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14 febbraio 2023

L'eterna illusione (Frank Capra, 1938)

L'eterna illusione (You can't take it with you)
di Frank Capra – USA 1938
con Jean Arthur, James Stewart
**

Rivisto in divx.

Il ricco banchiere Anthony P. Kirby (Edward Arnold) sta per portare a termine un grosso affare, con l'acquisto di un intero quartiere della città di cui intende abbattere le case per costruire una grande fabbrica siderurgica. A mettergli i bastoni fra le ruote è il vecchio Martin Vanderhof (Lionel Barrymore), l'unico che non vuole vendergli la propria dimora, dove conduce uno stile di vita quantomeno eccentrico insieme alla propria famiglia, seguendo le proprie passioni in totale libertà anziché i dettami di una società basata sul guadagno, il capitalismo e la burocrazia. Kirby ignora inoltre che Alice Sycamore (Jean Arthur: il personaggio si chiama Lisa nel doppiaggio italiano), la segretaria di cui suo figlio Tony (James Stewart) è innamorato e che intende sposare, è la nipote proprio di Vanderhof. Ma la frequentazione della famiglia di lei, povera ma serena, nonché il rischio di perdere il figlio, gli faranno capire che è inutile passare il tempo ad accumulare ricchezza e potere a scapito della propria felicità, visto che il denaro "non lo si può portare con sé". Tratto dalla commedia teatrale di George S. Kaufman e Moss Hart (vincitrice del premio Pulitzer per il 1936), sceneggiata da Robert Riskin, un film ricolmo del solito populismo anni trenta di Capra, bordato di buonismo e retorica sulla felicità dei semplici (ma anche conseguenza dei traumi della Grande Depressione). La famiglia allargata di Vanderhof (di cui fanno parte non solo i parenti – la figlia, il genero, le nipoti – ma anche amici vari che, seguendo il suo insegnamento, hanno lasciato impieghi noiosi o stressanti per dedicarsi a ciò che desiderano veramente) trascorre le giornate in una gioiosa anarchia, dedicandosi all'arte o alle invenzioni (c'è chi dipinge, chi scrive, chi fa musica, chi danza, chi costruisce giocattoli o fuochi d'artificio), e vivendo tutti insieme nella grande casa (con laboratorio sotterraneo annesso) come se fosse una "comune". Vanderhof stesso, un po' per gioco ma un po' anche seriamente, afferma di non capire perché si debbano pagare le tasse, propugnando una società in cui ognuno faccia quel che desideri e segua i propri sogni senza costrizioni. La confusione comica è anarchica e generalizzata, e molti dei personaggi e delle situazioni che creano sono talmente carefree da ricordare più un cartone animato che un film (e infatti si cita più volte Walt Disney, in un caso anche menzionandolo esplicitamente). A dare un po' di spessore all'insieme c'è il tema del contrasto sociale fra ricchi (snob) e poveri (ma generosi e con tanti amici), e quello dell'incontro fra le due famiglie di origine dei promessi sposi, che lo rende quasi un capostipite del filone di "Ti presento i miei". Stewart e la Arthur sono protagonisti sono nominali: di fatto i due capofamiglia, Barrymore e Arnold, sono le figure davvero centrali della vicenda (e infatti sulla locandina i nomi dei quattro attori hanno lo stesso spazio). Il cast corale comprende anche Donald Meek (l'impiegato che si licenzia per costruire giocattoli), Mischa Auer (il maestro di ballo russo), Spring Byington, Ann Miller, Samuel S. Hinds, Dub Taylor (i famigliari di Alice) e Mary Forbes (la madre di Tony). Barrymore recita per tutto il film con le stampelle perché soffriva di artrite. La pellicola vinse il premio Oscar come miglior film (il secondo per Capra, dopo "Accadde una notte") e per la regia (il terzo in cinque anni, contando anche "È arrivata la felicità").

20 gennaio 2014

Orizzonte perduto (Frank Capra, 1937)

Orizzonte perduto (Lost horizon)
di Frank Capra – USA 1937
con Ronald Colman, Jane Wyatt
**1/2

Rivisto in DVD.

