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29 maggio 2008

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (S. Spielberg, 2008)

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo
(Indiana Jones and the kingdom of the crystal skull)
di Steven Spielberg – USA 2008
con Harrison Ford, Cate Blanchett
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

A vent'anni di distanza (sia nella realtà sia nella finzione, visto che la pellicola si svolge nel 1957, proprio un ventennio dopo il terzo capitolo), Indiana Jones torna con la sua avventura più improbabile, esagerata e sopra le righe: un film che – a parte il meraviglioso incipit – sembra appartenere più all'immaginario del moderno cinema d'azione a base di effetti speciali digitali (la sequenza nel tempio Maya è perfettamente in stile "La mummia") che a quello dei fumetti e romanzi d'avventura di un tempo, anche se la presenza degli alieni affonda le sue radici in altre pellicole spielberghiane come "Incontri ravvicinati del terzo tipo", "E.T." e "A.I.". Ma se la sceneggiatura ha i suoi bravi difetti (c'è da dire che anche i tre film precedenti non erano senza macchia da questo punto di vista), la regia, soprattutto nella prima parte, mi è parsa di gran livello. Forse anche per questo le mie attese (peraltro non troppo alte) non sono andate deluse: pur se la sospensione dell'incredulità a tratti deve fare davvero i salti mortali, la pellicola in fondo è godibile e divertente purché non si vogliano fare troppi paragoni con "I predatori dell'arca perduta" (questi teschi di cristallo non hanno certo il fascino magico e soprannaturale dell'arca dell'alleanza). Come dicevo, la prima parte è sicuramente la migliore: la montagna della Paramount si rivela una semplice tana di marmotta (o talpa, o quel che è), come se gli autori avessero voluto mettere in chiaro sin dall'inizio che questa volta non ci si prende sul serio, o comunque meno di prima. E subito assistiamo a quella magnifica corsa nel deserto del Nevada fra l'automobile con le coppiette (che sfreccia via portandosi dietro le note del rock'n'roll) e il convoglio militare. In quei pochi momenti, che precedono l'ingresso in scena del protagonista, ci sono echi di tutto il cinema passato di Spielberg e Lucas (da "Duel" ad "American Graffiti"). L'ambientazione negli anni cinquanta, condita con riferimenti al cinema (il sidekick Shia LaBeouf entra in scena come Marlon Brando ne "Il selvaggio"), al maccartismo, alle ossessioni della guerra fredda e agli esperimenti nucleari, rappresenta un bello stacco rispetto a quella dei tre film precedenti (apprendiamo che nel frattempo Indy è stato un eroe di guerra, che insegna ancora nella stessa università, che suo padre e Brody sono morti). Peccato che la pellicola, man mano che procede, perda un po' di vista la dimensione umana del personaggio e si trasformi in un'avventura confusa e ricca di effetti digitali, senza un attimo di pausa e senza risparmiarci nulla, mescolando insieme gli alieni di Roswell e le leggende Maya, i conquistadores spagnoli e i poteri mentali. E poi ci sono le esagerazioni di cui parlavo prima: se un tempo Indy era un uomo avventuroso, ma pur sempre un uomo, ora è un cartone animato in carne e ossa: il volo dentro il frigorifero (con il quale sopravvive a un'esplosione atomica: a proposito, bello e inquietante il villaggio con i manichini) è degno di Wile E. Coyote, per non parlare del balzo con l'auto nel fiume, del passaggio attraverso le tre cascate, di LaBeouf che fa Tarzan con le liane, e così via. Ford mi ha stupito in positivo, non credevo fosse ancora all'altezza del personaggio. La cattiva Irina si lascia apprezzare più per merito di Cate Blanchett che della sceneggiatura, mentre sia LaBeouf sia la rediviva Karen Allen non aggiungono molto alla pellicola (anche se i battibecchi del primo con il protagonista ricordano quelli fra Ford e Connery nel terzo film). Manca purtroppo una riflessione sulla vecchiaia (a parte alcune battute qua e là, anch'esse soprattutto all'inizio), e verso il finale si percepisce qualche lungaggine di troppo per una trama che si fa stirata e contorta senza affascinare fino in fondo. In conclusione, comunque, ritengo che in questo film ci sia parecchio da salvare. In fondo basta accontentarsi, dimenticare certe cose (le marmotte che fanno tanto "Era glaciale", i deliri mistico-ufologici) e godersi i buoni momenti di un cinema che ondeggia sapientemente fra magia e spensieratezza (la polvere da sparo che galleggia in aria, il magazzino con le casse, la rissa provocata da LaBeouf al bar).

22 aprile 2008

Indiana Jones e l'ultima crociata (S. Spielberg, 1989)

Indiana Jones e l'ultima crociata
(Indiana Jones and the last crusade)
di Steven Spielberg – USA 1989
con Harrison Ford, Sean Connery
**

Rivisto in DVD.

