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4 ottobre 2019

I tartassati (Steno, 1959)

I tartassati (aka Fripouillard et Cie)
di Steno – Italia/Francia 1959
con Totò, Aldo Fabrizi
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Il cavalier Pezzella (Totò), proprietario di un avviato negozio di abbigliamento nel centro di Roma, evade le tasse. Quando riceve la visita fiscale del maresciallo tributario Topponi (Aldo Fabrizi), cerca in ogni modo di evitare di pagare l'inevitabile multa. Seguendo i suggerimenti del suo disonesto e imbranato "consulente fiscale" (Louis de Funès), Pezzella prova così a "ingraziarsi" l'integerrimo Topponi, fra eccessivo servilismo e maldestri tentativi di corruzione che non andranno mai a buon fine, spesso ritorcendosi contro di lui ma comunque rendendo difficile la vita ad entrambi: e nel frattempo i due uomini si scopriranno legati l'uno all'altro perché i rispettivi rampolli (il figlio del commerciante e la figlia del maresciallo) finiranno con l'innamorarsi... Un soggetto esile e di facile appiglio, con situazioni da barzelletta (la battuta di caccia...) e una regia anonima, ravvivato però dall'estro dei due protagonisti, che avevano già recitato insieme (con ruoli simili) in "Guardie e ladri". Totò, "furbo" finto e maldestro che rende impossibile la vita del "retto" e disciplinato Fabrizi, sembra quasi voler invertire con l'amico/nemico i ruoli di perseguitato e di persecutore (o di "vittima" e carnefice), dando vita a scenette e situazioni comiche innegabilmente divertenti, soprattutto se ci si mette nei panni dello sfortunato Fabrizi. La lieve satira sociale (le tasse, il consumismo, l'antifascismo) completa il tutto. Il produttore Mario Cecchi Gori interpreta un passante. Nota: nella versione francese si dà maggiore risalto al personaggio interpretato da Louis de Funès (e meno a quello di Fabrizi), con alcune scene non presenti nell'edizione italiana.

26 dicembre 2015

Capriccio all'italiana (Monicelli, Steno, Pasolini, et al., 1968)

Capriccio all'italiana
di Mario Monicelli, Steno, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi – Italia 1968
con Totò, Walter Chiari, Silvana Mangano
**

Visto in divx.

Come e ancor più che nei precedenti film ad episodi ai quali aveva contribuito (ovvero "Ro.Go.Pa.G.", con il segmento "La ricotta", e "Le streghe", con "La terra vista dalla luna"), in questo lungometraggio collettivo Pasolini svetta sui suoi colleghi con l'episodio non solo migliore del lotto, ma anche l'unico che francamente vale la pena di vedere: e non solo per meriti artistici, ma anche perché si tratta dell'ultima apparizione sul grande schermo di Totò, che sarebbe scomparso di lì a poco, senza nemmeno aver visto il film completato. Il corto di Pasolini, una poetica riflessione sul teatro (a partire da una recita dell'Otello di Shakespeare con le marionette), coinvolge tanti nomi celebri dello spettacolo e della comicità italiana (oltre al principe De Curtis, anche Domenico Modugno, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Laura Betti e altri ancora). Per il resto, da salvare solo in parte gli episodi di Steno (anche questo con Totò) e di Bolognini con Walter Chiari e Ira Fürstenberg, se non altro per curiosità legate a fenomeni sociali allora in voga, in primis la moda dei "capelloni", i ragazzi beat che impazzavano negli anni '60. Gli altri tre episodi (interpretati – come ne "Le streghe" – da una multiforme Silvana Mangano, che il marito-produttore Dino De Laurentiis amava infilare un po' ovunque) sono brevissimi e da dimenticare: nient'altro che barzellette poco divertenti.

"La bambinaia", di Mario Monicelli (*), con Silvana Mangano
Dopo aver rimproverato un gruppo di bambini che stavano leggendo fumetti violenti e "diseducativi" (Diabolik, Satanik, Kriminal), una bambinaia – che parla con forte accento tedesco – legge loro le fiabe di Perrault: ma i piccoli, spaventati e impauriti, piangono (mentre con i fumetti ridevano).

