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4 settembre 2020

Local hero (Bill Forsyth, 1983)

Local hero (id.)
di Bill Forsyth – GB 1983
con Peter Riegert, Burt Lancaster
***

Visto in TV.

Il giovane addetto agli acquisti MacIntyre, detto "Mac" (Peter Riegert), viene inviato in Scozia da una società petrolifera texana per trattare l'acquisizione di tutti i terreni di un remoto villaggio costiero dove dovrà sorgere una grande raffineria. Gli abitanti del paese, guidati dall'albergatore Gordon Urquhart (Denis Lawson), sono ben disposti a cedere le loro proprietà in cambio di dollari sonanti: tutti tranne il vecchio Ben Knox (Fulton Mackay), che vive in una baracca sulla spiaggia e si rifiuta di vendere il proprio appezzamento. Mentre Mac comincia lentamente ad affezionarsi a quel luogo così isolato e idilliaco, e il suo aiutante Oldsen (Capaldi) si innamora della bella Marina (Jenny Seagrove), oceanografa che sogna di organizzare in mare un osservatorio protetto, il grande boss della società Felix Happer (Burt Lancaster) decide di recarsi sul posto di persona per vedere come stanno le cose... Il soggetto sembrerebbe retorico e pieno di cliché: e invece il film sorprende perché realizzato con un piglio e un'ironia quasi surreale. I personaggi sono realistici, malinconici e divertenti, ma la cosa più bella è il tono low key e il ritmo compassato che facilita l'immersione dello spettatore. Mac è un protagonista che da yuppie rampante si fa via via più solitario e riflessivo, entra lentamente in sintonia con la natura, trova la propria dimensione nelle passeggiate sulla spiaggia per raccogliere conchiglie, e si emoziona come un bambino quando vede per la prima volta l'aurora boreale. Memorabile anche Lancaster nei panni dell'industriale appassionato di astrologia e di fenomeni celesti, nonché protagonista di bizzarri siparietti con uno psicoterapeuta (Norman Chancer) che non fa altro che insultarlo. La colonna sonora è di Mark Knopfler.

28 ottobre 2019

Under the skin (Jonathan Glazer, 2013)

Under the skin (id.)
di Jonathan Glazer – GB/USA 2013
con Scarlett Johansson, Adam Pearson
*1/2

Visto in TV.

Una misteriosa donna si aggira per la Scozia a bordo di un furgone, adescando gli uomini che incontra. Dopo essersi assicurata che vivano da soli e che non abbiano famiglia, li conduce in una casa disabitata, dove li immerge in una strana vasca e ne risucchia l'intero contenuto del corpo, lasciandone solo la pelle. La donna è infatti una creatura aliena. Dal romanzo "Sotto la pelle" di Michel Faber, una pellicola di fantascienza low budget che, nonostante il flop al botteghino, è assurta nel corso degli anni a film di culto, soprattutto in patria (c'è stato chi, come "The Guardian", l'ha inserita nella lista dei migliori film del ventunesimo secolo). Ma è decisamente sopravvalutata: esile, ripetitiva e pretenziosa, cerca di proporsi con stilemi lontani da quelli del cinema mainstream, alternando scene iperrealistiche ad altre da video-arte (il regista proviene da spot pubblicitari e videoclip musicali, e si vede), con una storia senza trama ma che intende stimolare riflessioni (il mondo degli umani osservato da un punto di vista alieno) e suscitare inquietudini alla David Lynch (una delle vittime della protagonista è persino una sorta di Elephant Man), risultando però solo noiosa, snervante e monotona. E nemmeno tanto originale (chi ricorda "L'alieno"?) o creativa, senza significati profondi se non i soliti rimandi ai predatori sessuali (qui la donna sanguisuga o la femme fatale: la sessuofobia impera) o riflessioni appena abbozzate sulla solitudine e l'isolamento degli emarginati. L'inespressività della Johansson, poi, non aiuta di certo (il resto del cast è composto da attori non professionisti, con molte scene girate con telecamere nascoste). Il momento più intrigante, il disvelamento finale dell'alieno, arriva troppo tardi, quando lo spettatore probabilmente sta già dormendo. Fra le poche cose interessanti, gli scenari (urbani, rurali e costieri) e soprattutto il missaggio sonoro (rovinato però nell'edizione italiana da un brutto doppiaggio dei passanti e del brusio di fondo, che uccide tutto il realismo).

31 maggio 2019

Le onde del destino (Lars von Trier, 1996)

Le onde del destino (Breaking the waves)
di Lars von Trier – Danimarca/Sve/Fra/Ola/Nor 1996
con Emily Watson, Stellan Skarsgård
****

Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni, Giuliana, Giorgio, Enza e Gabriela.