Con il terzo film del popolare archeologo-avventuriero, Spielberg e Lucas tornano alle origini e – quasi disconoscendo il secondo capitolo, che evidentemente non li aveva soddisfatti – ripropongono temi, personaggi e situazioni della prima pellicola (ci sono addirittura delle scene quasi identiche, come la lezione di Indy all'università). Il film gioca così la carta dell'autoreferenzialità: invece della narrativa avventurosa pulp e fumettistica del passato, il punto di riferimento diventa proprio "I predatori dell'arca perduta", sul quale viene innestata una trama che si basa sul rapporto conflittuale fra Indy e il padre Henry (un sornione Sean Connery), insegnante di letteratura medievale del quale finora non si era fatta menzione. Ma se il secondo episodio cercava almeno di sperimentare una propria strada, indipendente e differente dal prototipo, qui ci si rifugia nel già visto e nel poco rischioso: ecco dunque ancora un reperto di origine biblica (la coppa del sacro Graal), i nazisti e vari personaggi già visti in passato, fra recuperi inutili e fuori contesto (Sallah/Rhys-Davies) e caratterizzazioni deludenti (Brody/Elliott). Devo ammettere che rivedendo tutti e tre i film di fila – e a distanza di vent'anni – si rivaluta un po' anche questo, ma comunque rimane il più debole della serie, oltre che il più pretenzioso. Quando lo vidi per la prima volta al cinema, con la sua atmosfera "fasulla" contribuì a farmi disamorare di Steven Spielberg e a farmelo depennare dalla lista dei registi che seguivo con interesse. L'introduzione, ambientata nel 1912, serve a presentare Indy da bambino (interpretato da River Phoenix), un boy scout non troppo simpatico, e a spiegare in un colpo solo l'origine della sua fobia per i serpenti, quella dell'uso della frusta e la provenienza del suo cappello. Nel 1938 ritroviamo il nostro eroe sulle tracce del Graal e soprattutto di suo padre, sparito misteriosamente durante le ricerche della coppa. Naturamente Indy impiegherà pochi minuti a scoprire un sepolcro rimasto nascosto per sette secoli sotto il pavimento di una chiesa veneziana (ai serpenti e agli insetti dei primi due film si sostituiscono qui i topi), ma si lascerà irretire dal fascino di una bella studiosa austriaca che si rivelerà essere al soldo dei tedeschi. La parte centrale della pellicola, quella che vede i due Jones, padre e figlio, interagire direttamente per fuggire dall'Austria prima e dalla Germania poi, è forse la migliore per ritmo e situazioni: come non ricordare l'incontro con Hitler (l'adunata nazista, con tanto di falò di libri, ricorda per atmosfera e fotografia la cerimonia dei thugs del secondo film) o la fuga dallo Zeppelin? Deludente invece il climax nel deserto: il luogo dove si trova il Graal è forse il meno fascinoso di tutti i tre film, e le prove da superare sono quasi ridicole (su tutte quella della passerella di roccia). Anche la colonna sonora di John Williams non mi è parsa all'altezza delle precedenti. Nel finale scopriamo che Indy si chiama in realtà Henry, come il padre, e che Indiana era il nome del suo cane: un altro caso di autoreferenzialità, visto che questo era anche il nome del cane di George Lucas. Quando il film uscì, Spielberg assicurò che sarebbe stato l'ultimo della serie: a quasi vent'anni di distanza ha cambiato idea.

21 aprile 2008

Indiana Jones e il tempio maledetto (S. Spielberg, 1984)

Indiana Jones e il tempio maledetto
(Indiana Jones and the temple of doom)
di Steven Spielberg – USA 1984
con Harrison Ford, Karen Capshaw
**1/2

Rivisto in DVD.

Nel 1935 (un anno prima degli eventi de "I predatori dell'arca perduta", del quale è dunque un prequel più che un sequel), l'archeologo Indiana Jones fugge in aereo da Shanghai all'India settentrionale per ritrovarsi coinvolto in una pericolosa avventura: dovrà contrastare il tentativo di alcuni fanatici adoratori della dea Kalì di ridar vita alla setta dei thugs e recuperare la pietra sacra sottratta a un villaggio, il tutto con l'aiuto di un intraprendente bambino cinese e di un'imbranata cantante americana. Se il primo film voleva essere un omaggio all'atmosfera dei B-movie d'avventura di un tempo, il secondo sembra esso stesso un B-movie. Il tono è ancora più caricaturale, fumettistico e sopra le righe (come dimenticare la cena nel palazzo del marajah?), le situazioni sono irrealistiche e improponibili, e le scene girate nel tempio sotterraneo – fra sacrifici umani e luci rossastre – quasi degne di un horror. L'inizio è sorprendente ed è forse la cosa migliore della pellicola, con Kate Capshaw che canta "Anything goes" in cinese e le inaspettate coreografie da musical che fanno da sfondo ai titoli di testa. La mini-avventura introduttiva si collega stavolta senza soluzione di continuità alla trama principale, nel quale ritroviamo un Indiana Jones (stavolta il nome del personaggio, per renderlo più memorabile al pubblico, è direttamente nel titolo) piuttosto diverso da quello del film precedente, più avventuriero e meno accademico, quasi un supereroe con tanto di sidekick (il giovane vietnamita Ke Huy Quan, rivisto l'anno dopo ne "I Goonies", del quale non si faceva alcuna menzione ne "I predatori") e in compagnia di un comprimario femminile dal carattere così diverso dalla Marion del primo film, più una spalla comica che altro. Nonostante alcuni elementi in comune fra le due pellicole (gallerie, meccanismi segreti, insetti al posto dei serpenti) e alcune autocitazioni (Indy che cerca di sfoderare la pistola di fronte a due nemici con la scimitarra, anche se il film si svolge un anno prima del precedente), a tratti sembra quasi di assistere a una delle tante imitazioni dell'originale. Ma il divertimento e l'azione non mancano e la confezione è comunque di alto livello. La sceneggiatura è forse più adatta a un Peter Jackson che a uno Spielberg, che infatti ha dichiarato di considerarlo uno dei suoi film meno riusciti. A me, comunque, non dispiace! Le pietre sacre che si illuminano quando si avvicinano mi hanno ricordato le dragonball di Toriyama, mentre i nemici che si ammazzano da soli (rimanendo impigliati fra pale o ruote che girano) cominciano a essere un po' troppi. La corsa sotterranea nei vagoni ferroviari, che sembra uscita da un'attrazione di un parco dei divertimenti, era stata prevista inizialmente nel primo film ma poi eliminata in fase di sceneggiatura.

