Visualizzazione post con etichetta Sternberg. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sternberg. Mostra tutti i post

26 ottobre 2009

I dannati dell'oceano (J. von Sternberg, 1928)

I dannati dell'oceano (The docks of New York)
di Josef von Sternberg – USA 1928
con George Bancroft, Betty Compson
***1/2

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Il rude fuochista Bill Roberts, la cui nave è appena giunta nel porto di New York, ha solo una notte da trascorrere a terra prima di imbarcarsi nuovamente. Dopo aver salvato una donna che aveva tentato il suicidio buttandosi in acqua dalla banchina, prova a confortarla e si offre addirittura di sposarla seduta stante. Il matrimonio, celebrato in maniera improvvisata e quasi per gioco all’interno di un’affollata bettola dei bassifondi, frequentata da marinai e prostitute, rappresenta per la ragazza – un’anima persa in cerca di redenzione – l’opportunità per cominciare una nuova vita; ma Bill ha tutte le intenzioni di abbandonarla il mattino seguente per riprendere il suo lavoro sul mare...
Nonostante la semplicità della trama, che si svolge nel giro di poche ore, il film è stilisticamente uno dei migliori di Sternberg, nonché una pietra miliare del cinema muto drammatico. Le scenografie, la fotografia e la regia sono ad altissimi livelli: sorprendono, in particolare, il dinamismo delle scene di massa nel locale (fra balli e risse) e l’utilizzo della profondità di campo, per non parlare del grande realismo dell’ambientazione e della messa in scena che sembra anticipare Renoir o Welles (e anche il Carné del “Porto delle nebbie” gli deve parecchio). Molti critici hanno sottolineato la complementarietà dei due protagonisti: lui proviene dal fuoco (le caldaie), lei dall’acqua (il tentato suicidio); lui è un duro concentrato di mascolinità, lei appare fragile ed estremamente femminile; lui ha un passato ricco e variopinto (i tatuaggi testimoniano di molte storie sentimentali e di numerosi viaggi da un porto all’altro), lei ne è quasi priva (per quasi l’intera pellicola non sappiamo nemmeno il suo nome, Mae), anche se entrambi sono senza radici e incapaci di immaginarsi un futuro stabile (“Chi mai sposerebbe uno/una come me?”, si chiedono reciprocamente). Completano il tutto frasi e dialoghi memorabili (“Ti concederò una chance, faccio sempre in tempo a fare un altro buco nell'acqua”; “Non ho mai perso una nave in vita mia”) e scene commoventi (come quella in cui Mae, che deve ricucire la tasca della camicia di Bill, non riesce a infilare il filo nell’ago per colpa delle lacrime che le bagnano gli occhi). Anche i personaggi minori, come il parroco che accetta di sposarli senza licenza o la moglie fedifraga del capo dei fuochisti (interpretata dall’ottima Olga Baclanova), sono estremamente vivi e danno il loro contributo alla riuscita di un sublime affresco melodrammatico.

24 aprile 2009

L'imperatrice Caterina (J. von Sternberg, 1934)

L'imperatrice Caterina (The scarlet empress)
di Josef von Sternberg – USA 1934
con Marlene Dietrich, John Lodge
***

Visto in divx, con Marisa.

