Visualizzazione post con etichetta Scomparsa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scomparsa. Mostra tutti i post

18 gennaio 2021

La corta notte delle bambole di vetro (A. Lado, 1971)

La corta notte delle bambole di vetro
di Aldo Lado – Italia 1971
con Jean Sorel, Ingrid Thulin
**1/2

Visto in divx.

Il giornalista americano Gregory Moore (Jean Sorel), insieme ai colleghi Jacques (Mario Adorf) e Jessica (Ingrid Thulin), indaga a Praga sulla scomparsa della sua ragazza Mira (Barbara Bach). Prima di finire in catalessi (ma non morto, come invece tutti credono) sul tavolo di un obitorio, da dove – in attesa di essere sottoposto ad autopsia – rievocherà in flashback l'intera vicenda, scoprirà che Mira è solo l'ultima di una serie di giovani donne sparite, e che è coinvolto un misterioso club di ricchi e potenti anziani che praticano strani riti occulti a scopo politico ("Il nostro solo nemico è il pensiero, il risveglio delle coscienze: i giovani devono diventare come noi, devono pensare come noi, chi rifiuta viene addormentato"). Opera prima di Lado, regista e sceneggiatore con una discreta carriera cinematografica negli anni settanta (anche con lo pseudonimo di George B. Lewis) prima di perdersi nei meandri delle produzioni televisive quando il cinema italiano si disinteresserà dei generi (thriller e horror) a lui più congeniali. Qui il modello di riferimento è evidentemente il Roman Polanski di "Rosemary's baby", con i suoi intrighi, il suo carico di angoscia e claustrofobia, e le sue sette sataniche (per non parlare del finale shockante), anche se contaminato da una lettura socio-politica (il "potere" che addormenta o "seppellisce vivi" coloro che si frappongono sul suo cammino) e da un pizzico di giallo all'italiana. Curiosa ma efficace l'ambientazione praghese (benché la città non venga mai esplicitamente nominata, e gran parte delle riprese siano state effettuate invece a Zagabria e a Lubiana). Musiche di Ennio Morricone, che rimarrà un frequente collaboratore del regista. Ottimo il cast, che comprende anche Fabian Šovagoviċ (il dottor Karting), Relja Bašić (Ivan), Piero Vida (il commissario) e José Quaglio (l'avvocato Valinski). La prima scelta per il ruolo del protagonista era Terence Hill. Il titolo, incomprensibile (nella pellicola non ci sono "bambole di vetro"), è frutto di un rimaneggiamento in fase di distribuzione: Lado avrebbe voluto chiamare il film "Malastrana" (dal nome del quartiere di Praga), poi si optò per "La corta notte delle farfalle", visto che queste ultime ricorrono più volte nella trama e nelle immagini, come suggerisce anche la canzone ("The short night of the butterflies") cantata da Jürgen Drews. Il nome fu poi cambiato all'ultimo momento perché era in uscita un'altra pellicola con le farfalle nel titolo.

5 aprile 2019

Mute (Duncan Jones, 2018)

Mute (id.)
di Duncan Jones – GB/Germania 2018
con Alexander Skarsgård, Paul Rudd
*1/2

Visto in TV.

In una Berlino futuristica (con un'estetica da "Blade Runner"), il barman Leo (Alexander Skarsgård), muto sin dall'adolescenza a causa di una lesione che la fede amish della sua famiglia ha impedito di curare con un'operazione, cerca di rintracciare la sua compagna Naadirah (Seyneb Saleh). Nella sua misteriosa scomparsa è forse implicato Cactus Bill (Paul Rudd), medico chirurgo dell'esercito americano, da cui ha disertato per mettersi al servizio del gangster russo Maksim, proprietario del locale notturno (con annesso bordello) dove lavorano sia Leo che la ragazza... Sono molte le cose che non funzionano e non convincono in questo ambizioso thriller neo-noir dallo sviluppo deludente, contorto e farraginoso. A partire dai suoi stessi elementi fondanti, dei quali si fatica a capire la ragion d'essere: per quale motivo il film è ambientato in Germania? Perché siamo nel futuro (la storia in sé non ha nulla di fantascientifico)? Perché il protagonista è muto (nel finale, per di più, riacquista la parola senza che questo incrini la sua fede o le sue certezze: accade e basta)? La caratterizzazione stessa dei personaggi non appare finalizzata a nulla di particolare, e anzi lascia perplesso il fatto che il "cattivo" sia approfondito molto meglio rispetto al buono. Anche le svolte nella vicenda gialla, come la rivelazione del motivo della scomparsa di Naadirah, non sconvolgono più di tanto, mentre i molti dettagli di contorno (l'abilità di Leo nel disegnare, il suo rifiuto della tecnologia, il rapporto di Cactus con la figlia, le dinamiche del sottobosco criminale, il tema della pedofilia) restano, appunto, dettagli. E lo stesso vale per i tanti riferimenti del regista al mondo del "papà" David Bowie. Tanta carne al fuoco non sembra portare a nulla: peccato, dov'è finito il minimalismo di "Moon"? La colonna sonora di Clint Mansell evoca il "Lacrimosa" dal Requiem di Mozart. La cosa più curiosa sono forse i rimandi al classico di Robert Altman "MASH": Cactus Bill e il suo amico e collega Duck (Justin Theroux) sembrano fare il verso (nell'aspetto, nell'atteggiamento, nel vestiario) alla coppia di chirurghi militari di quel film, interpretati da Elliott Gould e Donald Sutherland.