Nel 1935, mentre il mondo comincia a essere sconvolto da venti di guerra, il diplomatico britannico Robert Conway (Ronald Colman) fugge dalla Cina in rivolta a bordo di un aereo. Il velivolo, su cui si trovano anche il fratello di Conway, George (John Howard), un paleontologo (Edward Everett Horton), un uomo d'affari ricercato per bancarotta fraudolenta (Thomas Mitchell) e una cinica americana, malata terminale (Isabel Jewell), si schianta però fra le montagne, in una regione inesplorata dell'Himalaya. I passeggeri, sopravvissuti all'impatto, scoprono che fra le vette innevate si nasconde una vallata calda e fertile, Shangri-La, i cui abitanti hanno dato vita a una vera e propria utopia: non esistono guerre o conflitti di nessun tipo, né tantomeno crimini, denaro o persino malattie (la durata della vita è prolungata, in una sorta di eterna giovinezza), e l'idilliaca esistenza si dipana all'insegna della moderazione, del baratto e della serenità. Il pacifista Conway si trova perfettamente a suo agio in un luogo del genere (e si innamora anche di una ragazza del posto), così come pian piano fanno i suoi compagni; tutti tranne George, più pragmatico e realista, che invece non vede l'ora di tornare in patria... Film epico ed epocale, tratto da un romanzo di James Hilton, è forse il più ambizioso (e costoso) lungometraggio della carriera di Frank Capra, una pellicola che dietro l'appartenenza al genere avventuroso non si sforza di nascondere i suoi intenti idealisti, con il risultato che il film si focalizza troppo sui temi e poco sulla storia o i personaggi (la cui caratterizzazione è fin troppo semplice e monodimensionale). Inoltre, proprio una delle cose più belle, i set così ricchi e sontuosi (i palazzi di Shangri-La, in stile art decò, sono moderni e opulenti, e valsero allo scenografo Stephen Gosson un meritato premio Oscar), stonano un po' con il messaggio che predica uno stile di vita "semplice e moderato". Commovente però il finale, con il faticoso ritorno di Conway al suo "paradiso perduto" e ritrovato.

La lavorazione fu lunga e problematica: pare che Capra volesse girare a colori, ma fu costretto a scegliere il bianco e nero perché le immagini di repertorio dell'Himalaya a sua disposizione erano tutte in monocromia. Avendo sforato il già cospicuo budget previsto (per non parlare del tempo per le riprese), il film causò una mezza crisi finanziaria alla Columbia Pictures e incrinò i rapporti fra il regista e il produttore Harry Cohn, nonché quelli con lo sceneggiatore Robert Riskin (che aveva collaborato con Capra in gran parte dei suoi lungometraggi precedenti). La versione completa durava circa sei ore, e inizialmente si pensò di distribuirla al cinema divisa in due parti; in seguito, però, Capra la ridusse a tre ore e mezza, rigirando anche alcune scene, e in previsione dell'uscita Cohn la tagliò ulteriormente fino a due ore e dodici minuti. Lo scarso successo al box office spinse poi i produttori ad eliminare altri quattrodici minuti di girato: pesantemente rimaneggiato, il film è oggi disponibile in DVD in una versione restaurata dove però alcune parti (ormai perdute) sono presentate sotto forma di fotogrammi fissi, essendo stato recuperato solo l'audio. Colman, protagonista indiscusso, è attorniato da una serie di caratteristi (Horton, Mitchell...) che fanno del loro meglio per dare una qualche personalità a personaggi decisamente sacrificati e poco sviluppati. Nel resto del cast, anche Sam Jaffe (il "grande saggio", in originale "High Lama"), Jane Wyatt (la donna di cui Robert si innamora), Margo (la "russa" Maria) e H.B. Warner (il vecchio Chang). Da notare che al film (e al libro di Hilton) si sono ispirati diversi autori disneyani, in particolare Carl Barks (la memorabile "Zio Paperone e la dollarallergia"), Romano Scarpa ("Topolino nel favoloso regno di Shan-Grillà") e Rodolfo Cimino (specializzatosi proprio in storie sul tema della vallata sperduta dove una popolazione vive in armonia, lontana dalle guerre e dai conflitti del "mondo civile", peraltro ricorrente nella narrativa e nei fumetti d'avventura della prima metà del ventesimo secolo).