"Il mostro della domenica", di Steno (*1/2), con Totò e Ugo D'Alessio
Un uomo che disprezza i giovani capelloni si traveste in varie maniere per adescarli e sequestrarli. Soprannominato "Il mostro" dai giornali, viene infine arrestato dalla polizia. Ma quando scopre che si limitava a rapare a zero i giovani, il commissario lo lascia libero, incaricandolo anzi di tagliare i capelli anche al proprio figlio. Da salvare soltanto per Totò e i suoi travestimenti.

"Perché?", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano ed Enzo Marignani
Nel traffico di rientro in città dopo l'esodo di fine settimana, una donna tormenta il marito affinché vada più veloce, spingendolo infine ad aggredire un altro automobilista.

"Che cosa sono le nuvole?", di Pier Paolo Pasolini (***1/2),
con Totò e Ninetto Davoli
Una compagnia di marionette porta in scena l'"Otello". Ma il pubblico in sala si ribella contro le perfidie di Iago, e sale sul palco per aggredire lui e lo stesso Otello prima che uccida Desdemona. Le due marionette, malridotte, verranno gettate in una discarica, dove per la prima volta potranno guardare il cielo sopra di loro: "Oh, straziante, meravigliosa bellezza del creato!". Radunando amici (il poeta Francesco Leonetti, nel ruolo del marionettista; il cantante Domenico Modugno, l'immondezzaio, che intona una canzone scritta dallo stesso Pasolini) e celebri comici italiani (Franco e Ciccio, Carlo Pisacane, Mario Cipriani, Laura Betti, Adriana Asti), oltre all'ormai collaudata coppia Totò/Ninetto Davoli, il regista mette in scena una poetica riflessione sull'arte e la vita ("Siamo in un sogno dentro un sogno", spiega Totò a un perplesso Ninetto). Se sul palcoscenico le marionette – legate ai fili e manovrate dal burattinaio – recitano il loro copione, dietro le quinte le vediamo "libere" di riflettere, commentare e filosofeggiare sull'esistenza, i sentimenti e il destino ("Qual è la verità?", "Cosa sento dentro di me?"). Otello (Davoli), essendo stato costruito da poco e quindi appena nato, è pieno di curiosità e di stupore: chiede il perché di ogni cosa (sarà lui nel finale a esprimere la domanda che dà il titolo all'episodio), mentre Iago (un Totò dal volto colorato di verde, simbolo dell'invidia e dell'odio) è "cattivo" solo mentre recita la sua parte: per il resto elargisce con paterna comprensione massime di saggezza. All'inizio, i cartelloni che pubblicizzano gli spettacoli della compagnia di marionette fanno riferimento a lavori precedenti ("La terra vista dalla luna") e futuri ma mai realizzati ("Le avventure del re magio randagio", "Mandolini") di Pasolini con la coppia Totò-Ninetto, tutti tasselli di un ciclo "comico", parallelo al resto della sua filmografia, che era cominciato con "Uccellacci e uccellini" e termina purtroppo qui, prematuramente, a causa della morte del comico partenopeo. Il regista (che contemporaneamente stava già lavorando all'adattamento cinematografico di "Edipo Re") virerà per alcuni anni in un'altra direzione (quella delle tragedie greche e dei ritratti dei paesi del Terzo Mondo), per poi riprendere il progetto in mano – con l'intento di reclutare Eduardo De Filippo al posto di Totò – negli ultimi mesi prima della sua morte.

"Viaggio di lavoro", di Pino Zac e Franco Rossi (*), con Silvana Mangano
La sovrana di uno stato europeo, durante un viaggio in vari paesi dell'Africa, scatena un incidente diplomatico quando confonde uno stato per un altro. Parzialmente in animazione.

"La gelosa", di Mauro Bolognini (*1/2), con Ira Fürstenberg e Walter Chiari
Dopo una serata trascorsa a ballare, una ricca coppia litiga, con lui che la rimprovera di essere troppo gelosa. I due fanno un patto: cercheranno di avere fiducia l'uno dell'altro, senza farsi domande. Ma quando lo vede uscire vestito di tutto punto, la donna lo pedina fino a un appartamento, dove lo scopre in mutande... Si trattava però solo di una sartoria.

16 dicembre 2015

Le streghe (Visconti, Pasolini, De Sica, et al., 1967)

Le streghe
di Luchino Visconti, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi, Vittorio De Sica – Italia 1967
con Silvana Mangano, Totò, Clint Eastwood
**

Visto in divx.