1 aprile 2019

Burning (Lee Chang-dong, 2018)

Burning - L'amore brucia (Beoning)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2018
con Yoo Ah-in, Jeon Jong-seo, Steven Yeun
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Jong-soo (Yoo), giovane aspirante scrittore, ritrova dopo alcuni anni Hae-mi (Jeon), sua ex compagna delle elementari, e se ne innamora. Fra i due si inserisce però il ricco e affascinante Ben (Yuen). E quando la ragazza sparisce nel nulla, Jong-soo inizia a convincersi che Ben sia in realtà un serial killer... Da un racconto di Haruki Murakami ("Granai incendiati"), un thriller psicologico low tone e basato tutto sull'ambiguità: quella dei tre personaggi e quella del rapporto fra immaginazione e realtà. Jong-soo è timido e ha problemi di socializzazione, ha un difficile background familiare, ma è anche in cerca di storie: possibile che quanto gli accada ("Il mondo per me è un mistero", dice) sia soltanto frutto della sua fantasia? Hae-mi è più spigliata, ma anche lei gioca con la finzione: prende lezioni di mimo, "inventa" oggetti che non esistono, racconta storie che potrebbero essere vere o meno (ha davvero un gatto, che nessuno ha mai visto? da piccola è davvero caduta in un pozzo, evento che nessuno ricorda?). E Ben, con la sua natura affascinante e misteriosa è il più ambiguo di tutti: la sua confessione a Jong-soo, quella di avere lo strano hobby (o impulso) di "bruciare una serra" ogni due mesi, viene dapprima presa sul serio dal ragazzo e poi trasfigurata nella prova che il rivale è un assassino seriale: ma nessuna conferma giungerà mai a noi spettatori, lasciati sospesi in un limbo dove tutto è possibile. E questo, che avrebbe potuto esserne il pregio, è probabilmente anche uno dei difetti del film, con cui si fatica a connettersi e a partecipare fino in fondo alla confusione emotiva del suo protagonista, nonostante non manchino scene e momenti interessanti, punteggiati dalle tante piccole "bizzarrie del quotidiano" così care a Murakami. Ottima la regia.

20 settembre 2018

A land imagined (Yeo Siew Hua, 2018)

A land imagined
di Yeo Siew Hua – Singapore/Fra/Ola 2018
con Peter Yu, Liu Xiaoyi, Luna Kwok
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

A Singapore, in un cantiere di land reclamation ("terra sottratta al mare", ovvero un sito dove viene creata nuova terraferma attraverso l'importazione di sabbia), un poliziotto (Peter Yu) indaga sulla misteriosa scomparsa di un operaio di origine cinese (Liu Xiaoyi). I due uomini sono in qualche modo collegati, e non solo perché entrambi soffrono di insonnia. Forse sono l'uno il prodotto dell'immaginazione dell'altro, visto che si sognano a vicenda (con sfasamento temporale). E la pellicola, che mostra in parallelo le indagini dell'agente e gli eventi dell'ultima settimana dell'operaio, catapulta lo spettatore in un'atmosfera onirica e irreale. Siamo in un "mondo di mezzo", né terra né mare, dove il suolo è artificiale e coloro che ci lavorano (migranti dalla Cina, dal Bangladesh e di altri paesi poveri del sud-est asiatico) sono come fantasmi, privi di ogni diritto (i loro passaporti vengono "trattenuti" dai datori di lavoro, che li sfruttano sottopagandoli) e destinati, da un momento all'altro, a scomparire. Sono persone virtuali, come i personaggi di un videogioco o gli avatar delle chat in internet: non a caso sia Wang, l'operaio, che Lok, il poliziotto, finiscono con il trascorrere ripetutamente le loro notti nella saletta internet vicino al dormitorio del cantiere, gestita da una ragazza (Luna Kwok) che diventa uno dei loro pochi agganci con la realtà. "Una terra immaginata", recita il titolo: è la terra dei sogni, e come tale inesistente anche quando sembra concreta. A Singapore, la "terra sottratta al mare" conta già per il 20% della dimensione originale dell'isola, e un'ulteriore espansione è in corso. L'ottima regia, coadiuvata da una bella fotografia e da un'affascinante colonna sonora, catapulta lo spettatore in un panorama desolato e ipnotico, dove il tema della denuncia sociale è accompagnato da un gusto estetico che spazia da Antonioni ("L'avventura", un'altra storia di scomparsa) a Wong Kar-Wai. Pardo d'oro al Festival di Locarno.

17 settembre 2017

Paris, Texas (Wim Wenders, 1984)

Paris, Texas (id.)
di Wim Wenders – Germania/Francia/GB 1984
con Harry Dean Stanton, Nastassja Kinski
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina, per ricordare Harry Dean Stanton.

