28 febbraio 2021

Il bacio della donna ragno (H. Babenco, 1985)

Il bacio della donna ragno (Kiss of the Spider Woman)
di Héctor Babenco – USA/Brasile 1985
con William Hurt, Raúl Juliá
***1/2

Rivisto in divx.

Rinchiusi nella stessa cella (siamo in un paese sudamericano sotto la dittatura), l'omosessuale Luis Molina (William Hurt) e il prigioniero politico Valentin Arregui (Raúl Juliá) stringono lentamente un forte legame, nonostante le diversità di vedute (il primo è convinto che si possa "evadere con la fantasia", e trascorre il tempo rievocando e raccontando le storie melodrammatiche e sentimentali dei film che ha visto al cinema; il secondo invece pensa solo alla rivoluzione, e ritiene che il piacere sia secondario, tanto da aver sacrificato l'amore per la propria donna alla lotta politica). E così Valentin impara a rispettare la sensibilità e la gentilezza di Luis, che a sua volta si innamora dell'amico e finisce con l'immolarsi per la sua causa, mentre il direttore del carcere (José Lewgoy) e il capo della polizia segreta (Milton Gonçalves) cercano di spingerlo a tradirlo. Dal romanzo omonimo dello scrittore argentino Manuel Puig (che ha dato vita anche a un adattamento teatrale e a un musical di Broadway), sceneggiato da Leonard Schrader (il fratello di Paul), il più celebre film di Héctor Babenco, che ottenne un meritato ma sorprendente successo di pubblico e di critica (fu la prima pellicola indipendente a essere candidata all'Oscar per il miglior film, oltre che per la regia, la sceneggiatura e l'attore, statuetta quest'ultima vinta da William Hurt), grazie alla potenza dei temi trattati e alle ottime interpretazioni. Lo strano titolo non inganni: la "donna ragno" del titolo, misteriosa divinità femminile che abita in un'isola tropicale (la supereroina Marvel non c'entra!), è la protagonista di uno dei tanti racconti di Luis, che – al pari del film ambientato nella Parigi occupata dai nazisti, in cui una diva francese (Sonia Braga) si innamora di un tenente tedesco (Herson Capri) e tradisce la resistenza – riecheggia le vicende reali dei due personaggi e in particolare quelle di Luis stesso. Personaggio straordinario e stratificato (forse imparentato con il transessuale Lilica del precedente lavoro di Babenco, "Pixote"), Luis domina la storia con il suo tormento interiore, la ricerca d'amore, il desiderio di fuga (escapicamente parlando), la capacità affabulatoria (accompagnata dalla passione per il cinema e il fascino per i vecchi film romantici) e il sacrificio finale. Oltre all'Oscar, per la sua memorabile interpretazione Hurt vinse il premio di miglior attore anche al Festival di Cannes e diede inizio al periodo più fortunato della sua carriera. E pensare che originariamente la parte avrebbe dovuto essere affidata a Burt Lancaster! Da notare anche come Sonia Braga vesta i panni di numerose donne da sogno (la donna ragno e la protagonista del "film nel film" sui nazisti), oltre all'amore reale di Valentin, Marta, che l'uomo ritrova nel finale quando "evade" proprio con l'immaginazione (un tema, questo, tipico del "realismo magico" dell'America latina: si pensi al racconto "Il miracolo segreto" di J.L. Borges).

27 febbraio 2021

Il mistero del conte Lobos (S. Hung, 1984)

Il mistero del conte Lobos, aka Cena a sorpresa (Wheels on meals)
di Sammo Hung – Hong Kong 1984
con Jackie Chan, Yuen Biao, Sammo Hung
***

Rivisto in DVD.

I "cugini" Thomas (Jackie Chan) e David (Yuen Biao), cuochi cinesi – e artisti marziali! – che gestiscono un furgoncino di street food a Barcellona, insieme all'amico Moby Dick (Sammo Hung), scalcinato investigatore privato, rimangono coinvolti nel rapimento della bella e giovane ladruncola Sylvia (Lola Forner) da parte di un perfido zio (José Sancho) che vuole derubarla della sua eredità: a sua insaputa, infatti, la ragazza è la figlia illegittima di un nobile recentemente deceduto (il conte Lobos del titolo). I tre amici dovranno così introdursi nel castello del conte per salvarla... Insolita trasferta spagnola per il trio Chan/Yuen/Hung, già protagonisti l'anno prima di "Winners and sinners" e soprattutto di "Project A" (da cui tornano i nomi italiani dei personaggi): l'alchimia fra i tre è evidente, con siparietti comici e simpatiche e goffe interazioni di ogni genere, anche senza contare le scene d'azione e i combattimenti, che peraltro in questo film sono un po' meno numerosi del solito. Ma nel finale c'è uno degli scontri più duri e spettacolari di tutta la filmografia di Jackie Chan, quello nel castello contro uno degli sgherri del conte, interpretato dal kickboxer americano (qui con un bizzarro accento russo) Benny "The Jet" Urquidez, che pare che sul set non si trattenesse dall'affondare i colpi, riempiendo il povero Jackie di lividi. Per il resto, si punta più sulla trama (che sfrutta numerose location della città catalana: Hung volle girare il più possibile in esterni) e sui momenti comici, con gag slapstick e che devono molto al cinema muto, alle commedie romantiche e alle farse demenziali. Nel complesso, è un film decisamente divertente sotto ogni punto di vista. Nelle scene ambientate all'istituto psichiatrico dove sono ricoverati il padre di David (Paul Chang) e la madre di Sylvia (Susanna Sentís), si riconoscono fra i pazzi alcuni attori che torneranno nella serie delle "Lucky Stars", come Richard Ng, John Shum e il veterano Wu Ma. Lola Forner (ex miss Spagna) e Benny Urquidez si rivedranno al fianco di Jackie Chan rispettivamente in "Armour of God" e "Dragons Forever". Nel cast anche Herb Edelman, Josep Lluís Fonoll, Keith Vitali e Blackie Ko. Il tema musicale è di Keith Morrison. Curiosità: il titolo internazionale del film avrebbe dovuto essere il più corretto "Meals on wheels", ma i produttori vollero cambiarlo per superstizione, avendo avuto di recente alcuni flop legati a film che iniziavano con la "M". In alcuni paesi (come il Giappone) è noto anche come "Spartan X", e ha dato origine ad alcuni videogiochi.

26 febbraio 2021

L'uomo dalla cravatta di cuoio (D. Siegel, 1968)

L'uomo dalla cravatta di cuoio (Coogan's Bluff)
di Don Siegel – USA 1968
con Clint Eastwood, Lee J. Cobb
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Coogan (Eastwood), vicesceriffo dai modi spicci, viene inviato dall'Arizona a New York per prelevare un detenuto (Don Stroud). Ma questi, grazie alla sua ragazza (Tisha Sterling) e a un complice, gli scappa di mano mentre lo sta portando all'aeroporto. E a Coogan, pesce fuor d'acqua poco abituato al modo di fare e di vivere nella grande città dell'Est, non resterà che tentare di ritrovarlo, con l'aiuto involontario di una graziosa assistente sociale (Susan Clark) e nonostante l'ostilità del capo della polizia locale (Lee J. Cobb). Il primo dei cinque film che Siegel ha girato con Clint Eastwood è un thriller poliziesco che sembra in parte un prototipo dell'ispettore Callaghan (per il protagonista duro e violento), ma con il valore aggiunto dato dal contesto: lo spaesamento del personaggio che deve muoversi in un ambiente diverso dal suo, senza la pazienza necessaria a comprendere che a New York vigono regole e stili di vita (la burocrazia, la corruzione, gli hippie!) differenti da quelli del deserto del west (non aiuta il fatto che tutti, buoni e cattivi, lo sfottano per il suo aspetto e i suoi atteggiamenti: la "cravatta di cuoio" del titolo italiano fa parte del suo abbigliamento da cowboy, insieme al cappello e agli stivali; il titolo originale è invece un gioco di parole fra il nome del protagonista e un promontorio a Manhattan). Buona la prova di Clint, al secondo film americano dopo l'esperienza con gli spaghetti western di Sergio Leone.

