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11 maggio 2021

Tatuaggio (Yasuzo Masumura, 1966)

Tatuaggio (Irezumi)
di Yasuzo Masumura – Giappone 1966
con Ayako Wakao, Akio Hasegawa
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Siamo in epoca Edo. Fuggita con il suo giovane amante perché il padre non approvava la loro relazione, la figlia di un mercante (Ayako Wakao) viene venduta a una casa di geisha, il cui proprietario le fa tatuare un ragno gigante sulla schiena. Diventa ben presto una delle cortigiane più richieste e ambite, facendo girare la testa a numerosi clienti: ma come per vendicarsi di coloro che le hanno fatto torto, si trasforma anche in una "mangiatrice di uomini", causandone la rovina o la morte, come se il ragno tatuato l'avesse posseduta (lo stesso tatuatore si sente in colpa). Da un racconto di Junichiro Tanizaki (sceneggiato da Kaneto Shindo), un film torbido e avvolgente, che l'ambientazione storica contestualizza ma fino a un certo punto: la figura della donna ammaliatrice e divoratrice, che porta alla rovina gli uomini che lei stessa attira nella propria rete, ha un carattere mitologico ed archetipico, che trascende dunque l'ambientazione giapponese e il periodo in questione. La bella Ayako Wakao era l'attrice prediletta di Masumura, avendo recitato in ben venti dei suoi film. Akio Hasegawa è il suo pavido amante, Fujio Suga l'amico che la tradisce vendendola, Asao Uchida il proprietario del bordello, Kei Sato il samurai, Gaku Yamamoto il tatuatore.

16 settembre 2020

The whistleblower (Larysa Kondracki, 2010)

The whistleblower (id.)
di Larysa Kondracki – Canada/Germania 2010
con Rachel Weisz, David Strathairn
**

Visto in TV, con Sabrina.

Primo (e al momento unico) lungometraggio diretto dalla regista televisiva canadese Larysa Kondracki, ispirato alla storia vera di Kathryn Bolkovac (Rachel Weisz), poliziotta americana che ha lavorato come membro della forza di pace delle Nazioni Unite in Bosnia alla fine degli anni novanta, subito dopo la fine della guerra nei Balcani. Sotto contratto con l'agenzia privata DynCorp (che nel film è chiamata DemoCra), scoprì che membri dell'agenzia stessa, nonché alti ufficiali delle forze dell'ONU e agenti corrotti della polizia locale, erano implicati in un traffico di prostitute minorili ridotte in schiavitù. Non creduta, anzi ostacolata dai suoi stessi superiori, venne rimossa dall'incarico ma denunciò pubblicamente l'accaduto, portando alla luce lo scandalo. Importante (anche se sgradevole) per il tema trattato, il film lo affronta senza alcuna levità, anzi calcando la mano ogni volta che può. E l'ambientazione, cupa e senza speranza, tutto sommato rimane dentro all'animo dello spettatore. Ma la realizzazione e la regia sono rivedibili: i personaggi sono tagliati con l'accetta, senza particolare approfondimento, indagine psicologica o dubbio morale. Nel vasto cast attorno alla Weisz si riconoscono Vanessa Redgrave (Madeleine Rees, l'avvocato a capo della commissione per i diritti umani), Benedict Cumberbatch (il comandante delle forze ONU), David Hewlett (l'agente corrotto Murray), David Strathairn (lo specialista degli affari interni) e la solita pessima Monica Bellucci (la funzionaria che si occupa dei rifugiati) che si doppia da sola. Roxana Condurache, Paula Schramm e Rayisa Kondracki sono alcune delle ragazze costrette a prostituirsi, Nikolaj Lie Kaas è il soldato olandese con cui Kathryn ha una relazione.

20 giugno 2020

Buttiamo giù l'uomo (Savage Cole, Krudy, 2019)

Buttiamo giù l'uomo (Blow the Man Down)
di Bridget Savage Cole, Danielle Krudy – USA 2019
con Morgan Saylor, Sophie Lowe
**

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Dopo la morte della madre, le sorelle Mary Beth (Morgan Saylor) e Priscilla Connolly (Sophie Lowe) cercano di mandare avanti la pescheria di famiglia nel freddo e remoto villaggio costiero di Easter Cove, nel Maine. Quando Priscilla uccide accidentalmente un misterioso forestiero, le due decideranno di disfarsi del cadavere, facendolo a pezzi e gettandolo ai pesci. Ma si ritroveranno così coinvolte in una serie di intrighi che riguardano gran parte delle donne della piccola comunità. A metà strada fra "Fargo" e "Soldi sporchi", di cui è una variante tutta al femminile, una pellicola che avrebbe molti punti di forza: innanzitutto l'ambientazione, un remoto villaggio di pescatori dove le donne tirano le fila di tutto, visto che gli uomini sono sempre fuori a pesca (alcuni di questi, con le loro canzoni, forniscono letteralmente un "coro" alle vicende). Ottimi anche i volti dei numerosi personaggi, tutti particolari e ambigui, anche perché non ci sono figure completamente buone o completamente cattive; e notevole la colonna sonora acustica e distonica di Brian McOmber e Jordan Dykstra, così come la confezione in generale (in particolare la gelida fotografia). Dove invece il film non funziona, purtroppo, è nella cosa più importante: la sceneggiatura (delle stesse registe), che non decolla mai, non riesce a sviluppare con la dovuta cura i molti spunti forniti dall'ambientazione, dalla trama e dai personaggi – come la tenutaria del bordello locale (Margo Martindale, la migliore del cast), una delle prostitute (Gayle Rankin), o le varie vecchiette che dominano dietro le quinte – e non approfondisce né loro né gli eventi, che si succedono "semplicemente" e in maniera persino sfilacciata, senza suscitare l'interesse o la partecipazione dello spettatore e senza mai dare l'impressione che alle azioni seguano delle conseguenze.

3 maggio 2020

Une femme coquette (J.L. Godard, 1955)

Une femme coquette
di Jean-Luc Godard – Svizzera 1955
con Maria Lysandre, Roland Tolmatchoff
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Con il denaro guadagnato dalla vendita del documentario "Opération Béton" e l'attrezzatura prestatagli dalla casa di produzione di quel lavoro, la Actua-Films, Godard girò in Svizzera il suo secondo corto, che è anche la sua prima opera di finzione, nonché la prima in cui il giovane regista si trova a dover dirigere degli attori, sia pure non professionisti. Si tratta di un adattamento di un racconto di Guy de Maupassant, "Le signe" ("Il cenno"), di cui sposta l'ambientazione nelle strade della Ginevra contemporanea. Dopo aver visto una prostituta (Carmen Mirando) adescare i clienti sorridendo agli uomini che passano sotto la sua finestra, Agnès (Maria Lysandre), una giovane sposa, decide per gioco di provare a fare lo stesso, sorridendo a uno sconosciuto per vedere l'effetto che fa. Suo malgrado, avrà più successo di quanto aveva previsto. Tutto l'episodio è raccontato dalla protagonista in una lettera che sta scrivendo ad un'amica. Spigliato e piccante, il breve film (circa 9 minuti) mette già in mostra le potenzialità del cineasta francese, che lo firma con lo pseudonimo di Hans Lucas (lo stesso con cui aveva pubblicato i suoi primi articoli sui "Cahiers du cinéma": si tratta della versione tedesca del nome Jean-Luc) e recita anche nel ruolo del cliente della prostituta. Lo sconosciuto seduto nel parco, che legge il "Corriere della Sera", è invece Roland Tolmatchoff, un amico cinefilo che lavorava come rivenditore di automobili. L'attrice protagonista, cui si deve anche la voce narrante, era una conoscenza comune. Le riprese sono state fatte sull'isola Rousseau, in mezzo al Rodano. La colonna sonora comprende musica di Bach. A lungo ritenuto perduto, il corto (la cui unica copia era conservata in un museo) è apparso su YouTube nel 2017.