4 luglio 2013

Accadde una notte (Frank Capra, 1934)

Accadde una notte (It happened one night)
di Frank Capra – USA 1934
con Clark Gable, Claudette Colbert
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

La giovane e ricca Ellen Andrews (Colbert) fugge dallo yacht del padre, ormeggiato a Miami, con l'intenzione di raggiungere New York e sposare – nonostante il genitore sia contrario (anzi, proprio per questo) – l'aviatore King Westley. Il giornalista Peter Warne (Gable), che l'ha riconosciuta a bordo di un autobus della linea Greyhound, accetta di accompagnarla fino a destinazione in cambio di un'esclusiva sulla pubblicazione della sua storia. Ma durante il viaggio, a causa dell'intimità forzata e delle numerose avventure, finiranno per innamorarsi l'uno dell'altra. Questa commedia romantica ancor oggi freschissima (grazie anche alla felice sintonia fra i protagonisti), considerata un prototipo della "screwball comedy", presenta per la prima volta numerosi elementi che diventeranno cliché del genere, innestando su una struttura da road movie il tema della crescita e del riscatto dei due protagonisti. Ellen, inizialmente una ragazzina capricciosa e viziata che intende sposare l'avventuriero King solo per fare un dispetto al padre, impara a riconoscere il vero amore e ad adattarsi a situazioni diverse da quella bambagia in cui è sempre vissuta. E Peter ("Pietro" nel doppiaggio italiano), giornalista fallito e incapace di concludere alcunché nella vita, riacquista il proprio orgoglio e una ragion d'essere, accattivandosi le simpatie del padre di Ellen quando rifiuta la lauta ricompensa che questi aveva offerto per chi avesse contribuito a rintracciare la figlia. Molte le scene memorabili: dalle "mura di Gerico" (una coperta appesa a una corda) che dividono in due le stanze d'albergo dove Ellen e Peter dormono fingendosi marito e moglie, allo striptease di Clark Gable che lo consacrò come un sex symbol (pare che la scena in cui rimane a torso nudo, mostrando di non indossare nulla sotto la camicia, fece crollare le vendite di canottiere negli Stati Uniti); da Claudette Colbert che ferma un automobilista facendo l'autostop con la gamba scoperta, alla sua fuga dal matrimonio in abito da sposa. Fu il primo film nella storia a vincere i cinque premi Oscar più importanti (miglior film, regia, sceneggiatura, attore e attrice), un'impresa ripetuta in seguito soltanto due altre volte (nel 1975 da "Qualcuno volò sul nido del cuculo" e nel 1991 da "Il silenzio degli innocenti"). Eppure, pare che durante la lavorazione gli attori (soprattutto la Colbert) si dichiararono più volte scontenti dello script. Lo strepitoso successo di pubblico contribuì a rendere la Columbia Pictures (allora uno studio minore) una delle major di Hollywood. Fra le curiosità legate al film: pare che fosse uno dei preferiti sia di Adolf Hitler che di Joseph Stalin. La scena in cui Clark Gable mangia le carote avrebbe ispirato in parte la nascita del personaggio di Bugs Bunny. La versione italiana, oltre a tagliare diverse scene (fra cui quella in cui i passeggeri cantano in autobus) e ad "italianizzare" il nome del protagonista, si segnala per l'eliminazione di un "piccolo" dettaglio: Ellen e King si sono già sposati e il padre della ragazza ha fatto annullare il loro primo matrimonio (all'epoca, nel nostro paese, il divorzio non era contemplato).

31 maggio 2012

Arsenico e vecchi merletti (F. Capra, 1944)

Arsenico e vecchi merletti (Arsenic and old lace)
di Frank Capra – USA 1944
con Cary Grant, Priscilla Lane
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Ginevra