Sulle fredde coste della Scozia, la giovane Bess McNeil (Watson), membro di un'austera comunità calvinista, sposa lo "straniero" Jan Nyman (Skarsgård), operaio che lavora al largo su una piattaforma petrolifera. Quando Jan rimane paralizzato a causa di un incidente sul lavoro, Bess – che ha un rapporto diretto e del tutto particolare con Dio – si convince che potrà guarirlo soltanto donando e sacrificando sé stessa. Il film che ha rivelato il talento di Lars von Trier al grande pubblico (fu anche il suo primo film che vidi al cinema) è una pellicola eccezionale e sopra le righe, incapace di lasciare indifferente lo spettatore. Diviso in otto capitoli più un epilogo, introdotti ciascuno da un'immagine ritoccata digitalmente dal videoartista Per Kirkeby e accompagnata da una canzone degli anni settanta (si va dai Jethro Tull ai Procol Harum, da Leonard Cohen a Elton John, dai Deep Purple a David Bowie), il film segue in un certo senso il tragitto della passione di Cristo, virata al femminile, con tanto di momenti clou come la lapidazione (i bambini che gettano pietre a Bess) e il sacrificio finale, con l'ascensione in cielo al suono di quelle campane che la comunità locale non aveva mai voluto mettere nella propria chiesa (a Bess, invece, la musica piace: lo sottolinea proprio all'inizio, quando al parroco che le chiede che cosa abbiano mai portato di buono gli stranieri risponde: "La loro musica"). La scena finale con le campane è di una commozione devastante: non riesco a non piangere ogni volta che la vedo. Certo, Lars von Trier è ateo, ed è stato accusato di voler programmaticamente e ipocritamente provocare le emozioni e la commozione del pubblico, cosa peraltro da non escludere vista la sua natura di marpione e l'accusa di essere un "pornografo dei sentimenti" che gli viene spesso rivolta dai critici che lo trovano antipatico. Ma sarà un caso se proprio i registi e gli autori non allineati (vedi Scorsese), quando non addirittura atei o marxisti (penso per esempio a Pasolini), realizzano i film più belli sulla religione e la spiritualità? Inoltre, LVT qui si rifà a quello che ritiene il suo più grande maestro, ovvero Carl Theodor Dreyer: impossibile non vedere un parallelo con "Ordet", altro film danese incentrato su un miracolo che si compie attraverso un personaggio umile e considerato pazzo da tutti.

Prima di una serie di eroine di Lars von Trier che soffrono e si sacrificano per amore, Bess è una ragazza buona e generosa, profondamente religiosa anche se a modo suo (come già detto, quando è da sola parla direttamente con Dio, modulando la propria voce), benvoluta dalla sua comunità, ma anche semplice, apparentemente debole (Jan è l'unico a vederla come "più forte" degli altri), immatura (non riesce a resistere alla lontananza del marito, come una bambina che non sa controllarsi e che vuole tutto e subito) e con un passato di problemi psichiatrici (è stata ricoverata brevemente dopo la morte del fratello). Per di più vive in un contesto dove alle donne è proibito persino di parlare in chiesa, dove le regole che governano la vita quotidiana sono severe e assolute, dove i peccati non vengono perdonati ("Sei un peccatore e brucerai all'inferno", si ode dire ai funerali). Ed è proprio Dio a mettere alla prova lei e il suo amore: quel Dio che "dà e toglie a suo piacimento", e che la esaudisce a modo suo quando lei, soffrendo per la lontananza di Jan, lo prega di farlo tornare a casa in qualche modo. Paralizzato, Jan cerca invece la morte e, non trovandola, spinge la moglie a cercarsi un amante (e a raccontargli poi le sue esperienze), forse nella speranza che possa staccarsi da lui e costruirsi una nuova vita. Bess, invece, interpreta la sua richiesta come una prova da superare per potergli restituire la salute, comprendendo che sacrificando tutta sé stessa (la sua scelta di "prostituirsi" non può che farle piombare addosso la disapprovazione di tutti, facendola scacciare dalla casa e dalla comunità) otterrà in cambio la guarigione dell'uomo. Un sacrificio, si badi bene, che come tutti i sacrifici richiede di passare dalla parola all'azione ("Come si può amare una parola?", domanda Bess in chiesa). Dopo un primo momento di smarrimento, accompagnato anche dal momentaneo silenzio della voce di Dio, i dubbi e le incertezze di Bess svaniscono e saprà accettare fino in fondo le conseguenze di quello in cui crede. Con piena consapevolezza: al dottor Richardson (Adrian Rawlins), scettico come la cognata e infermiera Dodo (Katrin Cartlidge), entrambi estranei alla comunità ma anche alla sua religiosità, la ragazza spiega che il proprio talento è quello di "avere fede".

