontana dalle idee dei giovani). La ritrovata "libertà", dopo anni in cui non aveva mai messo in discussione il proprio stile di vita ("Con mio marito ascoltavamo gli stessi dischi da vent'anni"), l'aiuterà a raggiungere una maggiore consapevolezza di sé stessa: proprio come Pandora, l'anziana gatta della madre che ha dovuto adottare dopo la morte di lei (pur essendo allergica), sempre vissuta in casa ma che alla prima visita in campagna fugge alla scoperta dei propri istinti e del proprio essere, per tornare il mattino dopo con un topo in bocca! Ad aiutarla a trovare questa consapevolezza è il giovane Fabien (Roman Kolinka), il suo ex allievo prediletto, dalle idee anarchiche, radicali e anticonformiste ma almeno sincero con sé stesso, al quale proprio lei ha insegnato a essere coerente e a pensare con la propria testa. Il film narra tutto questo senza eccessi, scene madri o gridate, in maniera molto naturale e delicata, come "normale" e quotidiana è l'intera pellicola, calma e pacifica ("Deep peace" è il titolo della canzone di Donovan che si sente nel finale). "Finché si desidera, si può fare a meno di essere felici, perché si aspetta di esserlo. E se la felicità non arriva, la speranza si prolunga... Guai a chi non desidera più niente", recita un testo di Rousseau che Nathalie legge in classe ai suoi allievi. Ottima, come sempre, la Huppert. Nella colonna sonora spicca un bellissimo Lied di Schubert, "Auf dem Wasser zu singen".

21 maggio 2021

Green, green grass of home (Hou Hsiao-hsien, 1982)

The green, green grass of home (Zai na he pan qing cao qing)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1982
con Kenny Bee, Chen Meifeng
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il giovane Ta-nien (Kenny Bee) si trasferisce dalla città in un piccolo villaggio di campagna ai piedi delle montagne, per lavorare come insegnante in una scuola elementare. Al fianco dei suoi piccoli allievi riscoprirà il piacere di una vita semplice e serena, guidata dal quotidiano contatto con la natura. Il terzo film di Hou Hsiao-hsien costituisce un primo passo avanti del regista taiwanese, rispetto alle due commedie romantiche precedenti (da cui peraltro torna l'attore protagonista), verso un cinema più personale e meno legato a esigenze commerciali e a schemi preconfezionati. Primo di una serie di lavori nostalgici e semi-autobiografici sui temi dell'infanzia e dell'adolescenza (come i successivi "In vacanza dal nonno" e "A time to live, a time to die"), il lungometraggio si sofferma in modo particolare sul rapporto con la natura, per esempio attraverso il tentativo di Ta-nien di salvaguardare il ruscello locale, i cui pesci vengono avvelenati o pescati abusivamente con l'elettricità. A rappresentare invece le seduzioni della grande città c'è la ragazza che giunge da Taipei con l'intenzione di riportare con sé Ta-nien, senza però riuscire a ostacolare la sua love story con la graziosa collega Su-Yen (Chen Meifeng). I veri protagonisti della pellicola, però, sono i bambini, al centro di piccoli e grandi episodi, fra giochi e monellerie, amicizie e litigi, fughe e ribellioni verso i genitori, con echi dell'Ozu di "Buon giorno" e del Truffaut de "Gli anni in tasca". Bravi i piccoli attori, in particolare Chou Pin-chun e Cheng Chuan-wen.

3 agosto 2020

Gli anni in tasca (François Truffaut, 1976)

Gli anni in tasca (L'argent de poche)
di François Truffaut – Francia 1976
con Jean-François Stévenin, Georges Desmouceaux
***

Rivisto in DVD.