In partenza per il viaggio di nozze, il critico teatrale Mortimer Brewster si ferma a dare un salutino alle zie Abby e Martha, due zitelle che vivono – benvolute da tutti – in un tranquillo quartiere di Brooklyn. Ma la sconvolgente quanto casuale scoperta di un cadavere che riposa nella cassapanca delle zie sconvolge i piani di Mortimer. Le care vecchiette gli confessano candidamente che hanno l’abitudine di avvelenare – con una mistura di “arsenico, stricnina e cianuro” – anziani sconosciuti che invitano nella loro casa, allo scopo di donare loro pace e tranquillità e non farli più soffrire di solitudine: i corpi vengono poi seppelliti in cantina dall’altro nipote Teddy, che nella sua follia si crede Theodore Roosevelt ed è convinto di scavare “le chiuse del canale di Panama”. La situazione si fa ancora più complicata e grottesca con l’inatteso arrivo del terzo fratello, Jonathan, gangster in fuga dalla polizia che spera di trovare un rifugio sicuro in casa delle zie; con lui – che come se non bastasse ha a sua volta un cadavere da nascondere in cantina, quello del “signor Spenalzo” – c’è anche l’ambiguo dottor Einstein (Peter Lorre), un medico che gli ha praticato una plastica facciale trasformandolo in un sosia di Boris Karloff. Fra tanti shock e pericoli, Mortimer comincia a dubitare anche della propria sanità mentale: con tutti questi pazzi e assassini nella sua famiglia, come potrà vivere tranquillamente con la sua nuova moglie? Tratto dall’omonima commedia di Joseph Kesselring, in scena a Broadway dal 1933 (alcuni degli attori, come le ziette Josephine Hull e Jean Adair e il nipote folle John Alexander, sono gli stessi della versione teatrale), una folle, scatenata ed esilarante black comedy senza un attimo di tregua dall’inizio alla fine: personalmente è il mio preferito fra tutti i film di Frank Capra, paladino del "buonismo" che per una volta si concede un pizzico di irriverenza e di sfida alle convenzioni. Fu girato nel 1941 ma distribuito solo tre anni dopo, quando la versione teatrale aveva ormai lasciato le scene. Anche se l’adattamento dei fratelli Julius e Philip Epstein è ottimo, nel passaggio dal palcoscenico al film si perde un po' di autoreferenzialità: Mortimer, che si scaglia continuamente contro le convenzioni teatrali e la prevedibilità di certi spettacoli, a un certo punto mima una scena di una commedia che ha visto in cui un uomo non si rende conto del pericolo alle sue spalle: esattamente quello che sta accadendo a lui in quel momento; altri personaggi (il poliziotto, il direttore del manicomio) gli sottopongono in continuazione le commedie da loro scritte, per ricevere un parere o un incoraggiamento; e del personaggio di Jonathan si dice che “assomiglia a Boris Karloff”, quando a teatro era interpretato proprio dal protagonista di "Frankenstein" (che purtroppo, impegnato a Broadway, non ebbe il tempo di recitare anche nel film ed è sostituito da Raymond Massey). Straordinario comunque il cast, con note di merito per Cary Grant (espressivo come non mai) e Peter Lorre. Priscilla Lane è la neosposa di Mortimer, Edward Everett Norton è il direttore del manicomio.

14 maggio 2007

È arrivata la felicità (F. Capra, 1936)

È arrivata la felicità (Mr. Deeds goes to town)
di Frank Capra – USA 1936
con Gary Cooper, Jean Arthur
**

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Dopo aver ereditato venti milioni di dollari da uno zio mai conosciuto, il generoso e sempliciotto Longfellow Deeds – suonatore di tuba e poeta a tempo perso – si trasferisce dal piccolo paesino di Mandrake Falls a New York. Qui tutti vorrebbero approfittare della sua ingenuità, da questuanti di ogni tipo ai disonesti amministratori del suo patrimonio, fino a una giornalista che riesce a conquistare il suo affetto nascondogli la propria professione e scrivendo a sua insaputa articoli che ne dileggiano il comportamento; nauseato dalla vita cittadina, Deeds decide di donare tutta l'eredità agli agricoltori vittime della Depressione, ma per questa sua scelta viene accusato di essere pazzo. In tribunale, difendendosi da solo, riuscirà a dimostrare di essere più sano lui di tutti gli altri abitanti della città. Non ho mai amato particolarmente il populismo di Frank Capra, e questo film non fa eccezione. A parte alcune battute qua e là (come quella sulle abitudini della gente mentre si concentra, sottolineate da Deeds al processo), la storia risulta fiacca soprattutto nella parte centrale e in quella sentimentale, banale e telefonata, e non offre altro che i soliti buoni sentimenti e l'elogio della semplicità, dell'infantilismo, del buon senso e della generosità che si ritrovano negli altri film del regista. Cooper mi è sembrato fuori parte in un ruolo che sarebbe calzato meglio a James Stewart, mentre nel cast spicca un giovane e simpatico Lionel Stander nella parte della guardia del corpo incaricata di tenere lontano i giornalisti.