Girato (intertitoli a parte) interamente con la camera a mano e con una fotografia (di Robby Müller) naturalistica, "grezza" e sgranata, il lungometraggio mette in mostra uno stile decisamente diverso da quello dei lavori precedenti (l'anno prima LVT aveva presentato insieme a Thomas Vinterberg il manifesto etico e cinematografico "Dogme 95", al quale è evidentemente debitore, anche se non ne segue ancora alla lettera tutte le regole: l'unico film del regista ad appartenere ufficialmente al movimento sarà il successivo "Idioti"). Nei film della trilogia "europea", inoltre, il protagonista era maschile e gli stilemi guardavano al cinema noir classico, seppur rivisitato: siamo quasi di fronte a un rinnovamento completo. Nel progetto iniziale (Von Trier ha lavorato alla sceneggiatura per cinque anni) il ruolo di protagonista sarebbe dovuto andare a Helena Bonham-Carter, che rifiutò dopo aver letto il copione. Il suo rimpiazzo, Emily Watson, era praticamente all'esordio: il suo è un vero tour de force, che le è valsa il plauso della critica ma che, come capita spesso con le attrici di Lars von Trier, l'ha anche lasciata esausta e incapace di lavorare nuovamente con il regista danese (succederà anche a Björk, a Nicole Kidman, a Kirsten Dunst: l'unica attrice che "sopravviverà" a più di una pellicola con lui sarà Charlotte Gainsbourg). Lo svedese Stellan Skarsgård diventerà invece un habitué del regista. Nonostante il grande successo (vinse, fra gli altri, il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes), il film ha comunque diviso il pubblico e suscitato parecchie controversie. Critici ciechi hanno accusato LVT di misoginia, di voler rappresentare eroine martiri e sottomesse (capiterà anche in "Dancer in the dark"), senza cogliere il valore etico e simbolico del sacrificio. Pazienza, non è certo (e non vuole esserlo) un regista per tutti. Personalmente lo considero uno dei tre autori più grandi e importanti degli anni novanta (insieme, per motivi diversi, a Takeshi Kitano e a Quentin Tarantino), e questo film per me rimane tuttora il suo capolavoro. Nel cast anche Jean-Marc Barr (Terry, l'amico di Jan) e Udo Kier (il marinaio sadico). Jonathan Hackett è il pastore, Sandra Voe è la madre di Bess.

16 marzo 2017

T2 Trainspotting (Danny Boyle, 2017)

T2 Trainspotting (id.)
di Danny Boyle – GB 2017
con Ewan McGregor, Ewen Bremner
**

Visto al cinema Uci Bicocca.

Dopo vent'anni, il regista Danny Boyle e lo sceneggiatore John Hodge si riuniscono con gli stessi attori per realizzare un sequel del film che per primo li aveva resi famosi, tratto anch'esso – come il precedente – da un romanzo ("Porno") di Irvine Welsh. Ritroviamo così i quattro personaggi sopravvissuti al primo "Trainspotting", e scopriamo che le cose per loro non sono molto cambiate, se non in peggio. Fuggito ad Amsterdam dopo aver sottratto sedicimila sterline ai suoi amici, Mark Renton (Ewan McGregor) torna ora ad Edimburgo per cominciare una nuova vita. Nel frattempo Daniel/Spud (Ewen Bremner) non ha fatto molti progressi nella vita, ed è ancora un tossico; Simon (Jonny Lee Miller) gestisce un pub e vive di piccoli ricatti grazie all'amicizia con una giovane prostituta bulgara, Veronica (Anjela Nedyalkova); e Francis Begbie (Robert Carlyle) è appena evaso di prigione. Se Simon – che sta progettando di ristrutturare il pub, trasformandolo in un bordello – fa presto a superare i vecchi rancori, e Spud cerca una nuova ragione di vita nella scrittura, Begbie non ha dimenticato il tradimento di Mark e vorrebbe vendicarsi, ma nel frattempo prova anche a ricucire i rapporti con il figlio Francis Jr., che non intende proseguire sulla strada paterna. Colorato, cinico, spigliato e malinconico al tempo stesso, il film rappresenta un'operazione-nostalgia tanto per lo spettatore (che vi ritrova situazioni identiche a quelle del film originale – del quale vengono inseriti persino alcuni fotogrammi, come fossero lampi di memoria – e persino accenni della stessa colonna sonora) quanto per i personaggi (l'unico character di rilievo introdotto ex novo, Veronica, li rimprovera infatti di "pensare sempre al passato"). E in effetti lascia la stessa sensazione che lasciava "Blues Brothers 2000", ossia quella di essere un seguito non brutto in sé e per sé, ma di cui non c'era probabilmente alcun bisogno. Il primo "Trainspotting" era autosufficiente: non serviva sapere che cosa avrebbero fatto i personaggi dopo la sua conclusione (anzi, sorprende che siano ancora tutti in vita!) e ciò che ci viene detto qui non cambia la nostra opinione di loro. In più, indugiando nel ripercorrere strade che aveva già battuto nel 1996, il film ci dimostra che ciò che allora era d'impatto, scioccante, sovversivo o dirompente (le pulsioni di morte, l'attacco ai valori sociali, il ritratto della tossicodipendenza, l'approccio cinico e svagato all'amicizia e all'amore) oggi, quando non assente, appare del tutto innocuo e ben "digerito": vent'anni di cinema post-moderno e tarantiniano non sono passati invano. Difficilmente "T2" diventerà un film di culto, anzi probabilmente l'unico motivo per cui non è passato nella totale indifferenza è l'appeal verso chi aveva amato il primo capitolo. Persino il finale, all'insegna del "tradimento" (tema forse conduttore, anche metacinematograficamente, dell'intera pellicola, a partire da un'Edimburgo dove l'accoglienza è gestita da hostess slovene), riecheggia quello di vent'anni prima. Detto questo, se si ragiona oltre questi limiti, il film ha i suoi pregi: buon ritmo, ottima regia e bella atmosfera, con tutto il piacere di una rimpatriata fra (ex) amici, che scopriamo però essere meno interessanti di quando erano giovani.