Quasi una rilettura contemporanea de "I quattrocento colpi", il film – ricchissimo, poetico e vivace – segue la quotidianità di alunni e insegnanti durante gli ultimi giorni di scuola (siamo a giugno) di un istituto elementare maschile nella cittadina di Thiers, nel centro della Francia. Assistiamo così a tante piccole storie minime (alcune delle quali autobiografiche, come il bacio finale durante la colonia estiva, che ripropone il primo bacio di Truffaut) che contribuiscono a ritrarre con sensibilità e attenzione il mondo dell'infanzia e della prima adolescenza. Un mondo che il regista (insieme alla co-sceneggiatrice Suzanne Schiffman) esplora con curiosità, ironia e talvolta complicità, ma mai con accondiscendenza, e a cui guarda a tutto tondo, dai momenti più innocenti e infantili (i giochi, gli scherzi) alla ricerca di autonomia dagli insegnanti o dalla famiglia, fino ai primi impulsi sessuali e all'esplorazione dei sentimenti. Spesso si ha la sensazione che l'universo dei ragazzi, più che limitarsi semplicemente a riprodurre in piccolo quello degli adulti, possa funzionare e andare avanti per proprio conto, a prescindere da essi. D'altronde la cinematografia francese ha sempre prestato una particolare cura ai bambini: ma se il film è debitore senza dubbio a titoli come "Zero in condotta" di Jean Vigo, certi passaggi (come quello in cui i due fratellini tagliano i capelli all'amico per intascare il denaro che il padre di questi gli aveva dato per recarsi dal parrucchiere) ricordano coeve pellicole iraniane come "Il viaggiatore" di Kiarostami. Fra le micro-storie che si intrecciano, un particolare peso hanno quella di Patrick (Georges Desmouceaux), innamorato della madre di un suo compagno di scuola (Tania Torrens), e quella del "ladruncolo" Julien (Philippe Goldmann), che proviene da un ambiente disagiato e subisce maltrattamenti in famiglia. Fra le scene memorabili, anche quella della caduta del piccolo Gregory dalla finestra e quella in cui Lydia (Virginie Thévenet), rimasta a casa da sola, si fa passare del cibo con una carrucola dagli occupanti degli appartamenti vicini. Bellissimo e accorato il lungo discorso finale del maestro Richet (Jean-François Stévenin) contro le ingiustizie e l'indifferenza della politica e della società nei confronti dei bambini, pronunciato davanti alla classe prima di augurare loro buone vacanze (è come se fosse lo stesso Truffaut a parlare, vedi anche i riferimenti alla propria "infanzia difficile"). Chantal Mercier è la maestra, Marcel Berbert il preside. Truffaut appare all'inizio del film, in macchina: è il padre della piccola Martine. Piccole parti anche per le figlie del regista, Laura ed Eva (quest'ultima, in particolare, è una delle due ragazze che vengono invitate al cinema). Nella colonna sonora c'è una canzone di Charles Trenet, "Les enfants s'ennuient le dimanche". Il titolo originale andrebbe tradotto con "La paghetta". Fu il terzo maggior incasso di Truffaut al box office francese (superato solo da "I quattrocento colpi" e "L'ultimo metrò").

2 marzo 2020

Quasi nemici (Yvan Attal, 2017)

Quasi nemici - L'importante è avere ragione (Le brio)
di Yvan Attal – Francia 2017
con Camélia Jordana, Daniel Auteuil
**1/2

Visto in divx.

Neïla Salah (Jordana), giovane e impulsiva immigrata di seconda (o terza?) generazione, sogna di emanciparsi dalla banlieue in cui vive iscrivendosi alla facoltà di legge in una delle più prestigiose università di Parigi. Qui si "scontra" subito, e a più riprese, con il professor Pierre Mazard (Auteuil), docente dal carattere schietto e controverso, che non si premura di nascondere le proprie idee scioviniste, lanciando agli studenti, durante le lezioni, punzecchiamenti razzisti e battute politicamente scorrette a getto continuo. Ma i due saranno costretti a collaborare da vicino (e a comprendersi meglio a vicenda) quando a Mazard, per evitare un procedimento disciplinare, viene ordinato di preparare personalmente Neïla affinché partecipi all'annuale "concorso di retorica" riservato agli studenti del primo anno di varie università del paese. Se il primo insegnamento dell'uomo è: "Quello che conta è solo avere ragione, della verità chi se ne frega", l'ultimo sarà invece "Quando si parla bene si dimentica come dire le cose in modo semplice" (avvalorato da una frase di Mounir, l'amico d'infanzia di cui Neïla è innamorata: "Lo sai, parlo male ma almeno dico quello che penso"). E mentre la ragazza si fa sempre più raffinata nell'esprimersi e anche nel presentarsi (per esempio, nel modo di vestire), con il suo "pigmalione" (siamo infatti dalle parti di "My fair lady") che la vede trarre profitto dell'arte dell'eloquenza per farsi strada nella vita, diventando progressivamente capace di controllare le proprie emozioni anche in pubblico (come quando è costretta a recitare in metropolitana il monologo del "Giulio Cesare"), anche lei capisce che le provocazioni dell'uomo sono, in un certo senso, la messa in atto di quegli artifici di retorica (compreso l'insulto) che le insegna, spesso mirati a suscitare reazione e indignazione nell'uditorio. Costruito su una struttura di impostazione classica, alla fine il film è forse più innocuo di quanto le premesse avessero fatto intendere, ma comunque garantisce una visione piacevole. Il titolo italiano vuole riecheggiare quello di un'altra pellicola francese, il fortunato (al botteghino) "Quasi amici".

1 settembre 2019

Una gita scolastica (Pupi Avati, 1983)

Una gita scolastica
di Pupi Avati – Italia 1983
con Carlo Delle Piane, Tiziana Pini
***

Rivisto in divx, per ricordare Carlo Delle Piane.