Film ad episodi sul tema della "donna strega". Dei cinque segmenti, due (quelli di Bolognini e Rossi) sono brevissimi, poco più che degli sketch di quattro-cinque minuti, mentre gli altri tre si estendono più a lungo, sui trenta minuti. Il migliore è senza dubbio quello di Pasolini (una fiaba fuori dal tempo con Totò e Ninetto Davoli, quasi un sequel di "Uccellacci e uccellini"), anche se qualcosa di interessante, seppure evanescente o datato, si trova anche negli episodi di De Sica (con un Eastwood "imborghesito") e di Visconti. Il filo conduttore è Silvana Mangano (all'epoca moglie del produttore Dino De Laurentiis), protagonista di tutti gli episodi, in seguito una presenza ricorrente nei film di Pasolini ("Edipo Re", "Teorema", "Il Decameron") e Visconti ("Morte a Venezia", "Ludwig", "Gruppo di famiglia in un interno"). I titoli di testa, in stile cartoon, sono di Pino Zac. Piero Piccioni realizza la colonna sonora per quattro dei cinque episodi (in quello di Pasolini, la musica è di Ennio Morricone).

"La strega bruciata viva", di Luchino Visconti (*1/2), con Silvana Mangano, Annie Girardot
Una diva di Hollywood, in visita a un'amica nella sua casa di Kitzbühel per le vacanze invernali, è al centro dell'attenzione di tutti: le donne ne ammirano la bellezza, gli uomini vorrebbero portarsela a letto. In un'atmosfera superficiale e svagata, fra tediosi giochi di società e goffi tentativi di adulterio, la diva fa preoccupare tutti sul suo stato di salute a causa di un lieve mancamento. Ma quando scopre di essere incinta, tenta inutilmente di convincere il marito (che è rimasto a New York) di lasciarle abbandonare il cinema per uno o due anni, scagliandosi contro l'ipocrisia di produttori, cineasti e pubblico. Il conformismo, i vizi e le virtù dell'(alta) borghesia, in un episodio – scritto da Giuseppe Patroni Griffi e Cesare Zavattini – dove la vena "decadentista" di Visconti sfiora quella intellettuale di Antonioni sull'incomunicabilità. Rivisto oggi, appare francamente datato. Nel cast, piccoli ruoli per Francisco Rabal, Clara Calamai, Marilu Tolo ed Helmut Berger (quest'ultimo alla prima collaborazione con Visconti).

"Senso civico", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano, Alberto Sordi
Una donna carica sulla sua macchina un camionista rimasto ferito in un incidente stradale, affermando di volerlo portare in ospedale. In realtà se ne serve per avere il via libera in tutti gli incroci e giungere così più rapidamente all'appuntamento con il suo amante. Sketch squallido e per nulla divertente, servito da una regia monotona.

"La terra vista dalla luna", di Pier Paolo Pasolini (**1/2), con Totò, Ninetto Davoli, Silvana Mangano
Proseguendo nel filone comico-surreale inagurato l'anno prima con "Uccellacci e uccellini" (un mini-ciclo con Totò e Ninetto Davoli che sarebbe poi proseguito con un altro cortometraggio, "Che cosa sono le nuvole?", e che avrebbe dovuto concludersi con il film "Re magio randagio", mai realizzato a causa dell'improvvisa morte dell'attore napoletano), Pasolini propone una vera e propria fiaba "stralunata" (vedi il titolo!) e "contro il senso comune". Protagonisti sono Ciancicato Miao (Totò) e suo figlio Baciù (Davoli), in cerca di una donna che possa fare da moglie per l'uno e da madre per l'altro. Dopo un'estenuante ricerca durata un anno, la trovano in Assurda Caì (Mangano), fata sordomuta da capelli verdi, che porterà serenità e bellezza nella loro povera casa. E soprattutto, tornerà magicamente e inspiegabilmente dalla morte, dopo essere caduta dal Colosseo per un incidente. La morale, come recita la didascalia finale: "essere morti o essere vivi è la stessa cosa". Lontano dai sottotesti ideologici e satirici di "Uccellacci e uccellini", un episodio innocente e leggero, ambientato in un mondo dove passato, presente e futuro coesistono, così come l'allegria e la tristezza, la realtà e la sua caricatura, la ricchezza interiore e la desolazione esteriore. L'intento di PPP, in effetti, stavolta non era quello di lanciare un messaggio sociale o politico (il cartello iniziale spiega che "visto dalla Luna, questo film [...] non è niente e non è stato fatto da nessuno") ma di sviluppare un nuovo e personale linguaggio fimico (fra i modelli, oltre naturalmente alle fiabe, i fumetti – si pensi alle didascalie, ma anche ai colori di acconciature e abiti – e le comiche di Chaplin – omaggiato in un ritratto appeso in casa Maio, nonché dal mutismo di Assurdina), più universale e archetipico, che caratterizzerà i successivi lavori del regista.