Un uomo esce camminando dal deserto, al confine fra Messico e Stati Uniti. Si tratta di Travis (Harry Dean Stanton), muto e forse smemorato, che da quattro anni era sparito misteriosamente. A recuperarlo, per ricondurlo alla civiltà, si fionda suo fratello Walt (Dean Stockwell), pubblicitario di Los Angeles che nel frattempo, insieme alla moglie Anne (Aurore Clément), ne ha allevato il figlio Alex (Hunter Carson) come se fosse il suo. Anche la moglie di Travis, Jane, non dà infatti più notizie di sé. Una volta rimessolo in sesto, Walt porta il fratello a casa con sé per fargli incontrare suo figlio, che ormai ha quasi otto anni: e nonostante le fatiche iniziali, lentamente l'uomo riesce a recuperare il rapporto con lui. Al punto che quando Travis decide di partire nuovamente, stavolta per rintracciare la moglie, il bambino sceglierà di accompagnarlo. Travis troverà Jane (Nastassja Kinski) a fare la spogliarellista in un peep show di Houston, e i due avranno una lunga conversazione chiarificatrice mentre stanno dai lati opposti di una parete a finto specchio... Da un soggetto di Sam Shepard, con una sceneggiatura improvvisata durante le riprese cui hanno collaborato lo stesso Wenders e L.M. Kit Carson, il padre dell'attore che interpreta il bambino (al momento di iniziare a girare, infatti, lo script era solo a metà), uno dei film più fortunati e popolari del regista tedesco, che gli valse la Palma d'Oro al Festival di Cannes. In esso prosegue e giunge a compimento il suo viaggio alla scoperta degli Stati Uniti, delle sue atmosfere e dei suoi luoghi (anche cinematografici: si pensi a John Ford). Proprio gli ampi spazi dell'America, dai deserti della Momument Valley alle strade sconfinate, dai panorami urbani delle colline di Los Angeles fino ai grattacieli di Houston, sono esaltati dalla fotografia iperrealista e colorata di Robby Müller, ma soprattutto sono abitati da personaggi con una grande umanità e con una storia da raccontare.

I temi del viaggio e del movimento, della ricerca di sé e del rapporto con il proprio passato, tipicamente wendersiani, sono attuati attraverso le relazioni familiari (quelli fra fratelli di Walt e Travis, quelli fra padre e figlio di Travis e Alex – che nella versione originale si chiamava Hunter, come il piccolo attore che lo interpreta – e infine quelli di coppia fra Travis e Jane) e mai soffocati da una bellezza formale (la regia, le inquadrature, i movimenti di macchina, la suddetta fotografia) che semmai incornicia lo struggente racconto. Questo passa dall'avventura on the road al dramma esistenziale, sfuggendo le trappole della retorica e del manierismo anche quando affronta argomenti "rischiosi" come il desiderio di ritrovare un'unità familiare andata perduta: e la caratterizzazione dei vari personaggi, con le loro insicurezze, li rende quando mai vivi e memorabili. La pellicola è facilmente divisibile in tre sezioni, come se si trattasse di tre film diversi, ciascuna con le sue regole e il suo ritmo: quella dell'incontro e del viaggio di Travis con il fratello Walt, quella a Los Angeles del recupero del rapporto con il figlio, e infine quella a Houston della ricerca e del confronto con Jane: la scena clou è naturalmente l'ultima, il lungo colloquio attraverso l'interfono nel peep show, che dura oltre venti minuti e in cui finalmente anche Nastassja Kinski (in precedenza vista solo in foto e nelle brevi scene di un filmino Super8 proiettato a casa di Walt) ha la sua occasione di brillare. È in questa scena, fra l'altro, che veniamo finalmente a conoscenza degli antefatti della vicenda: non attraverso un flashback mostrato sullo schermo, ma solo dai lunghi e intensi monologhi dei due personaggi. Il titolo della pellicola proviene da una località nel Texas in cui i genitori di Travis e Walt si sono conosciuti e in cui Travis ha acquistato un lotto di terreno: a dire il vero è un po' pretestuoso, visto che i personaggi non vi si recano mai e se ne vede uno squallido scorcio solo in fotografia (il che fece infuriare gli abitanti di quella cittadina). Cameo di John Lurie nei panni del gestore del peep show. Molto bella la colonna sonora acustica (con la steel guitar) di Ry Cooder.

24 giugno 2017

Loveless (Andrey Zvyagintsev, 2017)

Loveless (Nelyubov)
di Andrey Zvyagintsev – Russia 2017
con Maryana Spivak, Aleksey Rozin
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Paola, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Resosi conto che i genitori Boris e Zhenya (che stanno per divorziare) non lo amano e che nessuno dei due vorrebbe tenerlo con sé, il dodicenne Alyosha fugge di casa. È il 21 dicembre 2012, il giorno della "fine del mondo" secondo il calendario Maya. Zhenya e Boris, immersi nei loro litigi e distratti dalle relazioni con i nuovi compagni, se ne accorgono solo dopo più di 24 ore, quando sta per scatenarsi una tempesta di neve. E le lunghe ricerche, effettuate con l'aiuto di un'organizzazione di volontari (la polizia, convinta che basti attendere che il bambino torni da solo, se ne lava le mani), non porteranno a nulla. La tragedia non servirà a riavvicinare i due coniugi, ma se non altro li farà rendere conto che un po' a quel figlio forse ci tenevano. Tuttavia l'epilogo, ambientato qualche anno più tardi, li mostrerà nella stessa situazione di prima. Nonostante le nuove famiglie e le nuove relazioni, gli egoismi continuano a imperare: lui ha bisogno di una famiglia solo per opportunismo lavorativo, non ama davvero la nuova moglie e il nuovo figlio (così come non amava quelli vecchi); lei, fredda, sola e indipendente, ha bisogno di avere al fianco un uomo che la soddisfi ma che lei non ama a sua volta. Casi non rari in una società ossessionata dai selfie, dall'edonismo, dalla mancanza di empatia e dalla chiusura in sé stessi. Ancora più che in passato, Zvyagintsev lancia uno sguardo desolato e pessimista sul vuoto presente e sull'incerto futuro della nostra società, attraverso una pellicola intensa e "apocalittica", ma girata in maniera elegante e controllata. Per una volta i fari non sono puntati soltanto sulla Russia (se l'avesse realizzato Haneke, il film avrebbe potuto essere ambientato in Austria, in Francia o in qualsiasi altro paese occidentale), se non per le suggestioni politiche, una lettura suggerita dalle ultime sequenze (con i telegiornali che parlano della crisi e della guerra con l'Ucraina). D'altronde, il segreto di questo tipo di film (vale anche per il citato Haneke: ma ci si ritrovano echi de "L'avventura" di Antonioni – anche in questo caso la sparizione acquisisce un significato metafisico – e di "Scene da un matrimonio" di Bergman) è il rispecchiamento fra pubblico e privato, il disagio e l'infelicità degli individui e la disfunzionalità della famiglia che riflettono quelli dell'intera società. E ogni elemento, per quanto piccolo (dalle abitudini integraliste del datore di lavoro di Boris, che licenzia gli impiegati che divorziano, alla scostante chiusura della madre di Zhenya, che vive da sola e in guerra con il mondo), rappresenta una tessera dell'inquietante mosaico. La spettrale colonna sonora di Evgeni Galperin comprende brani di Arvo Pärt ("Silouans Song").