15 marzo 2017

Trainspotting (Danny Boyle, 1996)

Trainspotting (id.)
di Danny Boyle – GB 1996
con Ewan McGregor, Robert Carlyle
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Da un romanzo di Irvine Welsh, il cult movie che ha lanciato le carriere del regista inglese Danny Boyle (al suo secondo film) e dell'attore scozzese Ewan McGregor: la storia di un gruppo di amici che nella Edimburgo degli anni novanta trascorrono il tempo fra pub, calcio, donne e soprattutto eroina. La loro dipendenza dalla droga lascia talvolta il posto a brevi momenti in cui cercano di disintossicarsi, ma sempre senza successo. Fino a quando l'AIDS e altre vicissitudini non interverranno a cambiare le carte in tavola. Mark Renton (McGregor) è il protagonista, la cui voce fuori campo ci guida attraverso i vari episodi che compongono la storia; ci sono poi l'amorale Simon, detto "Sick Boy" (Jonny Lee Miller), grande fan di Sean Connery; il sempliciotto Spud (Ewen Bremner); il belloccio e salutista Tommy (Kevin McKidd); e l'aggressivo e psicopatico Francis Begbie (Robert Carlyle), l'unico del gruppo non dedito alla droga (ma in compenso è un vero criminale). Raccontata con toni colloquiali, cinici e surreali, la loro storia è permeata da una retorica anticonformista che non sfocia mai nell'ipocrisia: la ribellione di Mark e amici al sistema è mostrata per quello che è: confusa e autodistruttiva, una vera e propria pulsione di morte che alternativamente si oppone alla pulsione alla vita. In questo senso qualcosa del film, pur originale e influente, può a tratti ricordare "Arancia meccanica" (vedi i rapporti con i genitori, con le autorità e il sistema educativo) e fungerà a sua volta da ispirazione per "Fight Club" (la ribellione – attraverso il nichilismo, l'autodeterminazione e l'autodistruzione – al consumismo e a tutto ciò che la società considera una "vita rispettabile"). Basti pensare al celeberrimo incipit, con la voce di Mark che si rivolge direttamente agli spettatori: "Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo [...]. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos'altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l'eroina?". Da notare come tutto il monologo non sia che lo sviluppo (o la parodia) dello slogan di una celebre campagna antidroga dell'epoca.

Momenti comici, bizzarri o allucinati (da ricordare la scena della "peggior toilette della Scozia", che fa il paio con le disavventure scatologiche di Spud nel disgustare e divertire al tempo stesso lo spettatore) lasciano improvvisamente il posto a sequenze shock o esplicite (come la terribile scena della morte del bambino in culla). E la stessa esistenza dei personaggi sembra ondeggiare fra il disimpegno, all'insegna della libertà e dell'anarchia, a momenti in cui le tragedie della vita reale e il senso di responsabilità fanno capolino con tutta la loro pressione, magari per essere poi spazzati via da altre circostanze, cui solo la conclusione del film sembra mettere (almeno per il momento) la parola fine. Fondamentale è l'ambientazione scozzese (scozzesi sono anche praticamente tutti gli attori, oltre allo sceneggiatore John Hodge e ovviamente Irvine Welsh), uno scenario perfetto per personaggi ritratti come "perdenti consapevoli". Boyle ne mostra tutto lo squallore e la provincialità, sia attraverso le immagini (evidente il contrasto con gli scorci turistici di Londra nel breve montaggio che mostra il trasferimento di Mark!) che le parole dei personaggi. Un altro monologo entrato nella leggenda è infatti quello che Renton fa agli amici durante un'escursione nelle highland ("È una merda essere scozzesi! Siamo il peggio del peggio, la feccia di questa cazzo di terra, i più disgraziati, miserabili, servili, patetici avanzi che siano mai stati cagati nella civiltà. Ci sono quelli che odiano gli inglesi, io no! Sono solo delle mezze seghe! D'altra parte noi siamo stati colonizzati da mezze seghe. Non troviamo neanche una cultura decente da cui farci colonizzare"). Dirompente grazie anche alla regia energetica e virtuosistica di Boyle, al montaggio serrato, alle ottime interpretazioni (in particolare quelle di McGregor, Bremmer e Carlyle), il film scema un po' nella seconda parte, dal trasferimento di Mark a Londra alla vendita dell'eroina (il compratore, interpretato da Keith Allen, è probabilmente lo stesso personaggio che metteva in moto la trama nel primo film di Boyle, "Piccoli omicidi fra amici"), che pure apparecchia per il seguito ("T2") che sarà girato e ambientato vent'anni più tardi. Nel cast anche Peter Mullan (lo spacciatore del gruppo) e Kelly Macdonald (la minorenne Diane), al suo primo film. La ricchissima colonna sonora comprende, fra gli altri, brani di Iggy Pop ("Lust for life", "Nightclubbing"), Lou Reed ("Perfect Day"), Underworld ("Born Slippy"), Sleeper ("Atomic"), Brian Eno ("Deep Blue Day"). Il titolo fa riferimento a una scena del romanzo di Welsh che non è stata inserita nel film (ma ci sarà, come flashback, nel sequel): però i treni da osservare ci sono comunque, sulla carta da parati della camera di Mark.