10 aprile 2006

Le sue ultime mutandine (F. Capra, 1927)

Le sue ultime mutandine (Long pants)
di Frank Capra – USA 1927
con Harry Langdon, Alma Bennett
***

Visto in DVD, con Martin.

Lo stesso giorno in cui i suoi genitori gli consentono per la prima volta di uscire di casa con i pantaloni lunghi (questo il vero significato del bizzarro titolo italiano: forse sarebbe stato meglio “I suoi ultimi calzoni corti”), il giovane Harry si innamora di Bebé, una bad girl ricercata dalla polizia. Infatuato di lei, trascura la ragazza di buona famiglia che i suddetti genitori vorrebbero fargli sposare e fugge alla vigilia del matrimonio per aiutare la sua amata a evadere dal carcere dove è stata rinchiusa. Alla fine, il protagonista imparerà a conoscere meglio il mondo esterno, che vedeva in maniera troppo idealizzata, e tornerà a casa "sconfitto", disilluso ma non pentito, quasi rassegnato a malincuore alla vita borghese che lo attende. Insomma, un finale piuttosto lontano dagli "happy ending" dei film successivi di Capra (che personalmente preferisco quando è un po' più "perfido" – vedi anche la black comedy "Arsenico e vecchi merletti" – piuttosto che nei suoi film "ottimisti" più celebri). Ho trovato la pellicola molto interessante, soprattutto a livello di storia: quasi una commedia "amorale", per nulla consolatoria, che anzi lascia un po' di amaro in bocca. Ci sono scene piuttosto forti come quella in cui Harry conduce la fidanzata nel bosco con l'intenzione di ucciderla (fallendo non perché ci ripensa, ma per una serie di gag causate dalla sua goffaggine e dall'ingenuità della ragazza). È curioso come tanto in questo film quanto nel precedente “La grande sparata” (entrambi con Langdon), l'eroe si trovi invischiato in avventure con donne criminali, autoritarie, affascinanti e pericolose, che fra l'altro vengono ritratte con una certa simpatia. Non avendo ancora visto altri film con questo interprete, non so se si tratti di un cliché del suo personaggio oppure di una coincidenza. Ottima anche Alma Bennett nei panni di Bebé. Al secondo lavoro, la regia di Capra è forse un po' meno ricercata di quella del film d'esordio, ma comunque eccellente: lo dimostra il fatto che, pur essendo un film muto, i cartelli sono pochi e la narrazione, anche quando non ci sono gag comiche, funziona soprattutto a livello visivo.

La grande sparata (F. Capra, 1926)

La grande sparata (The strong man)
di Frank Capra – USA 1926
con Harry Langdon, Priscilla Bonner
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Si tratta del primo lungometraggio di Capra, dopo quattro anni in cui aveva lavorato nel mondo del cinema soprattutto come sceneggiatore. È una commedia in cui il regista si mette al servizio di Harry Langdon, un comico dell'ultimo periodo del muto (aveva esordito solo nel 1924), non geniale come Keaton o Chaplin ma comunque simpatico e – purtroppo per lui – destinato rapidamente all'oblio con l'avvento del sonoro.
Langdon interpreta un soldato belga che, dopo la guerra, arriva in America dove lo attende la sua "fidanzata", una ragazza con cui corrispondeva via lettera ma che non ha mai visto di persona e di cui ignora anche il recapito. La prima parte del film, la più interessante, è ambientata a New York e vede Langdon (il tipico "bravo ragazzo", mingherlino e spaurito) alle prese con una poco di buono: la donna vuole recuperare un rotolo di banconote finite per sbaglio nella sua giacca e a questo scopo tenta di sedurlo. Ci sono anche delle gag piuttosto audaci per l'epoca, con Harry che piomba in un atelier dove sta posando una modella nuda! La seconda parte, più convenzionale, vede il nostro eroe in un paese di provincia come assistente di un forzuto da avanspettacolo, che ovviamente sarà costretto a sostituire sulla scena. Le due parti mi sono sembrate piuttosto slegate fra loro, anche se c'è il filo conduttore della ricerca della fidanzata.
La regia di Capra è molto moderna sin dall'inizio e completamente funzionale al racconto e alle gag, con inquadrature ricercate, un montaggio non banale, alternanza di primi piani e campi larghi.