12 dicembre 2015

La signora scompare (Alfred Hitchcock, 1938)

La signora scompare (The Lady Vanishes)
di Alfred Hitchcock – GB 1938
con Margaret Lockwood, Michael Redgrave
***

Visto in divx alla Fogona.

A bordo di un treno che sta attraversando il piccolo stato centro-europeo di Bandrika, la giovane Iris (Lockwood) scopre che Miss Froy (May Whitty), anziana governante che viaggiava con lei e che aveva conosciuto poco prima, è misteriosamente scomparsa. A rendere la cosa ancor più strana è il fatto che nessuno degli altri passeggeri ricorda di averla mai vista, e anzi molti negano addirittura che sia esistita. Che si tratti di un complotto, oppure – come suggerisce un eminente psichiatra (Paul Lukas) presente sul convoglio – del frutto dell'immaginazione della ragazza? Il penultimo film realizzato da Hitchcock in Gran Bretagna, forse uno dei suoi migliori di questo periodo, è uno spigliato thriller con venature di commedia che attraversa più fasi, dal lungo incipit che presenta i vari personaggi nella locanda fra le montagne dove trascorrono la notte, non privo di momenti comici, fino alle sequenze d'azione nel finale, trasformandosi lentamente lungo il percorso in una vicenda di spionaggio. Scopriremo infatti che l'anziana signora è stata fatta sparire da agenti nemici, e che tutti coloro che mentono sulla sua esistenza hanno un motivo per farlo e per non essere coinvolti in un'indagine: dalla coppia di amanti clandestini che fa di tutto per mantenere un basso profilo (Cecil Parker e Linden Travers) ai due gentlemen inglesi appassionati di cricket (Basil Radford e Naughton Wayne) che vogliono solo giungere a destinazione in tempo per non perdere la coincidenza e recarsi ad assistere a una partita (due personaggi, questi ultimi, che si dimostrarono talmente popolari da tornare in numerose altre pellicole britanniche negli anni successivi – da "Night Train to Munich", anch'esso ambientato quasi tutto su un treno, a "Due nella tempesta" – e persino in una serie televisiva dedicata completamente a loro, "Charters and Caldicott"). Iris riuscirà a svelare il mistero con l'aiuto di Gilbert (Redgrave), un impertinente musicologo e studioso di danze popolari di cui – dopo un inizio all'insegna dei bisticci – si innamorerà, e per il quale manderà anche all'aria il matrimonio combinato che l'aspettava in patria. E proprio a una melodia popolare (che nasconde un messaggio in codice) è legata la misteriosa sparizione di Miss Froy. Curiosa la scelta di ambientare la storia in un paese fittizio, anche se è evidente che si tratti di uno stato alleato della Germania nazista. Dopo che gli ultimi tre film del regista erano andati male al botteghino, in questo caso il successo di pubblico fu enorme, al punto che il film fece registrare il maggior incasso per Hitchcock fino a quel momento, convincendo definitivamente i produttori americani a portarlo a Hollywood.

6 marzo 2015

Vizio di forma (Paul T. Anderson, 2014)

Vizio di forma (Inherent vice)
di Paul Thomas Anderson – USA 2014
con Joaquin Phoenix, Josh Brolin
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