6 febbraio 2016

La parte degli angeli (Ken Loach, 2012)

La parte degli angeli (The Angels' Share)
di Ken Loach – GB/F/I/B 2012
con Paul Brannigan, John Henshaw
**1/2

Visto in DVD, con Sabrina.

Robbie (Branningan), teppista di Glasgow che ha sempre condotto una vita problematica, vorrebbe mettere la testa a posto, anche perché sta per diventare padre. Ma non è facile, visto che nessuno sembra disposto a dargli fiducia. Condannato a trecento ore di lavori socialmente utili in seguito a una rissa, fa la conoscenza del bonario Harry (Henshaw), che lo prende sotto la propria ala protettiva e, fra le altre cose, lo introduce al mondo della degustazione del whisky. L'occasione della riscossa giungerà quando verrà a conoscenza dell'imminente vendita, in un'asta esclusiva, di un barile di preziosissimo whisky invecchiato oltre quarant'anni, particolarmente bramato dagli appassionati... Di solito apprezzo Loach a corrente alternata, trovando alcuni suoi lavori troppo schematici e manichei, ma mi sembra che il regista – che pure non rinuncia mai a ritrarre il mondo dei più deboli e degli emarginati, e soprattutto il contesto sociale di povertà e disoccupazione in cui si muovono – dia il meglio di sé quando, più che lanciare un messaggio, si "limiti" a raccontare una storia, meglio se condita da una venatura leggera e ottimista, all'insegna della redenzione, come nel caso de "Il mio amico Eric" o del film in questione. La simpatia dei personaggi, l'insolito contesto "enologico" (da confrontare con "Sideways" di Payne, dove si degustavano vini in California!), il tema del riscatto dei perdenti e il valore dell'amicizia si fondono mirabilmente in una commedia realistica e non consolatoria, dove non tutto fila liscio ma ci si ingegna per trarre il meglio da ciò che si ha a disposizione, e dove per una volta la volontà e la solidarietà vengono ricompensate. In più, un setting inconfondibilmente e orgogliosamente scozzese, che fonde ambienti proletari (le periferie di Glasgow), scenari turistici (il castello di Edimburgo) e gli elementi più caratteristici della nazione (i kilt, i pub, e ovviamente il whisky). Premio della giuria a Cannes. Il titolo si riferisce a quella parte di distillato che evapora in modo naturale dai barili durante l'invecchiamento. Nella colonna sonora spicca la classica "I'm Gonna Be (500 Miles)" dei Proclaimers.

16 gennaio 2016

Macbeth (Justin Kurzel, 2015)