25 febbraio 2021

Il tunnel sotto il mondo (L. Cozzi, 1969)

Il tunnel sotto il mondo
di Luigi Cozzi – Italia 1969
con Alberto Moro, Bruno Slaviero
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

L'umanità è costretta a rivivere inconsapevolmente sempre lo stesso giorno, il 32 luglio (o forse il 15 giugno: la prima data è citata nelle didascalie, la seconda nei dialoghi). Un uomo, però, tormentato da strani sogni in cui viene ucciso in piazza da un cecchino appostato su una chiesa, prende lentamente consapevolezza della situazione. La vicenda è complicata, fra le altre cose, dalla presenza di un misterioso "Signore del mondo" che trasforma le persone in robot e da un computer che ambisce ad osservare Dio... Ispirato a un racconto di Frederik Pohl, che la sceneggiatura di Alfredo Castelli (sì, il creatore di "Martin Mystère"!) "contamina" con brani tratti da opere di altri celebri autori di fantascienza (Ray Bradbury, Kurt Vonnegut, James Ballard...), l'opera prima di Luigi Cozzi è un film decisamente sperimentale, girato in piena libertà creativa e narrativa, che sconfina nel delirio onirico o nel teatro dell'assurdo. Non è facile seguirne la trama, né tantomeno trovare un significato preciso, al di là della denuncia della disumanizzazione della società (il racconto di Pohl, per quello che ne è rimasto, era inteso come una satira del consumismo). Cozzi lo girò in soli quattro giorni, quasi clandestinamente e senza permessi, per le strade di una Milano innevata (e dintorni, come Sesto San Giovanni) e con un budget ridotto all'osso. La scarsità di mezzi (il numero di attori è talmente limitato che alcuni sono costretti a interpretare più parti, con risultati surreali: vedi l'uomo che uccide sé stesso) e l'uso della camera a mano, per non parlare del montaggio estremamente "libero" e frammentato, donano all'insieme un aspetto quasi da film amatoriale, mentre la struttura narrativa anarchica e gli inserti panno pensare a certi lavori di Godard. Lo stesso regista è costretto a interpretare una parte, doppiato con voce femminile (in generale il doppiaggio è volutamente fuori labiale: ma, come le "imperfezioni" dal lato visivo, per esempio i difetti del nastro e della pellicola, anche queste sono volute, per trasformare la povertà di mezzi in uno stile straniante per l'esperienza dello spettatore). Fra gli interpreti anche Ivana Monti.

24 febbraio 2021

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Oasis (Oasiseu)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2002
con Sol Kyung-gu, Moon So-ri
***

Rivisto in DVD.

Appena uscito di prigione, dove era stato rinchiuso per aver provocato una vittima in un incidente d'auto, Jong-du (Sol Kyung-gu) è riaccolto malvolentieri dal resto della famiglia. Anche perché, immaturo, scapestrato e leggermente ritardato, pare vivere in un mondo tutto suo ed è difficile capire cosa gli passi per la testa. Al tempo stesso Gong-ju (Moon So-ri), figlia dell'uomo rimasto ucciso nell'incidente, è emarginata dai propri parenti perché soffre di paralisi cerebrale infantile. Disprezzati e tenuti in disparte, considerati pesi morti o individui che non hanno diritto a una propria sensibilità da congiunti che pure non esitano ipocritamente a sfruttarne la situazione (la famiglia di Gong-ju approfitta della sua disabilità per poter vivere in un condominio speciale, da cui la ragazza è però esclusa; e scopriremo che l'incidente di cui Jong-du si era assunto la colpa era stato causato in realtà dal fratello maggiore), i due ragazzi trovano lentamente la felicità insieme: dapprima si attaccano l'uno all'altra per solitudine e disperazione, ma poi danno vita pian piano a un rapporto d'amore e d'amicizia che il mondo esterno non riesce o non vuole comprendere, ritenendo impossibile per loro provare sentimenti "normali" (lei è vista come vittima e lui come aggressore). Pluripremiato in molti festival internazionali (compresi due riconoscimenti a Venezia: il Leone d'argento per la miglior regia e il premio Mastroianni per la miglior attrice emergente), il terzo film di Lee Chang-dong è una delle pellicole più impressionanti sul tema della malattia mentale e del mondo affettivo di chi ne è colpito, spesso del tutto ignorato o trascurato da chi sta loro attorno. Il tema e il tipo di personaggi sono sempre a rischio di retorica, ma per fortuna il regista – anche sceneggiatore – li affronta con realismo e schiettezza, evitando ogni forma di buonismo, anche quando descrive gioie e paure dei personaggi (le ombre dei rami dell'albero che, da fuori, invadono la stanza di Gong-ju, coprendo il quadro dell'oasi – da cui il titolo del film – sulla sua parete) o l'ipocrisia dei familiari nei loro confronti, in un duro contesto caratterizzato da mancanza d'attenzione, vergogna e disgusto. Ottime le prove dei due protagonisti, che avevano recitato insieme nel precedente film di Lee, "Peppermint candy". Sorprendente in particolare la prova di Moon So-ri, che in alcune scene (simboliche) torna di colpo "normale".

23 febbraio 2021

Il cacciatore di indiani (A. De Toth, 1955)

Il cacciatore di indiani (The Indian Fighter)
di André De Toth – USA 1955
con Kirk Douglas, Elsa Martinelli
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

L'esperto scout Johnny Hawks (Kirk Douglas), reduce dalla guerra civile, guida un convoglio di coloni verso l'Oregon, attraverso i territori dei Sioux di Nuvola Rossa, della cui figlia Onahti (Elsa Martinelli, all'esordio a Hollywood e scelta personalmente da Douglas, anche produttore) è innamorato. Ma la fragile tregua con gli indiani è messa a repentaglio da due avventurieri senza scrupoli (Walter Matthau e Lon Chaney Jr.), alla ricerca di un giacimento d'oro che è nascosto nella regione. Western classico con un inedito taglio – nonostante il titolo, dovuto alla "fama" di Johnny – a favore degli indiani e contro lo sfruttamento e l'espansionismo dei bianchi (il protagonista dice esplicitamente che preferirebbe che il Far West non venisse "civilizzato"). Pur non trattandosi di un capolavoro, fa parte di quel trend che lentamente ha aggiunto spessore, complessità e sfumature all'approccio con cui venivano rappresentati sullo schermo i conflitti fra i coloni e i nativi americani, superando la divisione manichea e superficiale in buoni e cattivi. L'ampio cinemascope, che valorizza i paesaggi, e la regia competente, spettacolare soprattutto nelle sequenze dell'assalto al forte, fanno il resto. Alla sceneggiatura ha collaborato Ben Hecht. Nel cast, in piccoli ruoli, anche Elisha Cook Jr. (il fotografo Briggs), Diana Douglas (Susan, la vedova che corteggia Johnny: l'attrice era l'ex moglie di Kirk), Walter Abel e Harry Landers. Musiche di Franz Waxman.

22 febbraio 2021

La caduta delle foglie (O. Iosseliani, 1966)

La caduta delle foglie (Giorgobistve)
di Otar Iosseliani – URSS 1966
con Ramaz Giorgobiani, Marina Kartsivadze
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Fresco di diploma, il giovane Nico (Ramaz Giorgobiani) comincia a lavorare come tecnico nella cooperativa vinicola locale. Timido, ingenuo e idealista, si scontra con l'atteggiamento disinvolto di colleghi e superiori, che per andare incontro agli obiettivi imposti dal piano di produzione non si curano della qualità del vino prodotto e tollerano corruzione e favoritismi. Al tempo stesso si innamora di una graziosa collega (Marina Kartsivadze) che però, pur ricambiando il suo affetto, si rivela frivola e superficiale (oltre che con tanti corteggiatori, più o meno gelosi). Il primo vero lungometraggio di Iosseliani – "Aprile" durava solo 45 minuti – esplicita, come i suoi corti precedenti, un deciso attacco verso il "sistema" sovietico, che si tratti di lavoro o delle relazioni sociali a esso connesse. Attraverso le peripezie del protagonista, il film mostra la difficile convivenza fra il mondo rurale e tradizionale (la pellicola si apre con scene di vendemmia, pigiatura e distillazione del vino) e quello moderno, burocratico e organizzato, dove dietro le apparenze spuntano però problemi di ogni genere. La vicenda sentimentale è solo uno dei tanti ostacoli che fanno "crescere" Nico, portandolo fuori dal suo stato di timidezza e spingendolo a prendere decisioni drastiche. Scandita "temporalmente" in giornate di lavoro o di svago, la pellicola rappresenta nella filmografia del regista georgiano un ideale anello di congiunzione fra il precedente documentario "Tudzhi" e il successivo film "C'era una volta un merlo canterino".