21 marzo 2020

L.A. Confidential (Curtis Hanson, 1997)

L.A. Confidential (id.)
di Curtis Hanson – USA 1997
con Guy Pearce, Russell Crowe, Kevin Spacey
***1/2

Rivisto in TV.

Nella Los Angeles dei primi anni cinquanta, dove effimeri sogni di gloria hollywoodiani nascono e muoiono accanto ai traffici della criminalità organizzata, le storie di tre agenti del dipartimento di polizia si intrecciano turbinosamente. Edmund "Ed" Exley (Guy Pearce), figlio di un leggendario detective rimasto ucciso sul lavoro, è idealista, incorruttibile e ligio al dovere, aspira a fare carriera, non ammette alcuno strappo alle regole e non esita a denunciare i colleghi che "sgarrano", conquistandosi le simpatie dei superiori ma anche le antipatie degli altri poliziotti. Wendell "Bud" White (Russell Crowe), impulsivo e picchiatore, ha una particolare avversione (dovuta a trascorsi familiari) contro chi usa violenza contro le donne: il suo temperamento e l'essere disposto a eseguire anche i lavori più sporchi lo porteranno in conflitto diretto con Ed. Infine c'è Jack Vincennes (Kevin Spacey), affamato di gloria, consulente per una serie televisiva poliziesca ("Badge of Honor", modellata su "Dragnet", che glorifica l'efficienza della polizia) e ammanicato con il giornalista scandalistico Sid Hudgens (Danny DeVito), che pubblica sulla propria rivista "Hush-hush" ("Zitti, zitti") notizie relative agli scandali delle celebrità. Le vicende dei tre personaggi, che nonostante le loro differenze perseguono tutti un proprio ideale di giustizia, finiranno con l'intrecciarsi quando le loro indagini su alcuni crimini apparentemente separati (il "massacro del Nite Owl", una sparatoria in una caffetteria; un giro di prostituzione d'alto bordo con ragazze che assomigliano a celebri dive del cinema; la morte di un giovane attore omosessuale in un motel) convergeranno verso lo stesso punto. Dal romanzo neo-noir di James Ellroy, adattato da Brian Helgeland e dallo stesso regista, uno straordinario poliziesco che ha i suoi punti di forza, oltre che nel cast, proprio nella sceneggiatura, capace di tenere le fila di una storia intricata (siamo dalle parti di un moderno Raymond Chandler) e piena di personaggi, che mette lo spettatore su false tracce ma lascia che alla fine tutto torni e che anche i dettagli o le figure più marginali si rivelino fondamentali per il dipanarsi dell'intreccio. Questo perché a guidare il tutto c'è la caratterizzazione dei protagonisti, con le loro personalità contrastanti e la loro psicologia sempre evidente dietro ogni scena d'azione e ogni twist della trama. Sono i personaggi a condurre l'azione, mai il contrario. E nonostante l'alto livello della regia, ma soprattutto della fotografia naturalistica (di Dante Spinotti), delle scenografie (di Jeannine Oppewall) e della ricostruzione d'epoca, non si ha mai l'impressione di assistere a uno sterile esercizio di stile. Da notare che ai tempi Crowe e Pearce erano praticamente sconosciuti, nonostante qualche particina interessante in passato (rispettivamente in "Skinheads" e "Priscilla"): grazie a questo film diventarono volti noti, e negli anni a seguire furono protagonisti di film di grande rilievo (come "Il gladiatore" e "Memento").

La vicenda ruota intorno a un periodo particolare della storia di Los Angeles, quando l'arresto del boss del crimine Mickey Cohen lasciò un vuoto di potere che altri gruppi della malavita organizzata aspiravano a riempire, e sfiora a più riprese celebri scandali ed eventi realmente accaduti, come il famigerato "Natale di sangue" del 1951, quando alcuni agenti di polizia si resero protagonisti di un brutale pestaggio ai danni di alcuni detenuti latino-americani. La stessa rivista "Hush-hush" di Danny DeVito è modellata su un autentico giornale scandalistico di quegli anni, "Confidential". E i temi della corruzione, della sete di celebrità, della giustizia e della criminalità si fondono su più piani. Memorabile, per esempio, "Rollo Tomasi", il nome (fittizio) che Ed ha affibbiato all'uomo che uccise suo padre, simbolo di tutti i criminali che, per un motivo o per l'altro, riescono a "farla franca": proprio questo nome si rivelerà fondamentale per svelare la vera identità del cattivo che tira le fila di tutto l'intreccio. Degno di nota anche il cast di contorno, a cominciare da Kim Basinger (che vinse l'Oscar come miglior attrice non protagonista: il film rivitalizzò la sua carriera) nei panni di Lynn Bracken, la prostituta con le fattezze di Veronica Lake. Di lei si innamorerà Bud, e per lei comincerà a sentirsi stanco della brutalità e della violenza in cui sguazza. Il grande caratterista James Cromwell è il capitano della polizia Dudley Smith, figura "paterna" e di riferimento per gli agenti del dipartimento, che però nasconde lati oscuri ed ambigui. David Strathairn è il milionario Pierce Patchett, l'uomo d'affari che, fra le altre cose, si serve di Lynn e di altre ragazze per ricattare politici e magistrati. Piccoli ruoli, infine, per Ron Rifkin, Graham Beckel, Simon Baker e Paolo Seganti. Brenda Bakke è Lana Turner in una delle scene più comiche della pellicola, quella in cui Ed la scambia per una prostituta che imita appunto la Turner. Da notare che si tratta dell'unica vera celebrità che appare nel film: pur ambientato in prossimità della "fabbrica dei sogni", di loro ne sentiamo soltanto il profumo, o ne intravediamo l'immagine in alcuni spezzoni di pellicole, come "Vacanze romane" (che Bud e Lynn vanno a vedere al cinema) o "Il fuorilegge" (il film con Veronica Lake che Lynn proietta a casa sua). La musica è di Jerry Goldsmith. Nominato a nove premi Oscar (compresi quelli per il miglior film e la regia), "L.A. Confidential" ne vinse due, quelli per la miglior sceneggiatura non originale (che, incredibile a dirsi, semplifica un intreccio che nel romanzo era ancora più denso, e si distacca in molti punti dalla fonte originale: il libro, d'altra parte, era il terzo di una saga dedicata da Ellroy alla città di Los Angeles, dopo "Dalia nera" e "Il grande nulla", che già introducevano alcuni dei personaggi) e per la miglior attrice non protagonista, perché gli altri sette andarono tutti al "Titanic" di Cameron. Tanto che Hanson commentò ironicamente: "Mai fare il tuo miglior film nello stesso anno di Titanic!".