California, 1970: l'ex fricchettone e ora detective privato italo-americano Larry Sportello, detto "Doc" (Phoenix), indaga sulla misteriosa scomparsa di un importante costruttore edile, amante fra l'altro della sua ex fidanzata Shasta Fay (Katherine Waterston). In un'atmosfera di confusione, paranoia e improvvisazione (sono gli anni della cultura hippie, nella quale Doc è immerso a piene mani), dovrà fronteggiare non solo l'ostilità della polizia, rappresentata dalla sua vecchia conoscenza "Bigfoot" Bjornsen (Brolin), ma anche le ingerenze dell'FBI e gli intrighi di una misteriosa organizzazione, la Golden Fang, che gestisce – fra le altre cose – il traffico di eroina dall'Indocina alla California. Da un romanzo neo noir di Thomas Pynchon, sceneggiato dallo stesso Anderson, un film che fonde una trama contorta e complicata, alla Raymond Chandler, con un'ambientazione accattivante, quella della controcultura degli anni settanta, fra sette e bande di vario tipo (si cita spesso il caso Manson), abuso di droga e di sesso, libertà e profonde trasformazioni sociali in corso. Narrativamente, a tratti si perde il filo: e in effetti a una prima visione molte cose possono sfuggire, anche perché il protagonista stesso è perennemente confuso e annebbiato, come in un trip in cui la realtà e i ricordi del passato tendono a sovrapporsi. Il sottile velo di umorismo, onnipresente e a volte sfociante nel grottesco, può ricordare "Il grande Lebowski" (un film a sua volta dichiaratamente ispirato a Chandler, e anch'esso con un protagonista "fattone"), ma nel finale Anderson conferma di essere ben più ambizioso dei fratelli Coen, e non è detto che in questo caso sia un bene. Gran cast: ci sono anche Owen Wilson, Benicio Del Toro, Reese Witherspoon, Martin Short, Jena Malone ed Eric Roberts. L'intera storia è raccontata agli spettatori dalla voce di una narratrice fuori campo, Sortilège, una delle tante donne di Doc, che nel libro di Pynchon era solo un personaggio minore. Buona la colonna sonora (di Jonny Greenwood dei Radiohead, alla terza collaborazione con Anderson), che comprende anche diversi brani dell'epoca (da "Harvest" di Neil Young a "Sukiyaki" di Kyu Sakamoto). Una cosa che mi ha dato fastidio: nel doppiaggio l'espressione "inherent vice" è resa come "vizio intrinseco", mentre nel titolo è "vizio di forma": uniformità no, eh?

15 gennaio 2015

L'amore bugiardo (David Fincher, 2014)

L'amore bugiardo - Gone girl (Gone girl)
di David Fincher – USA 2014
con Ben Affleck, Rosamund Pike
**

Visto al cinema Uci Bicocca.

Nel giorno del loro quinto anniversario di matrimonio, Nick Dunne (Affleck) scopre che la moglie Amy (Pike) è misteriosamente scomparsa di casa. Segni di un'effrazione e tracce di sangue fanno pensare al peggio, e proprio il marito appare come il principale indiziato, quantomeno davanti all'opinione pubblica: soprattutto quando si scopre che il matrimonio non era felice, che l'uomo aveva una relazione con una studentessa, che la donna era incinta e che lui era spesso violento nei suoi confronti. Peccato che si tratti solo di una messinscena, abilmente studiata da Amy per incastrare il marito, e che dietro l'aspetto angelico e "perfetto" (sin dall'infanzia, fra l'altro, la ragazza è stata il modello di una serie di libri scritti dai suoi genitori, "Mitica Amy", e come tale ha stuoli di fan e di ammiratori che ne seguono le vicende con il fiato sospeso) la donna sia una subdola manipolatrice, come ben sa chi l'aveva già incontrata sulla sua strada... Da un romanzo di Gillian Flynn, adattato dalla stessa autrice, Fincher trae un thriller "glaciale" e ambiguo, che scava con cinismo nel rapporto malato fra i due protagonisti e demolisce pezzo dopo pezzo il loro "matrimonio felice", cambiando più volte le carte in tavola. La prima metà del film sembra seminare dubbi anche nello spettatore riguardo la possibile colpevolezza di Nick, a tratti ritratto come un sociopatico, mentre il colpo di scena a metà pellicola inverte del tutto la prospettiva, a costo di alcune svolte narrative inverosimili. Poco più che un contorno l'ambientazione nella provincia del profondo sud degli Stati Uniti (siamo in Missouri), mentre prominente è il contesto mediatico, con talk show e opinione pubblica a dare giudizi e a fare processi in base a "sensazioni" e simpatie, ancor prima che agisca la polizia. Il risultato è una pellicola non guidata dai personaggi (quanto mai irreali o improbabili, nel loro lucido cinismo e nella mancanza di empatia) ma dalle loro storie: e dunque il meccanismo della sceneggiatura – come spesso capita nel cinema di Fincher – risulta a posteriori fin troppo evidente allo spettatore. Gli attori fanno quello che possono (meglio la Pike di Affleck, comunque) nel dare vita a caratteri che non hanno scopo né altra esistenza al di fuori della vicenda in cui sono intrappolati. Pessimo il doppiaggio italiano, a livelli di serie tv.

10 maggio 2012

About Elly (Asghar Farhadi, 2009)

About Elly (Darbareye Elly)
di Asghar Farhadi – Iran 2009
con Golshifteh Farahani, Shahab Hosseini
***1/2

Visto in divx.