In punto di morte, l'ultraottantenne Laura rivive in sogno un episodio chiave della sua gioventù: la gita scolastica della sua classe di liceo, la terza G del Liceo Galvani di Bologna, avvenuta nel 1914 (e dunque alla vigilia della prima guerra mondiale), quando lei e i suoi compagni di classe, trenta studenti in tutto (maschi e femmine) accompagnati da due professori, si recarono (a piedi!) fino a Firenze, attraversando i fiumi, i campi e i boschi dell'Appennino. Il viaggio in sé, prima ancora che la destinazione, rappresentò un episodio di svolta per la sua crescita e quella dei suoi compagni, e come tale è raccontato con nostalgica malinconia e tutta la magia di un passato mai dimenticato, fra speranze (e delusioni) d'amore, scoperte, avventure e rimpianti. Vero protagonista della vicenda, però, è Carlo Balla (Delle Piane), il timido e impacciato professore di lettere che guida la comitiva, innamorato della bella professoressa di disegno Serena Stanzani (Pini), per difendere la quale, accusata di un flirt con uno studente, si sacrificherà nel finale. Prima commedia di Pupi Avati (che in precedenza si era dedicato a pellicole horror gotiche e grottesche), scritta insieme al fratello Antonio, con toni leggeri, affabili e agrodolci, sentimentali ma non retorici, che convivono in una forma stranamente accattivante, fra il bucolico, il poetico e l'irreale (i personaggi sono avvolti da quella magia dell'"incanto" di cui il professor Balla – alla ricerca, forse, di un personale "posto delle fragole" – parla ai suoi studenti all'inizio del viaggio). E chissà che il ricordo (o il sogno) di Laura non abbia trasfigurato la realtà, avvolgendola di un'aura mitica. Importante, come sempre nei film del regista, il legame con il proprio territorio (l'Emilia-Romagna): i personaggi transitano, fra gli altri luoghi, per l'attuale Sasso Marconi (dove incontrano l'inventore Guglielmo Marconi) e per Porretta Terme. Carlo Delle Piane, premiato con il Nastro d'Argento come miglior attore (il film ricevette in tutto cinque riconoscimenti), era già alla sesta collaborazione con Avati, per il quale resterà un attore feticcio. Uno dei ragazzi è interpretato dal futuro regista e sceneggiatore Giovanni Veronesi. Fra gli altri studenti si riconoscono Nik Novecento (all'esordio), Marcello Cesena e Lidia Broccolino (Laura da giovane). L'albergatore nano è Bob Tonelli, altro habitué dei film di Avati. Le canzoni "L'incanto" e "A tu per tu", cantate dai ragazzi (ma presenti nella colonna sonora di Riz Ortolani anche in versione strumentale), sono interpretate da Rossana Casale.

11 marzo 2019

I figli di Hitler (Edward Dmytryk, 1943)

I figli di Hitler (Hitler's Children)
di Edward Dmytryk – USA 1943
con Tim Holt, Bonita Granville
*1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Film di propaganda che affronta il tema della Hitler-Jugend, l'organizzazione giovanile paramilitare del partito nazista. Diretto da un Dmytryk ancora agli esordi (che sostituì il regista inizialmente previsto, Irving Reis), riscosse un enorme e inaspettato successo al botteghino: merito del soggetto, che tutto sommato non banalizza l'argomento, e degli interpreti, convincenti nelle rispettive parti. La storia inizia nella Berlino del 1933, quando due studenti – Anna (Granville), che frequenta la scuola americana, e Karl (Holt), indottrinato al nazismo in un istituto che sorge proprio di fronte – si scontrano a ripetizione, in nome delle rispettive ideologie, prima di accorgersi di essere innamorati l'uno dell'altra. Negli anni successivi, man mano che il partito di Hitler acquista potere, Karl fa carriera come ufficiale della Gestapo, mentre Anna continua a professare il suo amore per la libertà. Quando il ragazzo sarà incaricato di deportare Anna in un campo di rieducazione, cercherà di salvarla a costo della propria vita. Dietro il canovaccio sentimentale, il film attacca con toni accesi il fanatismo degli educatori e il lavaggio del cervello cui venivano sottoposti i giovani tedeschi sin dalla tenera età: esemplare la testimonianza dell'anziano docente che afferma di non essere libero di parlare nemmeno in casa propria e davanti ai propri figli. Fra le scene clou anche il confronto (alquanto improbabile) fra il vescovo (H.B. Warner) e il colonnello tedesco (Otto Kruger), che afferma che nella nuova Germania non ci sarà posto per le chiese. Kent Smith è il professor Nichols, direttore della scuola americana.

16 dicembre 2018

Il tagliagole (Claude Chabrol, 1970)

Il tagliagole (Le boucher)
di Claude Chabrol – Francia 1970
con Stéphane Audran, Jean Yanne
***

Visto in TV.