24 dicembre 2018

Tangerine (Sean Baker, 2015)

Tangerine (id.)
di Sean Baker – USA 2015
con Kitana Kiki Rodriguez, Mya Taylor
**1/2

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Appena uscita di prigione dopo un mese di detenzione, la prostituta transgender Sin-Dee (Kitana Kiki Rodriguez) viene a sapere dall'amica Alexandra (Mya Taylor) che il suo "fidanzato" e pappone Chester (James Ransone) l'ha tradita con una delle sue ragazze, Dinah (Mickey O'Hagan). E mediterà vendetta, lanciandosi alla sua ricerca per l'intera giornata (il film si svolge tutto alla vigilia di Natale, per le strade e i quartieri di una Hollywood di periferia, come il celebre Santa Monica Boulevard). La loro storia si intreccia con quella di Razmik (Karren Karagulian), tassista armeno con una passione per le prostitute trans, alle prese con una suocera impicciona (Alla Tumanian). In questo piccolo film indipendente e a basso costo, con uno stile esuberante e spigliato, favorito da una fotografia ipersaturata e dalla rapidità di azione (l'intera pellicola è stata girata con un Apple iPhone 5S), Baker ci offre uno spaccato di vita su personaggi dall'esistenza non proprio regolare, ma comunque ritratti in maniera simpatica e senza moralismo. L'ambientazione natalizia (ma del tutto sui generis: non c'è neve, né alberi, né altro di tipico della stagione) rende la vicenda quasi un "cantico di Natale" sul tema dell'amicizia e della riconciliazione. Fra le scene da ricordare: quella del pompino nell'autolavaggio, l'esibizione di Alexandra in un locale (dove canta "Toyland"), la "resa dei conti" quando tutti si ritrovano in un negozio di ciambelle, la riappacificazione finale fra Sin-Dee e Alexandra nella lavanderia a gettore. Luiza Nersisyan è la moglie di Razmik, la pornostar Ana Foxxx è la prostituta Selene. Nella colonna sonora spunta all'improvviso (e in maniera inaspettata) l'ouverture Coriolano di Beethoven.

18 dicembre 2018

Le notti di Cabiria (F. Fellini, 1957)

Le notti di Cabiria
di Federico Fellini – Italia 1957
con Giulietta Masina, François Périer
***1/2

Visto in divx.

Maria Ceccarelli, in arte Cabiria (il nome è un omaggio al leggendario film muto del 1914, ideato nientemento che da Gabriele D'Annunzio), è una prostituta di Roma, una popolana minuta e sgraziata che lavora di notte fra le rovine della "Passeggiata Archeologica". Assai diversa dalle sue colleghe e compagne di borgata, cerca di mantenersi a galla con una certa dignità (si vanta di possedere una casa e di non aver mai dormito per la strada), senza mai smettere di sognare l'amore e una vita migliore. La pellicola la segue attraverso una serie di episodi apparentemente slegati fra loro, cominciando da quando viene "mollata" da Giorgio, suo sedicente fidanzato che le ruba la borsa e la getta nel Tevere, da dove viene ripescata da alcuni ragazzini. Fra le sue avventure notturne spiccano l'incontro con il grande e attempato divo del cinema Alberto Lazzari (Amedeo Nazzari, praticamente nei panni di sé stesso), che la invita nella sua lussuosa villa dopo aver litigato con l'amante (Dorian Gray), salvo abbandonarla quando si riappacifica con quella; l'episodio dell'uomo con il sacco, che si aggira per le campagne romane a fare "beneficenza laica" ai poveri e diseredati che vivono nelle grotte e nelle catacombe (una sequenza eliminata dalla censura, per essere poi recuperata nella versione restaurata del film, e che era stata ispirata a Fellini dall'incontro con una persona reale); il pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Divino Amore, alla quale Cabiria chiede inutilmente la grazia di poter "cambiare vita"; la scena dell'ipnotizzatore (Aldo Silvani), che riesce in qualche modo a portare allo scoperto l'innocenza e la tenerezza che la donna nasconde sotto la sua scorza cinica; e naturalmente tutta la parte finale in cui Cabiria si illude di aver trovato un uomo che l'ama e che la vuole sposare nonostante il suo passato (François Périer), salvo rendersi conto che si tratta dell'ennesimo profittatore (in un pre-finale che riecheggia l'incipit). Ma una materia che nelle mani di un altro regista avrebbe potuto sfociare nel patetismo e nel melodrammatico, in mano a Fellini diventa fiaba e poesia, come dimostra il bellissimo finale in cui Cabiria, rimasta ormai senza nulla, torna a sorridere alla vita quando viene affiancata e circondata da ragazzi che suonano e che ballano, come in una specie di circo: e la lacrima cristallizzata sul viso, mentre guarda in macchina cercando quasi il contatto con lo spettatore, la accomuna subito a Gelsomina, al Matto e agli altri personaggi de "La strada". È proprio la sua innocenza interiore, più che quello che ha vissuto nel corso del suo lavoro, a darle forza e speranza e a proteggerla dal male che la circonda. Il personaggio, sempre interpretato dalla Masina (che qui sforna forse la prova migliore della sua carriera), era già apparso in una breve scena del primo film di Fellini, "Lo sceicco bianco": qui viene arricchito dai racconti e dalle esperienze di una vera "passeggiatrice" romana, conosciuta da Fellini durante le riprese de "Il bidone". Il risultato è un ricco e colorato affresco d'ambiente, mai sopra le righe o accondiscendente verso i personaggi e il mondo disperato in cui vivono. Grande successo di critica, con numerosi riconoscimenti (fra cui l'Oscar per il miglior film straniero e il premio per la migliore attrice a Cannes). Franca Marzi è l'amica Wanda, Ennio Girolami è il giovane magnaccia, Mario Passante è lo zio zoppo. La sceneggiatura di Fellini, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli (alla quale ha collaborato anche Pier Paolo Pasolini, cui si deve evidentemente il "realismo" dei dialoghi) ispirerà il musical di Broadway "Sweet Charity" e l'omonimo film di Bob Fosse.

23 novembre 2018

La samaritana (Kim Ki-duk, 2004)

La samaritana (Samaria)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2004
con Kwak Ji-min, Lee Eol, Han Yeo-reum
***

Rivisto in DVD.