Alcuni amici di Teheran si recano sulle spiagge del Mar Caspio per trascorrervi un paio di giorni di villeggiatura. Del gruppo, oltre a tre coppie (fra cui quella formata da Amir e Sepideh, organizzatrice del viaggio), fanno parte Ahmad, tornato da poco dalla Germania e in cerca di una moglie, ed Elly, giovane insegnante che Sepideh ha invitato a unirsi a loro nella speranza che possa essere la donna giusta per l’amico. Ma la tragedia incombe: una mattina Elly scompare misteriosamente, inghiottita probabilmente dal mare in tempesta. Al momento di contattare i suoi familiari, si scoprirà che la ragazza era fidanzata, e che il fatto che abbia accettato di trascorrere alcuni giorni con degli sconosciuti (e soprattutto con Ahmad) solleverà dubbie questioni di ordine morale, oltre a far venire alla luce tutta una serie di menzogne e ipocrisie. Il film che ha fatto conoscere internazionalmente il talento di Asghar Farhadi (poi confermatosi ancor più alla grande con “Una separazione”), vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino, è un esempio di cinema iraniano diverso, meno stereotipato e più contemporaneo e attuale rispetto alle pellicole “poetiche” e neorealiste dei vari Kiarostami e Makhmalbaf. Con l'intenzione di ritrarre le contraddizioni delle nuove generazioni "moderne", descrivendone i conflitti con le tradizioni del paese islamico, il regista costruisce lentamente un’atmosfera di angoscia e di attesa: parte con toni allegri, spensierati e “vacanzieri”, prosegue con la fortissima tensione della scena del mare in tempesta (con il figlio di una delle coppie trascinato via dalle onde), si snoda poi sul mistero della scomparsa di Elly (che rievoca addirittura “L’avventura” di Antonioni) e trova infine una degna conclusione – man mano che i segreti di Elly ma anche quelli di Sepideh vengono svelati – nelle sequenze del confronto con il fidanzato: il gruppo di protagonisti si trova di fronte al dilemma se dire la verità all’uomo o se proteggere l'onore della ragazza scomparsa (ma anche il proprio). Il dramma, raccontato con estrema naturalezza e senza alcuna punta di intellettualismo, sfocia comunque in una riflessione quasi filosofica sull'importanza della verità, degli obblighi sociali, del giudizio degli altri: più o meno gli stessi temi che il regista svilupperà ancora più a fondo nel suo capolavoro successivo. Centrale, anche se sparisce di scena dopo neanche metà del film, l'enigmatica e contraddittoria figura di Elly, di cui gli altri personaggi scoprono di non conoscere nemmeno il nome completo ("Elly" è solo un nomignolo), per non parlare dei suoi desideri, delle sue motivazioni e del suo destino. Ottimi tutti gli attori, con una menzione particolare per la bella Golshifteh Farahani nei panni della tormentata Sepideh.

11 maggio 2011

Picnic ad Hanging Rock (P. Weir, 1975)

Picnic ad Hanging Rock (Picnic at Hanging Rock)
di Peter Weir – Australia 1975
con Rachel Roberts, Dominic Guard
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria e Stefano.

Nel giorno di San Valentino del 1900, un gruppo di studentesse di un college privato dell'entroterra australiano si reca a fare un picnic ai piedi di Hanging Rock, antichissima formazione geologica e vulcanica nello stato di Victoria. In un'atmosfera di impalpabile sospensione (il tempo sembra fermarsi, passato e presente si compenetrano, la natura e gli animali rimangono in osservazione), accade qualcosa di inesplicabile: tre ragazze (la bellissima Miranda e le compagne Irma e Marion) e un'insegnante (l'anziana Miss Craw), attratte da una forza misteriosa, si arrampicano sulla roccia e scompaiono nel nulla. Le ricerche e le indagini della polizia non portano ad alcun risultato: ma una settimana più tardi, il giovane inglese Michael riuscirà in qualche modo a "riportare indietro" una delle ragazze, Irma. L'affascinante film di Weir, uno dei capolavori del suo periodo australiano, pone molte domande allo spettatore senza apparentemente fornire le risposte: il trascendente, l'ignoto e il mistero (perché sia Irma che Michael hanno le medesime ferite sulla fronte e sulle mani?) rimangono impenetrabili a chi non desidera o non è in grado di avvicinarvisi (come, nel film, fa la quarta studentessa, Edith, che sceglie di non attraversare la soglia). Ma una chiave di lettura è fornita dalla bellissima colonna sonora, che oltre alle sonorità inquietanti di Bruce Smeaton (più Bach, Mozart, Tchaikovsky e Beethoven, con l'adagio del concerto per pianoforte n. 5 che Weir riutilizzerà anche in un altro film ambientato in un college, "L'attimo fuggente") contiene temi eseguiti da Gheorghe Zamfir con il flauto di Pan: strumento non certo scelto a caso, visto che Pan era il dio della natura selvaggia, colui che rapiva le ninfe (e al quale erano consacrate le cime dei monti!). Le sue fattezze (corna e zampe di caprone) hanno ispirato nella nostra cultura quelle del diavolo, e difatti Hanging Rock può essere assimilata a una di quelle località, sparse un po' in tutto il globo, che tradizionalmente sono indicate come via d'accesso agli inferi: una voragine che inghiotte le persone (soprattutto le fanciulle: vedi Persefone!) e dove è possibile entrare in contatto – spirituale o fisico – con "l'altro mondo", oppure con la parte di questo mondo che normalmente non è visibile a tutti.