La signorina Hélène (Audran, all'epoca moglie del regista e protagonista in molti suoi film), direttrice e insegnante di una scuola elementare in un paesino di provincia, comincia a frequentare Popaul (Yanne), garbato macellaio con un lungo passato da soldato nelle guerre coloniali in Algeria e Indocina. Quando nei boschi circostanti vengono ritrovati i cadaveri di alcune ragazze, uccise a colpi di coltello, la donna inizia a sospettare che l'assassino possa essere proprio lui... Girato nel villaggio di Trémolat (vicino ai Pirenei: le grotte con i disegni rupestri che la scolaresca visita sono quelle di Cougnac), un giallo a tratti hitchcockiano (si pensi all'indizio dell'accendino) che però, più che sul mistero poliziesco, vuole indagare sulle inquietudini del quotidiano e della "borghesia di provincia", temi di cui Chabrol sarà uno dei massimi cantori. Semplice come trama (e praticamente con due soli personaggi: i bambini della scuola, gli altri insegnanti e il poliziotto che indaga non sono che comparse), la pellicola scorre piacevolmente grazie alla buona caratterizzazione dei due protagonisti (Hélène, trentenne e single per scelta; Popaul, affabile ma inquieto e represso), la cui platonica storia d'amore è raccontata con realismo e sensibilità, e al setting agli antipodi rispetti ai consueti noir o thriller: urbani quelli, rurale questo (ma i francesi sono maestri nell'ambientare film di questo tipo in piccoli paesini di provincia, sin dai tempi de "Il corvo" di Clouzot). Il titolo originale era semplicemente "Il macellaio".

4 dicembre 2018

Whiplash (Damien Chazelle, 2014)

Whiplash (id.)
di Damien Chazelle – USA 2014
con Miles Teller, J. K. Simmons
***

Visto in TV, con Sabrina.

Il diciannovenne Andrew Neiman (Teller), batterista jazz e studente presso il prestigioso conservatorio di musica Shaffer, entra a far parte dell'orchestra diretta dall'esigentissimo insegnante Terence Fletcher (Simmons), la cui fama è pari alla sua severità e al suo carattere intrattabile. Per stimolare gli studenti a dare il meglio di sé, infatti, Fletcher li spinge fino al limite, pretendendo il massimo impegno e non esitando a maltrattarli a parole e nei fatti (anche ricorrendo a feroci insulti, neanche fosse l'istruttore di "Full Metal Jacket"). Quello con Andrew, a sua volta ostinato e ambizioso, diventa così uno scontro di personalità, che il film descrive con intensità e in crescendo. Più che sulla musica in senso stretto, la pellicola affronta il mito (americano) del successo (la storia potrebbe essere ambientata in una palestra di pugilato o in qualsiasi altro ambiente competitivo, e non cambierebbe una virgola). Andrew aspira a diventare il batterista migliore della sua generazione, il numero uno, e per questo è disposto a versare (letteramente) sangue e sudore, sottoponendosi a durissime prove e a tutte le angherie di Fletcher. Che dal suo canto, per quanto collerico e vendicativo (ma in alcune scene suggerisce di avere anche un lato di grande sensibilità), intravede nel ragazzo un grande e potenziale talento, e proprio per questo lo mantiene sempre sul filo, senza dargli tregua o sicurezza. Entrambi i personaggi hanno lati negativi ed esagerati, e pur di raggiungere i rispettivi obiettivi passano sopra i rapporti umani: Andrew rinuncia agli amici o alla fidanzata, e segue la propria strada in maniera egoistica, come se fosse un vistuoso solista (dimenticandosi che fa parte di un ensemble); Fletcher calpesta i sentimenti e i sogni dei suoi studenti, non solo insultandoli e umiliandoli ma mettendoli anche l'uno contro l'altro. Il loro scontro sconfina sul piano fisico (nonostante si parli di musica, vediamo tanto sangue, dolore e sofferenza: forse il paragone con il pugilato o lo sport in generale non è campato per aria). Chazelle ha girato il film in preda alla frustrazione per l'impasse in cui si trovava un altro suo progetto, il musical "La La Land", che riuscirà a realizzare nel 2016 proprio grazie al successo di questo. Ottimo infatti il riscontro critico, con cinque nomination agli Oscar e tre statuette vinte (Simmons come miglior attore non protagonista, oltre a montaggio e sonoro). Il titolo "Whiplash" è quello di uno dei brani jazz (di Hank Levy) che vengono suonati ripetutamente (l'altro è "Caravan" di Duke Ellington).

13 ottobre 2018

L'albero dei frutti selvatici (N. B. Ceylan, 2018)

L'albero dei frutti selvatici (Ahlat Ağacı)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2018
con Aydın Doğu Demirkol, Murat Cemcir
***

Visto al cinema Eliseo, con Marisa.