La liceale Jae-young (Han Yeo-reum) si prostituisce per raccogliere il denaro necessario a un viaggio in Europa con la sua amica del cuore Yeo-jin (Kwak Ji-min), la quale, pur disapprovandone il comportamento, la aiuta organizzando gli incontri e facendole da palo. Quando però Jae-young si suicida gettandosi dalla finestra di un albergo, Yeo-jin decide di sostituirsi a lei (cui già prestava la voce al telefono) e di incontrare nuovamente tutti i suoi clienti per restituire loro il denaro che le avevano dato... Con la consueta fusione di temi scabrosi e poesia delle immagini (tutta la vicenda è ammantata di colori autunnali), il film di Kim Ki-duk è soltanto in parte una pellicola sulla prostituzione minorile, un fenomeno sociale peraltro assai diffuso in estremo oriente: a metà strada cambia infatti il proprio focus e si concentra sul rapporto (venato di incomunicabilità) fra genitori e figli. Il padre di Yeo-jin (Lee Eol), dopo aver scoperto per caso gli incontri clandestini della figlia, inizia infatti a seguirne i clienti per punirli in maniera sempre più violenta. E infine, decide di partire con la ragazza per un viaggio in montagna, dal quale prevede di non tornare più... Divisa in tre sezioni (intitolate "Vasumitra", "Samaria" e "Sonata", e dedicate rispettivamente a Jae-young, a Yeo-jin e a suo padre), la storia cambia focus più volte, tanto che sembra quasi di assistere a tre film diversi, accomunati però dal fatto di rappresentare un percorso "iniziatico", che attraverso il sesso (e la morte) conduce ciascuno dei tre protagonisti verso la scoperta del proprio ruolo e del rapporto con il mondo circostante. Jae-young è il più "libero" dei tre personaggi, quello che vive il sesso in maniera gioiosa e disinteressata, consapevole di donare felicità agli altri (si identifica appunto in Vasumitra, monaca-cortigiana indiana che convertiva gli uomini al buddhismo attraverso l'amore fisico). Per Yeo-jin (la "samaritana" del titolo) si tratta invece di una questione morale, un modo per onorare la memoria dell'amica ed espiare al tempo stesso le proprie colpe. Il padre, poliziotto che progressivamente perde il controllo di sé, sospinto da un furore vendicativo, è infine una figura più complessa, che nel terzo atto del film lascia intendere più volte allo spettatore di voler compiere un atto irreparabile nei confronti della figlia: ma dopo averlo evocato oniricamente, il regista ci sorprende invece con un bel finale di metaforica responsabilità (la lezione di guida). L'intero viaggio in campagna, lontano dunque dal setting cittadino delle prime due sezioni, sembra quasi trasportarci in un altro mondo e in un altro tempo, dove è più facile dimenticare, perdonare e ricominciare. Se da un lato la pellicola cammina su un terreno sottile e rischioso (non sono mancate le controversie, in patria e all'estero) per il modo con cui affronta il tema della prostituzione giovanile (che pure è mostrato attraverso diversi punti di vista: quelli delle due ragazze, inizialmente opposti, ma anche quello del padre e quelli dei vari clienti, che spaziano dall'indifferenza totale ai sensi di colpa), dall'altro offre numerosi spunti, anche appena accennati: il tema del doppio, con l'identificazione fra le due ragazze, ma anche quello dell'amicizia (che confina, o sconfina, nell'amore) o quello dell'immancabile connubio fra eros e thanatos (con l'inquietante sorriso di Jae-young al momento del suo suicidio). Molto brave le due giovani attrici, praticamente esordienti. Nella colonna sonora (che ricorda Joe Hisaishi) si sentono brani di Erik Satie.

3 settembre 2018

Chloe (Atom Egoyan, 2009)

Chloe - Tra seduzione e inganno (Chloe)
di Atom Egoyan – Canada/USA/Francia 2009
con Julianne Moore, Amanda Seyfried
**

Visto in TV.

Per mettere alla prova la fedeltà del marito (Liam Neeson), professore sospettato di stringere tresche con le sue studentesse, una ginecologa (Julianne Moore) assume la giovane escort Chloe (Amanda Seyfried) affinché seduca l'uomo e le racconti poi le sue reazioni. Non ho (ancora) visto "Nathalie...", il film originale di Anne Fontaine di cui questo è un remake, ma essendo una produzione francese mi immagino che fosse più morboso, più ambiguo e meno dozzinale di questo, che pure può contare sulle ottime interpretazioni di una Julianne Moore assai in parte (come al solito) e di un'espressiva ma enigmatica Amanda Seyfried. Liam Neeson recita invece al minimo sindacale, ma il suo ruolo non richiedeva molto di più. Se lo spunto di partenza è assai intrigante, già verso metà film si comincia a mostrare la corda, con sviluppi poco convincenti che si trascinano stancamente verso un finale non certo imprevedibile. Grandi assenti, ahimè, sono la tensione e la carica erotica, ovvero gli elementi che, in teoria, il soggetto prometteva maggiormente. Anche la regia di Egoyan (per la prima volta alle prese con una sceneggiatura non scritta da lui) mi è parsa un po' svogliata, il che non ha impedito al film di ottenere un buon successo al botteghino, il migliore per il regista fino ad allora. La fotografia di Paul Sarossy rende bene gli interni caldi ma asettici e le fredde strade di una Toronto innevata.

22 luglio 2018

I compari (Robert Altman, 1971)

I compari (McCabe & Mrs. Miller)
di Robert Altman – USA 1971
con Warren Beatty, Julie Christie
***

Rivisto in divx.

Un western insolito che – com'è tipico di Altman – più che sulla storia o sui personaggi si concentra sulla descrizione di un ambiente: quello delle città americane di frontiera che sorgevano nel giro di pochi giorni nei pressi delle miniere fra le montagne e si popolavano rapidamente di disperati pronti a tutti pur di fare fortuna. Il protagonista, John McCabe (un Beatty che, con il barbone, assomiglia quasi a Kris Kristofferson), ex giocatore d'azzardo professionista e forse ex pistolero, vede l'occasione di emergere mettendo in piedi qualcosa che alla comunità manca ancora: un bordello. L'impresa, grazie anche alla consulenza e alla collaborazione di una "professionista" del settore come la signora Miller (Julie Christie), ha rapidamente successo. Ma quando un'importante compagnia intende rilevare la sua attività, tira troppo la corda e si ritrova costretto a difendere la propria vita con le armi. Violenza, cinismo, opportunismo, prevaricazione: questa era la giovane America nell'ottocento. Il film ne ricrea bene il panorama, grazie anche alla fotografia d'atmosfera di Vilmos Zsigmond, cupa nel ritrarre tanto gli esterni (mostrandoci una cittadina fredda, sporca e perennemente sferzata dalla pioggia, dal vento e dalla neve: il climax finale si svolge proprio sotto una copiosa nevicata) che gli interni (illuminati fiocamente e con colori caldi). Ne risulta un western del tutto atipico, antiromantico e che va volontariamente contro le convenzioni del genere (dall'eroe tutto d'un pezzo al setting asciutto e soleggiato), illustrando un mondo dimenticato da Dio (significativa la chiesa che brucia nel finale) e dalla legge. Alcuni personaggi di contorno avrebbero potuto essere caratterizzati di più o avere maggior spazio nella vicenda (il barbiere nero, la giovane sposina), ma nel complesso si tratta di un film originale e "di rottura", giustamente celebrato. Nel cast anche René Auberjonois, John Schuck, Shelley Duvall e Keith Carradine. Interessante la colonna sonora, con tre canzoni di Leonard Cohen ("The Stranger Song", "Sisters of Mercy" e "Winter Lady").