Macbeth (id.)
di Justin Kurzel – GB/Francia/USA 2015
con Michael Fassbender, Marion Cotillard
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Fra le tante tragedie di Shakespeare, il Macbeth è senza dubbio una delle più "cinematografiche", e dunque non sorprende che sia stata portata sullo schermo così tante volte e da molti maestri della settima arte (Welles, Kurosawa, Polanski...). Ci prova ora l'australiano Justin Kurzel, al suo secondo lungometraggio, aiutato da una fotografia cupa e saturata (di Adam Arkapaw) e dalle note di un'inquietante colonna sonora modernista composta da suo fratello Jed Kurzel. Il risultato ricorda a tratti certe opere di Nicolas Winding Refn (tipo "Valhalla Rising"), soprattutto sotto l'aspetto visivo, potente e stilizzato. Come nella versione di Polanski (alla quale in parte è debitore), i personaggi si muovono in una Scozia semi-barbarica, fra brughiere sferzate dal vento e dalla neve, impegnati in violente battaglie dove alla concretezza del sangue e del fango si affiancano atmosfere oniriche e spettrali, a simboleggiare l'esterno e l'interno dell'animo umano. Se scenari e costumi sono antichi e "reali", la regia trascende il tutto con squarci colorati, montaggio frammentato, ralenti o attenzione a dettagli e sfumature del corpo – e dunque dello spirito – dei personaggi. E alla fine, giusto sipario per una storia tanto truce e sanguinolenta, il rosso ammanta tutto, colorando il cielo e gli scenari delle highland scozzesi. Il testo di Shakespeare, accorciato per motivi cinematografici, è recitato con intensità cupa e solenne da attori assolutamente in parte, con il tormentato Fassbender su tutti (mi ha convinto un po' meno, a dire il vero, la Lady Macbeth interpretata da Marion Cotillard). Paddy Considine è Banquo, Sean Harris è Macduff, David Thewlis è re Duncan. Fra le trovate che aggiungono qualcosa, il ruolo fondamentale del figlio dei coniugi Macbeth (morto prima che la storia inizi), la cui assenza è una delle cause che scatenano la follia e la crudeltà dei due personaggi: non a caso il film si conclude con l'immagine di un altro bambino. Quanto alla foresta di Birnam, a marciare verso il castello di Dunsinane non sono le frasche vere e proprie, ma le particelle degli alberi ridotti in cenere dal fuoco e trasportate dal vento.

22 ottobre 2014

Il club dei 39 (Alfred Hitchcock, 1935)

Il club dei 39, aka I 39 scalini (The 39 steps)
di Alfred Hitchcock – GB 1935
con Robert Donat, Madeleine Carroll
***

Visto in divx.

Richard Hannay (Donat), canadese che vive a Londra, viene coinvolto in un caso di spionaggio da una misteriosa donna che ha incontrato in un music hall e che si rivela un agente britannico. Sospettato dell'omicidio della sconosciuta, pugnalata alle spalle mentre era ospite in casa sua, è costretto a fuggire verso la Scozia per rintracciare il capo dell'organizzazione segreta, denominata "i 39 scalini", che è in procinto di trafugare informazioni vitali per la sicurezza del paese: trovare il vero colpevole è infatti l'unico modo per dimostrare la propria innocenza. Adattando un romanzo di John Buchan, Hitchcock e i suoi sceneggiatori (Charles Bennett e Alma Reville) non badano alla plausibilità della vicenda e non si soffermano sui dettagli sulla natura dei codici trafugati (si accenna soltanto al fatto che si tratta di piani per un motore aeronatico: ma in fondo, è solo un "MacGuffin"), preferendo incentrare la pellicola sulla fuga di Hannay, vittima innocente di una caccia all'uomo scatenatagli contro tanto dalla polizia quanto dagli uomini dell'organizzazione nemica. Ed ecco dunque che il nostro protagonista, un normale cittadino costretto dalle circostanze a trasformarsi in eroe d'azione, deve seminare i suoi inseguitori a bordo di un treno, rifugiarsi in una fattoria scozzese (dove viene aiutato dalla moglie del proprietario, il quale invece lo consegnerebbe volentieri per riscuotere la taglia su di lui), evadere dall'ufficio dello sceriffo dopo che una bibbia lo ha provvidamente salvato da una pallottola, improvvisare un comizio elettorale su un palco al posto di un candidato locale, ritrovarsi ammanettato a una ragazza (Carroll) che lo ritiene un criminale e che solo dopo lunghe avventure finalmente crede alla sua innocenza, e infine rintracciare il "Professore" che guida la banda (riconoscibile per la mancanza di una falange) e individuare il modo in cui intende portare i piani segreti fuori dal paese (ovvero facendoli memorizzare a un uomo dal cervello prodigioso, che si esibisce nei cabaret come "Mister Memoria"). Un thriller spionistico, dunque, senza un attimo di respiro, che mescola avventura e azione, ironia e suspense: uno dei più perfetti e compiuti lungometraggi del periodo inglese di Hitchcock, che fungerà da modello per pellicole successive come "Sabotatori" o "Intrigo internazionale". Ottimi e autoironici gli interpreti, e numerose le scene e i siparietti degni di essere ricordati: da quelli marginali, come il dialogo fra i due piazzisti di biancheria intima sul treno o il comizio improvvisato di Hannay sul palco, a momenti clou come tutta la sequenza nell'albergo dove Hannay e Pamela sono costretti a passare la notte ammanettati, fingendosi marito e moglie (una sequenza non priva di momenti decisamente erotici per l'epoca, come la scena in cui la Carroll deve togliersi le calze bagnate). Per non parlare dell'inquadratura finale, con le mani di Hannay e di Pamela che si cercano. Il romanzo originale è stato portato altre tre volte sullo schermo: nel 1959 (basandosi sulla sceneggiatura del film di Hitchcock), nel 1978 (la versione più fedele al libro) e nel 2008 (per la televisione inglese).

27 febbraio 2014

Macbeth (Roman Polanski, 1971)

Macbeth (id.)
di Roman Polanski – GB/USA 1971
con Jon Finch, Francesca Annis
***

Rivisto in DVD.