Appena laureato, il giovane Sinan torna nella città di provincia dove è nato, indeciso sul proprio futuro: diventare insegnante come suo padre Idris, che pure negli ultimi anni ha dilapidato denaro e reputazione scommettendo alle corse dei cavalli e riempendosi di debiti? Oppure inseguire il sogno di diventare scrittore, pubblicando (a proprie spese) un libro di "riflessioni sulla cultura locale"? O ancora, fare come molti suoi amici in un momento di crisi economica e culturale, arruolandosi nelle forze armate? Con i suoi tempi lunghi (il film dura oltre tre ore) e la consueta cura nell'analisi psicologica dei personaggi e del loro rapporto con il mondo circostante, Ceylan racconta una crisi esistenziale la cui soluzione era forse a portata di mano: il recupero del rapporto fra padre e figlio, quel padre che il protagonista tiene a distanza per troppo tempo, deluso e infastidito da lui come lo è dal resto del mondo, prima di accorgersi che in fondo i due sono molto più simili di quanto non pensasse. Il titolo originale, che poi è anche quello del libro scritto da Sinan, si riferisce a una specie di pero selvatico che cresce sulle alture della provincia di Çanakkale (vicino alle rovine dell'antica Troia): l'albero è ovviamente una metafora del rapporto fra padre e figlio, sottolineandone le similitudini (anche a livello di testardaggine e spigolosità): in fondo non si dice che il frutto non cade mai troppo lontano dal fusto che l'ha generato? E in generale la natura, con i suoi ritmi e le sue stagioni (quasi l'intero film è girato in autunno, tranne alcune brevi scene invernali nel finale), pare essere l'ancora di salvataggio per chi non riesce proprio a sentirsi in sintonia con gli uomini di un mondo ipocrita e che sembra sempre cambiare in peggio (si pensi alle lunghe scene dialogo di Sinan con lo scrittore affermato, con il capocantiere, o con i due imam, attraverso le quali mette a confronto con gli altri la propria visione dell'arte, della società e della religione). Come spesso nei film di Ceylan, il fulcro di tutto sono la famiglia e i luoghi delle proprie origini, ai quali i suoi personaggi introspettivi e irrequieti, che accettino o meno la propria sconfitta, fanno inesorabilmente ritorno. Lo stile, lucido e formalmente elegante, è qui appena un po' più sporco (con occasionali flare o sfocature), ma nell'intensità generale si concede alcuni momenti onirici che confermano il carattere sognatore e visionario dei due protagonisti (vedi anche il doppio finale: cupo e pessimista, con il sucidio del giovane, oppure lieto e ottimista, con Sinan che decide di restare al fianco del padre per aiutarlo a trovare l'acqua nel pozzo nella vecchia fattoria di famiglia, che il genitore ha rimesso in sesto per ritirarcisi a vivere come pastore dopo essere andato in pensione). Nota di colore: il cavallo di legno che si vede nel film è il modello usato per le riprese del film "Troy" con Brad Pitt.

22 agosto 2018

L'uomo che venne dalla Terra (R. Schenkman, 2007)

L'uomo che venne dalla Terra (The Man from Earth)
di Richard Schenkman – USA 2007
con David Lee Smith, Tony Todd
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

In procinto di trasferirsi altrove, il professore universitario di storia John Oldman (David Lee Smith) convoca i suoi colleghi e amici più intimi per dire loro addio. E si lascia sfuggire il motivo per cui, ogni dieci anni, sparisce nel nulla cambiando residenza e conoscenze: ha quattordicimila anni, è nato come uomo di Cro-Magnon e da allora non è mai invecchiato. Nel corso degli anni ha conosciuto personaggi come Hammurabi, Buddha, Colombo e Van Gogh, e lui stesso è stato nientemeno che Gesù Cristo. Il suo racconto, inverosimile ma denso di dettagli realistici, viene accolto dagli amici dapprima con scetticismo e incredulità, ma via via con curiosità e interesse (e in alcuni casi rabbia o rifiuto). Da una sceneggiatura di Jerome Bixby completata sul letto di morte (ironicamente, visto che parla di immortalità!) e il cui spunto ricorda un episodio di "Star Trek" del 1969 da lui stesso scritto, "Requiem per Matusalemme", un "piccolo" film di fantastoria a basso budget, girato quasi interamente in una stanza e soltanto parlato (nessuna immagine illustra sullo schermo il racconto del protagonista), che pure tiene sempre alta l'attenzione dello spettatore man mano che John risponde alle domande e ai dubbi dei suoi amici su questioni di natura pratica, storica, filosofica, intellettuale o religiosa. L'idea di base è semplice (e neppure troppo originale, a dire il vero, frequentata com'è dalla fantascienza di ogni epoca) ma regge bene fino in fondo, quando un colpo di scena conferma definitivamente la veridicità o meno del racconto di John. I suoi amici e colleghi sono interpretati da Tony Todd, John Billingsley, Ellen Crawford, Annika Peterson, William Katt, Richard Riehle e Alexis Thorpe. Nel 2017 il regista ha diretto un sequel (scritto dal figlio di Bixby), "The Man from Earth: Holocene".