8 marzo 2018

Senza pietà (Alberto Lattuada, 1948)

Senza pietà
di Alberto Lattuada – Italia 1948
con Carla Del Poggio, John Kitzmiller
**1/2

Visto in divx.

Nell'immediato dopoguerra, la giovane Angela (la bella Carla Del Poggio, al primo ruolo drammatico di primo piano) – fuggita di casa dopo aver dato alla luce una bambina nata morta – arriva in cerca del fratello in una Livorno semidistrutta e sotto il controllo dei liberatori americani. Qui finisce nel "giro" di Pierluigi (Pierre Claudè), l'ambiguo boss – biancovestito e impotente – che controlla tutti i loschi traffici della città (dal contrabbando alla prostituzione). L'amicizia e forse l'amore con Jerry (John Kitzmiller), un soldato americano di colore, sembrerà donarle un pizzico di speranza per una vita migliore: ma il destino vorrà diversamente. Scritta da Lattuada insieme a Pinelli e Fellini (che figura come "assistente alla regia", muovendo di fatto i suoi primi passi dietro la macchina da presa), una pellicola che mette in scena la "disintegrazione" civile e morale dell'Italia del dopoguerra, tanto realistica quanto priva di ottimismo, di moralismo e di retorica. In un mondo di povertà e di disperazione, anziché alla famiglia o alla religione (significativa la fuga dall'istituto religioso per rifugiarsi in un bordello), Angela non può che trovare protezione nel sottobosco criminale. Eppure, anche fra le prostitute, non manca chi riesce a esaudire il proprio sogno di libertà, come Marcella (Giulietta Masina), che riesce a fuggire in America con un soldato; le si contrappone Dina (di cui non si vede mai il volto) che, finita sempre più in basso e in disgrazia, sceglie il suicidio. In un ambiente di approfittatori e di disonesti, la "purezza" di personaggi come Angela e Jerry è destinata a corrompersi o a finire sconfitta. Grande realismo (con numerose scene in lingua inglese quando sono presenti i soldati americani) ma anche simbolismo cinematografico (la regia e la fotografia sono debitrici delle coeve pellicole americane o francesi). Il film è stato girato nella Pineta del Tombolo, già l'anno prima set di "Tombolo, paradiso nero" di Giorgio Ferroni, sui temi simili, con lo stesso Kitzmiller nel cast. Pierre Claudè (uno pseudonimo), che intepreta il boss Pierluigi, era il direttore dell'Hotel Majestic di Roma, qui alla sua unica esperienza come attore cinematografico. La scena conclusiva si svolge nello stesso tratto di strada in cui sarà ambientato il finale de "Il sorpasso". Le musiche sono di Nino Rota: e dunque, pur trattandosi di un film di Lattuada, la presenza contemporanea di Fellini, della Masina e di Rota lo può far considerare come un "elemento zero" nella filmografia del regista riminese.

28 dicembre 2017

Il commissario Pepe (Ettore Scola, 1969)

Il commissario Pepe
di Ettore Scola – Italia 1969
con Ugo Tognazzi, Silvia Dionisio
***

Visto in divx.

Il placido commissario Pepe (Tognazzi) è di stanza in una tranquilla città di provincia del Nord-Est (mai nominata, ma il film è stato girato a Vicenza e a Bassano), dove non accade mai nulla che metta a soqquadro la vita sociale e pubblica. A seguito di una serie di lettere anonime (forse inviate dal "pazzo del villaggio", il paralitico Parigi (Giuseppe Maffioli), che gira in continuazione con il suo triciclo motorizzato gridando improperi verso chiunque per "scuotere le coscienze"), viene incaricato suo malgrado di indagare su un piccolo giro di prostituzione che porta alla luce i tanti vizi e gli altarini sessuali, più o meno nascosti, dell'intera città. Quando gli sarà intimato di non mettere in piazza i nomi dei cittadini più rispettabili, si dichiarerà sconfitto, e preferirà assolvere tutti, senza distinzione (compreso sé stesso). Da un testo di Ugo Facco De Lagarda, sceneggiato da Scola insieme a Ruggero Maccari, un poliziesco malinconico a metà strada fra la commedia di costume e la critica sociale, che per temi e ambientazione (ma non certo per i toni, amari e cinici) può ricordare "Signore & signori" di Pietro Germi. Nel ruolo del commissario colto e democratico, che prova coscienza di classe (come dimostrano le sue letture) e desideri di apertura (anche verso i giovani ribelli) ma sogna a occhi aperti di punire le immoralità dei suoi concittadini, che per mestiere deve "travestirsi da noioso moralista" ma in fondo detesta l'ipocrisia ed è pieno di buon senso, Tognazzi è quasi perfetto. Indeciso fra il perdono e la giustizia, e di fronte alle imposizioni del potere che protegge sé stesso, non potrà che chiamarsi fuori dal sistema: "Chi verrà dopo di me, se sarà peggiore, subirà quello che non ho voluto subire io; se sarà migliore, farà quello che non ho voluto fare io", spiega nel finale ai suoi sottoposti.

12 dicembre 2017

Una donna di cui si parla (K. Mizoguchi, 1954)

Una donna di cui si parla (Uwasa no onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1954
con Kinuyo Tanaka, Yoshiko Kuga
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo aver tentato il suicidio per una delusione d'amore, la giovane Yukiko (Yoshiko Kuga) lascia Tokyo, dove studiava musica, per fare ritorno nella natale Kyoto. Qui la madre Hatsuko (Kinuyo Tanaka) gestisce una casa di geisha che di fatto è un bordello: e proprio questa attività, di cui la stessa Yukiko si vergogna e che disprezza, è stata la causa della separazione dal suo fidanzato. Ma pian piano la ragazza comincia a fare pace con quel mondo (scoprendo che le ragazze che tanto compatisce hanno invece una forte volontà e dedizione, e diventando partecipe delle loro sofferenze) e soprattutto con sé stessa, innamorandosi (ricambiata) del giovane medico Matoba (Tomoemon Otani). Quando però scoprirà che questi, per interesse, aveva illuso la madre Hatsuko, disposta a vendere la casa per acquistargli uno studio privato (nella speranza di diventare sua moglie), preferirà rinunciare definitivamente agli uomini, riconciliarsi con la madre e prendere seriamente in considerazione l'ipotesi di subentrare a lei nella gestione della casa. Il film si chiude con l'arrivo della sorella minore di una delle geishe che giunge dalla campagna per chiedere di lavorare anche lei nel bordello: le altre commentano amaramente "Quando non ci sarà più bisogno di ragazze come noi?". Delicato e introspettivo, è il secondo dei due film di ambientazione simile e contemporanea (dopo "La musica di Gion") che Mizoguchi intervallò ai grandi drammi storici girati nei primi anni cinquanta. Come il precedente, mette in scena le contraddizioni fra la modernità che il Giappone stava cominciando a sperimentare nel dopoguerra (incarnata da Yukiko, che veste all'occidentale, ha studiato, e propugna l'indipendenza femminile) e il tradizionale mondo delle geishe cui è legata la madre (dove le donne non sono altro che "oggetti" al servizio degli uomini). Naturalmente le cose non sono così semplici o manichee, come le stesse protagoniste impareranno a loro spese. Da sottolineare la scena al teatro No, in cui Hatsuko si riconosce nel personaggio della vecchia dileggiata perché innamorata. Un pizzico eccessivo di melodramma nella seconda parte (la rivalità e la gelosia della madre nei confronti della figlia, i chiarimenti e il confronto finale a tre) non danneggia più di tanto un film elegante, che offre un intenso ritratto delle dinamiche interne di una casa di geisha (la storia si svolge a Shimabara, uno dei più antichi "quartieri del piacere" di Kyoto, oggi non più attivo) e riflette sui temi dell'egoismo e del sacrificio. È l'ultima collaborazione di Mizoguchi con la sua attrice preferita, Kinuyo Tanaka.