Tudzhi (Otar Iosseliani, 1964)

Ghisa (Tudzhi)
di Otar Iosseliani – URSS 1964
**1/2

Visto su YouTube.

Breve documentario che mostra una giornata di lavoro presso la fabbrica metallurgica di Rustavi, in Georgia. Iosseliani stesso aveva lavorato nella fonderia come addetto ai forni di fusione, nel periodo in cui aveva meditato di lasciare il cinema in seguito alle difficoltà con la censura dell'URSS che aveva rifiutato la distribuzione nelle sale ai suoi lavori studenteschi. Il corto non ha voce narrante: soltanto musica e rumore accompagnano le immagini, il che le rende ancora più suggestive e quasi misteriose (le colate di metallo fuso, il fumo e le scintille fanno da sfondo alle figure degli uomini intenti nel loro difficile lavoro). E se le panoramiche del processo industriale fanno sinceramente impressione, c'è anche spazio per momenti più intimi, come gli operai che nella pausa pranzo si scaldano degli spiedini sulle braci ardenti, o che fanno la doccia e poi escono dalla fabbrica al termine della dura giornata di lavoro. Il titolo originale significa "Ghisa".

21 febbraio 2021

Aprile (Otar Iosseliani, 1961)

Aprile (Aprili)
di Otar Iosseliani – URSS 1961
con Tatyana Chanturia, Gia Chiraqadze
***

Visto su YouTube.

Una giovane coppia di innamorati si trasferisce dal vecchio quartiere dove abitava in un moderno condominio con tutte le comodità (acqua, luce, gas). Ma pian piano, complice un vicino "tentatore" (Akaki Chikvaidze), i due cominceranno a riempire l'appartamento di mobili e oggetti superflui, perdendo così l'armonia e la felicità... Mediometraggio (45 minuti) girato da Iosseliani come lavoro di fine corso al VGIK, l'istituto di cinema di Mosca: un'evidente critica al materialismo e all'attaccamento agli oggetti superflui che sostituiscono l'autenticità dei sentimenti. L'aspetto che colpisce di più è l'utilizzo del sonoro: la pellicola è praticamente muta, con i dialoghi sostituiti – anzi, sommersi – dai rumori (spesso amplificati, e fonte di disturbo) e dalla musica (diegetica, e sinonimo invece di purezza). E nell'unica scena in cui i personaggi parlano, si esprimono attraverso un linguaggio fatto di parole inventate o messe a caso, visto che l'importante è veicolare il tono della discussione e non il contenuto specifico. La poesia, la leggerezza, l'ironia e lo sguardo curioso verso la quotidianità che caratterizzeranno i lavori successivi del regista permeano già fino in fondo questo suo film giovanile. Ma il rifiuto della censura di consentire la distribuzione della pellicola – accusata di formalismo – nelle sale cinematografiche (dove giungerà solo nel 1972) amareggiò Iosseliani, che per qualche tempo pensò di abbandonare il cinema, lavorando per tre anni prima come marinaio su un peschereccio e poi come operaio in una fabbrica metallurgica.

20 febbraio 2021

Punto di non ritorno (Paul W.S. Anderson, 1997)

Punto di non ritorno (Event Horizon)
di Paul W. S. Anderson – USA 1997
con Laurence Fishburne, Sam Neill
**

Visto in TV (Netflix).

Sette anni dopo essere misteriosamente scomparsa mentre si dirigeva verso i confini del sistema solare, l'astronave Event Horizon (che doveva sperimentare un innovativo motore a propulsione più veloce della luce, grazie a un buco nero artificiale al suo interno che le avrebbe permesso di piegare lo spazio-tempo) riappare nei pressi del pianeta Nettuno. Ma quando una navicella militare la raggiunge, i membri della squadra di soccorso – guidata dal capitano Miller (Fishburne) e copmprendente anche il dottor Weir (Neill), ovvero il progettista originale della nave – scoprono che l'Event Horizon è tornata nella nostra realtà dopo aver attraversato un'altra dimensione, oscura e infernale, portandosi il "male" dietro di sé. Horror soprannaturale/fantascientifico che mescola evidenti suggestioni da "Alien" al tema della casa infestata in stile "Shining" ma ambientata nello spazio. L'idea di base (la sceneggiatura è di Philip Eisner, ispirata al gioco "Warhammer 40.000") aveva certamente le sue potenzialità, con echi persino di "Solaris" (la nave, divenuta un organismo vivente oltre che malvagio, "materializza" sogni, paure e rimpianti dell'equipaggio), e tutto sommato anche la confezione appare all'altezza (dalle scenografie "sporche" agli effetti speciali, dalla regia alla recitazione). Purtroppo non si riesce a fare il salto oltre al prodotto di puro intrattenimento, gore e fracassone, con parecchie ingenuità sia a livello drammaturgico che (pseudo)scientifico. Il regista lamentò ingerenze della produzione, che ridusse contro la sua volontà il girato da 130 a 96 minuti, salvo pentirsene dopo il buon successo del film nel mercato dell'home video: a quel punto si scoprì che il materiale tagliato era andato probabilmente perduto, e che dunque non era più possibile recuperarlo per realizzare una "director's cut". Nel cast anche Joely Richardson, Richard T. Jones, Kathleen Quinlan, Jack Noseworthy e Jason Isaacs.

19 febbraio 2021

Le streghe son tornate (A. de la Iglesia, 2013)

Le streghe son tornate (Las brujas de Zugarramurdi)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2013
con Hugo Silva, Carmen Maura
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

José (Hugo Silva), padre di Sergio (Gabriel Delgado) e separato dalla moglie Silvia (Macarena Gómez), dopo aver rapinato un "Compro oro" nel centro di Madrid in compagnia del figlioletto, fugge verso il confine insieme a lui, al complice Antonio (Mario Casas) e al tassista Manuel (Jaime Ordóñez), con i quali condivide odio e risentimento verso tutto il genere femminile. Inseguiti dall'ex moglie e da due poliziotti (Secun de la Rosa e Pepón Nieto), finiranno tutti nel villaggio di Zugarramurdi, "infestato" da una congrega di streghe (fra cui Terele Pávez, Carmen Maura e Carolina Bang, rispettivamente nonna, madre e figlia), che intendono sacrificare il bambino alla "grande madre" per restituire alle donne la supremazia sull'intero creato. Black comedy horror dai toni grotteschi e sopra le righe, in purissimo stile de la Iglesia (prendere o lasciare): non mancano momenti geniali (come la scena iniziale della rapina, con i ladri vestiti da artisti da strada e un'irresistibile dissonanza culturale nel vedere statue di Gesù Cristo o personaggi quali Spongebob e Minnie comportarsi da criminali) o sequenze disgustosamente gore, ma il tono è sempre ironico quando non pseudo-tarantiniano nel suo mix di generi (il paragone più azzeccato è quello con "Dal tramonto all'alba"). In ogni caso, da non prendere troppo sul serio, soprattutto quando affronta – in chiave di divertimento provocatorio – il tema dei rapporti con le donne e i tanti luoghi comuni "maschilisti" sull'argomento (dai discorsi in auto sulle rispettive ex, alla "litigata" fra José ed Eva durante la fuga, con inconciliabili differenze di vedute). Proprio queste aggiunte rendono la pellicola qualcosa di più di un semplice intrattenimento post-moderno. Buoni gli effetti speciali.

