Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (S. Spielberg, 2008)
Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo
(Indiana Jones and the kingdom of the crystal skull)
di Steven Spielberg – USA 2008
con Harrison Ford, Cate Blanchett
**1/2
Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.
A vent'anni di distanza (sia nella realtà sia nella finzione, visto che la pellicola si svolge nel 1957, proprio un ventennio dopo il terzo capitolo), Indiana Jones torna con la sua avventura più improbabile, esagerata e sopra le righe: un film che – a parte il meraviglioso incipit – sembra appartenere più all'immaginario del moderno cinema d'azione a base di effetti speciali digitali (la sequenza nel tempio Maya è perfettamente in stile "La mummia") che a quello dei fumetti e romanzi d'avventura di un tempo, anche se la presenza degli alieni affonda le sue radici in altre pellicole spielberghiane come "Incontri ravvicinati del terzo tipo", "E.T." e "A.I.". Ma se la sceneggiatura ha i suoi bravi difetti (c'è da dire che anche i tre film precedenti non erano senza macchia da questo punto di vista), la regia, soprattutto nella prima parte, mi è parsa di gran livello. Forse anche per questo le mie attese (peraltro non troppo alte) non sono andate deluse: pur se la sospensione dell'incredulità a tratti deve fare davvero i salti mortali, la pellicola in fondo è godibile e divertente purché non si vogliano fare troppi paragoni con "I predatori dell'arca perduta" (questi teschi di cristallo non hanno certo il fascino magico e soprannaturale dell'arca dell'alleanza). Come dicevo, la prima parte è sicuramente la migliore: la montagna della Paramount si rivela una semplice tana di marmotta (o talpa, o quel che è), come se gli autori avessero voluto mettere in chiaro sin dall'inizio che questa volta non ci si prende sul serio, o comunque meno di prima. E subito assistiamo a quella magnifica corsa nel deserto del Nevada fra l'automobile con le coppiette (che sfreccia via portandosi dietro le note del rock'n'roll) e il convoglio militare. In quei pochi momenti, che precedono l'ingresso in scena del protagonista, ci sono echi di tutto il cinema passato di Spielberg e Lucas (da "Duel" ad "American Graffiti"). L'ambientazione negli anni cinquanta, condita con riferimenti al cinema (il sidekick Shia LaBeouf entra in scena come Marlon Brando ne "Il selvaggio"), al maccartismo, alle ossessioni della guerra fredda e agli esperimenti nucleari, rappresenta un bello stacco rispetto a quella dei tre film precedenti (apprendiamo che nel frattempo Indy è stato un eroe di guerra, che insegna ancora nella stessa università, che suo padre e Brody sono morti). Peccato che la pellicola, man mano che procede, perda un po' di vista la dimensione umana del personaggio e si trasformi in un'avventura confusa e ricca di effetti digitali, senza un attimo di pausa e senza risparmiarci nulla, mescolando insieme gli alieni di Roswell e le leggende Maya, i conquistadores spagnoli e i poteri mentali. E poi ci sono le esagerazioni di cui parlavo prima: se un tempo Indy era un uomo avventuroso, ma pur sempre un uomo, ora è un cartone animato in carne e ossa: il volo dentro il frigorifero (con il quale sopravvive a un'esplosione atomica: a proposito, bello e inquietante il villaggio con i manichini) è degno di Wile E. Coyote, per non parlare del balzo con l'auto nel fiume, del passaggio attraverso le tre cascate, di LaBeouf che fa Tarzan con le liane, e così via. Ford mi ha stupito in positivo, non credevo fosse ancora all'altezza del personaggio. La cattiva Irina si lascia apprezzare più per merito di Cate Blanchett che della sceneggiatura, mentre sia LaBeouf sia la rediviva Karen Allen non aggiungono molto alla pellicola (anche se i battibecchi del primo con il protagonista ricordano quelli fra Ford e Connery nel terzo film). Manca purtroppo una riflessione sulla vecchiaia (a parte alcune battute qua e là, anch'esse soprattutto all'inizio), e verso il finale si percepisce qualche lungaggine di troppo per una trama che si fa stirata e contorta senza affascinare fino in fondo. In conclusione, comunque, ritengo che in questo film ci sia parecchio da salvare. In fondo basta accontentarsi, dimenticare certe cose (le marmotte che fanno tanto "Era glaciale", i deliri mistico-ufologici) e godersi i buoni momenti di un cinema che ondeggia sapientemente fra magia e spensieratezza (la polvere da sparo che galleggia in aria, il magazzino con le casse, la rissa provocata da LaBeouf al bar).