Il guerriero scozzese Macbeth, al quale tre streghe hanno preannunciato l'ascesa al trono, si impegna per far avverare la profezia, rendendosi colpevole di efferati delitti. Ciò che più colpisce in questo adattamento della tragedia shakesperiana è la concretezza palpabile della messa in scena, del tutto priva di quella "artificialità" tipica del palcoscenico e anche di tante versioni cinematografiche di opere teatrali. Merito soprattutto dell'ambientazione quasi barbarica voluta da Polanski e delle sue location "povere" ma di grande qualità visiva: le highlands battute dal vento, le brughiere desolate, i castelli rocciosi, i cortili, la terra e la pietra, dove si snoda una una vicenda archetipica e ancestrale di ambizione, tradimento e di morte. E poi c'è la violenza: il sangue copioso sullo schermo, con teste mozzate, carneficine e un tono cruento, cupo e opprimente che molti critici hanno collegato direttamente allo stato d'animo del regista (si trattava del primo film girato dopo il massacro della moglie Sharon Tate da parte di Charles Manson: significativa, al riguardo, l'intensità emotiva della scena in cui gli sgherri di Macbeth trucidano la moglie e il figlio di Macduff). Polanski riesce anche ad evitare le "trappole" del confronto con le grandi versioni cinematografiche che l'avevano preceduto (quelle di Welles e di Kurosawa), realizzando un film che vive di vita propria. Pur non sacrificando la fedeltà al testo di partenza, l'adattamento (opera del regista stesso, in collaborazione con il critico teatrale Kenneth Tynan) utilizza le immagini per costruire qualcosa di nuovo e dare ulteriore e ambiguo significato ad alcuni personaggi minori: si pensi a Ross, sviluppato ben oltre il suo ruolo originario e trasformato in un machiavellico opportunista; o a Donalbain, il figlio minore di Re Duncan, che nel finale si reca presso l'antro delle streghe, come a suggerire che il ciclo della violenza non avrà mai fine. Tutto questo senza però aggiungere ulteriori battute a quelle previste da Shakespeare, le cui parole risuonano sullo schermo con alternanza fra il parlato e il pensato (i soliloqui sono rappresentati, in maniera assai naturalistica, con la voce fuori campo), sostenute dalle recitazioni intense e credibili di un cast di attori in gran parte britannici: oltre a Jon Finch nel ruolo di Macbeth e a Francesca Annis in quello di sua moglie, ci sono Martin Shaw (Banquo), Terence Bayler (Macduff), John Stride (Ross) e Nicholas Selby (Duncan). Degna di nota anche la colonna sonora, firmata dal gruppo progressive Third Ear Band. Il film fu prodotto da Hugh Hefner (sì, quello di "Playboy"!), dopo che tutte le major hollywoodiane avevano rifiutato di finanziarlo.

18 agosto 2013

Ribelle – The Brave (M. Andrews, B. Chapman, 2012)

Ribelle - The brave (Brave)
di Mark Andrews, Brenda Chapman – USA 2012
animazione digitale
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Nella Scozia medievale, l'irrequieta Merida – ribelle quanto la sua folta chioma rossa – si mostra recalcitrante di fronte ai tentativi della madre di educarla al ruolo di principessa. Insofferente alle formalità di corte e all'irreprensibile comportamento che le viene richiesto, preferisce cavalcare all'aria aperta e tirare con quell'arco che il padre, capo del clan dei Dumbrok, le ha regalato in occasione del suo compleanno. Le cose peggiorano quando i genitori convocano gli altri clan per scegliere chi sarà il suo promesso sposo. Dapprima Merida, che non ha alcuna intenzione di sposarsi, si presenta a sua volta alle gare di abilità per "vincere" lei stessa la propria mano (e naturalmente sbaraglia tutti gli avversari); e poi – dopo una lite furiosa con la madre – fugge nella foresta dove incontra una strega, alla quale chiede un incantesimo per cambiare il proprio destino. Verrà esaudita, ma non come desiderava: la mamma si trasforma in un orso, e Merida avrà il suo gran da fare per metterla in salvo dalla furia del padre, che proprio con gli orsi ha una questione aperta sin da quando uno di loro, anni prima, gli aveva divorato una gamba. A parte la consueta maestria tecnica – l'animazione è eccellente; e salvo i personaggi, assai stilizzati (la strega sembra addirittura una versione femminile del vecchio Geri), scenografie e paesaggi sono incantevolmente realistici – sembra quasi di assistere a un film Disney anziché a uno della Pixar: un plot semplice e schematico, tutto costruito su un tema tipico dell'adolescenza (la ribellione di una figlia alla madre) con morale annessa (a proposito, per una volta il titolo italiano centra il punto più di quello originale, che significa semplicemente "coraggiosa"); un'ambientazione quasi fiabesca, con tanto di "principessa" come protagonista; le inevitabili macchiette comiche (come i tre pestiferi fratellini di Merida); e persino qualche canzone qua e là. La contaminazione fra le due case, che da sempre procedono a braccetto, era inevitabile. Ma una volta la Disney si limitava a distribuire i prodotti Pixar, ora invece sempre più spesso si assiste a ibridazioni fra le diverse filosofie (come dimostra la presenza di John Lasseter come produttore esecutivo sia qui che nel "Rapunzel" disneyano: due pellicole che possono essere paragonate sotto numerosi aspetti, non solo grafici o tecnici ma anche contenutistici). Se si pensa che il più recente cartone Disney sembrava invece un prodotto Pixar (mi riferisco all'ottimo "Ralph Spaccatutto"), ecco che il cerchio si chiude.