"La siciliana", di Franco Rossi (*1/2), con Silvana Mangano
In un paesino della Sicilia, uno sgarbo di poco conto a una donna è la scintilla che dà il via a una faida sanguinosa a base di vendette a catena. Nonostante alcuni accenni satirici sul concetto di onore e il suo stereotipo nel Sud, il maggior pregio dell'episodio è quello di essere veloce e brevissimo.

"Una sera come le altre", di Vittorio De Sica (**), con Silvana Mangano, Clint Eastwood
Una moglie soffre perché la sua relazione con il marito, dopo dieci anni di matrimonio, è precipitata nella monotonia e nelle abitudini. Se l'uomo è stanco e svogliato, la donna è repressa e frustrata: nelle sue fantasticherie, immagina di ribellarsi, di insultarlo e di maltrattarlo, di farsi corteggiare da altri – dapprima dai personanaggi dei fumetti e poi da una folla immensa – e di suscitare così la sua passione o la sua gelosia. Su sceneggiatura (fra gli altri) di Zavattini, De Sica mette in scena la noia di una coppia borghese, in un episodio che non manca di momenti onirici e visionari (gli scenari completamente bianchi, o tutta la sequenza finale), ma tirata un po' troppo per le lunghe. Interessante vedere Eastwood in un ruolo così lontano dalla sua immagine di pistolero western (aveva appena girato la trilogia del dollaro con Sergio Leone), anche se, in alcuni momenti del sogno ad occhi aperti della moglie, usa effettivamente la pistola.

11 settembre 2015

Uccellacci e uccellini (P. P. Pasolini, 1966)

Uccellacci e uccellini
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1966
con Totò, Ninetto Davoli
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona.

Dall'incontro fra la poetica di Pier Paolo Pasolini e l'arte interpretativa di Totò (che avrebbero poi collaborato insieme in due cortometraggi, "La terra vista dalla luna" e "Che cosa sono le nuvole?", prima della morte dell'attore nel 1967) nacque questo bizzarro oggetto cinematografico, un'ironica e favolistica allegoria sulla crisi del marxismo, che PPP percepiva come ormai incapace di parlare al popolo e vedeva – come al solito, in anticipo sui tempi – sull'orlo della sua sconfitta storica. Ambientato sulle strade di una periferia misera e desolata, fra vie intestate a persone qualunque ("Benito La Lacrima, disoccupato", "Lillo Strappalenzola, scappato di casa a 12 anni") e segnali stradali che indicano località lontane migliaia di chilometri (Istambul, Cuba), il film segue il cammino di due persone, padre (Totò) e figlio (Ninetto Davoli), che la didascalia introduttiva ("Dove va l'umanità? Boh!", definita ironicamente come il "succo di un'intervista di Mao") identifica da subito come rappresentanti dell'intero genere umano, in viaggio su una strada che non conduce apparentemente da nessuna parte. E infatti il loro percorso, al di là dei vari episodi, degli occasionali incontri e dei tanti discorsi (sia "concreti" che filosofici sulla vita, la morte, la natura), si snoda senza meta e senza fine. A un certo punto i due incontrano un corvo parlante (con la voce di Francesco Leonetti) che una didascalia, a scanso di equivoci, equipara a un "intellettuale di sinistra – diciamo così – di prima della morte di Palmiro Togliatti". Ma di fronte alle sue prediche, ai suoi dubbi e alla sua "voce della coscienza", Totò e Ninetto mostrano insofferenza e indisposizione all'ascolto. I due rappresentano la complessità e la contraddittorietà di quella popolazione che stava nascendo dalla fine del proletariato e dalla sua fusione con la borghesia, tanto che sono di volta in volta sfruttatori (quando esigono l'affitto di uno stabile di loro proprietà dalla famiglia povera che ci vive) o sfruttati (quando a loro volta devono dei soldi a un ricco ingegnere, il "pesce più grosso" che aveva prenannunciato il corvo). La loro "innocenza" (i due, di cognome, fanno proprio Innocenti) è semplicità d'animo, non necessariamente bontà o cattiveria, categorie che non sembrano più trovare spazio nel nuovo contesto in cui si muovono.