14 agosto 2018

Maddalena... zero in condotta (V. De Sica, 1940)

Maddalena... zero in condotta
di Vittorio De Sica – Italia 1940
con Carla Del Poggio, Vera Bergman
**1/2

Visto in divx.

Il secondo film di De Sica come regista (ma il primo in cui dirige da solo, avendo firmato il precedente "Rose scarlatte" insieme a Giuseppe Amato) è una brillante commedia degli equivoci ispirata a un testo teatrale di Laszlo Kadar (cosa non rara nel cinema dei "telefoni bianchi", che infatti era anche detto "commedia all'ungherese"). Il titolo richiama il celebre film di Jean Vigo: non pretestuosamente, visto che anche questo è ambientato in una scuola. Si tratta di un istituto femminile superiore, le cui alunne studiano – fra le altre cose – come redigere corrispondenza commerciale sotto la guida della giovane signorina Malgari (Vera Bergman, nessuna parentela con Ingrid o Ingmar, e per età quasi coetanea delle sue allieve!). Le lettere vengono indirizzate a un fantomantico uomo d'affari di Vienna, il signor Alfredo Hartman: quando una di queste missive (per di più una lettera d'amore, scritta dalla stessa insegnante) viene affrancata e spedita per errore, si scopre che Alfredo (De Sica) esiste realmente. Innamoratosi dell'autrice della lettera, l'uomo si reca a Roma per rintracciarla, e per una serie di equivoci si convince che si tratti di Maddalena Lenci (Del Poggio, al debutto sullo schermo), l'alunna più indisciplinata della classe, che pure è assai affezionata alla sua insegnante e fa di tutto per favorire il suo incontro con il fascinoso Hartman... Gli scherzi della pestifera Maddalena e i suoi rapporti con i vari professori (quello burbero di chimica in primis) lasciano pian piano spazio alla doppia storia romantica (la stessa Maddalena si innamora di Stefano Armani (Roberto Villa), il cugino italiano di Alfredo: e per un breve momento, i due uomini pensano di essere in competizione per la stessa ragazza). Il tutto è narrato con toni spigliati e leggeri, con delicatezza e un ritmo fluente (ma mai indiavolato), simile a quello dei film di Mario Camerini in cui De Sica recitava. Ottimo il riscontro di pubblico e di critica. Il regista, in una breve scena, interpreta anche il padre e il nonno di Alfredo Hartman. Guglielmo Barnabò è il padre di Maddalena, protagonista di alcune delle migliori gag (quelle in cui è scambiato per un cacciatore di bisonti). Giuseppe Varni è il bidello (doppiato da Aldo Fabrizi). Irasema Dilian è la svampita contessina che si presenta alle lezioni come privatista. Fra i pochi riferimenti al periodo fascista, la lezione in classe sul "prototipo ideale della razza bianca".

20 settembre 2017

Madame Hyde (Serge Bozon, 2017)

Madame Hyde
di Serge Bozon – Francia 2017
con Isabelle Huppert, Romain Duris
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

La timida signora Géquil (Huppert), insegnante di fisica dal carattere debole e insicuro, è costantemente derisa e umiliata dagli studenti del suo liceo. Ma un incidente in laboratorio cambierà le cose, rendendola più audace e sicura di sé. In classe saprà farsi rispettare, riuscendo persino a far interessare allo studio e alla sua materia l'alunno più problematico di tutti, Malik (Adda Senani). Di notte, però, andrà in giro per le strade della città trasformata in una vera e propria "donna di fuoco", capace di incenerire chiunque... Strana rilettura de "Il dottor Jekyll e Mister Hyde" al femminile: fra le cose buone c'è la prova della Huppert, eccezionale come al solito; di contro, si fatica un po' a comprendere il senso del film, anche perché il tono semi-comico (con macchiette come Roman Duris nei panni del preside gaffeur) fa a pugni con i temi sociali (le difficoltà degli insegnanti nelle scuole di periferia, l'integrazione, l'importanza dello studio). Per chi già conosce già il testo di Stevenson (già portato più volte e con mille varianti sul grande schermo) ci sono poche sorprese. E l'esposizione (con tanto di soluzione didascalica) di un paio di esercizi di geometria sembra fuori luogo. José Garcia è il marito "casalingo", Guillaume Verdier lo stagista.

12 settembre 2017

The teacher (Jan Hrebejk, 2016)

The Teacher - Una lezione da non dimenticare (Ucitelka)
di Jan Hřebejk – Slovacchia/Rep. Ceca 2016
con Zuzana Mauréry, Peter Bebjak
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina e Chiara.