27 agosto 2008

Water horse (Jay Russell, 2007)

Water horse – La leggenda degli abissi (The Water Horse: Legend of the Deep)
di Jay Russell – USA/GB 2007
con Alex Etel, Ben Chaplin
*1/2

Visto in DVD, con Hiromi, Miyoko e Ami, in giapponese con sottotitoli inglesi.

In Scozia, durante la seconda guerra mondiale, un bambino trova un uovo dal quale nasce nientemeno che Nessie, il mostro di Loch Ness. Ma l'amicizia fra il bimbo e il mostro verrà minacciata dai soldati britannici accampati presso il lago in attesa dei sommergibili tedeschi. Nient'altro che un film per famiglie, dalla fotografia patinatissima e luminosa, girato con professionalità ma senza alcun guizzo e piuttosto prevedibile nel suo svolgimento narrativo. L'ambientazione storica sembra soltanto un pretesto per dare alla vicenda il tono di un racconto leggendario (e infatti viene narrata tutta in flashback dal protagonista, ora anziano, a una coppia di giovani turisti). Il mostro in computer grafica è ben fatto, anche se la sua rapida crescita lascia un po' perplessi. Facendo un confronto con "Il labirinto del fauno" di Guillermo Del Toro (con il quale ha qualcosa in comune sia nella forma sia nella sostanza), risalta la mancanza di tensione e di reale collegamento con le vicende della guerra, il che lo rende di poco o di nessun interesse per uno spettatore adulto. Nel cast c'è anche Emily Watson (la madre del protagonista). Curiosamente, dopo "Ponyo" e "CJ7", questo è il terzo film visto nel corso di queste vacanze giapponesi che racconta l'amicizia fra un bambino e una creatura magica/aliena.

8 maggio 2007

Braveheart (Mel Gibson, 1995)

Braveheart - Cuore impavido (Braveheart)
di Mel Gibson – USA 1995
con Mel Gibson, Sophie Marceau
**

Rivisto in DVD con Hiromi.

La storia di William Wallace, patriota ed eroe della ribellione scozzese contro l'occupazione inglese di re Edoardo I Plantageneto a cavallo fra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo. Va subito detto che l'unico vero pregio del film sono le magnifiche battaglie (in particolare la prima, quella di Stirling), girate in maniera realistica, viva e coinvolgente, e che hanno costituito un punto di riferimento per pellicole "medievali" successive, come la "Giovanna d'Arco" di Luc Besson e "Il signore degli anelli" di Peter Jackson. Per tutto il resto, invece, il film non mi è mai sembrato nulla di speciale sin dalla prima volta che lo avevo visto. Gli eventi storici sono estremamente semplificati e schematizzati, e la loro verosimiglianza lascia parecchio a desiderare (lo stesso Gibson ammise che numerosi elementi, come la relazione con la regina Isabella, furono aggiunti di sana pianta per rendere il tutto più romanzato e avvincente), ma questo in sé non sarebbe nemmeno un difetto. Il vero problema è che i personaggi sono prevedibili e mai indagati in profondità: su tutti lo stesso Wallace, figura monolitica che non mostra mai un dubbio o un ripensamento. Anche i suoi seguaci più fedeli non sembrano nulla più che macchiette. L'unico character con un po' di "ambiguità" a renderlo interessante, Robert Bruce (interpretato da Angus Macfadyen), è fondamentalmente un debole e un inetto. La Marceau (nel ruolo di Isabella di Francia) è bella, ma il suo ruolo avrebbe potuto essere tagliato senza troppe conseguenze: sembra quasi inserito soltanto per la necessità di avere un personaggio femminile di rilievo. Buono e convincente, invece, il re Edoardo I interpretato da Patrick McGoohan. La prima mezz'ora del film, prima che scoppi la rivolta, è davvero noiosetta, mentre poi la storia si lascia seguire giusto perché si parteggia per i "buoni", e non per particolari qualità cinematografiche. Al secondo film da regista dopo "L'uomo senza volto", Gibson comunque fece il botto: ben dieci nomination agli Oscar e cinque statuette vinte, fra cui quelle per il miglior film e la migliore regia.