18 febbraio 2021

Malcolm & Marie (Sam Levinson, 2021)

Malcolm & Marie (id.)
di Sam Levinson – USA 2021
con John David Washington, Zendaya
**

Visto in TV (Netflix).

Di ritorno nella loro casa hollywoodiana dopo l'anteprima del suo primo film da regista, il cineasta Malcolm (Washington) e la sua musa e compagna Marie (Zendaya) hanno una lunga discussione, a metà fra il litigio e la messa in chiaro dei rispettivi sentimenti, che parte dalla delusione di lei per non essere stata citata nel discorso di ringraziamento (cosa ancor peggiore perché la protagonista del film è ispirata alla sua vita) e prosegue attraverso rancori, tensioni represse e punti di vista sull'arte, la vita e la relazione amorosa. Pubblicizzato dal reparto marketing di Netflix come "la prima pellicola girata durante l'epidemia di Covid-19", il film appartiene alla categoria di quelli con solo due attori che si muovono in un unico ambiente e praticamente in tempo reale (lo spazio di una notte): si potrebbe dire di impostazione teatrale (nulla vieterebbe di interpretarlo su un palcoscenico), se non fosse per le velleità autoriali – cinematograficamente parlando – del regista/sceneggiatore Sam Levinson: la fotografia sgranata in bianco e nero, l'utilizzo dei long takes, le citazioni e i rimandi cinefili (a cominciare dal Godard de "Il disprezzo" e dal Nichols di "Chi ha paura di Virginia Woolf?"), persino i titoli di testa vecchio stile (ma resi poi ridondanti dal fatto che i credits sono ripetuti anche alla fine). Ma tutto risulta un po' pretestuoso e, dunque, dona pretenziosità all'insieme: di fatto il film è verboso, incapace di rendere davvero interessanti questi personaggi, mentre nella scrittura c'è probabilmente molto di autobiografico (come nelle "tirate" di Malcolm contro i critici cinematografici, che a suo dire sono ossessionati dalle letture politiche e dai "messaggi" insiti anche nelle scelte puramente artistiche: punto su cui in parte ha anche ragione, se non fosse che la sua è una prospettiva puramente creativa e non tiene conto di chi è dall'altro lato dello schermo e ha tutto il diritto di vedere in un film qualcosa che il suo autore non ci aveva messo), col risultato che i dialoghi appaiono fin troppo "scritti", mai spontanei o realistici come forse era nelle intenzioni. Anche se non mancano sequenze che si lasciano ricordare (per merito più che altro degli attori), concludiamo la pellicola chiedendoci perché abbiamo dovuto condividere quasi due ore poco coinvolgenti con questi due personaggi che passano da una litigata a un momento di chiarimento senza un motivo, in un contesto forzato e generico, fra sfoggi di cinefilia fine a sé stessa e il maldestro tentativo di affrontare temi d'attualità (il razzismo a Hollywood). Probabilmente è un film che avrebbe avuto più senso se fosse uscito cinquant'anni fa.

17 febbraio 2021

Anchorman (Adam McKay, 2004)

Anchorman - La leggenda di Ron Burgundy (Anchorman: The legend of Ron Burgundy)
di Adam McKay – USA 2004
con Will Ferrell, Christina Applegate
*1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Nella San Diego degli anni '70, il popolarissimo conduttore del telegiornale di Channel Four, il re degli ascolti Ron Burgundy (Will Ferrell), e la sua squadra di giornalisti d'assalto (Paul Rudd, David Koechner e Steve Carell) vedono la propria egemonia messa in crisi dall'arrivo di una collega donna, Veronica Corningstone (Christina Applegate), che si fa strada nel mondo maschilista e volgare in cui loro sguazzano. Il film d'esordio di McKay, scritto insieme al protagonista Ferrell (che rimarrà una presenza costante in tutti i primi film del regista), è una commedia stupida e mai divertente, che punta su gag deboli, imbarazzanti o disimpegnate, rinunciando quasi subito ad approfondire i potenziali spunti storico-sociali che il soggetto pure offriva (il fenomeno del giornalismo televisivo sensazionalista delle "Action News", le molestie sessuali sul luogo di lavoro). L'umorismo è quello demenziale del Saturday Night Live, ma il livello dei comici (e delle battute) non è certo pari a quello anarchico e dissacrante che la stessa trasmissione aveva sviluppato negli anni settanta. Mi sembra il tipo di stupidaggine che può piacere solo negli USA, dove infatti è stato inspiegabilmente ben accolto dalla critica ed è diventato un piccolo cult. Piccoli ruoli per Vince Vaughn, Luke Wilson e Ben Stiller (reporter di canali televisivi rivali, ciascuno a capo di vere e proprie bande che si scontrano in una rissa per la strada), Danny Trejo, Seth Rogen, Jack Black, Tim Robbins e, nei titoli di coda, Burt Reynolds. Con un seguito, uscito nel 2013.

16 febbraio 2021

Piovono pietre (Ken Loach, 1993)

Piovono pietre (Raining stones)
di Ken Loach – GB 1993
con Bruce Jones, Julie Brown
***

Rivisto in TV (Prime Video).

"Sulla classe operaia piovono pietre sette giorni alla settimana", dice un amico sindacalista a Bob (che replica "E piovono tutte addosso a me!"), operaio disoccupato e squattrinato che si arrabatta come può per guadagnare da vivere per sé e per la propria famiglia. Nonostante le difficoltà, Bob non intende rinunciare a comprare per la propria figlia Coleen il vestito per la prima comunione, rifiutando per orgoglio l'offerta della parrocchia di ricorrere a un abito usato. Chiede così un prestito, finendo però nelle grinfie di uno strozzino... Uno dei primi film di Ken Loach a riscuotere ampio successo di pubblico e critica, facendo conoscere il suo cinema proletario e "impegnato" al di là dei propri confini. I temi sono molteplici, in uno scenario di realismo e critica sociale (anche se non mancano scenette semi-comiche o grottesche, come il tentativo di Bob e dell'amico Tommy (Ricky Tomlinson) di rubare una pecora dal pascolo per rivenderla a un macellaio): la forte disoccupazione conseguente alle riforme thatcheriane (col conseguente proliferare di lavoretti in nero e precariato, di cui approfittano personaggi senza scrupoli), la piaga dell'usura, il rapporto con la religione (Bob è cattolico, in una Gran Bretagna protestante, e proprio dal prete locale, padre Barry (Tom Hickey), giunge il consiglio salvifico che condurrà a un insperato lieto fine), l'umanità dei personaggi nonostante un contesto ambientale disperato (vedi anche gli accenni alla droga che minaccia il futuro dei giovani) e alcune frecciate politiche rivolte tanto a sinistra quanto a destra. Premio della giuria al Festival di Cannes, il secondo per Loach dopo quello ricevuto tre anni prima per "L'agenda nascosta". La colonna sonora, insolita per il genere, è firmata da Stewart Copeland.

15 febbraio 2021

Un mondo maledetto fatto di bambole (M. Campus, 1972)

Un mondo maledetto fatto di bambole (Z.P.G.)
di Michael Campus – Danimarca/USA 1972
con Geraldine Chaplin, Oliver Reed
**1/2

Visto su YouTube.

In un mondo futuro inquinato e senza risorse, dove per far fronte alla sovrappopolazione è stato emanato un "editto" che vieta la procreazione (pena la morte), Carol (Geraldine Chaplin) decide di portare comunque a termine una gravidanza. Il tentativo di accudire clandestinamente il bambino, insieme al marito Russ (Oliver Reed), si scontrerà con la paura di essere denunciata e la gelosia possessiva di una coppia di amici, Edna (Diane Cilento) e George (Don Gordon). Ispirata al saggio "The Population Bomb" by Paul R. Ehrlich, un'angosciante pellicola fanta-sociologica che mostra le estreme conseguenze di uno stile di vita (quello del ventesimo secolo) non più sostenibile: la Terra è ricoperta da una cappa di smog permanente, quasi tutte le specie animali e vegetali sono estinte, il cibo è sintetico (e tutte le pietanze hanno lo stesso sapore), la popolazione è costretta a vivere "a rotazione" e sotto un coprifuoco imposto da un governo terrestre unito, e soprattutto ogni istinto verso la procreazione viene artificialmente (ma inutilmente) inibito, con tanto di delazioni contro chi trasgredisce le regole. A questo proposito, il titolo italiano si riferisce alle inquietanti bambole-robot che possono essere adottate dalle famiglie per far le veci dei bambini. Quello originale sta invece per "Zero Population Growth", crescita popolazione zero. Fra le possibili fonti di ispirazione, oltre ad altre pellicole di SF distopica e sociologica (come "L'uomo che fuggì dal futuro"), potrebbe esserci il romanzo "Largo! Largo!" di Harry Harrison, del quale l'anno successivo (1973) uscirà un celebre adattamento cinematografico, "2022: i sopravvissuti". Il regista Michael Campus, qui all'esordio, dirigerà una manciata di film negli anni '70 (fra cui "Mack") prima di dedicarsi alla tv.