In una scuola di Bratislava, nella (Ceco)slovacchia dei primi anni ottanta, ancora in pieno regime comunista, giunge una nuova insegnante di letteratura e di russo. Costei, vedova che vive da sola, comincia a farsi fare piccoli favori domestici dai genitori dei ragazzi cui insegna (ciascuno in base alla propria professione: lavoretti e riparazioni in casa, forniture di cibarie, e così via), in cambio di aiuti e "spintarelle" ai ragazzi. I pochi genitori che rifiutano vedono i risultati scolastici dei loro figli crollare inesorabilmente. Ma a rimetterci, paraddosalmente, non sono soltanto gli studenti da lei sfavoriti ma anche quelli avvantaggiati, la cui preparazione scolastica – che non dipende più dai loro meriti nello studio – inizia a decadere... Un piccolo film incentrato su un paradossale caso di "socialismo reale" applicato, con cui la coppia Jan Hřebejk (regista) e Petr Jarchovský (sceneggiatore), sodali da lungo tempo, vuole far riflettere sulla corruzione, l'abuso di potere e i paradossi di un sistema in cui lo scambio di favori a vicenda (qualcosa che apparentemente sembra a fin di bene) finisce col scardinare i reali valori e alterare il benessere delle persone. La struttura narrativa ricorda in parte il classico "La parola ai giurati" di Lumet (l'intera storia è ricostruita durante un'assemblea dei genitori, durante la quale i pochi che si ribellano al sistema cercano di convincere i restanti a unirsi a loro nel firmare un reclamo contro l'insegnante), ma anche il recente film del rumeno Mungiu "Un padre, una figlia" (nell'esplorare i limiti morali di quello che i genitori sono disposti a fare per ottenere vantaggi per i propri figli). Peccato che proprio la figura centrale della vicenda, l'insegnante, sia poco approfondita. È il tipico film in cui l'idea alla base, decisamente interessante, sovrasta l'esecuzione. Gradevole la colonna sonora "da camera" di Michal Novinski. Incomprensibile come l'edizione italiana di un film slovacco abbia il titolo in inglese.

17 giugno 2016

Il cliente (Asghar Farhadi, 2016)

Il cliente (Forushande)
di Asghar Farhadi – Iran/Francia 2016
con Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Costretti ad abbandonare all'improvviso la loro casa perché l'edificio è a rischio di crollo, i coniugi Emad e Rana si trasferiscono in un altro appartamento, messo a loro disposizione da un amico. Ma una sera, mentre la donna è sola in casa, viene aggredita da un intruso. L'incidente comincia a minare il rapporto fra marito e moglie, anche perché Emad, più che a comprendere il trauma subito da Rana e a starle vicino, sembra interessato soltanto a rintracciare il responsabile e vendicarsi, forse per vincere i sensi di colpa per non essere stato presente e non aver saputo difendere la moglie. Lei, invece, preferirebbe perdonare e dimenticare. Come nei suoi film precedenti, Farhadi mette in scena il dramma di una coppia che scopre che il proprio matrimonio – proprio come le mura della casa in cui viveva – è a rischio di crollo per via di crepe che appaiono all'improvviso. L'intesa e la sintonia che sembrava legarli (appartengono entrambi a una classe culturalmente aperta ed elevata: Emad insegna letteratura al liceo, e tutti e due sono attori teatrali) si rivela fragile di fronte alle avversità della vita reale (che viaggia in parallelo a quella sul palcoscenico) e ai differenti modi di reagirvi. Ancora una volta il regista iraniano si conferma attento alla psicologia dei suoi personaggi, che ritrae con sottigliezza e sensibilità, anche se nel complesso il film (che pure ha vinto a Cannes il premio per la miglior sceneggiatura ed è valso a Hosseini quello per il miglior attore) è più esile dei precedenti e dà il meglio di sé nel finale, quando viene messo in scena il lungo e intenso confronto con il responsabile dell'aggressione a Rana. Il titolo, assurdamente travisato dai distributori italiani che hanno tradotto il "salesman" della versione inglese con "cliente", deriva dal fatto che i protagonisti sono impegnati in una rappresentazione del dramma "Morte di un commesso viaggiatore" di Arthur Miller.

29 ottobre 2015

Election (Alexander Payne, 1999)

Election (id.)
di Alexander Payne – USA 1999
con Matthew Broderick, Reese Witherspoon
**1/2

Visto in divx.