Che stiamo parlando di un "passaggio" lo dimostra anche la collocazione geografica (l'Australia era davvero "un altro mondo" per gli europei, segnatamente per gli inglesi come i protagonisti di questo film; anche se nella pellicola non sono presenti aborigeni – a differenza di un altro film di Weir di questo periodo, "L'ultima onda" – con l'eccezione di qualcuno che si intravede fra coloro che cercano le ragazze, è chiaro il collegamento con le "vie dei canti" e i sogni: lo suggeriscono, per esempio, la visione notturna di Michael che si trova dinnanzi Miranda trasformata in cigno, o il sogno dell'amico Albert in cui la sorella Sara giunge a salutarlo per l'ultima volta) e soprattutto quella temporale (siamo esattamente nel 1900, ovvero nel passaggio da un secolo a un altro). Pan è anche un dio fortemente legato alla sessualità: e dunque quella di queste ragazze, dall'aspetto verginale, vestite di bianco, è una vera e propria iniziazione, un rito di passaggio verso la maturità e l'età adulta. Miranda e le sue amiche vengono "chiamate" dalla natura (e nella natura ci si addentra a piedi nudi, senza il corsetto o vestiti ingombranti), guarda caso a mezzogiorno preciso ("l'ora di Pan"): "C'è un tempo e un luogo giusto perché ogni cosa abbia principio, e fine...". Eppure la ricchezza (anche visiva, oltre che di contenuti) del film sembra suggerire molti altri paralleli: notevole quello, avanzato da Giuliano nel suo blog, con "Alice nel paese delle meraviglie" di Lewis Carroll: la ragazza che sparisce in un buco, l'ambientazione vittoriana, gli orologi, la matematica, gli animali, i personaggi e i loro abiti (la direttrice della scuola ricorda davvero, anche nell'aspetto, la Regina di Cuori)... Ma l'intera vicenda può anche essere letta più semplicemente come una metafora del tema della scomparsa: che sia per eventi naturali o violenti, tutti prima o poi sono destinati ad andarsene, e quelli che rimangono devono fare i conti con la loro assenza (Weir ha dichiarato di essere stato molto colpito dalle testimonianze di coloro che avevano perduto i propri cari durante la prima guerra mondiale: e di molti, dispersi in battaglia e la cui sorte è rimasta sconosciuta, hanno inutilmente atteso il ritorno per anni e anni).

L'atmosfera onirica e soprannaturale si tinge dunque di concretezza (il sangue delle ferite, la presenza fisica delle rocce – che sembrano volti umani – e degli alberi, gli sguardi degli animali), la dolcezza e l'eterea figura delle ragazze contrastano con le rigide norme di comportamento dell'epoca vittoriana (della dura disciplina e dell'oppressione fra le quattro mure del college fa le spese soprattutto la fragile e sensibile Sara, orfana e indifesa, che vive in adorazione della compagna Miranda). Anche per questo, nonostante il tripudio di pizzi, abiti bianchi, fiori e poesie, il film non risulta assolutamente melenso, e al posto del sentimentalismo troviamo la suspense e – come abbiamo visto – una continua tensione sessuale (che si tratti di iniziazione o di repressione). A renderlo indimenticabile, oltre alla colonna sonora, ci sono l'eccellente regia, la splendida fotografia (molte sequenze sono incredibilmente pittoriche), i vertiginosi scenari e le intense interpretazioni (magnifica la galleria di volti delle protagoniste: "Miranda è un dipinto del Botticelli", dice l'istitutrice francese). Ai numerosissimi personaggi, anche quelli minori, rendono giustizia molti bravi attori: spiccano, fra i tanti, Rachel Roberts nei panni dell'autoritaria Miss Appleyard, la direttrice del collegio, e Anne Louise Lambert in quelli della bellissima Miranda (nome shakesperiano...), personaggio centrale nonostante compaia solo nella prima mezz'ora di film. Il romanzo originale di Joan Lindsay (e in parte anche il lungometraggio) lasciava intendere che la vicenda narrata fosse tratta da una storia vera, di cui però non vi è menzione nella stampa dell'epoca. Il successo del film (una delle prime pellicole australiane a raggiungere una certa notorietà internazionale) ha dato un forte impulso alla carriera del bravissimo regista. Nel 2018 dal romanzo di Lindsay è stata tratta anche una miniserie televisiva in sei episodi.

12 settembre 2007

Las vidas posibles (S. Gugliotta, 2006)

Las vidas posibles
di Sandra Gugliotta – Argentina 2006
con Ana Celentano, Guillermo Arengo
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Quando suo marito, un geologo, sparisce improvvisamente durante un viaggio in Patagonia, una donna si trasferisce a vivere in quei luoghi e si convince di averlo riconosciuto in un uomo che risiede laggiù da qualche anno. Simile come spunto e trama al bel film di Ozon "Sotto la sabbia", è un film che mi ha conciliato discretamente il sonno. Nella memoria rimangono i paesaggi desolati e le ambientazioni innevate, con una fotografia curiosamente tutta virata in rosso e verde (sempre che non fosse un difetto della proiezione!), ma anche una forte difficoltà a empatizzare con i personaggi, il loro minimalismo, i pensieri mai espressi.

31 luglio 2007

L'avventura (M. Antonioni, 1960)

Ieri sera, lo stesso giorno in cui è scomparso Ingmar Bergman, è morto anche Michelangelo Antonioni, uno dei miei registi italiani preferiti. Doveroso, anche in questo caso, riguardarsi alcuni dei suoi film.


L'avventura
di Michelangelo Antonioni – Italia 1960
con Monica Vitti, Gabriele Ferzetti
***1/2

Rivisto in DVD.