14 febbraio 2021

Dream lovers (Tony Au, 1986)

Dream lovers (Mung chung yan)
di Tony Au – Hong Kong 1986
con Chow Yun-fat, Brigitte Lin
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Nella moderna Hong Kong, il direttore d'orchestra Song Yu (Chow Yun-fat) e la disegnatrice di gioielli Yuet-hueng (Brigitte Lin) sognano l'uno dell'altra, pur non essendosi mai incontrati, e hanno visioni a occhi aperti del rispettivo passato. Scoprono così di essere nati lo stesso giorno e nello stesso luogo, e di essere la reincarnazione di due amanti vissuti in Cina duemila anni prima, sotto il regno dell'imperatore Qin Shi Huang, colui che fece costruire l'esercito di terracotta da seppellire con sé nella propria tomba. E proprio ai celebri guerrieri di terracotta potrebbe essere legata la misteriosa e tragica fine dei due innamorati, che avevano giurato di ritrovarsi dopo la morte. Come per mantenere quella promessa, Song Yu e Yuet-hueng decidono di mettersi insieme, anche se questo causa la brusca fine della relazione dell'uomo con la sua fidanzata Wah-lei (Cher Yueng)... Un film romantico, suggestivo e drammatico, che parte da un presupposto fantastico ma assume poi aspetti concreti, passionali e tutt'altro che eterei (i due amanti sono di carne e ossa, non fantasmi). La presenza di due carismatiche star come protagonisti (qui nel loro unico film insieme) e un finale struggente e fatalista ne amplifica il valore. Il regista Tony Au, al secondo lavoro dopo "The last affair" (sempre con Chow), cura anche le scenografie. Da sottolineare la melodica colonna sonora e la fotografia dai colori pastello e, appunto, terracotta. Nel cast anche Kwan Shan (il padre di Yuet-hueng), Lam Chung (l'amico archeologo) e Wong Man-lei (la nonna "strega").

13 febbraio 2021

Amsterdamned (Dick Maas, 1988)

Amsterdamned (id.)
di Dick Maas – Olanda 1988
con Huub Stapel, Monique van de Ven
**

Visto in divx.

Un misterioso e feroce serial killer, che sceglie a caso le sue vittime fuoriuscendo dai canali d'acqua, terrorizza la città di Amsterdam. Le indagini, dirette dal detective Eric Visser, si concentrano sull'ambiente dei sommozzatori dilettanti: l'assassino, infatti, indossa una tuta da sub. A metà strada fra il giallo all'italiana e il poliziesco d'azione americano, il terzo film del regista Dick Maas (nonché quello che lo ha portato all'attenzione della critica internazionale) è un'onesta pellicola con tutti i crismi e i cliché del genere, che compensa la scarsa originalità di storia e personaggi con la buona fattura delle scene d'azione (memorabile in particolare l'inseguimento in barca per i canali della città, ispirato a un film inglese del 1971, "Puppet on a chain") e soprattutto con l'ambientazione, che sfrutta la particolare topografia della capitale olandese senza limitarsi a fare il verso agli action movie hollywoodiani. Da ricordare anche le soggettive dell'assassino e l'alta tensione nel finale. Fra le cose migliori del film c'è sicuramente anche il titolo (l'omonima canzone, che figura nella colonna sonora firmata dal regista stesso, è della band femminile Loïs Lane). Curiosamente, molte scene non sono state girate ad Amsterdam ma a Utrecht.

12 febbraio 2021

Space sweepers (Jo Sung-hee, 2021)

Space sweepers (Seungriho)
di Jo Sung-hee – Corea del Sud 2021
con Song Joong-ki, Kim Tae-ri, Jin Seon-kyu
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In un futuro (siamo nel 2092) in cui la Terra è irrimediabilmente inquinata e il magnate James Sullivan (Richard Armitage) progetta di costruire colonie su Marte a beneficio esclusivo di una ricca elite, un gruppo di sbandati – il capitano ed ex pirata Jang (Kim Tae-ri), l'ex soldato Tae-ho (Song Joong-ki), l'ex gangster Tiger Park (Jin Seon-kyu) e il robot transgender Bubs (che legge Rilke!) – si guadagnano da vivere come "spazzini spaziali", ovvero recuperando rottami e pericolosi detriti in orbita intorno al pianeta per rivenderli e cercare in questo modo di ripianare i propri debiti. Quando si imbattono in Dorothy (Park Ye-rin), bambina robot equipaggiata con un'arma di distruzione di massa, pensano di poterne ricavarne molti soldi vendendola a un gruppo di terroristi. Ma si affezioneranno alla piccola, e contemporaneamente scopriranno che non tutto è come gli è stato fatto credere... Fra "Dark star" (quello di John Carpenter), "Guardiani della Galassia" e l'anime "Cowboy Bebop", un'ambiziosa e divertente avventura spaziale (anche se strettamente parlando non si va mai troppo lontano dall'orbita terrestre) con personaggi simpatici e un ottimo livello produttivo per quanto riguarda gli effetti visivi e il world building (compreso il design di ambienti e tecnologie). Tutti punti decisamente a favore che consentono di passare sopra a una trama un po' derivativa, che frulla insieme tanti generici temi della fantascienza.

11 febbraio 2021

La guerra lampo dei fratelli Marx (Leo McCarey, 1933)

La guerra lampo dei fratelli Marx (Duck soup)
di Leo McCarey – USA 1933
con Groucho, Chico e Harpo Marx
***1/2

Rivisto in DVD.

In cambio del suo sostegno finanziario alle disastrate casse di Freedonia, la ricca vedova Gloria Teasdale (Margaret Dumont) ottiene che il primo ministro venga esautorato e che a capo del governo venga posto un "uomo forte", vale a dire il suo protetto Rufus T. Firefly (Groucho Marx). Ma l'ambasciatore Trentino (Louis Calhern) del vicino stato di Sylvania, che progetta di annettere Freedonia, cerca di screditarlo, mettendogli due spie alle calcagna, gli inaffidabili Chicolini (Chico) e Pinky (Harpo). E le frizioni personali fra Firefly e Trentino porteranno i due paesi alla guerra... Forse il capolavoro dei fratelli Marx, insieme al successivo "Una notte all'opera": come nei lavori precedenti, la loro comicità anarchica, irriverente e spiazzante prende di mira (ridicolizzandoli) ambienti istituzionali caratterizzati da formalismo, seriosità e (apparente) integrità. Questa volta è il turno del mondo della politica e della diplomazia, in un setting da operetta che allude ai governi autoritari (con tutto il contorno di retorica patriottistica, pericolosamente propedeutica alla guerra) che in quegli anni stavano prendendo piede in Europa e nel mondo (motivo per cui la pellicola venne proibita o censurata in stati come la Germania e l'Italia). La guerra vera e propria occupa invece soltanto gli ultimi dieci minuti del film (nonostante il titolo italiano la faccia salire in primo piano; quello originale, "Zuppa d'anatra", è un termine gergale americano per indicare un compito facile da eseguire, e prosegue il trend di riferimenti "animali" nei titoli dei film dei fratelli Marx dopo "Monkey business" e "Horse feathers"; da notare che il titolo "Duck soup" era già stato usato nel 1927 per un cortometraggio muto con Laurel e Hardy che proprio il regista Leo McCarey – qui alla sua unica collaborazione con i Marx – aveva supervisionato).