23 novembre 2017

La musica di Gion (K. Mizoguchi, 1953)

La musica di Gion (Gion bayashi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1953
con Michiyo Kogure, Ayako Wakao
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Intermezzati ai grandi drammi storici da lui girati nella prima metà degli anni cinquanta, Mizoguchi realizzò anche due film di ambientazione contemporanea sul mondo delle geishe e ambientati a Kyoto (Gion è uno dei più celebri "quartiere del piacere" della città, dove già si svolgeva "Le sorelle di Gion" del 1936, di cui questo è quasi una rilettura). La storia ha come protagonista Miyoharu (Kogure), geisha dallo spirito libero e indipendente, che rifiuta ogni "protettore" e non intende sottostare alle regole non scritte che identificano di fatto le geishe – artiste raffinate – con le prostitute. Miyoharu prende sotto la propria ala protettiva la giovane Eiko (Wakao), facendone la sua apprendista (una "maiko") con il nome di Miyoen. Ma per conservare la purezza della ragazza, dovrà sacrificare sé stessa e cedere agli intrighi di un uomo d'affari che intende usare il suo corpo per amorbidire un cliente difficile. I tempi cambiano, il Giappone del dopoguerra si dota di una costituzione che prevede nuovi diritti anche per le donne (tanto che le geishe vengono ora percepite come una "istituzione culturale" del passato), ma alcune cose non sembrano destinate a mutare. Paradossalmente Miyoharu, con il suo desiderio di rimanere libera e indipendente, a costo di rifiutare le logiche che la vogliono obbligata a diventare l'amante di un uomo anche se lei non lo vuole, è accusata all'inizio dall'ingenua Eiko di essere "vecchio stile": scopriranno entrambe che i nuovi diritti di cui godono sono tali solo sulla carta, e che ancora è necessario inchinarsi agli interessi dei potenti (che si tratti della padrona della casa da tè, che le ostracizza e impedisce loro di lavorare anche come semplici intrattenitrici alle feste, se rifiuteranno le "proposte" dei clienti, o dei familiari, come il padre di Eiko, in difficoltà finanziarie, che non esita a chiedere denaro alla figlia nel momento del bisogno). L'unico conforto che Miyoharu ed Eiko possono trovare è nella reciproca solidarietà, come dimostrano le scene conclusive con il loro abbraccio. E il rapporto fra maestra e apprendista diventa simile a quello fra sorelle o addirittura fra madre e figlia. Pur se meno complesso e stratificato – anche stilisticamente – dei jidai-geki coevi che gli hanno dato grande fama in occidente, il film è comunque un tassello intenso e raffinato della filmografia di Mizoguchi, in linea con i temi (il sacrificio femminile in primis) a lui cari sin dagli anni trenta.

26 agosto 2017

Vita di O-Haru, donna galante (K. Mizoguchi, 1952)

Vita di O-Haru, donna galante (Saikaku ichidai onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1952
con Kinuyo Tanaka, Toshiro Mifune
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli.

Giappone, diciassettesimo secolo. Al calar della sera, un'anziana prostituta rimasta senza clienti si rifugia in un tempio buddista: qui, nel volto di una delle tante statuette sacre disposte sull'altare, crede di riconoscere le sembianze del suo primo amore. E parte un lungo flashback in cui veniamo a conoscenza delle numerose e sfortunate vicissitudini della sua vita. Giovane ragazza di origini nobili, in servizio presso un palazzo di Kyoto, O-Haru ne venne scacciata quando si innamorò del servo Katsunosuke (Toshiro Mifune): lui fu costretto al seppuku, lei fu esiliata insieme ai genitori. Le tappe successive della sua vita saranno tutte contraddistinte dal fallimento, dovuto di volta in volta ai casi della vita, agli egoismi degli uomini, alle ingiustizie della società. O-Haru passa dall'essere scelta come concubina da un signore feudale di Edo, Matsudaira (al quale partorirà un erede maschio, che non potrà vedere che da lontano), all'essere venduta come geisha nei quartieri a luce rossa di Shimabara, dall'impiego come cameriera per un mercante di tessuti (la cui moglie la caccerà per gelosia) al matrimonio con un umile venditore di ventagli (che sarà ucciso da un ladro), da aspirante monaca a mendicante per la strada, fino appunto a diventare prostituta. Il film, che ricevette il Leone d'Argento alla Mostra di Venezia l'anno successivo alla clamorosa vittoria a sorpresa di “Rashomon” di Kurosawa, e che dunque contribuì a rendere noto e popolare il cinema giapponese anche in occidente, inaugura la fase più fortunata della carriera di Mizoguchi, una stagione ricca di capolavori – per lo più pellicole di ambientazione storica e in costume – che lo resero per un breve periodo uno dei cineasti più famosi anche al di fuori del suo paese (sarà seguito in rapida successione da titoli come “I racconti della luna pallida d'agosto”, “L'intendente Sansho” e “Gli amanti crocifissi”, che parimenti faranno incetta di premi).

La storia è tratta da un romanzo di Ihara Saikaku, “Vita di una donna innamorata”, un classico della letteratura giapponese dell'epoca Edo (il titolo originale è traducibile in “Vita di una donna di Saikaku”). Nella successione di eventi sfortunati che fanno precipitare la povera O-Haru dalla nobiltà alla miseria, pare quasi di trovarsi di fronte a un capovolgimento del racconto di formazione. E in effetti, i libri di Saikaku – fra i primi a scegliere come protagonisti personaggi proletari o decaduti – si ponevano, già nel seicento, come irriverenti parodie di generi classici come quelli della tradizione aristocratica (il celebre “Storia di Genji”) o le confessioni buddiste. Alcuni aspetti ironici, incredibilmente, sopravvivono: si pensi alla scena del messo di Matsudaira in cerca di una concubina per il suo padrone, che esamina centinaia di ragazze senza trovare quella giusta (per via delle precisissime e assurde richieste fatte dal suo signore) e che sembra uscire da una fiaba. Mizoguchi, dal canto suo, si ritrova a suo agio nel raccontare le vicende di una donna vittima delle azioni degli uomini: sia quando si innamora (il servo Katsunosuke, il mercante di ventagli), sia quando è costretta a condividerne le sorti (il signore Matsudaira, il ladro Bunkichi), sia quando è una vera e propria vittima delle voglie altrui (il mercante Jisei, il cliente falsario), i suoi rapporti con l'altro sesso sono destinati a finire male e a portare sfortuna a lei e agli altri. Persino coloro con cui non ha rapporti romantici/sessuali, ma che hanno comunque potere su di lei, finiscono col tradirla (il padre; i nobili della corte di Matsudaira). Dalle donne, invece, le arriva spesso solidarietà (la madre, le prostitute), anche se alcune di queste – sentendosi tradite – le si rivolteranno contro (la monaca, la moglie di Jisei). Ma è sbagliato definire O-Haru come “vittima della società”, e in particolar modo di una società patriarcale, visto che la donna ci mette senza dubbio anche del suo. Semmai, è vittima del denaro (il padre che la vende) o della sua stessa bellezza. E a volte, al di là delle scelte sbagliate (che nel romanzo di Saikaku erano ancora più esplicite), è semplicemente sfortunata.