Primo capitolo della cosiddetta "trilogia dell'alienazione" (gli altri due sono "La notte" e "L'eclisse", sempre con Monica Vitti), nella quale il regista affronta per la prima volta i temi dell'incomunicabilità e del disagio esistenziale che lo hanno reso celebre. Il film vinse il premio speciale della giuria a Cannes (dopo essere stato fischiato alla proiezione pubblica) e diede il via alla notorietà internazionale del regista, oltre a cambiare in gran parte il mondo del cinema (da qualche parte ho letto questa citazione: «Antonioni is the difference between "Bridge on the River Kwai" and "Lawrence of Arabia", between 'Spartacus' and "2001", between "Breathless" and "Contempt"»). Anna, figlia di un diplomatico, scompare misteriosamente nel nulla durante una crociera in barca con un gruppo di amici della ricca e annoiata borghesia romana. Dopo aver setacciato inutilmente lo scoglio roccioso di Lisca Bianca, dove la ragazza era stata vista l'ultima volta, la sua amica Claudia e il suo fidanzato Sandro decidono di proseguire le ricerche da soli. Poco a poco, però, le rispettive solitudini avvicinano i due e li spingono a innamorarsi. Lo scopo della loro ricerca passa in secondo piano, e Claudia si rende conto di temere il ritorno dell'amica: "tutto sta diventando maledettamente facile, persino privarsi di un dolore", commenta. La prima parte del film è dominata dalle forze della natura: il mare, il vento, la roccia sembrano opprimere gli uomini, che si smarriscono al loro interno per fuggire dal vuoto che li circonda. La seconda, ambientata in una Sicilia arcaica, fra paesi disabitati o a stento sfiorati dalla modernità, dalla vita mondana o dal turismo, mette invece a fuoco la fragilità dei rapporti umani e la distanza fra i personaggi, impegnati in una ricerca inutile e senza fine.

23 luglio 2007

Sotto la sabbia (François Ozon, 2000)

Sotto la sabbia (Sous le sable)
di François Ozon – Francia 2000
con Charlotte Rampling, Bruno Cremer
***1/2

Visto in divx alla Fogona.

Una donna di mezza età va in spiaggia con il marito: ma l'uomo scompare misteriosamente. Dopo la preoccupazione, l'affanno e le prime ricerche, la donna torna alla propria vita cittadina come se nulla fosse successo, negando la realtà, mettendo la testa "sotto la sabbia" e continuando a immaginare di vivere insieme a un marito ormai inesistente e che vede soltanto lei, forse perché incapace di elaborare il lutto oppure perché troppo abituata alla vita borghese che ha sempre condotto. Difatti non riesce né a cambiare il proprio tenore di vita né a lasciarsi corteggiare da un altro uomo. Bellissimo film dal taglio psicologico e psicanalitico, che sul momento può spiazzare un po' lo spettatore (a un certo punto mi sono trovato a immaginare che il marito non fosse mai nemmeno esistito... per fortuna il film non è un thriller!) ma che riesce a dar vita a un personaggio realistico e spirituale e a situazioni quanto mai allucinate e stranianti. Ottima l'interpretazione della Rampling, che successivamente Ozon sceglierà ancora come protagonista dell'altrettanto inquietante, ma meno riuscito, "Swimming pool" (sceneggiato, come questo, insieme a Emmanuèle Bernheim, di cui curiosamente la Rampling interpreterà la madre in "È andato tutto bene").

8 agosto 2006

Lamù forever (K. Yamazaki, 1986)

Lamù Forever - La principessa nel ciliegio (Urusei Yatsura 4: Lum the Forever)
di Kazuo Yamazaki – Giappone 1986
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD.

Ataru e compagni stanno girando un film horror in costume all'interno della vasta tenuta dei Mendo. Ma quando sradicano un gigantesco e millenario albero di ciliegio, liberano una misteriosa entità che si autodefinisce "la memoria di Tomobiki". Strani fenomeni atmosferici cominciano a funestare la città, che reagisce come un organismo alle prese con una malattia, mentre i suoi abitanti cadono preda di sogni bizzarri e Lamù stessa sembra svanire nel nulla... Il quarto film di Lamù è di certo quello più discusso dai fan e più difficile da giudicare. Criptico ai limiti dell'incomprensibilità, eppure a tratti lirico e struggente, è pervaso da una tristezza e da una malinconia che non svanisce neppure al momento dei titoli di coda, illustrati con fotografie color seppia dei personaggi e degli istanti più memorabili della serie e dei film precedenti. Essendo uscito in concomitanza con la fine della serie televisiva, sembra quasi che Yamazaki abbia voluto accomiatarsi dai personaggi con un film con la stessa ambizione e complessità dei lavori di Oshii e lanciando ai fan un messaggio perentorio: d'ora in poi Tomobiki e i suoi personaggi saranno solamente un sogno e un ricordo, è ora di tornare alla realtà. La stessa Lamù, a un certo punto, dice ad Ataru: "Stiamo crescendo". Resta però anche il dubbio che la trama non abbia un vero significato e che si tratti di un mero esercizio di stile. Disegni e animazione sono ad alti livelli, forse i migliori di sempre, ma la storia sembra procedere per sequenze slegate le une dalle altre (la lavorazione del film, la scomparsa di Lamù, i sogni di Mendo e Shinobu, la guerra contro i Mizunokoji che devasta la città). Mendo ha un ruolo prominente, quasi più di Ataru, e a differenza di tutti gli altri film non vengono introdotti nuovi personaggi. Nel complesso, pur avendolo visto molte volte, questo film per me resta un'incognita ancora da decifrare, ma con un'atmosfera affascinante e protagonisti mai così realistici e vivi.