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13 febbraio 2021

Amsterdamned (Dick Maas, 1988)

Amsterdamned (id.)
di Dick Maas – Olanda 1988
con Huub Stapel, Monique van de Ven
**

Visto in divx.

Un misterioso e feroce serial killer, che sceglie a caso le sue vittime fuoriuscendo dai canali d'acqua, terrorizza la città di Amsterdam. Le indagini, dirette dal detective Eric Visser, si concentrano sull'ambiente dei sommozzatori dilettanti: l'assassino, infatti, indossa una tuta da sub. A metà strada fra il giallo all'italiana e il poliziesco d'azione americano, il terzo film del regista Dick Maas (nonché quello che lo ha portato all'attenzione della critica internazionale) è un'onesta pellicola con tutti i crismi e i cliché del genere, che compensa la scarsa originalità di storia e personaggi con la buona fattura delle scene d'azione (memorabile in particolare l'inseguimento in barca per i canali della città, ispirato a un film inglese del 1971, "Puppet on a chain") e soprattutto con l'ambientazione, che sfrutta la particolare topografia della capitale olandese senza limitarsi a fare il verso agli action movie hollywoodiani. Da ricordare anche le soggettive dell'assassino e l'alta tensione nel finale. Fra le cose migliori del film c'è sicuramente anche il titolo (l'omonima canzone, che figura nella colonna sonora firmata dal regista stesso, è della band femminile Loïs Lane). Curiosamente, molte scene non sono state girate ad Amsterdam ma a Utrecht.

10 dicembre 2019

Lo zoo di Venere (Peter Greenaway, 1985)

Lo zoo di Venere (A Zed & Two Noughts)
di Peter Greenaway – GB/Olanda 1985
con Andréa Ferréol, Brian Deacon, Eric Deacon
**1/2

Rivisto in DVD.

Quando le proprie mogli scompaiono in un incidente automobilistico causato da un cigno (!), i fratelli gemelli Oliver e Oswald Deuce (Brian ed Eric Deacon), etologi presso lo zoo di Rotterdam, rimangono ossessionati dalla morte e dalla putrefazione. Iniziano così una serie di esperimenti, filmando le carcasse di animali in decomposizione, e nel contempo danno vita a una relazione a tre con Alba (Andréa Ferréol), la donna che era alla guida dell'auto dove sono morte le mogli, che ha avuto una gamba amputata dal misterioso e ambiguo chirurgo Van Meegeren (Gerard Thoolen), a sua volta ossessionato dall'arte del pittore fiammingo Vermeer e dal desiderio di replicarne i dipinti. Pellicola surreale e caledoiscopica, nella quale Greenaway (al secondo lungometraggio di finzione dopo "I misteri del giardino di Compton House") inietta, come suo solito, i tanti temi che lo affascinano da sempre, dal sesso alla morte, dagli alfabeti alle catalogazioni, senza preoccuparsi del realismo o di un filo logico e rinunciando al tipo di narrazione tradizionale, col rischio di disorientare lo spettatore o, più probabilmente, di alienarlo o disgustarlo. Anche grazie alla splendida fotografia di Sacha Vierny (con il quale il regista inaugura una collaborazione destinata a durare), ogni inquadratura è ricchissima di dettagli e di allegorie, di citazioni mitologiche o artistiche, all'insegna della geometria o, più esattamente, di una simmetria che permea l'intera pellicola, a iniziare dal titolo (la parola ZOO si riferisce ai tre protagonisti) e dai personaggi stessi. Inizialmente ben diversi, al punto da litigare fra loro, Oliver e Oswald (interpretati da una vera coppia di fratelli) finiscono per assomigliarsi sempre più, fino a essere indistinguibili e a desiderare addirittura di diventare una cosa sola (facendosi "ricucire" insieme come alla nascita, quando erano siamesi, oppure considerandosi un unico individuo, per esempio quando si definiscono "il padre" dei due bambini, anch'essi gemelli, che partorisce Alba). La ricerca della simmetria o quella della complementarietà, a livello sociale ma anche biologico (vita-morte), guida tutte le loro azioni e ne condiziona l'ambiente: si ritrova nelle scenografie, nei discorsi, nei racconti che li circondano (spesso il tema sono gli animali, alcuni dei quali – come la zebra – si prestano perfettamente a questo tema). Di questo gioco di rimandi concettuali, metatestuali e artistici fanno parte i diversi personaggi di contorno: Beta, la figlioletta di Alba, che recita l'alfabeto con i nomi di animali; Venere di Milo (Frances Barber), la prostituta/sarta/aspirante scrittrice che racconta aneddoti sulla fauna e sul sesso; Van Hoyten (Joss Ackland), il misterioso direttore dello zoo, figura ricorrente nell'immaginario greenawayano (è il principale antagonista dell'ornitologo Tulse Luper); Caterina Bolnes (Guusje Van Tilborg), la moglie/assistente di Van Meegeren. Fra filmati di frutti o di animali in decomposizione, mutilazioni e amputazioni varie, passaggi surreali o grotteschi e l'impressione che molto di ciò che si vede sia estemporaneo o fine a sé stesso, il film non è certo per tutti i gusti: ma cresce ad ogni successiva visione, specie se accompagnata da quella degli altri lavori del regista, con cui forma un corpus autonomo e coerente (molti gli elementi, per esempio, che anticipano il successivo "Giochi nell'acqua"). Per certi versi il film ricorda anche "Inseparabili" di Cronenberg. Fondamentale la colonna sonora di Michel Nyman, integrata da due canzoni d'antan, "The Teddy Bear's Picnic" e "An Elephant Never Forgets" (su musica di Schumann).