12 aprile 2008

I predatori dell'arca perduta (S. Spielberg, 1981)

I predatori dell'arca perduta (Raiders of the lost ark)
di Steven Spielberg – USA 1981
con Harrison Ford, Karen Allen
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Nel 1936 l'archeologo Indiana Jones (Harrison Ford) si reca in Egitto alla ricerca dell'arca dell'alleanza, il leggendario reperto che ha contenuto le tavole dei dieci comandamenti e che fa gola anche ai nazisti per via dei suoi (supposti) poteri soprannaturali. Un film fondamentale nel rinnovare gli stilemi del cinema di avventura, pur guardando al passato e rifacendosi direttamente ai fumetti e alle riviste pulp degli anni trenta (non a caso la grafica del titolo sui manifesti richiama il logo di riviste quali "Amazing stories"). Tratto da una storia di George Lucas sceneggiata da Lawrence Kasdan, ha dato vita a un personaggio talmente popolare da diventare protagonista di altri due film (e un quarto è in arrivo fra pochi mesi), di una serie televisiva, di numerosi videogiochi e soprattutto di innumerevoli imitazioni e parodie non solo cinematografiche. Gli elementi che lo caratterizzano visivamente (compreso il cappello e la frusta) lo rendono probabilmente uno dei character più riconoscibili della storia del cinema. E pensare che a interpretarlo non sarebbe dovuto essere Ford, bensì Tom Selleck, che rifiutò la parte perché troppo impegnato con le riprese del telefilm "Magnum P.I.". Spielberg fonde alla perfezione avventura e azione, ritmo e humour, inseguimenti e acrobazie, il fascino del mistero soprannaturale e quello della storia, cambiando anche più registri stilistici: il professor Jones si trasforma da compassato accademico in un vero e proprio avventuriero (come dimostra subito la bella sequenza iniziale dell'idolo nella giungla), protagonista di sequenze che recuperano l'ingenuità dei bei tempi andati (la sfera di roccia che gli rotola dietro, citazione da una storia di Carl Barks), di meravigliosi momenti umoristici (il nemico con la scimitarra nel mercato al Cairo o la gruccia appendiabiti del nazista), di episodi da brivido (i serpenti nel pozzo delle anime, autentici perché all'epoca non si parlava ancora di CGI, e naturalmente l'apertura dell'arca), di tesissime scene d'azione (l'inseguimento sul camion) e di battute memorabili ("Non sono gli anni... sono i chilometri!"). Fra i comprimari, oltre alla bella Karen Allen, sono da segnalare John "Gimli" Rhys-Davies, Denholm Elliott e un debuttante Alfred Molina ("Adios, imbecille!"). Degna di menzione anche la colonna sonora di John Williams e indimenticabile tanto l'incipit, con il vecchio logo della Paramount che si trasforma in un'autentica montagna (giochino che sarà ripetuto nei capitoli successivi), quanto il finale, con l'immenso magazzino di scatoloni (un omaggio a "Quarto potere"). Nei piani iniziali avrebbe dovuto trattarsi di una pellicola a basso budget, praticamente un B-movie, ma naturalmente Lucas e Spielberg si fecero prendere la mano. Il film è stato poi rieditato con il titolo "Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta", per coerenza con i capitoli successivi. Il nome Indiana era quello del cane di George Lucas, mentre il cognome Jones sarebbe stato scelto il giorno stesso dell'inizio delle riprese: in origine il personaggio avrebbe dovuto chiamarsi Indiana Smith. Una curiosità personale: ricordo ancora la campagna di lancio del film (avevo undici anni), con il claim "Il ritorno della grande avventura" sui manifesti che mi aveva fatto erroneamente pensare che si trattasse di un seguito del film "La grande avventura" di Stewart Raffill.