Nell'economia del film, lo spazio maggiore è dedicato all'episodio raccontato dal corvo e ambientato nel 1200, in cui due frati (interpretati sempre da Totò e Davoli) vengono incaricati da San Francesco (che cita Marx, "un uomo con gli occhi azzurri") di andare a predicare la parola del Signore e la pace agli uccelli. Dopo molto tempo e fatiche, sia i falchi che i passerotti accolgono la buona novella: peccato che fra loro continuino a farsi la guerra, indice che è dalle disuguaglianze fra classi che nasce la lotta e l'infelicità. Ma le parabole e gli insegnamenti del corvo, come già detto, non trovano terreno fertile nei due viandanti, tanto che il volatile farà una fine... ingloriosa: sarà mangiato! Pasolini, come sempre in anticipo sui tempi, è dunque il primo a riconoscere che una certa ideologia di sinistra, per quanto in buona fede, aveva ormai fatto il suo tempo. Proprio la citata morte di Togliatti (avvenuta due anni prima, e di cui vengono mostrate sequenze dei funerali) intende rappresentare una sorta di spartiacque fra un ideologia che riusciva a "parlare" al popolo (si pensi i primi piani sui volti degli operai che piangono durante le esequie) e un pensiero intellettuale che invece è visto come un peso, a malapena tollerato o, nel peggiore dei casi, distrutto e divorato (come il corvo) a fini utilitari ("la cultura come merce"). Il film però non si esaurisce nelle metafore sociali e politiche: con l'aiuto della straordinaria coppia di interpreti, offre tutta una serie di episodi bizzarri, stralunati, metafisici e poetici, degni di una pellicola on the road che si rispetti: dall'incontro con i saltimbanchi e con la donna che partorisce, a quello con la prostituta Luna (Femi Benussi), con cui padre e figlio si appartano separatamente, dal convegno dei "dentisti dantisti" alla guerra scatenata dall'aver... defecato nei campi, senza dimenticare la ragazza vestita da angelo che affascina Ninetto (la stessa attrice dell'annunciazione nel "Vangelo secondo Matteo"). La colonna sonora di Ennio Morricone, che si apre con gli straordinari titoli di testa cantati da Domenico Modugno, ingloba un po' di tutto: da Mozart (un paio di arie del "Flauto magico") a "Fischia il vento". Sergio Citti e Vincenzo Cerami sono aiuto registi.

6 aprile 2013

Letto a tre piazze (Steno, 1960)

Letto a tre piazze
di Steno – Italia 1960
con Totò, Peppino De Filippo
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Visto in TV, con Sabrina.

Nel giorno dell'anniversario del loro matrimonio, Amalia (Nadia Gray) e Giuseppe (Peppino) scoprono che il precedente marito di lei, Antonio (Totò), presunto morto da vent'anni e dato per disperso durante la campagna di Russia, è ancora vivo e ha fatto ritorno a casa. Mentre i due uomini si scontrano a più riprese per stabilire chi sia il legittimo consorte della signora (che a sua volta cerca di fare chiarezza nel proprio cuore), nella dimora si instaura un insolito "ménage à trois" che provoca guai a non finire, anche perché i due mariti non perdono occasione per screditarsi a vicenda. Classica commedia costruita su un bizzarro spunto di partenza e poi affidata in via esclusiva, e col pilota automatico, alla verve della coppia comica Totò/Peppino. Si ha quasi l'impressione che gli sceneggiatori (fra i quali Lucio Fulci, che in un primo momento avrebbe anche dovuto dirigere la pellicola) non sappiano come portare avanti la storia, che si snoda attraverso gli esilaranti e svariati duetti dei due contendenti, negli ambienti più disparati (la scuola femminile dove Peppino insegna lettere, la località di montagna – ricostruita in studio – dove il trio si trasferisce per cambiare aria, il locale notturno dove si esibisce la soubrette/escort Angela Luce). Memorabile il Totò reduce, che dorme vestito e con il ritratto di Stalin appeso sopra il letto perché "in Russia facciamo tutti così, sono abituato, sennò non mi addormento". Cristina Gajoni è Prassede, la giovane cameriera con il fidanzato geloso.