Kinuyo Tanaka, “musa” di Mizoguchi e protagonista di quasi tutti i film del regista degli anni quaranta e cinquanta, sfodera qui forse la sua piu grande prova attoriale, sofferta e intensissima, interpretando O-Haru dall'età di quindici anni fino alla vecchiaia, risultando sempre composta e credibile. Attorno a lei, come pianetini attorno a una stella, ruotano una serie di figure minori e a volte macchiettistiche. Estremamente calligrafico (soprattutto nelle scene che descrivono la vita a Kyoto) ma mai manierista, il film racconta la vicende di O-Haru con uno sguardo contemplativo e passa implacabilmente dalla descrizione di riti e momenti solenni ed eleganti agli abissi più profondi della natura umana, dal raffinatissimo cerimoniale di corte alla degradazione (e all'umiliazione) delle prostitute di strada, attraversando tutti gli stadi sociali (nobili, mercanti, monaci) e tutti i “tipi” umani. Notevoli, in particolare, i costumi, soprattutto i kimono che indossa la protagonista. E proprio i capi di vestiario, in più di un'occasione, sono parte integranti del suo destino (l'obi che il marito vuole regalarle è la causa della morte di questi; il kimono che le dona Bunkichi è la causa della sua cacciata da parte della monaca). In generale, anche il modo con cui O-Haru indossa i vestiti suggerisce il suo stato sociale e le tappe del suo degrado: dal raffinato vestiario degli inizi a quello sfacciato di quando lavora come geisha; dal velo che, da prostituta, le serve a mascherare il volto, ormai troppo vecchio per attrarre clienti, fino all'abito da monaca eremita. Due parole infine sullo stile del regista, ormai giunto alla matura perfezione: da ricordare fra i molti piani sequenza, spesso con inquadratura dall'alto e con straordinari movimenti di macchina, quello nel canneto in cui O-Haru vorrebbe suicidarsi con il coltello dopo aver appreso della morte di Katsunosuke e quello in cui cerca inutilmente di avvicinarsi al giovane figlio diventato signore del feudo.

26 marzo 2017

Imprint (Takashi Miike, 2006)

Imprint - Sulle tracce del terrore (Imprint)
di Takashi Miike – Giappone/USA 2006
con Billy Drago, Yuki Kudo
*

Visto in divx.

Alla fine dell'Ottocento, un viaggiatore americano in Giappone (Drago) giunge in un turpe bordello su un'isola, in cerca della donna un tempo amata, che vorrebbe sposare e portare con sé negli Stati Uniti. Gli viene detto che è morta, impiccatasi perché stufa di aspettarlo: ma i dettagli di cui verrà a conoscenza gli sveleranno una serie di verità sempre più angoscianti... Questo mediometraggio (dura circa un'ora) avrebbe dovuto essere trasmesso negli USA all'interno della serie televisiva "Masters of Horror", ma venne giudicato troppo "disturbante" dal produttore Mick Garris e dal canale televisivo Showtime per la sua violenza esplicita e per le immagini inquietanti, e dunque non andò mai in onda (fu inserito però nella raccolta in DVD). E in effetti le scene forti non mancano, su tutte quella della tortura con gli aghi (ma anche le continue immagini dei feti gettati via nel fiume). Anziché essere funzionali alla storia, però, c'è il forte sospetto che siano state inserite da Miike (e mostrate sullo schermo in maniera così esplicita) soltanto per scuotere e sconvolgere lo spettatore, che viene investito peraltro da nuove trovate sempre più inverosimili (la "sorellina"). Personalmente non ho provato che disgusto, e a questo si deve il mio voto minimo. Non aiutano, naturalmente, una recitazione decisamente scadente e un ritmo e un linguaggio più televisivo che cinematografico: si salva giusto la fotografia. Il soggetto è tratto da un racconto di Shimako Iwai, anche se il progressivo venire alla luce di versioni sempre più cupe e sconvolgenti della stessa storia può ricordare in parte il meccanismo di "Rashomon".

6 febbraio 2017

Irma la dolce (Billy Wilder, 1963)

Irma la dolce (Irma la douce)
di Billy Wilder – USA 1963
con Jack Lemmon, Shirley MacLaine
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela e Ginevra.

L'ingenuo poliziotto Nestore Patou (Lemmon), trasferito nel distretto parigino di Les Halles, si innamora della prostituta Irma (MacLaine) e, dopo aver perso il lavoro, ne diventa l'amante e – controvoglia – il protettore. Geloso del "mestiere" della ragazza (la quale non intende smettere di esercitarlo), escogita un piano per averla tutta per sé: si traveste da Lord X, un vecchio e ricchissimo nobile inglese, e ne diventa l'unico "cliente" in esclusiva, pagandola con il denaro che guadagna in segreto lavorando di notte ai mercati rionali... Portando sullo schermo una commedia teatrale francese (di Marguerite Monnot e Alexandre Breffort) che curiosamente ripropone alcune situazioni dei suoi film precedenti (il travestimento, in particolare, ricorda "A qualcuno piace caldo"), e affidandosi alla stessa coppia di attori de "L'appartamento" (anche se il ruolo della MacLaine era stato inizialmente pensato per Marilyn Monroe), Wilder realizza una commedia romantica che affronta il tema della prostituzione con ironia e senza alcun moralismo (per Irma "mantenere" il proprio uomo è anzi un motivo di orgoglio). Il film è forse un po' tirato per le lunghe, ma comunque divertente (e vedere Lemmon nei panni del finto lord inglese è uno spasso). Il quartiere di Les Halles e le viuzze adiacenti sono ricostruite in studio a Hollywood. Memorabili le calze verdi di Irma, in tono con il fiocchetto del suo barboncino Coquette (che Nestore fa ubriacare ogni notte per poter sgattaiolare indisturbato fuori di casa). Lou Jacobi è il barista tuttofare Moustache, che aiuta il protagonista nei suoi intrighi (e che rievoca le sue mille esperienze passate, terminando sempre con la frase "...ma questa è un'altra storia"). Bruce Yarnell è Ippolito, il precedente protettore di Irma. Fra le altre ragazze di strada, si riconoscono Hope Holiday (Lolita, quella con gli occhiali a cuoricino che fanno il verso all'allora recente film di Kubrick), Grace Lee Whitney, Joan Shawlee e Tura Satana (!).