28 agosto 2010

Father and daughter (M. Dudok de Wit, 2000)

Father and daughter
di Michaël Dudok de Wit – Olanda/GB 2000
animazione tradizionale
***

Visto in divx alla Fogona.

Dal regista de “Il monaco e il pesce” ecco un altro splendido film, vincitore fra l'altro dell'Oscar per il miglior cortometraggio animato nel 2001. Una bambina, in compagnia del padre, percorre in bicicletta un viale alberato ai margini di campi e coltivazioni, fino a giungere al limitare delle acque. Qui il genitore si allontana con una barchetta, lasciando la figlia ad attenderlo inutilmente. Per tutta la vita la ragazza continuerà a recarsi in bici al molo da cui il padre è partito, nella speranza di vederlo tornare, il che non le impedirà nel frattempo di vivere pienamente la propria esistenza. La delicatezza dei disegni, con personaggi in silhouette e acquerelli che illustrano il paesaggio, la natura e le stagioni, e la bellissima colonna sonora che ricorda Yann Tiersen lo rendono un piccolo gioiellino da vedere e rivedere (dura soltanto otto minuti). Naturalmente l'intero episodio non è che una delicata metafora della morte.

5 marzo 2008

Le più belle truffe del mondo (aavv, 1964)

Le più belle truffe del mondo
(Les plus belles escroqueries du monde)
di Hiromichi Horikawa, Roman Polanski, Ugo Gregoretti, Claude Chabrol, Jean-Luc Godard – Fra/Ita/Ola/Gia 1964
**

Visto in divx, in francese.

Un film a episodi poco accattivante e poco omogeneo per stile (per lo più tendente alla commedia), nel quale spicca in positivo il segmento diretto da Polanski, al suo primo lavoro fuori dalla Polonia. Interessanti anche gli episodi di Godard e Gregoretti. Sui titoli di testa e come introduzione a ogni segmento c'è una canzone, non eccezionale, di Serge Gainsbourg.

Tokyo – "Les cinq bienfaiteurs de Fumiko", di Hiromichi Horikawa, con Mie Hama, Ken Mitsuda (*1/2)
Una ragazza che lavora come intrattenitrice in un locale segue fino a casa un cliente, un anziano musicista, per rubargli la dentiera di platino. Ma scoprirà che era falsa. Horikawa era stato assistente regista di Kurosawa, ma non ha ereditato il talento dell'Imperatore. La protagonista è simpatica, ma il film manda di... "mordente" (ah ah!).

Amsterdam – "La riviere de diamants", di Roman Polanski, con Nicole Karen, Jan Teulings (**1/2)
Una ragazza francese seduce un ricco diplomatico e si finge sua moglie per sottrarre a un gioielliere una preziosa collana di diamanti. Ma evidentemente non le interessava poi tanto, visto che subito dopo la baratta con un pappagallo (!). Ambientato in una Amsterdam cosmopolita e trafficata, dove ogni tanto si intravede la polizia che ripesca un'automobile finita nei canali, è l'episodio più bello, girato in maniera frizzante e con uno stile che il Mereghetti giustamente definisce "svagato e funambolico".

Napoli – "La feuille de route", di Ugo Gregoretti, con Gabriella Giorgelli, Beppe Mannaiuolo (**)
Una prostituta ha ricevuto il foglio di via e sarebbe costretta a tornare al paese natale. Un giovane studente in legge le suggerisce di sposare un vecchietto dell'ospizio per "mettersi in regola". L'idea piace al suo protettore, che sogna di applicarla su grande scala. Ma il vecchietto, che voleva consumare la sua prima notte di nozze, si vendica denunciando i due per adulterio. I toni a metà fra commedia e neorealismo salvano un po' un episodio che forse sarebbe stato più interessante con maggior tempo a disposizione per approfondire i personaggi.