All'interno della vasta filmografia dedicata a sovrane e imperatrici (da "La regina Cristina" con Greta Garbo alle recenti pellicole su Elisabetta I con Cate Blanchett), questo film è uno dei più celebrati, e a ragione. La storia comincia quando la giovane principessa prussiana Sofia Federica viene inviata dai genitori in Russia, dove sposerà il futuro zar Pietro III e assumerà il nuovo nome di Caterina II. L'autoritarismo dell'imperatrice madre Elisabetta, la pazzia del marito e gli intrighi della corte russa la trasformeranno da fanciulla ingenua, semplice e innocente, piena di sogni romantici, in una cinica manipolatrice che lotta per la propria sopravvivenza e contemporaneamente per conquistare il potere, portando dalla propria parte l'esercito (fra le cui file si procura numerosi amanti, come il conte Alexei e il capitano Orlov), il clero e il popolo. La pellicola si conclude con la deposizione del folle e crudele Pietro e l'ascesa al trono di Caterina la Grande, destinata a regnare a lungo e a trasformare la Russia in una delle maggiori potenze europee. Liberamente adattato dai diari dell'imperatrice stessa, è un film strabordante, stilizzato e monumentale, dove le vere protagoniste sono le scenografie deliranti ed espressioniste: la reggia di Mosca è infatti sontuosa e barocca, dominata da statue lignee grottesche e inquietanti, da immagini di torture e di scheletri appesi alle pareti, da candele accese che proiettano ombre guizzanti, da porte così pesanti da richiedere una decina di persone per essere aperte, e da saloni cupi e angoscianti come quelli di un castello di vampiri in un film horror. In mezzo a tutto questo, i personaggi sembrano come schiacciati da un destino che pare già scritto e che li plasma secondo la propria volontà (solo così si può spiegare la repentina metamorfosi della protagonista). La colonna sonora prende in prestito numerosi temi da Tchaikovsky (soprattutto dall'ouverture "1812" e dalla Danza slava) ma anche da Mendelssohn e da Wagner; la fotografia, cupa e luminosa al tempo stesso, è perfetta nel rendere l'atmosfera di un paese dove regnano "l'ignoranza, la violenza, la paura e l'oppressione" (come recita una didascalia introduttiva); la produzione è imponente (nei titoli di testa si cita la presenza di oltre "mille comparse"); la Dietrich brilla di luce propria e von Sternberg non nasconde la propria venerazione per la sua attrice, alla bellezza della quale rende giustizia in ogni possibile inquadratura. In un film del genere, naturalmente, la fedeltà alla ricostruzione storica ha poco spazio e ancor meno importanza. La scena in cui Pietro schiaffeggia il prete che chiede la carità, il quale risponde "Questo era per me. E per i poveri?", fa riferimento a un episodio che sarebbe accaduto a San Filippo Neri.

4 giugno 2008

Marocco (Josef von Sternberg, 1930)

Marocco (Morocco)
di Josef von Sternberg – USA 1930
con Marlene Dietrich, Gary Cooper
***

Visto in DVD.

Il primo film americano di Marlene Dietrich (e il secondo, dopo “L'angelo azzurro”, dei sette che reciterà per la regia di von Sternberg) è una pellicola romantica che a tratti sembra quasi un “Casablanca” ante litteram ma che a conti fatti poggia su una trama piuttosto lineare. Marlene è una disillusa cantante di cabaret che si rifugia in una cittadina del Marocco, dove si innamora a prima vista di un giovane soldato della legione straniera (Cooper), nonostante la corte che le viene fatta da un ricco pittore (Adoplhe Menjou). Inizialmente priva di fiducia verso il genere maschile (ma anche Cooper è discretamente misogino, pur essendo ritratto come un Don Giovanni), finirà con l'abbandonare ogni cosa per seguire il soldato, incamminandosi nel finale a piedi nudi nel deserto del Sahara. Se qualcuno si chiedesse perché certi personaggi diventano icone del cinema, per capirlo gli basterebbe guardare il primo numero musicale del film, quello in cui la Dietrich si esibisce in marsina e cilindro (con sottotesti lesbici nemmeno poi tanto nascosti, visto che riceve un fiore da una spettatrice e la bacia sulla bocca). Sternberg, come di consueto, fa un ottimo lavoro con luci, scenografie e movimenti di macchina (i bei carrelli all'arrivo dei soldati in città e al momento della loro partenza), mentre restano memorabili alcuni frammenti di dialogo: “C'è una legione straniera anche per le donne. Ma noi non abbiamo uniformi, né bandiere, né medaglie quando siamo coraggiose, né bende quando ci feriamo”.