Al liceo Carver di Omaha, nel Nebraska, le imminenti elezioni scolastiche per scegliere il presidente del consiglio studentesco si trasformano in una ragnatela di intrighi che cambierà il corso di numerose vite. Poiché la principale (e inizialmente unica) candidata è l'ambiziosa e arrivista Tracy Flick (Witherspoon), i cui modi spregiudicati hanno già portato alla rovina un suo collega, l'insegnante di storia ed educazione civica Jim McAllister (Broderick) decide di metterle i bastoni fra le ruote, procurandole innanzitutto un avversario. Spinge così a candidarsi anche Paul Metzler (Chris Klein), sempliciotto ma popolare atleta della squadra di football della scuola. E a sorpresa, come terzo incomodo, si presenta anche la sorella minore di quest'ultimo, Tammy (Jessica Campbell), alternativa e lesbica non dichiarata. Nonostante la vicenda sia decisamente su piccola scala (confinata com'è a un liceo di provincia e alla corsa a una carica di poco conto), i sottintesi relativi alla politica e al sistema educativo dell'intera nazione sono evidenti. E i colpi bassi, i tradimenti, le menzogne e l'ipocrisia non mancheranno, anche perché gli eventi della "campagna elettorale" si mescolano con quelli delle vite private dei protagonisti (in particolare, con la tentazione di un'avventura extraconiugale da parte del professor McCallister, che lo porta a smarrire la sua integrità). Ne risulta una commedia cinica e amorale, con personaggi quasi tutti sgradevoli per un motivo o per l'altro. Tratta da un romanzo di Tom Perrotta ("Intrigo scolastico"), la pellicola è raccontata a più voci: i quattro personaggi principali, a turno, assumono infatti il ruolo di narratore in prima persona. In ogni caso il ritmo non manca, e la sceneggiatura mette efficacemente alla berlina vizi e virtù degli americani in tema di etica e morale (che, non a caso, è l'argomento della lezione introduttiva di McAllister). Ma forse c'è troppa carne al fuoco: e con tanti bersagli a cui puntare (la politica, l'educazione, i rapporti famigliari, ecc.) non si riesce a fare sempre un centro completo.

12 agosto 2015

Madadayo (Akira Kurosawa, 1993)

Madadayo - Il compleanno (Madadayo)
di Akira Kurosawa – Giappone 1993
con Tatsuo Matsumura, Kyoko Kagawa
***

Rivisto in divx, con Marisa.

Il professor Uchida, scrittore e docente di tedesco, va in pensione nel 1943: illuminato e anticonvenzionale, stravagante e fuori dagli schemi, nel corso della sua carriera si è conquistato l'affetto e il rispetto di decine di studenti che non cesseranno mai di fargli visita e recargli omaggio. Ogni anno, in occasione del suo compleanno, lo festeggeranno in particolare con un'insolita cerimonia, durante la quale gli viene provocatoriamente chiesto se è finalmente disposto ad abbandonare questo mondo: "Mādakai?" ("Sei pronto?"), è la domanda che gli rivolgono. E la sua risposta, immancabilmente, è "Mādadayo" ("Non ancora"). L'ultimo film di Akira Kurosawa (il regista nipponico sarebbe morto pochi anni dopo, nel 1998) non è il suo testamento spirituale: di quelli, "l'imperatore" ne aveva già lasciati fin troppi con i lungometraggi precedenti (a ben vedere è almeno dal 1965, l'anno di "Dodes'ka-den", che ciascuno dei suoi film veniva considerato da critici e spettatori – per temi, importanza o contenuto – come se fosse l'ultimo di una carriera che sembrava non terminare mai). È invece semplicemente un omaggio verso un personaggio realmente esistito (Hyakken Uchida visse dal 1889 al 1971) e nel quale forse Kurosawa si identificava, o che quantomeno ammirava per aver sempre saputo mantenere un animo giovane e limpido ("d'oro zecchino", dicono i suoi studenti) come quello di un bambino: solo così si spiegano le forti emozioni che suscitano in lui eventi semplici e "piccole" tragedie personali come la perdita del gatto di casa (un episodio che occupa quasi metà del film), oppure i sogni che continua a fare anche in età avanzata, nei quali si rivede da ragazzo a giocare a nascondino con i suoi amici e a contemplare le luci dorate del tramonto che creano strane forme e colori nel cielo. Ed è su queste immagini oniriche, accompagnate dalla musica di Vivaldi, che si concludono sia il cinema di Kurosawa sia un film che, insieme agli immediatamente precedenti "Sogni" e "Rapsodia in agosto", compone un ideale trittico intimo e minimalista, apparentemente distante dai grandi affreschi storici e sociali realizzati dal regista in precedenza ma in realtà incentrato, come quelli, sulla psicologia umana e sulla grande sensibilità dell'artista. Anche prima di questo finale, in ogni caso, la pellicola ha parecchio da offrire a uno spettatore disposto ad adeguarsi al ritmo rilassato della narrazione: divertenti aneddoti e momenti di grande pathos (giocando un po' con la cronologia – nella realtà Uchida smise di insegnare nel 1949 – Kurosawa racconta anche gli ultimi anni della guerra e quelli dell'immediato dopoguerra: ma il tono è sempre ilare e rilassato, mai drammatico), festeggiamenti di gruppo e recitazione di poesie, la contemplazione della luna e il trascorrere delle stagioni, canti popolari e insegnamenti spirituali quasi zen. Fra gli attori che interpretano gli allievi di Uchida, si riconoscono Hisashi Higawa e Akira Terao, già visti in "Ran" e "Sogni".