12 luglio 2016

Le massaggiatrici (Lucio Fulci, 1962)

Le massaggiatrici
di Lucio Fulci – Italia/Francia 1962
con Sylva Koscina, Philippe Noiret
**

Visto in TV.

Tre intraprendenti ragazze (Sylva Koscina, Valeria Fabrizi e Cristina Gaioni) aprono una "casa di massaggi" in un appartamento di Roma. Due imprenditori (Ernesto Calindri e Luigi Pavese) si servono delle loro grazie per firmare un lucroso contratto con il presidente (Louis Seigner) della "Casa per la protezione della giovane". Ma quando questi muore proprio mentre si trova in casa delle fanciulle, dovranno nasconderne il cadavere per evitare uno scandalo. Antesignano della commedia sexy e "scollacciata" all'italiana che furoreggierà nel decennio successivo, il film fa esplicito riferimento alla legge Merlin, da poco approvata e ancora al centro del dibattico sociale e politico, e non si fa scrupolo a prendere di mira l'ipocrisia e la "doppia morale" di parte della società e di una certa classe politica. Il sottotitolo della pellicola, "Pochade in un tempo... moderno", chiarisce bene il tono della narrazione: una comicità farsesca e sopra le righe, fra equivoci, doppi sensi, scambi di persona, cadaveri che scompaiono e riappaiono, situazioni pruriginose che regolarmente non portano mai a nulla. Nel complesso, un divertimento innocuo ma interessante come specchio dei tempi, e in ogni caso più spigliato dei tanti film che ne seguiranno. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia hanno una parte piccola ma importante nel finale (i guardiani notturni). Philippe Noiret (che interpreta il viscido segretario del presidente), al suo primo film italiano, è doppiato da Elio Pandolfi. Musica del jazzista Nini Rosso.

20 giugno 2016

Tokyo love hotel (Ryuichi Hiroki, 2014)

Tokyo love hotel (Sayonara Kabukicho)
di Ryuichi Hiroki – Giappone 2014
con Shota Sometani, Atsuko Maeda
**

Visto al cinema Ducale, con Sabrina (rassegna di Cannes).

Le vicende di diversi personaggi si intrecciano nell'arco di 24 ore nelle stanze di un "love hotel" (albergo a ore) a Kabukicho, il più celebre quartiere a luci rosse di Tokyo. Toru (Shota Sometani), il giovane gestore, lavorava un tempo alla reception di un grande hotel di lusso, da cui è stato licenziato senza dirlo alla fidanzata Saya (Atsuko Maeda). Questa è un'aspirante cantante che pur di firmare un contratto discografico accetta di passare la notte con un produttore proprio nell'albergo gestito da Toru: l'incontro fra i due sarà imbarazzante (anche perché poco prima il ragazzo si era imbattuto anche nella sorella Miyu, impegnata nelle riprese di un film porno). Heya (Lee Eun-woo) è una escort coreana al suo ultimo giorno di lavoro, prima di tornare in patria con l'intenzione di aprire un negozio. Masaya (Shugo Oshinari) è un giovane yakuza che abborda studentesse per trasformarle in ragazze squillo: ma l'innocenza e la sincerità di Hinako (Miwako Wagatsuma), la sua ultima vittima, gli faranno cambiare idea. Satomi (Kaho Minami), infine, lavora come donna delle pulizie nell'albergo, dove si imbatte in una poliziotta, giunta lì clandestinamente insieme al suo amante, che potrebbe incriminarla per un reato non ancora caduto in prescrizione. Se il pregio maggiore della pellicola è la sua coralità, con l'ìntreccio di tanti fili e tante storie (alcune delle quali, però, si trascinano un po' troppo a lungo), per il resto il film non riesce mai a fare il salto di qualità, e in certi momenti esibisce persino un pizzico di moralismo che non ci si attenderebbe in un lungometraggio giapponese (vedi per esempio la scena della vasca da bagno, quando una Heya piangente chiede al fidanzato Chong-su di "lavarle via tutto lo sporco"). Il regista si è fatto le ossa con il cinema erotico, per poi passare alle commedie sentimentali: qui sembra voler combinare i due generi, ma l'equilibrio non è del tutto soddisfacente. In generale i personaggi mi sono parsi poco focalizzati, a partire dal protagonista Toru, spettatore troppo impassibile di gran parte delle vicende che gli capitano attorno (compresa la propria!). Il titolo internazionale è "Kabukicho Love Hotel".

6 giugno 2016

Che ho fatto io per meritare questo? (P. Almodóvar, 1984)

Che ho fatto io per meritare questo? (Qué he hecho yo para merecer esto!!)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1984
con Carmen Maura, Verónica Forqué
**1/2

Visto in divx.

Le vicende di una famiglia disfunzionale, ambientate in un caseggiato nella periferia di Madrid, sono al centro di una pellicola quasi corale, ricca di personaggi eccentrici e di situazioni sopra le righe. Gloria (Carmen Maura) lavora come donna delle pulizia e conduce una vita miserabile, cercando a fatica di far quadrare i conti del bilancio familiare. Il marito Antonio (Ángel de Andrés López), tassista, vive nel ricordo della sua prima fiamma, la cantante tedesca Ingrid Muller. Il figlio maggiore Toni (Juan Martínez) vende marijuana ed è l'unico che sembra andare d'accordo con la nonna (Chus Lampreave), una vecchietta taccagna e sciroccata, mentre il figlio minore, Miguel (Miguel Ángel Herranz), è gay e si prostituisce nonostante la giovane età. Fra i personaggi che si muovo attorno a loro, e le cui strade si intrecciano in continuazione, ci sono le vicine di casa Cristal (Verónica Forqué), prostituta con la passione per i travestimenti, e Juani (Kiti Manver), che maltratta ripetutamente la figlia Vanessa (dotata, all'insaputa di tutti, di poteri telecinetici). Ma anche Lucas (Gonzalo Suárez) e Patricia, coppia di scrittori alcolizzati. E ancora: uno psicanalista depresso, un poliziotto impotente, un dentista pedofilo, un ramarro domestico... Fra falsi diari di Hitler e delitti in famiglia, il quarto film di Almodóvar, quello che lo fece uscire dai confini del cinema underground per consacrarlo a livello nazionale, nonostante una certa mancanza di focus (alcuni personaggi minori lasciano il tempo che trovano) risulta complessivamente coerente ed equilibrato, oltre in linea con la sua poetica kitsch, fantasiosa e alternativa, con particolare attenzione ai personaggi femminili e a quelli più disagiati ed emarginati. Anche se non dichiaratamente comico, il tono è leggero e non si prende mai sul serio, risultando surreale e divertente: e questo nonostante il regista abbia dichiarato di aver voluto rendere omaggio al neorealismo italiano, con un film che fosse un "ritratto pulsante della vita suburbana nelle grandi città". In ogni caso, a livello formale rappresenta un deciso passo in avanti rispetto ai lavori precedenti. Cecilia Roth è la ragazza dell'annuncio pubblicitario in tv, mentre lo stesso Almodóvar appare cantando (in playback) in un programma trasmesso in televisione.