Parigi – "L'homme qui vendit la tour Eiffel", di Claude Chabrol, con Francis Blanche, Jean-Pierre Cassel (*)
Una banda di truffatori, tutti con nasi e baffi finti, vende la torre Eiffel a un tedesco che ha una vera e propria venerazione per il monumento. Una farsa senza stile e senza idee, che sembra la brutta copia di una commedia all'italiana (ricorda infatti la gag della Fontana di Trevi di "Totòtruffa 62"). I personaggi sono soltanto delle macchiette, e le uniche scene belle sono quelle della Torre, che ricordano il documentario "La Tour" di René Clair. Catherine Deneuve ha una particina minuscola e dice solo una battuta (quasi di culto) al suo compagno, uno dei truffatori: "Ti preferisco con un naso finto".

Marrakech – "Le Grand Escroq", di Jean-Luc Godard, con Jean Seberg, Charles Denner (**)
Una giovane reporter americana (che si chiama Patrizia: è lo stesso personaggio di "À bout de souffle"?), in giro per il mondo per fare reportage, documentari e "cinema-verità", si aggira per la medina di Marrakech con una macchinetta per cineriprese e indaga su un misterioso falsario di biglietti di banca, che le spiega le proprie ragioni ("La charité ne pense pas le mal", dalla prima lettera ai Corinzi). Rispetto agli altri episodi, sembra decisamente fuori posto con le sue riflessioni filosofiche sul cinema, la società, la politica e l'economia, tipiche del Godard di quegli anni, e infatti il segmento era stato eliminato dalle versioni del film proiettate in Europa.

17 settembre 2007

Nightwatching (P. Greenaway, 2007)

Nightwatching
di Peter Greenaway – GB/Olanda 2007
con Martin Freeman, Emily Holden
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Hiromi, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia)

Un grande Greenaway, senza dubbio uno dei suoi migliori film da alcuni anni a questa parte: racconta la storia del quadro di Rembrandt "La ronda di notte", dipinto dall'artista olandese su commissione per conto di alcuni nobili soldati di Amsterdam facenti parte di una compagnia di miliziani. Nel dipinto, che rompeva molte delle convenzioni dell'epoca per quanto riguardava i ritratti di gruppo, il pittore inserì una serie di bizzarri elementi che intendevano accusare i personaggi ritratti di aver cospirato per assassinare il comandante della propria stessa compagnia. Il film ha una forte impostazione teatrale che però non riduce né il coinvolgimento dello spettatore né la possibilità di apprezzare i dettagli, la recitazione, la musica e tutti gli elementi filmici caratteristici dello stile di Greenaway. Comincia con un incubo di Rembrandt, che sogna di essere stato accecato e ridotto a poter osservare soltanto le tenebre e la notte, e prosegue con un misterioso intrigo che per affinità tematica può ricordare proprio il primo lungometraggio del regista, "I misteri del giardino di Compton House". Ma stavolta l'artista è più il manipolatore che il manipolato, e la pellicola si trasforma in un'interessante riflessione sull'arte (la pittura, in questo caso) come finzione scenica e sulla "disonestà" degli artisti. Lungi dall'essere una biografia, presenta comunque un Rembrandt forte e indimenticabile, un uomo fermo e risoluto che ama sua moglie ma anche le altre donne (in particolare le domestiche), che detesta le ingiustizie, che indugia nelle imprecazioni, che si mostra cinico e sardonico con i nobili e i potenti. Importante il ruolo dell'incessante musica, così come i toni oscuri della fotografia che riproducono quelli del dipinto.

11 settembre 2006

Black book (P. Verhoeven, 2006)

Black book (Zwartboek)
di Paul Verhoeven – Olanda 2006
con Carice van Houten, Sebastian Koch
***

Visto al cinema Plinius, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Una giovane ebrea olandese, scampata al massacro della propria famiglia a opera delle SS, entra a far parte della resistenza e accetta di diventare l'amante di un capitano tedesco per estorcergli informazioni, ma poi finisce per innamorarsene. Verhoeven ricorre a tutta l'esperienza maturata a Hollywood per girare un romanzone storico-avventuroso coinvolgente e di ottima fattura, dove tragedie e speranze, tradimenti e complotti, sparatorie ed evasioni si succedono senza interruzione per oltre due ore. Alcuni snodi narrativi sono forse un po' esagerati, e non mancano momenti maliziosamente sopra le righe e quasi trash, ma nel complesso lo spettacolo funziona e il film mi ha tenuto con il fiato sospeso fino alla fine. Brava la protagonista, che sfoggia un look alla Jean Harlow. E bella l'ultimissima scena, che fa riflettere sulla ciclicità degli orrori della guerra e degli errori dell'uomo. Ci sono state alcune polemiche sul fatto che il regista abbia presentato i nazisti (alcuni, almeno) come esseri umani a tutti gli effetti, con pregi e difetti, così come alcuni membri della resistenza come bastardi pronti a tradire i compagni. Ho addirittura sentito accusare il film di antisemitismo: evidentemente il povero Verhoeven è destinato a essere sempre incompreso, almeno politicamente, come ai tempi di "Starship troopers".