Ultimo film girato dal gruppo di comici con la Paramount, prima di passare alla MGM, è anche l'ultimo in cui appare Zeppo, il quarto fratello (il quinto se contiamo Gummo, che non ha mai recitato in nessun film), con un ruolo decisamente minore rispetto agli altri tre (è il segretario personale di Groucho, come già era in "Animal crackers", ma scompare per quasi tutto il film prima di riapparire nelle sequenze finali). Le trovate paradossali e le gag surreali non si contano: attorniati da personaggi irresistibilmente "seri" e perennemente vittima delle loro irriverenti trovate, i nostri eroi sono buffoni che si prendono gioco di tutti. Groucho è come sempre una fucina di battute: "Prenda una carta... Può tenerla, ne ho altre 51"; "Faccia finta di niente, ma c'è un uomo di troppo in questa stanza e penso che sia lei"; "C'è una risposta a quel messaggio?" – "No signore" – "Bene, in questo caso non lo mandare"; e la celeberrima "Guardate quest'uomo... Parla come un idiota e sembra un idiota, ma non lasciatevi ingannare: è veramente un idiota" (senza contare quelle rivolte specificatamente alla Dumont, come "Devono averla vaccinata con una puntina di grammofono", peraltro ripresa da una vecchia striscia di Topolino; oppure "La vedo già in cucina, piegata sul forno... ma non riesco a vedere il forno"). E non dimentichiamo l'assurdo indovinello "Cos'è quella cosa che ha quattro paia di pantaloni, abita a Filadelfia e non piove ma diluvia?". Chico ribatte a tratti da par suo ("Se vi trovano, siete perduti" – "Ma che dici, se ci trovano come ci perdono?"): da ricordare il suo rapporto sull'attività di spionaggio ("Martedì andiamo alla partita ma lui ci inganna: non viene... Mercoledì lui va alla partita ma l'inganniamo noi: non ci andiamo...").

Harpo, infine, nei panni del suo solito personaggio muto, punta su una comicità fisica e slapstick. A parte le innumerevoli gag sugli oggetti che tira fuori dalle tasche (fra cui una forbice con cui taglia sigari, vestiti e piumaggi troppo lunghi, e la vasta gamma di trombette con cui "comunica"), è protagonista di svariati siparietti che sembrano uscire dalle comiche mute (come gli "scontri" a base di dispetti reciproci con il venditore ambulante di limonate (Edgar Kennedy), degni degli short di Stanlio e Ollio), senza dimenticare le scene in cui guida il sidecar e quella (surreale nel vero senso della parola) in cui un cane esce dalla casetta tatuata sul suo petto. Sono assenti stavolta numeri musicali, a parte alcune canzoni: ma l'unica veramente memorabile è l'inno di Freedonia ("Hail, hail Freedonia, land of the brave and free"). Detto ciò, è quando i tre fratelli sono in scena contemporaneamente che si raggiungono vette elevatissime. La sequenza più leggendaria è quella dello specchio rotto, dopo che Chico e Harpo si sono travestiti da Groucho (in fondo bastano occhiali, sigaro e baffi finti!) per rubare i piani di guerra. Si tratta di una delle scene più esilaranti e celebri della filmografia dei Marx, anche se l'idea era già stata usata in passato da Harold Lloyd e da Max Linder (e sarà riproposta più volte in seguito, per esempio in un cartoon di Bugs Bunny o nel film "Affari d'oro" con Bette Midler e Lily Tomlin). Quanto alla "guerra lampo" che conclude la pellicola, essa è ovviamente confusa, catastrofica, nonsense e ridicola, e con un epilogo improvviso con tanto di sberleffo finale. Raquel Torres è Vera Marcal, la seducente ballerina che a sua volta è una spia al servizio di Sylvania. La sceneggiatura è opera di Bert Kalmar e Harry Ruby, ma diversi dialoghi provengono dal repertorio dei Marx (come quelli scritti da Arthur Sheekman e Nat Perrin per la trasmissione radiofonica di Groucho e Chico "Flywheel, Shyster and Flywheel").

10 febbraio 2021

La nave sepolta (Simon Stone, 2021)

La nave sepolta (The dig)
di Simon Stone – GB/USA 2021
con Ralph Fiennes, Carey Mulligan
*1/2

Visto in TV (Netflix).

L'archeologo autodidatta – o meglio, "addetto agli scavi", come si definisce lui – Basil Brown (Ralph Fiennes) viene ingaggiato dalla vedova Edith Pretty (Carey Mulligan), da sempre affascinata dal passato, affinché esamini gli antichi tumuli che sorgono nei suoi terreni nel Suffolk. L'uomo scoprirà che sotto la terra è sepolta una nave funebre medievale, risalente al sesto secolo, con tanto di tesoro nascosto: è uno dei più importanti e preziosi ritrovamenti archeologici della Gran Bretagna, tanto da richiamare l'attenzione degli esperti del British Museum che prendono il sito in consegna. Ma siamo nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale: e mentre l'intero paese si prepara al conflitto, Edith si scopre malata e destinata a morire presto... Da un libro di John Preston che racconta la storia degli scavi di Sutton Hoo, un film patinato, lento ed elegante come soltanto gli inglesi sanno fare (anche se il regista è australiano, proveniente dal mondo del teatro). La fotografia livida e desaturata, la recitazione compassata e la regia manierista strappano però più di uno sbadiglio, anche perché a metà strada la sceneggiatura (di Moira Buffini) comincia a introdurre personaggi secondari – come la giovane ricercatrice Peggy Piggott (Lily James), in crisi perché trascurata dal marito Stuart (Ben Chaplin), e il cugino di Edith, Rory (Johnny Flynn), che vuole arruolarsi nella RAF – e perde di vista in parte il focus su quelli principali. Rimangono la metafora del passato che torna e l'interrogativo su cosa resti di noi dopo la morte, ma l'approccio cinematografico è troppo debole (e già visto) per solleticare fino a fondo l'interesse dello spettatore. Ken Stott è Charles Phillips, il direttore del museo. Monica Dolan è May, la moglie di Basil.

9 febbraio 2021

Mr. Peabody e Sherman (Rob Minkoff, 2014)

Mr. Peabody e Sherman (Mr. Peabody & Sherman)
di Rob Minkoff – USA 2014
animazione digitale
**

Visto in TV (Now Tv).

Mr. Peabody, cane super-intelligente, e Sherman, il bambino da lui adottato, viaggiano nel tempo grazie alla macchina inventata dal primo, il Tornindietro (Wayback Machine, nell'originale). Ma quando Sherman, contravvenendo agli ordini del "genitore", la mostra a una compagna di scuola, Penny, cominciano i guai... Il film, primo lavoro interamente in animazione di Rob Minkoff dai tempi de "Il re leone", è ispirato a un segmento contenuto nella serie cult degli anni '60 "Le avventure di Rocky & Bullwinkle" (da cui in precedenza erano già stati tratti tre film parzialmente o completamente in live action). I personaggi sono simpatici e la storia è vivace, ma la trama avventurosa tradisce un po' lo spirito libero, quando non anarchico e assurdo, dell'originale, che lo rendeva stranamente accattivante anche per gli spettatori adulti: qui tutto è a misura di bambino, dal ritratto delle epoche passate alle caratterizzazioni dei personaggi (che, a parte i protagonisti, lasciano a desiderare: stereotipatissima per esempio la "cattiva" Mrs. Grunion, assistente sociale che vuole sottrarre Sherman al genitore adottivo), senza parlare degli scontati (per un prodotto hollywoodiano) messaggi edificanti sui rapporti di amicizia e di genitorialità. Fra le epoche che i nostri eroi visitano ci sono la rivoluzione francese (con Maria Antonietta e Robespierre), l'antico Egitto (con il faraone bambino Tutankhamon), la Firenze del Rinascimento (con Leonardo Da Vinci e una Monna Lisa bizzosa che fa le linguacce) e la guerra di Troia (con Agamennone). Inevitabili anche i paradossi temporali, peraltro risolti un po' troppo facilmente. In seguito al buon riscontro critico è stata realizzata una serie tv, "Mr. Peabody & Sherman Show".

8 febbraio 2021

La ragazza della quinta strada (G. La Cava, 1939)

La ragazza della quinta strada (Fifth Avenue Girl)
di Gregory La Cava – USA 1939
con Ginger Rogers, Walter Connolly
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il milionario Alfred Borden (Walter Connolly), imprenditore nel settore delle pompe idrauliche, ha mille grattacapi sul lavoro, e come se non bastasse si scopre completamente ignorato dai propri familiari anche nel giorno del suo compleanno: la moglie Martha (Verree Teasdale) passa il tempo a farsi corteggiare in società, il figlio Tim (Tim Holt) pensa solo al polo e la figlia Clara (Kathryn Adams) alle feste con gli amici. Dopo aver conosciuto in un parco la bella e squattrinata Mary Grey (Ginger Rogers), la "assume" segretamente affinché simuli di essere la sua amante e si stabilisca nella sua villa della Fifth Avenue, da dove i due fingeranno di andare a ballare ogni sera, trascurando impegni ed affari. Dopo l'iniziale shock, i familiari di Borden saranno di fatto costretti a mettere la testa a posto: il figlio comincerà ad occuparsi dell'azienda di famiglia, la figlia rinuncerà al lusso per amore dell'autista proletario Mirco (James Ellison), e la moglie ritroverà l'affetto per un marito verso cui non provava più interesse. Su un canovaccio simile a quello del suo film di maggior successo, "L'impareggiabile Godfrey" – ovvero l'intrusione di un elemento "perturbatore" nella vita di una famiglia ricca ma infelice, che in questo modo riscoprirà i veri valori della vita e della convivenza – una commedia sofisticata che lancia una velata critica al sistema capitalistico (Mary disprezza i ricchi, Mirco addirittura esprime esplicitamente idee socialiste), anche se il finale modificato dopo le anteprime (nell'originale Mary se ne andava via come era venuta, con la sua valigia di cartone) annacqua un po' il messaggio. La scena in cui i due coniugi ritrovano armonia e sintonia mangiando in cucina un piatto semplice e preparato da lei (uno stufato) anticipa il film di Yasujiro Ozu "Il sapore del riso al tè verde". L'edizione italiana modifica diversi nomi dei personaggi (Tonino per Alfred, Clara per Katherine, Mirco per Mike).

7 febbraio 2021

Bloodshot (David S. F. Wilson, 2020)

Bloodshot (id.)
di David S. F. Wilson – USA 2020
con Vin Diesel, Guy Pearce
**

Visto in TV (Now Tv).

Dopo essere stato ucciso da un terrorista, il soldato americano Ray Garrison (Vin Diesel) viene riportato in vita da uno scienziato (Guy Pearce) che gli dona un corpo super-potenziato e in grado di rigenerarsi grazie ai "naniti" iniettati nel suo organismo. Denominato Bloodshot, sfrutterà le proprie capacità per lanciarsi in una vendetta personale, ma scoprirà che le sue memorie sono state manipolate e che non tutto quello che gli è stato detto corrisponde a verità. Da un fumetto della Valiant pubblicato negli anni '90 (e chi ama i comic book sa cosa aspettarsi da quel decennio, nel bene e nel male), un action movie fantascientifico che appare inizialmente poco originale (è quasi un incrocio fra "I nuovi eroi", quello con Van Damme, e "Robocop", con influenze supereroistiche da Venom e Wolverine), salvo cambiare le carte in tavola con il twist a metà pellicola. Alla fine il risultato è decente e, per i fan del genere, soddisfacente. Diesel non sembra interessato più di tanto ad approfondire il suo personaggio, ma in fondo recita (come sempre) con il fisico più che con l'espressività. Alquanto stereotipate le figure di contorno, dai "cattivi" (Sam Heughan, Alex Hernandez) al comprimario femminile (la bad girl Eiza González) fino alla spalla comica (l'hacker Lamorne Morris). Quanto al regista, all'esordio, si affida quasi solo agli effetti speciali per realizzare scene d'azione cinetiche o iper-tecnologiche. Nelle intenzioni il film dovrebbe essere il primo di un "universo cinematico Valiant": di fatto sarebbe già in programma un sequel.

6 febbraio 2021

Sapovnela (Otar Iosseliani, 1959)

Fiore introvabile (Sapovnela)
di Otar Iosseliani – URSS 1959
con Mikhail Mamulashvili
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il secondo cortometraggio di Iosseliani è un documentario sulla natura con il quale il regista georgiano sperimenta per la prima volta con il colore, il montaggio e la musica. Accompagnate da una serie di canti popolari, ci vengono mostrate le immagini di numerosi e variopinti fiori, da quelli più umili che crescono nei prati e sui pascoli in montagna, a quelli più eleganti ed elaborati che vengono coltivati nelle serre. Vediamo poi all'opera un anziano floricoltore, che realizza svariate composizioni nel suo giardino, e ci viene suggerito il legame fra le meraviglie della natura e l'ispirazione che esse hanno donato agli artisti di ogni epoca. Ma anche quello che sembrerebbe un innocuo documentario si rivela controverso, con una forte metafora politica, quando nel finale giungono i trattori (sovietici?) ad arare la terra estirpando i fiori selvatici che, a parte la loro bellezza, non hanno alcun fine pratico: e il rumore dei mezzi sovrasta e mette a tacere i canti popolari locali. La censura dell'URSS non approvò e al cortometraggio – al quale già era stata imposta una voce narrante fuori campo – fu vietata la proiezione in pubblico. La semplicità, la poesia, e il legame fra la sapienza e la bellezza naturale e arcaica di una terra ai "confini" dell'Unione Sovietica rendono la pellicola quasi un'antesignana dei lavori di Sergej Paradžanov.

Acquerello (Otar Iosseliani, 1958)

Acquerello (Akvarel)
di Otar Iosseliani – URSS 1958
con Gennadi Krasheninnikov, Sofiko Chiaureli
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Per sfuggire alla moglie, alla quale ha sottratto i soldi per andare a ubriacarsi, un uomo si rifugia all'interno di una mostra d'arte, dove rimane impressionato dalle opere esposte. La consorte lo raggiunge ed entrambi si stupiscono nel riconoscere, nel soggetto di un piccolo dipinto, la propria umile casa, descritta in termini astratti e idilliaci dalle guide del museo: "Qui abitano persone generose, felici, che vivono in armonia con i loro numerosi figli", una trasfigurazione in positivo rispetto al caos, alla confusione e alla litigiosità cui avevamo assistito nei primi minuti! In questo breve corto che Iosseliani, alla prima esperienza cinematografica, ha diretto mentre frequentava il corso di cinema all'istituto VGIK di Mosca (con Alexander Dovzhenko e Mikhail Chiaureli come insegnanti), si trovano in nuce già molte delle caratteristiche dei lavori successivi del regista georgiano: la leggerezza, la commedia, il calore e l'affetto per i suoi personaggi. E non manca una forte satira verso quel "realismo socialista" che caratterizzava tutte le forme d'arte nell'Unione Sovietica. Prima di laurearsi nel 1961, Iosselliani firmerà altri due corti, "Sapovnela" e "Aprile".

5 febbraio 2021

Pixote (Héctor Babenco, 1980)

Pixote - La legge del più debole (Pixote - A lei do mais fraco)
di Héctor Babenco – Brasile 1980
con Fernando Ramos da Silva, Jorge Julião
***

Visto in divx.

Il piccolo Pixote, insieme ad altri ragazzi di strada, viene rinchiuso in un istituto correzionale per delinquenti minorili. Qui i ragazzi subiscono violenze e soprusi di ogni genere, ad opera di sorveglianti sadici e poliziotti corrotti. Insieme ad alcuni dei suoi nuovi amici – Chico, Dito e il giovane transessuale Lilica – riuscirà a fuggire dal riformatorio, vagando per il Brasile in cerca di una nuova vita. Da un romanzo di José Louzeiro ("Infancia dos mortos"), un lungometraggio che fornisce una rappresentazione realistica e lirica al tempo stesso di un mondo crudele e violento, dove i ragazzi sono vittima di quegli stessi adulti che dovrebbero accudirli, e nonostante ciò provano a stringere legami d'amore e di amicizia destinati però a essere spazzati via dalle tragedie della vita. Pur nella sua originalità, i modelli di riferimento non mancano: da "I figli della violenza" di Luis Buñuel ad "Accattone" di Pier Paolo Pasolini. Il protagonista Pixote, il più giovane del gruppo (ha solo undici anni), è quasi l'osservatore delle vicende che si svolgono attorno a lui e che coinvolgono emotivamente gli amici più grandi (Lilica, in particolare, sta per compiere diciott'anni). Esposto anzitempo agli aspetti più sordidi della vita (droga, prostituzione, omicidi), Pixote non prova mai rabbia o risentimento verso gli altri e accetta quasi serenamente ciò che gli accade, senza però perdere il desiderio di combattere e di andare per la propria strada: la pellicola si chiude infatti con il ragazzo che, rimasto solo, si incammina lungo i binari di una ferrovia, in cerca di nuove avventure. Da apprezzare le interpretazioni intense dei piccoli protagonisti, in gran parte attori non professionisti scelti proprio fra i ragazzi di strada (Fernando Ramos da Silva, il cui ruolo è praticamente autobiografico, morirà a soli 17 anni ucciso dalla polizia), ma anche quelle degli adulti (su tutti Marília Pêra nel ruolo della prostituta Sueli, che diventa quasi una "madre" per Pixote), la regia che non si nasconde dietro retorica o ipocrisia e che anzi documenta senza filtri la realtà, la sceneggiatura che affastella piccoli e grandi episodi e la mancanza di buonismo nel denunciare un ambiente duro e terribile, ma anche pieno di quella vitalità ed energia che spinge i protagonisti a ribellarsi e a cercare di sopravvivere in qualche modo. Il film vinse dei premi a diversi festival internazionali, donando per la prima volta una certa notorietà al regista Babenco.

4 febbraio 2021

Il demone sotto la pelle (D. Cronenberg, 1975)

Il demone sotto la pelle (Shivers, aka They came from within)
di David Cronenberg – Canada 1975
con Paul Hampton, Lynn Lowry
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

In un moderno complesso residenziale situato su un'isola (il film è stato girato a Nuns' Island, nei pressi di Montreal), il medico Roger St. Luc (Paul Hampton) scopre che gli esperimenti di uno scienziato in pensione hanno portato alla creazione di "parassiti" che, introdotti nel corpo umano, ne incrementano la forza, gli istinti animaleschi e violenti e soprattutto il desiderio sessuale. Il primo film mainstream (se così si può dire) di Cronenberg è un originale horror che, nonostante la povertà formale, costruisce atmosfere inquietanti e angoscianti. Gli uomini infetti dai parassiti si comportano di fatto come zombie affamati di sesso, o come i "baccelloni" de "L'invasione degli ultracorpi": e i sottotesti socio-politici sono evidenti, così come il legame fra sessualità, violenza e istinto animale, che in una società troppo tecnologica e repressa non può che portare al caos. Da notare come il medico protagonista appaia indifferente alle avances sessuali della sua infermiera (Lynn Lowry), persino quando lei si spoglia davanti a lui, e forse proprio questo suo distacco lo rende meno vulnerabile all'attacco dei parassiti, ai quali resiste fino all'ultimo. Anche il nome del complesso di condomini nella versione italiana, "l'Arca di Noè", sembra voler rimandare al lato animalesco dell'essere umano. Naturalmente, oltre che a questo, il regista è interessato soprattutto a esplorare le possibilità del body horror, con l'invasione del corpo umano da parte di parassiti che appaiono come enormi sanguisughe, tanto da lasciare una scia di sangue quando si spostano da un ospite all'altro. Nel cast anche Joe Silver, Barbara Steele, Alan Migicovsky, Susan Petrie e Ronald Mlodzik. Prodotto da Ivan Reitman (accreditato anche come "music supervisor"), il film fu accolto non senza perplessità, ma col tempo – complice la carriera del regista – è diventato un cult movie.

3 febbraio 2021

Secret weapons (David Cronenberg, 1972)

Secret weapons
di David Cronenberg – Canada 1972
con Norman Snider, Ronald Mlodzik
*1/2

Visto su YouTube, in originale.

Nel 1977, quinto anno della "guerra civile nord-americana", uno scienziato viene incaricato dal governo di mettere a punto un procedimento "neuro-psico-farmacologico" in grado di stimolare i centri del cervello che rendono aggressivi, per produrre soldati più combattivi. Cortometraggio di fantascienza minimalista e a basso budget per l'antologia "Programme X" della tv canadese, scritto e interpretato da Norman Snider (che collaborerà con l'amico Cronenberg anche alla sceneggiatura di "Inseparabili"): nulla più di una curiosità, uno dei tanti progetti televisivi con cui il regista si è fatto le ossa nei primi anni '70, ma che forse avrebbe meritato un maggiore sviluppo (il finale è aperto e si limita ad "apparecchiare" lo scontro fra un apparato governativo teocratico, burocratico e opprimente da un lato, gestito a tutti gli effetti da un'azienda farmaceutica, e bande di ribelli in motocicletta, guidati da una donna, dall'altro: chissà se in origine si trattava di un lungometraggio "abortito"). Peccato che i tempi televisivi ristretti impediscano al film di generare un proprio "ritmo" interno, come lavori anche più sperimentali quali "Stereo" e "Crimes of the future" riuscivano invece a fare. In ogni caso, in certe cose anticipa "Scanners" (si parla di poteri telepatici e attacchi psichici). E comunque colpisce che la tv canadese producesse (e mandasse in onda!) cose del genere. Interessante la colonna sonora elettronica firmata dal gruppo Syrinx.

2 febbraio 2021

Smetto quando voglio (Sydney Sibilia, 2014)

Smetto quando voglio
di Sydney Sibilia – Italia 2014
con Edoardo Leo, Stefano Fresi
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Quando Pietro, geniale neurobiologo specializzato in chimica organica, non si vede rinnovato l'assegno di ricerca e si ritrova a fronteggiare la disoccupazione, decide di mettere le proprie competenze al servizio della produzione di una nuova droga, una molecola non ancora compresa nella lista di quelle considerate illegali dal ministero della salute. Insieme a un gruppo di altri ricercatori universitari, tutti intellettuali precari come lui o costretti a infimi e umilianti lavoretti pur di racimolare qualche soldo, forma così una "banda" per la produzione e lo spaccio delle nuove pasticche. Il successo arriderà rapidamente, ma i geniali "nerd" dovranno farsi strada in un ambiente a loro poco consono, fra tossicodipendenti, escort e malviventi. Con un aggancio a un tema d'attualità (le difficoltà di menti brillanti costrette ai margini della società dalla crisi economica o dalla mancanza di appeal delle rispettive materie di studio), il film d'esordio di Sibilia punta le sue carte su un umorismo grottesco e dolce-amaro, su personaggi ingenui e simpatici, su un ritratto caricaturale del mondo della droga e della criminalità, non privo di tocchi cinici, ironici e post-moderni alla Guy Ritchie. Siamo quasi di fronte a un incrocio fra "I soliti ignoti" (il gruppo di criminali dilettanti), "Full monty" (le difficoltà socio-economiche che spingono un gruppo di amici a tuffarsi in una "professione" completamente nuova) e la serie televisiva "Breaking bad". La sceneggiatura è firmata dal regista insieme a Valerio Attanasio, la fotografia ipersatura è di Vladan Radovic, i ricercatori sono interpretati da Edoardo Leo, Stefano Fresi, Libero De Rienzo, Paolo Calabresi, Pietro Sermonti, Valerio Aprea e Lorenzo Lavia. Nel cast anche Valeria Solarino (la compagna di Pietro), Neri Marcorè (il boss rivale "Murena") e Sergio Solli (il professore). Grande successo di pubblico e di critica, che ha portato alla realizzazione di due sequel (o meglio, midquel).